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Full text of "Itinerario di Roma e delle sue vicinanze compilato da Antonio Nibby secondo il metodo del Vasi"

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ITINERARIO 

DI  ROMA 

E 

DELLE  SUE  VICINANZE 

COMPILATO 

DA  ANTONIO  NIBBY 

SECONDO  IL  METODO  DEL  VASI 


OTTAVA  EDIZIONE 

diligentemente  rettificata  dall’editore 
AGOSTINO  VALE N TINI 

CON  GIUNTE  RIGUARDANTI  OGNI  NUOVA  SCOPERTA  ARCHEOLOGICA 
E QUALUNQUE  INNOVAZIONE  AVVENUTA 
DOPO  l'edizione  precedente 


ROMA  1870 

TIPOGRAFIA  DI  ENRICO  SINIMBERGHI 

Si  vende  dai  principali  libraj 
e negozianti  di  stampe. 


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Questa  Edizione  è posta  sotto  la  protezione  della  legge  del- 
rEminentissimo  Cardinal  Camerlengo  del  26  Settembre  1826; 
e perciò  l’Editore  Proprietario  intende  impedirne  formalmente 
qualunque  contrafazione  o ristampa  a forma  degli  articoli  della 
legge  suindicata. 


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t 


PREFAZIONE 


Stando  all’opinioue  più  comune,  Roma  fu  fondata  da  Romolo, 
discendente  da  Enea  e dai  re  Albani,  l’anno  753  avanti  l’era  vol- 
gare. Essa,  da  principio,  non  si  estese  oltre  i confini  del  monte 
Palatino;  ma  dopo  il  ratto  delle  Sabine  e le  guerre  che  ne  se- 
guirono, anche  il  monte  Capitolino  fu  chiuso  entro  il  suo  recin- 
to, ed  allora  la  valle  che  separa  i due  monti  divenne  il  suo  Foro. 
Numa,  successore  di  Romolo,  aggiunse  alla  città  una  parte  del 
Quirinale.  Tulio  Ostilio,  terzo  re  di  Roma,  dopo  avere  disfatto 
Alba  Longa,  pose  a stare  gli  Albani  sul  Celio,  e racchiuse  que- 
sto monte  entro  le  mura.  Anco  Marzio,  che  gli  succedette,  dopo 
distrutte  le  città  latine  di  Tellene,  Ficana  e Politorio,  ne  traslo- 
cò gli  abitanti  sull’ Aventino,  e riunì  questo  colle  a Roma.  Esso 
fondò  pure  una  cittadella  sul  Gianicolo,  e gettò  un  ponte  di  le- 
gno sul  Tevere,  che  fu  chiamato  ponte  Sublicio,  reso  poi  cele- 
bre dal  valore  di  Orazio  Coelite.  Servio  Tullio  compì  l’amplia- 
mento della  città  includendovi  il  resto  del  Quirinale,  il  Viminale 
e l’Esquilino:  la  cinse  di  nuove  mura  saldissime,  costrutte  con 
massi  qnadrati  di  tufa,  e fortificò  questo  recinto  con  un  aggere, 
o baluardo,  che,  cominciando  all’  angolo  estremo  del  Quirinale, 
terminavasi  vicino  all’arco  di  Gallieno  sull’ Esquilino.  Mediante 
questo  ingrandimento,  la  città  comprese  in  sè  i sette  colli,  oltre 
una  piccola  parte  del.  Gianicolo,  e venne  ad  avere  un  perime- 
tro di  circa  otto  miglia. 

Da  Servio,  fino  all'impero  di  Aureliano,  il  recinto  di  Roma 
non  andò  soggetto  a cambiamenti,  quantunque  la  parte  abitata 
si  estendesse  molto  fuori  delle  mura  Serviane.  Aureliano  però, 
temendo  qualche  sorpresa  da  parte  dei  barbari,  diede  mano  alla 
grande  opera  di  cingere  con  nuove  mura  tutta  la  parte  abitata 
della  città;  esse  però  furono  compiute  da  Probo,  circa  l’anno  276 
dell’era  cristiana.  Se  vogliasi  credere  a Vopisco,  scrittore  con- 
temporaneo, questo  recinto  ebbe  50  miglia  di  giro;  perimetro 

A 


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vi  Prefazione. 

che  sembrerebbe  al  tutto  impossibile  ed  esagerato,  se  non  si  ri- 
flettesse alla  grandezza  immensa  ed  all’infinita  popolazione  della 
città  signora  dell’universo,  e se  si  volesse  scordare  lo  spazio  va- 
stissimo che  le  fabbriche  pubbliche  occupavano:  d’altronde,  vo- 
lendo stare  all’  odierno  recinto,  si  renderebbe  quasi  impossibile 
trovare  luogo  alle  case  dei  cittadini.  È però  un  fatto,  che  più 
non  esistono  vestigia  riconosciute  delle  mura  di  Aureliano,  e 
che  le  attuali  mura,  oltre  ad  essere  molto  più  ristrette,  non  aven- 
do che  16  miglia  e mezzo  di  circonferenza,  mostrano,  per  molti 
riflessi,  di  appartenere  ad  un’epoca  posteriore  a quella  di  Aure- 
liano; e la  parte  più  antica  di  esse  è dell'epoca  di  Onorio,  il  qua- 
le ristabilì  le  mura  della  città  verso  l’anno  402  dell’era  volgare. 
All’epoca  stessa  appartengono  parecchie  delle  attuali  porte,  con- 
forme rilevasi  dallo  stile  e dalle  iscrizioni  ancora  esistenti.  Sulla 
sponda  destra  del  Tevere  la  città  rimane  difesa  da  bastioni  co- 
strutti secondo  le  regole  della  moderna  architettura  militare:  il 
Vaticano  però  fu  cinto  di  mura  nell’ anno  8Ó0,  da  Leone  IV,  per 
assicurare  la  basilica  di  s.  Pietro  contro  le  scorrerie  dei  Saraceni. 
Fu  già  indicato  che  la  città  attuale  ha  circa  16  miglia  e mezzo 
di  giro;  ma  solo  ad  un  terzo  si  può  calcolare  la  parte  abitata, 
giacché  il  rimanente  è ridotto  ad  orti,  a giardini,  a vigne  ed  a 
ville. 

Si  contano  dodici  porte  aperte,  otto  sulla  riva  sinistra  del  Te- 
vere, ed  appellansi:  Flaminia,  o del  Popolo,  Salaria,  Pia,  S. 
Lorenzo,  Maggiore,  S.  Giovanni,  S.  Sebastiano,  o Appia,  e S. 
Paolo:  quattro  sulla  riva  destra,  cioè,  due  nel  Trastevere,  che 
si  chiamano:  Portese,  & S . Pancrazio . e due  nella  città  Leonina 
al  Vaticano,  dette  Cavalleggeri,  ed  Angelica.  Oltre  a queste,  si 
contano  sulla  riva  sinistra  del  Tevere  altre  cinque  porte  chiuse, 
cioè  la  Pinciana,  la  Viminiale;  la  Afetronis,  la  Latina,  e ì’ Ar- 
de a tin  a;  e tre  sulla  riva  destra,  al  Vaticano,  e sono:  la  Fabbri- 
ca, la  Per  fusa,  e la  porta  Castello  ; senza  far  parola  di  altre  mi- 
nori, che  da  gran  tempo  sono  ugualmente  chiuse. 

Il  fiume  Tevere  solca  la  città  nell’  approssimativa  direzione  dal 
nord  al  sud,  ed  agevola  il  trasporto  delle  mercanzie  e dei  viveri. 
Si  passa  da  una  riva  all’  altra  mediante  quattro  ponti , costrutti 
interamente  in  pietra,  per  mezzo  di  uno,  formato  parte  in  pietra 
e parte  in  filo  di  ferro,  come  ancora  per  un  ponte  sospeso,  tutto 
di  ferro,  I primi  quattro  ponti  si  chiamavano  anticamente  JElius, 
Janiculensis,  Fabricius,  Gratiani  ; oggi  però  sono  volgarmen- 
te denominati  S .Angelo,  Sisto , Quattro  Capi,  e S.  Bartolom- 
meo:  il  quinto  ponte,  già  Palatinus , ed  oggi  Ponte-Rotto , è 


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Prefazione.  vn 

quello  ristaurato  per  metà  in  filo  di  ferro  ; l’ ultimo  può  dirsi  so- 
stituito all'antico  ponte  Vaticanus. 

Fino  dai  tempi  di  Servio  Tullio , li  orna  fu  divisa  in  quattro 
quartieri,  che  egli  denominò  Regiones,  cioè:  la  Palatina,  la  Su- 
burrana,  la  E s quiiina,  e la  Collina.  Augusto  però  fece  un  nuo- 
vo riparto  della  città,  dividendola  in  XIV  Regioni,  le  quali  ave- 
vano i seguenti  nomi  : I.'  C apena,  II.'  Calimontana,  III.'  Iris 
et  Serapis,  IV.'  Via  Sacra,  V .'  Esquilina,  VI.'  Alta  Semita, 
VII.'  Via  Lata,  Vili.'  Forum.  Romanum,  IX.'  Circuì  Fla- 
rninius , X.'  Palatium  , XI.'  Circuì  Maximus , XII.'  Piscina 
Publica , XIII.'  Aventina , XIV.'  Transtiberina. 

Anche  al  presente  Roma  è divisa  in  XIV  quartieri  o Rioni, 
nome  derivante  da  Regiones,  e sono:  IA  Monti,  HA  Trevi, 
III.0  Colonna,  IVA  Campo  Marzo,  VA  Ponte , VIA  Pacione, 
VII  A Regola,  Vili  A S.  Eustachio , IXA  Pigna,  XA  Campi- 
telli, XI A S . Angelo,  XII A Ripa,  XIII A Trastevere,  XIV A Bor- 
go. Credo  inutile  far  osservare  che,  sebbene  i quartieri  siano  il 
medesimo  numero , pure  non  esiste  alcuna  analogia  fra  l’ antica 
e la  moderna  divisione  della  città.  La  popolazione  di  Roma  ascen- 
de ad  oltre  200,000  abitanti. 

Ad  onta  che  Roma  abbia  perduto  la  sua  potenza,  tuttavia  può 
essere  ancora  riguardata  come  la  più  imponente  città  dell’  uni- 
verso. Saccheggiata  ed  incendiata  in  epoche  diverse , trovò  essa 
ognora,  in  mezzo  alle  proprie  rovine , di  che  risorgere  dalle  sue 
disgrazie.  Gli  obelischi,  le  colonne,  le  statue,  i bassorilievi  e 
tanti  altri  capolavori  delle  arti  belle,  trovati  fra  le  sue  rovine , o 
scavati  di  sotto  le  sue  macerie , ove  l’ ignoranza  del  medio  evo 
ovvero  i barbari  gli  avevano  sepolti  ; gli  avanzi  dei  templi,  de- 
gli archi  trionfali , dei  circhi , dei  teatri , degli  anfiteatri , delle 
terme,  dei  sepolcri,  degli  acquidotti,  e degli  altri  edilìzi  che  ad 
ogni  passo  s’incontrano,  muovono  a stupore  e ad  ammirazione 
coloro  che  si  recano  ad  osservarli  ; e colla  loro  magnificenza  co- 
stituiscono la  principale  splendidezza  di  questa  metropoli. 

Molti  fra’  monumenti  di  Roma  moderna  gareggiano  per  ma- 
gnificenza con  quelli  dell’  antica  Roma  ; ad  ogni  passo  s’ incon- 
trano chiese  sontuose,  magnifici  palazzi,  ricchi  di  quadri  e di 
statue,  stupende  piazze,  meravigliose  fontane.  Sonovi  alquante 
ville,  alcune  delle  quali  racchiudono  sorprendenti  raccolte  di  mo- 
numenti artistici  si  antichi  e sì  moderni , e contansi  tre  stupendi 
musei  pubblici,  ove  sono  riuniti  i capolavori  della  scultura  egi- 
zia, etnisca,  greca,  e romana.  Si  direbbe  che  la  Provvidenza 
creasse  Bramante , Michelangelo,  Raffaello , il  Vignola,  il  Ber- 


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Vili  Prefazione. 

nini , il  Canova , lo  Stem , e tanti  altri  celebri  artefici , per  arric- 
chire Roma  e formarne  la  più  magnifica  città  dell’universo. 

I monumenti  d’ arte  di  tutte,  le  epoche , i capolavori  che  Ro- 
ma racchiude , e la  dolcezza  del  clima  la  rendettero  sede  delle 
arti  belle  ; di  guisa  che , oltre  l’ inclita  Accademia  artistica  detta 
di  san  Luca , la  quale  è mantenuta  a spese  del  nostro  Governo , 
le  corti  straniere  di  Francia,  di  Russia,  di  Spagna,  ecc.,  e molte 
corti  ancora  della  Germania  mantengono  in  questa  Metropoli 
giovani  studenti , perchè  si  perfezionino  nell’  esercizio  delle  arti 
belle. 

Da  lungo  tempo  esistono  in  Roma  numerosi  stabilimenti  let- 
terarii , fra’  quali  è d’ uopo  nominare  prima  d’ ogni  altro  l’ Uni- 
versità, che  chiamasi  l’Archiginnasio  Romano,  ovvero  la  Sa- 
pienza , la  cui  fondazione  risalisce,  almeno,  al  XIII  secolo.  Oltre 
questa  Università , vi  sono  , le  pubbliche  scuole  del  Seminario 
Romano  e del  Collegio  Romano  ; i collegi  Nazareno,  Capranica, 
Innocenziano  o Pamphily-Doria,  Ghislieri,  dementino,  di  Pro- 
paganda Fide , Inglese , Scozzese , Irlandese , Americani  ecc.  ; 
come  pure  il  Seminario  Pio , e quello  di  s.  Pietro.  Sonovi  pari- 
menti  in  Roma  molte  accademie , o società  di  dotti , cioè  : l’ Ac- 
cademia cattolica,  per  le  materie  teologiche  e filosofiche;  l’Ac- 
cademia dei  Lincèi , per  la  cultura  delle  scienze  fisico-matema- 
tiche ; l’Accademia  di  Archeologia,  per  gli  studii  delle  antichità; 
e finalmente  quelle  che  servono  alla  letteratura  ed  alla  poesia  la- 
tina ed  italiana , le  quali  sono  , le  Accademie  Tiberina , dell’Ar- 
cadia, dell’ Immacolata  Concezione  ed  altre.  Fioriscono  in  Roma 
buon  numero  di  letterati,  forse  più  che  in  ogni  altra  città  d’Ita- 
lia e dei  paesi  stranieri. 

II  principale  commercio  di  Roma  consiste  in  oggetti  di  belle 
arti,  ossiano  cammei,  musaici,  pitture,  sculture,  incisioni,  foto- 
grafie ecc.  Vi  sono  fabbriche  di  seterie,  di  panni,  di  fiori,  e di 
perle  artifiziali,  di  pettini,  di  corde  armoniche  ecc. 

In  Roma,  più  che  altrove,  abbondano  gli  stabilimenti  di  ca- 
rità; poiché,  oltre  quelli  mantenuti  da  nazioni  estere  pe’loro  na- 
zionali, avvi  lo  spedale  di  Santo  Spirito,  ove  si  ricevono  gl’  infer- 
mi di  ogni  classe,  di  ogni  paese,  e di  ogni  religione,  gli  esposti, 
ed  i pazzi.  Sonovi  pure  gli  spedali:  di  s.  Giacomo  degl’incura- 
bili, destinato  in  ispecie  a curare  le  piaghe  e le  malattie  veneree; 
di  s.  Giovanni  in  Laterano,  per  le  donne  prese  da  febbre;  della 
Consolazione,  pei  feriti;  di  s.  Gallicano,  per  le  malattie  cutanee; 
di  s.  Rocco,  per  le  partorienti.  Fra  i luoghi  destinati  al  sosten- 
tamento dei  poveri,  sono  più  notevoli:  il  grande  ospizio  di  s.  Mi- 


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IX 


Prefazione. 

chele  a Ripa,  pe’  giovanetti,  per  le  fanciulle  orfane,  e pei  vecchi; 
il  conservatorio  delle  Mendicanti,  per  le  zitelle  orfane;  la  casa 
degli  Orfani,  e finalmente  la  Casa  d’industria,  che  viene  detta 
Pio  Instituto  di  carità. 

Quantunque  questa  città  non  possa  emulare  altre  capitali  per 
riguardo  ai  luoghi  di  divertimento,  tuttavia  ha  due  anfiteatri 
nei  quali,  specialmente  nella  stagione  estiva,  si  danno  differenti 
spettacoli;  ha  pure  uno  sferisterio,  ossia  giuoco  del  pallone;  due 
grandi  teatri,  denominati  di  Argentina,  e di  Tordinona,  o di 
Apollo;  il  teatro  Valle  per  opere  buffe,  e rappresentazioni  co- 
miche e drammatiche,  ed  altri  teatri  minori,  come  Capranica, 
Metastasio,  ecc.  . 


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X 


CRONOLOGIA 


DE’  FATTI  PIU'  IMPORTANTI  DELLA  STORIA  DI  ROMA 

DALLA  STIA  FONDAZIONE  FINO  ALLA  MORTE  DI  AUGUSTO. 


An.di  Avanti 

Rima  l’E.Valg. 

1 753  Fondazione  di  Roma  sul  monte  Palatino. 

4 • 749  Ratto  delle  Sabine. 

8 745  II  monte  detto  allora  Tarpeio,  e poscia  Capitolino, 

è chiuso  in  Roma. 

39  714  Numa  Pompilio  sul  trono. 

83  670  Tulio  Ostilio  eletto  re. 

88  665  Alba-Longa  distrutta.  Il  monte  Celio  aggiunto  al- 

la città. 

113  640  Anco  Marzio  re. 

125  628  L’ A ventino  cinto  di  mura. 

134  619  Fondazione  d’Ostia. 

139  614  Tarquinio  Prisco  ascende  al  trono. 

154  599  Circo  Massimo. 

175  578  Servio  Tullio  succede  a Tarquinio. 

190  563  Nuovo  recinto  di  Roma.  Il  Quirinale,  il  Viminale, 

e l’Esquilino  compresi  nella  città. 

200  553  Primo  lustro. 

214  539  Confederazione  fra  i Romani  e i Latini.  Tempio  di 

Diana,  eretto  sull’ Aventino  a spese  de’ confe- 
derati. 

219  534  Mortedi  Servio.  Tarquinio  Superbo  usurpa  il  trono. 

234  519  Circo  e Cloaca  Massima  compiuti. 

242  511  Tempio  di  Giove  Capitolino. 

243  510  Morte  di  Lucrezia.  Espulsione  de’ re.  Fondazione 

della  repubblica. 

244  509  Morte  di  L.  Giunio  Bruto,  console. 

246  507  Orazio  Coelite.  Muzio  Scevola. 

257  496  Vittoria  del  dittatore  Postumio  sopra  i Latini  al 

lago  Regillo.  Morte  di  Tarquinio  a Cuma. 

259  494  Prima  ritirata  del  popolo  sul  monte  Sacro.  Mene- 

nio Agrippa. 

262  491  Coriolano  esiliato. 


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Cronologia  di  Roma. 


XI 


An.di 

Avanti 

Roma 

l’E.Y.Ig 

265 

488 

Veturia  e Volumnia  placano  Coriolano. 'Tempio  del- 
la Fortuna  Muliebre. 

276 

477 

I 300  Fabii  uccisi  presso  il  Cremerà. 

301 

452 

I Decemviri. 

302 

451 

Promulgazione  delle  leggi  delle  XII  tavole. 

304 

449 

Morte  di  Virginia.  Abolizione  del  Decemvirato. 

308 

445 

Primi  tribuni  militari . 

314 

439 

Cincinnato  dittatore.  Morte  di  Spurio  Melio,  ucciso 
da  Servilio  Ahala. 

.357 

396 

Presa  di  Veio. 

363 

390 

Roma  incendiata  dai  Galli,  e ristabilita  da  Camillo. 

370 

383 

Supplizio  di  Marco  Manlio  Capitolino. 

387 

366 

Pretori.  Edili  Curali . 

388 

365 

Camillo  muore  di  peste. 

410 

343 

Guerra  contro  i Sanniti. 

413 

340 

Publio  Decio  Mus  si  sagrifica  per  la  patria  nella 
guerra  latina. 

415 

338 

I Rostri  sono  eretti. 

432 

321 

Disfatta  alle  Forche  Caudine. 

441 

312 

Censura  di  Appio  Claudio  il  Cieco. 

473 

280 

Guerra  contro  Pirro. 

474 

279 

Publio  Decio  Mus  rinnova  l’esempio  dell’  avo  nella 
guerra  sannitica. 

478 

275 

Curio  trionfa  di  Pirro. 

487 

266 

L’Italia  dipendente  da  Roma. 

489 

264 

Prima  guerra  punica. 

511 

242 

Vittoria  di  Caio  Lutazio  alle  isole  Egadi.  Fine  della 
prima  guerra  punica.  La  Sicilia  ceduta  ai  Ro- 
mani. 

522 

231 

La  Sardegna  ridotta  in  provincia  romana.  Conqui- 
sta della  Corsica. 

535 

218 

Seconda  guerra  punica. 

537 

216 

Battaglia  di  Canne. 

552 

201 

Fine  della  seconda  guerra  punica. 

563 

190 

Disfatta  di  Antioco. 

569 

184 

Censura  di  Catone.  Basilica  Porcia. 

570 

183 

Morte  di  Annibaie. 

572 

181 

Legge  Annale. 

582 

171 

Guerra  macedonica  contro  Perseo. 

586 

167 

Trionfo  di  Paolo  Emilio. 

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XII 


Cronologia  di  Roma. 


Ao.di  Avanti 
Roma  l'E.Volg. 

606  147  Cartagine  distrutta. 

620  133  Numanzia  conquistata.  Tiberio  Gracco. 

632  121  Morte  di  Caio  Gracco. 

647  106  Giugurta  fatto  prigione. 

662  91  Guerra  sociale,  o italica. 

665  88  Mario  e Siila. 

667  86  Mario  muore  essendo  console  per  la  settima  volta 

670  83  Incendio  del  Campidoglio. 

672  81  Siila  dittatore. 

675  78  Morte  di  Siila. 

678  75  Cicerone  questore  in  Sicilia. 

690  63  Congiura  di  Catilina. 

693  60  Primo  Triumvirato. 

695  58  Cicerone  in  esilio. 

696  57  Teatro  di  Pompeo. 

700  53  Morte  di  Crasso. 

704  49  Cesare  e Pompeo. 

705  48  Battaglia  di  Parsalo.  Morte  di  Pompeo. 

706  47  Dittatura  di  Cesare. 

709  44  Morte  di  Cesare. 

710  43  Secondo  Triumvirato.  Morte  di  Cicerone. 

720  33  Edilità  di  Agrippa. 

722  31  Battaglia  d’Azio  nell’ Epiro.' 

726  27  Tempio  di  Apollo  sul  monte  Palatino. 

767  Morte  di  Augusto. 


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XIII 

CRONOLOGIA 

DEGL’IMPERATORI  ROMANI 

DALLA  MORTE  DI  AUGUSTO 
FINO  ALLA  CADUTA  DELL’IMPERO  OCCIDENTALE. 


Ottaviano  Augusto  fonda  l’ impero  dopo  le  vittorie  di  Filippi  e 
d’Azio  l’anno  30  avanti  l’era  volgare,  e dopo  d’aver  regnato 
44  anni  muore,  lasciando  l’impero  a Tiberio  l’anno  14  del- 
l’era volgare. 

EraVolg. 

14  Tiberio. 

37  Caligola. 

41  _ Claudio. 

54  Nerone. 

68  Galba. 

69  Ottone. 

69  Vitellio. 

69  Vespasiano. 

79  Tito. 

81  Domiziano. 

96  Nerva. 

98  Traiano. 

117  Adriano. 

138  Antonino  Pio. 

161  Marco  Aurelio,  e Lucio  Vero. 

180  Commodo. 

193  Pertinace. 

193  Didio  Giuliano.  ^ 

193  Settimio  Severo. 

198  Antonino  Caracalla,  e Geta  suo  fratello. 

217  Macrino . 

218  Eliogabalo. 

222  Alessandro  Severo. 

235  Massimino  I. 

237  Gordiano  I,  e Gordiano  II. 

237  Massimo  e Balbino. 

238  Gordiano  III. 

A** 


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xiv  Cronologia  degl ’ Imperatori. 

EraVolg. 

244  Filippo  col  figlio. 

249  Decio. 

251  Gallo  e Volusiano. 

253  Emiliano,  Valeriano,  e Gallieno. 

268  Claudio  II. 

270  Aureliano. 

275  Tacito  e Floriano. 

276  Probo. 

282  Caro. 

283  Carino,  e Numeriano. 

284  Diocleziano. 

286  Massimiano. 

305  Costanzo  Cloro,  e Massimiano  Galerio. 

306  Costantino  Magno. 

306  Massenzio. 

308  Massimino  II. 

308  Licinio. 

337  Costantino  II,  Costanzo,  e Costante. 

361  Giuliano. 

363  Gio  viano. 

364  Valentiniano  I,  e Valente. 

367  Graziano. 

375  Valentiniano  II. 

379  Teodosio  I. 

383  Arcadio. 

393  Onorio. 

402  Teodosio  II. 

421  Costanzo  lì. 

425  Valentiniano  III. 

450  Marciano. 

455  Avito. 

457  Maioriano,  e Leone. 

461  Libio  Severo. 

467  Antemio. 

472  Olibrio. 

473  Glicerio. 

474  Nepote,  e Zenone. 

475  Romulo,  o Augustolo,  il  quale,  detronizzato  da  Odoacre 

re  degli  Eruli  nell  anno  47 6,  fu  l’ ultimo  imperatore 
d' Occidente. 


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CRONOLOGIA 

DEI  PONTEFICI  DOMANI 


xv 


Di  S.  PIETRO  SINO  i’  NOSTRI  GIORNI  COLL’  iNNO 
DELLA  LORO  ELEZIONE. 


Eri  V«lg. 

1 

42 

S.  Pietro,  di  Bethsaide  in  Galilea,  stabilisce  la  sede 
in  Roma. 

2 

65 

S.  Lino,  da  Volterra  in  Toscana. 

3 

78 

S.  Anacleto,  o Cleto,  Ateniese. 

4 

91 

S.  Clemente  I,  romano.  , 

5 

100 

S.  Evaristo,  di  Betlem. 

6 

109 

S.  Alessandro  I,  romano. 

7 

119 

S.  Sisto  I,  romano,  della  gente  Elvidia. 

8 

127 

S.  Telesforo,  greco. 

9 

139 

S.  Igino,  ateniese. 

10 

142 

S.  Pio  I,  di  Aquileia. 

11 

157 

S.  Aniceto,  siro. 

12 

168 

S.  Sotero,  di  Fondi  nella  Campania. 

13 

177 

S.  Eleuterio,  di  Nicopoli. 

14 

193 

S.  Vittore  I,  affricano. 

15 

202 

S.  Zefirino,  romano. 

16 

219 

S.  Callisto  I,  romano,  della  gente  Domizia. 

17 

223 

S.  Urbano  I,  romano. 

18 

230 

S.  Ponziano,  romano,  deliagente  Calfurnia. 

19 

235 

S.  Antera,  greco. 

20 

236 

S.  Fabiano,  romano,  della  gente  Fabia. 

21 

251 

S.  Cornelio,  romano. 

22 

252 

S.  Lucio  I,  romano. 

23 

253 

S.  Stefano  I,  romano. 

24 

257 

S.  Sisto  II,  ateniese. 

25 

259 

S.  Dionisio,  greco. 

26 

269 

S.  Febee  I,  romano. 

27 

275 

S.  Eutichiano,  toscano. 

28 

283 

S.  Caio,  dalmata. 

29 

296 

S.  Marcellino,  romano. 

30 

308 

S.  Marcello  I,  ramano. 

31 

310 

S.  Eusebio,  di  Cassano  in  Calabria. 

» 


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XVI 


Cronologia  dei  Papi. 


Era.  Volg. 

311  S.  Melchiade,  affricano. 

314  S.  Silvestro  I,  romauo. 

336  S.  Marco,  romano. 

337  S.  Giulio  I,  romano. 

352  Liberio,  romano;  da  alcuni  creduto  della  famiglia 
Savelli. 

S.  Felice  II,  romano;  entra  a far  numero  fra  i papi 
di  questo  nome,  ed  esercitò  la  potestà  pontifi- 
cia durante  l’esilio  di  Liberio,  per  lo  spazio  di 
oltre  due  anni,  o come  di  lui  vicario,  o perchè 
creato  papa  col  di  lui  consenso:  quindi  depose 
il  papato. 

366  S.  Damaso  I,  portoghese. 

384  S.  Siricio,  romano. 

398  S.  Anastasio  I,  romano. 

401  S.  Innocenzo  I,  di  Albano. 

417  S.  Zosimo,  greco. 

418  S.  Bonifacio  I,  romano. 

422  S.  Celestino  I,  della  Campania. 

432  S.  Sisto  III,  romano. 

440  S.  Leone  I,  detto  il  Grande,  romano. 

461  S.  Ilaro,  o Ilario,  di  Cagliari. 

467  S.  Simplicio,  di  Tivoli. 

483  S.  Felice  III,  romano. 

492  S.  Gelasio  I,  romano. 

496  S.  Anastasio  II,  romano. 

498  S.  Simmaco,  di  Sardegna. 

514  S.  Ormisda,  di  Frosinone. 

523  S.  Giovanni  I,  toscano. 

526  S.  Felice  IV,. di  Benevento. 

530  Bonifacio  II,  romano. 

532  Giovanni  II,  romano. 

535  S.  Agapito  I,  romano. 

536  S.  Silverio,  di  Frosinone. 

538  Vigilio,  romano. 

555  Pelagio  I,  romano. 

560  Giovanni  IH,  romano. 

574  Benedetto  I,  romano. 

578  Pelagio  II,  romano. 

590  S.  Gregorio  I,  detto  il  Grande,  romano. 

604  Sabiniano,  di  Volterra. 


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Cronologia  dei  Papi. 


XVII 


67 

Era  Volg. 
607 

68 

608 

69 

615 

70 

619 

71 

625 

72 

640 

73 

640 

74 

642 

75 

649 

76 

654 

77 

657 

78 

672 

79 

676 

80 

678 

81 

682 

82 

684 

83 

685 

84 

687 

a5 

687 

86 

701 

87 

705 

88 

708 

89 

708 

90 

715 

91 

731 

92 

741 

93 

752 

94 

752 

95 

757 

96 

768 

97 

772 

98 

795 

99 

816 

100 

817 

101 

824 

102 

827 

103 

827 

104 

844 

105 

847 

Bonifacio  III,  romano . 

Bonifacio  IV,  di  Valeria  nel  paese  de’  Marsi. 

S.  Deodato,  romano. 

Bonifacio  V,  napolitano. 

Onorio  I,  della  Campania. 

Severino,  romano;  regnò  mesi  2,  giorni  4. 
Giovanni  IV,  dalmata. 

Teodoro  I,  greco. 

S.  Martino  I,  di  Todi. 

Eugenio  I,  romano. 

S.  Vitaliano,  di  Segni. 

Adeodato,  romano. 

Dono  I,  romano. 

S.  Agatone,  siculo. 

S.  Leone  II,  siculo. 

S.  Benedetto  II,  romano. 

Giovanni  V,  di  Antiochia. 

Conone,  siculo;  regnò  mesi  11. 

S.  Sergio  I,  oriundo  d’ Antiochia,  nato  in  Palermo. 
Giovanni  VI,  greco. 

Giovanni  VII,  greco. 

Sisinnio,  siro;  regnò  giorni  20. 

Costantino,  siro. 

S.  Gregorio  II,  romano,  che  alcuni  vogliono  della 
famiglia  Savelli. 

S.  Gregorio  III,  siro. 

S.  Zaccaria,  greco. 

Stefano  II,  romano;  non  consacrato,  perchè  mori 
dopo  tre  giorni  dalla  sua  elezione. 

Stefano  III,  romano. 

S.  Paolo  I,  romano. 

Stefano  IV,  siculo. 

Adriano  I,  romano. 

S.  Leone  III,  romano. 

Stefano  V,  romano. 

S.  Pasquale  I,  romano. 

Eugenio  II,  romano. 

Valentino,  romano;  regnò  giorni  40. 

Gregorio  IV,  romano. 

Sergio  II,  romano. 

S.  Leone  IV,  romano. 


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XVIII 


Cronologia  dei  Pagi. 


Era  VoIr. 

106 

855 

Benedetto  III,  romano. 

107 

858 

S.  Niccolò  I,  romano. 

10R 

867 

Adriano  II,  romano. 

109 

872 

Giovanni  Vili,  romano. 

110 

882 

Marino  I,  di  Gallese. 

111 

884 

Adriano  IH,  romano. 

112 

885 

Stefano  VI,  romano. 

113 

891 

Formoso,  romano. 

114 

896 

Bonifacio  VI,  romano;  regnò  giorni  15. 

Ilo 

896 

Stefano  VII,  romano. 

ne 

897 

Romano,  di  Gallese;  regnò  mesi  4. 

m 

897 

Teodoro  II,  romano;  regnò  giorni  20. 

118 

828 

Giovanni  IX,  di  Tivoli. 

112 

900 

Benedetto  IV,  romano. 

120 

903 

Leone  V,  d’Ardea;  regnò  giorni  31. 

121 

903 

Cristoforo,  romano. 

122 

904 

Sergio  III,  romano. 

123 

211 

Anastasio  III,  romano. 

124 

913 

Landone,  della  Sabina. 

125 

914 

Giovanni  X,  romano. 

120 

928 

Leone  VI,  romano. 

127 

929 

Stefano  Vili,  romano. 

128 

931 

Giovanni  XI,  Conti,  romano. 

129 

936 

Leone  VII,  romàno. 

130 

939 

Stefano  IX,  tedesco. 

131 

943 

Marino  II,  romano. 

132 

946 

Agapito  II,  romano. 

133 

956 

Giovanni  XII,  Conti,  romano. 

Leone  Vili,  intruso  nel  pontificato  l’anno  963,  de- 

posto,  nuovamente  l’usurpa  l’anno  964  a’24  di 

giugno  e lo  ritiene  sino  alla  morte,  cioè  sino 

all’anno  965. 

134 

964 

Benedetto  V,  romano. 

135 

965 

Giovanni  XIII,  romano. 

136 

972 

Benedetto  VI,  romano. 

137 

974 

Dono  II,  romano. 

138 

975 

Benedetto  VII,  Conti,  romano. 

139 

983 

Giovanni  XIV,  vescovo  di  Pavia,  regnò  mesi  9;  fu 

privato  del  pontificato  e della  vita  da  Franco- 
ne,  che  usurpò  il  papato  col  nome  di 
Bonifazio  VII.  Egli  aveva  invasa  altra  volta  la  se- 


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Cronologia  dei  Papi.  Xix 

Era  Valg. 

de  apostolica  avendo  ucciso  il  papa  Benedetto 
VI:  questa  volta  ritenne  il  pontificato  per  me- 
si due. 

140  985  Giovanni  XV,  romano,  non  consacrato;  regnò  po- 

chi giorni. 

141  985  Giovanni  XVI,  romano. 

142  996  Gregorio  V,  tedesco,  figlio  di  Ottone  duca  della 

Franconia  e Carintia. 

Giovanni  XVII,  detto  Giovanni  Fi lagato,  calabre- 
se, vescovo  di  Piacenza:  esso  col  mezzo  di  Cre- 
scenzo tiranno  di  Roma  usurpa  il  papato  l’an- 
no 997,  ma  ne  fu  scacciato  l’anno  998  dall’im- 
peratore Ottone  IH. 

143  999  SilvestroII,  d’Orilac  in  Alvergna. 

144  1003  Giovanni  XVIII,  di  Rapagnano;  regnò  mesi  4,  gior- 

ni 22. 

145  1003  Giovanni  XIX,  romano- 

146  1009  Sergio  IV,  romano. 

147  1012  Benedetto  Vili,  Conti,  tusculano. 

148  1024  Giovanni  XX,  romano. 

149  1033  Benedetto  IX,  romano;  abdicò  dopo  anni  10  e me- 

si 7 di  papato. 

150  1044  Gregorio  VI,  romano. 

151  1046  Clemente  II,  sassone. 

152  1048  Damaso  II,  di  Baviera. 

153  1049  S.  Leone  IX,  di  Alsazia. 

154  1055  Vittore  II,  svevo. 

155  1057  Stefano  X,  di  Lorena. 

156  1058  Benedetto  X,  Conti,  romano;  abdicò,  e da  molti 

non  è riputato  legittimo. 

157  1058  Niccolò  II,  di  Borgogna. 

158  1061  Alessandro  II,  Badagio,  milanese. 

159  1073  S.  Gregorio  VII,  Aldobrandescki,  di  Soana. 

160  1086  Vittore  III,  Epifani,  di  Benevento. 

161  1088  Urbano  II,  nato  in  Reims. 

162  1099  Pasquale  II,  di  Bieda,  diocesi  di  Viterbo.’ 

163  1118  Gelasio  II,  dei  Caetani,  nato  in  Gaeta. 

164  1119  Callisto  II,  nato  a Quingey  tra  Besanzone  e Sa- 

bms,  da  Gughelmo  il  grande,  detto  Testa 
Ardita,  conte  di  Borgogna 

165  1124  Onorio  II,  bolognese. 


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XX 


Cronologia  dei  Papi. 


En  V»lg. 

166  1130 

167  1143 

168  1144 

169  1145 

170  1153 

171  1154 

172  1159 

173  1181 

174  1185 

175  1187 

176  1187 

177  1191 

178  1198 

179  1216 

180  1227 

181  1242 

182  1243 

183  1254 

184  1261 

185  1265 

186  1271 

187  1276 

188  1276 

189  1276 

190  1277 

191  1281 


192  1285 

193  1288 

194  1294 

195  1294 

196  1303 

197  1305 

198  1316 

199  1334 


Innocenzo  II,  romano,  della  famiglia  dei  Papi,  o 
Papereschi. 

Celestino  II,  di  Città  di  Castello. 

Lucio  II,  Caccianemici,  di  Bologna. 

Eugenio  III,  Paganelli,  di  Pisa. 

Anastasio  IV,  romano. 

Adriano  IV,  Breakspeare,  inglese. 

Alessandro  III,  Bandinelli,  senese. 

Lucio  III,  Allucignoli,  di  Lucca. 

Urbano  ITI,  Crivelli,  milanese. 

Gregorio  Vili,  De-Morra,  di  Benevento;  regnò 
mese  1 e giorni  28. 

Clemente  HI,  Scolari,  romano. 

Celestino  III,  Orsini,  romano. 

Innocenzo  HI,  dei  Conti  di  Segni,  nato  in  Anagni. 
Onorio  in,  Savelli,  romano. 

Gregorio  IX,  Conti,  di  Anagni. 

Celestino  IV,  Castiglione,  milanese. 

Innocenzo  IV,  F teschi,  di  Genova. 

Alessandro  IV,  Conti,  di  Anagni. 

Urbano  IV,  Pantaleon,  àe’Court-Palais,ài  Troyes 
nella  Sciampagna. 

Clemente  IV,  Foulquois,  o dei  Folchi,  nato  a Saint- 
Gilles  sul  Rodano. 

Gregorio  X,  Visconti,  piacentino. 

Innocenzo  V,  savoiardo;  regnò  mesi  5,  giorni  2. 
Adriano  V,  Fieschi,  gonovese;  regnò  giorni  38. 
Giovanni  XXI,  di  Lisbona. 

Niccolò  III,  Orsini,  romano. 

Martino  II,  di  Montpencien:  suol  essere  chiamato 
Martino  IV,  poiché  si  computano  sotto  que- 
sto nome  i due  papi,  Marino  I,  e Marino  II. 
Onorio  IV,  Savelli,  romano. 

Niccolò  IV,  Masci,  ascolano. 

S.  Celestino  V,  de-Mouron,  napolitano. 

Bonifacio  Vili,  Caetani,  di  Anagni. 

Benedetto  XI,  Boccasini,  di  Treviso. 

Clemente  V,  de  Goutk,  nato  in  Villandrau  in  Gua- 
scogna. 

Giovanni  XXII,  d’Euse,  od  Osse,  di  Cahors. 
Benedetto  XH,  Fournier,  nato  in  Saverdun,  nella 
contea  di  Foix. 


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Cronologia  dei  Papi. 


XXI 


200 

EnV'lg. 

1342 

201 

1352 

202 

1362 

203 

1370 

204 

1378 

205 

1389 

206 

1404 

207 

1406 

208 

1409 

209 

1410 

210 

1417 

211 

1431 

212 

1447 

213 

1455 

214 

1458 

215 

1464 

216 

1471 

217 

1484 

218 

1492 

219 

1503 

220 

1503 

221 

1513 

222 

1522 

223 

1523 

224 

1534 

225 

1550 

226 

1555 

227 

1555 

228 

1559 

229 

1566 

230 

1572 

231 

1585 

232 

1590 

233 

1590 

Clemente  VI,  Roger,  nato  nel  castello  di  Maumont, 
nella  diocesi  di  Limoges. 

Innocenzo  VI,  d’ Aubert,  nato  presso  Pampadour, 
nella  diocesi  di  Limoges. 

Urbano  V,  de  Grimaud,  nato  nel  castello  di  Gris- 
sac  nel  Gévaudan. 

Gregorio  XI,  Roger,  nato  in  Maumont,  nella  dio- 
cesi di  Limoges. 

Urbano  VI,  Prignani,  napolitano. 

Bonifacio  IX,  Tomacelli,  napolitano. 

Innocenzo  VII,  Migliorati,  di  Sulmona. 

Gregorio  XII,  Coriaro,  veneziano. 

Alessandro  V,  di  Candia. 

Giovanni  XXIII,  Coesa,  napolitano. 

Martino  V,  Colonna,  romano. 

Eugenio  IV,  Condulmero,  veneziano. 

Niccolò  V,  Parentucelli,  di  Sarzana. 

Callisto  III,  Borgia,  spagnuolo. 

Pio  II,  Piccolomini,  senese. 

Paolo  II,  Barbo,  veneziano. 

Sisto  IV,  della  Rovere,  di  Savona. 

Innocenzo  Vili,  Cibo,  genovese. 

Alessandro  VI,  Lenzuoli-Borgia,  di  Valenza. 

Pio  III , Tedeschini-Piccolomini , senese  ; regnò 
giorni  26. 

Giulio  II,  della  Rovere,  di  Savona. 

Leone  X,  Medici,  fiorentino. 

Adriano  VI,  Florent,  di  Utrecht. 

Clemente  VII,  Medici,  fiorentino. 

Paolo  III,  Farnese,  romano. 

Giulio  III,  Ciocchi,  romano. 

Marcello  II,  Cervini,  di  Montepulciano;  regnò  gior- 
ni 21. 

Paolo  IV,  Carafa,  napolitano. 

Pio  IV,  Medici,  milanese. 

S.  Pio  V,  Ghislieri,  ligure. 

Gregorio  XIII,  Buoncompagni,  bolognese. 

Sisto  V,  Peretti,  nato  nella  terra  di  Grotte  a mare 
nella  Marca  di  Fermo. 

Urbano  VII,  Castagna,  romano;  regnò  giorni  23. 
Gregorio  XIV,  Sfrondati,  milanese. 


« 


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XXII 


Cronologia  dei  Paj/i. 


Era  V*lg. 

234  1591 

235  1592 

236  1605 

237  1605 

238  1621 

239  1623 

240  1644 

241  1655 

242  1667 

243  1670 

244  1676 

245  1689 

246  1691 

247  1700 

248  1721 
219  1724 

250  1730 

251  1740 

252  1758 

253  1769 

254  1775 

255  1800 

256  1823 

257  1829 

258  1831 

259  1846 


Innocenzo  IX,  Facchinetti,  bolognese. 

Clemente  Vili,  Aldobrandini,  fiorentino. 

Leone  XI,  Medici,  fiorentino;  regnò  giorni  27. 
Paolo  V,  Borghese,  romano. 

Gregorio  XV,  Ludovisi,  bolognese. 

Urbano  Vili,  Barberini,  fiorentino. 

Innocenzo  X,  Pamphily,  romano. 

Alessandro  VII,  Chigi,  senese. 

Clemente  IX,  Bospigliosi,  di  Pistoia. 

Clemente  X,  Altieri,  romano. 

Innocenzo  XI,  Odescalchi,  di  Como. 

Alessandro  Vili,  Ottoboni,  veneziano. 

Innocenzo  XII,  Pignattelli,  napolitano. 

Clemente  XI,  Albani,  di  Urbino. 

Innocenzo  XIII,  Conti,  romano. 

Benedetto  XIII,  Orsini,  romano. 

Clemente  XII,  Corsini,  fiorentino. 

Benedetto  XIV,  Lambertini,  bolognese. 

Clemente  XIII,  Rezionico,  veneziano. 

Clemente  XIV,  Ganganelli,  di  s.  Angelo  inVado 
Pio  VI,  Bruschi,  di  Cesena. 

Pio  VII,  Chiaramonti,  di  Cesena. 

Leone  XII,  della  Genga,  nato  alla  Genga  feudo  di 
sua  famiglia. 

Pio  Vm,  Castiglioni,  di  Cingoli. 

Gregorio  XVI,  Cappellari,  di  Belluno  nel  Friuli. 
Pio  IX,  de’conti  Mastai  Ferretti,  nalo  in  Siniga- 
glia  il  13  Maggio  1792,  esaltato  al  soglio  pon- 
tificale il  17  Giugno  1846,  e coronato  il  giorno 
21  dello  stesso  mese. 


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XXIII 


CATALOGO  CRONOLOGICO 

DEGLI  AUTISTI  PIU’  CELEBRI 

MENZIONATI  IN  QUEST  OPERA 

DISPOSTI  PER  ORDINE  ALFABETICO  (*). 


PITTORI 

Nitrita  Morie 

1518  Albani  Francesco,  bolognese.  1660 

Alberto  Duro,  vedi  Durerò. 

1494  Allegri  Antonio,  da  Coreggio.  1534 

1560  Amerighi  Michelangelo,  da  Caravaggio.  1609 

Arpino  (Cavaliere  d'),  vedi  Cesari. 

Baciccio,  vedi  Gauli. 

1573  Baglioni  Giovanni,  romano.  1680 

1478  Barbarelli  Giorgio,  da  Castelfranco.  1511 

1590  Barbieri  Gio.  Francesco,  da  Cento.  1666 

1528  Barocci  Federico,  da  Urbino.  1612 

Bassano,  ved.  Ponte. 

1708  Battoni  Pompeo,  lucchese.  1787 

Beccafumi  Domenico,  da  Siena.  1549 

1421  Bellini  Gentile,  veneziano.  1500 

1424  Bellini  Giovanni,  idem.  1514 

1684  Beuefiale  Marco,  romano.  1764 

1596  Berrettini  Pietro,  da  Cortona.  1669 

1656  Bloemen  Gio.  Francesco,  d’ Anversa.  1740 

1474  Bonarruoti  Michelangelo,  fiorentino.  1564 

Borgognone,  ved.  Courtoys  Guglielmo. 

1600  Both  Giovanni  ed  Andrea,  da  Utrecht.  1650 

1623  Brandi  Giaciuto,  da  Poli.  1701 

1550  Brilli  Matteo,  d’ Anversa.  1584 

1556  Brilli  Paolo,  idem.  1626 

1501  Bronzino  Angelo,  toscano.  1570 

1619  Brun  (le)  Carlo,  parigino.  1690 

1500  Buonaccorsi  Pietro,  toscano.  1547 

1532  Cagliari  Paolo,  veronese.  1588 

Cagnaccio,  ved.  Caulassi. 

Calabrese  (il),  ved.  Preti. 

1586  Calandra  Giambattista,  da  Vercelli.  1644 


(*)  La  mancanza  di  alcune  date  deriva  dal  non  essere  conosciute  ancora  con 
precisione. 


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xxiv  Cronologia  degli  Artisti. 

Nateila  Marie 

1495  Caldari  Polidoro,  da  Caravaggio.  1542 

1594  Callot  Giacomo,  da  Nancy. 

1602  Camassei  Andrea,  da  Bevagna.  1649 

Caracci  Annibaie,  bolognese.  1609 

1555  Caracci  Antonio,  idem.  1619 

1558  Caracci  Agostino,  idem.  1601 

Caravaggio  Michelangelo,  ved.  Ameriglii. 

1585  Caroselli  Angelo,  romano.  1653 

1616  Castiglione  Benedetto,  genovese.  1670 

1607  Caulassi  Guido,  da  Castel  Durante.  1687 

1752  Cavallucci  Antonio,  da  Sermoneta.  1795 

1602  Cerquozzi  Michelangelo,  romano.  1660 

1560  Cesari  Giuseppe,  d’Arpino.  1640 

1654  Chiari  Giuseppe,  romano.  1727 

1628  Cignani  Carlo,  bolognese.  1719 

1230  Cimabue,  fiorentino.  1300 

Claudio  Lorenese,  ved.  Gelée. 

1498  Clovio  Giulio,  di  Grisone  in  Croazia.  1578 

1676  Conca  Sebastiano,  da  Gaeta.  1764 

Coreggio,  ved.  Allegri. 

1621  Courtoys  Giacomo,  da  s.  Ippolito.  1676 

1628  Courtoys  Guglielmo,  idem.  1679 

Daniele,  ved.  Ricciarelli. 

1616  Dolci  Carlo,  fiorentino.  1686 

Domenichino,  ved.  Zampieri. 

1613  Duguet  Gaspare,  soprannomato  ilPussiuo,  romano.  1675 

1471  Durerò  Alberto,  di  Norimberga.  1528 

Fattore,  o Fattorino,  ved.  Penni. 

1634  Ferri  Ciro,  romano.  1689 

1450  Francia  Francesco,  bolognese.  1535 

1480  Francucci  Innocenzo,  da  Imola.  1550 

Garofalo  Benvenuto,  ved.  Tisi. 

1638  Garzi  Luigi,  di  Pistoia.  1721 

1600  Gelée  Claudio,  lorenese.  16® 

1611  Gemignani  Giacinto,  di  Pistoia.  1681 

1644  Gemignani  Ludovico,  romano.  1697 

1641  Gennari  Cesare,  bolognese.  1688 

1634  Ghezzi  Giuseppe,  ascolano.  1721 

1612  Giordano  Luca,  napolitano.  1705  * 

Giorgione,  ved.  Barbarelli. 

1276  Giotto  da  Bondone,  toscano.  1336 


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Cronologia  degli  Artisti.  xxv 

Nascila 

Giulio  Romano,  ved.  Pippi. 

1571  Grammatica  Antiveduto,  senese.  1626 

1606  Grimaldi  Gio.  Francesco,  bolognese.  1680 

Guercino,  ved.  Barbieri. 

1592  Honthorst  Gherardo,  da  Utrecht.  1662 

Innocenzo  da  Imola,  ved.  Francucci. 

1581  Lanfranco  Giovanni,  parmigiano.  1647 

Laureti  Tommaso,  siciliano.  1600 

1484  Licinio  Gio.  Antonio,  veneziano.  1540 

1580  Locatelli  Giacomo,  bolognese.  1628 

Lotti  Lorenzo,  da  Bergamo.  1536 

1485  Luciano  fr.  Sebastiano,  veneziano.  1547 

1460  Luini  (da)  Bernardino,  milanese.  1530 

Luini  Evangelista,  idem.  1585 

1601  Luini  Tommaso,  romano.  1636 

1666  Luti  Benedetto,  fiorentino.  1724 

1430  Mantegna  Andrea,  padovano.  1505 

1625  Maratta  Carlo,  da  Camerano.  1713 

1469  Marco  (da  s.)  fr.  Bartolommeo,  fiorentino.  1517 

1401  Masaccio,  fiorentino.  1442 

1494  Maturino,  fiorentino.  1528 

1599  Meel  o Miei  Giovanni,  fiammingo.  1664 

1728  Mengs  Antonio  Raffaele,  d'Aussig.  1779 

1616  Mola  Giambattista,  francese.  1661 

1621  Mola  Pierfrancesco,  da  Coldrì.  1666  • 

1643  Molyn  Pietro,  da  Haarlem.  1701 

1618  Murillo  Bartolommeo,  di  Siviglia.  1682 

1528  Muziano  Girolamo,  d’ Acquafredda.  1590 

1494  Nanni  Giovanni,  da  Udine.  1561 

1535  Nogari  Paris,  romano.  1600 

Notti  (delle)  Gherardo,  ved.  Honthorst.  • 

Novara,  ved.  Ricci. 

1663  Odazzi  Giovanni,  romano.  1731 

Orizzonte,  ved.  Bloemen. 

1500  Palma  Giacomo,  d°.  il  Palma  vaccino,  veneziano.  1568 

1544  Palma  Giacomo,  detto  il  Palma  giovane,  idem.  1626 

1610  Passeri  Gio.  Battista,  romano.  1679 

1654  Passeri  Giuseppe,  idem.  1714 

1550  Passignani  Domenico,  fiorentino.  1638 

1488  Penni  Gio.  Francesco,  idem.  1528 

Perugino,  ved  Vanno  echi. 


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xxvi  Cronologia  degli  Artisti. 

N««ila  Morte 

1480  Peruzzi  Baldassare,  da  Siena.  1530 

1557  Piazza  Cosimo,  da  Castel  Franco.  1021 

Pierin  Del  Vaga,  ved.  Buonaccorsi. 

1454  Pinturicchio  Bernardino,  perugino.  1513 

Piombo  (del)  Sebastiano,  ved.  Luciano. 

1492  Pippi  Giulio,  romano.  1546 

Polidoro,  ved.  Caldari. 

1510  Ponte  Giacomo,  da  Bassano.  1592 

Pordenone,  ved.  Licinio. 

1613  Preti  Mattia,  da  Taverna  in  Calabria.  1699 

1490  Primaticcio  Francesco,  bolognese.  1570 

1(571  Procaccini  Andrea,  romano.  1734 

1550  Pulsone  Scipione,  da  Gaeta.  1588 

Pussino  Gaspare,  ved.  Duguet. 

1594  Pussino  Niccolò,  d’ Andelys.  1665 

Raffaele  da  Urbino,  ved.  Sanzio. 

1479  Razzi  Gio.  Antonio,  detto  il  Sodoma,  da  Vercelli.  1554 

1563  Reggio  (da)  Raffaellino.  1620 

1575  Reni  Guido,  bolognese.  1642 

1606  Rembrandt,  da  Leydeu.  1674 

1588  Ribera  Giuseppe,  de  Xativa.  1659 

1537  Ricci  Giambattista,  da  Novara.  1612 

1500  Ricciarelli  Daniele,  da  Volterra.  1557 

1512  Robusti  Giacomo,  veneziano.  1594 

1617  Romanelli  Gio.  Francesco,  da  Viterbo.  1662 

1552  Roncalli  Cristoforo,  detto  delle  Pomarance.  1626 

1615  Rosa  Salvatore,  napolitano.  1673 

1577  Rubens  Pietro  Paolo,  da  Colonia.  1640 

1600  Sacchi  Andrea,  da  Nettuno.  1661 

1557  Salimbene  Ventura,  senese.  1613 

1510  Salviati  Francesco,  fiorentino.  1563 

1605  Salvi  Giambattista,  da  Sasso  ferrato.  1685 

1483  Sanzio  Raffaele,  da  Urbino.  1520 

1585  Saraceni  Carlo,  veneziano.  1625 

Sarto  (del)  Andrea,  ved.  Vannucchi. 

Sassoferrato,  ved.  Salvi. 

1616  Scaramuccia  Luigi,  milanese.  1680 

1551  Scarsella  Ippolito,  detto  lo  Scarsellino,  ferrarese.  1621 

1570  Scliidone  Bartoloinmeo,  modenese.  1615 

Scipione  Gaetano,  ved.  Pulsone. 

Sicciolante  Girolamo,  da  Sermoneta.  1580 


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Cronologia  degli  Artisti. 

XXVII 

N «itila 

Morie 

1638 

Sirani  Elisabetta,  bolognese. 
Sodoma,  ved.  Razzi. 

1665 

1657 

Solimena  Francesco,  napolitano. 

1747 

1576 

Spada  Leonello,  bolognese. 
Spagnoletto,  ved.  Ribera. 

1622 

1585 

Stanzioni  Massimo,  napolitano. 

1656 

1699 

Sublevras  Pietro,  d’Uzès. 

1747 

1566 

Tassi  Agostino,  perugino. 
Tempesta  (il),  ved.  Molvn. 

1644 

1555 

Tempesti  Antonio,  fiorentino. 

1630 

1610 

Téniers  David,  d’ Auyersa.  . 

1690 

1617 

Testa  Pietro,  lucchese. 
Tintoretto,  ved.  Robusti. 

1652 

1481 

Tisi  Benvenuto,  detto  il  Garofalo,  ferrarese. 
Tiziano,  ved.  Vecelli. 

1559 

1656 

Trevisani  Francesco,  romano. 

1746 

1600 

Valentin  Pietro,  francese. 

1632 

1599 

Van-Dyck  Antonio,  d’ Anversa. 

1641 

1565 

Vanni  Francesco,  senese. 

1609 

1488 

Vannucchi  Andrea,  fiorentino. 

1530 

1446 

Vannuccbi  Pietro , o il  Perugino,  di  Città  della 

Pieve. 

1524 

1512 

Vasari  Giorgio,  aretino. 

1574 

1477 

Vecelli  Tiziano,  veneziano. 

1576. 

1570 

Vecchia  (de)  Giuseppe,  fiorentino.' 

1610 

• 

Venusti  Marcello,  mantovano. 
Veronese  Paolo,  ved.  Cagliari. 

1580 

1452 

Vinci  (da)  Leonardo,  toscano. 

1519 

1653 

Voglar  Carlo,  da  Maestriclit. 

1695 

1582 

Voupt  Simone,  parigino. 

1641 

Wander  Pietro,  da  Haarlem. 

1642 

1581 

Zampieri  Domenico,  bolognese. 

1641 

1543 

Zuccari  Federico,  da  Urbino. 

1609 

1529 

Zuccari  Taddeo,  idem. 

seti,  Tom. 

1566 

1602 

Algardi  Alessandro,  bolognese. 

1654 

1487 

Bandinelli  Baccio,  fiorentino. 

1559 

1538 

Bernini  Gio.  Lorenzo,  napolitano. 

1680 

1562 

Bernini  Pietro,  da  Sesto,  toscano. 

1629 

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xxviii  Cronologia  degli  Artisti. 

N aititi 

Morir 

1524 

Bologna  Giovanni,  da  Douai. 

1608 

1474 

Bonarruoti  Michelangelo,  fiorentino. 

1564 

1552 

Buon  vicini  Ambrogio,  milanese. 

1622 

1757 

Canova  Antonio,  da  Possagno. 

1822 

1500 

Celimi  Benvenuto,  fiorentino. 

1570 

Cordieri  Niccolò,  lorenese. 

1612 

Donatello,  fiorentino. 

1466 

Egidio,  fiammingo. 

1600  - 

1619 

Fancelli  Iacopo  Antonio,  romano. 

1671 

1610 

Ferrata  Ercole,  daPelsotto. 

1686 

Fiammingo,  ved.  Quesnoy.. 

1602 

Finelli  Giuliano,  da  Carrara. 

1657 

1666 

Gros  (le)  Pietro,  parigino. 

1719 

1628 

Guidi  Domenico,  da  Massa. 

1701 

1740 

Houdon,  parigino. 

1820 

Lorenzo,  detto  il  Lorenzetto,  fiorentino. 

1530 

1576 

Maderno  Stefano,  lombardo. 

1636 

1644 

Mazzuoli  Giuseppe,  da  Volterra. 

1725 

1580 

Mochi  Francesco,  da  Montevarchi. 

1646 

1658 

Monot  Pietro,  da  Besancon. 

1733. 

1614 

Naldini  Paolo,  romano. 

1684 

1551 

Olivieri  Pietro  Paolo,  romano. 

1599 

Porta  (della)  Guglielmo,  milanese. 

1542 

Porta  (della)  Giambattista,  idem. 

1597 

1454 

Pollaiolo  Simone,  fiorentino. 

1509 

1594 

Quesnoy  Francesco,  di  Bruxelles. 

1643 

1624 

Raggi  Antonio,  milanese. 

1686 

1671 

Rossi  (de)  Angelo,  genovese. 

1715 

1658 

Rusconi  Camillo,  milanese. 

1728 

Simone,  fratello  di  Donatello. 

* 1470 

Sansovino,  ved.  Tatti. 

1705 

Slodtz  Michelangelo,  parigino. 

1764 

1477 

Tatti  Giacomo,  da  Sansovino. 

1570 

Theudon  Giovanni,  francese. 

1680 

Vacca  Flaminio,  romano. 

1600 

ARCHITETTI. 

1392 

Alberti  Leon  Battista,  fiorentino. 

* 

1602 

Algardi  Alessandro,  bolognese. 

1654 

1511 

Ammannati  Bartolommeo,  fiorentino. 

1586 

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* Cronologia  degli  Artisti.  xxix 

Naieila  . -Marie 

1507  Barozzi  Giacomo,  da  Tignola.  1573 

1596  Berrettini  Pietro,  da  Cortona.  1669 

1598  Bernini  Gio.  Lorenzo,  napolitano.  1680 

1659  Bibiena  Galli  Ferdinando,  bolognese.  1739 

1599  Borromini  Francesco,  da  Bissone.  1667 

Bramante,  ved.  Lazzari. 

1377  Brunelleschi  Filippo,  fiorentino.  1444 

1474  Bonarruoti  Michelangelo,  fiorentino.  1564 

1681  Canevari  Antonio,  romano.  1737 

1559  Cardi  Luigi,  da  Cingoli.  1613 

1460  Contucci  Andrea,  da  Monte  Sansovino.  1529 

1653  Desgodetz  Antonio,  parigino.  1728 

1634  Fontana  Carlo,  da  Bruciato.  1714 

1543  Fontana  Domenico,  da  Mili.  1607 

1540  Fontana  Giovanni,  idem.  1614 

1699  Fuga  Ferdinando,  fiorentino.  1780 

1300  Gaddi  Taddeo,  idem.  1350 

1691  Galilei  Alessandro,  fiorentino.  1737 

1443  Giamberti  Giuliano,  da  s. Gallo.  1517 

1435  Giocondo  (frà),  veronese. 

Giulio  Romano,  ved.  Pippi. 

1444  Lazzari  Bramante,  urbinate.  1514 

Ligorio  Pirro,  napolitano.  1580 

1559  Lombardi  Carlo,  aretino.  1620 

Longhi  Martino  il  vecchio,  da  Vigiù.  1600 

Longhi  Martino  il  giovane,  milanese.  1656 

1569  Longhi  Onorio,  idem.  1619 

1556  Maderno  Carlo,  da  Bissone.  1629 

1407  Maiano  (da)  Giuliano,  fiorentino.  1477 

1725  Milizia  Francesco,  da  Oria.  1798 

1551  Olivieri  Pietro  Paolo,  romano.  1599 

1518  Palladio  Andrea,  vicentino.  1580 

1481  Peruzzi  Baldassare,  senese.  1536 

Picconi  Antonio,  da  s.  Gallo.  1546 

1420  Pintelli  Baccio,  fiorentino.  1480 

1492  Pippi  Giulio,  Romano.  1546 

1454  Pollaiolo  Simone,  fiorentino.  1509 

1555  Ponzio  Flaminio,  lombardo.  1610 

1539  Porta  (della)  Giacomo,  romano.  1604 

1708  Posi  Paolo,  senese.  1776 

1642  Pozzi  Andrea,  da  Trento.  1709 


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xxx  Cronologia  degli  Artisti.  • 

Nascila  ■ < Borie 

1611  Rainaldi  Carlo,  romano.  1691 

1570  Rainaldi  Girolamo,  idem.  1655 

1410  Rossellini  Barnardo,  fiorentino.  1460 

1616  Rossi  (de)  Gio.  Antonio,  romano.  1695 

1637  Rossi  (de)  Mattia^  idem.  1695 

1699  Salvi  Niccolò,  idem.  1751 

Sangallo  il  vecchio,  ved.  Giamberti. 

Sangallo  Antonio,  ved.  Picconi. 

Sansovino,  ved.  Tatti. 

1484  Sanmicheli  Michele,  veronese.  1559 

1483  Sanzio  Raffaele,  da  Urbino.  , 1520 

1552  Scamozzi  Vincenzo,  vicentino.  1616 

Serbo  Sebastiano,  bolognese.  1552 

1581  Sorta  Giambattista,  romano.  1651 

1479  Tatti  Giacomo,  toscano.  1570 

1700  Vanvitelli  Luigi,  idem.  1773 

Vignola,  ved.  Barozzi. 

1443  Vinci  (da)  Leonardo,  toscano.  1519 

Volterra  (da)  Francesco,  idem.  1588 


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INDICAZIONE 


XXXI 


dilli:  (eremohii;  ecclesiastiche 

CHE  HANNO  LUOGO  NELLE  CAPPELLE  PONTIFICIE 
E NELLE  PRINCIPALI  CHIESE  DI  ROMA. 


GENNAIO. 

1.  Circoncisione.  La  mattina,  alle  10,  cappella  papale  in  uno 

dei  palazzi  apostolici  (1) , alla  quale  assistono  il  papa,  i 
cardinali  e tutta  la  corte  pontificia  (*). 

5.  Alle  3 pomeridiane,  vespri  papali  in  uno  dei  palazzi  suin- 

dicati (*). 

6.  Epifania.  La  mattina,  alle  10,  cappella  papale  come  sopra  (*). 

Alle  4,  processione  solenne  nella  chiesa  di  Ar acali. 

17 . Festa  di  s.  Antonio  abbate  alla  sua  chiesa  presso  s.  Maria 

Maggiore,  ove  si  conducono  i -cavalli  per  essere  benedetti. 

18.  La  cattedra  di  s.  Pietro.  Cappella  papale  nella  chiesa  di  san 

Pietro  in  Vaticano,  alle  ore  10. 

FEBBRAIO. 

2.  La  purificazione.  Festa  votiva  di  Roma  in  ringraziamento  di 

essere  stata  salvata  dal  terribile  terremuoto  del  1703.  Alle 
ore  9,  cappella  papale  nella  basilica  Vaticana,  ove  ha  luo- 
go la  benedizione  e la  distribuzione  delle  candele. 

Il  primo  giorno  di  quaresima,  ossia  il  di  delle  Ceneri,  cappella 
papale  in  uno  dei  palazzi  apostolici  (’) , ove  si  benedicono 
e si  distribuiscono  le  ceneri;  e durante  la  quaresima,  v'è 
cappella  papale  tutte  le  domeniche  (*). 

MARZO. 

7.  Cappella  cardinalizia  nella  chiesa  di  s.  Maria  sopra  Minerva, 

per  la  festa  di  s.  Tommaso  d’ Aquino. 

(1)  Tutte  le  funzioni  segnate  con  quest' Asterisco  (*)  hanno  luogo  in  quello  dei 
due  palazzi  Apostolici,  in  cui  risiede  il  papa  in  quel  tempo:  nel  palazzo  del  Vati- 
cano si  fanno  nella  cappella  Sistina,  e nel  palazzo  del  Quirinale  nella  cappella 
Paolina,  e sempre  ri  assistono  il  papa,  i cardinali,  e lo  corte  pontificia. 

B* 


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XXXII 


Cermonie  Ecclesiastiche. 


9.  Cappella  cardinalizia  nella  chiesa  di  b. Francesca  Romana, 
presso  l’arco  di  Tito,  per  la  festa  di  essa  santa. 

25.  L’ Annunciazione  di  Maria  Vergine.  Cappella  papale  in  san- 
ta Maria  sopra  Minerva. 

SETTIMANA  SANTA. 

La  Domenica  delle  Palme . alle  ore  8,  cappella  papale  in  s.  Pie- 
tro in  Vaticano,  o in  uno  dei  palazzi  apostolici:  il  papa 
benedice  e distribuisce  le  palme. 

Il  Mercoledì  Santo,  circa  le  ore  5 pomeridiane,  ufficio  solenne  e 
Miserere  nel  palazzo  apostolico  al  V aticano,  al  quale  as- 
siste il  papa  con  i cardinali. 

Il  Giovedì  Vanto,  nella  Sistina,  alle  ore  9,  cappella  papale:  dipoi, 
il  papa  va  a deporre  il  santissimo  Sacramento  nella  conti- 
gua cappella  Paolina,  comparte  la  benedizione  al  popolo 
dalla  gran  loggia  della  basilica  Vaticana,  e nella  medesima 
basilica  lava  i piedi  a 13  poveri  sacerdoti,  di  differenti  na- 
zioni, ai  quali  poi  serve  in  tavola  nel  loggiato  della  fac- 
ciata della  basilica  stessa.  Circa  le  ore  5 pom., nella  cap- 
pella Sistina,  ufficio*  e Miserere  come  nel  giorno  prece- 
dente. Al  tramontare  del  sole  si  lava  l’altare  papale  nella 
basilica  Vaticana. 

Il  Venerdì  Santo  la  funzione  si  fa  alle  9,  pure  nella  cappella 
Sistina,  e vi  assiste  il  papa  con  i cardinali.  Alle  ore  5 po- 
meridiane v’  è l’ ufficio  ed  il  Miserere  come  nei  giorni  pre- 
cedenti. Un’ora  dopo  il  mezzogiorno,  in  molte  chiese  ed 
oratori  si  pratica  il  pio  esercizio,  detto  delle  tre  ore  di 
agonia,  in  commemorazione  dei  patimenti  sofferti  da  Gesù 
Cristo  sulla  croce. 

Il  Sabato  Santo,  cappella  papale  in  uno  dei  palazzi  apostolici  (*). 
In  s.  Giovanni  in  Luterano  si  battezzano  gli  ebrei  e i tur- 
chi convertiti  alla  fede  cattolica,  ed  il  eardinalVicario  con- 
ferisce gli  ordini  sacri  a quelli  che  hanno  scelto  abbrac- 
ciare lo  stato  ecclesiastico.  Circa  le  ore  4 pomeridiane, 
Messa  solenne  in  rito  armeno  nella  chiesa  di  s.  Biagio  a 
strada  Giulia,  oppure  in  quella  della  Madonna  de’ Mira- 
coli sulla  piazza  del  popolo.  Nel  medesimo  giorno  si  be- 
nedicono le  case. 

Il  (fior no  di  Pasqua,  alle  9,  il  papa  canta  messa  nella  basilica 
Vaticana,  ed  a mezzogiorno,  dalla  gran  loggia  della  fac- 
ciata, dà  la  benedizione  al  popolo  (1). 

(1)  La  tera  del  medesimo  giorno,  a un’ora  dopo  l’Avf  Maria,  v'è  rillumina- 


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Cermonie  Ecclesiastiche. 


XJtXlIl 


II  lunedì,  martedì  e domenica  susseguente,  v’  è cappella  papale 
in  uno  dei  palazzi  apostolici  (*). 

APRILE. 

25.  Festa  di  s.  Marco  Evangelista  alla  sua  chiesa  presso  il  pa- 

lazzo di  Venezia.  La  mattina,  alle  8,  parte  da  questo  chiesa 
una  processione  composta  di  tutto  il  clero  di  Roma,  e por- 
tasi alla  basilica  Vaticana  per  implorare  da  Dio  il  perdono 
dei  peccati:  chiamasi  delle  Litanie  Maggiori. 

MAGGIO. 

2.  Festa  di  s.  Atanasio , vescovo  d’  Alessandria  e dottore  di 
s.  chiesa.  Messa  in  rito  greco  nella  chiesa  di  s.  Atanasio 
al  Babuino. 

26.  Festa  di  s.  Filippo  Veri.  Cappella  papale  in  s.  Maria  in  Val- 

licella,  detta  la  Chiesa  Nuova. 

Il  giorno  dell’ Ascensione , cappella  papale  in  s.  Giovanni  in  Lu- 
terano, ed  il  papa  dopo  di  avere  assistito  alla  messa,  dalla 
gran  loggia  della  stessa  basilica  comparte  la  benedizione 
al  popolo. 

Il  giorno  della  Pentecoste,  alle  ore  10,  cappella  papale  in  uno  dei 
palazzi  apostolici  (*). 

Il  giorno  del  Corpus  Domini,  verso  le  ore  8 incomincia  la  gran 
processione  del  santissimo  Sacramento,  composta  di  tutto 
il  clero  di  Roma  regolare  e secolare,  e nella  quale  il  papa, 
portato  su  d’ una  macchina  apposita , sta  genuflesso  ado- 
rando il  Santissimo  che  ha  innanzi.  In  questo  giorno  , e 
negli  otto  giorni  susseguenti,  vi  sono  delle  processioni  in 
molte  parti  della  città,  fra  le  quali  si  distinguono  quella  a s. 
Giovanni  in  Laterano,  che  ha  luogo  nella  domenica  succes- 
siva dopo  il  vespro , alla  quale  interviene  talune  volte  il 
papa,  e quella  a s.  Pietro  in  Vaticano,  nell’ ottava,  ossia  il 
giovedì  seguente , a cui,  tutti  gli  anni,  prende  parte  il  som- 
mo pontefice  coi  cardinali. 

rione  della  cupola  di  •.  Pietro  in  Vaticano,  e nel  giorno  seguente,  all' ora  suddetta, 
ha  luogo  un  fuoco  artificiale,  detto  la  Girandola. 

Quello  che  rende  veramente  singolare  questo  maraviglioso  fuoco  d*  artifizio,  in- 
ventato da  Michelangelo  per  eseguirsi  al  castel  s.  Angelo,  ove  appunto  si  soleva  in- 
cendiare nei  tempi  decorsi,  cioè  sino  al  1849,  sono  le  due  imponenti  scappate  di 
4500  razzi  ognuna,  che  partono  tutti  ad  una  volta,  presentando  uno  spettacolo  unico 
al  certo  in  simil  genere,  e che  dà  un'idea  delle  tremende  eruzioni  del  Vesuvio  e 
dell  ’ Etna. 


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xxxiv  Ceremonie  Ecclesiastiche. 

GIUGNO. 

24.  Festa  di  s.  Giovanni  Battista.  Alle  ore  10,  cappella  papale  in 
s.  Giovanni  in  Laterano. 

28.  Vigilia  della  festa  degli  apostoli  Pietro  e Paolo.  Alle  6 pome- 

ridiane, vespri  solenni  papali  in  s.  Pietro  in  Vaticano. 

Dalle  5 alle  7 ‘/*  pomeridiane  è illuminato  il  sotterraneo 
della  Basilica;  ma  soltanto  agli  uomini  è permesso  l’in- 
gresso (1). 

29.  Festa  dei  ss.  Pietro  e Paolo.  Il  papa  canta  messa  in  s.  Pietro 

in  Vaticano.  Vespri  cardinalizi  nella  stessa  chiesa. 

Anche  in  questo  giorno  è permesso  agli  uomini  di  visi- 
tare il  sotterraneo  della  Basilica,  ed  a tale  oggetto  è aperto 
dalle  6 alle  11  antimerid.,  e dalle  5 alle  7 pomerid.  (2). 

LUGLIO. 

14.  Cappella  cardinalizia  nella  chiesa  de’  ss.  apostoli,  in  onore  di 

s.  Bonaventura. 

31.  Gran  festa  nella  chiesa  del  Gesù,  in  onore  di  sant’  Ignazio. 

AGOSTO. 

1.  Festa  di  s.  Pietro  in  Vincoli.  Nella  chiesa  di  questo  nome  sul- 
l’Esquilino,  si  espongono  alla  venerazione  de’  fedeli  le  ca- 
tene di  s.  Pietro  che  ivi  conservansi,  e vi  restano  esposte 
per  otto  giorni. 

15.  L’Assunzione.  Cappella  papale  in  s.  Maria  Maggiore , ed  il 

papa,  dopo  la  messa,  comparte  la  benedizione  al  popolo 
dalla  gran  loggia  della  stessa  basilica. 

SETTEMBRE. 

8.  La  Natività  della  Madonna.  Cappella  papale  nella  chiesa  di 
s.  Maria  del  Popolo. 

14.  L’esaltazione  della  croce.  Cappella  cardinalizia  in  s.  Marcello. 

(1)  La  «era  del  medesimo  giorno,  a un’  ora  dopo  l’Ave  Maria , v’  è l' illumina- 
zione della  cupola,  e nel  giorno  seguente,  parimenti  alla  «tessa  ora,  viene  incendia- 
ta la  Girandola , del  qual  fuoco  artificiale  ai  fece  parola  in  nota  alla  pagina  pre- 
cedente. 

(2)  La  domenica  dopo  la  festa  de’  ss.  Pietro  e Paolo,  il  sotterraneo  è aperto  nelle 
ore  suindicate;  ma  alle  sole  donne  si  permette  l' ingresso. 


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Cerimonie  Ecclesiastiche. 


xxxv 


29.  S.  Michele.  Festa  solenne  nella  sua  chiesa  a Ripa  Grande. 
In  questo  giorno,  nell’  annesso  Ospizio  Apostolico  v’  è l’e- 
sposizione degli  oggetti  di  belle  arti, -e  delle  manifatture 
ivi  eseguite. 

NOVEMBRE. 

1.  Festa  di  tutti  i Santi.  Alle  ore  10,  cappella  papale  in  uno  dei 

palazzi  apostolici  (*).  Alle  3 pomerid.,  ufficio  de’  morti  nel 
medesimo  , palazzo , e vi  assiste  il  papa  con  i cardinali  (*). 

2.  Cappella  papale  come  sopra,  pe’  fedeli  defonti.  — Il  gior- 

no 3 v’  è pure  cappella  papale  per  i papi  defonti.  — Il  gior- 
no 5 v’ è pe’  cardinali. 

Durante  l’ ottava  della  commemorazione  de’  defonti,  sono  aperti 
i cimiteri  alla  pietà  de’  fedeli , ove  accorrono  in  folla.  Nei 
cimiteri  annessi  alla  chiesa,  detta  della  Morte , ed  a quello 
di  s.  Maria  in  Trastevere,  come  ancora  nei  cimiteri  attinenti 
agli  ospedali  di  s.  Spirito  , e di  s.  Giovanni  in  Laterano  si 
rappresentano , con  figure  lavorate  in  cera,  dei  fatti  della 
storia  sacra,  o della  storia  ecclesiastica. 

4.  S.  Carlo  Borromeo  .Verso  le  10  antimeridiane,  cappella  papa- 
le nella  chiesa  di  s.  Carlo  al  Corso,  ove  il  Santo  Padre  si 
reca  in  gran  pompa. 

29.  Cappella  papale  in  uno  dei  palazzi  apostolici  (*),  pel  riposo 
dell’anima  dell’ultimo  pontefice  defon to. 

DECEMBRE. 

La  prima  domenica  dell’Avvento,  alle  ore  10,  cappella  papale 
nel  palazzo  al  Vaticano;  indi  il  papa  porta  in  processione 
il  ss.  Sacramento,  e l’espone  nella  cappella  Paolina  illumi- 
nata sontuosamente  a cera. 

Durante  l’Avvento , ogni  domenica  v’  è cappella  papale  in  uno 
dei  palazzi  apostolici  (*). 

8.  Concezione  di  Maria  Vergine.  Cappella  papale  in  uno  degli 
accennati  palazzi  (*).  Festa  solenne  in  Ar acali , ed  alle  3 
pomeridiane  processione,  che  esce  dalla  chiesa,  e traversa 
una  parte  del  Foro  Romano. 

24  Vigilia  di  Natale.  Vespri  papali  in  uno  dei  palazzi  aposto- 
lici (*):  alle  8 della  sera,  cappella  papale  nel  palazzo  me- 
desimo, ed  il  papa  benedice  il  cappello  e lo  stocco,  che 
manda  poi  in  dono  a qualche  sqvrano  cattolico. 

25.  Natale.  Alle  3 della  mattina,  messa  solenne  in  s.  Maria  Mag- 
giore, e vi  si  espone  la  culla  di  Gesù  Bambino  sull’ aitar 


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xxxvi  C eretti  onte  Ecclesiastiche. 

maggiore,  ove  resta  per  tutto  il  giorno.  Alle  10  il  papa 
canta  messa,  in  s.  Pietro  in  Vaticano. 

Da  questo  giorno  «ino  al  dì  dell’Epifania,  in  alcune  chiese  vedesi 
rappresentata  la  Nascita  di  Gesù  Cristo:  di  tali  rappresen- 
tazioni, quelle  più  rimarchevoli  sono,  nella  chiesa  di  Ara- 
cali,  ed  in  quella  di  s. Francesco  a Ripa  Grande. 

26.  Alle  ore  10,  cappella  papale  in  uno  dei  palazzi  apostolici,  in 

onore  di  s.  Stefano  (*). 

27.  Cappella  come  sopra,  in  onore  di  s.  Gio.  Evangelista  (*). 

31 . Vespri  solenni  in  uno  dei  palazzi  apostolici  (*).  Circa  le  4 po- 
meridiane si  canta  il  solenne  Te  Deum  nella  chiesa  del  Ge- 
sù, al  quale  assistono,  il  papa,  i cardinali,  ed  i magistrati 
di  Roma. 


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TAVOLA 


IIXVII 


DELLE  MISURE  E PESI 

CHS  SONO  IN  USO  IN  ROMA,  RAGGUAGLIATI  COL  SISTEMA  METRICO. 


MISURE  LINEARI  O DI  LUNGHEZZA. 

misure  architettoniche.  — La  canna  architettonica  si  divi- 
de in  palmi  10,  il  palmo  in  once  12,  l’oncia  in  minuti  5.  — La 
canna  architettonica  equivale  a metri 2,  millimetri  234. 

misure  mercantili  . — La  canna  mercantile,  la  quale  serve 
per  il  commercio  di  panni,  tele,  stoffe,  ecc.,  si  divide  in  palmi  8, 
il  palmo  dividesi  in  due  mezzi  palmi,  in  terzi,  ed  in  quarti.  — La 
canna  mercantile  equivale  a metro  1,  centimetri  99. 

misure  agrimensorie. — La  catena  d’agrimensore  dividesi 
in  10  staioli.  Ogni  staiolo  corrisponde  a palmi  5 e tre  quarti 
della  canna  architettonica.  — La  catena  agrimensoria  equivale 
a metri  12,  millimetri  846. 

misure  itinerarie.  — Il  miglio  moderno  romano  viene  for- 
mato da  1000  passi  geometrici,  ciascuno  de’quali  dividesi  in  5 pie- 
di: il  piede  è uguale  a palmi  architettonici  1 ed  un  terzo,  ed  es- 
sendo il  passo  geometrico  composto  di  palmi  6 e due  terzi,  il  mi- 
glio corrisponde  a canne  architettoniche  666  e due  terzi.  — Il 
miglio  moderno  romano  equivale  a metri , 1489  mi  II.  478.  — Il 
pano  geometrico  equivale  a metro  1,  millimetri  489. 

MISURE  QUADRATE  O DI  SUPERFICIE. 

misure  architettoniche.  — La  canna  architettonica  qua- 
drata si  divide  in  100  palmi  quadrati,  il  palmo  in  144  once  qua- 
drate, e l’ oncia  in  25  minuti  quadrati.  — La  canna  architetto- 
nica quadrata  equivale  a metri  quadrati 4,  millimetri  992.  —Il 
palmo  equivale  a decimetri  quadrati  4,  millimetri  992. 

misure  agrarie.  — Dallo  staiolo  quadrato  nascono  due  mi- 
sure di  campagna,  cioè  la  pezza  ed  il  nibbio. 

La  pezza  serve  di  unità  di  misura  ne’  terreni  chiusi,  come  vi- 
gne, giardini,  orti  ecc.  Il  nibbio  è l’unità  di  misura  per  le  gran- 
di superficie,  e pei  terreni  aperti,  come  prati,  seminativi  ecc.,  e 
corrisponde  a 112  catene  agrimensorie  quadrate. 

B** 


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XXXVIII 


Misure  e Pesi. 


La  pezza  di  terreno  è composta  di  4 quarte,  la  quarta  di  40 
ordini,  e l’ordine  di  10  staioli.  — La  pezza  di  terreno  equivale  ad 
are  26,  centiare  40.  — L'ordine  equivale  a centiare  16. 

Il  rubbio  di  terreno  corrisponde  a 7 delle  dette  pezze:  è com- 
posto di  4 quarte,  la  quarta  di  4 scorzi,  lo  scorzo  di  4 quartucci, 
e il  quartuccio  di  175  staioli. — Il  rubino  di  terreno  equivale  ad- 
are 184,  centiare  84. — Lo  scorzo  equivale  ad  are  11,  centiare  55. 

MISURE  CUBICHE  E DI  CAPACITA’. 

Il  barile  da  vino,  che  serve  ancora  per  la  misura  de’ liquori 
ecc.,  si  divide  in  32  boccali;  il  boccale  in  4 fogliette:  dividesi 
pure  in  due  mezzi  barili,  ed  in  quattro  quarti,  detti  quartaroli. 
Il  boccale  si  suddivide  in  due  mezzi,  e la  foglietta' in  due  mezze 
fogliette.  — Sedici  barili  formano  una  botte. — Il  barile  da  vino 
equivale  a decalitri  5,  litri  8,  decilitri 3.  — Il  boccale  equivale 
a lit.  1,  decil.  8. 

Il  barile  da  olio  si  divide  in  due  mezzi  barili,  oppure  in  28  boc- 
cali, il  boccale  in  4 fogliette,  e la  foglietta  in  4 quartucce.  — Il 
barile  da  olio  equivale  a decalitri  5,  litri  1,  decàlitri  4.  — Il 
boccale  equivale  a litri  2. 

MISURE  DEGEI  ARIDI. 

Il  rubbio  da  grano  si  forma  da  640  libbre.  Si  divide  in  4 quar- 
te, ovvero  in  22  scorzi.  Lo  scorzo  dividesi  in  due  mezzi  scorzi, 
ciascuno  dei  quali  in  due  quartucci,  e questi  in  due  mezzi  quar- 
tucci.— Il  rubbio  da  grano  equivale  ad  ectolitri2,  decalitri 9. — 
Lo  scorzo  equivale  a decalitri  1. 

RAGGUAGLIO  DE  PESI. 

La  libbra  che  si  usa  in  commercio,  si  compone  di  6912  grani. 
Si  divide  in  12  once,  l’oncia  in  24  denari,  il  denaro  in  24  grani. 
Dieci  libbre  formano  una  decina. 

La  libbra  medicinale  é pure  di  6912  grani,  e divisa  in  12  on- 
ce. L’oncia  però  dividesi  in  8 dramme,  la  dramma  in  3 scrupoli, 
lo  scrupolo  in  24  grani,  ed  il  grano  in  24  parti,  dette  ventiquat- 
tresimi  di  grano.  — La  libbra  equivale  ad  ectogranmi  3,  deca- 
grammi 3,  grammi  9,  decigrammi  0,  centigrammi  7,  milligram- 
mi 1 . — La  decina  equivale  a chilogrammi  3,  ectogrammi  3, 
deca.  9,  gram.  0,  decig.  7,  cent.  1,  miti.  8. 


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XXXIX 


INDICAZIONI  PRELIMINARI 


Regolamento  snt  Passaporti. 

• 

Chiunque  giunge  ai  confini  dello  stato  pontificio,  e che  esibisce 
un  passaporto  munito  della  vidimazione  dell’ autorità  pontificia 
all’estero,  ottiene  il  risto  entrare  senza  il  pagamento  di  alcuna 
tassa.  — Al  ritiro  del  passaporto  si  consegna  un  riscontrino , e 
con  questo  ognuno  riprende  il  proprio  passaporto,  o durante  la 
corsa  sulla  ferrovia,  oppure  all’  arrivo  in  Róma.  Frattanto  col 
mezzo  del  suddetto  visto,  il  viaggiatore  può  andare  liberamente 
in  qualsivoglia  parte  dello  stato  pontificio,  e viaggiare  a suo 
piacere  sopra  tutte  le  ferrovie  romane. — Il  viaggiatore  che  vuole 
lasciare  Roma,  dopo  aver  preso  il  visto  del  suo  passaporto  dal- 
1’  Ambasciatore  o Console  della  nazione  cui  appartiene , deve 
presentarsi  alla  direzione  generale  di  polizia,  e da  questa  ritira 
il  visto  di  partenza,  previo  il  pagamento  di  lire  cinque,  o di  due 
e mezza,  secondo  la  propria  condizione. — Tornando  ad  uscire 
dallo  stato  si  ottiene  al  confine  il  visto  gratuito. 

» 

Posta  delle  lettere.  — Paiatto  Madama. 

I corrieri  arrivano  e partono  ogni  giorno,  eccetto  la  domeni- 
ca. — Inoltre,  il  giovedì  e la  domenica,  la  posta  spedisce  le  let- 
tere anche  pei  battelli  a vapore  francesi,  che  partono  da  Civita- 
vecchia direttamente  per  Marsiglia. 

Gli  uffici  per  la  distribuzione  ed  il  ricevimento  delle  lettere, 
si  aprono  tutti  i giorni  alle  ore  9 del  mattino,  e rimangono  aperti 
fino  alle  ore  5 pomeridiane,  eccettuata  soltanto  la  domenica  in 
cui  si  chiudono  alle  11  antimeridiane. 

Quanto  all’  affrancamento  delle  lettere  ci  limiteremo  a dire, 
che  non  è obbligatorio  affatto  per  l’intero  stato  pontificio,  nè  per 
diversi  altri  stati. 

Banchieri. 

N.  B.  Non  indicheremo  che  i principali,  ed  altrettanto  pra- 
ticheremo per  tutte  le  altre  professioni. 

Spada,  Flamini  e C.°  — Via  de'  Condotti,  N°  20. 

Freebom  e C.° — Via  de'  Condotti,  N°  11. 


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XL 


Indicazioni  Preliminari. 


Plowden  Cholmely  e C.1  — Piazza  di  Sciar ra,  N°  234. 

Macbean  e C.°  — Corso.  N°  318. 

Pakenham  Hooker  e C.1  — Piazza  di  Spagna,  N°  20. 

Guerini.  — Via  della  Colonna,  N#  22. 

Marignoli  e Tomassini.  — Corso,  N°  374. 

Calle. 

di  Roma — Piazza  dis.  Carlo  al  Corso,  N°  119  a 121. 

Greco  — Via  de'  Condotti  N°  86:  luogo  di  appuntamento  degli 
artisti.  È qui  che  gli  artisti  stranieri  si  fanno  indirizzare 
ordinariamentè  le  loro  lettere, 
delle  Convertite  — Corso,  N1  179  A,  e 179  B. 
sulla  Piazza  di  Pietra,  N°  62. 

» Piazza  di  s.Luitji  de'  Francesi,  N°  28. 
di  Venezia — Piazza  di  Venezia,  N°  131  a 133. 

Viveri. 


Tutti  i generi  commestibili  abbondano  in  Roma  e sono  di  qua- 
lità eccellente:  le  famiglie  che  alloggiano  in  appartamenti  mo- 
biliati, possono  ordinare  i loro  pranzi  presso: 

Bédau  Via  della  Croce,  N°  81. 

Dufour  » della  Mercede,  N‘  19  e 20. 

Rock  Piazza  di  Spagna,  N°  27. 

Nazzarri  » » N“  81  a 83. 

Spillmann  Via  de'  Condotti,  N“  10. 

Gli  ultimi  due  servono  nelle  case  rinfreschi  per  balli  e serate, 
fornendo  la  biancheria,  l’argenteria,  i cristalli  e le  porcellane 
che  possono  occorrere:  essi  affittano  anche  belli  saloni  per  pranzi 
particolari. 

Locande. 


Costanzi 
di  Roma 

delle  Isole  Britanniche 
di  Russia 

di  America  e grande  Brettagna 

di  Londra 

di  Europa 

di  Alemagna 

Cesaij 


Via  di  s. Niccolò  da  Tolentino. 
Piazza  dì  s.  Carlo  al  Corso. 
Piazza  del  Popolo. 

Via  del  Babuino. 

9 9 

Piazza  di  Spagna. 

» 9 

Via  de'  Condotti. 

Via  di  Pietra. 


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In dicazioni  Preliminari. 


XI. f 


della  Minerva  Piazza  iella  Minerva. 

d'Inghilterra  Via  di  Bocca  di  Leone , Piazza 

Tor  Ionia. 

Quelle  famiglie  che  vogliono  rimanere  per  alquanto  tempo 
in  Roma,  possono  trovare  facilmente  camere  ed  appartamenti 
mobiliati  da  prendere  ad  affitto  in  tutte  le  parti  centrali  della 
città,  e particolarmente  in  piazza  di  Spagna,  in  via  del  Babui- 
no,  lungo  il  Corso,  e quasi  in  tutte  le  strade  che  fanno  capo  alla 
piazza  ed  alle  vie  suddette,  come  pure  sulla  piazza  della  Tri- 
nità de’  Monti,  sulla  pazza  Barberini,  e nelle  strade  principali 
che  sboccano  su  di  esse  piazze. 

Trattorie. 

del  Lepre.  — Via  de' Condotti,  N°  81 . — Ivi  si  mangia  a prezzi  di 
lista,  assai  moder  ti:  questa  trattoria  è frequentata  dagli 
artisti. 

del  Falcone.  — Piazza  di  s.  Eustachio,  Ts’°  58 , non  lontano  dal 
Pantheon:  ivi  si  cucina  all'uso  romano, 
delle  Colonne.  — Piazza  di  s.  Carlo  al  Corso,  N°  116  a 118. 
Bédau.  — Via  della  Croce,  M°81 . 


Borioni 

Pannarle. 

Via  del  Babuino,  N°  98. 

Cavetti 

Piazza  di  s.  Lorenzo  in  Lucina,  N°  34. 

Cesanelli 

Macel  de’  Corvi,  N°  87 . 

Oicconi 

Via  di  Pacione.  N°  28. 

I .angeli 

Piazza  di  s.  Pantaleo. 

.Volpi- 

Via  Savelli,  N°  10. 

Di  Apollo, 

• Teatri. 

ossia  di  Tordinona  Via  di  Tordmona . 

Argentina 

Via  di  Torre  Argentina. 

Capranica 

Piazza  Capranica. 

Valle 

Via  del  Teatro  Valle : 

Metastasio 

Via  di  Pallacorda. 

Le  rappresentazioni  teatrali  cominciano,  d’ ordinario,  due  ore 
e mezza  dopo  il  tramontar  del  sole:  il  prezzo  di  entrata  varia 
secondo  la  specie  dello  spettacolo,  e secondo  il  merito  degli 
artisti. 


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XLII 


In  dicaz  ion  i P rei  ir»  in  ari. 


Musei. 

Museo  del  Laterano.  — Si  può  vedere  tutti  i giorni,  dalle  ore  10 
alle  3,  eccetto  le  feste. 

della  Villa  Borghese. — Si  può  vedere  il  sabato,  purché 

non  sia  giorno  festivo.  Dal  1° novembre  a tutto  apri- 
le, da  un’  ora  dopo  mezzo  giorno  fino  a mezz'  ora  pri- 
ma del  tramontare  del  sole.  Dal  1°  maggio  fino  a 
tutto  luglio , e dal  1°  di  settembre  a tutto  ottobre , 
viene  esso  aperto  tre  ore  e mezza  prima  del  tramonto, 
e rimane  visibile  per  lo  spazio  di  3 ore  (nel  mese  di 
agosto  è sempre  chiuso).  — Nel  medesimo  tempo  è an- 
che aperta  la  Galleria  dei  quadri. 

della  Villa  già  Albani.  — Non  si  può  vedere  se  non  che 

con  un  permesso  speciale,  che  si  accorda  a chiunque 

10  domandi. 

della  Villa  Ludovisi.  — Idem. 

del  Campidoglio.  — Viene  aperto  al  pubblico  il  lunedi  ed 

11  giovedì,  purché  non  siano  giorni  festivi,  alle  ore  5 
prima  del  tramonto  del  sole,  e rimane  aperto  per  lo 
spazio  di  4 ore. — Nel  medesimo  tempo  sono  aperte  al 
pubblico  la  Galleria  dei  quadri  e la  Protomoteca , 
ambedue  poste  nel  palazzo  de'  Conservatori,  che  ri- 
mane incontro  al  Museo. 

— — del  Vaticano. — Esso  è aperto  al  pubblico,  meno  la  gal- 
leria Etrusca,  dal  mezzodì  alle  ore  3,  nei  soli  giorni 
di  lunedì,  qualora  non  sia  festa. — Si  possono  vedere 
al  tempo  stesso  le  Camere  e le  Logge  di  Raffaello, 
come  ancora  gli  arazzi  dello  stesso  artista.—//  gio-, 
vedi  santo  poi  rimane  aperto  al  pubblico  dalle  ore  9 
antimeridiane,  fino  ad  una  mezz'  ora  prima  del  tra- 
montare del  sole. 

Il  museo  Vaticano,  come  pure  il  Capitolino  possono  essere 
veduti  anche  in  altri  giorni , salvo  le  feste,  coll’  assistenza  dei 
custodi,  i quali,  al  Vaticano  si  trovano  dalle  ore  9 alle  3;  al  Cam- 
pidoglio, dalle  ore  8,  ad  un’  ora  prima  del  tramontare  del  sole. . 

N.  B.  I ministri,  o i respettivi  consoli  indicano  ai  forestieri 
il  modo  di  procurarsi  i permessi  dei  quali  parlammo , come  pure 
quelli  che  bisognano  per  visitare  la  galleria  Etrusca,  il  giar- 
dino al  Vaticano,  ecc. 


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In  dicazion  i Prelim  in  ari. 


XLIU 


(■allerte  di  quadri,  o dipinte  a fresco, 

coll’  indicazione  de’  respettivi  luoghi 
E DEI  GIORNI  ED  ORE  NELLE  QUALI  SI  POSSONO  VEDERE. 

N.  B.  Quelle  che  saranno  contrassegnate  coll  asterisco  * , 

possono  essere  vedute  in  tutti  i giorni,  eccettuati  i festivi. 

Galleria ‘dell’ Accademia , detta  di  san  Luca. — Via  Bonella, 
N°  44,  vicino  alla  chiesa  di  s.Luca  al  Foro  Roma- 
no.— Dalle  ore  9 alle  3. 

'Barberini. — Via  delle  Quattro  Fontane.  Il  lunedì,  il 

. martedì  ed  il  mercoledì,  dal  mezzo  giorno  alle  5:  il 

giovedì,  dalle  ore  2 alle  5 pomeridiane;  il  venerdì  ed 

11  sabbato,  dalle  10  alle  5. 

Borghese.  — Palazzo  Borghese.  — Dalle  ore  9 alle  3, 

eccettuati  i sabati  ed  i giorni  festivi. 

Chigi.  — Corso,  N°  371. 

'Colonna.  — Piazza  de'  ss.  Apostoli,  N°  06.  — Dalle 

ore  11  alle  3. 

Corsini , Via  della  Lungara , N°  10.  — Il  lunedì , il 

giovedì  ed  il  sabato,  come  ancora  il  primo  ed  il  de- 
cimoquinto  giorno  di  ogni  mese,  dalle  ore  9 antime- 
ridiane alle  3.  Inoltre , dalla  domenica  delle  Palme 
fino  alla  domenica  in  Albis , è visibile  ogni  giorno 
nelle  ore  suddette. 

Doria.  — Al  Corso,  N°  305.  — Il  martedì  ed  il  vener- 
dì, dalle  ore  10  alle  2,  purché  non  sia  giorno  festivo. 

. Farnese  (dipinta  a fresco) . — Palazzo  Farnese. 

della  Farnesina  (dipinta  a fresco).  — Via  della  Lun- 
gara, incontro  al  palazzo  Corsini.  — Il  primo  ed  il 
decimoquinto  giorno  di  ogni  mese  dalle  ore  8 alle 

12  del  mattino. 

Rospigliosi.  — Piazza  del  Quirinale,  ossia  di  Monte- 

cavallo  , N°  65.  — Il  mercoledì  ed  il  sabato , dalle 
ore  10  alle  3. — Nella  settimana  santa,  e nella  sus- 
seguente si  può  vedere  tutti  i giorni. — Questa  Gal- 
leria è in  ispecie  rimarchevole  pel  celebre  affresco 
di  Guido  Reni,  rappresentante  l' Aurora. 

Sciarra. — Sul  Corso,  N°  239. — Il  sabato  dalle  ore  9 al- 
le 3,  qualora  la  Principessa  proprietaria  sia  in  Roma. 


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xuv*  Indicazioni  Preliminari. 

Spada. — Palazzo  Spada,  vicino  alla  piazza  Farnese. — 

Il  lunedi,  il  mercoledì  ed  il  sabato,  dalle  ore  10  alle 
3,  purché  non  siano  giorni  festivi. 

del  Vaticano.  — Tutti  i giorni , meno  le  feste  ed  i lu- 
nedì, dalle  ore  9 alle .2  e mezza. 

N.  B.  In  quanto  alla  galleria  Capitolina  ed  augurila  della 
villa  Borghese,  si  veggano  le  indicazioni  dei  Musei. 

Vetture  pel  contorni  di  Roma. 

Per  Albano. — Via  di  s.  Claudio,  N°  94.  — Via  de'  Barbieri, 
N*  1 A. — Vìa  delle  Botteghe  Oscure,  N°  44. 

Per  Frascati.  — Via  di  s.  Marco,  N#  10.  * 

Per  Tivoli.  — Piazza  di  Monte  Citorio.  N°  124. 

N.  B.  Tutte  le  sopraindicate  vetture  prendono  i viaggiatori 
nelle  loro  abitazioni,  e partono  pel  loro  destino  ogni  giorno . 

Sonovi  anche  vetture  periodiche  per  Genzano , V elletri , Su- 
bisco, Palestrina,  Paliano,  Genazzano,  ecc. 

Gli  Omnibus  per  recarsi  a s.  Paolo  fuori  le  mura  stazionano, 
in  certe  date  ore  del  giorno,  in  Piazza  di  Venezia.  — Il  prezzo 
dei  posti  è di  6 soldi,  tanto  per  andare,  quanto  per  tornare. 

L’ Agenzia  centrale  delle  Ferrovie  Romane  si  trova 
sulla  piazza  di  Monte  Citorio  N°  129;  e sulla  stessa  piazza,  al 
N°  121,  è l’ufficio  dei  Telegrafi  elettrici. 


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Indicationi  Preliminari. 


XLV 


o 

O i 

TARIFFA  DELLE  VETTURE  DI  PIAZZA 

° . 
o -2 

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P 7 a 

Vetture  a un  cavallo 

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Q -a 

NELL’INTERNO  DELLA  CITTÌ 

Lir. 

Cen. 

Lir. 

Cen. 

Per  una  corsa,  da  una  a due  persone. . 

A) 

80 

1 

n 

Idem,  con  tre  persone 

1 

» 

1 

20 

Per  ogni  ora,  anche  con  tre  persone. . 

1 

70 

2 

20 

FUORI  OELLA  CITTÀ  FINO  A 3 MIGLIA 

Per  ogni  ora,  anche  con  tre  persone. . 

2 

20 

2 

70 

Vetture  a «lue  cavalli 

, NELL’INTERNO  OELLA  CITTÀ 

Per  una  corsa,  fino  a cinque  persone. . 

1 

50 

1 

70 

Per  ogni  ora 

2 

20 

2 

70 

FUORI  DELLA  CITTÀ  FINO  A 3 MIGLIA 

Per  ogni  ora 

2 

70 

3 

20 

OSSERVAZIONI 

1. *  — Allorché  il  servizio  è ad  ora,  il  tempo  decorso  dopo  la' 
prima  ora,  si  calcola  di  quarto  in  quarto. 

2. ”  — Nulla  è giammai  dovuto  al  cocchiere  per  il  sacco  da 
notte,  cappelliera,  ombrello,  ed  altri  piccoli  oggetti;  ma  si  pa- 
gheranno 50  centesimi  per  ogni  collo  di  maggior  peso  o volume. 

3. °  — Rimane  libera  la  contrattazione  delle  Vetture  a due 
cavalli,  da  un’ora  pomeridiana  fino  ad  un’ora  dopo  YAve  Ma- 
ria, negli  otto  giorni  di  Carnevale,  pel  passeggio  al  Corso. 


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ITINERARIO 


D I R 0 M A 


PRIMA  GIORNATA 

DAL  PONTE  MOLLE  AL  CAMPIDOGLIO. 


PONTE  MOLLE. 

"V" enendo  inRoma.per  la  via  diViterbo(/?ff»KW  Toltumnaé),  che 
corrisponde  all’antica  ria  Cassia,  o per  quella  di  Otricoli  ( Ocri - 
rolum),  che  coincide  colla  ria  Flaminia,  si  passa  il  Tevere  a due 
miglia  da  Roma  sul  ponte  detto  oggi  Molle,  e che  altre  volte  si 
chiamò  Molvius1  o Mulvius,  ed  anche  Milrius,  da  cui  derivala 
denominazione  moderna.  Hi  crede  comunemente  che  fosse  co- 
struito da  Emilio  Scauro,esivuol  basare  questa  opinione, dicendo, 
che  Milrius  viene  da  Jimilius;  ma  è positivo  che  questo  ponte 
era  costrutto,  per  lo  meno,  un  secolo  prima  di  Scauro,  giacché 
Tito  Livio  ne  parla  come  esistente  fin  dall'epoca  della  vittoria 
riportata  dai  Romani  sopra  Asdrubale  nella  battaglia  del  Metauro 
presso  Fossombrone,  battaglia  che  diede  fine  alla  seconda  guerra 
punica.  È tuttavia  possibile  che  Scauro  l’avesse  rifatto  o risar- 
cito verso  la  metà  del  VII  secolo  di  Roma.  Da  quest’epoca,  l’ar- 
resto quivi  avvenuto  degli  ambasciatori  Allobrogi  implicati  nella 
congiura  di  Catilina,  le  sfrenatezze  di  Nerone,  e la  famosa  batta- 
glia fra  Costantino  e Massenzio,  combattuta  presso£fl:r«  Rubra. 
a 9 miglia  da  Roma,  rendettero  celebratissimi  questo  ponte  ed  i 
luoghi  circonvicini. 

Esso,  una  cui  parte  è antica,  fu  ristorato  più  volte:  da  prima, 
circa  la  metà  del  secolo  XV  , da  Niccolò  V , e poscia  da  Calli- 
sto III,  le  cui  arme  veggonsi  sulla  torre.  Da  quel  tempo  le  testate 
del  ponte  erano  di  legno  e movibili,  per  difenderne  più  facilmente 
il  passo:  Pio  VII  però,  nel  1805,  le  fece  costruire  d’opera  mura- 
ria co’  disegni  del  Valadier.  Fu  allora  che  vennero  collocate  al- 
la testata  del  ponte,  verso  la  città,  le  statue  della  Madonna  e di 

1 


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2 


Prima  Giornata. 

s.  Giov.  Nepomuceno,  e che  l’antica  torre  venne  forata  e tras- 
formata in  arco  trionfale  per  celebrare  il  ritorno  dello  stesso  pon- 
tefice dopo  ch’ebbe  coronato  Napoleone  I imperatore  de’Fran- 
cesi.  Nel  1824  furono  erette  nella  testata  rivolta  alla  campagna, 
le  due  statue  rappresentanti  s.  Giovanni  che  battezza  il  Reden- 
tore, opere  assai  medioeri  del  Mochi. 

Finalmente  questo  ponte,  il  quale  nelle  vicende  politiche  del 
1849  era  stato  assai  danneggiato  per  impedirne  il  passo  all’eser- 
cito francese,  venne  ristorato  nel  1850;  quindi  fu  ricostruito  l’arco 
presso  la  torre,  dalla  parte  che  guarda  la  città,  si  rinnovarono  i 
parapetti  ed  il  lastrico,  e furono  riparate  altre  parti  che  avevano 
sofferto.  Intale  occasione  il  ponte  fu  reso  più  agevole  e comodo. 

Appena  passato  questo  ponte,  entro  una  vigna  a sinistra  si 
scorge  un  tempietto  quadrato  con  en trovi  una  statuetta  di  s.  An- 
drea, a cui  fu  eretto  da  Pio  II  nel  luogo  stesso,  ove  quel  ponte- 
fice venne  a ricevere  la  testa  di  detto  santo,  trasportata  dal  Pe- 
loponneso a Roma. 

La. strada  che  dal  ponte  Molle  conduce  a Roma  segue,  all’in- 
circa,  la  stessa  direzione  dell’antica  via  Flaminia. 

Poco  meno  di  un  miglio  prima  di  giungere  alla  porta  del  Po- 
polo, si  trova  a sinistra  una  chiesina  eretta  da  Giulio  III  in  onore 
di  s.  Andrea,  in  memoria  d’essere  stato  liberato,  mentre  era  pre- 
lato, nel  1527,  il  giorno  festivo  a quell’apostolo,  dalle  mani  di 
Carlo  V che  ritenevalo  siccome  ostaggio  di  Clemente  VII.  L’ar- 
chitettura è di  Giacomo  Barozzi  da  Vignola,  ed  a ragione  que- 
st'edifizio  si  ritiene  come  de’  più  gentili  e corretti  di  Roma  mo- 
derna; per  cui  nel  1828  venne  ristorato  con  molta  diligenza. 

Procedendo  verso  la  città,  si  scorge  pure  a sinistra  un  grazioso 
casino,  detto  di  Papa  Giulio,  perchè  fu  fabbricato  da  Giulio  III: 
e l’architettura  spetta  al  suddetto  Vignola. 

Il  bel  palazzo  che  sorge  in  fondo  della  strada  che  s’apre  a lato 
del  ricordato  casino,  viene  conosciuto  col  nome  di  palazzo  di  Pa- 
pa Giulio.  Il  medesimo  Giulio  IH  fecelo  erigere  co’ disegni  dello 
stesso  Vignola,  decorandolo  di  eleganti  ornati  in  istucco,  e con 
belli  affreschi  dei  Zuccari;  tali  decorazioni  però  rimasero  assai 
guaste  dagli  usi  diversi  ai  quali  servì  l’edifizio. 

Dopo  esser  passati  sotto  un  arco,  detto  Arcoscuro,  che  rimane 
nella  piazza  ov’è  l’indicato  palazzo,  fatto  un  miglio  e mezzo,  si 
perviene  ad  una  sorgiva  d’acqua  minerale,  chiamata  Acqua  Ace- 
tosa dal  suo  sapore  addetto.  Alessandro  VII,  nel  1661,  fece  co- 
struire co’  disegni  del  Bernini  la  fontana  quivi  esistente.  Quest’ac- 
qua riesce  ottima  a medicare  parecchie  malattie,  per  cui  in  estate 
molte  persone  vi  si  recano  a berne. 


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3 


Porta  del  Popolo. 

Ritornando  sulla  via  maestra,  prima  d’entrare  nella  città,  si 
vede  a sinistra  il  doppio  propilèo  formante  il  moderno  ingresso 
della  villa  Borghese,  della  quale  si  parlerà  in  seguito,  per  non 
interrompere  l’ordine  itinerario  che  mi  sono  proposto.  La  strada 
incontro  a quell’ingresso  conduce  all’ammazzatoio,  o macello  pub- 
blico, costrutto  colla  direzione  dell’architetto  Martinetti.  — Si 
entra  in  Roma  per  la 


POHTA  DEL  POPOLO. 

Allorquando  l’imperatore  Onorio  fece  ricostruire  le  mura  di 
Roma,  l’anno  402  dell’era  volgare,  venne  da  questo  lato  aperta 
una  porta  che  fu  detta  Flaminia , dal  nome  della  via  su  cui  si 
apriva.  Essa  rimaneva  sul  declivio  della  collina,  in  un  luogo  forte, 
ma  non  comodo,  per  cui,  o sotto  Narsete,  o alcun  tempo  dopo, 
cioè  fra  i secoli  VI  e VII,  venne  tramutata  ove  è attualmente,  ed 
al  fine  del  secolo  XIV  ebbe  il  nome  di  Porta  del  Popolo,  a causa 
della  sua  vicinanza  colla  chiesa  di  s.  Maria  del  Popolo.  Pio  IV, 
nel  1561,  fecene  decorare  il  prospetto  esteriore,  co’  disegni  del 
Bonarruoti,  da  Giacomo  Barozzi  da  Vignola.  Si  può  asserire  che 
tale  decorazione  sia  meschina;  essa  si  compone  di  4 colonne  do- 
riche, due  di  granito,  due  di  breccia,  e negl’intercolunnii  sono 
poste  le  statue  dei  ss.  Pietro  e Paolo,  lavori  mediocri  del  Mochi. 
La  facciata  interna  venne  ridotta  come  oggi  si  vede,  nel  1655,  da 
Alessandro  VII,  con  architettura  del  Bernini,  all’occasione  del- 
l’arrivo in  Roma  della  regina  Cristina  di  Svezia.  — Questa  porta 
forma  nobile  ingresso  alla 

PIAZZA  DEL  POPOLO. 

Quest’immensa  piazza  è veramente  magnifica,  e rende  avyer- 
tito  il  viaggiatore  ch’egli  entra  nella  metropoli  della  religione  e 
delle  arti;  nell’antica  capitale  del  mondo.  Due  vastissimi  emici- 
cli, adorni  di  fontane,  di  sfingi  e di  statue,  fiancheggiati  da  quat- 
tro fabbriche  uniformi,  e duebelle  chiese,  circondano  questa  piaz- 
za nel  cui  centro  elevasi  un  grande  obelisco  egizio.  L’emiciclo 
a sinistra  è coronato  dal  pubblico  passeggio  sul  monte  Pincio. 

In  mezzo  a ciascuno  degli  emicicli  è una  fontana  sormontata 
da  un  gruppo  colossale  in  marino:  quello  dalla  parte  del  Pincio 
rappresenta  Roma  fra  il  Tevere  e l’ Aniene;  l’altro  incontro  figura 
Nettuno  fra  due  tritoni,  tutti  lavori  dello  scultore  Ceccarini.  I 
quattro  piedistalli  terminanti  gli  emicicli  sostengono  le  statue 

1'  . 


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4 Prima  Giornata. 

delle  Stagioni,  cioè:  la  Primavera,  del  Gnaccarini;  l’Estate,  del 
Laboureur,  figlio;  l’Autunno,  dello  Stocchi;  l’Inverno,  del  Baini. 
Delle  quattro  fabbriche  uniformi,  quella  a destra,  entrando  la 
porta  del  Popolo,  contiene  la  dogana  pertinente  alla  stessa  porta, 
due  sale  per  l'esposizione  di  opere  di  belle  arti  di  artisti  viventi, 
ed  una  vasta  caserma;  le  altre  tre  fabbriche  servono  ad  usi  di- 
versi. Fu  al  tempo  di  Pio  VII  che  questa  piazza,  cui  si  diede  for- 
ma ellittica,  venne  ampliata  e decorata,  conforme  si  vede,  co’  di- 
segni dell’architetto  Valadier. 

A lato  delle  due  chiese  uniformi,  che  si  presentano  di  faccia, 
s’aprono  tre  grandi  strade  rettilinee,  fiancheggiate  da  belli  edi- 
lizi, in  ispecie  quella  di  mezzo  lunga  oltre  un  miglio  e che  appel- 
lasi Corso.  Nel  centro  poi  della  piazza  ammirasi,  conforme  già 
si  accennò,  un  superbo  obelisco  egizio.  Esso  elevasi  col  suo  pie- 
distallo, sopra  una  spaziosa  gradinata  quadrangolare,  decorata 
negli  angoli  da  quattro  leoni  moderni  di  stile  egizio,  scolpiti 
in  marmo  bianco,  i quali  versano  acqua  dalla  bocca  uelle  sottopo- 
ste conche.  Quest’obelisco,  intagliato  a geroglifici,  ha  23  met.  e 
75  c.  di  altezza  non  compreso  il  piedistallo,  ed  in  origine  fu  eret- 
to dal  re  Ramesse  III,  cioè  dal  gran  Sesostri,  in  Eliopoli,  città 
del  basso  Egitto,  perchè  servisse  di  decorazione  al  tempio  del 
Sole  a cui  era  dedicato.  Il  nome  di  quel  re,  più  volte  ripetuto 
nelle  cartelle,  prova  l’esattezza  di  Ammiano  Marcellino,  il  quale 
ci  ha  in  parte  conservata  la  traduzione  delle  iscrizioni,  fatta  da 
Ermapione.  Plinio,  per  errore,  o piuttosto  coloro  che  ce  ne  tras- 
misero èe  opere,  chiamarono  il  detto  re,  Semserte.  Dopo  la  bat- 
taglia d’Azio  e la  conquista  dell’Egitto,  Augusto  fece  traspor- 
tare quest’ obelisco  in  Roma,  lo  collocò  nel  circo  Massimo,  e ne 
rinnovò  la  dedicazione  al  Sole,  conforme  si  legge  nell’ antico 
piedistallo  dal  lato  che  guarda  la  porta  della  città.  Sisto  V, 
nel  1587,  fecelo  levare  dal  Circo,  rotto  com’era  in  tre  pezzi,  e 
lo  volle  eretto  sulla  piazza  di  cui  trattiamo,  colla  direzione  di 
Domenico  Fontana. 

Siccome  in  Roma  esistono  parecchi  monumenti  di  tal  sorta: 
così  sarà  bene  ricordare,  che  gli  obelischi  furono  eretti  dai  re 
di  Egitto,  prima  che  questo  fosse  conquistato  dai  Persiani,  sotto 
Cambise;  che  il  loro  esempio  veuuei  mitato  dai  Tolomci  e dai  Ro- 
mani, talché  simili  monumenti  si  possono  attribuire  a queste  tre 
differenti  epoche.  Quanto  a quelli  esistenti  in  Roma,  l’obelisco 
nella  piazza  del  Popolo,  quello  sulla  piazza  di  Monte  Citorio  e 
l’altro  di  s.  Giovanni  in  Luterano,  appartengono  certo  all’epoca 
primitiva,  ossia  a quella  dei  Faraoni , come  di  leggieri  si  conosce 


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Chiesa  di  s.  Maria  del  Popolo. 

al  disegno,  al  soggetto  delle  iscrizioni,  ed  ai  nomi  che  vi  si  leg- 
gono, i quali,  dopo  le  scoperte  dello  Young  e del  Champollion 
giuniore,  proseguite  dal  prof.  Bossellini  di  Pisa,  cessarono  dal- 
l’essere un  enigma.  — A lato  alla  porta  della  città,  da  sinistra 
entrando,  si  trova  la 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DEE  POPOLO. 

Secondo  la  tradizione  comunemente  accettata,  papa  Pasquale 
Il  edificò  questa  chiesa  circa  il  1099,  per  liberare  il  popolo  dai 
fantasmi  e dalle  apparizioni  notturne,  attribuite,  in  quel  secolo 
d'ignoranza,  al  cadavere  di  Nerone,  le  cui  ceneri,  secondo  Sve- 
tonio,  vennero  sepolte  sul  colle  degli  orti  (collis  kor forum),  oggi 
chiamato  Pincio,  entro  il  sepolcro  della  sua  famiglia.  Si  crede 
ancora  che  questa  chiesa  venisse  rifabbricata  dal  popolo  romano 
nel  1227,  e che  da  ciò  derivasse  il  nome  dato  ad  essa,  comuni- 
cato poscia  alla  piazza  ed  alla  porta  attinente;  della  città.  Sisto 
IV  riedificolla  coi  disegni  di  Baccio  Pintelli.  I nipoti  di  lui,  come 
ancora  Agostino  Chigi  ed  altri  distinti  personaggi,  concorsero 
ad  ornarla,  e quindi  va  riguardata  come  una  delle  più  importanti 
chiese  di  Roma,  in  ispecie  per  le  sculture  e gl’intagli  dei  secoli 
XV  e XVI. 

L 'interno  si  divide  in  tre  navate.  La  prima  cappella  a diritta, 
entrando  in  chiesa,  appartiene  ai  Venuti  e fu  dedicata  alla  Ma- 
donna ed  a 8.  Girolamo  dal  card.  Domenico  della  Rovere,  che 
antecedentemente  n’ebbe  il  possesso.  Il  quadro  sull’altare,  rap- 
presentante la  nascita  di  Gesù,  è opera  pregiatissima  di  Pintu- 
ricchio,  il  quale  condusse  pure  nelle  cinque  ■ lunette  alcuni  fatti 
della  vita  di  s.  Girolamo;  ma  sventuratamente  questi  belli  dipinti 
vennero  guasti  dal  tempo.  Il  sepolcro  a sinistra,  eretto  alla  me- 
moria del  card.  Cristoforo  della  Rovere,  è una  delle  lodate  opere 
del  Becolo  XV.  A lato  poi  di  questa  cappella  è il  monumenti) 
eretto  nel  1857  all’egregio  pittore  di  genere,  Francesco  Catel, 
prussiano:  tal  monumento  fu  scolpito  dal  Troscliel  a spese  della 
moglie  del  defunto. 

Segue  la  cappella  Cibo,  la  cui  pianta  è una  croce  greca  pre- 
ceduta da  un  vestibolo  che  ne  forma  una  croce  latina.  Essa  va 
adomadi  16 colonne  corintie  di  diaspro  di  Sicilia,  ed  è incrostata 
di  marmi  rarissimi,  per  cui  questa  cappella  può  annoverarsi  fra 
le  piil  splendide  di  Roma.  Il  cardinale  Alderano  Cibo,  morto 
nel  1700,  la  ridusse  nello  stato  attualo,  con  architettura  di  Carlo 
Fontana,  ed  il  sepolcro  di  esso  cardinale  si  scorge  a destra  en- 


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6 


Prima  Giornata. 


trando.  Il  quadro  a sinistra,  ponendo  piede  nel  vestibolo,  rappre- 
senta s.  Lorenzo,  ed  è lavoro  di  Gio.  Maria  Morandi;  quello  a 
destra,  esprimente  il  martirio  di  s.  Caterina,  fu  condotto  da  M.r 
Daniel.  Sull’altare,  Carlo  Maratta  dipinse  sopra  il  muro  la  Con- 
cezione coi  santi  Giovanni,  Agostino,  Gregorio  ed  Ambrogio. 
La  cupola  ha  bella  forma,  e venne  colorita  da  Luigi  Garzi. 

La  terza  cappella  fu  eretta  da  Sisto  IV,  che  la  dedicò  alla  Ma- 
donna e ad  altri  santi.  Nel  quadro  dell’ altare,  Pinturicchio  rap- 
presentò Maria  Vergine  con  alcuni  santi,  e l’Eterno  Padre  sul- 
l’alto. Egli  dipinse  anche  la  volta,  le  lunette  ed  il  bel  quadro  col- 
l’Assunta:  tali  dipinti  ebbero  un  diligente  ristauro  sotto  la  di- 
rezione del  Camuccini.  A destra  è il  sepolcro  di  Giovanni  della 
Rovere,  ed  a sinistra  si  scorge,  su  di  un’urna  marmorea,  la  sta-  . 
tua  giacente  di  un  vescovo,  fusa  in  bronzo  e condotta  in  buono 
stile.  La  cappella  è chiusa  da  una  gentile  balaustrata. 

Sopra  l’altare  della  quarta  cappella  osservasi  un  bassorilievo 
del  secolo  XV,  rappresentante  s.  Caterina,  in  mezzo  ai  ss.  An- 
tonio da  Padova  e Vincenzo  Martire,  opera  lodevole  particolar- 
mente per  gli  squisiti  intagli  che  ne  adornano  la  parte  architet- 
tonica. Anche  nei  due  monumenti  laterali  è ammirabile  la  per- 
fetta esecuzione  dello  scarpello  di  quell’epoca:  quello  a destra 
fu  eretto  a Marcantonio  Albertoni  cav.  romano,  morto  nel  1486; 
l’altro  spetta  ad  un  card,  di  Lisbona,  mancato  ai  vivi  nel  1508. 

Da  questa  navata  minoro,  passando  in  quella  trasversale,  si  ha 
di  fronte  la  cappella  di  Pietro  Feoli  che,  avendola  acquistata  nel 
1858,  ne  rinnovò  intieramente  la  decorazione  coi  disegni  del- 
l’Architetto Gio.  Battista  Benedetti.  Il  quadro  dell’altare,  rap- 
presentante s.  Tommaso  da  Villanova  in  atto  di  fare  elemosina, 
è opera  di  Casimiro  De  Rossi,  a cui  appartengono  anche  gli 
affreschi  che  abbelliscono  la  cappella.  Nelle  pareti  laterali  sono 
due  sepolcri  in  marmo  bianco,  eretti  alla  memoria  di  alcuni  della 
famiglia  Feoli.  I disegni  spettano  al  ricordato  architetto,  i ritratti 
furono  scolpiti  da  Giuseppe  Nucci,  ed  il  rimanente  si  deve  a Giu- 
seppe Palombini.  Quasi  incontro  alla  descritta  cappella  si  scorge 
il  sepolcro  del  card.  Podacatharo  di  Cipro,  opera  in  marmo  bian- 
co, grande  per  mole,  ma  di  niun  merito  in  arte. 

L’antica  immagine  della  Madonna  che  si  venera  sull’altar  mag- 
giore è ima  di  quelle  attribuite  a s.  Luca.  Dietro  ad  esso  altare 
esiste  il  coro,  la  cui  volta  fu  dipinta  dal  Pinturicchio,  ed  i due 
belli  sepolcri  nei  lati,  adorni  di  statue  e di  gentili  intagli,  sono 
apere  in  marmo  di  Andrea  Contucci  da  Sansovino;  essi  meritano 
di  essere  considerati  come  i migliori  lavori  d’ornato  moderno  che 


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7 


Chiesa  di  s.  Maria  .del  Popolo. 

siano  in  Roma,  tanto  furono  disegnati  con  purgatezza  e condotti 
con  amore.  Il  gran  pontefice  Giulio  II  li  fece  erigere,  quello  a 
dritta  in  memoria  del  card.  Basso,  l’altro  al  card.  Ascanio  Sforza. 

L’Assunta  nella  successiva  cappella  è un  ottimo  quadro  di  An- 
nibaie Caracci;  i laterali,  rappresentanti  la  crocifissione  di  s.  Pie- 
tro e la  conversione  di  s.  Paolo,  vennero  condotti  da  Michelan- 
gelo da  Caravaggio,  e le  pitture  della  volta  furono  eseguite  da 
Innocenzo  Tacconi  e dal  Novara,  sui  cartoni  del  Caracci.  Quasi 
incontro  a questa  cappella  avvi  il  gran  sepolcro  di  Bernardino 
Lonato,  i cui  ornati  sono  ben  condotti. 

Di  qui  s’entra  nella  navata  minore,  ove  la  penultima  cappella, 
appartenente  alla  famiglia  Chigi,  è una  delle  più  rinomate  di  Ro- 
ma. Il  celebre  Raffaello  diedene  il  disegno,  e preparò  i cartoni 
pe’musaici  della  cupola,  per  le  pitture  del  fregio  e per  il  quadro 
dell’  altare,  incominciato  a dipingere  da  Sebastiano  del  Piombo, 
ed  ultimato  da  Francesco  Salviati,  che  colorì  pure  il  resto  della 
cappella  ad  eccezione  del  David  e dell’ Aronne  nelle  due  lunette, 
i quali  sono  opere  del  Vanni:  tutte  le  indicate  pitture  hanno  molto 
sofferto,  causa  l’umidità  del  luogo.  Il  palliotto  dell’altare  è in 
bronzo  con  bassorilievi  modellati  da  Lorenzetto.  Negli  angoli  di 
questa  cappella,  veramente  magnifica,  sono  quattro  statue,  delle 
quali,  il  Daniele  nella  fossa  de’ leoni  e l’Abacucco  liberato  dal- 
l’angelo sono  sculture  del  Bernini,  che  condusse  pure  i sepolcri 
di  Agostino  e di  Sigismondo  Chigi.  Le  altre  due  statue,  rappre- 
sentanti Elia,  e Giona  seduto  sulla  balena,  vennero  scolpite,  da 
Lorenzetto;  il  Giona  è specialmente  degno  di  osservazione,  per- 
chè fu  condotto  sul  modello  del  Sanzio,  e sotto  la  sua  direzione. 
Fuori  di  questa  cappella  è il  ricco  monumento  sepolcrale  della 
principessa  Odescalchi  Chigi,  eretto  con  disegno  di  Paolo  Posi. 

La  cappella  seguente  appartiene  ai  Pallavicini.  Dai  lati  del- 
l’altare sono  due  belli  ciborii  in  marmo  bianco,  ed  a sinistra  ve- 
desi  il  sepolcro  del  card.  Antoniotto  Pallavicini,  che  sei  fece  eri- 
gere ancor  vivo  nel  1501,  essendo  mancato  al  secolo  nel  1507. 

Gli  ammiratori  delle  sculture  del  XV  e del  XVI  secolo,  po- 
tranno visitare  anche  la  sacristia  e l’attinente  vestibolo. 

Dalla  piazza  del  Popolo  muovono,  come  si  disse,  tre  bellissime 
strade.  Quella  a destra,  detta  di  Pipetta,  va  lungo  il  Tevere,  e 
termina  alla  piazza  di  s. Luigi  de’  Francesi;  quella  a sinistra, 
chiamata  del  Babuino,  passa  per  la  piazza  di  Spagna,  e conduce 
a poca  distanza  dal  monte  Quirinale;  qjiella  di  mezzo  è la 


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8 


Prima  Giornata. 
STRADA  DEL  CORSO. 


Questa  strada,  aperta  sulle  tracce  della  via  Flaminia , prende 
il  nome  dalle  corse  de’  cavalli  che  vi  si  fanno  fin  dai  tempi  di  Pao- 
lo II.  Essa  ò la  principale  strada  di  Roma;  ha  più  di  un  miglio  in 
lunghezza,  o cammina  dirittamente  fin  quasi  alle  radici  del  mon- 
te Capitolino.  Fu  rettificata  ed  abbellita  in  ispecie  dai  pontefici 
Pio  III,  Leone  XII,  e Gregorio  XVI.  Già  si  accennò  che  due 
chiese  d’architettura  uniforme  decorano,  nei  lati,  l'ingresso  alla 
via  del  Corso,  verso  la  piazza  del  Popolo:  di  esse,  quella  a sini- 
stra è la 

CHIESA  DI  S.  MARTA  DI  MONTE  SANTO. 

Questa  chiesa  fu  incominciata  nel  1(5G2,  d’ordine  di  Alessan- 
dro VII,  e compiuta  dal  Cardinal  Gastaldi,  sotto  la  direzione  del 
Bernini  e co’  disegni  del  Rainaldi. 

Nella  prima  cappella  eranvi  quattro  bei  quadri  di  Salvator  Ro- 
sa; ma  essendo  questi  stati  tolti,  ve  ne  furono  sostituiti  due  del 
march.  Venuti  e due  del  cav.  Cavalieri:  gli  stucchi  ch’ivi  si  os- 
servano sono  di  Frane.  Papaleo,  siciliano.  Nella  terza  cappella 
si  scorge  una  sacra  Famiglia  di  Niccola  Berrettoni,  il  migliore 
fra  gli  scolari  del  Maratta.  Ai  lati  dell’ aitar  maggiore  sono  i bu- 
sti in  bronzo  dei  pontefici  Alessandro  VII,  Clemente  IX,  Clemen- 
te X,  ed  Innocenzo  XI,  collocativi  dal  Cardinal  Gastaldi,  per  gra- 
titudine dei  benefizi  da  essi  ricevuti,  e furono  eseguiti  dal  Lucenti 
il  quale  scolpì  anche  quei  gemetti  che  reggono  le  armi.  Nella 
prima  cappella  che  segue  dall’altro  lato,  avvi  un  quadro  di  Carlo 
Maratta  esprimente  i santi  Francesco  e Giacomo  innanzi  alla  Ma- 
donna; i laterali  furono  dipinti  dal  Garzi,  e da  M.r  Daniel.  La 
cappella  successiva  è ornata  con  pitture  rappresentanti  storie  di 
s.  M.“  Maddalena  de’ Pazzi,  lavori  del  Gemignani,  e gli  stucchi 
sono  del  Carcani.  — L’ altro  angolo  del  Corso  è formato  dalla 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DE’ MIRACOLI. 

Anche  questa  chiesa,  al  pari  della  precedente,  venne  incomin- 
ciata da  Alessandro  VII,  con  architettura  del  Rainaldi;  ma  Carlo 
Fontana,  che  ne  diresse  la  costruzione,  cambiò  la  cupola,  l’altar 
maggiore  ed  i due  sepolcri  che  l’accompagnano. 

A sinistra,  entrando,  il  quadro  con  s.  Antonio  è del  Gua- 
scard.  I quattro  angeli  che  sostengono  il  quadro  della  Madonna 
sopra  l’altar  maggiore,  sono  del  Raggi.  Nei  sepolcri  del  card. 


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Chiesa  di  Gesù  e Maria. 


9 

Guastaldi  e del  marchese  Benedetto  Guastaldi  suo  fratello,  il  bu- 
sto in  bronzo  di  quest’  ultimo  è lavoro  del  Lucenti,  e la  Speranza 
e la  Prudenza  come  pure  i genii,  appartengono  al  Baggi:  il  busto 
in  bronzo  del  cardinale,  le  statue  della  Fede  e della  Carità  ed  i 
genii,  sono  del  Lucenti. 

Usciti  da  questa  chiesa,  poco  dopo  essere  entrati  nella  via  del 
Corso,  si  trova  a destra  il  palazzo,  già  Randanini,  oggi  Feob, 
segnato  co’  numeri  518  e 519.  Esso  era  celebre  per  una  superba 
collezione  di  antiche  sculture,  delle  quali  ne  esistono  ancora  al- 
cune nel  cortile,  e lungo  le  scale.  — Poscia  si  trova  a sinistra  la 

CHIESA  DI  GESÙ’  E MARIA. 

Venne  essa  eretta  dai  padri  riformati  di  s.  Agostino,  verso  il 
1640,  co’ disegni  di  Carlo  Milanese,  e successivamente  rimase 
compita,  co’  sussidii  di  Giorgio  Bolognetti  vescovo  di  Rieti,  dal 
Rainaldi,  il  quale  fece  il  prospetto,  e decorò  splendidamente  l’in- 
terno con  belli  marmi  e stucchi  dorati.  In  essa  si  osservano  pa- 
recchi sepolcri  della  famiglia  Bolognetti.  Il  quadro  dell’ aitar 
maggiore  e le  pitture  della  volta  sono  del  Brandi.  Nella  sacri- 
stia,  il  quadro  dell’  altare  ed  i tre  affreschi  della  volta  sono  opere 
di  Lanfranco.  • — Quasi  incontro  alla  descritta  chiesa,  rimane  la 

CHIESA  DI  8.  GIACOMO. 

Questa  bella  chiesa  viene  detta  degl'  Incurabili,  a causa  dello 
spedale  annessole,  in  cui  si  curano  i poveri  infermi  affetti  da  ma- 
lattie incurabili.  Essa  venne  eretta  al  pari  che  lo  spedale  nel  1338 
dal  card.  Giacomo  Colonna,  ed  allora  fu  detta  in  Augusta, perchè 
sorge  in  prossimità  del  Mausoleo  di  Augusto.  Nel  1600  venne 
riedificata  dal  card.  Anton  M.*  Salviati,  co’ disegni  di  Frane,  da 
Volterra,  ma  l’architetto  Carlo  Maderno  portolla  a compimento. 

L’ interno  è di  figura  ellittica  con  tre  cappelle  per  parte,  e fu 
ristaurato  ed  abbellito,  nel  1863,  di  una  nuova  decorazione,  di- 
retta dall’ architetto  Morichini.  Nella  seconda  cappella  a destra 
è osservabile  un  bassorilievo  di  M.'Le  Gros,  rappresentante  s. 
Francesco  di  Paola  che  implora  da  Maria  Vergine  la  guarigione 
di  alcuni  malati:  l’esecuzione  del  bassorilievo  è molto  buona,  ma 
la  sua  composizione  riesce  confusa.  I due  quadri  laterali  con  dei 
fatti  relativi  alla  vita  del  suddetto  santo,  sono  del  Passeri.  Nella 
cappella  incontro  scorgesi  una  statua  di  s.  Giacomo,  lodevole 
lavoro  d’ Ippolito  Buzi.  Sull’ aitar  maggiore  era  già  un  quadro 

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10  Prima  Giornata. 

del  Kicci  da  Novara,  a cui  fu  sostituito  un  bel  dipinto  di  France- 
sco Grandi,  rappresentante  l’Eterno  Padre.  Le  altre  cappelle 
contengono  quadri  del  Roncalli,  Rei  Passignani,  di  Antiveduto 
Grammatica  e dello  Zucchi. 

Nell’occasione  dell’accennato  ristauro,  Silverio  Capparoni  ese- 
guì gli  affreschi  nella  volta  e quelli  nelle  pettine  delle  finestre  la- 
terali. Nella  volta  rappresentò  la  Triade  augustissima  colla  Ver- 
gine Maria,  s.  Giacomo  portato  in  cielo  dagli  angeli,  i quattro 
principali  dottori  della  chiesa  latina,  ed  altrettanti  della  chiesa 
greca,  gli  evangelisti  ed  i profeti  Geremia,  Isaia,  Zaccaria,  ed 
Ezechiele:  nelle  pettine  delle  finestre  dipinse  le  immagini  di  al- 
quanti apostoli,  e di  parecchi  santi  e sante  martiri. 

L’annesso  spedale,  ricostruito  d’ordine  di  Gregorio  XVI  co’ di- 
segni di  Pietro  Camporese,  fu  reso  più  comodo  e salubre. — Pro- 
seguendo il  cammino  lungo  il  Corso,  si  trova  a destra,  a breve 
distanza,  la 

CHIESA  HI  S.  CARLO. 

Fu  questa  edificata  nel  1612  dai  Lombardi,  con  architetture 
d’ Onorio  Longhi,  e dopo  la  morte  di  lui,  venne  proseguita  da 
Martino  suo  figlio,  rimanendo  compiuta  nell’interno  da  Pietro  da 
Cortona.  Il  card.  Omodei  fece  fare  il  disegno  della  facciata  da 
Giambattista  Menecucci  e dal P.  Mario  da  Cancpina,  cappuccino, 
dopo  aver  rifiutati  parecchi  disegni,  fra  i quali  quello  del  Rai- 
naldi;  ma  l’opera  riuscì  pesante,  e fuori  di  proporzioni. 

Questa  magnifica  chiesa  ha  tre  navate  divise  da  pilastri  co- 
rintii,  e va  adorna  di  pitture  e di  stucchi  dorati.  La  cappella  a 
destra  della  crocera,  costruita  coi  disegni  di  Paolo  Posi,  è la  più 
splendida,  essendo  decorata  con  belli  marmi,  con  bronzi  dorati  e 
con  sculture.  Il  quadro  dell’altare  rappresenta  la  Concezione,  ed 
è una  copia  in  musaico  di  quello  di  Carlo  Maratta,  esistente  nella 
chiesa  di  s.  Maria  del  Popolo.  La  statua  del  David  è.  di  Pietro 
Pacilli,  e quella  di  Giuditta  del  Le  Brun. 

Il  quadro  dell’ aitar  maggiore,  esprimente  s.  Carlo  presentato 
al  Redentore  dalla  Madonna,  è ima  delle  migliori  opere  del  Ma- 
ratta. La  volta  della  navata  grande  e quella  della  tribuna,  furono 
dipinte  da  Giaciuto  Brandi,  a cui  spettano  anche  i Profeti  nei 
petti  della  cupola,  ed  i dipinti  nella  volticella  della  lanterna  della 
stessa  cupola.  Nella  terza  cappella  a sinistra,  entrando  nella  chie- 
sa, si  scorge  il  monumento  sepolcrale  di  Lorenzo  e Serafina 
Meucacci,  eretto  loro  dai  figli,  servendosi  dell’abile  artefice  Fi- 
lippo Gnaccarini.  Le  tre  figure  nelle  nicchie,  esprimono  le  tre 


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Chiesa  della  ss.  Trinità. 


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virtù  Teologali;  e nel  bassorilievo  si  osserva  l’ultimo  addio  del 
padre  alla  sua  famiglia.  In  questa  chiesa  è sepolto  Alessandro 
Verri,  autore  delle  Notti  Romane. 

Usciti  dalla  descritta  chiesa  troverete  poco  dopo,  a sinistra,  la 
spaziosa  e bella  strada,  detta  via  de’  Condotti,  ove,  non  appena 
giunti,  si  ha  la  superba  prospettiva  della  chiesa  della  Trinità  de’ 
Monti o, retta  sul  Pincio;  poiché  l'ampia  gradinata,  l’obelisco  e la 
chiesa,  veduti  così  da  lungi,  formano  mia  scena  veramente  ma- 
gnifica e sorprendente.  La  detta  strada,  conduce  sulla  piazza  di 
Spagna,  ed  è così  denominata  a causa  dei  condotti  dell’  acqua 
Vergine  che  la  percorrono  entro  cunicoli  sotterranei. 

Al  principio  di  questa  via  è la  chiesa  dedicata  alla  ss.  Trinità, 
eretta  nel  1741  dai  pp.  trinitarii  calzati  di  Castiglia  sul  disegno 
di  Emmanuele  Rodriguez,  portoghese,  ma  fu  terminata  dall’ar- 
chitetto Giuseppe  Hermosilla,  spagnuolo . Essaè  di  forma  ellittica 
ed  ha  sette  altari  con  buoni  quadri,  fra’ quali  si  distinguono  una 
s.  Agnese  del  Benefiale,  ed  una  Pietà  di  Antonio  Velasquez. 

Incontro  alla  via  de’  Condotti,  corrisponde  quella  della  Fon- 
tanella di  Borghese,  il  cui  angolo  sinistro  è formato  dal 

PALAZZO  RUSPOLI. 

Questo  grandioso  edilìzio,  che  si  estende  lungo  il  Corso,  ed  ha 
il  suo  principale  ingresso  6ulla  via  della  Fontanella  di  Borghese 
num.°  56,  si  distingue  particolarmente  fra  i palazzi  di  Roma,  pel 
suo  stile  severo,  e per  le  sue  forme  robuste.  Fu  fatto  fabbricare 
dalla  famiglia  Ruccellai,  co’ disegni  di  Bartolommeo  Ammannati. 
Il  card.  Ulrico  Caetani,  che  acquistollo  indi  a poco,  fece  costruire, 
colla  direzione  dell’  architetto  Breccioli,  la  loggia  ed  il  corni- 
cione: a questo  stesso  cardinale  è pure  dovuta  la  scala  grande 
formante  il  principale  ornamento  del  palazzo,  la  quale  venne  ese- 
guita con  disegno  di  Martino  Longhi  il  giovane.  In  seguito  com- 
pero Ilo  la  famiglia  Ruspoli  che  ancora  lo  possiede.  La  suddetta 
scala  si  compone  di  115  gradini  di  marmo  bianco,  d’un  solo 
pezzo,  eccettuati  quelli  che  furono  successivamente  rotti.  — Su- 
bito dopo  il  palazzo  Ruspoli,  segue  la  piazza  della 

CHIESA  DI  9.  LORENZO  LV  LUC1XA. 

La  denominazione  di  questo  sacro  tempio  sembra  derivare  dalla 
sua  vicinanza  all’antico  Terento,  ove,  secondo  Zosimo,  sacrifica- 
vasi  agli  Dei  Lucini.  Si  fa  risalire  la  sua  origine  a Sisto  III, 


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12 


Prima  Giornata. 


verso  l’ anno  435,  e quantunque  tale  origine  non  si  possa  provare 
con  argomenti  certi,  se  ne  hanno  di  quelli  che  attestano  la  sua 
esistenza  nel  VI  secolo.  Benedetto  II  la  ristorò  nel  685,  ed  Adria- 
no I nel  780.  Celestino  III  tornò  a fabbricarla  e consacrolla  di 
nuovo  nel  1196.  Nell’  anno  1606  Paolo  V la  diede  ai  chierici  re- 
golari minori,  i quali  la  risarcirono  servendosi  deH’arcliitetto  Co- 
simo da  Bergamo.  Finalmente  nell’  1858  fu  da  essi  nuovamente 
ristaurata  e decorata  di  pitture  a fresco. 

Il  dipinto  del  soffitto  e gli  affreschi  delle  pareti  appartengono 
all’ultimo  ristauro,  e sono  opere  di  Roberto  Bompiani.  Il  s.  Lo- 
renzo nella  prima  cappella  a destra  è di  Tommaso  Salini.  La  se- 
conda cappella,  dedicata  a s.  Antonio  da  Padova,  fu  eretta  coi 
disegni  del  Rainaldi,  ed  il  quadro  principale  di  essa,  rappresen- 
tante quel  santo,  è di  Massimo  Stanzioni,  napolitano. 

Sull’  aitar  maggiore,  costrutto  dal  Rainaldi,  si  ammira  il  su- 
perbo quadro  di  Guido,  esprimente  il  Crocifisso,  donato  a que- 
sta chiesa  dalla  march.  Angelelli.  La  successiva  cappella,  sacra 
a s.  Margherita  da  Cortona  ed  a s.  Francesco,  fu  dipinta  a fre- 
sco da  Marco  Benefiale.  Fra  gli  artisti  sepolti  in  questa  chiesa, 
si  vuol  ricordare  in  ispecie  il  celebre  Pussino,  il  cui  monumento, 
postogli  dal  visconte  di  Chateaubriand,  si  scorge  presso  la  secon- 
da cappella  a destra.  Paolo  Lemoine  no  formò  il  disegno  e ne 
scolpì  il  busto:  il  bassorilievo  figura  il  rinvenimento  del  sepolcro 
eh  Saffo  in  Arcadia,  soggetto  eseguito  dal  Pussino. 

Uscendo  dalla  chiesa  si  ha  subito  a destra  il  palazzo  Fiano 
(N.°  4),  il  quale,  voltando  sul  Corso,  si  estende  sino  incontro  alla 
via  della  Vite.  Fra  questo  palazzo  e T angolo  dèstro  di  detta  via 
sorgeva  T arco  trionfale  dell’  imperatore  Marco  Aurelio,  ornato 
di  bassorilievi  in  marmo  bianco,  e di  colonne  di  verde  antico.  Sic- 
come quest’  arco  impediva  la  circolazione  nel  Corso,  Alessan- 
dro VII  fecelo  demolire.  I due  bassorilievi  vennero  trasferiti  al 
Campidogho  e posti  nel  secondo  ripiano  della  scala  del  palazzo 
de’ Conservatori:  le  colonne  servirono  a decorare  la  cappella  Cor- 
sini in  s.  Giovanni  in  Laterano.  Una  iscrizione  in  marmo,  situata 
in  questo  punto  del  Corso,  ricorda  il  miglioramento  apportato 
ad  essa  strada  da  Alessandro  VII.  — Seguendo  la  prima  via  a 
sinistra,  detta  delle  Convertite,  si  giunge  subito  sulla  piazza , 
ov’  è la 

CHIESA  DI  S.  SILVESTRO  IN  CAPI  TE. 

Questa  chiesa  è detta  in  Capite,  per  distinguerla  da  un’altra 
sacra  al  medesimo  santo  pontefice,  e perchè  vi  si  custodisce  il 


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13 


Palazzo  già  Verospi. 

capo  di  s.  Gio.  Battista.  Si  ritiene  che  fosse  eretta  nel  261;  ma 
è poi  certo  che  esisteva  nel  VII  secolo,  e che  venne  rifabbricata 
da  Paolo  I verso  la  metà  del  secolo  seguente.  Rimasta  a lungo 
in  abbandono,  fu  riedificata  nel  1286,  e poscia,  nel  1690,  venne 
ridotta  nello  stato  attuale  mercè  un  ristauro  diretto  dall’archi- 
tetto Giovanni  De  Rossi.  I dipinti  nella  gran  volta,  rappresen- 
tanti l’ Assunta,  s.  Gio.  Battista,  s.  Silvestro  ed  altri  santi,  spet- 
tano a Giacinto  Brandi:  quelli  nella  volta  della  crocera  sono  del 
Roncalli,  e gli  altri  nella  tribuna,  del  Gemignani.  Le  pitture 
delle  cappelle  sono  prive  di  ogni  merito,  salvo  quelle  nella  cap- 
pella del  Crocefisso.  — Ripigbando  la  via  del  Corso,  dopo  al- 
quanti passi,  s’incontra  a destra  il 

PALAZZO  GIÀ»  VEROSPI  (N.°  374). 

Questo  palazzo  di  piccola  mole  venne  fabbricato  da  Onorio 
Longhi.  In  passato  conteneva  una  raccolta  di  buone  sculture  an- 
tiche, gran  parte  delle  quali  adorna  oggi  il  museo  Vaticano.  Ad 
onta  perù  della  perdita  fatta,  esso  è ancor  degno  di  osservazione 
pe’  celebri  affreschi  dell’ Albani,  che  abbelbscono  la  volta  di  una 
grande  sala,  ove  rappresentò  i pianeti  ed  alcune  ore  del  giorno, 
sotto  l’aspetto  di  poetiche  allegorie;  opera  che,  per  l’invenzione, 
la  gnzia  e l’eleganza,  forma  l’ammirazione  degh  artisti. — Segue 
immediatamente  il  gran 

PALAZZO  CHIGI  (N.°  371). 

L’architettura  di  questo  vastissimo  palazzo  non  è al  certo  di 
stile  il  più  puro,  ma  in  complesso  è un  bell'edifizio.  Fu  inco- 
minciato da  Giacomo  della  Porta,  proseguito  da  Carlo  Mademo 
e compiuto  da  Felice  della  Greca,  per  servire  di  dimora  a’  nipoti 
di  Alessandro  VII  dell’illustre  famiglia  Chigi.  Questo  palazzo 
ha  un  ampio  vestibolo,  una  comoda  scala,  ed  una  corte  vastis- 
sima e bella,  se  non  che  alquanto  deturpata  colle  decorazioni  di 
pessimo  gusto,  pertinenti  al  Della  Greca. 

Nel  secondo  ripiano  della  scala  è collocato,  come  simbolo  di 
buona  guardia,  un  bel  cane  di  marmo,  simile,  nel  lavoro  e nella 
grandezza,  a quelb  che  decorano  l’ingresso  alla  sala  degh  ani- 
mali nel  Vaticano:  è questa  un’opera  di  grandioso  stile,  e di 
assai  buona  esecuzione. 

Il  primo  piano  ha  quattro  sale  decorate  con  quadri  dei  celebri 
pittori  degli  scorsi  secoli,  cioè,  di  Garofolo,  di  Guercino,  di  Mi- 


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14  Prima  Giornata. 

chelangelo  da  Caravaggio,  di  Mazzolino,  di  Dosso  Dossi  da 
Ferrara,  dell’ Albani,  del  Romanelli,  di  Tiziano,  di  Salvator  Rosa, 
di  Domenichino,  di  Niccola  Russino,  di  Ghirlandaio,  del  Sodo- 
ma, di  Guido  Reni,  di  Tintoretto,  di  Luca  d’Olanda,  del  Mola, 
di  Annibaie  Caracci,  ecc.  Vi  si  osservano  pure  tre  belle  statue 
antiche,  rappresentanti  Venere,  Mercurio  ed  Apollo. 

Nel  secondo  piano  esiste  un  gabinetto  decorato  con  disegni  di 
celebri  artefici,  cioè  di  Giulio  Romano,  del  Bernini,  del  Sac- 
elli ecc.;  ed  ivi  si  osserva  eziandio  un  antico  musaico  rappresen- 
tante uccelli.  Questo  palazzo  contiene  pure  una  biblioteca  assai 
ricca  in  manoscritti  greci,  latini  ed  italiani.  — Uno  dei  pro- 
spetti del  descritto  palazzo  corrisponde  sulla 

PIAZZA  COLONNA. 

In  questa  piazza,  la  quale  si  crede  occupi  una  porzione  dell’an- 
tico foro  di  Antonino  Pio,  sorge  tuttora  la  maravigliosa  colonna 
eretta  dal  Senato  e popolo  romano  ad  onore  di  Marco  Aurelio 
Antonino,  per  le  vittorie  da  lui  riportate  sui  Marcomanni  ed  altri 
popoli  di  Germania.  I soggetti  rappresentati  di  bassorilievo,  i 
quali  l’ornano  per  intero  in  ispirale,  provano  il  grossolano  errore 
di  chi  fece  eseguire  l’iscrizione  moderna  del  piedistallo,  cioè  a 
dire,  che  fosse  eretta  ad  Antonino  Pio. 

I ricordati  bassorilievi  si  riferiscono  alle  geste  dell’imperatore 
Marco  Aurelio  in  Alemagna.  Vi  si  scorge  in  ispecie  la  figura  di 
Giove  Pluvio,  a cui  i pagani  attribuirono  il  prodigio  della  piog- 
gia che  i soldati  della  legione  fulminante  ottennero  dal  vero  Dio. 
Quantunque  tali  bassorilievi  abbiano  merito  minore  di  quelli  della 
colonna  Traiana,  tuttavia  si  conosce  che  gli  scultori  si  studia- 
rono d’imitarli.  In  cima  alla  colonna  era  la  statua  di  Marco  Au- 
relio Antonino,  in  bronzo  dorato. 

Questa  colonna,  d’ordine  dorico,  si  compone  di  28  massi  di 
marmo  bianco,  collocati  orizzontalmente  l’uno  sull’ altro.  Si 
ascende  agiatamente  alla  cima  di  essa  colonna  per  ima  scala  in- 
terna a chiocciola,  tagliata  nel  marmo;  e questa  scala  conta  190 
gradini,  rimanendo  illuminata  per  mezzo  di  41  feritoie.  Il  dia- 
metro della  colonna  è di  3 met.  e 69  c.,  la  sua  totale  altezza 
ascende  a 44  met.  e 15  c.,  compresavi  la  statua,  cioè  a dire:  il 
piedistallo,  7 met.  e 22  c.;  lo  zoccolo  della  colonna,  64  cent.;  la 
colonna  con  base  e capitello,  28  met.  e 41  c.;  il  piedistallo  e la 
base  della  statua,  3 met.  e 86  c.  ; la  statila,  4 met.  e 2 centimetri. 
Facciamo  poi  osservare  che  5 met.  e 69  c.  dell’antico  piedistallo, 


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Piazza  Colonna.  15 

ove  è la  porta  antica,  rimangono  sepolti  sotto  il  piano  attuale 
della  strada. 

Questa  colonna  ricevette  assai  danno  negl’incendii  di  Roma,  e 
dal  tocco  dei  fulmini,  per  cui  Sisto  V fecela  ristorare.  In  tale 
occasione,  la  parte  del  piedistallo  antico  che  rimaneva  sopra  il 
suolo  fu  ricoperta  con  nuovi  marmi,  e ridotta  come  oggi  si  vede, 
colla  direzione  di  Domenico  Fontana.  Allora  fu  collocata  sulla 
cima  della  colonna  la  statua  di  s.  Paolo  in  bronzo  dorato,  dedi- 
candola ad  esso  santo,  e nel  piedistallo  furono  scolpite  le  iscri- 
crizioni  che  vi  si  leggono. 

Incontro  alla  colonna,  dal  canto  del  Corso,  è una  fontana  ali- 
mentata dall’acqua,  detta  Vergine.  Essa  fonte  venne  eretta  da 
Gregorio  XIII  co’disegni  di  Giacomo  della  Porta,  ed  il  bacino  è 
per  intero  formato  del  marmo  detto  comunemente  porta  santa. 

I quattro  lati  di  questa  piazza  vengono  formati:  dal  prospetto 
del  palazzo  Piombino,  che  rimane  lungo  il  Corso,  da  una  faccia- 
ta del  surricordato  palazzo  Chigi,  dal  palazzo  già  Niccolini  ed 
ora  Ferraiuoli,  a cui  si  congiunge  la  chiesetta  di  s.  Bartolommeo 
de’ Bergamaschi,  ed  infine  dall’ edifizio  ov’è  il  quartiere  della 
guardia  di  piazza,  il  quale  fu  ridotto  nello  stato  attuale  nel  1839, 
con  architettura  di  Pietro  Camporese.  I due  orologi  nell’attico 
sono  illuminati  nella  notte,  e la  maggior  parte  delle  colonne  del 
portico  aggiuntovi  furono  scoperte  negli  scavi  dell’antico  Veio. 

Dietro  tale  edifizio  si  trova  la 

PIAZZA  DI  MONTE  CITOBIO. 

II  monticello  su  cui  s’apre  questa  piazza  non  è naturale,  ma  si 
forma  delle  ruine  dell’anfiteatro  di  Statilio  Tauro.  Nel  secolo  XII 
era  detto  Mons  Acceptorius,  e non  è facile  conoscerne  l’etimo- 
logia; certo  è peraltro,  che  da  tal  nome  derivò  al  luogo  l’attuale 
denominazione. 

Nel  mezzo  di  detta  piazza  sorge  l’ obelisco  eretto  in  Eliopoli 
da  Psammetico  I,  re  di  Egitto,  il  cui  nome  è spesso  ripetuto  nei 
cartelli  geroglifici;  quindi  è chiaro  l’errore  di  Plinio  che  lo  at- 
tribuì a Sesostri.  Augusto  trasportatolo  in  Roma  lo  collocò  nel 
Campo  Marzio,  ove  servi  di  gnomone  per  la  meridiana,  tracciata 
su  d’ un  quadrante  in  bronzo  incassato  nel  suolo  sopra  lastre  di 
marmo,  dal  che  gli  venne  il  nome  di  obelisco  solare. 

Esso  obelisco  si  rinvenne,  sotto  Benedetto  XIV,  l’anno  1748, 
al  Largo  dell'  Impresa,  ove  si  legge  una  iscrizione  indicante  il 
luogo  preciso  in  cui  anticamente  era  innalzato.  Il  celebre  Zaba^ 


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16 


Prima  Giornata. 


glia,  con  facile  meccanismo,  lo  trasse  dalla  profondità  in  cui  gia- 
ceva sepolto  e lo  portò  sul  piano  stradale,  ove  rimase  negletto 
fino  a che  il  pontefice  Pio  VI,  colla  direzione  dell’architetto  An- 
tinori  e dopo  averlo  fatto  instaurare,  lo  fece  erigere  su  questa 
piazza  nel  1789,  ornandone  la  cima  col  globo  ed  il  raggio  in 
bronzo  per  alludere  all’uso  cui  servì  nel  Campo  Marzio.  In  tale 
occasione  fece  trasportare  nel  giardino  Vaticano  il  gran  piedi- 
stallo antico,  trovato  negli  scavi  praticati  nel  giardino  della  casa 
della  Missione,  il  quale,  d’ordine  di  Benedetto  XIV,  era  stato 
posto  nel  luogo  stesso  ove  oggi  sorge  l’obelisco. 

E questo  di  granito  orientale  rosso,  ed  ha  met.  21  e 80  c.  d’al- 
tezza senza  il  piedistallo  moderno,  pure  dello  stesso  marmo,  il 
quale  è alto  4 met.  e 17  centimetri.  In  esso  piedistallo  si  leggono 
delle  iscrizioni  moderne,  una  delle  quali  fu  copiata  dall’obelisco 
in  piazza  del  Popolo.  Il  detto  piedistallo  posa  su  di  un  doppio 
zoccolo  in  marmo  bianco,  alto  2 met.  e 90  c.;  di  guisa  che  l’al- 
tezza totale  del  descritto  monumento  è di  met.  28  e 87  c.,  non 
compreso  il  globo  di  bronzo  che  lo  termina.  — L’edifizio  prin- 
cipale di  questa  piazza  è il 

PALAZZO  DI  MONTE  CITOUIO. 

Al  Bernini,  a quel  fecondo  e poetico  genio,  che  riempì  Roma 
di  moderni  edifizi,  appartiene  il  disegno  di  questo  palazzo,  edi- 
ficato sulle  rovine  dell’  anfiteatro  di  Statilio  Tauro.  Il  Bernini 
l’incominciò  per  ordine  d’Innocenzo  X,  nel  1650,  ma  essendo 
rimasto  incompiuto  per  la  morte  di  quel  pontefice,  fu  poscia  ter- 
minato colla  direzione  di  Carlo  Fontana,  sotto  Innocenzo  XII, 
che  vi  stabilì  i tribunali  di  giustizia  civile,  e perciò  ebbe  il  nome 
di  Curia  Innocenziana. 

Il  prospetto  di  questo  magnifico  palazzo  ha  tre  grandi  porte 
sormontate  da  un  balcone,  tre  ordini  di  finestre,  e si  termina  con 
un  campanile  con  orologio  al  di  sotto-.  Il  cortile  è di  figura  se- 
micircolare, e nel  fondo  vedesi  decorato  d’una  fontana. 

Oggi  nel  descritto  palazzo,  oltre  i tribunali  civili,  hanno  sede 
anche  quelli  criminali  cogli  uffizi  dipendenti  da  essi,  e vi  si  trova 
pure  la  Direzione  generale  di  polizia.  — Vicino  al  palazzo  stesso 
rimane  la 

CASA  DELLA  MISSIONE. 

Nel  1642  Maria  di  Vignarod,  duchessa  d’Aiguillon  in  Francia, 
fece  fabbricare  questa  casa  per  la  congregazione  dei  sacerdoti 
della  missione,  fondata  da  s.  Vincenzo  de’Paoli.  I detti  sacerdoti, 


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Casa  della  Missione. 


17 


per  loro  istituto,  fanno  le  missioni  nei  paesi  dello  stato  pontifi- 
cio, e danno  gli  esercizi  spirituali  ai  chierici  secolari  che  devono 
prendere  gli  ordini  sacri,  a fine  d’istruirli  nella  perfezione  cri- 
stiana e nella  liturgia. 

L’annessa  chiesa,  dedicata  alla  ss.  Trinità,  fu  riedificata  nel 
1741  per  beneficenza  del  card.  Giacomo  Lanfredini,  con  disegno 
del  padre  della  Torre,  superiore  della  congregazione  stessa.  I 
quadri  delle  cappelle  sono  di  M.r  Vien,  di  Giuseppe  Bottani,  di 
Sebastiano  Conca,  del  Melani,  del  Monosilio,  e di  Pietro  Perotti. 

Scavando  nell’attiguo  giardino,  spettante  a questa  pia  casa, 
si  trovò,  nel  1705,  la  colonna  che  Marco  Aurelio  e Lucio  Vero 
eressero  ad  onore  di  Antonino  Pio,  loro  padre  adottivo.  Essa  era 
di  granito  rosso  : il  suo  piedistallo  era  in  marmo  bianco,  con  al- 
torilievi rappresentanti  le  decursioni  militari  che  si  facevano  at- 
torno al  rogo,  e l’apoteosi  di  Antonino  e Faustina,  con  la  seguente 
iscrizione  : 

DIVO  . ANTONINO  . AVGVSTO  . PIO 
ANTONINVS  . AVGVSTVS  . ET 
VERVS  . AVGVSTVS  . FILII 

La  colonna  era  lunga  15  met.  e 9 c.,  avendo  5 met.  e 46  c. 
di  circonferenza.  Siccome  essa  era  stata  assai  guasta  da  un  in- 
cendio, cosi  fu  adoperata  pel  ristauro  degli  obelischi  eretti  dal 
pontefice  Pio  VI.  Il  piedistallo,  che  Benedetto  XIV  aveva  fatto 
erigere  sulla  piazza  di  Monte  Citorio,  fu,  conforme  si  disse,  tras- 
portato nel  giardino  Vaticano  d’ordine  di  Pio  VI.  — La  strada 
incontro  al  palazzo  di  Monte  Citorio,  conduce  vicino  alla  piazza 
di  Pietra , ove  si  osservano  i magnifici  avanzi  del 

TEMPIO,  DETTO  DI  ANTONINO  PIO. 

La  pianta  di  quest’edifizio  non  fa  dulntare  di  riconoscerlo  per 
un  tempio.  Il  trovarsi  prossimo  al  Foro  di  Antonino,  e la  sco- 
perta avvenuta  nel  secolo  XVI  d’una  iscrizione  in  cui  si  parla 
del  tempio  di  Antonino  Pio,  sono  assai  validi  argomenti,  finché 
non  siano  smentiti  da  altre  scoperte  più  decisive,  per  crederlo 
consacrato  a quell’  imperatore  dal  Senato  e popolo  romano  nel 
Foro  di  lui.  Non  rimangono  di  questo  tempio  che  sole  undici 
grandi  colonne  sorreggenti  un  magnifico  cornicione  in  marmo,  il 
quale  si  crede  dal  volgo  di  un  solo  masso,  causa  il  diligente  ri- 
stauro in  istucco,  fattovi  dal  Borromini  nel  secolo  XVII.  Le  sud- 
dette colonne  formavano  la  parte  settentrionale  del  portico  cir- 
condante il  tempio.  Esse  sono  di  marmo,  scanalate,  e d’ordine 


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18 


Prima  Giornata. 


corintio,  ma  danneggiate  assai  dagl’incendii:  hanno  un  metro  e 
33  c.  di  diametro,  e met.  12  e 68  c.  di  altezza:  la  loro  base  è 
attica,  ed  il  capitello  va  ornato  di  foglie  d’olivo.  Circa  il  fine  del 
XVII  secolo  questo  edifizio  venne  ridotto  a servire  di  prospetto 
alla  dogana  delle  merci  che  giungono  in  Roma  per  la  via  di  terra, 
ed  è per  ciò  che  gli  si  dà  il  nome  di  Dogana  di  terra. 

Dalla  piazza  in  cui  siamo,  incamminandosi  per  la  via  di  Pietra, 
si  sbocca  sul  Corso,  proprio  sulla  piazza  che  piglia  la  sua  deno- 
minazione dal 

PALAZZO  SCIARRA  (N.°  239). 

La  bella  architettura  di  questo  palazzo  è di  Flaminio  Ponzio, 
eccettuato  il  disegno  del  portone,  il  quale  credesi  di  Antonio 
Labacco,  e che  non  merita  certo  le  tante  lodi  che  gli  sono  pro- 
digate. Nel  primo  piano  esiste  una  bella  collezione  di  scelti  qua- 
dri, riguardata  come  una  delle  più  interessanti  di  Roma. 

prima  sala.  — 1.  S.  Giovanni  nel  deserto,  del  Locatelli.  — 
2.  Pece  homo,  del  cav.  d’Arpino.  — 3.  S.  Barbara,  di  Pietro 
da  Cortona.  — 4.  Maria  Vergine  co’santi  Lorenzo  ed  Antonio, 
della  scuola  di  Pietro  Perugino.  — 5.  Un  gran  quadro  di  M.r 
Valentin,  rappresentante  la  decollazione  dis.  Giovanni  Battista. 

— 6.  Ritratto  incognito,  di  scuola  veneziana.  — 7.  Una  Madon- 
na, di  scuola  fiorentina.  — 8.  S.  Pietro  che  libera  l’Energumena, 
del  Romanelli. — 9.  Cleopatra,  opera  del  Lanfranco,  ammirabile 
pel  gusto  e per  la  forza  del  colorito.  — 10.  Una  bella  copia  della 
tanto  celebrata  Trasfigurazione  di  N.  Signore  dipinta  da  Raf- 
faello, la  quale  si  reputa  di  Giulio  Romano.  — 11.  Il  sacrifizio  di 
Abramo,  di  Gherardo  delle  Notti.  — 12.  Una  Madonna,  di  Gio- 
van  Bellini.  — 13.  Una  sacra  Famiglia,  d’ Innocenzo  da  Imola. 

— 14.  S.  Tommaso  da  Villanova  in  atto  di  fare  elemosina,  del 
Romanelli.  • — 15.  Altra- bell’opera  di  M.r  Valentin,  la  quale  of- 
freci  Roma  trionfante  col  Tevere  ed  il  Tigri.  — 16.  La  Samari- 
tana, di  Benvenuto  Garofalo.  — 17.  Lo  sposalizio  dis.  Caterina, 
di  scuola  senese.  — 18.  La  strage  degli  innocenti,  di  Bassano. 

— 19.  Un  quadretto  di  Carlo  Dolci  dipinto  da  ambe  le  parti,  ve- 
dendovisi  l’orazione  nell’orto,  e Cristo  in  croce.  — 20.  Maria 
Vergine  colBambino,  di  Tiziano.  — 21.  Ritratto  del  card.Fran- 
cesco  Barberini,  di  Carlo  Maratta.  — 22.  Una  Deposizione  di 
croce,  di  Bassano.  — 23.  S.  Francesca  Romana,  di  Carlo  Vene- 
ziano. — 24.  Maria  Vergine  con  due  santi  vescovi,  del  Vouet. 

seconda  sala.  — .1  e 2.  Un  paese  ed  una  bambocciata,  dì 
scuola  fiamminga.  — 3.  Una  battaglia,  di  Borgognone.  — 4. 
Paese  della  prima  maniera  del  Brilli.  — 5 e 6.  Due  paesi,  del 


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Palano  Sciarra. 


19 


Locatelli.  — 7.  Una  veduta  prospettica  di  antichi  monumenti, 
lavoro  dell’Orizzonte.  — 8,  9,  11  e 12.  Tutti  paesi,  del  Locatelli. 

— 10  e 13.  Paese,  e caduta  d’acqua,  di  Andrea  Both.  — 14. 
Sorprendente  paese  popolato  di  figure,  con  veduta  di  mare,  della 
seconda  maniera  di  Paolo  Brilli. — 15.  Gran  quadro  di  paese, 
del  suddetto  Both.  — 16.  Grazioso  passetto,  di  Salvator  Rosa. 

— 17  e 18.  La  fuga  in  Egitto,  ed  il  tramontare  del  sole,  di  Clau- 
dio da  Lorena.  — 19  e 20.  Due  paesetti,  del  Locatelli.  — 21. 
Veduta  del  Vesuvio,  di  scuola  veneziana.  — 22.  Altro  bellissimo 
paese  sul  fare  di  quello  indicato  al  numero  14,  egualmente  del 
Brilli  nella  sua  seconda  maniera.  — 23.  Prospettiva,  dell’Oriz- 
zonte. — 24.  Paese  della  prima  maniera  del  Brilli.  — 25.  Paese, 
di  Giovanni  Both,  scolare  di  Claudio.  — 26.  Interno  della  chiesa 
del  Gesù  in  Roma,  lavoro  del  Gagliardi,  in  cui  Andrea  Sacchi 
dipinse  le  figure.  — 27.  Una  prospettiva,  dell’Orizzonte.  — 28. 
Paese  della  prima  maniera  del  Brilli.  — 29.  Altro  paese,  del  sur- 
ricordato Both.  — 30.  Paese,  delLocatelli.  — 31.Paese  fiammin- 
go. — 32.  Paese,  dell’Orizzonte.  — 33.  Paese,  della  scuola  di 
Claudio.  — 34.  Altro  paese  fiammingo.  — 35.  Paese,  d’ Andrea 
Both.  — 36.  Paese,  di  Niccolò  Pussino,  rappresentatovi  s. Matteo 
in  atto  di  scrivere.  — 37  e 39.  Paesi  della  prima  maniera  di  Clau- 
dio. — 38.  S.  Gio.  Battista  che  battezza  il  Redentore  sulle  rive 
del  Giordano,  del  Breughel.  — 40.  Paese,  delLocatelli.  — 41. 
Quadretto  fiammingo  con  costumi.  — 42.  Veduta  del  molo  di 
Napoli,  opera  pregevole  del  Canaletto.  — 43.  Paese,  della  scuola 
di  Claudio.  — 44.  Paese  fiammingo. — 45.  Il  tramortar  del  sole, 
di  Andrea  Both.  — 46  e 47.  Paesi,  del  Locatelli.  — 48.  Pro- 
spettiva, dell’  Orizzonte.  — 49  e 50.  Altri  due  paesi,  del  Loca- 
telli. — 51,  52  e 53.  Due  paesi  ed  una  bambocciata,  opere  fiam- 
minghe. — 54.  Paese  della  prima  maniera  del  Brilli. 

terza,  sala.  (1).  — 1.  Le  nozze  di  Cana,  del  Pomarancio.  — 
2.  11  Calvario,  della  scuola  del  Bonarruoti.  — 3.  Quadretto  di 
costumi,  di  scuola  fiamminga.  — 4.  Il  Salvatore  che  sferza  i 
profanatori  del  tempio,  quadro  assai  lodevole  di  Bassano.  — 5. 
Una  Deposizione  di  Croce,  del  Barocci.  — 6.  Una  Madonna  con 
due  santi,  opera  stupenda  di  Francesco  Francia.  — 7.  Assalto 
di  un  castello,  del  Tempesta.  — 8.  La  Carità,  di  Elisabetta  Sb- 
rani. — 9.  Una  caccia,  di  Benvenuto  Garofalo.  — 10.  Il  Naza- 

(1)  In  questa  sala  è provvisoriamente  collocata  un'antica  copia,  d'autore  Incerto, 
della  celebre  caccia  di  Diana  di  Domenichino:  taluni  però  opinano  che  sìa  una  replica 
eseguita  dal  medesimo  artista.  E qui  stimiamo  opportuno  avvertire  che  per  collocare 
il  detto  quadro  ne  souo  stati  traslocati  molti  altri,  i quali  si  trovano  qua  e là  nella 
stessa  camera,  tuttora  designati  coll'antico  numero  d'ordine. 


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20 


Prima  Giornata. 


reno,  opera  fiamminga.  — 11.  Sacra  Famiglia,  di  Andrea  del 
Sarto.  — 12.  Una  caccia,  del  Tempesta.  — 13.  Bambocciata, 
di  Bassano.  — 14.  Madonna,  della  scuola  del  Bonarruoti.  — 15. 
La  flagellazione  di  N.  Signore,  dello  Scarsellino.  — 16.  Costumi 
rurali,  di  Bassano.  — 17.  Un’allegoria  relativa  al  nuovo  e vec- 
chio testamento,  lavoro  di  Gaudenzio  Ferrari.  — 18.  Maria  Ver- 
gine che  torna  dall’  Egitto,  di  Bassano.  — 19.  S.  Brunone,  di 
Pietro  da  Cortona.  — 20.  Una  sacra  Famiglia,  dello  Scarsellino. 

— 21  Una  bambocciata,  di  Bassano.  — 22.  Sansone,  del  Ca- 
roselli. — 23.  Noli  me  tanyere,  di  Garofalo.  — 24.  Un  paese, 
del  Breughel.  — 25.  Mosè  colle  tavole  della  legge,  opera  di 
Guido  Reni  nella  sua  maniera  forte.  — 26.  La  vestale  Claudia 
che  tira  il  vascello  sul  quale  è il  simulacro  di  Pessinunte,  qua- 
dro molto  stimato  di  Benvenuto  Garofalo.  Lateralmente  a 
questo  quadro  veggonsi  due  belli  ritratti,  quello  a destra  è 
opera  del  Bronzino,  l’altro  di  Girolamo  Sicciolante  da  Sermo- 
neta.  — 27.  Una  sacra  Famiglia,  dell’ Albani.  — 28.  Una  Ma- 
donna, della  scuola  di  Coreggio.  — 29.  Bellissimo  quadretto 
con  costumi,  del  Téniers.  — 30.  L’orazione  nell’orto,  di  Bassano. 

— 31.  Quadro  di  autore  incognito.  — 32.  Una  sacra  Famiglia, 
di  Carlo  Maratta.  — 33.  Una  copia  della  Fomarina  dipinta  da 
Raffaello,  eseguita  da  Giulio  Romano.  — 34  e 35.  Paesi,  di 
scuola  fiamminga.  — 36.  Una  sacra  Famiglia  con  alquanti  an- 
geli in  varie  guise  scherzanti,  di  Luca  Cranach.  — 37.  La  strage 
degl’innocenti,  dello  Scarsellino.  — 38.  Le  tre  età  dell’uomo,  di 
Simone  Vouet.  — 39  e 42.  Paesetti  fiamminghi.  — 41.  L’  ado- 
razione de’ Magi,  di  Garofalo.  — 40  e 43.  Due  piccoli  ritratti 
dipinti  da  Téniers. 

quarta  sala.  — 1.  Sacra  Famiglia,  opera  assai  lodevole  di  fra 
Bartolommeo  da  s. Marco. — 2.  Bel  dipinto  dello  Schidone,  espri- 
mente l’evangelica  parabola  della  zizzania.  — 3.  Didone  abban- 
donata, dello  Scarsellino. — 4.  Due  Arcadi  intenti  a contemplare 
un  teschio  umano,  del  suddetto  Schidone.  — 5.  S.  Giovanni 
Evangelista,  di  Guercino.  — 6.  Un  suonatore  di  violino,  ritratto 
incognito,  ma  che  da  taluni  si  crede  l’effigie  del  celebre  Tebal- 
deo,  opera  sublime  di  Raffaello,  che,  come  apparisce  dalla  data 
originale,  fu  da  esso  eseguita  nel  1518. — 7.  S.  Marco  Evange- 
lista, di  Guercino.  — 8.  Erodiade  che  riceve  dal  carnefice  la  re- 
cisa testa  del  Battista,  opera  del  Giorgione.  — 9. 11  ratto  delle 
Sabine,  dello  Scarsellino.  — 10.  S.  Gio.  Battista  nel  deserto, 
del  Breughel.  — 11 . Il  figliuol  prodigo,  del  Monper.  — 12.  L’A- 
mor  coniugale,  di  Agost.  Caracci.  — 13.  Venere  che  portatasi 


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Palazzo  Sciarra. 


21 


nella  fucina  di  Vulcano,  ordina  a questo  le  armi  per  Enea,  del 
Breughel.  — 14.  La  Samaritana,  deH’Àlbani.  — 15. Le  tenta- 
zioni di  S.  Antonio,  del  Breughel.  — 16.  I giuocatori,  opera 
assai  encomiata  di  Michelangelo  da  Caravaggio.  — Al  disopra 
osservasi  il  martirio  di  s.  Erasmo,  di  Niccolò  Pussino;  abbozzo 
del  quadro  di  esso  artista  che  ammirasi  nella  pinacoteca  Vati- 
cana. — 18.  Orfeo  nella  regia  di  Plutone,  del  Breughel.  — 19.  La 
famigerata  Maddalena,  di  Guido  Reni.  — 20.  La  fuga  in  Egitto, 
dell’ Albani.  — 21.  Una  fiera  di  contadini,  del  Breughel.  — • 
22.  Un  quadro  del  Giotto,  esprimente  la  passione  del  Reden- 
tore. — 23.  Veduta  di  un’isola,  del  Breughel.  — 24.  La  fami- 
glia di  Tiziano  dipinta  da  esso  stesso.  — 25.  Un  bellissimo  ri- 
tratto incognito,  del  Bronzino.  — 26.  S.  Sebastiano,  .di  Pietro 
Perugino.  — Al  disopra  è collocato  il  famosissimo  dipinto  di 
Leonardo  da  Vinci,  rappresentante  la  Modestia  e la  Vanità.  — 
28.  S.  Giacomo,  di  Guercino.  — 29.  Il  famoso  ritratto  cono- 
sciuto sotto  il  nome  della  Bella  di  Tiziano,  dipinto  da  lui  stesso. 

— 30.  S.  Girolamo,  del  sunnominato  Guercino.  — 31.  R tran- 
sito della  Madonna,  opera  sublime  di  Alberto  Durerò.  — 32.  Al- 
tra Maddalena,  di  Guido  Reni,  detta  delle  radici,  forse  più  pre- 
giata della  sopra  descritta,  e di  cui  può  dirsi  in  certo  modo  una 
replica  con  qualche  variazione. 

Sulla  piazza  di  Sciarra,  che  piglia  nome  dal  descritto  pa- 
lazzo, nel  1641,  mentre  si  praticavano  alcuni  scavi,  alla  profon- 
dità di  5 met.  si  scoperse  l’antico  lastrico,  e di  contro  all’arco  di 
comunicazione,  detto  dei  Carbognani , si  trovarono  parecchi 
frammenti  di  colonne,  una  iscrizione  spettante  a Claudio,  esi- 
stente ora  nel  palazzo  Barberini,  ed  una  medaglia  d’oro  avente 
in  un  lato  l'effigie  di  Claudio,  e nel  rovescio  un  arco  e la  figura 
equestre  di  esso  imperatore.  Questa  scoperta  assieme  ad  altre 
fatte  nel  decorso  del  passato  secolo,  sotto  Pio  VI,  e taluni  ru- 
deri allora  esistenti,  fecero  stabilire  l’opinione,  che  l’arco  trion- 
fale eretto  a Claudio  dal  Senato  e popolo  romano,  per  la  con- 
quista della  Bretagna  e delle  Orcadi,  fpsse  posto  verso  il  crocic- 
chio dell’arco  de'  Carbognani.  Il  Nardini  riporta  l’accennata 
iscrizione,  conforme  venne  supplita  dal  Grange  de  Gage: 

ti  . clavdio  drusi  f.  caisari 

avg xsto  germanico  pio 

pontifici  max.  trib.  Poi  ix. 

cos.  v.  imperatori  xvi.  patri  patriai 

Senatvs.  POPslusque  romanus  quod 


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22 


Prima  Giornata. 


reges  . vaitanniai  perduelles  sine 
vlla  iAcrvra  celeriter  caiperit 
gentesq.  extremarum  orchadum 
primvs  . indicio  facto  imperio  adiecerit 
s.  p.  q.  r. 

Incamminandosi  per  la  strada  incontro  il  palazzo  Sciarra,  si 
trova  subito  la  piazza  e la 

CHIESA  DI  8.  IGNAZIO. 

Il  card.  Ludovico  Ludo  visi,  nipote  a Gregorio  XV,  cominciò 
ad  erigere,  nel  1626,  questa  chiesa,  in  onore  di  s.  Ignazio  da  Lo- 
iola,  ma  non  rimase  compiuta  se  non  che  dopo  la  morte  di  lui, 
colla  spesa  di  200,000  scudi  romani  da  esso  a tal  uopo  lasciati. 
Domenich ino  ne  diede  due  disegni  diversi,  da  ciascuno  de'  quali 
il  P.  Grassi,  gesuita,  prendendo  una  parte,  formò  quello  che 
venne  eseguito.  L’ Algardi  diede  il  disegno  della  facciata,  la  quale 
è in  travertini,  ornata  con  due  ordini  di  colonne,  corintie  e com- 
posite, e di  pilastri  simili. 

Questa  chiesa,  divisa  in  tre  navate  per  mezzo  di  grandi  pila- 
strate corintie,  è veramente  imponente  e magnifica,  e la  sua  pian- 
te a croce  latina  è superiore  ad  ogni  elogio.  Il  P.  Pozzi,  gesuita, 
dipinse  con  gran  magistero  d’ arte  nella  gran  volta,  l’ingresso 
trionfale  di  s.  Ignazio  nel  paradiso,  e le  quattro  parti  del  mondo 
figurate  da  altrettante  nobili  e maestose  donne;  opera  che  per 
l'amenità  delle  tinte,  pel  fuoco  pittoresco,  e sopratutto  per  l’ef- 
fetto della  prospettiva  si  rende  sorprendente  e classica.  Il  me- 
desimo artefice  condusse  pure  i dipinti  nei  petti  della  finte  cu- 
pola, e quelli  della  tribuna,  come  ancora  somministrò  i disegni 
pe’  due  sontuosi  alteri  della  crociate.  Essi  sono  in  tutto  simili, 
decorati  con  bei  marmi,  con  bronzi  dorati  e con  quattro  colonne 
spirali  incrostate  di  verde  antico.  Su  quello  a destra,  pertinente 
ai  Lancellotti,  si  osserva  un  bassorilievo  scolpito  da  M.r  le  Gros, 
che  vi  espresse  s.  Luigi  Gonzaga  con  assai  bella  maniera  d’ese- 
cuzione. Sotto  l’altare,  entro  un’urna  rivestite  di  lapislazzuli,  ri- 
posa il  corpo  del  santo.  Sopra  l’altare  incontro  è un  bassorilievo 
rappresentante  l’ Annunziate,  lavoro  di  Filippo  Valle.  In  fondo 
alla  piccola  navata  a destra,  è collocato  il  magnifico  monumento 
sepolcrale  di  Gregorio  XV,  opera  del  suddetto  le  Gros.  Inoltre, 
sull’altare  della  prima  cappella  di  queste  navata,  è un  quadro 
del  surricordato  P.  Pozzi,  fiancheggiato  da  due  rare  colonne  di 
giallo  antico,  e rappresentante  s.  Stanislao  Kostka:  l’altare  poi 


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Collegio  Romano.  23 

della  cappella  appresso  ha  una  stupenda  tela  del  Trevisani,  di- 
pintavi la  morte  di  s.  Giuseppe;  ed  al  medesimo  artista  appar- 
tiene la  comunione  di  s.  Luigi  Gonzaga,  eseguita  a fresco  in  una 
delle  lunette. 

Il  grandioso  edifizio  del  Collegio  Romano,  attinente  a questa 
chiesa,  esisteva  fin  dal  1582,  avendolo  fatto  fabbricare  Grego- 
rio Xm  con  architettura  di  Bartolommeo  Ammannati.  Attorno 
ad  un  vasto  cortile,  formato  da  un  portico  a due  ordini,  sono  di- 
stribuite le  scuole  ove  i padri  gesuiti  insegnano  le  lingue  latina, 
greca  ed  ebraica,  le  umane  lettere,  la  rettorica,  le  diverse  parti 
della  filosofia  e la  teologia.  Una  vasta  casa,  unita  a questo  col- 
legio, comprende:  le  abitazioni  di  essi  padri,  una  specola  degnis- 
sima di  osservazione,  una  ricca  biblioteca,  in  cui  si  ammira  un 
quadro  di  Gherardo  delle  Notti,  ed  un  prezioso  museo.  Questo 
porta  il  nome  del  P.  Kircber  che  lo  formò,  ed  in  esso  si  conten- 
gono molte  antichità  in  bronzo,  in  marmo,  ed  in  terra  cotta  ; 
come  pure  vi  esiste  una  completa  raccolta  di  monete  romane  an- 
tiche, procurata  dal  card.  Zelada,  e vi  si  osservano  non  pochi 
oggetti  di  storia  naturale. 

Poco  distante  da  questo  museo  si  trova  V Aula  Massima , rie- 
dificata dopo  l’incendio  sofferto  nel  1849.  Ivi  alla  fabbrica  si  ag- 
giunse un  piano  destinato  ad  uso  di  gabinetto  fisico,  a cui  è pros- 
sima la  cappella  della  Congregazione,  ampliata  dopo  l’incendio 
ed  abbellita  con  pitture  del  Gagliardi  e del  Balbi. 

Tornando  sul  Corso,  troverete  quasi  subito  sulla  destra  il  gran 
palazzo  già  Simonetti  ( N .°  307  ),  edificato  co’  disegni  di  Ales- 
sandro Specchi,  oggi  proprietà  del  principe  Boncompagni. 

Di  rimpetto  vedesi  la 

CHIESA.  DI  S.  MAIICELLO. 

Seguendo  un'antica  tradizione,  il  pontefice  s.  Marcello  I,  nel 
305,  edificò  in  questo  luogo  una  chiesa  nella  casa  di  Lucina, 
matrona  romana,  prossima  ad  un  tempio  d’Iside.  Si  vuole  inol- 
tre, che  il  tiranno  Massenzio  profanasse  il  santuario  facendolo 
servire  di  scuderia  pei  cavalli,  ponendovi  a custodia  il  santo  pon- 
tefice, che  si  crede  vi  morisse  di  stento . La  chiesa  di  cui  si  parla, 
fu  poscia  riedificata  in  onore  dello  stesso  santo,  e nel  VI  secolo 
era  già  titolo  cardinalizio  e collegiata.  Gregorio  XI,  nel  1375, 
soppresse  la  collegiata,  ed  avendo  ristorato  la  chiesa  diedela  in 
cura  ai  pp.  serviti.  Questi  la  riedificarono  nel  1519  co’  disegni 
di  Giacomo  Sausovino,  che  trasportò  la  facciata  sul  Corso,  meu- 


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24 


Prima  Giornata. 


tre  prima  rimaneva  dalla  parte  opposta.  La  facciata  attuale  però, 
di  pessimo  stile,  fu  eretta  con  architettura  di  Carlo  Fontana,  al 
cominciare  del  XVIII  secolo. 

Questa  chiesa,  di  una  sola  navata  con  cinque  cappelle  por 
parte,  è stata  instaurata  nel  1867,  colla  direzione  dell’architetto 
Virginio  Vespignani,  il  quale,  oltre  che  vi  ha  apportato  dei  mi- 
glioramenti architettonici,  in  ispecie  nella  tribuna,  ne  ha  rinno- 
vata intieramente  la  decorazione. 

Nella  terza  cappella,  a destra,  entrando,  è osservabile  il  sepol- 
cro di  Monsignor  Grifoni  vescovo  Triventino,  la  cui  figura,  rap- 
presentata giacente,  ma  soltanto  abbozzata,  si  crede  opera  del 
Bonarruoti.  A sinistra  è il  deposito  del  card.  Tommaso  Weld, 
morto  nel  1837,  erettogli  dal  suo  genero  Lord  Carlo  Ugo  Clif- 
ford, a cui  appartiene  questa  cappella,  sotto  la  quale  fecevi  co- 
struire un  sotterraneo  co’  disegni  di  Agostino  Giorgioli.  La  cap- 
pella che  segue,  dedicata  al  ss.  Crocefisso,  contiene  le  più  pre- 
giate pitture  di  questa  chiesa.  Nella  volta  osservasi  la  creazione 
di  Èva,  bel  lavoro  di  Pierih  Del  Vaga,  che  dipinse  anche  il  s. 
Marco,  e quasi  per  intero  il  s.  Giovanni,  ad  eccezione  della  testa 
e del  braccio  nudo.  Appartengono  al  medesimo  artefice  i due 
angeletti  che  abbracciano  un  candeliere,  ed  il  rimanente  delle 
pitture  sono  di  Daniele  da  Volterra,  il  quale,  coll’aiuto  di  Pel- 
legrino da  Modena,  compì  i dipinti  di  questa  cappella;  ma  gli 
sportelli  che  chiudono  il  Crocefisso  vennero  poscia  coloriti  da 
I ,uigi  Garzi . Il  sepolcro  che  ivi  entro  si  osserva,  eretto  al  card . 
Ercole  Consalvi,  secretarlo  di  stato  di  Pio  VII,  fu  eseguito  da 
llinaldo  Rinaldi. 

Passando  alla  tribuna,  in  cui  il  Vespignani  aprì  le  due  cantorie 
laterali,  osservasi  il  nuovo  quadro  dell’altar  maggiore,  dipinto  a 
fresco,  in  fondo  all’apside,  da  Silverio  Capparoni,  che  vi  rappre- 
sentò s.  Marcello  in  gloria.  Sotto  di  esso  altare  che,  con  savio 
accorgimento,  venne  trasportato  nel  mezzo  della  tribuna,  ele- 
vandolo sopra  alcuni  gradini  di  marmo  bianco,  scorgesi  la  pre- 
giatissima urna  di  basalte , nella  quale  si  conservano  le  sacre 
spoglie  di  s.  Marcello  e di  altri  santi.  I nuovi  affreschi  ai  lati 
delle  finestre,  sono  opere  di  Gio.  Battista  Polenzani,  e rappre- 
sentano: a sinistra  di  chi  osserva,  s.  Filippo  Benizi,  e s.  Giu- 
liana Falconieri;  a destra,  il  beato  Francesco  Patrizi  e la  beata 
Giovanna  Soderini.  Tutte  le  altre  pitture  di  questa  tribuna  si  ri- 
feriscono alla  vita  di  Maria  Vergine,  essendovi  pure  quei  profeti 
e quelle  sibille  che  in  ispecial  modo  parlarono  della  Regina  de’ 
cieli.  Questi  affreschi  si  devono  a Gio.  Battista  da  Novara,  a cui 


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Chiesa  di  s.  Maria  in  Via  Lata. 


25 


appartengono  eziandio  le  storie  della  passione  del  Redentore 
intorno  alla  chiesa,  e la  crocefissione  nella  parete  ove  è la  porta 
principale.  Tutte  queste  pitture  furono  diligentemente  ristaurate 
dal  suddetto  Polenzani.  In  questa  chiesa  è sepolto  il  celebre  viag- 
giatore Pietro  Gilles,  morto  nel  1555  (1). 

Uscendo  dalla  chiesa  e dirigendosi  a sinistra,  si  trova  quasi 
subito,  pure  a manca,  la  via  de’  ss.  Apostoli  che  corrisponde  al- 
l’antico Vi chs  Indis,  cosi  detto  perchè  eravi  un  tempio  dedicato 
ad  Iside  soprannomata  Exorata,  ed  incontro  alla  suddetta  via, 
sul  Corso,  rimane  la 


CHIESA  m 8.  MARIA  IV  VIA  LATA. 


L’antica  regione  detta  Via  Lata,  vicino  al  cui  limite  rimane 
questa  chiesa,  diede  motivo  alla  denominazione  ad  essa  data.  Si 
crede  che  fosse  eretta  nel  luogo  ove  dimorò  s.  Paolo  presso  il 
centurione  il  quale,  secondo  gli  atti  degli  Apostoli,  l'ebbe  con- 
dotto in  Roma  per  comando  di  Festo.  Si  crede  ancora  che  la 
sorgente  che  si  trova  nella  chiesa  sotterranea  scaturisse  per  ser- 
vire a battezzare  coloro  che,  conforme  si  ha  dagli  atti  apostolici 
suddetti,  furono  convertiti  da  s.  Paolo  alla  Fede  di  Cristo.  Poco 
dopo  venne  quivi  eretto  un  oratorio  il  quale,  essendo  rimasto  se- 
polto dalle  mine  dei  propinqui  edifizi,  divenne  sotterraneo,  ed  è 
quello  appunto  a cui  si  scende  per  una  moderna  scala. 

Sull’altare  di  quest’oratorio  sono  le  effigio  de’ santi  apostoli 
Pietro  e Paolo,  scolpite  dal  Fancelli,  e nel  pavimento  scorgesi 
la  sorgiva  di  cui  si  parlò.  Si  ritiene  che  la  chiesa  fosse  in  origine 
eretta  dal  pontefice  Sergio  I,  poco  prima  dell’anno  700  dell’era 
volgare.  Innocenzo  Vili  la  riedificò  circa  il  1485,  ed  in  tale  oc- 
casione venne  demolito  un  arco  trionfale  ivi  prossimo,  che  si  cre- 
de fosse  quello  eretto  a Gordiano  III.  Nel  1662  fu  rifabbricata 
co’ disegni  di  Cosimo  da  Bergamo  e di  Pietro  da  Cortona,  il 
quale  fece  il  portico  e la  facciata  adorna  di  due  ordini  di  colon- 
ne, corintie  e composite.  Cosimo  da  Bergamo  architettò  l’inter- 
no, che  ha  tre  navate  divise  da  12  colonne  di.  cipollino,  poscia 
incrostate  di  diaspro  di  Sicilia.  Il  s.  Andrea,  nella  prima  cap- 
pella a destra,  in  atto  di  baciare  la  croce,  è un’opera  di  Giacinto 
Brandi,  condotta  sullo  stile  di  Guercino. 

Il  monumento  sepolcrale  che  trovasi  presso  il  fondo  della  nave 
piccola  a sinistra,  fu  eretto  da  pietà  filiale,  l’anno  1856,  aZe- 


(1)  È fama  che  presso  questa  chiesa  esistesse  un  macello,  nd  un  uncino  del  quale 
il  popolo  appese,  per  un  piede,  il  cadavere  di  Cola  di  Rienzo. 

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26  Prima  Giornata. 

naide  Bonaparte,  nipote  a Napoleone  I,  ed  il  busto  della  defonta 
è opera  del  Tenerani.  Questa  principessa  morì  in  Napoli  nel  1854, 
ma  le  mortali  spoglie  vennero  trasportate  in  Roma,  e racchiuse 
in  detto  sepolcro.  Incontro  è quello  del  suo  figlio  Giuseppe  man- 
cato ai  vivi  nel  1865.  — Alla  descritta  chiesa  si  congiunge  il 
magnifico 

PALAZZO  BORIA. 

Questo  palazzo,  già  Pamphily,  è uno  dei  più  grandi  e sontuosi 
di  Roma,  componendosi  di  tre  parti,  ossia  di  tre  vasti  edilìzi, 
costruiti  in  epoche  diverse.  La  parte  che  guarda  il  Corso  fu 
eseguita  coi  disegni  del  Valvasori,  il  quale  la  decorò  di  una 
facciata  di  stile  assai  bizzarro  e ricco,  dimodoché,  per  così  dire, 
annunzia  la  magnificenza  dell’illustre  famiglia  a cui  appartiene 
il  vastissimo  edifizio.  L’ architettura  della  parte  rispondente  in- 
contro al  palazzo  di  Venezia,  è di  Paolo  Amaly,  e la  terza  parte, 
che  rimane  sulla  piazza  del  Collegio  Romano,  fu  edificata  colla 
direzione  di  Pietro  da  Cortona,  meno  il  vestibolo  d’ingresso,  che 
è del  Borromini.  Questo  vestibolo  si  rende  osservabile  per  le  dif- 
ficoltà superate  nel  costruirne  la  volta,  la  quale  è piana  e soste- 
nuta da  alcune  colonne  di  granito  orientale.  La  nobile  famiglia 
Doria,  una  delle  più  antiche  e delle  più  celebri  d' Italia,  avendo 
ereditati  i beni  della  casa  Pamphily,  possiede  ed  occupa  questo  pa- 
lazzo, che  fece  abbellire  sontuosamente,  aggiungendovi  anche 
una  cavallerizza  coperta  assai  vasta. 

Entrando  dal  portone  a lato  della  chiesa  di  s.  Maria  in  Via 
Lata,  la  scala  in  fondo  del  portico  a sinistra  conduce  alla  famosa 
galleria  di  quadri,  disposta  nel  primo  piano  coll’ordine  che  segue. 

prima  sala — l.Fruttaiuola,  di Gio. Paolo  Zenardi.  — 2.  Qua- 
dro con  animali,  di  M.r  Rosa,  detto  da  Tivoli. — 3.  Burrrasca,  di 
Pietro  Mulier,  detto  il  Tempesta  vecchio.  — 4.  Paese,  di  Ga- 
spare Pussino,  in  cui  rappresentò  la  penitente  s.  Maria  Egizia- 
ca. — 5.  Il  diluvio  universale,  dello  ScarseUino.  — 6.  Un  uomo 
a cavallo  portante  della  cacciagione,  del  Castiglioni.  — 7 e 8.  Una 
foresta  ed  un  paese  del  suddetto  Pussino.  — 9.  Paese  in  cui  è 
rappresentato  un  torneo,  di  Gio.  Battista  Dossi.  — 10.  Paese  con 
animali,  di  Giovanni  Roos.  — 11.  Quadro  con  bestiame,  di  M.r 
Rosa.  — 12.  Un’accademia  di  musica,  del  cav.  Calabrese.  — 13. 
Giove  con  altre  divinità,  del  Lorenzino.  — 14.  Altro  quadro  con 
bestiame,  del  sudd.  M.r  Rosa.  — 15  e 16.  Paese  di  forma  assai 
stretta  ed  alta,  del  sunnominato  Pussino.  — 17  e 18.  Animali,  di 
Gio.  Roos.  — 19.  Veduta  campestre  con  marina  ed  avanzi  di  au- 


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Palazzo  Porta. 


27 


tichi  edilìzi,  di  Niccolò  Pulsino.  — 20.  Paese,  di  Paolo  Brilli.  — 
21,  22  e 23.  Paesi,  di  Gasp.  Pussino.  — 24.  Dettaglio  di  paese, 
del  medesimo.  — 25.  Paese  rappresentatovi  Mercurio,  del  sud- 
detto. — 26.  David  colla  testa  di  Golia,  del  Caravaggio.  — 27. 
Altro  dettaglio  di  Paese,  di  Gasp.  Pussino.  — 28.  Paese  arric- 
chito di  figure,  di  Guercino.  — 29  e 30.  Paesi,  di  Gasp.  Pus- 
sino. — 31.  Erminia  accolta  dal  Pastore,  del  Romanelli.  — 32. 
Cacciagione,  del  Castiglioni.  — 33.  Veduta  dell’ antico  edifizio 
conosciuto  sotto  il  nome  di  Trofei  di  Mario,  opera  della  scuola 
di  Salvator  Rosa.  — 34.  Paese  colla  fuga  in  Egitto,  di  Gasp.  Pus- 
sino. — 35.  11  sagrifizio  di  Noè,  di  Pietro  da  Cortona.  — 36.  Gli 
animali  che  entrano  nell’arca,  del  Bassano.  — 37.  Una  battaglia, 
del  Borgognone.  — 38.  Paese,  della  scuola  di  Salvator  Rosa. — 
39.  Semiramide,  del  Braner. 

Questa  sala  va  pure  ricca  di  alquanti  marmi,  ed  ecco  l’ indi- 
cazione de' più  rimarchevoli.  Il  sarcofago  più  vicino  airingresso 
è di  romano  scarpello,  ed  offreci,  in  altorilievo,  Meleagro  alla 
caccia  del  cinghiale  Calidonio;  poco  lungi  da  quest’antico  mo- 
numento si  osserva  una  bellissima  replica  della  ninfa  del  Lou- 
vre, e poi  un  altro  sarcofago  parimenti  di  romana  scultura  sul 
quale  è espressa  la  favola  di  Marzia:  tal  pregevole  marmo  fu  sco- 
perto in  Lorio  ed  illustrato  dal  Cardinali.  Tra  le  finestre  è collo- 
cata una  statua  di  Bacco  Indiano,  detto  dai  Greci  Pionysius 
Pyon:  essa  elevasi  sopra  un'ara  rotonda  adorna  di  baccanti,  ope- 
ra romana,  scoperta  in  Albano,. nel  sito  ov’era  la  villa  di  Pom- 
peo. Volgendosi  all’altra  parete,  si  osservano:  un  sarcofago  su 
cui  sono  espressi,  in  altorilievo,  i furtivi  amori  di  Diana  con  En- 
dimione;  due  ritratti  scolpiti  dall’Algardi,  uno  dei  quali  rappre- 
senta papa  Innocenzo  X Pamphily,  l’ altro  il  principe  Pamfilio 
Pamphily,  ed  infine  scorgesi  un  lato  di  quei  triclinii  su  cui  i Ro- 
mani giacevano  a mensa:  anche  questo  raro  monumento  fu  sco- 
perto in  Albano  nel  luogo  già  sopra  indicato.  Fra  gli  oggetti 
collocati  nel  mezzo  di  questa  sala  è rimarchevole  Ulisse  sotto  il 
ventre  di  un  ariete  per  sottrarsi  dalla  prigionia  di  Polifemo,  mar- 
mo illustrato  dal  Winckelmann. 

seconda  sala.  — 1 e 2.  Battaglie  deLReder,  detto  M ,r  Lean- 
dro. — 3.  Gesù  aiutato  dal  Cireneo,  del  Bronzino.  — 4.  La  Ca- 
rità Romana,  di  Pietro  Valentin.  — 5.  La  Circoncisione  di  Gesù, 
di  Giov.  Bellini.  — 6.  Una  festa  campestre,  grazioso  quadretto 
del  Van-Breda.  — 7.  La  Nostra  Donna  con  diversi  santi,  di  Mar- 
co Basaiti.  — 8.  Il  Salvatore,  di  scuola  fiorentina.— 9 e 10.  Bat- 
taglie, del  Reder.  — 11.  S.  Marta,  di  scuola  bolognese.  — 12.  La 

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28 


Prima  Giornata. 


Madonna  col  Bambino,  del  Rondineljo.  — 13.  Bellissimo  ritratto 
della  moglie  di  Holbein,  dipinto  da  lui  medesimo.  — ■ 14.  Giu- 
ditta, attribuita  a Guido  Reni.  — 15.  Le  tentazioni  di  s.  Anto- 
nio, del  Mantegna.  — 16.  Ritratto  di  donna,  del  Tintoretto.  — 
17.  Marzia  ed  Olimpo,  di  Annibaie  Caracci.  — 18.  Il  Salvatore 
che  porta  la  croce,  del  Muziano.  — 19.  S.  Giovanni  sulle  rive 
del  Giordano,  di  Guercino.  — 20.  Grazioso  paesetto,  del  Roth. 

— 21.  I.o  sposalizio  della  Madonna,  del  Pisanello.  — 22.  Stu- 
pendo quadretto  di  genere,  di  Wouwermans.  — 23.  S.  Silvestro 
papa  alla  presenza  di  Massimino  II,  opera  assai  bella  di  Pisa- 
nello. — 24.  Una  bella  Madonna,  di  Frane.  Francia.  — 25.  Una 
Virtù,  di  antica  maniera.  — 26.  Quadretto  fiammingo.  — 27. 
Dittico , di  Taddeo  De  Bartolo  da  Siena.  — 28.  L’ Annunziata, 
di  fra  Filippo  Lippi.  — 29.  S.  Leone  papa  incatenando  il  drago, 
opera  commendovole  del  Pesellino.  — 30.  Sacra  F’amiglia,  di 
Lorenzo  Costa.  — 31.  Una  Virtù,  di  antico  stile.  — 32.  Qua- 
dretto fiammingo.  — 33.  S.  Agnese  sul  rogo,  di  Guercino.  — 
34.  Quadretto  di  Wouwermans.  — 35.  La  nascita  della  Madon- 
na, del  Pisanello.  — 36.  Paese,  del  Both.  — 37.  Una  Maddale- 
na, del  Tiziano.  — 38.  Un  Ecce  Homo,  della  scuola  de’ Caracci. 

— 39.  Altro  Ecce  Homo,  di  Scuola  veneziana.  — 40.  Giunone 
che  mette  gli  occhi  d’Argo  nella  coda  del  pavone,  di  Carlo  Sa- 
raceni. — 41.  Gesù  al  limbo,  di  Giuseppe  Ainz.  — 42.  Bellissi- 
mo ritratto  di  Holbein,  dipinto  da  sè  stesso  nel  1545.  — 43.  M. 
Vergineeoi  Bambino,  del  Rondinello. — 44. Un’Addolorata,  della 
Siraui.  — 45.  S.  Girolamo,  del  Palma  vecchio.  — 46.  Famiglia 
villareccia,  del  Bassano.  — 47.  Veduta  del  porto  di  Napoli,  del 
Breughel.  — 48.  Susanna  al  bagno,  di  Annibaie  Caracci.  — 49. 
Putto  scherzante  con  un  leone,  attribuito  al  Tiziano.  — 50.  L’ar- 
ca di  Noè,  del  Bassano.  — 51.  Paese  con  Adamo  ed  Èva,  del 
pittore  suddetto.  — 52.  Paese  colla  fuga  in  Egitto,  di  scuola 
fiamminga.  — 53.  S.  Girolamo,  dello  Spagnoletto.  — 54  e 55. 
Ritratti  di  filosofi,  del  Prete  genovese.  — 56.  Sacra  Famiglia,  di 
Pier-Francesco  Mazzucelielli.  — 57.  Madonna,  di  autore  inco- 
gnito. — 58.  Sacra  Famiglia,  bozzetto  di  Paolo  Veronese.  — 
59  e 60.  Quadri  di  autore  incognito.  — 61.  Una  prospettiva,  del 
Viviani.  — 62.  Ritratto  del  card.  Giorgio  I,  di  Luca  Torelli.  — 
63.  Nascita  di  Gesù,  del  Calvart.  — 64.  Paese,  dell’Orizzonte. 

— 65  e 66.  Paesi,  del  Monper.  — 67.  Mezza  figura  rappresen- 
tante l’Inverno,  di  autore  incognito.  — 68.  Paese  della  scuola  di 
Passino.  — 69.  Burrasca,  del  Manglard.  — 70.  S.  Francesco,  del 
Muziano.  — 71  e 72.  Quadretti  prospettici,  di  autore  incognito. 


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Palazzo  Boria. 


29 


— 73.  La  conversione  di  s.  Paolo,  di  Taddeo  Zuccari.  — 74.  S. 
Francesco,  di  autore  incognito.  — 75.  Paese,  del  Locatelli.  — 
76.  La  Carità  Romana,  di  Simone  Cantarini  da  Pesaro.  — 77 . Al- 
tro paese,  del  Locatelli.  — 78.  Deposizione  di  croce,  del  Cal- 
vari — 79.  Una  Madonna,  del  Lodi.  — 80.  S.  Sebastiano,  di 
Pietro  Perugino.  — 81.  Copia  di  un  quadretto  fiammingo. 

' I due  gruppi  in  marmo  bianco,  nel  mezzo  della  sala,  sono  ope- 
re dell’Algardi;ed  il  bellissimo  Centauro,  in  rosso  antico  e bigio, 
fu  scoperto  in  Albano,  nel  1849,  nel  già  citato  luogo  di  delizie 
del  gran  Pompeo.  — La  porta  a destra  mette  alla 
terza  sala.  — 1.  L’Autunno,  del  Romanelli. — 2.  Paese,  del 
Monticelli. — 3.  Erminia  che  si  presenta  al  pastore,  di  Pietro  da 
Cortona.  — 4.  S.  Maria  Maddalena,  del  Murillo.  — 5.  Una  Ma- 
donna col  Bambino,  del  Rubens. — 6.  Paese,  del  Demarchis. — 

7.  Bersabea  al  bagno,  quadro  di  bell’effetto  del  Bronkorst. — 

8.  Il  Salvatore,  del  Morini.  — 9.  Madonna,  di  Sassoferrato. — 
10.  Altra  Madonna,  del  Morini.  — 11.  Semiramide,  della  scuola 
de’Caracci. — 12.  Maria  Vergine,  della  scuola  del  Perugino. — 
13.  Paese,  dell'Orizzonte. — 14.  Venere  coronata  dalle  Stagioni, 
di  Filippo  Lauri. — 15.  Sacra  Famiglia,  bell’opera  di  Andrea  Del 
Sarto. — 16.  Paese,  dell’Orizzonte. — 17.  La  Primavera,  del  Roma- 
nelli.— 18.  S.  Pietro,  di  autore  incognito.  — 19.  Paese,  delBu- 
siri.  — 20.  Gesù  caduto  sotto  la  croce,  di  Francesco  Montemez- 
zano.— 21.  Un  Profeta,  d’ Andrea  Sacelli. — 22.  Paese,  delBu- 
siri. — 23.  Maria  Vergine  col  Bambino,  di  Simone  Cantarini  da 
Pesaro.  — Fra  i busti  che  adornano  questa  sala  è rimarchevole 
quello  della  principessa  donna  Ohmpia  Pampliily. 

quarta  sala. — 1.  Marte,  Venere  e Cupido,  di  Paris  Bour- 
bon. — 2.  Un  bel  ritratto  di  Costanza  Landi,  della  scuola  di  Leo- 
nardo da  Vinci.  -,  3.  Paese  colla  nascita  di  Adone,  opera  di 
molto  merito  dello  Swanevel. — 4.  La  cena  del  Salvatore  in  casa 
del  Fariseo,  del  Cigoli. — 5.  Erminia  e Tancredi  ferito,  di  Guer- 
cino. — 6.  Battaglia,  di  antica  scuola.  — 7.  La  cena  in  Emaus, 
del  Lanfranco.  — 8.  Altro  bel  paese,  dello  Swanevel,  col  ratto  di 
Adone.  — 9. Un  venditore  di  meloni,  del  Caravaggio. — 10. Mad- 
dalena, del  Caracci.  — 11.  11  figliuol  prodigo,  del  Bassano. — 
12.  Testa  di  studio  dipinta  dal  Barocci. — 13.  S.  Girolamo,  dello 
Spagnoletto. — 14.  Ritratto,  forse  di  un  medico  occupato  nello 
studio  di  un  teschio  umano,  opera  di  Luca  Giordano.  — 15.  S. 
Dorotea,  del  Lanfranco—  16.  S.  Girolamo,  di  scuola  napolitana. 
— 17  Una  Deposizione  di  croce,  di  Paolo  Veronese.  — 18.  Paese 
con  caccia,  di  Paolo  Brilli. — 19.  Paese,  di  autore  incognito.  — 


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30  Prima  Giornata. 

20.  Paese,  dell’Orizzonte. — 21.  Quadretto  di  genere,  di  Miche- 
langelo. Cerquozzi. — 22.  Porto  di  mare,  di  Giovanni  tìriffier. — 
23.  Scuola  di  fanciulle,  di  Pasqualino  Rossi.  — 24.  Paese,  del 
Monper.  — 25.  Paese  con  Bacco  ed  Arianna,  di  autore  inco- 
gnito.—26.  Paese,  del  Masturso. — 27.  Paese,  dell’Orizzonte. — 
28.  Altro  porto  di  mare,  del  Griffier.  — 29.  Erminia  che  in  men- 
tite spoglie  si  presenta  al  pastore,  del  Cerquozzi.  — 30.  Ritratto 
di  una  religiosa,  scuola  fiamminga. — 31.  Il  presepe,  opera  di 
Carletto  Caliari. — 32.  Bel  paese  con  caccia,  di  Paolo  Brilli. — 
33.  Sposalizio  di  s.  Caterina,  di  Scipione  Gaetano. — 34.  S.  Gio- 
vanni Battista,  del  Caravaggio. — 35.  Sacra  Famiglia  con  Maria 
Vergine  coronata,  di  Ludovico  Caracci.  — 36.  Testa  dipinta  dal 
Mola.  — 37.  S.  Pietro  in  carcere  visitato  dall’angelo,  del  Lan- 
franco.— 38.  Fuga  di  Giacobbe,  copia  di  un  dipinto  del  Bassano. 

Nel  mezzo  della  sala  osservasi  una  statua  giacente  del  Nilo 
scolpita  in  basalte,  lavoro  dei  tempi  di  Adriano,  ed  è pure  rimar- 
chevole un  secchio  etrusco  in  bronzo,  istoriato  all’ intorno. 

quinta  sala. — 1.  SacraFamiglia,  di  Giorgio  Vasari. — 2.  Due 
mezze  figure,  scuola  fiamminga.  — 3 e 4.  Marine,  del  Manglard. 
— 5 e 6.  Paesi,  di  autori  incogniti. — 7.  Il  Redentore  attorniato 
dai  Farisei,  quadro  a lume  di  notte,  del  Bassano.  — 8.  Paese. — 
9.  Gesù  all’  orto,  del  Bassano.  — 10.  Il  sacrifizio  di  Noè,  del  me- 
desimo.— 11.  Il  palazzo  Saìviati,  del  Russino. — 12.  Marina,  di 
Apollonio  da  Bassano. — 13  e 14.  L’Europa  e l’Asia,  di  Fran- 
cesco Solimene.  — 15.  Un  paese,  di  autore  incognito.  — 16.  S. 
Agnese,  del  Tiziano. — 17.  Gli  avari,  opera  di  gran  merito  di 
Quintin  Metzyis,  detto  il  F’abbro  d’ Anversa.  — 18.  La  Predica- 
zione di  Cristo,  scuola  fiorentina. — 19.  Paese,  dell’Orizzonte. — 
20.  Veduta  di  campagna. — 21.  Sposalizio  di  s.  Caterina,  lode- 
vole produzione  di  Domenico  Beecafumi.  — 22.  Sacra  Famiglia 
con  s.  Caterina,  prima  maniera  di-  Tiziano.  — 23.  Paese,  del- 
l’ Orizzonte.  — 24.  Due  mezze  figure,  di  Giorgio  Barbarelli. — 
25.  S.  Giuseppe,  di  Guercino.  — 26.  Flora,  di  Ercole  Gennari. — 
27.  Bel  paese,  di  Domenichino. — 28  e 29.  L’Affrica  e l’Ame- 
rica, del  Solimene. — 30.  Paese,  del  Bassano. — 31.  Veduta  del 
Tevere  presa  da  Rifetta,  del  Pussino.  — 32.  Gesù  in  Emaus,  del 
Bassano. — 33.  La  vendemmia,  del  medesimo. — 34.  Paese,  di 
Ermanno  Swanevel. — 35.  Cristo  che  scaccia  i profanatori  dal 
tempio,  del  Bassano.  — 36.  Burrasca,  di  scuola  fiamminga.  — - 
37.  Paese,  del  Demar chis.  — 38.  Sacra  Famiglia,  copia,  scuola 
di  Andrea  del  Sarto. — 39.  S.  Girolamo,  di  autore  incognito. — 
40.  Una  santa,  di  scuola  senese.  — 41.  Ecce  Homo,  quadretto  di 


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Palazzo  Dona. 


31 


autore  incognito. — 42.  Mezza  figura  d’uomo  con  lanterna  in 
mano,  di  maniera  fiamminga.  — 43.  Paese,  del  Bavarese.  — 
44.  Madonna,  di  autore  incognito.  — 45.  Paese,  di  autore  inco- 
gnito.— 46. "Battaglia,  di  scuola  fiamminga. — 41.  Burrasca,  del 
Manglard. — 48.  Cristo  con  due  apostoli,  di  autore  incognito. — 
49.  — Paese,  di  autore  incognito.  — 50.  Paese,  del  Both. — 
51.  Porto  di  mare,  del  Manglard.  — 52.  Sacra  Famiglia  con  due 
sante,  del  Bonifazio.  — 53.  Nascita  di  Gesù  Bambino,  opera 
fiamminga.  — 54.  Donna  in  preghiera,  di  autore  incognito.  — 
55.  Paese,  del  Bavarese.  — 56.  S.  Sebastiano,  di  autore  inco- 
gnito. — Il  gruppo  in  marmo  bianco  rappresentante  la  lotta  di 
Giacobbe  coll’angelo,  è della  scuola  del  Bernini. 

sesta  sala. — 1,  2 e 3.  Un  paese  e due  nevate,  di  autori  in- 
cogniti.— 4.  Testa  di  un  filosofo,  del  Prete  genovese. — 5.  Sacra 
Famiglia,  del  Botticelli  — 6.  Strage  degl’innocenti,  di  Luca 
Giordano.  — 7.  La  cena  di  Gesù  cogli  apostoli,  scuola  vene- 
ziana.— 8.  Ritratto  della  principessa  donna  Olimpia  Pamphily. — 
9.  La  castità  di  Giuseppe,  di  autore  incognito. — 10, 11  e 12. Qua- 
dri fiamminghi. — 13.  Madonna  col  Bambino  che  dorme,  di  Carlo 
Maratta.  — 14.  Assunta,  del  Caracci.  — 15.  Tobia  e l’angelo, 
di  Filippo  Fiorentino.  — 16.  Il  buon  pastore,  scuola  tedesca.  — 

17.  Veduta  campestre  con  famiglia  villareccia,  del  Pasqualino. — 

18.  Paese,  del  Monticelli.  — 19.  Paese,  di  Pietro  Laar.  — 20. 
Paese,  di  Gaspare  Pussino. — 21.  La  conversione  di  s.  Paolo,  di 
Taddeo  Zuccari. — 22.  Assunzione  di  Maria  Vergine,  diDomeni- 
chino.  — 23.  Una  Madonna,  dello  Schidone.  — 24.  Paese  fiam- 
mingo. — 25.  Bel  Paese,  del  Monticelli.  — 26.  Madonna  col 
Bambino  e s.  Giovanni,  di  autore  incerto. — 27.  Giovanetto  che 
suona,  del  Caravaggio.  — 28.  Erodiade,  scuola  del  Pasignani. — 
29.  S.  Giovanni,  scuola  di  Guercino.  — 30.  Ritratto  di  un  fan- 
ciullo, abbozzo  del  Van-Dyck.  — 31.  S.  Pietro  che  disputa  con 
Simon  Mago,  di  Pietro  Tearini.  — 32  e 33.  Quadri  con  animali, 
di  Giovanni  Roos.  — 34  e 35.  Vedute  d’incendii,  di  Alessio  De- 
marchis.  — 36.  Una  prospettiva,  del  Viviani.  — 37.  S.  Girola- 
mo, scuola  di  Guercino. — 38.  Madonna,  scuola  del  Coreggio. — 
39.  Sposalizio  di  s.  Caterina,  scuola  di  Gio.  Bellini.  — 40.  Lotta 
in  campagna,  di  Adriano  Manglard.  — 41.  Un  paese,  di  Paolo 
Brilli.  — 42.  Un  s.  Girolamo,  di  Annibaie  Caracci.  — 43  e 44. 
Due  vedute  di  campagna.  — 45.  S.  Girolamo,  scuola  del  Mu- 
ziano. — 46.  S.  Eustachio,  maniera  di  Alberto  Durerò.  — 47. 
Porto  di  mare,  del  Manglard. 

gabinetto.  — 1.  Piccolo  paese  fiammingo.  — 2.  Costume  a 
chiaro  di  lume,  di  Gherardo  delle  Notti.  — 3.  Paese,  dell’  Oriz- 


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32 


Prima  Giornata. 


zonte.  — 4.  Bellissimo  quadretto  del  Breughel,  in  cui  rappre- 
sentò una  caccia.  — 5.  Paese  fiammingo.  — 6.  Altro  quadretto 
a chiaro  di  lume,  di  Gherardo  delle  Notti.  — 7.  Paese,  dell’Oriz- 
zonte. — 8.  Sorprendente  paese  fiammingo.  — 9.  Plori  e frutta, 
del  Breughel.  — 10.  Paese  fiammingo.  — 11.  Testa  con  tur- 
. bante,  del  Rubens.  — 12.  Visione  di  s.  Giovanni,  del  Breughel. 
— 13.  Quadretto  fiammingo. — 14.  Fiori  e frutta,  del  Breughel. 
— 15.  Quadro  fiammingo.  — 16.  Ritratto  di  donna,  del  Cara- 
vaggio. — 17.  Creazione  dell’uomo,  del  Breughel.  — 18.  Qua- 
dretto fiammingo. — In  questo  gabinetto  osservasi  un  altrobu- 
sto di  donna  Olimpia  Pamphily,  scolpito  dall’ Algardi. 

settima  sala.  — 1.  Caduta  del  Velino,  dell’ Orizzonte.  — 
2.  Paese,  del  Tempestino.  — 3.  Paese,  di  Salvator  Rosa.  4. 
Paese,  di  Marzio  Masturso. — 5.  Burrasca  fiamminga.  — 6.  Paese 
di  autore  incognito.  — 7.  Paese,  del  Tempestino.  — 8.  Paese,  di 
Salvator  Rosa,  in  cui  rappresentò  Belisario.  — 9 e 10.  Paesi,  di 
autori  incogniti.  — 11.  Paese,  del  Tempestino. — 12.  Combatti- 
mento, di  scuola  fiamminga.  — 13.  Paese,  di  Agostino  Tassi. — 
14.  Riposo  in  Egitto,  del  Both.  — 15.  Cascatelle  di  Tivoli,  del- 
l’Orizzonte.— 16.  Paese,  del  Tempestino.  — 17.  Paese,  di  Apol- 
lonio daBassano. — 18.  Nevata,  di  Bartolommeo Fiammingo. — 
19.  Strage  degl’innocenti,  del  Mazzolini.  — 20.  Paese,  del  Mon- 
per.  — 21.  Paese,  del  Both.  — 22.  Veduta  di  un  ponte,  del  Bas- 
sano.  — 23,  24  e 25.  Veduta  di  antichi  edifizi,  del  Viviani.  — • 

26.  Veduta  di  una  campagna  romana,  in  cui  si  trita  il  grano.  — 

27.  Paese,  di  Giacomo  Spagnuolo. — 28.  L’arca  di  Noè,  copiata 

da  un  originale  del  Bussano. — 29  e 30.  Vedute  del  Foro  Romano, 
opere  fiamminghe.  , 

ottava  sala.  — 1.  S.  Pietro,  dello  Spagnoletto. — 2.  Cena 
in  Emaus,  del  Bussano.  — 3.  S.  Giovanni  Battista,  del  Cara- 
vaggio. — 4 e 5.  Paesetti,  del  Locatelli.  — 6.  Turbine  in  cam- 
pagna, dell’Orizzonte.  — 7.  Presa  di  Castro,  del  Borgognone, 
in  cui  Carlo  Maratta  colorile  figurine  sulle  nubi. — 8 e 9.  Interni 
di  due  studii,  uno  di  pittura,  l’altro  di  scultura,  di  Tommaso 
Wych. — 10.  Paese,  dell’Orizzonte.  — 11  e 12.  Quadretti  di 
genere,  di  Niccola  Berghem.  — 13.  Madonna,  di  Carlo  Cignani. 
— 14.  Deposizione  dalla  croce,  di  Cecchino  Salviati.  — 15.  La 
cucina  di  Epulone,  del  Bassano.  — 16.  Lazzaro  risuscitato  dal 
Salvatore,  di  autore  incognito.  — 17.  Maria  Vergine  con  alcuni 
angoli,  di  Ludovico  Caracci.  — 18.  Quadro  con  cacciagione, 
dello  Spadino.  — * 19.  Paese,  del  Bavarese.  — 20.  Paese,  del 
Monper.  — 21.  La  podestà  delle  chiavi,  di  autore  incognito.  — 
22.  S.  Sebastiano,  di  Ludovico  Caracci. 


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Palazzo  Porla. 


33 


nona  sala.  — 1.  Burrasca,  del  Mulier.  — 2, 3 e 4.  Marine 
fiamminghe.  — 5.  S.  Antonio  nel  deserto,  di  Giacinto  Brandi. — 
6.  Bel  quadro  con  frutta,  del  Zenardi. — 7 e 8.  Venditore  di 
pesce,  e venditrice  di  erbaggi,  di  Gio.  Battista  Weeninx.  — 9 
e 10.  Costumi  con  volatili  e venditore  di  pesce,  del  suddetto. — 
il.  Cacciagioni  e frutta,  dello  Spadino.  ■ — 12.  La  cucina  di 
Epulone,  di  Luca  Giordano.  — 13.  Burrasca,  del  Tempesta.  — 
14.  Una  marina,  del  Tempestino.  — 15  e 16.  Due  belle  marine 
fiamminghe.  — 17.  Paese,  di  scuola  napolitana. — 18.  Paese,  del 
Botb,  espressovi  Gesù  con  alquanti  angeb.  — 19.  Paese,  del 
Monper. — 20.  Agar,  scuola  romana.  — 21.  Paese,  delMonper. 

— 22  e 23.  Prospettive,  del  Yiviani. — 24  e 25.  Paesi,  del  Bava- 
rese.— 26.  Battaglia,  scuola  del  Borgognone. — 27  e 28.  Paesi, 
del  Bavarese.  — 29  e 30.  Battaghe,  del  Graziani.  — 31.  Paese, 
di  Giovanni  Spagnolo.  — 32.  Paese,  del  Martinotti.  — 33.  Paese, 
di  scuola  napohtana. — 34.  Paese,  dell’Orizzonte.  — 35.  Paese, 
del  Monper. 

decima  sala.  — 1.  Paese  con  bestiame,  del  Roos.  — 2.  Bel 
quadro  con  frutta,  del  Cassana.  — 3 e 4.  Cacciagione,  dello 
Spadino.  — 5.  Fiori  di  Mario  di  Nuzzi,  detto  Mario  de' Fiori. 

— 6.  Cacciagione,  di  Andrea  Vekiceven.  — 7.  Frutta,  del  Ze- 
nardi. — 8.  Altro  quadro  di  cacciagione,  del  Vekiceven.  — 9. 
Pernici,  dello  Spadino.  — 10  e 11.  Due  pregevob  quadretti  di 
genere  fiamminghi.  — 12.  Frutta,  del  Zenardi.  — 13  e 14. 
Paesi  con  animali,  di  Giovanni  Roos.  — 15.  Frutta,  del  Cassana. 

— 16.  Fiori,  di  Mario  de’Fiori.  — 17.  Cacciagione,  dello  Spa- 
dino. — 18.  Prospettiva,  del  Viviani.  — 19.  Frutta,  del  Novarra. 

— 20.  Altro  quadro  di  frutta,  del  Zenardi.  — 21  e 22.  Caccia- 
gione, dello  Spadino.  — 23  e 24.  Quadri  con  frutta,  di  autore 
incognito.' — 25.  Frutta  assai  naturab,  del  Novarra.  — 26. 
Frutta  dipinto  sopra  una  tavola  coperta  con  tappeto , opera 
veramente  hnpareggiabile  del  Zenardi. 

gban  galleria,  primo  braccio  a sinistra.  — 1.  Gesù  Bam- 
bino adorato  dagli  angeli,  di  maniera  antica.  — 2.  Sacra  Fa- 
miglia, rappresentata  sopra  masse  di  nubi,  con  al  disotto  due 
santi  francescani,  di  Garofalo.  — 3.  Paese  colla  Maddalena,  di 
Annibaie  Caiacci.  — 4.  Galatea,  di  Pierino  del  Vaga.  — 5.  Una 
sacra  Famigha,  del  Breugliel.  — 6.  Paesetto  fiammingo.  — 7. 
Altro  paesetto  fiammingo,  detto  di  Torreggiani.  — 8.  Due 
ipocriti,  del  Fabbro  d’ Anversa.  — 9.  Sacra  Famiglia,  di  Sas- 
soferrato. ■ — 10.  S.  Eustachio,  maniera  di  Alberto  Durerò. 

— 11.  Madonna  col  Bambino  in  culla  e due  santi,  di  Gio- 

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34 


Prima  Giornata. 


vanni  Miele.  — 12.  Un  paesetto  fiammingo.  — 13.  Deposizione 
di  croce,  del  Padovanino.  — 14.  Ritratto  di  un  vecchio  con  ve- 
ste nera,  del  Tiziano.  — 15.  Una  sacra  Famiglia,  di  Andrea  del 
Sarto.  — 16.  La  creazione  degli  animali,  del  Breughel.  — 17 
e 18.  Due  vedute  di  Venezia,  di  Gaspare  degli  Occhiali.  — 19. 
Enea  condotto  all’inferno  dalla  Sibilla,  del  Breughel.  — 20.  Lot 
colle  sue  fighe,  di  Gherardo  delle  Notti.  — 21.  Il  figliuol  pro- 
digo, di  Guercino.  — 22  e 23.  Due  cantanti,  di  Gherardo  delle 
Notti.  — 24.  S.  Giovanni,  dello  Schidone.  — 25.  Il  Riposo  in 
Egitto,  paese  di  Claudio  Lorenese.  — 26 . La  visitazione  di  s.  Eli- 
sabetta, di  Garofalo.  — 27.  Cena  in  campagna,  di  Francesco 
Chatel.  — 28  e 29.  Quadretti,  di  Gherardo  delle  Notti.  — 30. 
Ritratto  di  donna  che  legge,  di  Luca  d'Olanda.  — 31.  Lotta  di 
amorini  e baccanti,  di  Francesco  Gessi.  — 32.  Il  riposo  in  Egitto 
con  un  angelo  che  suona  il  violino,  di  Carlo  Saraceni.  — 33  e 
34.  Paesi,  di  Francesco  Wallint.  — 35.  Gesù  al  Calvario,  di 
Paolo  Brilli.  — 36.  Paese  di  Gaspare  Pussino,  in  cui  suo  fratello 
Niccolò  dipinse  la  fuga  in  Egitto.  — 37.  Madonna  col  Bambino 
e san  Giovanni,  di  Andrea  del  Sarto.  — 38.  Le  Nozze  Aldobran- 
dine,  copia  fatta  da  Niccolò  Pussino.  — 39.  Ritratto  di  uomo  in 
veste  rossa,  del  Tintoretto.  — 40.  Piccola  Madonna  col  Bam- 
bino, dello  Schidone.  — 41.  Creazione  della  donna,  del  Maratta. 
— 42.  Veduta  del  Colosseo  con  paese,  dell’Orizzonte.  — 43.  Una 
marina  con  paese,  opera  fiamminga  detta  di  Torreggiani.  — 44. 
Quadretto  fiammingo.  — 45.  Maria  Vergine  in  atto  di  adorare 
Gesù  Bambino,  di  Guido  Reni.  — 46.  Quadretto  di  autore  in- 
cognito. — 47.  Sacra  Famiglia  con  s.  Cecilia  e s.  Caterina,  del- 
l’ Albani.  — 48.  Paese,  dell’Orizzonte.  — 49.  Un  angelo  suonante 
il  tamburello,  di  Paolo  Veronese.  — 50.  Sacra  Famiglia  co- 
piata da  Giulio  Romano  da  un  dipinto  del  Sanzio.  — 51.  Cristo 
che  caccia  i venditori  dal  tempio,  di  Dosso  Dossi. 

Anche  gl’ interstizi  delle  finestre , tanto  di  questo  primo  brac- 
cio quanto  degli  altri  due  che  seguono , veggonsi  decorati  di 
quadri-,  ma  essendo  tutti,  piò,  o meno,  di  mediocre  merito,  sti- 
miamo opportuno  tralasciarne  l'indicazione. 

Secondo  braccio.  — l.S.  Pietro  che  piange,  di  Giovanni  Lan- 
franco. — 2.  Ecce  Homo , di  Lodovico  Caracci.  — 3.  Un  fau- 
no,  mezza  figura,  del  Rembrandt.  • — 4.  Vecchio  che  legge,  di 
scuola  bolognese  — 5.  S.  Pietro , opera  di  Guercino.  — 6.  Maria 
Vergine  col  Bambino  e due  santi,  del  Francia.  — 7.  Testa  di 
angelo,  del  Barocci.  — 8.  S.  Pietro,  di  Guido.  — 9.  S.  Paolo, 


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Palazzo  Boria.  35 

di  Guercino.  — 10.  La  Maddalena,  del  Calabrese.  — 11.  Cristo 
in  croce,  di  Giov.  Maria  Morandi.  — 12.  S.  Francesco  con  due 
angeli,  di  Annibaie  Caracci.  — 13.  Disputa  di  Gesù  coi  dottori, 
del  Mazzolino.  — 14.  Bartolo  e Baldo,  ritratti  sorprendenti  co- 
loriti da  Raffaele  Sanzio.  — 15.  S.  Girolamo,  del  Caracci.  — 
16.  Gesù  alla  tomba,  del  Mazzolino.  — 17.  Ritratto  di  un  uomo 
con  libro  in  mano,  del  Tiziano.  — 18.  Ritratto  di  un  giudice, 
del  Pordenone.  — 19.  Ritratto  di  donna,  del  Rubens.  — 20. 
Quadretto  di  genere,  di  David  Rykaert.  — 21.  Ritratto  di  una 
vedova,  del  Van-Dyck.  — 22.  La  Maddalena  assisa,  di  Carlo 
Saraceni.  — 23.  Ritratto  con  lunghi  capelli,  del  Tiziano.  — 24. 
Calvino,  Lutero  e Caterina,  del  Giorgione.  — 25.  Il  primo  ele- 
mento, l’Aria,  del  Breugkel.  — 26.  Il  sacrifizio  di  Abramo,  del 
Tiziano.  — 27  e 28.  Paesi  ovali,  di  Domenichino.  — 29.  Pae- 
se, di  Goffredo  Waals.  — 30.  Secondo  elemento,  la  Terra,  del 
Breugkel.  — 31.  Ritratto  dipinto  dal  Tiziano.  — 32.  Ritratto  di 
uomo  con  mantello,  del  suddetto.  — 33.  Ritratto  di  un  principe 
Pamphily,  del  Van-Dyck.  — 34.  Ritratto  di  un  giudice,  di  Lo- 
renzo Lotto.  — 35  e 36.  Vedute  con  costumi,  dell’Ossenbeck. 

— 37.  Ritratto  della  moglie  di  Rubens,  dipinto  dal  medesimo. 

— 38.  Ritratto  di  donna,  della  scuola  di  Van-Dyck.  — 39.  Ri- 
tratto, di  Scipione  da  Gaeta.  — 40.  Erodiade,  del  Pordenone. 

— 41  e 42.  Paesetti  fiamminghi.  — 43.  Adorazione  dei  Magi,  di 
Annibaie  Caracci.  — 44.  Il  presepe,  del  Parmigianino.  — 45. 
Sansone  che  beve  alla  mascella,  di  Guido  Cagnacci.  — Busto 
in  marmo  del  celebre  ammiraglio  Andrea  Boria.  — 46.  Ma- 
donna col  Bambino,  del  Parmigianino.  — 47.  La  Concezione, 
del  Beccafumi.  — 48  e 49.  Vedute  con  costumi,  dell’Ossenbeck. 

— 50.  Ritratto  d’un  francescano,  del  Rubens.  — 51.  Carlo  II, 
del  Giorgone.  — 52.  Ritratto  di  Giansenio,  del  Tiziano.  — 53. 
Giovanna  II  regina  di  Napoli,  opera  maravigliosa  di  Leonardo 
da  Vinci.  — 54  e 55.  Paesetti  fiamminghi.  — 56.  La  Maddalena, 
del  Tiziano.  — 57.  Ritratto  di  un  poeta,  del  med.. — 58.  Gesù 
incontrato  dalla  Veronica,  di  Niccolò  Frangipane.  — 59.  Mezza 
figura  di  donna,  di  Gherardo  delle  Notti.  — 60.  Terzo  elemento, 
l’Acqua,  del  Breughel.  — 61.  Nascita  di  Gesù,  di  Gio,  Batt. 
Benvenuti,  detto  l'Ortolano.  — 62.  Cristo  condotto  al  Calvario, 
di  antica  scuola  fiamminga  — 63.  La  creazione  d’Èva,  del  Breu- 
ghel. — 64.  Paese  con  effetto  d'inverno,  scuola  di  Téniers.  — 
65.  Quarto  elemento,  il  Fuoco,  del  Breughel.  — 66.  Sacra  Fa- 
miglia con  paese,  di  Benvenuto  Garofalo.  — 67.  Ritratto  d’uo- 
mo con  fiore  in  mano,  di  Pietro  Tysses. . — 68.  Ritratto  di  un 


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36 


Prima  Giornata. 


duca  di  Ferrara,  del  Tintoretto.  — 69.  La  Gloria  che  corona  la 
Virtù,  abbozzo  di  Coreano.  — 70.  Il  paradiso  terrestre,  del 
Breughel. — 71.  Ritratto  d’uomo  con  fioro  in  mano,  del  Rubens. 

— 72.  Ritratto  d’uomo  con  veste  guarnita  di  pelo,  del  Moroni. 

— 73  Un  giovane  in  ginocchio,  di  Guercino.  — 74.  San  Fran- 
cesco, del  Caracci.  — 75.  S.  Girolamo,  del  Mascherino.  • — 76. 
Convito  in  campagna,  di  David  Téniers.  — 77.  Mezza  figura  eli 
donna,  del  Kolben.  — 78.  Riposo  in  Egitto,  di  Luca  Leyden. 
detto  Luca  d’Olanda.  — 79.  Gesù  in  croce,  del  Muziano.  — 80. 
Ritratto  di  Tiziano  con  la  sua  moglie,  quadro  dipinto  da  esso 
stesso.  — 81.  Gesù  in  croce,  scuola  de’C'aracci.  — 82.  Figurine 
sopra  una  rupe,  di  Salvator  Rosa.  — 83.  Piccolo  ritratto  di 
donna,  di  autore  incognito.  — • 84.  Sacra  Famiglia,  di  Garofalo. 

— 85.  Predicazioni  di  s.  Giov.  Battista,  del  Trevisani.  — 86. 
Testa  con  turbante,  copia  di  un  originale  del  Rubens.  — 87.  Ma- 
donna, di  Gio.  Morini.  — 88  e 89.  Piccoli  paesi,  di  autore  inco- 
gnito. — 90.  Il  Salvatore,  del  Morini.  — 91.  Ritratto  di  donna, 
del  Tiziano.  — 92.  La  nascita  di  Gesù,  del  Trevisani. 

Terzo  braccio.  — 1.  Assunzione,  lunetta  di  Annibaie  Caracci. 

— 2.  Ritratto  di  donna  Olimpia  Pampbily,  di  autore  incognito. 

— 3.  Sibilla,  di  Massimo  Stanzioni.  — 4.  Porto  di  mare,  del 
Rubens.  — 5.  Paese  di  Claudio  da  Lorena,  con  Mercurio  che 
invola  i buoi  ad  Apollo.  — 6.  La  fuga  in  Egitto,  lunetta  di  An- 
nibaie Caracci.  — 7.  S.  Girolamo,  dello  Spagnoletto.  — 8.  Ri- 
tratto d’uomo  con  gran  collare,  del  Van-Dyck.  — 9.  San  Gio- 
vanni, di  M.r  Valentin.  — 10.  Ritratto  della  moglie  di  Tiziano, 
dipinto  da  esso  stesso.  — 11.  Ritratto  di  Macchiavelli,  del  Bron- 
zino. — 12.  Il  Molino,  paese  di  Claudio  da  Lorena.  — 13.  Paese 
colla  fuga  di  Giacobbe,  del  Bassano.  — 14.  La  Visitazione,  lu- 
netta di  Annibaie  Caracci.  — 15.  Ritratto  di  un  giovane,  di  au- 
tore incognito.  — 16.  Gesù  in  croce,  del  Bonarruoti.  — 17.  In- 
torno prospettico  in  cui  è effigiata  la  s.  Vergine  col  Bambino,  di 
Giovanni  Meire.  — 18.  La  Pietà,  di  Annibaie  Caracci.  — 19.  La 
Natività,  lunetta  dello  stesso.  — 20.  Gesù  in  croce,  di  Scipione 
Gaetano.  — 21.  S.  Caterina,  di  Garofalo.  — 22.  Un  eremita, 
del  Meire.  — 23.  Paese  di  Claudio  da  Lorena,  con  il  sagrifizio 
di  Apollo.  — 24.  Paese  del  Bassano,  in  cui  rappresentò  il  Re- 
dentore tentato  dal  demonio  sulla  sommità  della  rupe.  — 25.  S. 
Rocco  medicato  dall’angelo,  di  Bartolommeo  Schidone.  — 
26.  Ritratto,  dipinto  dal  Mazzolo.  — 27.  Altro  ritratto,  del  Gior- 
gione.  — 28.  L’adorazione  de’  Màgi,  lunetta  di  Annibaie  Ca- 
racci. — 29.  Ritrattq  di  Lucrezia  Borgia,  di  Paolo  Veronese.  — 


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Palazzo  Porla. 


3 1 


30.  Endimione,  di.Guercino.  — 31.  Sacra  Famiglia,  di  fra  Bar- 
tolommeo  das.  Marco.  — 32.  Porto  di  mare,  del  Rubens.  — 
33.  Paese  con  Diana  cacciatrice,  di  Claudio  da  Lorena.  — 34.  La 
sepoltura  di  G.  Cristo,  limetta  di  Annib.  Caracci.  — 35.  Ritratto 
di  Caterina,  detta  la  Vannozza,  di  Dosso  Dossi  da  Ferrara. 

gabinetto.  — 1.  Ritratto  di  un  letterato,  d’autore  incognito. 
— 2.  Ritratto  dell’ammiraglio  Andrea  Doria,  di  Sebastiano  del 
Piombo. — 3.  Ritratto  di  Giannetto  Doria,  opera  del  Bronzino. — 
4.  Ritratto  di  s.  Filippo  Neri,  fanciullo,  del  Barocci.  — 5.  Ri- 
tratto d’Innocenzo  X Pamphily,  di  Diego  Velasquéz.  — 6.  De- 
posizione dalla  croce,  di  Giovanni  Emelinpk. 

Il  quarto  braccio,  che  compie  il  quadrato  della  gran  galleria, 
è splendidamente  decorato  di  ricchi  specchi,  di  dorature,  di  pre- 
gevoli statue  antiche,  e di  belle  pitture  a fresco  de’  fratelli  Me- 
larli ecc.  ; e tal  decorazione,  in  cui  sfoggia  la  ricchezza  ed  il  buon 
gusto,  presenta  un  colpo  d’occhio  magnifico  e sorprendente. 

Ma,  oltre  a quanto  abbiamo  sinora  osservato,  questo  dovizio- 
sissimo palazzo  racchiude  nel  suo  seno  non  poche  altre  mera- 
viglie; poiché  va  anche  ricco  di  un  superbo  museo  di  antiche 
sculture,  di  una  classica  collezione  di  paesi  di  G.  Pussino,  e di 
molti  altri  quadri  di  rinomati  maestri:  queste  opere  adornano  la 
sala  da  ballo,  quella  del  trono,  la  cappella  ecc.  ; ma  tali  rarità 
non  sono  visibili  che  con  particolare  permesso  del  principe. 

Incontro  alla  facciata  principale  del  palazzo  Doria,  rispon- 
dente sul  Corso,  si  trova  il  palazzo,  già  dell'Accademia  di  Fran- 
cia (N.°  275),  ed  oggi  posseduto  dal  duca  Salviati  della  casa 
Borghese:  il  bel  prospetto  è architettura  di  Carlo  Rainaldi. 

Proseguendo  il  cammino  lungo  il  Corso,  si  giunge  sullaj9/«zz« 
rii  Venezia,  sul  cui  angolo  destro,  appena  si  sbocca  in  essa,  sorge 
il  palazzo,  altre  volte  Rinuccini  (N.°  130).  Ivi  dimorò  a lungo  e 
morì  madama  Letizia,  madre  di  Napoleone  I , la  quale  compe- 
ndio, e lo  lasciò,  morendo,  ai  nipoti,  figli  di  Luciano Bonaparte: 
questo  palazzo  fu  eretto  co’  disegni  di  Matteo  De  Rossi. — A si- 
nistra della  piazza  di  Venezia  è il 

PALAZZO  TOIU-OMA  (SI.  133). 

Questo  palazzo  fu  fatto  edificare  dalla  famiglia  Bolognetti  con 
architetture  di  Carlo  Fontana.  Sul  principio  del  corrente  secolo 
comperollo  il  duca  Giovanni  Torlonia,  il  quale  ne  procurò  l’ab- 
bellimento. Il  principe  Alessandro  suo  figlio,  seguendo  l’esem- 
pio del  padre,  l’ha  reso  così  magnifico  ed  imponente,  che  vuoisi 


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38  Prima  Giornata. 

riguardare  come  uno  dei  più  splendidi  ed  eleganti  di  Roma.  Sif- 
fatti abbellimenti  vennero  eseguiti  colla  direzione  e co’  disegni 
di  Sigismondo  Carretti.  Questo  palazzo  contiene  un  teatro,  un 
ippodromo,  ed  una  galleria.  Quest’ultima  è ricca  di  scelti  quadri 
d’autori  insigni,  e di  antiche  opere  di  scultura.  Gli  apparta- 
menti, fomiti  di  mobili  di  assai  buon  gusto,  e d’una  ricchezza 
sorprendente,  furono  decorati  con  pitture  de’  migliori  artefici 
moderni.  In  una  vasta  sala,  eretta  a bella  posta,  si  ammira  il  bel 
gruppo  colossale  di  Ercole  e Lica,  opera  lodatissima  del  Ca- 
nova. — Incontro  a questo  palazzo  sorge  il 

PALAZZO  DI  VENEZIA. 

Quest’immenso  e colossale  edifizio,  di  severa  e semplice- ar- 
chitettura, e coronato  di  merli,  appartenuto  già  alla  repubblica 
di  Venezia,  diede  il  nome  alla  piazza  ove  ha  termine  il  Corso. 
Esso  fu  eretto  nel  1468,  ai  tempi  di  Paolo  II , con  disegni  di 
Giuliano  da  Maiano,  il  quale  si  valse  delle  pietre  cadute  dal  Co- 
losseo . Parecchi  pontefici  vi  dimorarono , e Carlo  Vili  re  di 
Francia  lo  abitò  nel  1494,  allorquando  si  recava  a conquistare  il 
regno  di  Napoli.  Clemente  Vili  lo  donò  alla  repubblica  di  Ve- 
nezia perchè  servisse  di  dimora  ai  suoi  ambasciadori  presso  la 
santa  Sede.  Oggi  appartiene  a S.  M.  l’imperatore  d’Austria,  e 
serve  di  residenza  alla  sua  legazione.  — Congiunta  a questo  pa- 
lazzo, dal  lato  meridionale,  è la 

CHIESA  DI  S.  MARCO. 

Il  pontefice  s.  Marco,  nel  336,  edificò  questa  chiesa.  Dopo  es- 
sere stata  più  volte  risarcita,  fu  rifabbricata  dalle  fondamenta, 
nell’833,  da  Gregorio  IV.  Poscia,  nel  1468,  Paolo  II,  veneziano, 
conservando  l’antica  tribuna  adorna  di  musaici,  la  riedificò  as- 
sieme al  palazzo  annesso,  colla  direzione  di  Giuliano  da  Maiano. 
In  fine  essa  venne  per  intero  ristorata  ed  abbellita  di  stucchi  do- 
rati e di  pitture,  a spese  del  card.  Quirini. 

Il  quadro  della  prima  cappella  a destra  è del  Palma,  celebre 
pittore  veneziano;  quello  della  seconda  è di  Luigi  Gentili;  Carlo 
Maratta  dipinse  il  quadro  della  terza,  ed  il  cav.  Gagliardi  eseguì 
quello  della  quarta.  Il  s.  Marco  nella  cappella  in  fondo  alla  nave 
fu  colorito  da  Pietro  Perugino,  ed  i laterali  appartengono  alBor- 
gognone.  Dei  tre  quadri  nella  tribuna,  quello  di  mezzo  è del 
Romanelli.  I laterali  sono  del  ricordato  Borgognone.  Il  dipinto 


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Sepolcro  di  C.  Poblicio  Bibulo.  39 

dell’altare  vicino  alla  sacristia  venne  condotto  da  Ciro  Ferri; 
quello  dell’altare  successivo  è del  Mola.  Il  bassorilievo  nella  cap- 
pella del  beato  Gregorio  Barbadigo  fu  scolpito  da  Ant.  Deste. 

Uscendo  da  questa  chiesa  per  la  porta  maggiore,  dopo  per- 
corsa la  breve  via  di  s.  Marco,  che  rimane  a sinistra,  voltando 
a destra,  viene  subito  di  contro  la  via  di  Mar/orio,  ove  non 
appena  posto  il  piede,  veggonsi  a sinistra  gli  avanzi  del 

SEPOLCRO  DI  C.  POBLICIO  BIBI  LO. 

A senso  della  seguente  iscrizione,  incisa  su  questo  antico  mo- 
numento sepolcrale,  il  luogo  ove  fu  eretto  venne  concesso  dal 
senato  e popolo  romano  a C.  Poblicio  Bibulo,  edile  del  popolò, 
in  considerazione  de’meriti  suoi. 

C.  POBLICIO  L.  F.  BIBVLO  .ED.  PL.  HONORIS 
VIRTVTISQVE  CAVSSA  SENATVS 
CONSVLTO  POPVLIQVE  IVSSV  LOCVS 
MONVMENTO  . QVO  . IPSE  POSTEREIQVE 
EIVS  . INFERRENTVB  ^WÌLICE  . DATVS  . EST 

Allorquando  venne  eretto  questo  monumento,  esso  trovavasi 
fuori  delle  mura  di  Servio  Tullio,  e propriamente  in  un  bivio 
uscendo  dalla  porta  Ratumena,  giacché  l’iscrizione  rimasta  in- 
tatta sulla  faccia  occidentale,  era  replicata  anche  sulla  meridio- 
nale, ove  ne  rimangono  delle  tracce.  Quando  il  recinto  venne 
ampliato,  questo  monumento,  come  pure  molti  altri  della  medesi- 
ma specie,  vi  rimasero  compresi:  altrettanto  avvenne  di  quello  della 
gente  Claudia,  posto  poco  lontano.  Il  sepolcro  di  Bibulo,  al  pari 
di  quelli  degli  Scipioni,  di  Caio  Cestio,  di  Cecilia  Metella  e di 
Servilio  Quarto,  le  iscrizioni  dei  quali  sussistono  ancora,  sono 
molto  ben  conservati,  in  ispecie  i primi  quattro,  e meritano  d’es- 
sere considerati  come  i più  importanti  monumenti  sepolcrali  del- 
l’antica Roma.  Quello  di  cui  qui  si  tratta  è in  travertini  e de- 
corato con  quattro  pilastri  sorregenti  una  bella  cornice,  i quali 
hanno  questo  di  singolare,  che  vengono  diminuendosi  dalla  metà 
tino  alla  parte  superiore.  Il  monumento  si  componeva  di  due  or- 
dini, ma  oggi  l’ordine  primo  rimane  per  intero  sepolto  nel  suolo. 

Tornando  alla  piazza  di  Venezia,  e quindi  al  palazzo  di  tal  no- 
me, incontro  alla  facciata  principale  del  medesimo,  la  quale  si 
estende  lungo  la  spaziosa  via  del  Gesù,  vedesi  quella  parte  del 
palazzo  Boria  che  fu  eretta  nel  1743  dai  principi  Pamphily,  coi 
disegni  di  Paolo  Amalj,  ved.  a pag.  26,  il  quale  vi  fece  due  in- 


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40 


Prima  Giornata. 


greesiassai  meschini  per  la  grandezza  dell’edifizio  (N.1 107 e 112). 
Segue  immediatamente  il  palazzo  Grazioli,  rinnovato  ed  aggran- 
dito con  architetture  del  cav.  Antonio  Sarti;  poscia  viene  il  gran 
palazzo  Altieri,  uno  de’più  belli  e vasti  di  Roma,  eretto  nel  pon- 
tificato di  Clemente  X,  che  era  di  tale  famiglia,  con  disegno  di 
Giovanni  Antonio  De  Rossi.  Nel  primo  ripiano  della  scala  si  vede 
la  statua  d’un  prigioniero  barbaro.  L’ingresso  principale  di  questo 
palazzo  (N.°  94)  risponde  sulla  piazza  della  chiesa  del  Gesù,  e ri- 
mane di  rimpetto  al  palazzo  Petroni,  ora  Bolognetti  (N.®46), 
fabbricato  colla  direzione  del  cav.  Fuga. 

CHIESA  DEE  GESÙ*. 

* 

Questa  magnifica  chiesa  è senza  dubbio  una  delle  più  grandi  e 
delle  più  ricche  di  Roma.  Essa  venne  edificata  nel  1575  dal  card. 
Alessandro  Farnese  co’disegni  del  rinomato  Vignola,  il  cui  sco- 
lare Giacomo  Della  Porta  la  prosegui,  facendo  erigere  la  cu- 
pola e la  facciata  adorna  con  pilastri  corintii  e compositi,  divisi 
in  due  ordini. 

L’interno,  veramente  maestoso,  è decorato  con  pilastri  com- 
positi, con  istucchi  messi  ad  oro,  con  isculture  in  marmo,  e con 
buone  pitture.  1 pilastri  suddetti,  che  erano  già  d'opera  muraria, 
acquistarono  assai  maggiore  bellezza,  mercè  la  generosità  del 
principe  Alessandro  Torlonia,  il  quale,  nel  1861,  feceli  rinnovare 
in  giallo  di  Verona  con  basi  di  marmo  bianco  venato;  ed  al  me- 
desimo si  devono  pure  degli  altri  abbellimenti  che  accrescono  la 
ricchezza  di  questa  chiesa,  fra’ quali  il  sontuoso  frontespizio  che 
ne  decora  la  porta  principale. 

La  cappella  a destra,  sotto  la  crocera,  venne  eretta  con  dise- 
gno di  Pietro  da  Cortona,  ed  è abbellita  di  scelti  marmi,  e di 
quattro  belle  colonne  fra  le  quali  osservasi  un  quadro  rappresen- 
tante la  morte  di  s.  Francesco  Saverio,  opera  di  Carlo  Maratta. 

L’altar  maggiore,  fatto  di  nuovo  nel  1,842,  è decorato  di  pre- 
ziosi marmi,  e diedene  il  disegno  il  cav.  Antonio  Sarti,  che  vi 
conservò  le  quattro  rare  colonne  di  giallo  antico,  esistenti  già 
sul  primitivo  altare  architettato  da  Giacomo  Della  Porta.  Il  qua- 
dro, esprimente  la  circoncisione  di  Gesù,  cheosservasi  su  di  esso 
altare,  è uno  de’  buoni  dipinti  del  Capalti,  e venne  sostituito  a 
quello  condotto  dal  Muziano  rappresentante  il  soggetto  medesi- 
mo. Vicino  al  detto  altare,  a sinistra  di  chi  lo  guarda,  è il  sepol- 
cro del  card.  Bellarmino,  il  cui  busto  fu  scolpito  da  Pietro  Ber- 
nini. Gli  affreschi  nella  volte  della  tribuna,  quelli  della  gran  cu- 


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Chiesa,  del  Gesù. 


41 


pula  e de’suoi  petti,  come  pure  gli  altri  nell’  ampia  volta  della 
chiesa,  ove  si  scorge  s.  Francesco  Saverio  portato  in  cielo,  pos- 
sono annoverarsi  fra  le  migliori  opere  del  Baciccio. 

A sinistra,  sotto  la  crocera,  si  ammira  la  splendida  cappella 
di  s.  Ignazio,  eretta  co’disegni  del  P.  Pozzi,  gesuita.  Questa  cap- 
pella, una  delle  più  ricche  di  Roma,  è decorata  con  quattro  su- 
perbe colonne  incrostate  di  lapislazzuli,  e listate  di  metallo  do- 
rato, del  qual  metallo  sono  anche  le  basi  ed  i capitelli.  I piedi- 
stalli di  dette  colonne,  la  cornice  ed  il  frontespizio  che  sosten- 
gono, sono  di  verde  antico.  Nel  mezzo  del  frontespizio  risalta  un 
gruppo  in  marmo  bianco,  rappresentante  la  ss.  Trinità,  scolpito 
da  Bernardino  Ludovisi,  eccettuata  la  figura  di  Cristo  che  è la- 
voro di  Lorenzo  Ottone.  Il  globo  terraqueo  retto  dagli  angeli 
che  fanno  parte  di  questo  gruppo,  è formato  del  maggior  masso 
di  lapislazzuli  che  siasi  sin  qui  veduto.  Il  quadro  dell'altare,  rap- 
presentante s.  Ignazio,  fu  condotto  dal  P.  Pozzi,  e dietro  al  qua- 
dro stesso  è collocata  la  statua  del  santo  in  argento.  Il  corpo  di 
lui  riposa  sotto  l’ altare  entro  un’  urna  di  bronzo  dorato  ricca  di 
pietre  preziose,  e di  bassorilievi,  tanto  in  bronzo  dorato  quanto 
in  marmo  bianco,  rappresentanti  diversi  fatti  della  vita  del  santo. 
Dai  lati  dell’altare  si  ammirano  due  eccellenti  gruppi  in  marmo, 
uno  de’ quali  venne  scolpito  daGiov.  Teudon,  e rappresentala 
Fede  adorata  dai  più  barbari  popoli;  l’altro,  eseguito  da  M.r  Le 
Gros,  esprime  la  Religione,  la  quale,  stringendo  la  croce  nella 
sinistra,  fulmina  colla  destra  l’Eresia,  rappresentata  sotto  l'effi- 
gie d' un  uomo  con  un  serpe,  e di  una  decrèpita  femmina.  I di- 
pinti nella  volta  di  questa  cappella,  sono  del  suddetto  Baciccio. 

La  descritta  chiesa  appartiene  ai  pp.  della  compagnia  di  Ge- 
sù, e nell’annesso  edifizio,  che  serve  ai  medesimi  di  casa  profes- 
sa, risiede  il  loro  generale.  Questa  ampia  fabbrica  fu  eretta  dal 
card.Odoardo  Farnese  con  architetture  di  Girolamo  Rainaldi. 

Uscendo  dalla  porta  grande  della  descritta  chiesa,  e volgendo 
a sinistra  per  la  via  di  Aracoeli.  si  offre  allo  sguardo  la  stupenda 
prospettiva  del  moderno  Campidoglio,  a cui  fa  bel  contraposto  il 
disadorno  e grezzo  prospetto  della  cliiesa  di  Aracoeli,  e più  an- 
cora l'immensa  scalinata  per  cui  vi  si  ascende.  Questa  scalinataè 
di  124  gradini,  formati  di  pezzi  di  marmo  bianco  di  specie  diver- 
se, presi  da  antichi  edifizi  di  Roma,  e particolarmente  dal  tempio 
di  Venere  e Roma.  Un’iscrizione  collocata  a sinistra  della  porta 
grande  della  suddetta  chiesa  ed  altri  documenti,  provano  che 
questa  scalinata  venne  costruita  l'anno  della  pestilenza  1348,  col 
prodotto  delle  elemosine  dei  fedeli,  da  certo  maestro  Lorenzo, 
artefice  del  rione  Colonna. 


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42 


ITINERARIO 


DI  ROMA 


SECONDA  GIORNATA 

DAL  CAMPIDOGLIO  AL  LATERANO. 


MONTE  CAPITOLINO. 

Questo  monte,  uno  dei  più  celebri  dell’antica  Roma,  ebbe  il  no- 
me che  porta  ai  tempi  di  Tarquinio  Prisco,  allorquando,  scavan- 
dosi le  fondamenta  del  tempio  di  Giove,  si  rinvenne  un  capo 
umano  (caput),  il  quale  fu  dagli  auguri  riguardato  come  un  pre- 
sagio che  la  città  sarebbe  un  giorno  la  capitale  del  mondo.  An- 
tecedentemente fu  detto  Saturnius,  perchè  Saturno  v'ebbe  di- 
mora, fabbricandovi  una  città  che  appellò  Saturnia:  e Tarpeius, 
dopo  la  morte  di  Tarpeia,  figlia  d’ un  capitano  posto  da  Romolo 
su  questo  colle  per  difenderlo  contro  i Sabini.  La  sua  forma 
presenta  una  ellisse  irregolare  che  curva  le  sue  estremità  verso 
l’ovest.  I due  vertici  che  sorgono  alle  estremità  di  essa  ellisse 
vennero  contraddistinti  dagli  antichi  co’nomi  di  Capitolium  e di 
Arx ; il  primo  a causa  del  tempio  di  Giove  Capitolino,  l’altro  a 
motivo  della  cittadella  o fortezza  di  Roma,  ivi  eretta:  il  primo 
rimane  verso  il  nord,  il  secondo  verso  l’ovest.  Queste  due  som- 
mità sono  separate  da  una  piccola  valle,  che  fu  detta  per  ciò,  In- 
termontium . Questo  colle  ha  circa  4400  piedi  romani  antichi  di 
circonferenza,  e 150  di  altezza  sul  livello  del  mare . 

Anticamente  il  monte  Capitolino  era  circondato  con  mura  da 
ogni  canto,  e non  si  rendeva  accessibile  se  non  verso  il  Foro,  da 
dove  vi  si  saliva  per  tre  strade,  cognite  co’nomi  di  Clivus  sacer, 
o Clivus  asyli,  Clivus  Capitolinus,  Centum  gradus  rupis  Tar- 
peiae.  La  prima,  eh’  ora  si  direbbe  salita  sacra  o dell’  asilo,  era 
cosi  detta  perchè  si  poteva  riguardare  come  un  proseguimento 
della  via  Sacra,  e perchè  conduceva  all’  asilo  aperto  da  Romolo 
nell ' Intermonzio.  Per  questa  strada  i trionfatori  salivano  al  tem- 


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Monte  Capitolino.  43 

pio  di  Giove  Capitolino,  e la  direzione  di  essa  seguiva  il  retti- 
lineo della  cordonata  per  la  quale  oggi  si  ascende  dall’  arco  di 
Settimio  Severo  al  Campidoglio.  La  salita  Capitolina,  ossia  Cli- 
vus  Capitolini componevasi  di  due  rampe,  una  delle  quali  an- 
dava dal  Foro  all’  arco  di  Tiberio,  ove  oggi  esiste  lo  spedale  delle 
donne  ferite,  detto  della  Consolazione;  e l’altra  era  una  prose- 
cuzione di  detta  via,  di  cui  si  scorge  il  lastrico  al  di  là  della  co- 
lonna di  Foca.  Esse  due  rampe  si  riunivano  dietro  il  tempio  della 
Fortuna,  sotto  la  casa  moderna  formante  angolo,  e di  quivi  s’ in- 
dirizzavano del  pari  verso  l’ Intermonzio,  passando  innanzi  all’in- 
gresso del  portico  del  Tabulario,  e sotto  la  torre  colle  armi  di 
Bonifazio  IX  da  cui  venne  eretta.  Si  scorgono  gli  avanzi  dell’an- 
tico lastrico  di  tale  salita  fra  i tempii  della  Fortuna  e di  "Vespa- 
siano, e inferiormente  alla  torre  sudd.*  La  terza  salita,  cominciava 
dal  Foro,  ed  era  denominata  dei  cento  gradini  della  rocca  Tar- 
peia,  perchè  era  stata  costrutta  a foggia  di  gradini  tagliati  nel 
tufo,  ed  essa  terminava  alla  cittadella  vicino  alla  rocca  Tarpeia. 

La  cittadella,  Arx  era  in  tutto  divisa  dal  resto,  e circondata 
da  mura  e da  torri  quadrate,  anche  verso  l’ Intermonzio . Le 
mura  seguivano  l’ andamento  irregolare  del  cigliare  del  monte, 
ed  erano  formate  con  grandi  massi  rettangolari  di  pietra  vulca- 
nica o tufo  grigiastro,  conforme  si  può  vedere  in  una  specie  di 
corridoio  sotto  il  palazzo  già  Caffarelli.  Tali  fortificazioni  furono 
eseguite  da  Camillo,  dopo  la  ritirata  dei  Galli,  siccome  leggesi 
in  Livio.  Nella  fortezza,  Arx,  erano,  la  casa  o piuttosto  la  ca- 
panna di  Romolo,  quella  di  Tazio,  e quella  di  Manlio  Capitolino, 
il  quale  impedì  ai  Galli  la  presa  del  Campidoglio.  Dopo  il  giudi- 
zio e la  morte  di  questo  uomo  ambizioso,  fu  atterrata  la  sua  casa, 
e suh’area  di  essa  fu  eretto  il  tempio  di  Giunone  Moneta.  In  que- 
sto luogo  vedevasi  pure  il  tempio  di  Giove  Feretrio,  eretto  da 
Romolo  per  deporvi  le  spoglie  opime  prese  ad  Acrone  re  dei 
Cenninesi.  Dopo  Romolo  ebbero  questa  gloria,  Cornelio  Cosso 
che  uccise  Tolunnio  re  dei  Veienti,  e Marcello  il  quale  uccise 
"Viriodomaro  re  dei  Galli.  Questo  tempio  era  così  piccolo,  che, 
conforme  ci  attesta  Dionisio  d’Alicarnasso,  quando  fu  riedificato 
da  Augusto  non  avea  se  non  10  piedi  romani  antichi  in  lun- 
ghezza su  6 di  larghezza.  Ivi  erano  anche  altri  templi  ed  are, 
dimodoché,  aveva  il  nome  di  Arx  sacrorum,  fortezza  de’ sacri- 
fizi. La  Curia  Calabra,  sala  di  dove  il  pontefice  minore  annun- 
ziava al  popolo  il  rinnovarsi  della  luna  per  regolare  il  calendario, 
rimaneva  sulla  cittadella  a lato  alla  capanna  di  Romolo. 

Nella  parte  settentrionale  dell’ Intermonzio  era  l’Asilo,  circuito 
stabilito  in  origine  da  Romolo  per  accrescere  la  popolazione 


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44 


Seconda  Giornata. 


della  sua  città.  Innanzi  all’  Asilo  esisteva  il  tempietto  di  Veiove. 

Interni on:io  comprendeva  anche  dei  portici,  fra’ quali  si  cita 
quello  di  Scipione  Nasica,  e l’ A trium  publicum.  Di  verso  il  lato 
meridionale  dell’  Interni onzio  esistevano:  il  Tabulario,  l’Ateneo, 
scuola  delle  arti  liberali,  fondata  da  Adriano,  e la  Bibhoteca 
Capitolina. 

Sulla  sommità  ove  oggi  esiste  la  chiesa  d’ A raeoeli,  ergevasi 
il  celebre  tempio  di  Giove  Capitolino,  detto  anche  Giove  Ottimo 
Massimo,  fatto  edificare  da  Tarquinio  Superbo  in  adempimento 
del  voto  di  Tarquinio  Prisco  all’occasione  dell’ultima  guerra 
contro  i Sabini,  il  quale  avevane  pattate  le  fondamenta.  Essendo 
stato  soggetto  a tre  incendii,  fu  rifabbricato  successivamente  da 
Siila,  da  Vespasiano  e da  Domiziano.  Il  suo  circuito,  dopo  la  rie- 
dificazione di  Siila,  era  di  T70  piedi  romani  antichi,  la  sua  lun- 
ghezza, secondo  Dionisio  d’ Abcamasso,  ascendeva  a 200  piedi, 
e la  larghezza  a 185.  Il  prospetto  guardava  il  mezzogiorno, 
avendo  innanzi  un  portico  composto  di  un  triplice  ordine  di  co- 
lonne sul  davanti,  e d’un  ordine  doppio  lateralmente.  La  sua 
cella,  o sala,  si  divideva  in  tre  navate:  in  fondo  alle  due  laterali 
esistevano  due  edicole,  o cappelle,  ima  sacra  a Giunone,  l’altra 
a Minerva;  l’edicola  della  navata  di  mezzo  era  sacra  a Giove. 
Questo  tempio  era  un’  imitazione  di  quello  antecedentemente 
eretto  da  Numa  sul  Quirinale,  chiamato  poi  il  Campidoglio  an- 
tico. per  distinguerlo  dal  nuovo  di  cui  trattiamo.  Innanzi  al  tem- 
pio in  discorso  i trionfatori  sacrificavano  in  rendimento  di  grazie 
per  le  vittorie  ottenute.  Nella  corte  che  precedeva  il  tempio, 
chiamata  Area  Capitolina , circondata  da  portici,  si  dava  il  gran 
banchetto  trionfale  dopo  il  sacrifizio.  Ai  tempi  dell’imperatore 
Onorio  quest’  edifizioera  ancora  integro,  e fu  Stilicone  che  co- 
minciò a spogliarlo  d’una  parte  de’ suoi  ornamenti.  Genserico, 
nel  455,  tolse  la  metà  delle  tegole  di  bronzo  dorato  che  lo  copri- 
vano: nell’ Vili  secolo  esso  cadde  in  rovina,  e nell’ XI  se  n’  era 
perduta  ogni  traccia.  — Veniamo  ora  al 

CAMPIDOGLIO  MODERNO. 

Esso  è affatto  diverso  dall’antico;  e sebbene  non  presenti  più 
allo  sguardo  quella  severa  e formidabile  maestà,  tuttavia  an- 
dando ricco  di  oggetti  preziosi  per  antichità  e por  isquisitezza 
d’ arte,  rendesi  uno  dei  più  interessanti  luoghi  di  Roma.  La  sua 
moderna  decorazione  si  deve  al  pontefice  Paolo  III,  che  eresse 
le  due  fabbriche  laterali  con  architetture  di  Michelangelo,  facen- 


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Campidoglio  Moderno.  45 

do  rinnovare  il  prospetto  del  palazzo  Senatorio,  ed  aprendo  an- 
che l’ampia  salita  che  rimane  al  nord-ovest.  Egli  fece  costruire 
eziandio,  co'  disegni  del  ricordato  artista,  la  bella  e spaziosa  cor- 
donata per  cui  vi  si  ascende  dalla  piazza  d ' Araco eli. 

Ove  hanno  principio  le  due  balaustrate  fiancheggianti  questa 
cordonata,  si  osservano  due  belli  leoni  di  granito  nero  in  istile 
egizio,  i quali  gittano  acqua  dalla  bocca  in  sottoposte  conche: 
ossi  vennero  qui  trasferiti,  d’ ordine  di  Pio  IV,  dalla  chiesa  di 
s.  Stefano  del  Cacco,  innanzi  a cui  stavano  collocati,  e dove  fu- 
rono scoperti. 

In  cima  alla  cordonata  si  elevano,  su  grandi  piedistalli,  le 
statue  colossali  di  Castore  e Polluce,  scolpite  in  marmo  pente- 
lico,  aventi  a lato  i loro  cavalli.  Esse  vennero  trovate  ai  tempi 
del  surricordato  pontefice,  vicino  alla  Sinagoga  degli  ebrei,  e 
Gregorio  XIII  fecele  trasportare  ove  ora  si  veggono.  Presso  tali 
statue  si  scorgono  due  belli  trofei  in  marmo,  conosciuti  col  no- 
me di  trofei  di  Mario;  ma  la  loro  scultura  sembra  appartenere 
all’ epoca  di  Settimio  Severo.  Questi  trofei  stavano  al  loro  posto 
sull'Esquilino,  servendo  di  decorazione  ad  un’antica  fontana, 
conosciuta  col  nome  di  castello  dell’acqua  Giulia,  ove  restarono 
fino  a che  Sisto  V non  li  ebbe  fatti  trasportare  nel  luogo  attuale. 
Lo  stesso  papa  volle  qui  collocate  le  statue  di  Costantino  Augu- 
sto, e di  Costantino  Cesare,  scoperte  sul  Quirinale  entro  le  terme 
di  Costantino.  Finalmente,  delle  due  colonne  che  qui  si  scorgo- 
no, quella  a destra  ascendendo,  indicava  il  primo  miglio  della 
via  Appia,  ove  si  trovò  nel  1584;  1’  altra  dal  canto  opposto,  ap- 
partenne del  pari  alla  stessa  via  ed  indicava  il  settimo  miglio. 
Questa  fu  quivi  collocata  nel  1854. 

Il  principale  ornamento  della  piazza  di  Campidoglio,  che  forma 
un  quadrato  perfetto,  è la  superba  statua  equestre  di  Marco  Au- 
relio, fusa  in  bronzo,  anticamente  dorata,  la  quale,  dal  medio  evo 
in  poi,  esisteva  vicino  alla  basilica  Lateranense,  ove  rimaneva 
obbliata.  Sisto  IV  la  fece  erigere  sulla  stessa  piazza  delLaterano, 
e Paolo  III  ordinò  che  venisse  trasferita  nella  piazza  in  cui  l’am- 
miriamo, ponendola  su  di  un  gran  piedistallo  di  marmo.  È questa 
l’ unica  grande  statua  equestre  in  bronzo  delle  molte  dell’  antica 
Koma,  che  sia  giunta  fino  a noi.  Michelangelo  Bonarruoti,  col- 
la cui  direzione  venne  quivi  eretta,  faceva  di  essa  grandissimo 
conto.  — La  piazza  del  Campidoglio  è circondata  da  tre  edifizi: 
quello  di  mezzo  è il 


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Seconda  Giornata. 


PALAZZO  SENATORIO. 

Questo  palazzo  fu  eretto  da  Bonifazio  IX  a foggia  di  fortezza,  . 
sugli  avanzi  dell’antico  Tabulario,  perchè  servisse  di  residenza 
al  senatore  di  Roma.  Paolo  III,  volendo  abbellire  il  Campidoglio, 
ne  incaricò,  come  si  disse,  il  Bonarruoti,  il  quale  rinnovando  il 
prospetto  di  questo  palazzo  lo  decorò  con  pilastri  corintii.  In- 
nanzi ad  esso  è una  bella  scala  a due  rampe,  ornata  al  di  sotto 
d’una  gran  fontana  eretta  per  ordine  di  Sisto  V,  e decorata  con 
tre  statue  antiche:  quella  di  mezzo,  in  marmo  bianco,  con  pan- 
neggiamento di  porfido,  rappresenta  Minerva  assisa,  e fu  trovata 
a Cora:  le  altre  due  in  marmo  pario,  scolpite  in  colossali  dimen- 
sioni, figurano  il  Nilo  ed  il  Tevere:  esse  appartengono  all’epoca 
degli  Antonini,  e provengono  dal  tempio  di  Serapide,  esistente 
già  sul  Quiripale,  ove  in  oggi  è la  villa  Colonna. 

La  suddetta  scala,  a due  rampanti,  conduce  in  uno  sterminato 
salone,  ove  si  scorgono  le  statue  dei  pontefici  Paolo  III  e Gre- 
gorio XIII,  oltre  quella  di  Carlo  d’Angiò,  re  di  Napoli,  il  quale 
nel  secolo  XIII  tenne  la  dignità  di  senatore  di  Roma,  Il  campa- 
nile che  sorge  al  disopra  del  descritto  palazzo,  fu  ere  to  da  Gre- 
gorio XIII  co’  disegni  di  Martino  Longhi  il  vecchio.  Dal  detto 
campanile  si  ha  la  più  estesa  veduta  di  Roma  e de’  suoi  contorni. 

La  loggia  da  cui  si  gode  tal  vista,  è decorata  con  una  statua  di 
Roma  cristiana  che  tiené  la  croce,  la  cui  sommità  si  trova  a 93 
metri  sul  livello  del  mare. 

Nel  1650  il  palazzo  Senatorio  fu  considerevolmente  rinnovato 
nel  suo  interno,  con  architetture  di  Enrico  Calderari,  per  collo- 
carvi tutti  gli  uffizi  del  comune  di  Roma.  In  tale  occasione  venne 
aperto,  dal  lato  della  rupe  Tarpeia,  un  bell’ingresso,  pel  quale, 
mediante  un’  ottima  scala,  si  ascende  ai  suddetti  uffizi,  -r-  Al 
principio  di  essa  scala  si  trova  l’ingresso  del 

TABCLARIO. 

Il  Tabulario  prese  il  nome  dalle  tavole  di  bronzo  che  v’erano 
custodite,  contenenti  i senatus-consulti  ed  i decreti  del  popolo, 
i trattati  ih  pace  e di  alleanza,  ed  altri  documenti  pubblici. 
Quinto  Lutazio  Catulo,  console  nel  676  di  Roma,  e successore 
di  Siila  nella  dittatura,  eresse  questo  magnifico  edilìzio.  Esso  ri- 
mase incendiato  all’occasione  d’un  combattimento  fra’  soldati  di 
Vitellio  e quelli  di  Vespasiano,  e venne  ristorato  da  quest’ultimo 
imperatore,  il  quale,  secondo  Svetonio,  vi  rifece  tremila  tavole 


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Tabulario.  47 

in  bronzo,  facendo  ricercare  in  tutto  l’impero  gli  esemplari  degli 
atti  pubblici. 

Il  prospetto  degl’imponenti  avanzi  del  gran  portico  del  Tabu- 
lario, risponde  sotto  il  palazzo  Senatorio  dal  lato  rivolto  verso  il 
Foro,  di  dove  si  ammira  anche  la  stupenda  sostruzione  su  cui 
riposa.  Esso  è d’ordine  dorico,  in  grandi  massi  di  pietra  gabina 
(sorta  di  peperino),  eccettuati  i capitelli  ed  il  cornicione  che  sono 
di  travertino. 

In  seguito  delle  moderne  scoperte  fatte  in  questo  edifizio,  si 
conobbe  distintamente  la  distribuzione  delle  diverse  sale  che  ri- 
manevano sopra,  ed  in  qual  modo,  p§r  mezzo  d’una  scala  pra- 
ticata in  una  di  esse  sale,  si  era  prontamente  in  comunicazione 
col  Foro,  passando  sotto  il  piano  del  suddetto  portico.  Si  sco- 
persero anche  due  grandi  scale,  le  quali,  corrispondendo  con 
quella  pur  ora  ricordata,  conducevano  ai  diversi  piani  dell'edi- 
fizio,  e si  deve  ritenere  che,  mediante  un  altro  portico,  esso  si 
estendesse  fino  alla  valle  (intermovtium ) del  Campidoglio.  Ag- 
giungeremo in  fine,  che  il  portico  da  noi  veduto,  fu  destinato 
specialmente  nel  medio  evo,  a differenti  usi,  e soprattutto  a ma- 
gazzino di  sale  ed  a prigione.  — Tornando  sulla  piazzo  di  Cam- 
pidoglio, visiteremo  primieramente  il  Museo  Capitolino,  esi- 
stente in  yno  dei  due  palazzi  d’architettura  uniforme,  e precisa- 
samente  in  quello  a sinistra  di  chi  osserva  il  palazzo  Senatorio. 

MUSEO  CAPITOLINO. 

Il  pontefice  Clemente  XII  diede  principio  a questo  ragguar- 
devole Museo,  il  quale  poi  venne  considerabilmente  arricchito 
dai  suoi  successori. 

N.  B.  Stantechè  spesso  vengono  mutati  di  luogo  gli  oggetti, 
è facile  che  il  lettore  non  trovi  ogni  cosa  al  posto  che  indichia- 
mo; la  quale  avvertenza  facciamo  anche  pel  museo  Vaticano,  le 
gallerie  pubbliche , e quelle  de'  princìpi  romani. 

cortile.  — Nel  fondo  del  cortile  grandeggia  la  bella  statua 
colossale  giacente  dell’Oceano,  cognita  col  nome  di  Marforio; 
nome  che  gli  derivò  dal  Foro  di  Marte  o di  Augusto,  vicino  a 
cui  era  posta.  Dai  lati  di  questa  statua  stanno  due  satiri,  ristau- 
rati  a foggia  di  cariatidi,  i quali  erano  nel  palazzo  Valle:  essi 
furono  trovati  vicino  alla  piazza  a cui  fecero  dare  il  loro  nome, 
e che  rimane  nelle  vicinanze  ove  fu  il  teatro  di  Pompeo.  All’ in- 
torno del  cortile  veggonsi  alquanti  busti  di  poca  importanza  ; 


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Seconda  Giornata. 


ma  però  sono  molto  interessanti  parecchie  iscrizioni  relative  ai 
pretoriani,  scoperte  vicino  alla,  villa  già  Albani,  entro  la  vigna 
dei  De’  Cinque,  ove  sembra  esistesse  il  loro  cimiterio.  I due  sar- 
cofaghi, situati  uno  a destra,  l’altro  a manca,  furono  rinvenuti 
nelle  catacombe  di  s.  Sebastiano:  sono  rozzamente  lavorati,  ma 
il  coperchio  di  quello  a sinistra  si  rende  interessante  pei  dettagb 
della  caccia  con  armi  e con  reti.  — Rientriamo  nel  vestibolo  per 
ivi  osservare  i pochi  monumenti  che  offrono  qualche  interesse. 

vestibolo.  — Vicino  all’ingresso,  a sinistra  entrando,  dopo  una 
statua  di  Endimione  con  a lato  il  suo  cane,  avvi  un  bel  torso 
colossale  che  in  altri  temj*  esisteva  in  Bevagna.  Poscia,  in  se- 
guito di  alcuni  altri  monumenti,  si  scorge  un’urna  abbellita  d’un 
bassorilievo  esprimente  un  baccanale.  In  fondo  sorge  ungrande 
piedistallo  sulla  cui  faccia  anteriore  è scolpita  una  provincia  ro- 
mana, ma  la  parola  VNGARIA  che  vi  si  legge  è moderna. 
Questo  piedistallo  fu  scoperto  vicino  alla  Pialla  di  Pietra  in- 
sieme a molti  altri,  egualmente  ornati  con  bassorilievi  rappre- 
sentanti altre  provincie  romane;  e siccome  il  Foro  di  Antonino 
Pio  estendevasi  fino  al  luogo  ove  essi  piedistalli  vennero  trovati, 
così  dobbiamo  credere  che  ne  costituissero  una  parte  di  decora- 
zione. Sul  piedistallo  da  noi  descritto  è collocata  una  testa  co- 
lossale di  Cibele,  rinvenuta  nella  villa  Adriana  in  Tivoli,  e da  un 
canto  si  scorge  la  parte  inferiore  di  una  statua  di  re  prigioniere, 
in  paonazzetto,  la  quale  formò  ornamento  all’arco  di  Costantino. 

Prima  di  visitare  l'altro  lato  del  vestibolo,  entriamo  nelle  sale 
a sinistra,  aggiunte  al  museo  dal  pontefice  Pio  IX. 

Sale  a sinistra.  — La  prima  di  queste  sale  contiene  sol- 
tanto alcuni  monumenti  in  bronzo.  Di  essi,  i due  più  grandi  occu- 
pano il  mezzo  della  sala,  un  cavallo,  cioè,  ed  un  considerevole 
frammento  d’un  toro.  Questi  due  preziosi  bronzi  furono  sco- 
perti nel  1849,  riedificando  una  casa  nel  ricolo  delle  Palme  in 
Trastevere,  ove,  in  pari  tempo,  si  rinvenne  eziandio  una  assai 
bella  statua  in  marmo  che  osserveremo  nel  museo  Vaticano;  e 
tanto  questa  quanto  quelli  dovettero  appartenere  senza  dubbio  ai 
bagni  pubblici  detti  di  Hmjp elide,  i quali  esistevano  appunto  in 
questa  regione.  Inoltre  meritano  d’essere  osservati:  la  bella  statua 
d’uno  dei  dodici  Camilli,  ministri  ai  sacrifizi,  il  piccolo  gruppo 
di  Ecate,  ossia  Diana  triforme , ed  il  bel  vaso  trovato  nel  mare 
d’ Anzio,  H quale  fu  donato  da  Mitridate  re  di  Ponto  al  ginnasio 
degli  Eupatoristi,  conforme  è indicato  dall'iscrizione  greca  che 
vi  si  legge.  Prima  di  entrare  nella  sala  che  segue,  vogliamo  accen- 
nare un'antica  bilancia,  un  tripode  ed  una  tavola  parimenti  di 


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Museo  Capitolino.  49 

bronzo,  avente  una  iscrizione  relativa  a Settimio  Severo,  a Giulia 
sua  moglie  ed  a Caracalla,  de’  quali  vi  si  scorgono  i ritratti. 

Nel  mezzo  della  seconda  sala,  scorgesi  una  Diana  di  Efeso  in 
marmo  bianco,  colla  testa,  le  mani  ed  i piedi  di  bronzo:  e nella 
sala  seguente  sono  rimarchevoli  due  sarcofaghi  con  bassorilievi, 
scolpitavi  la  caccia  del  cinghiale  di  Calidonia. 

altro  lato  dbl  vestibolo.  — Tornando  all’ingresso  del 
vestibolo,  vuoisi  osservare  una  bella  statua  di  Diana,  il  panneg- 
giare della  cui  veste  è molto  bene  eseguito.Più  lungi,  dallo  stesso 
lato,  è rimarchevole  un  gentile  bassorilievo  rappresentante  la 
caccia  del  cinghiale  di  Calidonia,  e di  faccia  avvi  un  simulacro 
dell’imperatore  Adriano  in  veste  di  sacrificatore.  Di  prospetto 
alla  scala  signoreggia  una  statua  colossale,  rinvenuta  sull’ Aven- 
tino, e ristampata  per  un  Marte,  la  cui  corazza  è d’assai  purgato 
stile.  In  fondo  al  vestibolo  si  scorge  Ercole  che  abbatte  l’idra, 
statua  rinvenuta  vicino  a s.  Agnese  sulla  ria  Nomentana:  accanto 
vedesi  un  pregevole  frammento,  in  porfido,  d’una  statua  muliebre 
panneggiata.  — A destra  si  ha  l’adito  nelle  sale  delle  urne. 

prima  sala.  — Nel  mezzo  di  questa  sala  sorge  un’ara  antica, 
quadrata,  dintorno  a cui  veggonsi  rappresentate  le  fatiche  di 
Ercole:  tale  monumento,  d’antichissimo  stile  greco,  fu  trasferito 
da  Albano  in  Roma  verso  la  metà  dello  scorso  secolo.  Il  busto 
collocatavi  sopra  ci  porge  l’effigie  dell’imperatore  Adriano;  gli 
altri  busti  disposti  aU’intomo  della  sala,  sono  in  gran  parte  inco- 
gniti e di  uiuna  importanza.  • 

secónda  sala.  — Le  pareti  di  essa  sono  coperte  da  122  iscri- 
zioni antiche,  parte  in  marmo  e parte  in  terracotta,  cronologica- 
mente disposte,  e spettanti  agli  Augusti,  ai  Cesari  ed  ai  consoli, 
daTiberio  fino  aTeodosio  I.  Pochi  monumenti  di  scultura  sono  in 
questa  sala,  ed  il  più  osservabile  è il  grande  sarcofago  in  marmo 
scoperto  nella  vigna  Amendola  sulla  via  Appia.  Gli  stupendi 
bassorilievi  scolpitivi  sul  davanti  e nei  lati,  offronci  una  battaglia 
fra  Romani  e Galli,  quella  cioè  ch’ebbe  luogo  nell’anno  335  pri- 
ma dell’era  volgare.  La  storia  ne  fa  sapere  che  fu  combattuta  a 
Telamone  in  Toscana,  e si  rendette  celebre  per  la  morte  di  Attilio 
Regolo,  console  romano,  e di  Aneoresto,  re  de’  Galli,  che  da  se 
stesso  si  uccise.  Le  figure  dei  guerrieri  barbari  sono  rimarche- 
voli per  la  somiglianza  che  hanno  colla  famosa  statua  detta  il 
Gladiatore  moribondo,  non  solo  pe’  capelli  irti,  ma  anche  per  la 
nudità  delle  membra  e per  la  rassomiglianza  delle  armi.  Vicino 
alla  finestra  è collocato  il  cippo  sepolcrale  di  Tito  Statilio  Apro, 
misuratore  dei  pubblici  edilìzi,  e perciò  in  un  lato  del  monu- 

3 


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50  Seconda  Giornata. 

mento,  fra  differenti  strumenti  architettonici,  si  scorge  l’antico 
piede  romano,  diviso  in  16  digiti. 

terza  sala.  — Il  grande  sarcofago  denominato  di  Alessan- 
dro Severo,  costituisce  il  principale  ornamento  di  questa  sala,  e 
fu  esso  scoperto  a circa  tre  miglia  da  Roma  sulla  moderna  strada 
di  Frascati.  Dalle  due  figure  giacenti  sul  coperchio  ebbe  il  nome 
di  Alessandro  Severo  e di  Mammea;  ma  tali  figure  non  sono  c'  e 
due  ritratti  incogniti.  Entro  questo  sarcofago  si  rinvenne  il  fa- 
migerato vaso  di  vetro,  già  dei  Barberini,  ed  oggi  formante  par- 
te delle  rarità  del  museo  Britannico,  col  nome  di  vaso  Portland, 
perchè  il  duca  di  questo  nome  fecene  dono  ad  esso  museo.  Le 
ceneri  delle  due  persone  alle  quali  venne  eretto  il  sepolcro  erano 
chiuse  in  quel  vaso.  Le  sculture  che  abbelliscono  questo  sarco- 
fago sono  di  buono  stile  e si  riferiscono  alle  gesta  di  Achille.  Sul 
davanti  è espressa  l'ira  di  quell’eroe  contro  Agamennone,  allor- 
ché questi  ebbelo  minacciato  di  togliergli  Briseide:  vi  si  raffigu- 
rano Agamennone,  Nestore,  Ulisse,  Diomede  e Calcante;  ed 
Achille  vi  è rappresentato  nel  punto  in  cui  viene  rattenuto  da 
Minerva.  Nella  faccia  dal  lato  della  finestra  si  osserva  la  par- 
tenza di  Achille  dall’isola  di  Sciro,  e vi  si  riconoscono  Licomede 
e Deidamia.  Nella  faccia  opposta  vennero  rappresentati  i capi- 
tani greci,  supplicanti  Achille  a tornare  alla  pugna  per  vendi- 
care la  morte  di  Patroclo;  ed  in  quella  di  dietro,  lasciala  di  la- 
voro alquanto  negletto,  è espresso  Priamo  prostrato  innanzi  ad 
Achille,  pregandolo  a rendergli  il  corpo  di  Ettore. 

Sulla  parete  a destra  di  questo  monumento,  fu  incastrato  un 
disco  di  marmo  adorno  di  musaici,  ed  avente  nel  mezzo  un  qua- 
dro di  porfido.  All’intorno  del  disco  sono  rappresentati,  coniBCul- 
ture  semi-barbare,  i fatti  della  vita  di  Achille,  dal  suo  nascere 
fino  alla  sua  vendetta  sul  corpo  di  Ettore.  Questo  disco  esisteva 
nella  chiesa  d ’Aracoeli.  Viene  poi  un  piccolo  musaico,  scoperto 
nel  bosco  d’ Anzio.  In  esso  si  volle  esprimere  la  Forza  vinta  da 
Amore,  osservandovisi  un  leone  stretto  in  lacci  da  alcuni  amo- 
rini, ed  Ercole,  che,  in  abiti  donneschi,  va  trattando  il  fuso  e la 
conocchia  per  compiacere  alla  sua  Jqle.  Poscia  si  scorge  un’edi- 
cola con  due  figure  in  bassorilievo,  ossia  un  monumento  palmi- 
reno  dedicato  ad  Aglibolo  e Malacbelo,  divinità  di  Paimira,  da 
Marco  Aurelio  Eliodoro,  con  iscrizione  bilingue,  greca,  cioè,  e 
palmirena:  versola  porta  scorgesi  un  bassorilievo  quadrato,  sco- 
perto in  Civita  Lavinia,  figurante  un  Arcigallo,  ossia  sacerdote 
di  Cibele,  coi  simboli  del  suo  culto.  Finalmente,  ai  lati  della  por- 
ta, sono:  una  statuina  di  Giove  ed  una  di  Plutone  assisi,  rinve- 
nute nelle  Terme  di  Tito. 


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Museo  Capitolino.  51 

Facendo  ritorno  nel  vestibolo  e salendo  la  scala  incontro  alla 
statua  di  Marte,  si  veggono  nelle  pareti  di  essa  scala  gli  avanzi 
della  pianta  di  Roma  antica,  rinvenuti  nel  tempio  di  Romolo  e 
Remo  sulla  via  Sacra:  fra  questi  frammenti  meritano  speciale  os- 
servazione quelli  che  ci  hanno  conservato,  in  tutto  o in  parte,  la 
pianta  dei  bagni  di  Sura,  ricordati  da  Dione,  del  portico  di  Ot- 
tavia, della  basilica  Emilia,  della  Grecostasi,  della  basilica  Ulpia, 
della  basilica  Giulia,  dei  Sepia  Julia,  delle  terme  di  Tito,  della 
scena  del  teatro  di  Marcello,  del  teatro  di  Pompeo,  ecc. 

La  suddetta  scala  conduce  ad  un  lungo  corridoio,  detto  la  Gal- 
leria, tutto  ripieno  di  antichi  monumenti.  Prima  però  di  percor- 
rere l’accennato  corridoio,  entreremo  nella  sala,  che  si  trova  su- 
bito a destra,  cioè  nella 

sala  detta  DEi  brokzi.  — Essa  conserva  ancora  il  primitivo 
suo  nome,  perchè  conteneva  la  maggior  parte  dei  bronzi,  già  da 
noi  osservati. 

In  fondo  alla  sala  osservasi  una  graziosa  statuina  di  una  fan- 
ciulla, scherzante  con  una  colomba.  Incontro  alla  finestra  è posto 
il  bel  sarcofago  su  cui  si  vede  espressa  la  favola  di  Diana  e di 
Endimione..  Sopra  questo  sarcofago  vedesi  un  musaico  rappre- 
sentante maschere  ed  altro,  rinvenuto  nel  1824  sull’ Aventino, 
entro  la  vigna  dei  pp.  gesuiti.  Dal  sinistro  lato  della  finestra  in- 
contro, si  scorge  la  celebre  tavola  iliaca  (piccolo  bassorilievo 
custodito  sotto  cristallo)  in  cui  sono  espressi  i principali  fatti 
della  guerra  di  Troia. 

Il  sarcofago  in  prospetto  all’  altra  finestra,  sebbene  di  cattiva 
scultura,  riesce  interessantissimo  per  la  storia  della  filosofia  degli 
antichi , essendovi  figurata  la  dottrina  degli  ultimi  Platonici , 
circa  la  formazione  e la  distruzione  dell’uomo.  Al  disopra  di 
questo  sarcofago  venne  incastrato  nella  parete  il  rinomato  mu- 
saico, detto  delle  Colombe  del  Furietti,  perchè  rinvenuto  da 
monsignor  Furietti  nella  villa  Adriana,  ed  è riguardato,  a ragio- 
ne,. come  il  monumento  più  bello  di  tal  sorta  che  siaci  rimasto. 
Esso  è una  copia  o una  imitazione  di  quello  di  Soso,  che  ammi- 
ravasi  in  Pergamo,  e di  cui  Plinio  parla  come  di  un  lavoro  su- 
blime. Finalmente,  entro  un  piccolo  armadio,  a lato  della  prima 
finestra  entrando,  si  veggono  alcuni  stili  d’avorio,  dei  quali  fa- 
cevano uso  gli  antichi  per  iscrivere  sulle  tavolette  spalmate  di 
cera,  e che  furono  trovati  nel  Tabulario  l’anno  1850.  Non  fare- 
mo parola  dei  busti  disposti  all’intorno  di  questa  sala,  giacché 
sono  quasi  tutti  incogniti.  — Rientriamo  nella 


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52  Seconda  Giornata. 

galleria..  — Di  prospetto  alla  scala  per  cui  salimmo  si  osser- 
vano due  busti  di  rara  conservazione:  quello  a sinistra  di  chi 
guarda,  è di  Marco  Aurelio,  l’altro  è di  Settimio  Severo:  incon- 
tro sono,  il  busto  di  Faustina,  moglie  di  Antonino  Pio,  ed  un 
busto  di  uomo,  ritratto  incognito.  Le  iscrizioni  poste  nelle  pareti 
appartennero  al  colombario  dei  liberti  di  Livia,  scoperto  sulla 
via  Appia  nel  1726. 

Nel  sinistro  lato  di  questa  galleria,  sono  immediatamente  ri- 
marchevoli, un  Sileno  seduto,  ed  un  Fauno  che  suona  il  flauto: 
di  faccia  si  scorge  Amore  che  spezza  l’arco. 

In  prospetto  alla  sala  già  visitata,  è la  statua  sedente  di  Tra- 
iano Decio,  e poi  segue  quella  di  Agrippina  con  Nerone  suo  fi- 
glio, avente  al  collo  la  bolla  aurea:  incontro,  vedesi  la  statua  del- 
l’Ebrietà con  un  vaso  nelle  mani,  rinvenuta  sulla  via  Nomentana. 
Viene  poscia  una  testa  ridente  di  Bacco,  posta  su  d’ un  cippo 
con  iscrizione  relativa  al  collegio  de’ suonatori  di  lira  e di  tromba. 

Di  faccia  alla  finestra  scorgesi  Ercole  fanciubo  che  strangola 
i serpenti,  situato  sopra  un  sarcofago  scolpitovi  il  ratto  di  Pro- 
serpina,  corrispondente  molto  al  poema  di  Claudiano  su  tale  sog- 
getto: di  prospetto  avvi  un’ umetta  cineraria  con  amorini  alati 
di  buonissimo  stile. 

Volgendosi  a sinistra  si  vede  una  statua  della  musa  Euterpe, 
trovata  in  Tivoli,  e di  faccia  v’ha  un  Fauno  rinvenuto  sull’Aven- 
tino  nel  1712. 

Incontro  alla  finestra,  è la  statua  d’un  Discobulo  ristorata  dal 
Monot,  il  quale  ridussela  a rappresentare  un  eroe  che  cade  com- 
battendo: di  prospetto  si  vede  un  vaso  di  vino,  scolpitovi  intorno 
un  baccanale. 

Vengono  poi  le  statue  d’un  figlio  e di  una  figlia  di  Niobe,  una 
di  faccia  all’altra;  esse  erano  state  aggruppate  insieme,  e cosi  ri- 
masero per  gran  tempo. 

A sinistra,  è rimarchevole  il  celebre  busto  di  Giove,  detto  della 
Valle,  dal  nome  della  famiglia  ch’ebbelo  posseduto;  incontro, 
osservasi  una  testa  di  Arianna  coronata  di  pampini. 

Di  faccia  alla  finestra  sta  collocato  un  sarcofago,  trovato  in 
Nepi  nel  1746,  sul  quale  è scolpito  Bacco  fanciullo  consegnato 
ad  Ino.  Segue  una  statua  consolare  incognita,  di  faccia  alla  quale 
avvi  una  statua  di  Psiche,  proveniente  dalla  villa  d’Este  in  Tivoli. 

La  statua  sedente,  a sinistra,  rappresenta  Giuba  Mesa,  e fu 
trovata  nel  1817  fuori  la  porta  s.  Sebastiano.  Vengono  in  segui- 
to: una  bella  erma  di  Giove  Ammone  ed  una  statua  di  Cerere  se- 
dente, incontro  a cui  si  scorge  una  Musa. 


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Museo  Capitolino.  53 

A sinistra,  vedesi  collocata  una  statua  di  Bacco,  a destra,  una 
di  Giove;  e da  questo  lato  seguono  i busti,  di  Ottaviano  Augu- 
sto, di  Giuba  Sabina,  e di  Marco  Aurebo  giovine;  ed  incontro 
ad  essi  sono,  una  testa  di  Giove  Serapide,  un  busto  dell’impera- 
tore Adriano  formato  di  alabastri  diversi,  ed  una  testa  deb’impe- 
ratore  Cabgola.  A destra,  si  osserva  una  statua  di  Pallade,  co- 
pia antica  della  celebre  Vebterna  che  esiste  in  Parigi. 

Finalmente  si  ammira  il  superbo  vaso  di  marmo  pentehco , 
scolpito  a fogliami,  il  quale  fu  trovato  presso  il  sepolcro  di  Ce- 
ciba  Metella.  Esso  è collocato  sopra  un’ara  antica  rotonda  di 
marmo  bianco,  e sonovi  rappresentate  le  dodici  divinità  maggio- 
ri, cioè:  Giove,  Giunone,  Minerva,  Ercole,  Apollo,  Diana,  Marte, 
Venere,  Vesta,  Mercurio,  Nettuno  e Vulcano.  Il  Winkelmann 
rifiuta  l’opinione,  che  quest’ara  fosse  trovata  a Nettuno.  — En- 
trasi quindi  nella 

sala,  degl’imperatori.  — La  rara  collezione  dei  ritratti  de- 
gl’ imperatori  e dei  membri  delle  loro  famigbe,  che  si  conserva 
in  questa  sala,  le  fece  dare  il  nome  di  sala  degl’imperatori. 

Nel  mezzo  di  essa  ammirasi  la  pregiatissima  statua  sedente, 
riconosciuta  da  taluni  per  Agrippina,  mogbe  di  Germanico,  da 
altri  per  sua  figlia,  e finalmente  da  alcuni  per  Domizia;  ma  a no- 
stro parere  non  è che  il  ritratto  di  una  dama  romana  incognita, 
simulacro  ammirabile  principalmente  per  la  naturale  positura  e 
per  l’egregio  stile  del  panneggiare. 

Sull’alto  delle  pareti  veggonsi  incastrati  alquanti  bassoribevi, 
tutti  di  buono  stile,  ed  ecco  quah  sono  i più  pregiati:  tra  le  due 
finestre,  la  caccia  del  cinghiale  di  Cabdonia:  nella  parete  incon- 
tro, Perseo  che  bbera  Andromeda,  marmo  trovato  nello  scavare 
le  fondamenta  del  palazzo  Muti;  Endimione  dormiente,  opera  su- 
perba scoperta  sull’  Aventino,  ed  in  fine,  al  disopra  della  porta, 
il  giovanetto  Ila  rapito  dalle  ninfe,  soggetto  molto  raro. 

N.  B.  Quanto  ai  ritratti  disposti  intorno  alle  pareti  in  or- 
dine cronologico,  quelli  scritti  in  corsivo  sono  i più  notevoli,  sì 
per  la  rarità,  e sì  per  Tarte. 

1.  Giubo  Cesare  dittatore:  ritratto  incerto.  — 2.  Ottaviano 
Augusto.  — 3.  Marcello:  ritratto  incerto. — 4.  Tiberio.  — 5. 
Altro  Tiberio..  — 6.  Druso  seniore.  — 7.  Druso  giuniore.  — 8. 
Antonia  giuniore,  mogbe  di  Druso  seniore.  — 9.  Germanico, 
e 10.  Agrippina  seniore  sua  moglie.  — 11.  Caligola:  incerto.  — 
12.  Claudio.  — 13.  Messalina,  quinta  mogbe  di  Claudio.  — 14. 
Agrippina  giuniore,  sesta  mogbe  di  Claudio.  — 15.  Nerone 


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Seconda  Giornata. 


giovanetto.  — 16.  Nerone  in  età  matura.  — 17.  Poppea,  se- 
conda moglie  di  Nerone.  — 18.  Sulpicio  Galla.  — 19.  Salvia 
Ottone.  — 20.  Aulo  Vitellio:  incerto.  — 21.  Flavio  Vespasiano. 

— 22.  Tito  Vespasiano.  — 23.  Giulia,  figlia  di  Tito.  — 24. 
Flavio  Domiziano,  e 25.  Domizia  Longina,  sua  moglie:  incerto. 

— 26.  Nerva  Cocceio.  — 27.  Ulpio  Traiano,  e 28.  Plotina  sua 
moglie.  — 29.  Marciana,  sorella  a Traiano.  — 30.  Matidia, 
figlia  di  Marciana.  — 31.  Elio  Adriano.  — 32.  Altro  Adria- 
no. — 33.  Giulia  Sabina,  moglie  di  Adriano.  — 34.  Elio  Cesar- 
re,  figlio  adottivo  di  Adriano.  — 35.  Antonino  Pio,  e 36.  Fau- 
stina seniore  sua  moglie.  — 37.  Marco  Aurelio  giovane.  — 38. 
Marco  Aurelio  in  età  matura,  e 39  Faustina  giuniore  sua  mo- 
glie. — 40.  Galerio  Antonino.  — 41.  Lucio  Vero,  e 42.  Lucilla 
sua  moglie:  ritratto  incerto.  — 43.  Commodo,  e 44.  Crispina 
sua  moglie.  — 45.  Pertinace.  — 46.  Pidio  Giuliano,  e 47 
Manlia  Scantilla  sua  moglie:  incerto.  — 48.  Pescennio  Nigro: 
incerto.  — 49.  Clodio  Albino:  incerto.  — 50.  Settimio  Se- 
vero. — 51.  Altro  busto  di  Settimio  Severo.  — 52.  Giulia 
Pia,  seconda  moglie  di  Settimio  Severo.  — 53.  Caracalla. 

— 54.  Settimio  Geta.  — 55.  Macrino.  — 56.  Piodumenia- 
no.  — 57.  Eliogabaìo.  — 58.  Annia  Faustina,  terza  mo- 
glie di  Eliogabaìo.  — 59.  Giulia  Mesa.  — 60.  Alessandro  Se- 
vero, e 61.  Giulia  Mammea  sua  madre.  — 62.  Giulio  Massi- 
mino.  — 63.  Massimo.  — 64.  Gordiano  Affricano  seniore.  — 
65.  Gordiano  giuniore.  — 66.  Massimo  Pupieno.  — 67.  Celio 
Balbino.  — 68.  Gordiano  Pio.  — 69.  Filippo  giuniore.  — 70. 
Traiano  Pedo.  — 71.  Quinto  Erennio.  — 72.  Ostiliano.  — 73. 
Treboniano:  incerto.  — 74  e 75.  V olusiano.  — 76.  Gallieno,  e 
77.  Salonina  sua  moglie.  — 78.  Salonino  loro  figlio.  — 79. 
Marco  Aurelio  Carino.  — 80.  Diocleziano.  — 81.  ' Costanzo 
Cloro.  — 82.  Giuliano  Apostata.  — 83.  Magno  Decennio.  — 
Segue  la. 

sala  dei  filosofi.  — Questa  sala  piglia  il  nome  della  colle- 
zione dei  ritratti  dei  filosofi,  storici,  poeti  e dotti  che  contiene. 

Nel  mezzo  della  sala  è collocata  una  bella  statua  sedente,  in 
cui  si  riconosce  il  famoso  Marcello,  trionfatore  di  Siracusa. 

Anche  qui  le  pareti  soho  ricoperte  di  bassorilievi,  de’quali 
ecco  i più  degni  di  osservazione:  nella  parete  incontro  alla  fine- 
stra, il  corpo  di  Ettore  portato  al  rogo,  accompagnato  da  Ecuba 
e da  Andromaca  piangenti;  nella  parete  dell’ingresso,  un  sacri- 
fizio ad  Igia,  in  rosso  antico;  a sinistra  di  questo,  un  frammento 
di  un  bassorilievo  rappresentante  una  scena  bacchica,  col  nome 


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Museo  Capitolino.  55 

del  celebre  scultore  Callimaco,  ricordato  da  Plinio  e da  Pausa- 
nia,  ed  in  fine  diversi  frammenti  di  antichi  fregi  di  buon  gusto. 

N.  B.  Riguardo  ai  ritratti,  quelli  scritti  in  corsivo  sono  i 
più  identici. 

1.  Virgilio,  poeta  latino.  — 2 e3. Eraclito.  — 4,  5e6. Socrate. 

— 7.  Alcibiade.  — 8.  Cameade  di  Cirene.  — 9.  Aristide.  — 
10.  Seneca  di  Cordova.  — 11  e 12.  Saffo  poetessa  di  Lesbo.  — 
13, 14  e 15.  Lisia  oratore.  — 16.  Marco  Agrippa.  — 17.  Gerone, 
re  di  Siracusa.  — 18.  Isocrate.  — 19.  Teofrasto.  — 20.  Marco 
Aurelio.  — 21.  Diogene  il  cinico.  — 22.  Archimede.  — 23.  Ta- 
lete  da  Mileto.  — 24.  Asclepiade,  celebre  medico.  — 25.  Teone, 
scolare  di  Platone.  — 26.  Apuleio.  — 27.  Pitagora  di  Samo. 

— 28.  Alessandro  il  Grande.  — 29.  Possidonio,  architetto  ce- 
lebre. — 30.  Aristofane.  — 31  e 32.  Demos  tene.  — 33  e 34.  So- 
focle: aduno  di  questi  ritratti  viene  dato,  senza  ragione,  il  nome  di 
Pindaro.  — 35.  Aulo  Persio  Fiacco.  — 36.  Anacreonte.  — 37. 
Ippocrate.  — 38.  Arato.  — 39  e 40.  Democrito.  — 41,  42  e 
43.  Euripide.  — 44  al  47.  Omero.  — 48.  Corbulone.  — 49.  Sci- 
pione Affricano.  — 50.  Aristomaeo.  — 51.  Pompeo  Magno.  — 
52.  Catone.  — 53.  Aristotile.  — 54.  Aspasia.  — 55.  Cleopatra. 

— 56.  Leodamante.  — 57.  Mesio  Epafrodito. — 58.  Erodoto.  — 
59.Cecrope,  primo  red’ Atene.  — 60.  Tucidide.  — 61.  E schine. — 
62.  Metrodoro.  — 63.  Erma  a due  facce,  Metrodoro  ed  Epi- 
curo suo  discepolo.  — 64.  Epicuro.  — 65.  Pitodoro,  atleta  vin- 
citore. — 66.  Focione.  — 67.  Agatone.  — 68  e 69.  Massinissa, 
re  dei  Numidii.  — 70.  Antistene.  — 71.  Giunio  Rustico.  — 72 
e 73.  Giuliano  Apostata.  — 74.  Domizio  Enobarbo.  — 75.  Ci- 
cerone. — 76.  Terenzio.  — 77,  78  e 79.  Apollonio  tianense.  — 
80.  Archita  di  Taranto.  — 81.  Periandro.  — 82.  Eschilo,  poeta 
tragico.  Non  si  può  conoscere  quali  personaggi  siano  rappresen- 
tati nei  ritratti  esistenti  sulla  facciata  della  finestra.  — Di  quivi 
si  entra  nel 

salone.  — In  mezzo  ad  esso  sono  parecchie  statue,  cioè:  un 
Giove  ed  un  Esculapio  in  marmo  bigio  morato,  rinvenuti  in  An- 
zio: due  Centauri  in  marmo  grigio  cupo,  imitanti  le  sculture  in 
bronzo,  sia  nella  tinta,  sia  nel  lavoro:  sono  questi  conosciuti  col 
nome  di  Centauri  del  Furietti,  perchè  furono  scoperti  nella  villa 
Adriana  dal  cardinale  di  tal  nome:  nel  plinto  si  leggono  i nomi 
d’ Aristea  e Papia,  artefici  d’Afrodisio,  dai  quali  vennero  scolpiti. 
In  mezzo  poi  alle  descritte  statue  v’è  quella  di  Ercole  fanciullo, 
in  basalto,  trovata  sull’ A ventino,  e sorge  su  di  un’  ara  quadrata 


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56  Seconda  Giornata. 

rinvenuta  in  Albano:  le  quattro  facce  di  quest’ara  vanno  adorne 
di  bassorilievi  allusivi  alla  teogonia  di  Esiodo,  giacché  vi  si  scor- 
ge Rea  presa  dalle  doglie  del  parto;  la  medesima  dea  che  dà  a 
divorare  a Saturno  una  pietra  avvolta  in  un  pannolino,  invece 
del  suo  figliuolo  Giove;  Giove  allattato  dalla  capra  Amaltèa,  ed 
i Coribanti  che  ballano  percuotendo  delle  armi  per  celarne  le 
grida;  finalmente  Giove  salito  al  trono  e circondato  dai  numi. 

Le  statue  attorno  al  salone,  cominciando  a destra  entrandovi, 
sono:  Minerva  coll’egida;  una  Musa  con  fiori  di  loto  nelle  mani 
e piume  in  capo,  ad  indicare  la  vittoria  riportata  dalle  Muse 
sulle  Sirene:  un  gruppo,  detto  di  Veturia  e Coriolano,  ma  che 
rappresenta  due  ritratti  incogniti  in  aspetto  di  Venere  e (fi  Marte, 
trovato  nell’isola  Sacra;  un’Amazzone  ferita,  di  assai  pregiato 
lavoro  ; una  bella  statua  di  Marco  Aurelio  ; Apollo  colla  lira  ; 
Tolomeo  Apioue  sotto  figura  di  Apollo;  Igia,  dea  della  salute; 
un  Arpocrate,  dio  del  silenzio,  monumento  assai  stimato,  e sco- 
perto nel  1774  nella  villa  Adriana  in  Tivoli;  Poiitimo  liberto,  cac- 
ciatore, avente  nella  destra  una  lepre,  ed  il  cui  nome  è scolpito 
nella  base;  questa  bella  statua  fu  trovata  nel  1174  presso  la  porta 
Latina.  Poscia  seguono:  Diana  Cacciatrice;  un  pregevolissimo 
busto  colossale  di  Antonino  Pio;  la  Clemenza  colla  patera  e la 
lancia,  statua  scoperta  sull’  Aventino  ; Talia  colla  tromba  e la 
maschera;  una  Prefica,  ossia  una  di  quelle  donne  prezzolate  per 
piangere  nei  funerali  degli  antichi,  oppure,  secondo  qualche  dotto, 
Ecuba  moglie  di  Priamo,  deplorante  la  morte  di  Polidoro  e di 
Polissena;  un  Ginnasiarca,  statua  lodota  assai  dal  Winckelmami, 
scoperta  nella  villa  Adriana  in  Tivoli;  Tolomeo  re  di  Egitto,  me- 
diocre lavoro;  un’Amazzone  ferita,  opera  di  buono  stile. 

Nel  nicchione  è posta  la  statua  semicolossale  di  Ercole  in 
bronzo  dorato,  espresso  colla  clava  e i pomi  delle  Esperidi:  tale 
statua  fu  scoperta  nel  secolo  XV,  tra  s.  Maria  in  Cosmedin  e 
s.  Anastasia,  dove  era  anticamente  il  tempio,  detto  di  Ercole 
Vincitore.  Le  due  belle  colonne  di  portasanta  ai  lati  del  nicchio- 
ne,  hanno  circa  4 metri  d’altezza,  e le  due  Vittorie  sulla  curva 
di  essa  nicchia,  decoravano  l’arco  di  Marco  Aurelio,  eretto  sul- 
l’antica vìa  Flaminia,  e che  poi  rimaneva  sul  moderno  Corso, 
conforme  si  accennò  allapag.  12.  Vengono  poscia:  Giulia  Pia, 
moglie  di  Settimio  Severo,  in  abito  di  vestale;  Mario  in  veste 
consolare;  Adriano  col  parazonio  e lo  scudo , rinvenuto  in  Ce- 
prano;  un  Atleta;  Lucilla,  moglie  di  Lucio  Vero,  sotto  forme  di 
Cerere;  Augusto;  un  bel  busto  colossale  di  Traiano;  Minerva, 
armata  di  lancia  e scudo , qui  trasportata  dalla  villa  d’ Este  in 


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Museo  Capitolino.  57 

Tivoli;  una  statua  di  Apollo  Pitio  colla  lira  ed  il  tripode;  in  fine 
un  bel  Fauno  avente  in  mani  un  pomo  e delle  uve.  — La  sala 
successiva  è denominata 

' sala  del  Fauno.  — Il  bellissimo  Fauno  di  rosso  antico,  col- 
locato nel  centro  di  questa  sala,  e dal  quale  essa  piglia  il  nome, 
fu  scoperto  nella  villa  Adriana.  Tra  le  iscrizioni  che  qui  si  con- 
servano, la  più  interessante  è quella  incisa  in  bronzo,  per  essere 
una  porzione  d’un  decreto  originale  del  senato,  con  cui  si  con- 
ferisce a Vespasiano  la  dignità  imperiale.  Questo  raro  monu- 
mento era  in  s.  Giovanni  in  Laterano,  ove  avevaio  fatto  esporre 
alla  pubblica  vista  il  celebre  Niccolò  di  Bienzi. 

Incominciando  dalla  sinistra  ad  osservare  gli  altri  più  rimar- 
chevoli monumenti  di  questa  sala,  si  scorge  un  sarcofago  su  cui 
sono  rappresentati  gli  amori  di  Diana  ed  Endimione,  e di  sopra 
avvi  una  testa  di  Tideo  d’altorilievo.  Viene  poi  una  bell’ara  sacra 
ad  Iside,  in  cui  si  veggono,  la  cisti  mistica,  Anubi  ed  Arpocrate; 
e poscia  segue  un  bel  fanciullo  trastullantesi  con  una  maschera. 
Di  contro  avvi  un  altro  fanciullo  che  giuoca  con  un  cigno,  copia 
di  quello  in  bronzo,  eseguito  da  Boeto  cartaginese,  e ricordato 
da  Plinio;  questo  monumento  è posto  su  di  un’ara  sacra  al  Sole 
con  iscrizione  latina  e palmirena;  finalmente  merita  la  nostra  at- 
tenzione uno  stupendo  sarcofago  in  cui  è rappresentata  la  guerra 
delle  Amazzoni  contro  gli  Ateniesi:  questi  bassorilievi  sono  d’un 
lavoro  e d’una  conservazione  mirabili,  e le  Amazzoni  prigioniere 
scolpite  sul  coperchio,  esprimono  in  modo  sorprendente  fi  dolore. 
Questo  monumento  venne  scoperto  vicino  alla  sorgiva  dell’acqua 
Vergine,  nella  tenuta  di  Salone.  — Viene  in  seguito  la 

sala  detta  del  gladiatore.  — Nel  mezzo  della  sala  è col- 
locata la  celebre  statua  cognita  col  nome  di  Gladiatore  mori- 
bondo. Questo  monumento  dell’arte  antica,  la  cui  sublimità  di 
lavoro  e la  cui  conservazione  sono  tali  da  far  sì  che  si  possa  pa- 
ragonare colle  più  insigni  statue,  rappresenta  un  soggetto  più 
nobile  assai  che  non  un  gladiatore.  Questa  vile  razza  d’uomini 
non  cominciò  ad  essere  in  favore  in  Roma  che  sotto  Commodo, 
e per  conseguenza  a quell’epoca  soltanto  si  sarebbe  potuto  eri- 
gere una  statua  di  tal  sorta;  ma  il  lavoro  di  quella  di  cui  si  tratta 
è assolutamente  greco,  e di  gran  lunga  anteriore  al  regno  di 
Commodo.  Osservando  minutamente  il  carattere  della  testa,  i 
baffi,  il  collare,  che  è il  torques  degli  antichi,  i capelli  irti  ed  i 
rimanenti  accessorii,  non  rimane  alcun  dubbio  per  non  ricono- 
scere nella  statua  un  Gallo,  e si  può  supporre  che  essa  formasse 

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Seconda  Giornata. 


parte  d’un  gruppo  allusivo  alla  disfatta  dei  Galli  al  tempo  della 
loro  spedizione  in  Grecia. 

Cominciando  l’esame  di  questa  sala  dalla  sinistra,  vicino  alla 
porta  per  cui  entrammo,  si  osservano:  una  pregiatissima  statua 
semicolossale,  volgarmente  tenuta  per  Giunone,  ma  che  rappre- 
senta una  Musa;  essa  particolarmente  distinguesi  per  maestosa 
movenza,  per  grandiosità  di  stile  e per  l’ottima  esecuzione  del 
panneggiamento:  quindi  seguono,  una  pregevole  testa  di  Ales- 
sandro il  Grande;  una  superba  Amazzone  che  tende  l’arco;  una 
bella  testa  muliebre  coronata  d’ edera,  conosciuta  col  nome  di 
Arianna;  una  statua  di  Faustina  seniore,  moglie  di  Antonino  Pio, 
rappresentata  co’ simboli  della  Concordia.  Questa  statua,  che 
non  ha  gran  merito  artistico,  fu  scoperta,  nel  1863,  nella  villa 
Massimi  presso  le  terme  Diocleziane,  ed  il  pontefice  Pio  IX 
volle  arricchirne  questo  museo.  Poscia  veggonsi:  una  statua  di 
Apollo  Licio,  scoperta  presso  la  Solfatara  sulla  via  Tiburtina  ; 
un  filosofo  greco,  Zenone,  trovato  in  Civita  Lavinia;  una  figura 
panneggiata  di  donna  con  vaso  nelle  mani,  detta  comunemente. 
Pandora,  ma  che  noi  piuttosto  crediamo  Elettra  portante  le  liba- 
zioni al  sepolcro  d’Agamennone  suo  padre:  il  Fauno  di  Prassi  tele, 
cioè  una  copia  di  quello  di  tal  celebre  artefice , rinvenuta  nella 
villa  Adriana  in  Tivoli:  il  celebre  Antinoo  -del  Campidoglio,  si- 
mulacro di  squisito  disegno,  e di  ammirabile  esecuzione;  Flora,  o 
una  delle  Ore  del  giorno,  statua  egregiamente  panneggiata,  sco- 
perta nella  suddetta  villa  : una  bella  statua  d’ Iside  ed  una  testa 
di  Marco  Bruto,  uccisore  di  Cesare,  ritratto  unico.  Questa  sala 
va  anche  ricca  di  tre  colonne  rarissime,  una  cioè  di  alabastro 
orientale,  una  di  nero  antico,  ed  una  di  breccia  traccagnina. 

gabinetto.  — In  questo  gabinetto,  non  mai  aperto  al  pub- 
blico, sono  tre  monumenti  degni  d’ essere  ammirati  come  clas- 
sici: la  celebre  Venere  Capitolina,  statua  di  marmo  pario  d’un 
lavoro  squisito  e conservatissima,  la  quale  si  rinvenne  presso  la 
chiesa  di  s.  Vitale:  il  sublime  gruppo  di  Amore  e Psiche,  sco- 
perto sull’ Aven tino  nello  scorso  secolo,  ed  una  bellissima  statua 
di  Leda.  — L’edifizio  in  prospetto  del  descritto  museo,  appellasi 

PALAZZO  DEI  CONSERVATORI. 

Questo  palazzo  è così  chiamato  perchè  i Conservatori  di  Ro- 
ma vi  tenevano  le  loro  adunanze.  Esso  va  ricco  di  una  conside- 
revole galleria  di  quadri,  di  buon  numero  di  antiche  sculture,  di 
pregévoli  pitture  a fresco  ecc.,  e racchiude  anche  la  Protomo- 


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Palazzo  dei  Conservatori.  59 

teca  fondata  dal  pontefice  Pio  VII,  della  quale,  sebbene  rimanga 
all’ingresso  dell’edifizio,  terremo  discorso  in  seguito. 

Entrando  dunque  nel  vestibolo  si  ha  subito  a destra  una  sta- 
tua di  Giulio  Cesare,  ritratto  riconosciuto  come  Tunico  che  esi- 
sta in  Roma  di  quel  grande  uomo.  A sinistrai  se  ne  scorge  una 
di  Augusto  avente  ai  piedi  una  prua,  in  memoria  della  vittoria 
d’Azio,  e poscia  osservasi  la  figura  d’una  Baccante. 

In  fondo  al  cortile,  dietro  la  cancellata  di  ferro,  sono  due  re 
barbari  in  marmo  bigio,  ed  una  statua  di  Roma  sedente  su  d’un 
piedistallo  moderno,  in  cui  venne  incastrata  la  chiave  d’un  arco 
trionfale,  probabilmente  eretto  a Traiano,  come  lo  fa  credere  lo 
stile  del  lavoro,  essendovi  acuita  una  provincia  conquistata,  se- 
dente, forse  la  Dacia.  A manca  si  osserva  una  testa  colossale  di 
bronzo,  attribuita  a Commodo,  quantunque  non  abbia  alcuna 
rassomiglianza  co’ritrattidi  lui  che  sono  impressi  nelle  medaglie. 
A destra  si  vede  un  bel  gruppo,  assai  danneggiato  dalle  acque, 
rappresentante  un  leone  che  sbrana  un  cavallo,  ristaurato,  come 
si  crede,  da  Michelangelo,  e trovato  nelle  acque  dell’Almone, 
fiumicello  fuori  la  porta  s.  Paolo.  Nei  lati  di  questo  cortile  sono 
rimarchevoli,  per  la  loro  straordinaria  grandezza,  alquanti  fram- 
menti di  antiche  statue  colossali,  fra’ quali  è una  testa  di  Domi- 
ziano, posta  sopra  un  piedistallo  avente  nel  prospetto  una  pro- 
vincia romana  di  bassorilievo. 

Tornando  nel  vestibolo,  si  trova  a destra  la  scala.  Di  prospetto 
alla  prima  rampa,  venne  incastrata  nella  parete  una  moderna 
imitazione  della  celebre  colonna  rostrale  di  marmo  pario,  eretta 
a C.  Duillio,  console,  per  la  vittoria  navale  riportata  sui  Cartagi- 
nesi l’anno  di  Roma  492,  talché  fu  egli  il  primo  che  ottenesse 
il  trionfo  navale.  La  colonna  originale  era  ornata  coi  rostri  in 
metallo,  tolti  dalle  navi  nemiche.  Al  di  sotto  si  legge  un  fram- 
mento dell’antica  iscrizione,  pure  in  marmo,  vetusta  copia  di 
quella  che  in  origine  fu  posta  a Duillio,  insieme  alla  colonna  ro- 
strale, per  cui  vuoisi  riguardare  come  un  monumento  raro  del- 
l’antica lingua  latina:  il  frammento  in  discorso  fu  scoperto  nel 
Foro,  presso  l’arco  di  Settimio  Severo. 

scala  del  palazzo  dei  conservatoki.  — Nel  primo  ripiano 
di  questa  scala  sono  collocate  entro  due  nicchie  le  statue  risto- 
rate di  Urania  e di  Talia;  e nelle  pareti  del  piccolo  cortile  atti- 
guo veggonsi  quattro  superbi  bassorilievi  relativi  a Marco  Au- 
relio. Nel  primo  è rappresentato  quell’imperatore  in  atto  di  sacri- 
ficare innanzi  il  tempio  di  Giove  Capitolino;  nel  secondo  si  scor- 
ge il  suo  trionfo  ; nel  terzo  è egli  figurato  a cavallo,  avente  da 


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60  Seconda  Giornata. 

sinistra  il  pretore  che  gli  chiede  la  pace  in  noma  dei  Germani,  i 
quali  ivi  si  vedono  ginocchioni;  il  quarto  esprime  il  momento  in 
cui  Roma  gli  offre  il  globo,  simbolo  del  potere  imperiale.  Que- 
sti bassorilievi  furono  scoperti  costruendo  il  sotterraneo  della 
chiesa  di  s.  Luca  al  Foro  Romano,  e per  lungo  tempo  restarono 
nel  luogo  del  loro  discoprimento. 

Il  cortile  di  cui  trattasi,  nel  1867,  fu  coperto  con  cristalli  ed 
abbellito  di  analogo  pavimento.  All’intorno  vi  furono  collocati 
quattro  antichi  busti  in  marmo,  e nel  mezzo  un  grande  piedi- 
stallo sormontato  da  un  busto  di  Adriano.  In  una  faccia  di  que- 
sto piedistallo  leggesi  una  iscrizione  ad  onore  dell’  imperatore 
Adriano,  postagli  dai  capi  e ministri  delle  vie  e strade  delle  quat- 
tordici regioni  dell’antica  Roma.  Sulle  facce  laterali  sono  scol- 
piti i nomi  delle  strade  di  cinque  di  quelle  regioni.  Questo  piedi- 
stallo, che  insieme  al  busto  vedovasi  precedentemente  in  una  delle 
sale  de’fasti  de*i  Conservatori  di  Roma,  è un  prezioso  monumento 
per  l’antica  topografia  della  città. 

Proseguendo  a salire,  si  osserva  subito,  da  sinistra,  un  piccolo 
bassorilievo  rappresentante  Muzio  Curzio,  sabino,  montato  sul 
suo  cavallo,  nel  punto  di  lanciarsi  a traverso  le  paludi  che  in- 
gombravano la  piazza  del  Foro,  durante  la  battaglia  fra  Tazio  e 
Romolo:  questo  bassorilievo,  di  stile  molto  antico,  fu  trovato 
presso  la  chiesa  di  s.  Maria  Liberatrice.  Sulla  parete  opposta, 
si  legge  una  interessante  iscrizione  in  versi  alessandrini,  la  quale 
ricorda  la  presa  di  Milano  fatta  da  Federico  IL 

In el  successivo  ripiano  furono  incastrati  nelle  pareti  due  basso- 
rilievi  i quali  erano  all’arco  di  Marco  Aurelio,  già  esistente  sul 
Corso,  vicino  al  palazzo  Fiano,  conforme  si  disse  a suo  luogo. 
Uno  di  tali  bassorilievi  rappresenta  Marco  Aurelio  in  piedi  sulla 
tribuna  in  atto  di  leggere  un  suo  discorso  al  popolo;  nell’altro 
si  vede  lo  stesso  imperatore  seduto,  e Faustina  giuniore  portata 
verso  il  cielo,  alludendo  all’apoteosi  di  lei.  — La  porta  che  pro- 
spetta la  scala  mette  nelle 

sale  dei  conservatori.  — La  prima  di  esse  sale  è detta  del 
cavaliere  di  Arpino,  perchè  questo  pittore  ebbevi  rappresentati 
i primi  fatti  della  storia  romana,  cioè:  Romolo  e Remo  trovati 
dal  pastore  Faustolo  sotto  il  fico  Ruminale,  alle  radici  del  Pala- 
tino; Romolo  che  coll'aratro  traccia  il  ricinto  di  Roma;  il  ratto 
delle  Sabine;  il  sacrifizio  di  Numa,  accompagnato  dalle  vestali; 
la  battaglia  de’  Romani  contro  i Yeienti;  ed  il  combattimento 
degli  Orazi  e dei  Curiazi:  questi  ultimi  due  dipinti  sono  i migliori 
della  sala.  In  essa  si  osservano  tre  statue  di  pontefici  sedenti: 


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Palano  dei  Conservatori.  61 

quella  di  Urbano  Vili,  opera  del  Bernini,  e quella  di  Leone  X, 
lavoro  detestabile  di  Giacomo  del  Duca,  sono  in  marmo;  l’altra, 
che  è in  bronzo*  fu  modellata  dall’Algardi  e rappresenta  Inno- 
cenzo X.  Ivi  si  veggono  pure  i ritratti  in  bassorilievo,  di  Cristina, 
regina  di  Svezia,  e di  Maria  Casimira,  regina  di  Polonia:  vi  sono 
anche  due  busti  incogniti,  come  ancora  uno  storione  in  bassori- 
lievo; e ciò  a causa  che,  di  tutti  i pesci  di  tale  specie  pescati  nel 
Tevere  e superanti  la  misura  di  questo  in  marmo,  la  parte  di 
sopra,  indicata  dal  segnale  che  ha  sul  collo,  era  dovuta  ai  Con- 
servatori di  Roma.  — La  porta  a destra,  in  fondo  della  sala,  in- 
troduce nella 

pkima  anticamera.  — In  questa  sala  Tommaso  Laureti  conti- 
nuò la  storia  romana  in  affreschi. -Egli  vi  dipinse:  Muzio  Scevola 
in  atto  d’ardersi  la  destra  al  cospetto  di  Porsenna  re  di  Etruria; 
Bruto,  nemico  ai  Tarquinii,  che  condanna  a morte  i due  suoi 
figli;  Orazio  Coelite  che,  solosul ponte  Sublicio,  respinge  l’eser- 
cito etrusco;  e la  battaglia  al  lago  Regillo,  vinta  da  Aulo  Postu- 
mio,  la  quale  decise  la  sorte  dei  Tarquinii,  che  per  sempre  rima- 
sero esclusi  da  Roma.  Si  osservano  anche  in  questa  sala  diverse 
statue  di  generali  pontificii,  come  a dire,  Marc 'Antonio  Co- 
lonna che  vinse  e disfece  i Turchi  nella  famosa  battaglia  di  Le- 
panto, o delle  Curzolari;  Tommaso  Rospigliosi;  Francesco  Al- 
dobrandini;  Carlo  Barberini,  fratello  di  Urbano  Vili,  ed  Ales- 
sandro Farnese,  che  si  rendette  celebre  nella  guerra  di  Fiandra; 
e tale  statua  è antica  colla  testa  di  moderno  lavoro.  Vi  si  scor- 
gono inoltre  due  colonne  di  verde  antico,  sostenenti  due  teste; 
una  di  Traiano,  l’altra  di  Settimio  Severo;  un  bassorilievo  in 
marmo  lumachella , esprimente  la  lupa  che  allatta  Romolo  e 
Remo,  eseguiti  modernamente  in  giallo  antico;  ed  in  fine  i busti 
di  Virginio  Cesarmi,  e di  Luigi  Mattei,  come  pure  un  ritratto  in 
pittura  di  Flaminio  Delfini. 

La  terza  sala,  detta  seconda  anticamera,  è decorata  d’un  bel 
fregio  di  autore  incognito,  dipinto  a fresco  e rappresentante  il 
trionfo  del  console  Mario,  dopo  aver  disfatto  i Cimbri.  Nel 
mezzo  di  questa  sala  è la  famosa  lupa  antica,  in  bronzo,  allat- 
tante Romolo  e Remo.  Essa  fu  trovata  alle  radici  del  Palatino, 
fra  la  chiesa  di  s.  Maria  Liberatrice  e quella  di  s. Teodoro,  cioè 
presso  il  sito  in  cui  esistè  il  fico  Ruminale,  ove  fu  eretta  l’anno 
di  Roma  458,  da  Cneo  e Quinto  Ogulnio,  edili  curali,  e della 
quale  parlano  Tito  Livio  e Dionigi,  come  ancora  esistente  in  detto 
luogo  ai  tempi  loro.  Laonde  non  si  vuol  credere  che  sia  questa 
quella  lupa  che,  all’epoca  di  Cicerone,  poco  prima  della  congiura 


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62  Seconda  Giornata. 

di  Catilina,  era  sul  Campidoglio  e venne  rovesciata  dal  fulmine. 
Questo  monumento  merita  speciale  attenzione  per  essere  uno  dei 
meglio  conservati  che  siano  giunti  fino  a noi,  usciti  di  mano  di 
antichi  artefici  di  Roma,  o più  probabilmente  di  Etruria:  i àue 
fanciulli  sono  lavoro  moderno,  e furono  scolpiti  dal  Della  Porta. 
Le  tracce  che  si  scorgono  nella  lupa  di  cui  parlasi  e che  si  cre- 
dono prodotte  dal  fulmine,  quando  pure  ciò  fosse  vero,  nulla 
proverebbero  in  favore  dell’opinione  di  chi  pretende,  che  essa 
sia  quella  ricordata  da  Cicerone,  giacché,  oltre  le  ragioni  asse- 
gnate, quest’oratore  parla  della  lupa  Capitolina  come  non  più 
esistente  al  suo  tempo,  dicendo:  fuisse,  mcministis.  Nella  me- 
desima sala  si  scorgono  ancora:  una  pregiatissima  statua  di  stile 
etrusco,  in  bronzo,  rappresentante  un  giovanetto  che  sembra 
procuri  togliersi  una  qualche  cosa  da  un  piede,  e viene  detto 
volgarmente  Marzio  'pastore ; una  piccola  Diana  triforme;  una 
mezza  figura,  forse  di  Adone;  un  bellissimo  ritratto  del  Bonar- 
ruoti  eseguito  di  sua  mano,  colla  testa  in  bronzo  ed  il  rimanente 
in  marmo  colorato;  il  rarissimo  busto  in  bronzo  coll’effigie  di  L. 
Giunio  Bruto,  primo  dei  consoli,  e vendicatore  della  romana 
libertà,  e quattro  busti  incogniti,  due  de’  quali  collocati  entro 
nicchie.  Nella  parete  ove  sono  i ritratti  del  Bonarruoti  e di  G. 
Bruto,  fu  incastrato  il  bassorilievo  d’un  antico  sarcofago,  su  cui 
osservasi  la  socchiusa  porta  d’Ades  fra  i genii  delle  Stagioni, 
simboli  tutti  dell’eternità.  Sonovi  pure  due  belli  quadri,  uno  rap- 
presentante Cristo  morto,  opera  condotta  con  bell’effetto  di  luce 
dal  P.  Piazza,  cappuccino;  l’altro  del  Romanelli,  espressavi  s. 
Francesca  Romana. 

Una  parete  della  quarta  sala,  detta  camera  de’  fasti,  è coperta 
con  frammenti  di  marmoree  iscrizioni  contenenti  i celebri  fasti 
capitolini:  questi  frammenti  vennero  trovati,  nella  maggior  parte, 
sotto  il  pontificato  di  Paolo  III,  vicino  alla  chiesa  di  s.  Maria  Li- 
beratrice alForo  Romano, ed  una  porzione  sene  rinvenne  nei  luo- 
ghi propinqui,  al  cominciare  del  corrente  secolo.  Questi  fasti  do- 
vevano anticamente  essere  deposti  nel  Comizio,  o nella  Curia 
Ostilia,  edifizi  che  rimanevano  vicini  alla  suddetta  chiesa.  Sonovi 
inoltre  due  grandi  iscrizioni  moderne,  una  in  memoria  delle  vit- 
torie riportate  da  Marc’ Antonio  Colonna,  e l’altra  per  ricordare 
ai  posteri  quelle  conseguite  da  Alessandro  Farnese.  Questa  sala 
contiene  pure  alquante  erme,  fra  lequaliavvene  una  di  Socrate; 
e*tra  le  due  finestre  osservasi  un  quadro  in  lavagna  del  cav. 
d’Arpino,  rappresentante  Maria  Vergine  fra  due  angeli  in  ado- 
razione. Gli  affreschi  di  questa  sala,  ristaurati  nel  1865  dal  cav. 
Ercole  Ruspi,  si  devono  a Sandro  Botticelli. 


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Palazzo  dei  Conservatori. 


63 


Nella  successiva  sala,  detta  dell’udienza,  adorna  di  un  fregio 
d’autore  in  ognitó,  in  cui  veggonsi  rappresentati  dei  giuochi 
olimpici,  gli  oggetti  più  interessanti  sono:  due  teste  entro  nic- 
chie, una  detta  di  Scipione  Affricano,  l’altra  di  Filippo  il  Mace- 
done; un  busto  di  Tiberio;  un  busto,  detto  di  Appio  Claudio,  in 
rosso  antico;  una  testa  di  Medusa,  scolpita  dal  Bernini;  due  anitre 
in  bronzo,  ed  una  copia,  di  autore  incognito,  di  ima  sacra  Fa- 
miglia, dipinta  da  Raffaele. 

Si  entra  quindi  nella  sala  degli  arazzi,  detta  anche  sala  del 
trono,  adorna  di  un  fregio  dipinto  a fresco,  espressevi  le  prin- 
cipab  gesta  di  Scipione  Affricano.  Tali  affreschi  furono  sempre 
da  tutti  erroneamente  attribuiti  ad  Annibaie  Caracci  ; ma,  nel 
1853,  il  cav.  Carlo  Ruspi,  rinomato  ristauratore  di  pitture  an- 
tiche, a cui  fu  affidato  il  ristauro  del  suddetto  fregio,  ebbe  agio 
di  potersi  assicurare  essere  questo  un  lavoro  di  Daniele  da  Vol- 
terra. Le  pareti  sono  coperte  da  arazzi  eseguiti  in  Roma  nel- 
l’ospizio di  s.  Michele,  e rappresentano:  Roma  trionfante;  la  ve- 
stale Tuzia;  la  lupa  allattante  Romolo  e Remo;  la  punizione  del 
maestro  dei  Falisci,  ed  i ritratti  di  Giulio  Cesare,  di  Pompeo,  di 
Emilio,  di  Scipione  Affricano  e di  Camillo.  De’  quattro  busti 
antichi  posti  negli  angoli,  imo  rappresenta  Arianna,  il  secondo 
Flora,  e gli  altri  due  sono  incogniti. 

L’ultima  sala  fu  dipinta  a fresco  nel  1496  da  Benedetto  Bon- 
figli,  perugino,  il  quale  vi  rappresentò  diversi  fatti  della  storia 
romana,  relativi  alle  guerre  puniche.  Questi  affreschi  furono  ri- 
staurati  nel  1860  dal  ricordato  cav.  Carlo  Ruspi. 

La  cappella  congiunta  a questa  sala,  va  adorna  di  buone  pit- 
ture; il  quadro  dell’altare,  espressavi  la  Madonna,  fu  colorito 
sulla  lavagna  dal  Nucci;  i quattro  Evangelisti  negli  angoli  ap- 
partengono al  Caravaggio;  l’Eterno  Padre  nel  soffitto  e gli  altri 
dipinti,  sono  della  scuola  dei  Caracci;  il  s.  Eustachio,  la  s.  Ceci- 
lia,.il  s.  Alessio  e la  beata  Luisa  Albertoni  spettano  al  Romanelli: 
la  Madonna,  a sinistra,  è del  Pinturicchio. 

In  un’altra  sala  di  quest’appartamento,  la  quale  rimane  dis’- 
giunta  da  quelle  già  visitate,  fu  collocata,  nel  1867,  una  colle- 
zione assai  interessante  di  vasi  e bronzi  tirreni,  etruschi  e ro- 
mani. Questa  collezione  è un  dono  di  Augusto  Castellani  al  Co- 
mune di  Roma. 

L’ingresso  incontro  à quest’ultima  sala  dà  adito  a due  stanze 
aperte,  sulle  pareti  delle  quali  si  vedono  incastrati  i moderni  fasti 
dei  Conservatori  di  Roma;  e negli  angoli  della  seconda. veggonsi 
pure  le  misure  normali  pel  grano,  il  vino,  e l’olio,  in  uso  in  Roma 


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(54  Seconda  Giornata. 

nel  secolo  XIV.  — Di  quivi  si  entra  in  un  cortile,  ove,  a manca, 
è l’ingresso  della  scala  che  conduce  alla 

GALLERIA  DEI  QUADRI  DEL  CAMPIDOGLIO. 

L’immortale  pontefice  Benedetto  XTV  fece  erigere  queste  due 
sale  per  collocare  in  esse  quadri  che  vi  si  ammirano,  ponendola 
a disposizione  di  quelli  che  studiano  l’arte  della  pittura. 

prima  sala.  — Entrando  in  essa,  che  è quella  di  fronte  alla 
scala,  si  osserva  il  busto  dell’insigne  fondatore  scolpito  dal  Ver- 
chassé:  sulla  porta  avvi  quello  dell’immortale  Pio  VII,  con  ima 
iscrizione  indicante  i cambiamenti  da  lui  fatti  eseguire  nella  gal- 
leria di  cui  parliamo. 

Cominceremo  la  descrizione  dei  quadri  raccolti  in  questa  sala 
da  quelli  ch’ornano  la  facciata  a sinistra,  e propriamente  dal- 
l'angolo a mano  manca  entrando,  ove  in  alto  si  osserva  un  ri- 
tratto di  donna,  condotto  dal  Giorgione.  Viene  poi  una  Madonna 
con  parecchi  santi,  copia  d’un  quadro  di  Paolo  Veronese,  ese- 
guita dal  Bonatti;  sulla  prima  finestra,  l’apparizione  degli  an- 
geli ai  pastori,  è opera  delBassano.  Posciaseguono:  unagrande 
tela  rappresentante  il  sacrifizio  di  Ifigenia,  di  Pietro  da  Cortona; 
un  ritratto  di  donna,  del  Bronzino;  s.  Lucia,  di  Benvenuto  Ga- 
rofalo, ima  delle  migliori  opere  di  questo  pittore,  nella  quale 
sorpassò  il  suo  stile  ordinario;  un  ritratto  d’uomo,  di  scuola  ve- 
neziana; una  Madonna  in  gloria,  del  suddetto  Garofalo;  l’ado- 
razione dei  Magi,  lavoro  dello  Scarsellino;  il  ritratto  di  Guido, 
dipinto  da  sè  stesso;  il  battesimo  di  Cristo,  della  scuola  carac- 
cesca;  s.  Girolamo,  di  Guido;  lo  Sposalizio  di  s.  Caterina,  di 
Garofalo:  sopra  la  seconda  finestra,  il  riposo  di  Nostra  Donna, 
copia  d’un  quadro  di  Tiziano,  eseguita  da  Pietro  da  Cortona; 
indi  osservami:  il  ratto  delle  Sabine,  tela  di  grandi  proporzioni, 
colorita  dal  suddetto;  una  s.  Famiglia,  di  Agostino  Caracci; 
un’altra  sacra  Famiglia  con  s.  Girolamo,  di  Garofalo;  la  parabola 
dei  lavoratori  della  vigna,  del  Feti;  la  coronazione  di  s.  Caterina, 
del  ricordato  Garofalo;  una  Madonna  con  parecchi  santi,  lavoro 
del  Botticelli;  l’adorazione  deiMagi,  dello  Scarsellino;  una  sacra 
Famiglia,  della  scuola  di  Raffaello;  s.  Francesco,  di  Ludovico 
Caracci;  un  paese,  rappresentatovi  il  martirio  di  s.  Sebastiano, 
dipinto  di  Domenichino:  sulla  terza  finestra,  l’adorazione  de’ 
Magi,  del  Passano;  poi  seguono:  un  ritratto  di  Urbano  Vili, 
lavoro  di.Pietro  da  Cortona;  Orfeo  che  suona  la  lira,  del  Pus- 
sino;  un  uomo  che  accarezza  un  cane,  di  Ludovico  Caracci;  una 


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Galleria  dei  Quadri  del  Campidoglio.  65 

Madonna,  di  Gaudenzio  da  Ferrara;  la  Samaritana  del  Palma 
vecchio;  il  trionfo  della  Croce,  di  Domenico  Palembourg. 

Nella  seconda  facciata  si  osservano:  una  copia  della  Giuditta 
di  Guido,  eseguita  dal  Maratta;  la  partenza  di  Agar  e d’ Ismaele 
dalla  casa  di  Abramo,  bellissimo  dipinto  del  Mola;  Gesù  che  in- 
segna nel  tempio,  di  scuola  ferrarese;  una  sacra  Famiglia,  dello 
Schiavoni;  la  Carità,  di  Annibaie  Caracci;  la  Sibilla  Persica, 
opera  insigne  di  Guercino;  la  presentazione  di  Maria  al  tempio, 
di  frate  Bartolommeo  da  s.  Marco;  due  quadretti  di  Annibaie 
Caracci,  rappresentanti,  uno,  la  Madonna,  s.  Cecilia,  ed  un  santo 
carmelitano,  l’ altro,  la  Madonna  e s.  Francesco;  una  bella  sacra 
Famiglia,  di  Garofalo;  una  miniatura  di  Maria  Febee  Tibaldi 
Subleyras,  rappresentatavi  la  cena  di  Gesù  in  casa  del  Fariseo. 
Seguono:  due  quadretti,  cioè,  lo  Sposalizio  di  s.  Caterina,  attri- 
buito al  Coreggio,  ed  una  Nostra  Donna  dell' Albani,  pittura 
stimata  assai;  una  Maddalena,  di  Tintoretto;  David,  avente  ai 
piedi  la  testa  di  Goba,  del  Romanelh;  Ester,  del  Mola;  un  boz- 
zetto del  celebre  quadro  di  Agostino  Caracci,  esprimente  la  Co- 
munione di  s.  Girolamo,  che  osservasi  in  Bologna;  Gesù  che 
insegna  nel  tempio,  di  Dosso  Dossi  da  Ferrara,  e lo  Sposalizio 
di  Maria  Vergine,  di  antica  scuola  ferrarese. 

Sulla  terza  facciata  vedesi,  in  alto,  un  s.  Giovanni  Battista, 
di  Daniele  da  Volterra;  poi  seguono:  Gesù  co’  dottori,  del  Va- 
lentin; la  Sibilla  Cumana,  di  Domenichino,  dipinto  inferiore  a 
quello  dello  stesso  artefice,  rappresentante  il  soggetto  medesimo 
e che  si  osserva  nella  galleria  Borghese;  sopra  la  finestra,  Ermi- 
nia ed  il  pastore,  di  Lanfranco;  poscia,  Giacobbe  ed  Esaù  che 
si  dividono,  grande  quadro  di  Raffaelbno  del  Garbo;  ima  veduta 
di  Nettuno,  villaggio  vicino  ad  Anzio,  del  Van vitelli;  ima  Mad- 
dalena, di  Guido;  il  trionfo  di  Flora,  di  Niccolò  Pussino;  una 
veduta  di  Grottaferrata,  del  Vanvitelb;  s.  Giovanni  Battista,  di 
Guercino:  sulla  finestra  di  mezzo  scorgesi  l’adorazione  del  vitello 
d’ oro,  di  Luca  Giordano;  quindi,  un  grande  quadro  in  cui  Giu- 
seppe Testa  rappresentò  Giuseppe  venduto  dai  fratelli;  un  paese 
colla  Maddalena,  del  Caracci;  una  Maddalena,  dell’  Albani;  il 
trionfo  di  Bacco,  di  Pietro  da  Cortona;  un  orizzonte,  del  Van- 
Bloemen;  s.  CeciUa,  del  Romanelh:  sulla  prima  finestra  entrando, 
Mosè  che  fa  scaturire  l’acqua  dalla  rupe,  di  Luca  Giordano,  ed 
in  seguito  veggonsi:  una  Madonna  con  alquanti  santi  martiri, 
della  scuola  di  Coreggio,  e l’anima  beata,  di  Guido. 

Lungo  la  quarta  facciata  si  scorge  subito  in  alto,  un  ritratto 
d’uomo,  del  Dossi,  ferrarese;  poi,  un  altro  ritratto,  di  Domeni- 


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66  Seconda  Giornata. 

chino;  un  chiaroscuro  rappresentante  un  architetto,  di  Polidoro 
da  Caravaggio;  un  abbozzo  dell’anima  beata,  di  Guido;  un  s. 
Francesco,  di  Luca  Giordano;  uno  stupendo  dipinto  del  Rubens, 
rappresantante  Romolo  e Remo  allattati  dalla  lupa,  nel  punto  in 
cui  vengono  trovati  da  Faustolo;un  ritratto,  del  Giorgione;  Ra- 
chele, Lia  e Labano,  di  Ciro  Ferri;  un  santo  vescovo,  di  Gio- 
vanni Bellini;  un  quadro  coi  ritratti  di  due  uomini,  del  Tiziano: 
sopra  la  porta  d’ ingresso,  Circe  che  presenta  la  bevanda  ad 
Ulisse,  della  Sirani.  Si  vedono  poi:  il  ritratto  d’un  religioso,  del 
Giorgione;  una  Madonna,  di  scuola  veneziana;  s.  Sebastiano,  di 
Giovanni  Bellini;  un  ritratto  d’uomo,  del  Velasquez,  opera  di 
eccellente  colorito;  la  Madonna  che  adora  il  divino  suo  figlio,  di 
Pietro  da  Cortona;  una  Madonna  assisa  fra  alcuni  santi,  lavoro 
creduto  del  Francia;  un  ritratto,  del  Bronzino;  la  coronazione 
della  Madonna  con  s.  Giov.  Battista, d’autore  incognito;un  chia- 
roscuro rappresentante  Meleagro,  di  Polidoro  da  Caravaggio;  e 
la  disputa  di  s.  Caterina,  del  Vasari.  — Si  entra  quindi  nella 

seconda  sala.  — Cominciando  a percorrere  questa  sala  dalla 
facciata  in  cui  è la  porta  d’ingresso,  l’osservatore  si  arresterà, 
senza  dubbio,  per  ammirare  il  ratto  di  Europa,  sublime  opera  di 
Paolo  Veronese,  a tutta  ragione  annoverata  fra  i dipinti  classici. 
Sulla  porta  si  vede  Tizio,  bella  pittura  di  scuola  veneziana,  e si 
scorge  pure  un  quadro  con  due  filosofi,  del  cav.  Calabrese.  Se- 
guono poscia:  una  Madonna  che  scherza  col  Bambino  Gesù,  del 
cav.  Liberi;  un  s.  Sebastiano,  di  scuola  caraccesca;  Natan  e 
Saul  del  Mola;  Cristo  in  casa  del  Fariseo,  del  Bassano;  ed  una 
Madonna,  di  Paolo  Veronese. 

Nella  seconda  facciata  si  offre  subito  agli  occhi,  sull’alto,  vi- 
cino all’angolo,  la  venuta  dello  Spirito  Santo,  di  Paolo  Veronese. 
Vengono  in  seguito:  la  Nostra  Donna  con  s.  Girolamo  ed  una 
santa,  del  Campi  da  Cremona;  l’ adorazione  dei  Magi,  di  Garo- 
falo; il  s.  presepe,  quadro  non  terminato,  di  Gaudenzio;  il  tem- 
pio di  Vesta,  del  Van vitelli,  a cui  appartengono  del  pari  i sei 
quadretti  che  seguono  appresso,  cioè:  la  veduta  dei  due  ponti 
dell’isola  del  Tevere;  quella  della  riva  di  esso  fiume  presso  Ri- 
petta,  e quelle  di  s.  Giovanni  de’ Fiorentini,  di  caste!  s.  Angelo, 
dei  prati  di  castello,  e di  ponte  rotto.  I due  quadri  sull’  alto, 
rappresentanti  il  transito  della  Madonna  e l’ assunzione  di  Lei, 
sono  opere  di  Cola  della  Matrice,  ed  il  banchetto  di  Epulone, 
posto  di  sotto,  è del  cav.  Cairo.  Ai  lati  di  questo  quadro  si  os- 
servano: due  vedute  del  VanviteUi,  cioè,  Monte  Cavallo  e Ponte 
Sisto,  e due  paesi  di  Claudio.  Superiormente,  vicino  alla  finestra,  si 


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Galleria  dei  Quadri  del  Campidoglio.  61 

vede  l’Ascensione  del  Salvatore,  di  Paolo  Veronese:  al  di  sotto, 
sono:  un  quadro  allegorico  di  scuola  caraccesca:  una  Madonna 
in  gloria,  di  Benvenuto  Garofalo,  ed  un  ritratto  di  donna,  di 
Giovanni  Bellini:  sulla  finestra  si  scorge  un  paese,  del  Crescenzio. 

Il  grande  quadro  oblungo,  situato  fra  le  finestre,  rappresenta 
la  disfatta  di  Dario  ad  Arbella;  è questa  una  superba  opera  di 
Pietro  da  Cortona,  sopra  la  quale  si  osserva  la  coronazione  di 
spine,  eseguita  dal  Tintoretto.  A sinistra  del  grande  quadro 
suddetto  si  scorge,  in  basso,  una  s.  Cecilia,  di  Ludovico  Caracci, 
e al  di  sopra  sono:  l’Innocenza  con  una  colomba,  bel  dipinto  del 
Romanelli;  una  bambocciata,  di  Michelangelo  Cerquozzi;  una 
sacra  Famiglia,  di  Girolamo  Carpi;  un  giovane  nudo  con  un  ca- 
prone, di  Caravaggio;  un  Amorino,  di  Guido;  un  ritratto  di 
donna  non  termi  nato , del  sudetto  ; una  battaglia,  del  Borgognone  ; 
un  Ecce  Homo,  del  Barocci;  un  ritratto  di  Giulio  II,  di  autore 
incognito;  una  testa  di  un  giovane  sullo  stile  del  Caravaggio,  ed 
una  battaglia  del  Borgognone.  Al  di  sopra  di  questa  veggonsi: 
una  mezza  figura  di  donna,  abbozzo  di  Guido,  e Gesù  Cristo 
colla  croce,  incontrato  dalla  s.  Veronica,  del  Cardone:  vicino  a 
questo  quadro  si  osserva  un  s.  Giovanni  Evangelista,  del  Cara- 
vaggio, e seguono  poi  al  di  sotto:  il  Redentore  e la  donna  adul- 
tera, del  Tiziano;  la  veduta  delle  miniere  di  allume,  di  Pietro  da 
Cortona;  l’Europa,  di  Guido,  Reni,  e la  conversione  di  s.  Paolo, 
dello  Scarsellino. 

Sopra  la  finestra  è un  paese,  del  Crescenzio:  in  seguito  si 
veggono:  una  mezza  figura  di  donna,  della  scuola  di  Raflaello; 
Giuditta,  di  Giulio  Romano;  una  Madonna,  di  Garofalo;  laPro- 
batica  Piscina,  da  alcuni  attribuita  a Domenichino,  e da  altri  al 
Caracci,  ed  un  paese,  di  Claudio;  al  di  sopra  sono:  un  presepe, 
di  Gaudenzio;  un  contadino  assiso,  di  stile  fiammingo;  una  testa 
d’uomo,  del  Muziano,  ed  una  di  donna  sul  fare  di  Coreggio: 
più  sopra,  e proprio  nel  mezzo,  si  osservano  due  abbozzi  di  Paolo 
Veronese:  la  Maddalena,  inferiormente,  è dell’autore  stesso,  e 
l’ Annunziata  appartiene  al  Garofalo:  di  sotto  a questo  dipinto 
si  scorgono,  una  Madonna,  di  Carlo  Cignani;  un  presepe,  del 
Garofalo,  e Gesù  colla  croce,  di  scuola  fiorentina:  segue,  una 
Madonna  col  Bambino  Gesù  e s.  Giovanni  Battista,  del  suddet- 
to Garofalo;  e di  sopra  si  veggono:  un  s.  Giovanni  Battista, 
del  Parmigianino;  una  vecchia  che  fila,  di  stile  fiammingo;  una 
Diana,  del  cav.  d’ Arpino,  ed  una  testa  d’un  giovane,  sul  fare 
di  Tiziano:  più  in  alto  è una  sacra  Famiglia,  di  Andrea  Sacchi; 
e dopo  vengono,  la  fuga  in  Egitto,  dello  Scarsellino  ;*m  s.  Fran- 
cesco, di  A'.  Caracci,  ed  il  giudizio  di  Salomone,  del  Bassano. 


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68 


Seconda  Giornata. 


La  terza  facciata  rimane  occupata,  quasi  per  intero,  da  un 
grande  quadro  di  Guercino,  rappresentante  santa  Petronilla,  di- 
pinto di  stile  largo,  econdotto  con  moltissim’arte;  asinistra  di  esso 
quadro  classico  si  trovano:  un’Allegoria,  eseguita  da  Simon  Pro- 
feta; un  quadro  del  Giorgione,  rappresentante  la  Madonna  col 
Bambino  Gesù  e b.  Giuseppe;  la  Natività  di  Maria  Vergine,  del- 
l’Albani  vecchio,  ed  una  fiera  fiamminga,  di  Breughel:  a destra 
sono,  una  Maddalena,  di  scuola  guercinesca,  e la  Natività  della 
Nostra  Donna,  dell’Albani. 

Nella  quarta  facciata  si  scorge  subilo,  in  'alto,  e proprio  nel 
mezzo,  Gesù  e la  donna  adultera,  di  Gaudenzio:  a sinistra  di  que- 
sto quadro  sono:  il  battesimo  di  Gesù  Cristo,  del  Tiziano,  ch’eb- 
be la  fantasia  di  porvi  il  suo  ritratto  in  profilo;  ed  un  s.  France- 
sco, di  Ludovico  Caracci:  a destra  si  vedono:  il  vecchio  Simeo- 
ne, del  Pasignani,  ed  una  sacra  Famiglia,  del  ricordato  Caracci. 
Sotto  il  grande  quadro,  nel  mezzo,  si  osserva  una  Madonna,  di 
Pietro  Perugino:  a sinistra  è un 'astrologa  con  un  giovanetto,  del 
Caravaggio;  ed  a destra,  un  s.  Matteo,  di  Guercino.  Ritornando 
sulla  mano  manca,  si  vedono,  vicino  all’angolo,  un  s.  Bernardo, 
di  Giovanni  Bellini,  ed  un  soldato  assiso,  di  Salvator  Rosa.  Ven- 
gono poscia:  un  s.  Girolamo,  di  Pietro  Paeini;  un  ritratto  d’uo- 
mo,  di  Giovanni  Bellini;  un  paese,  di  Domenichino;  il  superbo 
ritratto  del  celebre  Bonarruoti,  dipinto  di  sua  mano;  una  Madon- 
na, di  Annibaie  Caràcci;  il  ritratto  di  Giovanni  Bellini,  dipinto 
da  sè  stesso;  un’altra  Madonna,  di  Annibaie  Caracci;  Gesù  Cri- 
sto e s.  Giov.  Battista,  abbozzo  di  Guido;  il  ritratto  d’un  prete 
spagnuolo,  di  Giov.  Bellini,  ed  una  strega,  di  Salvator  Rosa:  sulla 
finestra  avvi  un  festone  di  fiori,  eseguito  da  Mario  deTiori. 

Sulla  parete,  fra  le  due  finestre  di  questa  facciata,  si  ammira 
soprattutto  il  bel  quadro  di  Guercino,  rappresentante  Cleopatra 
al  cospetto  di  Augusto:  dal  lato  sinistro  è un  bel  s.  Sebastiano, 
di  Ludovico  Caracci,  e poscia  seguono  al  di  sopra:  il  Redentore 
in  gloria,  di  Bassano;  la  flagellazione  di  Gesù,  di  Tintoretto;  ini 
8.  Antonio,  del  cav.  d'Arpino;  un  ritratto  d’uomo,  del  Bronzino; 
Endimione  dormiente,  a luce  di  luna,  del  Mola;  un  s.  Giovanni 
Battista,  di  Guercino;  un  ritratto  d’uomo,  di  Annibaie  Caracci; 
il  battesimo  di  Cristo,  del  Tintoretto,  e Gesù  che  scaccia  i pro- 
fanatori dal  tempio,  del  Bassano:  si  vede  in  fine,  il  bellissimo  s. 
Sebastiano,  di  Guido  Reni,  e sopra  la  finestra  è osservabile  un 
serto  di  fiori,  di  Mario  de’Fiori. 

Il  più  grande  quadro  posto  sulla  parete,  fra  la  finestra  e la 
porta  d’ingresso,  spetta  al  Bassano,  e rappresenta  la  fucina  di 


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Protomoteca. 


69 


Vulcano,  o piuttosto  una  bottega  di  fabbro-ferraio.  Cominciando 
poi  da  sinistra,  si  scorgono:  un  Amorino  seduto,  di  Elisabetta  St- 
rani; lo  sposalizio  di  s.  Caterina,  di  Dionigi  Cai  vasi;  Lucrezia, 
abbozzo  di  Guido;  un  quadro  con  due  ritratti,  opera  del  Van- 
Dyck;  un  ritratto  d’uomo,  del  Muziano;  un  presepe,  del  Mazzo- 
lino da  Ferrara;  una  s.  Barbara,  da  alcuni  attribuita  ad  Annibaie 
Caracci,  e da  altri  a Domenichino;  una  sacra  Famiglia,  del  Man- 
tegna;  Gesù  nel  tempio  fra’ dottori,  del  Lippi;  un  ritratto  d’uo- 
mo, del  Bassano:  un’altra  tela  con  due  ritratti,  lavoro  del  Van- 
Dyck;  Cleopatra,  abbozzo  di  Guido;  una  sacra  Famiglia,  delPar- 
migianino,  ed  un  s.  Sebastiano,  di  Garofalo.  — Tornando  a scen- 
dere nel  vestibolo  del  palazzo,  e di  quivi  uscendo  nel  portico,  si 
trova  a sinistra  l’ingresso  della 

PROTOMOTECA. 

Già  da  due  secoli  si  costumava  di  collocare  nel  Pantheon  dei 
monumenti  e dei  ritratti  alla  memoria  d’uomini  illustri  italiani. 
Il  numero  essendosene  a dismisura  aumentato,  il  sommo  ponte- 
fice Pio  VII  destinò  parecchie  sale  di  questo  edilìzio  per  farvi 
trasferire  tutti  i busti  collocati  nel  Pantheon,  e per  ivi  porre  quelli 
di  coloro  i quali,  nati  in  Italia,  fossero  in  avvenire  giudicati  de- 
gni di  tale  onore.  Nella  prima  sala  si  legge  una  lunga  iscrizione 
latina,  contenente  le  leggi  di  questo  stabilimento.  Sono  esse  di- 
vise in  sei  articoli,  e del  tenore  seguente:  l.°  essere  destinato  il 
luogo  a perpetuare  la  memoria  degl’illustri  italiani;  2.°  dover 
servire  non  solo  ad  accogliere  i busti  già  collocati  nel  Pantheon, 
ma  quelli  àncora  che  successivamente  vi  si  vorranno  porre;  3.* 
quest’onore  avranno  solamente  i più  elevati  ingegni,  ma  non  mai 
prima  di  morire;  4°  i tre  Conservatori  di  Roma  riceveranno  le 
proposte  di  ammissione,  consulteranno  all’uopo  le  differenti  Ac- 
cademie, e la  risoluzione  rimane  riservata  al  Sovrano,  il  quale, 
discrepando  i pareri,  nominerà  dei  giudici;  5.°  non  potranno  i ri- 
tratti avere  altra  forma,  che  quella  di  busti,  o di  erme,  i primi  di 
grandezza  simile  a quello  di  Leonardo  da  Vinci,  le  seconde  in 
proporzioni  uguali  a quella  del  Galilei,  ed  esclusivamente  di  mar-  • 
•io  statuario;  6.°  i Conservatori  di  Roma,  finalmente,  rimanere 
incaricati  della  custodia  dello  stabilimento  e dell’esecuzione  della 
legge,  da  cui  non  potranno,  sotto  qualsiasi  pretesto,  allontanarsi. 

Nella  stessa  sala  poi  veggonsi  collocati  i ritratti  dei  celebri 
stranieri  che  esistevano  nel  Pantheon,  i quali  possono  essere  ri- 
guardati come  italiani,  perchè  passarono  la  maggior  parte  della 


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70 


Seconda  Giornata. 


loro  vita  in  Italia,  e quivi  si  perfezionarono  e vi  ricevettero  i più 
grandi  incoraggiamenti,  essi  sono:  Giuseppe  Suée,  pittore  fran- 
cese; Niccolò  Fuegino,  pure  pittore  francese,  il  cui  ritratto  venne 
eseguito  a spese  di  M.r  d’ Angincourt;  Raffaele  Mengg,  pittore, 
ritratto  postogli  dall’Azara;  Giovanni  Winckelmann,  ristoratore 
dell’archeologia,  busto  scolpito  dal  Doel  a spese  del  consigliere 
Reiffenstein;  Angelica  Kauffmann,  pittrice,  ritratto  postole  dai 
suoi  eredi. 

Nella  seconda  sala  si  scorgono  i ritratti  di  varii  compositori  di 
musica  che  si  resero  celebri  dal  XVI  al  XIX  secolo. 

La  terza  sala,  ossia  il  salone,  contiene  molti  ritratti  di  uomini 
sommi  nelle  arti  belle,  e d’illustri  poeti,  oratori,  scienziati  e let- 
terati. Inoltre,  nel  mezzo  della  parete  principale  osservasi  il  busto 
di  Leone  XII,  qui  posto  dagli  Arcadi,  insieme  ad  una  iscrizione 
onoraria  ad  esso  pontefice,  da  cui  ottennero  l’ uso  di  queste  sale 
per  le  più  solenni  adunanze  arcadiche . 

Nella  quarta  sala,  oltre  il  busto  del  sommo  pontefice  Pio  VII, 
scolpito  dal  Canova,  sono  i ritratti  di  molti  celebri  artefici  che 
fiorirono  dal  XIII  al  XVI  secolo. 

Entro  la  quinta  sala  si  trovano  riuniti  i ritratti  di  coloro  che 
si  distinsero  nelle  arti  belle,  dal  XVI  al  XIX  secolo. 

La  sesta  sala  comprende  i ritratti  dei  poeti,  oratori,  scienziati 
e letterati  che  fiorirono  dal  XV  al  XIX  secolo. 

Nella  settima  sala  fu  collocato  il  monumento  eretto  alla  me- 
moria del  gran  Canova  per  comando  del  pontefice  Leone  XII,  e 
scolpivate  il  commend.  Gius,  de  Fabris;  ivi  si  osserva  anche  il 
busto  di  Emmanuele  Filiberto,  duca  di  Savoia,  illustre  nelle  ar- 
mi, morto  nel  1580;  ri  tratto  scolpito  dal  piemontese  Luigi  Gauda. 

Anticamente  dietro  quest’edifizio  era  la  cittadella  (arx)  di  Ro- 
ma, la  quale  sorgeva  sulla  celebre  Rupe  Tarpeia,  di  cui  si  vede 
una  parte  dal  lato  verso  la  piazza  della  Consolazione.  La  rupe 
ha  tuttora  una  considerevole  altezza;  ma  conviene  riflettere 
che  le  demolizioni  a piè  di  essa  rialzarono  il  piano  di  13  metri 
almeno,  e che  te  scoscendimento  della  creta  ha  pure  molto  con- 
tribuito a diminuirne  la  primitiva  elevazione.  Si  ha  dall’  istoria, 
. che  da  questa  rupe,  la  quale  componesi  di  una  tufa  rossastra,  ve- 
nivano precipitati  quelli  che  eran  rei  di  alto  tradimento  verso  1t 
libertà  della  patria;  e Manlio  vi  fu  precipitato  per  siffatta  cagio- 
ne, quantunque  avessela  difesa  contro  gli  stranieri. 

L’ instituto  archeologico  ivi  stabilì  il  seggio  delle  sue  riunio- 
ni. — Sull’opposta  vetta  è la 


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Chiesa  di  s.  Maria  d' Aracalt.  71 

CHIESA  DI  S.  MADIA  VARAMELI. 

Sull’area  ove  già  innalzavasi  il  celebrato  tempio  di  Giove  Ca- 
pitolino, nel  medio  evo  venne  eretta  ufia  chiesa  la  quale  in  ori- 
gine fu  detta  S. Maria  de  Capitolio;  e,  disprezzando  certe  tra- 
dizioni troppo  volgari,  s’ignora  quando  e perchè  vennele  dato  il 
nome  d ' Aracoeli.  Fino  all’anno  1252  era  questa  un’abbadìa  di 
benedettini,  e Innocenzo  FV  ivi  pose  i frati  minori  osservanti. 
Nel  1464,  il  card.  Oliviero  Caraffa  ristaurolla;  e finalihente  aven- 
do molto  sofferto  nel  1798,  fu  risarcita  nel  principio  del  secolo 
presente. 

La  chiesa  è divisa  in  tre  navate  da  22  colonne  di  differente 
diametro,  di  lavoro  diverso,  e quasi  tutte  di  granito  egiziano, 
eccettuatene  tre  che  sono  di  marmo:  dal  che  rimane  smentita 
l’assertiva  ereditaria  del  popolo,  che  esse  avessero  appartenuto 
all’antico  tempio  di  Giove  Capitolino,  poiché,  secondo  Plutarco, 
erano  quelle  tutte  di  marmo  pentelico;  si  può  ritenere  piuttosto 
che  venissero  tolte  da  differenti  edilìzi;  sulla  terza  colonna  a si- 
nistra, entrando  in  chiesa  dalla  porta  maggiore,  leggesi  verso  il 
capitello,  l’epigrafe:  a cvbicvlo  avgvstorvm,  e forse  vi  fu  in- 
cisa per  indicare  che  fu  presa  dal  palazzo  imperiale. 

Entrando  in  questa  chiesa  per  la  porta  principale,  è degna  d’os- 
servazione la  prima  cappella  a destra,  per  gli  stupendi  affreschi 
del  Pinturiccliio  che  l’adornano,  rappresentanti  alcuni  fatti  della 
vita  di  s.  Bernardino  da  Siena,  a cui  la  cappella  è dedicata:  tali 
pitture  furono  ristorate  colla  direzione  del  Camuccini.  Nella  se- 
guente cappella  intitolata  alla  Pietà,  il  quadro  ad  olio  fu  colo- 
rito da  Marco  da  Siena;  le  altre  pitture  sono  del  Pomarancio. 
Nella  quinta  cappella,  sacra  a s.  Matteo  apostolo,  il  quadro  e gli 
altri  dipinti,  tutti  relativi  alla  vita  di  lui,  appartengono  al  Mu- 
ziano,  e furono  ristorati  da  Giovannello  da  Montereale.  Il  pic- 
colo sepolcro  che  qui  osservasi,  scolpito  dalcav.  Alessandro  La- 
boureur,  fu  eretto  nel  1852  alla  memoria  del  march.  Carlo  An- 
tiei-Mattei,  dalla  pietà  de’  suoi  figli.  Il  8.  Pietro  d’Alcantara 
scolpito  in  marmo,  che  si  vede  nella  seguente  cappella,  come 
pure  tutte  le  altre  sculture  sono  di  Michele  Mailie,  borgognone; 
gli  stucchi  appartengono  al  Cavallini;  e Marcantonio,  napoli- 
tano, dipinse  la  volta.  Dopo  la  porta  laterale  trovasi  la  cappella 
di  s.  Pasquale  Baylon:  il  quadro  dell’altare  fu  eseguito  da  Vin- 
cenzo Vittorio  Valenziano,  e i dipinti  laterali  spettano  a M.r Da- 
niele Soites.  La  cappella  a dritta  nella  crocera,  eretta  ad  onore 
di  s.  Francesco,  fu  riedificata  nel  1727.  Essa  appartenne  ai  Sa- 


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72  Seconda  Giornata. 

velli,  de’  quali  vi  si  osservano  due  sepolcri,  ed  il  quadro  dell’al- 
tare è del  Trevisani. 

Sull’ aitar  maggiore,  edificato  nel  1590,  si  venera  un’antica 
immagine  della  M ad  onda.  Dietro  esso  altare  è il  coro,  ove  si 
scorge,  in  alto,  il  bel  sepolcro  di  Giambattista  Savelli,  lavoro 
della  scuola  di  Sansovino . Nella  crocera , a sinistra  andando 
verso  la  sacristia,  osservasi  la  così  detta  cappella  santa,  isolata 
e sorretta  da  otto  colonne  di  broccatello,  la  quale  essendo  stata 
demolita  nèl  1798,  veime  riedificata  a spese  dell’archiconfrater- 
nita  del  Gonfalone  l’anno  1832. 

Nella  sacrestia  ammirasi  un  magnifico  quadro  della  scuola  di 
Raffaello,  forse  di  Giulio  Romano,  e rappresenta  la  s.  Vergine, 
s.  Gio.  Battista  e s.  Elisabetta. 

Tornando  in  chiesa,  cominceremo  la  visita  dell'altra  navedalla 
seconda  cappella,  sacra  a s.  Margherita  da  Cortona.  L’altare, 
ornato  di  due  belle  colonne  di  giallo  antico,  ha  un  quadro  di 
Pietro  Barberi:  i laterali,  esprimenti  la  conversione  e la  morte 
della  santa,  sono  di  Filippo  Evangelisti. 

Il  deposito  a destra  nella  cappella  di  s.  Michele,  eretto  nel 
1853,  fu  scolpito  dal  cav.  Alessandro  Laboureur,  per  ordinedel 
march.  Luigi  Marini,  volendo  questi  in  tal  modo  onorare  la  me- 
moria dell’estinta  sua  sposa,  che  osservasi  ritratta  nel  busto,  e 
del  suo  primogenito  effigiato  nel  medaglione.  E tal  monumento 
viene  in  bel  modo  compiuto  dalle  due  statue  esprimenti  il  dolore 
dello  sposo  e della  figlia  dell’estinta  donna. 

L’Ascensione  sull’altare  della  quarta  cappella,  è del  Muoiano: 
le  altre  pitture  appartengono  a Niccolò  da  Pesaro.  Nella  settima 
cappella,  dedicata  a s.  Antonio  da  Padova,  gli  affreschi  della 
volta  sono  del  detto  Niccolò;  il  Muziano  vi  dipinse  una  lunetta, 
ed  i suoi  scolari  vi  rappresentarono  alquanti  fatti  della  vita  del 
santo.  L’ultima  cappella,  intitolata  alla  Madonna,  fu  dipinta  dal 
ricordato  Niccolò  da  Pesaro. 

Annesso  alla  chiesa  è il  convento  de’  religiosi  minori  di  s. 
Francesco,  e contiene  una  delle  principali  biblioteche  di  Roma. 

Dalla  piazza  del  Campidoglio  muovono  due  strade  che  scen- 
dono al  Foro  Romano:  seguendo  quella  a sinistra  di  chi  osserva 
il  palazzo  Senatorio  (è  una  cordonata)  si  costeggiano  le  sostru- 
zioni del  Tabulario ; in  fine  di  detta  cordonata  trovasi  a manca 
il  Carcere  Mamertino,  volgarmente  conosciuto  col  nome  di  s. 
Pietro  in  Carcere,  perchè  dedicato  al  culto  di  esso  apostolo. 

Volendovi  scendere  per  visitarlo,  troverete  il  custode  nella  so- 
prastante cappella,  detta  il  Crocifisso  di  Campo  Vaccino. 


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Carcere  Mamertino. 


73 


CARCERE  MAMERTINO. 

Il  nome  di  questo  carcere  deriva  da  Anco  Marzio,  quarto  re 
di  Roma.  Vairone,  che  dà  molti  particolari  di  quest’ antica  fab- 
brica, dice  che  fu  costrutta  a piè  del  Campidoglio,  ove  era  stata 
una  cava  di  pietre.  La  stanza  tuttora  esistente  è formata  di  la- 
stre rettangolari  in  pietra  vulcanica  locale,  cioè  di  tufa  rossa- 
stra; tuttavia  si  corgono,  presso  il  moderno  altare,  gl'indizii  del- 
l’antica cava  non  coperti  di  pietre  da  taglio.  Questa  stanza  ha  la 
figura  di  un  trapezio  lungo  7 met.  e 75  c.,  largo  5 e 75,  c.,  alto 
4 e 20  c.;  e veniva  scarsamente  illuminata  da  una  finestruccia, 
di  cui  si  veggono  le  tracce  verso  il  nord-est.  Non  avvi  indizio 
di  porta  per  introdurvisi , giacché  le  porte  attuali  sono  moderne; 
quindi  convieu  credere  che  vi  si  calassero  i rei  dal  foro  che  è 
nella  volta,  ora  chiuso  da  un’inferriata.  La  faccia  verso  oriente 
è ancora  ben  conservata,  e su  d’una  fascia  in  travertino  che  la 
corona,  si  leggono  i nomi  dei  consoli  surrogati  nell’anno  22  del- 
l’era volgare,  cioè:  Caio  Vibio  Rufino  e Marco  Cocceio  Nerva, 
i quali  sembra  lo  ristorassero  per  un  decreto  del  senato;  e tal 
fascia  spetta  forse  a quell’epoca.  La  scala  che  metteva  alla  pri- 
gione ebbe  nome  di  Scalae  Oemoniae,  a causa  de’  gemiti  di 
quelli  che  vi  erano  condotti.  Per  questa  medesima  scala  erano 
trascinati  i cadaveri  di  coloro  che  avevano  subito  il  supplizio 
nel  carcere,  per  essere  gittati  dal  ponte  Sublicio  nel  Tevere,  fa- 
cendo loro  percorrere  il  Foro  ed  il  Velabro,  spettacolo  che  mi- 
rava a spaventare  il  popolo. 

Tali  esecuzioni  si  facevano  nel  carcere  inferiore,  costruito  da 
Servio  Tullio,  sesto  re  di  Roma,  per  ciò  appunto  era  chiamato 
carcere  Tulliano.  Esso  rimane  3 met.  e 87  c.  al  disotto  dell’an- 
tico piano  di  Roma,  e fu  scavato  nella  roccia.  I rei  venivano  ca- 
lati in  questo  sotterraneo  per  un  foro  che  ancor  si  vede  in  mezzo 
della  volta.  Coloro  che  erano  chiusi  nel  carcere  Mamertino  udi- 
vano le  grida  e scorgevano  il  patir  di  quelli  ch’erano  tormen- 
tati o messi  a morte  nel  carcere  Tulliano.  La  storia  ci  narra  la 
morte,  che  parecchi  celebri  personaggi  dell’antichità  subirono  in 
questo  carcere.  Ivi  morì  di  fame  Giugurta:  in  esso  furono  stroz- 
zati, per  ordine  di  Cicerone,  i complici  della  congiura  di  Car- 
lina, Lentulo,  Cetègo,  Statilio,  Gahinio  e Cepario:  ivi  fu  ucciso 
Seiano  per  comando  di  Tiberio,  ed  ivi  ebbe  morte  Simeone,  figlio 
diGiora  capo  de’  Giudei  preso  da  Tito.  Da  un  passo  di  Giuseppe 
sembra  che  la  sorte  riserbata  ai  capi  delle  nazioni  vinte  era  d’es- 
sere uccisi  in  questo  carcere,  mentre  il  trionfatore  recavasi  a sa- 

4 


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74  Seconda  Giornata. 

crificare  a Giove  sul  Campidoglio:  per  lo  meno  si  può  ritenere 
che  quegl’infelici,  dopo  aver  servito  alla  pompa  trionfale,  veni- 
vano racchiusi  nel  carcere  Tulliano  sino  al  giorno  in  cui  erano 
trasferiti  in  alcuna  delle  fortezze  d’Italia,  conforme  accadde  a 
Siface,  re  de’  Numidii,  il  quale  da  prima  fu  inviato  a Carseoli,  e 
quindi  a Tivoli,  ove  finì  di  vivere;  ed  a Perseo,  re  de’  Macedoni, 
che  fu  mandato  ad  Alba  Fucense,  ove  dopo  cinque  anni  di  pri- 
gionia terminò  la  vita. 

La  pia  tradizione  che  i ss.  Pietro  e Paolo  apostoli  siano  stati 
chiusi  in  questo  carcere  per  ordine  di  Nerone,  accrebbene  la  ri- 
nomanza, e diede  motivo  che  venisse  consacrato  al  principe  degli 
apostoli.  Nel  carcere  Tulliano  esiste  ima  sorgente  d’acqua  che 
piamente  credesi  fatta  prodigiosamente  scaturire  dai  ss. apostoli 
per  battezzare  i custodi  della  prigione,  Processo  e Martiniano, 
che  in  seguito  subirono  il  martirio. 

La  cappella  poi  che  rimane  al  disopra  del  descritto  carcere, 
nella  quale  si  ha  in  gran  venerazione  un’antichissima  immagine 
del  Crocifisso,  venne  intieramente  rinnovata  con  disegno  del 
cav.  Boldrini.  La  detta  cappella  fu  riaperta  nell’ottobre  1854,  e 
l’antico  culto  vi  si  ripromosse  e vi  si  ristabilì  con  solenne  pro- 
cessione; ed  in  tale  circostanza  il  sommo  pontefice  Pio  IX,  sa- 
lito sulla  loggia  che  corona  l’ingresso  della  cappella  stessa  fece 
una  divota  allocuzione  al  folto  popolo  ivi  accorso.  — Al  disopra 
del  carcere  Mamertino  e della  suddetta  cappella  rimane  la 

CHIESA  DI  S.  GIUSEPPE  DETTA  DE* FALEGNAMI. 

Questa  chiesa  appartiene  alla  confraternita  de’ falegnami,  i 
quali  la  eressero  nel  1598  con  architettura  di  Giambattista  Mon- 
tani. Il  quadro  dell’altar  maggiore,  rappresentante  lo  sposalizio 
di  Maria  Vergine,  fu  eseguito,  secondo  alcuni,  da  Benedetto 
Bramante,  e secondo  altri,  da  Orazio  Bianchi.  la  nascita  di  Cri- 
sto, che  si  osserva  sull’altare  a sinistra,  è la  prima  delle  opere 
esposte  al  pubblico  da  Carlo  Maratta:  il  quadro  dell’altare  in- 
contro, esprimente  s.  Anna,  è di  Giuseppe  Ghezzi  ; quello  della 
Assunta,  appartiene  a Giacinto  Geminiani,  e la  morte  di  s.  Giu- 
seppe, sull’altare  incontro,  venne  condotta  dal  Romanelli.  Le 
pitture  nelle  due  piccole  logge,  sono  di  Federico  Zuccari. 

Le  tre  colonne  che  si  osservano  a destra,  uscendo  dalla  de- 
scritta chiesa,  e precisamente  innanzi  alle  sostruzioni  del  Tabu- 
lario, sono  gli  avanzi  del 


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75 


Tempio  di  Vespasiano. 

TEMPIO  DI  VESPASIANO. 

Queste  tre  colonne  vengono  generalmente  designate  nelle  an- 
tiche guide  di  Roma,  come  avanzi  del  tempio  di  Giove  Tonante, 
eretto  da  Augusto,  dopo  tornato  dalla  guerra  di  Spagna,  in  me- 
moria di  essere  scampato  da  un  fulmine  che  gli  cadde  vicino 
durante  quella  spedizione.  Il  Bunsen  ed  altri  antiquarii  tedeschi 
pretendono  che  le  suddette  tre  colonne  appartengano  al  tempio 
di  Saturno;  noi  però,  seguendo  l’opinione  delcav.  Luigi  Canina 
e di  altri  eruditi  archeologi,  crediamo  che  facessero  parte  del 
tempio  di  Vespasiano. 

Questo  tempio  avendo  sofferto,  probabilmente  a causa  dell'in- 
cendio che  distrusse  l’Ateneo,  e che  rovinò  altre  molte  fabbriche 
da  questo  lato,  fu  instaurato  dagl’  imperatori  Settimio  Severo  e 
Carcalla.  Leggesi  ancora  un  frammento  della  iscrizione  che  ri- 
corda tale  ristauro,  come  pure  si  rileva  facilmente  l’epoca  in  cui 
fu  eseguito  analizzando  lo  stile  della  cornice:  essa  è ricca,  gli 
ornati  sono  minuti,  tuttavia  il  lavoro  è debole,  incerto  e trascu- 
rato; si  possono  vedere  alcuni  frammenti  di  questa  cornice  nel 
portico  del  Tabulario,  e paragonati  con  quelli  del  cornicione  del 
tempio  della  Concordia,  la  differenza  è si  palese,  che  si  può  dire 
possono  servir  di  guida  a riconoscere  due  epoche  assai  diverse 
della  romana  architettura,  quella,  cioè  di  Augusto,  e quella  di 
Settimio  Severo,  ossia  la  perfezione,  e la  decadenza  delle  arti. 
Non  ci  rimane  di  questo  monumento  se  non  che  tre  colonne  del 
portico  sorreggenti  un  pezzo  considerevole  del  cornicione,  osser- 
vabile per  i diversi  strumenti  sacrificatorii  scolpiti  di  bassorilievo 
nel  fregio.  Le  colonne  sono  scanalate,  d’ordine  corintio,  ed  in 
marmo  lunense,  detto  da  noi  di  Carrara,  ed  il  loro  diametro  è 
di  1 met.  e 28  centimetri. 

In  seguito  delle  ultime  scoperte  si  venne  a conoscere  che  a 
causa  dell’ineguaglianza  del  suolo,  e per  non  chiudere  la  rampa 
del  Clivo  Capitolino  che  passava  innanzi  a questo  tempio,  era 
stato  eretto  tale  edifìzio  su  d’una  specie  di  piattaforma  rivestita 
all’esterno  di  marmo,  e si  fu  costretti  a collocarne  la  scala  fra 
gl’intercolunnii.  L’antico  lastrico  in  massi  poligoni  di  lava  ba- 
saltina,  il  quale  si  scorge  avanti  a questo  tempio,  è quello  del- 
l' antica  via,  o Clivo  Capitolino.  — Sul  margine  di  essa  rampaèil 

TEMPIO  DELI, A FORTUNA. 

Fino  agli  ultimi  tempi  si  credette  generalmente  che  quel  por- 
tico di  8 colonne  che  osservasi  presso  il  tempio  di  Vespasiano, 

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76  Seconda  Giornata. 

fosse  un  avanzo  del  celebre  tempio  della  Concordia  eretto  da 
Camillo  e riedificato  da  Tiberio,  ove  il  senato  si  adunava  alcuna 
volta;  ma  il  luogo  in  cui  esistono  tali  avanzi  non  si  accorda  af- 
fatto con  simile  denominazione.  Il  tempio  della  Concordia  era 
fra  il  Campidoglio  ed  il  Foro,  al  peri  di  quello  di  cui  si  tratta, 
ma  il  suo  prospetto  guardava  verso  il  Fbro  stesso,  conforme  as- 
serisce Plutarco,  mentre  il  portico  tuttora  esistente  è rivolto  di 
fianco.  Il  tempio  della  Concordia,  secondo  Dione,  era  vicinis- 
simo al  carcere  Mamertino,  e gli  avanzi  indiscorso  non  gli  sono 
così  prossimi  come  viene  designato  da  tale  indicazione.  Final- 
mente, stando  ad  una  iscrizione  che  ha  esistito  in  s.  Giovanni  Lu- 
terano fino  al  secolo  XVI,  il  tempio  della  Concordia  fu  ristorato 
da  Costantino,  giacché  era  cadente  per  vetustà;  mentre  poi  nel 
fregio  del  portico  di  cui  si  parla,  leggesi  che  il  senato  ed  il  po- 
polo romano  rifabbricarono  quest’  edilìzio  che  era  stato  incen- 
diato; talché  il  detto  portico  ed  il  tempio  della  Concordia  non 
Bono  affatto  una  medesima  fabbrica.  Un  simile  ragionamento 
divenne  un  fatto  certo  fin  dall’anno  1817,  quando  si  scoperse  il 
vero  collocamento  del  tempio  della  Concordia,  conforme  si  ve- 
drà in  seguito.  Altri  hanno  preteso  che  esso  fosse  il  tempio  di 
Giunone  Moneta,  di  Vespasiano,  della  Concordia  primitiva,  di 
Saturno  ecc.;  ma  siffatte  opinioni  sono  prive  d’ogni  probabilità, 
e si  oppongono  direttamente  alle  testimonianze  degli  antichi 
scrittori.  Io  stimo  che  l’opinione  del  Nardini  sia  la  più  verosi- 
mile, perchè,  in  mancanza  di  prove  materiali,  viene  sostenuta 
dalle  assertive  di  antichi  autori,  nè  si  può  allegare  alcun  passo 
d’un  solo  scrittore  greco  o latino  che  contradica  la  sua  opinione. 

10  dunque  insiem  con  esso  ritengo  l’edifizio  in  discorso  come  il 
tempio  della  Fortuna  che  esisteva  sulla  rampa  Capitolina,  e 
presso  quello  di  Vespasiano.  Questo  tempio  essendo  stato  in- 
cendiato sotto  Massenzio,  venne  riedificato  dal  senato.  Assai  cat- 
tivo n’è  lo  stile,  e tutte  le  colonne  hanno  un  diametro  diverso; 

11  che  prova  essore  stato  ristaurato,  in  parte,  cogli  avanzi  d’altri 
edilìzi,  ed  in  tempi  di  estrema  decadenza  per  le  arti.  Le  colonne 
sono  d’ordine  ionico,  in  granito  egiziano;  alcune  hanno  3 met. 
e 86  c.  di  circonferenza,  e tutte  sono  alte  12  met.  e 84  c.,  com- 
presi la  base  ed  il  capitello.  8ei  di  esse  ornano  il  prospetto,  il 
quale  era  decorato  da  un  frontespizio,  le  altre  due  appartengono  a 
quelle  che  esistevano  nei  lati  del  portico.  Il  fregio,  privo  d’ogni 
ornato  all’esterno,  è decorato  al  di  dentro  con  fogliami  ed  altri 
arabeschi:  una  parte  di  esso  appartiene  al  tempio  primitivo,  ed  è 
di  un  lavoro  che  ricorda  i bei  tempi  della  romana  architettura; 


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Schola  Xantha.  11 

i 

l’altra  parte,  elio  si  distingue  per  una  rozza  esecuzione,  in  con- 
fronto della  prima,  spetta  all’epoca  in  cui  il  tempio  venne  riedi- 
ficato dopo  l'incendio,  ed  ha  tutta  l’ apparenza  di  essere  stata 
eseguita  sul  cominciare  del  IV  secolo.  Fra  questo  tempio  e quello 
di  Vespasiano,  si  scorge  l’antico  lastrico  del  Clivo  Capitolino. 

SCHOLA  XANTHA. 

A destra  di  chi  osserva  il  prospetto  del  tempio  pur  ora  descrit- 
to, ed  inferiormente  al  margine  del  Clivo  Capitolino  si  scorgono 
le  taberna,  ossia  gli  uffizi  ove  stanziavano  gli  scrivani  archivisti 
(scriba)  degli  edili  curali;  i quali  uffizi  costituivano  ciò  che  era 
detta  Schola  Xantha.  Queste  taberna  furono  ristorate  nel  1857, 
e si  estendono  fino  al  Tabulario,  con  cui  formano  angolo  retto.  Le 
iscrizioni  rinvenute  all’epoca  della  primitiva  loro  scoperta,  ci  fu- 
rono precipuamente  conservate  da  Lucio  Fauno;  allorquando  pe- 
rò, nel  18515,  questo  edifizio  venne  scoperto  di  nuovo,  si  rinvenne 
spogliato  di  ogni  ornamento. 

PORTICO  DEGLI  DEI  CONSENTI. 

Nell’area  soprastante  ai  suddetti  uffizi  (taberncc),  si  scoper- 
sero, nel  1834,  sette  camere  in  parte  appoggiate  al  Tabulario, 
ed  in  parte  alla  rupe  Tarpeia.  Si  riconobbe  che  anticamente 
erano  precedute  da  un  portico  con  colonne,  delle  quali  si  rinven- 
nero grandi  ammassi  di  avanzi,  e solo  due  rocchi  di  esse  erano 
rimasti  ritti  sulle  loro  basi.  Il  lavoro  dei  capitelli  e delle  colonne 
manifesta  un’opera  spettante  al  III  secolo  dell’  era  cristiana,  al- 
l’epoca, cioè, di  Settimio  Severo.  Diversi  bolli  però , impressi  sui 
mattoni,  trovati  nell’opera  muraria  delle  camere,  hanno  la  data 
del  regno  di  Adriano,  ed  all’epoca  stessa  si  riferisce  l’opera  la- 
terizia. Da  tutto  questo  si  può  concludere  che  l’intero  edifizio 
fu  eretto  in  origine  sotto  Adriano,  e che  in  seguito  Settimio  Se- 
vero ne  facesse  riedificare  il  portico.  La  storia  ci  dice,  e più  spe- 
cialmente Orosio,  che  questa  parte  di  Roma  venne  incendiata 
sotto  Commodo,  e si  può  ritenere  che  in  seguito  di  tale  disastro, 
Settimio  Severo  si  determinasse  a ristaurare,  non  solo  il  tempio 
di  Vespasiano,  conforme  si  fece  osservare,  ma  eziandio  il  monu- 
mento in  discorso.  D’altronde  è fuori  di  questione,  che  esso  fosse 
riedificato  da  Vezio  Pretestato,  prefetto  di  Roma  nell'anno  1120, 
come  lo  attesta  l’iscrizione  che  vi  si  legge,  e che  riportiamo  più 
sotto. 


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78 


Seconda  Giornata. 


Nel  1858,  non  solo  furono  risarcite  sei  delle  suindicate  camere 
o celle,  lasciando  la  settima  tale  quale  fu  scoperta,  ma  venne 
anche  riedificato  il  prospetto  del  corrispondente  portico.  A ta- 
le uopo  si  tornò  a porre  in  opera  quanto  apparteneva  all'edifizio, 
e si  supplì  alle  mancanze  con  lavori  in  travertino.  Questo  portico 
si  compone  di  dieci  colonne  corintie  del  diametro  di  55  centimetri, 
e dell’ altezza  di  2 met.  e 10  c.,  le  quali  sorgono  sulle  stesse 
basi  antiche  trovate  al  loro  posto. Cinque  delle  suddette  colonne, 
formate  con  rocchi  di  quelle  antiche,  sono  di  bel  cipollino:  es- 
se sono  scanalate  ed  i loro  capitelli  di  marmo  bianco  veggonsi 
adorni  di  vittorie  e di  trofei.  Le  altre  cinque  colonne  fanno  parte 
di  ciò  che  fu  sostituito  in  travertino,  ma  due  delle  medesime 
hanno  capitelli  antichi  simili  ai  già  ricordati.  Sul  cornicione,  che 
poco  o nulla  ha  di  moderno,  è scolpita  l’ iscrizione  seguente. 

Nel  fregio  si  legge,  in  due  linee:  Deorum  consentivi*  sacro- 

SANCTA  SIMVLACRA  CVM  OMNI  LO NE  CVLTV  IN — 

pettivs  praetextatvs  v.  c.  pra rbi;  — e nell’archi- 
trave: CVRANTE  LONGERIO ONSVL. 

Si  sa  che  erano  detti  Dii  Consenti,  le  dodici  principali  divi- 
nità, delle  quali  così  Ennio  classifica  i nomi:  Giunone,  Vesta, 
Minerva,  Cerere,  Diana,  Venere,  Marte,  Mercurio,  Giove,  Net- 
tuno, Vulcano  ed  Apollo.  Ed  è per  ciò  che  si  crede  eli’  ivi  do- 
vessero essere  dodici  camere  o celle,  e noi  siamo  dell’  opinione 
del  Canina,  che  le  altre  cinque  possono  esistere  sotto  la  moderna 
salita  che,  costeggiando  la  rupe  Tarpeia,  conduce  al  Campido- 
glio. — Vicino  al  tempio  di  Vespasiano,  verso  la  cordonata  del 
Campidoglio,  sono  gli  avanzi  del 

TEMPIO  DELLA  CONCORDIA. 

I 

Questo  edilìzio,  così  interessante  nella  storia  romana  e nella 
topografia  dell'  antica  città,  venne  scoperto  di  mezzo  un  cumulo 
di  frammenti  di  marmo  d’eccellente  lavoro,  i quali  lo  decora- 
vano. Tre  iscrizioni  votive,  una  delle  quali,  perfettamente  con- 
servata, ne  hanno  stabilito  il  collocamento,  e trovasi  uniforme 
a quanto  ce  ne  dicono  gli  antichi  scrittori.  Esso  era  rivolto 
verso  il  Foro,  e vicino  alle  carceri,  fra  il  Campidoglio  ed  il  Foro, 
conforme  ne  insegnano  Plutarco,  Dione  e Pesto. 

Al  presente  non  si  veggono  che  gli  avanzi  della  cella,  che  era 
incrostata  per  intero  di  giallo  antico,  di  paonazzetto,  e di  affri- 
cano.  Sembra  pure,  dai  frammenti  che  si  sono  trovati,  che  l’in- 
terno fosse  decorato  di  colonne  di  giallo  antico  e di  paonazzetto, 


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79 


Tempio  della  Concordia. 

con  basi  adorne  di  ricchi  intagli  e corrispondenti,  per  lo  stile, 
ad  alcune  basi  trovate  sotto  le  terme  di  Tito,  le  quali  si  osservano 
nel  portico  del  museo  Capitolino. Una  sola  iscrizione  ci  conservò 
il  nome  di  quello  che  lo  dedicò,  che  fu  Marco  Artorio  Gemino, 
prefetto  dell’erario  militare.  Tutto  quanto  appartiene  a questo 
edilìzio  è danneggiato  assai  dal  fuoco,  lo  che  prova  essere  stato 
distrutto  da  un  incendio.  Nei  frammenti  della  pianta  dell’antica 
Roma,  si  osserva  una  parte  di  questo  tempio  e si  rileva  che  il 
portico  era  più  stretto  che  la  larghezza  della  cella.  Sulla  soglia, 
formata  di  un  solo  pezzo  di  porta-santa,  scorgesi  l’incassatura 
d’un  caduceo,  .che  doveva  essere  in  bronzo,  attributo  della  dea 
alla  quale  il  tempio  era  sacro,  e vi  si  osservano  anche  i fori  en- 
tro cui  stavano  i cardini.  La  disposizione  ed  il  posto  di  tali  fori 
provano  che  la  porta  era  situata  in  mezzo  all’ apertura  invece  di 
essere  posta  agli  angoli,  dimodoché  essa  giravasi  attorno  al  pi- 
lastro centrale.  Non  si  conosce  in  qual  epoca  questo  tempio  an- 
dasse in  ruina,  ma  certo  ciò  accadde  prima  dell’  Vili  secolo, 
poiché  la  chiesa  de’ ss.  Sergio  e Bacco,  che  apparteneva  a detta 
epoca  e che  venne  distrutta  sotto  Paolo  III  e Pio  IV,  aveva  già 
occupata  una  parte  dell’  area  del  descritto  tempio.  — Avendo 
osservato  tutto  ciò  che  esiste  nel  declivio  del  Campidoglio,  de- 
scriveremo il 

FORO  ROMANO. 

Il  più  celebre  luogo  dell’antica  Roma  era  senza  dubbio  il  Foro 
Romano,  tanto  a causa  della  vetusta  sua  fondazione,  che  risali- 
sce  al  tempo  dell’alleanza  fra  i Romani  ed  i Sabini,  sotto  Romolo 
e Tazio,  quanto  per  le  assemblee  che  ivi  teneva  il  senato  ed  il 
popolo  romano,  e per  la  magnificenza  degli  edifizi  che  lo  deco- 
ravano. L’etimologia  della  voce  Forum  fu  tolta  dagli  antichi 
da  a ferendo,  cioè  a dire,  portare  quello  che  si  doveva  vendere, 
imperocché  il  Foro,  in  origine,  serviva  di  mercato. 

Di  presente  la  celebrità  di  questo  luogo,  che  vuoisi  riguardare 
come  il  più  classico  di  Roma  antica,  spinge  i dotti,  fin  da  quat- 
tro secoli,  a venire  ad  esercitare  il  loro  ingegno  per  poterne  as- 
segnare i limiti  e stabilire  la  posizione  degli  edifizi  che  vi  esiste- 
vano. Fino  ai  nostri  dì,  il  Nardini  meglio  di  ogni  altro  sembra 
si  accostasse  al  vero,  e se  egli  distesene  di  soverchio  i confini 
verso  oriente,  si  deve  convenire  che  al  tempo  in  cui  scriveva, 
cioè  circa  la  metà  del  secolo  XVII,  tornava  difficilissimo  for- 
marsi un’  idea  precisa  di  questo  luogo,  tanto  era  ingombro  e svi- 
sato dalle  torri  e dalle  pessime  fabbriche  del  medio  evo,  e dei 


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Seconda  Giornata. 


tempi  più  moderni.  Egli  dovette  rimettersene  all’autorità  degli 
scrittori  antichi,  essendo  affatto  mancante  di  prove  reali;  da  ciò, 
prima  che  esse  prove  venissero  a confermare  o confutare  il  suo 
sistema,  era  questo  il  più  verosimile;  ma  le  escavazioni  intraprese 
dal  governo  nel  1827  valsero  a far  conoscere  che  bisogna  dimi- 
nuire i limiti  dell’asse  del  Foro  verso  oriente,  la  qual  cosa  non 
distrugge  interamente  quel  sistema,  poiché  riguardo  al  sito  ed 
alla  disposizione  degli  edilìzi  rimane  confermato  dalle  recenti 
scoperte. 

Tutti  gli  antichi  autori  sono  d’accordo  circa  l’epoca  della  pri- 
ma fondazione  del  Foro,  cioè  all'alleanza  fra’  Romani  e Sabini  : 
questi  due  popoli  avendo  occupato  le  sommità  del  Palatino  e del 
Campidoglio,  e perciò  rimanendo  l'uno  dall’altro  diviso,  era  neces- 
sario che  avessero  un  punto  di  riunione  pel  commercio;  natural- 
mente la  specie  d'istmo  il  quale,  movendo  dalle  radici  della  rupe 
Tarpeia,  s’andava  a congiungere  colla  discesa  del  Palatino  verso 
l’angolo  settentrionale  della  collina,  venne  scelto  all’uopo.  Que- 
st’istmo , o lingua  di  terra , bagnata  a destra  ed  a manca  da  paludi , 
formava  di  sua  natura,  come  dice  Dionigi  d’Alicamasso,  una  spe- 
cie di  valle  ineguale  coperta  di  boschi,  ed  in  parte  solcata  da  palu- 
di. In  seguito  de’ recenti  scavi  si  conobbe  che  il  suolo,  ad  onta  dei 
miglioramenti  i quali  Roma,  nella  sua  potenza,  potè  apportarvi, 
discende  sensibilmente  verso  l’ovest,  o verso  ilYelabro,  come 
pure  verso  l’opposto  lato,  ossia  verso  la  chiesa  di  s.  Luca;  per 
conseguenza  in  epoca  così  lontana  come  quella  di  Romolo  e Ta- 
zio, allorquando  i due  popoli  uniti  non  ascendevano  che  a circa 
3000  abitanti,  è naturale  credere  ch’essi  profittarono  del  suolo 
di  quella  parte  di  valle  ch’offriva  minori  difficoltà  a ricevere  una 
forma  regolare.  A tal  uopo  eglino  tagliarono  gli  alberi  ingom- 
branti l’istmo  suddetto,  e colmarono  gli  avvallamenti  del  terre- 
no che,  nelle  stagioni  piovose,  divenivano  paludi.  Risalendo  sem- 
pre ai  primi  tempi  di  Roma,  è forza  rimaner  convinti  che  il  ter- 
reno scendeva  assai,  muovendo  al  di  là  della  colonna  di  Foca, 
dalla  parte  che  guarda  la  via  delle  Grazie,  venendo  verso  l’arco 
di  Settimio  Severo  ed  il  Foro  di  Nerva,  giacché  negli  ultimi 
scavi  si  scoperse  che  anche  sotto  gFimperatori  esso  terreno  di- 
scendeva sempre,  ed  a quest’epoca,  prima  che  venisse  formato 
il  Foro  Traiano,  si  sa,  per  testimonianza  di  Dione  e per  mezzo 
dell’iscrizione  del  piedistallo  della  colonna  Traiana,  che  il  Qui- 
rinale ed  il  Campidoglio  si  avvicinavano  in  guisa  che  convenne 
tagliare  il  declivio  duna  di  tali  colline,  evidentemente  del  Qui- 
rinale, per  ampliare  il  Foro,  e che  la  parte  tagliata  del  declivio 


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Foro  Romano. 


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aveva  la  medesima  altezza  della  gran  colonna  Traiana;  di  guisa 
che  rimaneva  naturalmente  un  bacino  fra  la  gola  che  congiun- 
geva il  Campidoglio  al  Palatino,  e le  discese  del  Quirinale,  del 
Viminale  e deH’Esquilino,  ed  in  tal  bacino  riunivansi  le  acque 
che  scendevano  dalle  colline  stesse:  altrettanto  avveniva  dal- 
l’altro lato,  di  modo  che  le  acque  scendenti  dall’ A ventino,  dal  Ce- 
bo, dal  Palatino,  e dal  Campidogho  verso  il  Tevere,  scorrendo  in 
un  suolo  ineguale,  e venendo  rattenute  dai  cespugli,  formavano 
stagni  che  si  allargavano  per  le  alluvioni  del  fiume,  ed  in  inverno 
ed  in  primavera  ivi  esisteva  un  vero  lago,  cui  si  dava  il  nome 
di  Velabro.  Dunque,  basandosi  su  questi  fatti  e sull’autorità  di 
Dionisio,  che  dice  chiaramente  trovarsi  il  Foro  fra  il  Campido- 
gho ed  il  Palatino,  sembra  potersi  affermare  che  i confini  pri- 
mitivi di  esso  Foro  verso  oriente,  sono  determinati  da  quegli 
scalini  che  si  scopersero  ad  occidente  della  colonna  di  Foca,  e 
che  questa  colonna  è fuori  de’  limiti  del  Foro  Romano,  ma  che 
vi  fu  compresa  dall’ingrandimento  che  diedegb  Giubo  Cesare, 
con  quella  parte  cui  si  diede  il  nome  di  Foro  di  Cesare.  Un  passo 
chiarissimo  di  Vairone,  il  quale  sembra  non  fosse  osservato  da 
tutti  gli  antecedenti  topografi,  afferma  che  ai  suoi  tempi,  cioè 
prima  dell’amphamento  fatto  da  Cesare,  il  Foro  aveva  1 jugert 
di  superficie:  ora,  secondo  Columella,  ogni  jugero  corrisponde- 
va ad  un  parabologramma  di  120  piedi  romani  antichi,  su  240, 
in  conseguenza  di  che  la  superficie  del  Foro  era  di  201,600  piedi 
quadrati.  Laonde  esso  non  era  quadro,  ma  quadri-lungo,  poiché 
Vitruviodice  apertamente  che  iFori  nelle  città  d’Italia  facevansi 
di  forma  oblunga  nell’ordinaria  proporzione  di  2 a 3,  allorquan- 
do il  luogo  non  vi  ponesse  ostacolo:  dunque  possiamo  accertare 
che  il  Foro  Romano  aveva  550  piedi  di  lunghezza  e 366  di  lar- 
ghezza; l’estensione  in  vero  non  era  vasta,  ma  non  bisogna  scor- 
darsi che  la  città  stessa  non  aveva  che  circa  un  miglio  di  giro,  ed 
è per  ciò  che,  ampbandosi  la  città,  rendutosi  insufficiente,  venne 
in  seguito  aggrandito  verso  l’est  da  Cesare  e da  Augusto.  Ce- 
sare aggiunse  lo  spazio  che,  dall’  antica  strada  scoperta  presso 
la  colonna  di  Foca,  va  fino  a tutto  l’angolo  orientalo  dell’arco 
di  Settimio  Severo;  ed  Augusto  quello  che  muovendo  dal  detto 
angolo,  si  estende  verso  la  chiesa  di  s.  Luca  ed  il  carcere  Ma- 
mertino.  Tali  aree  o piazze  vennero  chiamate  il  Foro  di  Cesare 
ed  il  Foro  di  Augusto,  ma  in  fatto  non  erano  se  non  che  pro- 
lungamenti ed  ingrandimenti  del  primitivo  Foro  Romano. 

Gli  scavi  fatti  in  epoche  diverse  ed  in  differenti  punti  provano 
che  il  Foro  continuò  a sussistere  fin  per  lo  meno  al  XI  secolo, 

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Seconda  Giornata. 


e chela  totale  sua  ruma  rimonta  ai  guasti  del  1084,  quando,  cioè. 
Roberto  Guiscardo  arse  e saccheggiò  questa  parte  di  Roma,  di- 
fendendo la  causa  di  Gregorio  VII.  Dalla  detta  època  questo 
quartiere  della  città  rimase  per  più  secoli  abbandonato,  e venne 
destinato  a servir  di  deposito  delle  macerie  e delle  immondizie, 
di  guisa  che  nel  corso  de’  secoli  esse  si  accumularono  in  modo 
che  il  piano  attuale  è circa  8 metri  più  elevato  dell’antico.  Verso 
il  1547,  regnando  Paolo  III,  vi  si  praticarono  molti  scavi,  ma  es- 
sendo diretti  al  solo  scopo  di  trame  fuori  gli  oggetti  d’ arte  ed 
i marmi,  essi  produssero  nuove  devastazioni  anche  nelle  parti 
più  rozze  delle  fabbriche;  e non  si  ebbe  cura  di  levare  alcun  di- 
segno del  collocamento  e della  positura  degli  edifizi.  Poscia  que- 
sto luogo  fu  destinato  per  il  mercato  del  bestiame,  ed  in  ispecie 
de’ buoi,  per  cui  se  ne  avvilì  il  nome,  che  invece  di  esser  chia- 
mato il  Foro  Romano,  si  disse  il  Foro  Boario,  o Campo  Vacci- 
no. Al  cominciare  però  del  nostro  secolo  gli  si  rendeva  il  suo  no- 
me antico,  oggi  reso  pressoché  popolare. 

Stando  alle  ragioni  ed  ai  documenti  che  abbiamo  indicati,  i 
confini  del  Foro  Romano  vengono  circoscritti  dalla  chiesa  di  s. 
Maria  della  Consolazione,  da  quella  di  s.  Teodoro,  già  tempio  di 
Vesta,  dal  monumento  di  cui  ci  restano  tre  colonne 'presso  la 
chiesa  di  s.  Maria  Liberatrice,  e dal  tempio  della  Fortuna  che 
rimane  al  di  fuori. 

Quantunque  il  Foro  abbia  perduto  il  vetusto  splendore,  le  ro- 
vine che  ne  rimangono,  la  memoria  degli  avvenimenti  ai  quali 
fu  teatro,  i sublimi  avanzi  dell’arte  che  vi  si  ammirano,  ne  for- 
mano il  luogo  più  interessante  di  Roma.  — Prima  però  di  de- 
scrivere ciò  che  si  osserva  nel  Foro,  stimiamo  necessario  dare 
l’ indicazione  generale  degli 

EDIFIZI  DEL  FORO. 

Il  Foro  era  circondato  da  un  portico  a due  ordini  che  rende- 
vane  regolare  la  forma.  Sotto  questo  portico,  al  pianterreno  v’e- 
rano  botteghe  (tabernae) ,\ie\Y oràme  superiore  esistevano  camere 
per  la  riscossione  delle  imposte.  Dintorno  al  portico  furono  eret- 
te, in  epoche  diverse,  parecchie  fabbriche  per  differenti  usi,  le 
quali,  stando  all'autorità  degli  antichi  scrittori  e dei  frammenti 
della  pianta  di  Roma  antica,  esistenti  nel  museo  Capitolino,  erano 
così  disposte. 

Verso  il  mezzo  del  lato  meridionale  del  Foro,  erano:  la  Curia, 
o la  sala  dei  senato,  e a diritta  di  questa  il  Comizio,  ossia  il  luogo 


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Edifici  del  Foro. 

destinato  alle  assemblee  popolari  ed  ai  processi;  la  Grecostasi  o 
la  sala  in  cui  si  ricevevano  gli  ambasciatori  stranieri,  e l'arco  Fa- 
biano, eretto  da  Fabio  vincitore  degli  Allobrogi;  a sinistra  erano: 
il  tempio  di  Castore  e Polluce,  il  piccolo  lago  di  Giuturna,  ed  il 
terhpio  di  Vesta.  Il  lato  occidentale  conteneva  il  tempio  di  Giu- 
lio Cesare,  la  basilica  Giulia  e l'Area  (piccola  piazza)  di  Opi  e Sa- 
turno. Sotto  il  Campidoglio,  o dal  lato  settentrionale,  si  vedeva 
il  tempio  di  Saturno  ossia  l’Erario,  l’arco  di  Tiberio,  il  tempio  di 
Vespasiano  e la  Schola  Xantha.  Dal  canto  orientale  erano  le  due 
basiliche  Emiliane  e quelle  hotteghe  ove  Virginio  tolse  il  coltello 
con  cui  uccise  la  propria  figlia. 

Il  centro  della  piazza  conteneva  pure  dei  celebri  monumenti, 
cioè,  la  tribuna  d’onde  gli  oratori  parlavano  al  popolo,  e chiama- 
vasi  Rostro , perchè  ornata  dei  rostri  delle  navi  tolte  dai  Bomani 
agli  Anziati.  Essa  era  posta  innanzi  alla  Curia,  e vi  sorgevano 
attorno  le  statue  degli  ambasciatori  romani  che  erano  stati  uccisi 
nella  loro  missione.  Sotto  Giulio  Cesare  questa  tribuna  fu  trasfe- 
rita verso  l’angolo  meridionale  del  Foro,  per  cui  fu  chiamata  no- 
va rostro , ed  il  luogo  ove  esisteva  in  origine  si  disse  reterà. 
Presso  la  tribuna  fu  eretta  una  colonna  a Claudio  II,  ed  incontro 
al  tempio  di  Giulio  Cesare  ergevasi  una  colonna  di  giallo  antico 
posta  a suo  onore.  A piè  del  tempio  di  Saturno  esisteva  una  co- 
lonna dorata  con  sopravi  indicata  la  distanza  delle  città  princi- 
pali dell’impero,  a seconda  delle  grandi  strade,  lo  che  facevaie 
dare  il  nome  di  Mìlliarium  Aureum ; questa  colonna  fu  resa  ce- 
lebre per  la  morte  di  Galba.  Verso  il  centro  del  Foro  erano,  il 
lago  Curzio  e la  statua  equestre  di  Domiziano,  e non  lungi  dal- 
T arco  di  Settimio  Severo  sorgeva  la  colonna  rostrale  eretta  a 
Caio  Duillio  per  la  vittoria  navale  riportata  su’ Cartaginesi;  ve- 
di a pag.  59. 

Oltre  siffatti  monumenti,  de’ quali  si  può  assegnare  il  luogo, 
altri  molti  ce  ne  vengono  ricordati  dagli  antichi  autori  come  esi- 
stenti nel  Foro,  ma  che  non  è dato  assegnarne  con  egual  cer- 
tezza la  situazione,  come  a dire,  i Giani,  portici  sotto  cui  si  riu- 
vano  i mercanti  e gli  usurai,  diversi  affatto  dal  tempio  di  Giano 
sì  celebre  per  la  ceremonia  di  chiuderlo  in  tempo  di  pace  e di  te- 
nerlo aperto  durante  la  guerra;  la  Pila  Horatia.  ossia  pilastro 
su  cui  Orazio  pose  le  spoglie  de’Curiazi  ; la  colonna  di  C.Menio 
vincitore  de'Latini,  ecc. 

Dato  un  cenno  generico  degli  edifizi  che  decoravano  il  Foro, 
Ci  faremo  a descrivere  T attuale  stato  de’  monumenti  ancora  esi- 
stenti in  esso  e nelle  sue  vicinanze.  — Dappresso  al  carcere  Ma- 
mertino,  all’estremità  nord-est  del  Foro  di  Cesare  avvi  T 


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84  Seconda  Giornata. 

ARCO  DI  SETTIMIO  SEVERO. 

Circa  il  205  dell’era  cristiana,  quest’arco  trionfale  fu  eretto 
dal  senato  e popolo  romano  in  onore  di  Settimio  Severo,  e di 
Antonino  Caracalla  e Geta  figliuoli  di  lui,  per  le  vittorie  otte- 
nute sui  Parti,  e sopr’altre  nazioni  barbare  dell’oriente.  L’arco  è 
in  marmo  greco,  ed  ha  tre  fornici  come  quello  di  Costantino; 
ne  formano  la  decorazione  otto  colonne  scanalate  d’ordine  com- 
posito, ed  alcuni  bassorilievi  di  mediocre  lavoro,  pertinenti  al- 
l’epoca della  decadenza  dell’arte,  e rappresentanti  le  spedizioni 
fatte  da  quell’imperatore  contro  i Parti,  gli  Arabi  e gli  Adia- 
beni,  dopo  la  morte  di  Pescennio  e di  Albino,  conforme  leggesi 
nella  iscrizione,  che  era  in  lettere  rilevate  di  bronzo.  Al  fine  della 
terza  linea  di  essa  ed  in  tutta  intera  la  quarta  il  marmo  è un  poco 
incavato,  perchè  Caracalla,  ucciso  ch’ebbe  Geta  suo  fratello,  fe- 
cene  cancellare  il  nome,  sostituendovi  altre  parole.  Le  volte  dei 
fornici,  o arcate,  vanno  adorne  di  cassettoni  e di  rosoni,  gli  uni 
dagli  altri  diversi. 

Nel  lato  occidentale  di  quest’arco , è una  scala  interna  di  marmo 
conducente  sulla  sommità  del  monumento,  ove  già  esisteva  la 
statua  dell’imperator  Settimio  Severo,  sedente,  assieme  a Geta 
e Caracalla  suoi  figli,  su  d’un  carro  trionfale  tratto  da  sei  cavalli 
di  fronte,  fra  due  fantaccini  e due  cavalieri.  — A sinistra  del- 
l’arco di  Settimio  Severo  osservasi  la 

CHIESA  DI  S.  LUCA. 

L’origine  di  essa  rimonta  alle  più  antiche  chiese  di  Roma,  e 
nel  1256  fu  ristorata  da  Alessandro  IV  che  dedicolla  a s.  Mar- 
tina. Sisto  V avendola  data  all’Accademia  de’  pittori  nel  1588, 
eglino  la  riedificarono  sotto  Urbano  Vili  coi  disegni  di  Pietro  da 
Cortona,  intitolandola  al  loro  protettore,  l’evangelista  s.Luca. 

Il  quadro  della  cappella  a diritta,  effigiatovi  s.  Lazzaro  pin- 
tore, è di  Lazzaro  Baldi;  e l’Assunta  nella  cappella  incontro  si 
deve  a Sebastiano  Conca.  Il  quadro  dell’altar  maggiore,  rappre- 
sentante s.  Luoa  in  atto  di  dipingere  la  Nostra  Donna,  è upa  co- 
pia di  Antiveduto  Grammatica,  eseguita  sull’originale  di  Raf- 
faello che  vedremo  nell’attigua  galleria  dell’Accademia:  sullo 
stesso  altare  si  osserva  la  statua  di  s.  Martina,  buona  scultura 
di  Niccola  Menghino.  Questa  chiesa  contiene  i modelli  colossali, 
in  gesso,  del  Cristo  di  Thorwaldsen,  e della  Religione  del  Cano- 
va , come  pure  il  monumento  sepolcrale  dell’archeologo  Luigi 


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Accademia  di  s.  Luca. 


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Canina,  eseguito  dal  Tenerani  a spese  del  duca  di  Northum- 
berland.  Il  sotterraneo  di  questa  chiesa  merita  d esser  veduto 
per  la  sua  volta  piana  e per  la  ricca  cappella  erettavi  da  Pietro 
da  Cortona  a proprie  spese,  e dove  giace,  sotto  l’altare,  ricco  di 
bronzi  dorati  e di  pietre  preziose,  il  corpo  di  s.  Martina. 

La  casa  congiunta  alla  chiesa  serve  di  residenza  all’ Accade- 
mia di  belle  arti,  detta  di  s.  Luca,  fondata  sotto  Sisto  V.  Essa 
Accademia  componesi  di  pittori,  scultori  ed  architetti,  i quali 
dirigono  le  scuole  di  belle  arti,  facendone  parte  anche  molti  per- 
sonaggi distinti  come  membri  onorarii. Nelle  sale,  oltre  a grande 
numero  di  ritratti  e ad  alcuni  quadri  eseguiti  dagli  Accademici, 
osservansi  delle  opere  classiche  de’  più  celebri  pit tori  degli  scorsi 
secoli.  Questa  rara  collezione  è con  bell’ordine  disposta  in  tre 
sale. 

GALLERIA  DELL'ACCADEMIA  DETTA  DI  S.  U CA. 

salone.  — I quadri  più  pregevoli,  incominciando  dalla  pa- 
rete a sinistra,  entrando,  sono:  una  sorprendente  burrasca  di 
mare,  del  Tempesti;  una  piccola  veduta  di  ruderi  antichi  con  al- 
quante vacche,  del  Berghem;  un  paese  con  dei  cavalli,  diWan- 
Bloemen;  lo  sposalizio  di  s.  Caterina,  di  Hemmling;  una  depo- 
sizione di  croce,  opera  fiamminga;  MariaVergine  addolorata,  di 
Guido  Reni,  fra  due  teste  eseguite  dal  Mola;  le  tre  Grazie,  ab- 
bozzo del  Rubens;  una  vivacissima  mezza  figura  di  s.  Girolamo, 
di  Salvator  Rosa;  Maria  Vergine  col  Bambino  e due  angeli, 
opera  del  Van-Dyck  collocata  fra  due  superbi  paesi- dell’ Oriz- 
zonte; un  paese  del  Wouwermans;  s.  Girolamo  nel  deserto,  di 
Tiziano;  una  bella  veduta  di  antichi  monumenti,  del  Pannini,  al 
quale  appartiene  l’altra  collocata  incontro;  un  sorprendente  ri- 
tratto d'Innocenzo  XI  da  taluni  attribuito  al  Velasquez,  e da 
altri,  con  maggior  fondamento,  al  Baciccio;  una  maravigliosa 
marina,  del  Yemet,  il  cui  effetto  del  levare  del  sole  è veramente 
sorprendente  e magico;  una  Maddalena,  del  Masucci,  ed  una 
bella  testa  di  s.  Francesco  intento  a leggere,  dello  Schidone. 

De’  cinque  paesi  sulla  parete  seguente,  i due  laterali  sono  di 
Salvator  Rosa,  in  uno  de’  quali  ritrasse  le  cascatelle  di  Tivoli; 
quello  nel  mezzo  è dell’Orizzonte,  e gli  altri  due  appartengono 
al  Russino.  Le  due  figure  in  terra  cotta,  negli  angoli  di  questa 
facciata,  furono  modellate  da  Michelangelo,  le  altre  due  da  Gio- 
vanni Bologna. 

Sulla  parete  appresso  seguono:  un’altra  bella  marina,  il  tramon- 
tare del  sole,  del  Vemet;  s.  Girolamo  che  disputa  con  i capi  di 


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8G  Seconda  Giornata. 

una  sinagoga,  dello  Spagnoletto;  un  quadro  di  Salvator  Rosa, 
con  tre  belle  teste  di  studio;  la  Vanità,  di  Paolo  Veronese;  una 
cantatrice,  opera  stupenda  di  Gherardo  delle  Notti;  un  bel  ri- 
tratto di  donna,  del  Van-Dyck;  un  brillante  dipinto  di  Giorgio 
Harlow,  inglese,  rappresentante  Wolsey  che  riceve  il  cappello 
cardinalizio  dalle  mani  dell’arcivescovo  di  Cantorbéry , nella 
cattedrale  di  quella  città;  una  Madonna,  di  Sassoferrato;  il  ri- 
tratto di  Tiziano,  dipinto  da  sè  stesso  nella  sua  fresca  età;  l’an- 
gelo che  annunzia  ai  pastori  la  nascita  del  Redentore,  opera  di 
gran  merito  di  Bassano;  la  Vanità,  di  Tiziano;  ima  bella  mezza 
figura  rappresentante  s.  Girolamo,  di  Agostino  Scilla  ; un  qua- 
dretto con  ruderi  antichi  ed  animali,  di  Asseden,  e due  sor- 
prendenti marine,  una  di  Claudio  da  Lorena,  l’altra  del  Vernet. 

salone,  detto  di  haffaello.  — 11  gran  quadro  a destra, 
rappresentante  Bacco  ed  Arianna,  è opera  di  Guido  Reni,  ma 
non  delle  migliori,  seguono:  una  vezzosa  Susanna,  di  PaoloVe- 
ronese;  una  sacra  Famiglia,  dell’ Albani;  una  bella  marina,  del 
Vernet,  e tre  quadretti,  due  de’  quali  di  autori  incogniti,  ed  uno 
di  Tiziano,  che  vi  dipinse  la  testa  di  s.  Giovanni  Battista  ancor 
fanciullo.  La  Galatea  ritrassela  Giulio  Romano  dall’affresco  di 
Raffaello,  che  vedremo  alla  Farnesina;  il  quadro  con  Bacco  ed 
Arianna  fu  colorito  da  Niccolò  Pussino,  sull’originale  di  Ti- 
ziano; il  paese  sotto,  sparso  di  animali,  è di  Giuseppe  Rosa;  il 
bel  paese  a lato  appartiene  all’artista  inglese  Parcher,  ed  il  bel- 
lissimo quadro  con  frutta,  è di  pennello  fiammingo. 

Nel  centro  della  successiva  parete  ammirasi  un  pregiatissimo 
dipinto  di  Raffaello,  rappresentante  s.  Luca  in  atto  di  ritrarre  la 
Nostra  Donna,  e nel  quale  l’immortale  artefi  e si  piacque  intro- 
durre il  proprio  ritratto.  Il  quadro  a destra,  dipintovi  il  Fariseo 
che  mostra  la  moneta  al  Redentore,  credesi  di  Tiziano;  e Guido 
Reni  colori  il  grazioso  Amorè  in  quello  a sinistra.  Il  ritratto  del 
famoso  ammiraglio  Cornaro,  collocato  al  disopra,  è del*Gior- 
gione  ; quello  dall’altro  lato , di  personaggio  incognito,  con- 
dusselo  il  Tintoretto.  Al  Bronzino  appartengono  i due  quadri 
laterali,  rappresentanti  s.  Andrea  e s.  Bartolommeo,  ed  al  Van- 
vitelli  si  devono  i due  dipinti  al  disotto,  nei  quali  ritrasse  una 
veduta  di  Roma,  ed  una  di  Tivoli. 

Nell’angolo  della  seguente  parete  osservasi  il  Genio  della  Sto- 
ria, del  Cavallucci,  ed  una  mascherata  di  scuola  veneziana. 
Succede  poi  un  affresco  di  Guercino,  trasportato  su  tela:  questo 
stupendo  lavoro  esprime  Venere  ed  Amore.  Dopo  un  abbozzo 
di  Tiziano,  è forza  arrestarsi  maravigliati  a considerare  con  quale 


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Galleria  del? Accademia  di  s.Luca.  87 

illusione  di  colorito,  e con  quanta  naturale  e viva  espressione 
Guido  Cagnacci  valse  a rappresentare  Lucrezia  violentemente 
assalita  da  Sesto  Tarquinio.  Segue  il  bellissimo  putto  condotto  a 
fresco  da  Raffaello,  opera  che , a tutta  ragione , viene  tenuta 
delle  migliori  che  uscissero  di  mano  a quelTinarrivabile  maestro. 
Si  ammira  quindi  la  tanto  celebrata  Fortuna,  dipinta  da  Guido 
Reni,  il  quale  rappresentavala  assai  bene,  come  sorvolante  sul 
globo  terrestre,  seguita  da  un  amorino.  A Paolo  Veronese  ap- 
partiene lo  sposalizio  di  s.  Caterina.  La  tela  che  viene  dopo  offre 
un  maraviglioso  dipinto  di  Tiziano,  il  quale  vi  rappresentò  la 
ninfa  Calisto  entro  il  bagno,  ed  altre  leggiadre  ninfe  che  a lei 
fanno  corona.  Nell’angolo  si  osserva,  una  deposizione  di  croce, 
del  Chiari.  Al  disopra  de’  quadri  che  decorano  questa  parete 
sono  collocati  alquanti  belli  paesi  dell’Orizzonte,  fra’  quali  scor- 
gesi  un  Anacoreta,  del  Mola. 

Superiormente  ai  due  ingressi  laterali  veggonsi  quattro  di- 
pinti; i due  a destra  sono  del  Palma  vecchio,  e rappresentano  Lot 
colle  figlie,  e Dalila  che  recide  i capelli  a Sansone;  gli  altri  due 
spettano  al  Palma  giovane,  che  vi  colorì  le  tre  Grazie,  e Ber- 
sabea  veduta  dal  re  David.  Fra  i quadri  che  adornano  le  facce 
dei  piloni  osserveremo:  un  quadretto  del  cav.  d’Arpino  espri- 
mente Perseo  che  libera  Andromeda  dal  mostro  marino;  un  boz- 
zetto di  Tiziano,  dipintovi  il  pontefice  Paolo  III  co’  suoi  nipoti; 
un  superbo  ritratto  di  Claudio  Lorenese,  del  Murillo;  una  Ma- 
donna, di  Carlo  Maratta;  la  Speranza,  di  Angelica  Kauffmann, 
ed  una  sorprendente  testa  pensante  ( il  Pensiero  ) opera  del 
Greuze,  artista  francese. 

sala  dei  quadri  moderni.  — Fra  i dipinti  che  si  contengono 
in  questa  sala,  si  distingue  sopra  tutti  un  bellissimo  quadretto  in 
cui  è figurata  poeticamente  l’Iride:  il  gentile  soggetto  fu  tro- 
vato dall’ingegno  di  Guido  Reni,  il  quale  espresselo  in  disegno, 
di  cui  l’inglese  Head  si  valse  per  eseguire  questa  graziosa  tela. 
Osserveremo  inoltre  la  Vestale  sepolta  viva,  della  scuola  di  Ghe- 
rardo delle  Notti;  s.  Cecilia,  di  Andrea  Pozzi;  Ebe  che  porge  il 
nettare  a Giove,  sotto  forma  di  aquila,  del  Pellegrini,  vene- 
ziano, ed  una  Sibilla  del  Benvenuti.  Questa  sala  contiene  purè 
molti  ritratti  di  Accademici,  alquanti  de’  quali  eseguiti  da  artisti 
di  gran  merito,  e fra  questi  facciamo  rimarcare  quello  dell’ar- 
chitetto Uggeri,  opera  del  Vizrtz,  l’altro  di  Gibson,  scultore  in- 
glese, del  Williams,  e quelli  delle  pittrici  Angelica  Kauffmann 
e Virginia  Le  Brun  dipinti  da  loro  stesse.  Meritano  inoltre  d’es- 
sere ricordati  i ritratti  dei  pittori  Balestra  o Pellegrini,  e quelli 


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88  Seconda  Giornata. 

dello  scultore  Albacini,  e dell’architetto  commendatore  Luigi 
Potetti,  poiché  da  questi  generosi  Accademici  vennero  instìtuiti 
dei  concorsi  a vantaggio  dei  giovani  che  studiano  le  arti  belle,  ed 
all’uopo  arricchirono  di  opportune  rendite  l’Accademiadis.Luca, 
la  quale  ha  la  cura  e la  direzione  di  tali  concorsi. 

Entro  le  sale  del  primo  piano  si  possono  osservare  quadri,  di- 
segni, modelli  di  creta  cotta  e di  gesso,  opere  tutte  le  quali,  nei 
concorsi  dell’Accademia  di  s.  Luca,  meritarono  il  premio  ai  gio- 
vani studenti  delle  belle  arti  che  le  eseguirono.  Quivi  si  vedono 
ancora  i gessi  delle  famose  sculture  di  Egina,  esistenti  in  Mo- 
naco.— Uscendo,  si  ha  quasi  di  faccia  la  porta  laterale  della 

CHIESA  DI  S.  ADRIANO. 

La  facciata  rimonta  ai  V secolo  dell’era  volgare:  essa  è in 
mattoni  ed  in  passato  vedevasi  rivestita  di  stucco,  con  ornati:  la 
porta  poi  era  foderata  di  bronzo  e venne  trasferita  a s.  Giovanni 
in  Laterano,  ai  tempi  di  Alessandro  VII.  Allorquando,  nel  1649, 
fu  ricostruito  l’ interno  di  questa  chiesa,  vi  si  trovò  un  piedistallo 
con  iscrizione  che  diceva,  come  Gavinio  VettioProbiano,  prefetto 
della  città,  decorasse  la  basilica  con  una  statua.  Tal  piedistallo 
appartenne  probabilmente  alla  basilica  Emilia  eretta  da  Paolo 
Emilio  sul  finir  della  repubblica,  conforme  abbiamo  da  Cicerone, 
ed  era  celebre  per  le  sue  colonne  di  paonazzetto. 

La  ricordata  basilica,  come  afferma  Stazio,  rimaneva  nel  lato 
orientale  del  Foro,  cioè  di  faccia  alla  chiesa  in  discorso,  ma  al  di 
là  della  colonna  di  Foca  ove,  secondo  dissi,  aveva  principio  il 
Foro  Romano:  quindi  è da  credere  che  il  suddetto  piedistallo  fosse 
stato  portato  nel  luogo  in  cui  venne  scoperto  per  valersene  come 
di  materiale.  — Di  contro  alla  descritta  chiesa  ergesi  la 

COLONNA  DI  FOCA. 

Fu  soltanto  negli  scavi  del  1813  che  si  conobbe  l’epoca  e l’uso 
per  cui  tale  colonna  era  stata  eretta;  giacché  allora  vi  si  scoper- 
se nel  piedistallo  T iscrizione  che  indica  come  essa,  sormontata 
da  una  statua  dorata  di  Foca,  fosse  eretta  da  Smaragdo,  esarca 
d’ Italia, nell’ anno  608,  ad  onore  di  quell’imperatore  ed  a causa 
delle  beneficenze,  della  quiete  e della  libertà  da  lui  conservate 
all’Italia.  Gli  scavi  successivi  posero  allo  scoperto  il  monumento 
e misero  in  luce  parecchie  iscrizioni,  quali  sono  quelle  degli  dei 
Aver  ranci,  di  Minerva  A ver  ranca,  di  Marco  Cispio  figlio,  pre- 


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Colonna  di  Foca. 


89 


tore,  di  Lucio,  di  Costanzo  Cesare,  ecc.:  vi  si  rinvennero  anche 
tre  piedistalli  in  mattoni,  già  incrostiti  di  marmo,  i quali  servi- 
rono a sorreggere  grandi  colonne  di  bel  granito  rosso,  di  cui  si 
trovarono  dei  rocchi,  ed  mi  gran  numero  di  frammenti. 

La  colonna  di  Foca  è in  marmo,  d’ordine  corintio,  scanalata, 
ed  in  origine  dovette  appartenere  a qualche  edilìzio  dell’epoca 
degli  Antonini,  d’onde  Smaragdo  probabilmente  tolsela.  Essa 
ha  1 met.  e 22  cent,  di  diametro,  con  un  piedistallo  alto  3 met. 
e 54  centimetri.  Sembra,  sì  per  questa  colonna,  si  per  la  deco- 
razione del  luogo,  che,  nel  'VII  secolo,  il  Foro  di  Cesare,  in  cui 
s’innalza,  fosse  tuttavia  una  delle  piu  cospicue  parti  di  Roma. 
Il  nome  diFoca  era  stato  raso  dall'iscrizione  dopo  la  sua  caduta; 
ma  in  seguito  alle  ultime  escavazioni  vi  fu  nuovamente  scolpito, 
al  pari  di  altre  lettere  che  vi  mancavano. 

BASILICA  GIULIA. 

Nelle  escavazioni  ordinate  dal  governo  l’anno  1834  fra  la  co- 
lonna testé  descritta  ed  il  Clivo  Capitolino,  bì  scopersero  gli  sca- 
lini esterni  della  detta  basilica.  Tali  escavazioni,  ricominciate  con 
maggior  ardore  nel  1850  sotto  la  direzione  dell’architetto  ar- 
cheologo Luigi  Canina,  e proseguite  fin  presso  la  via  Sacra, 
posero  allo  scoperto  quasi  tutto  il  piano  dell’ edilìzio,  lastricato 
in  marmi  di  specie  diverse,  ove  si  osservano  interessanti  avanzi 
delle  antiche  costruzioni. 

Due  documenti  valgono  a determinare  la  positura  e la  forma 
della  basilica,  la  quale  fu  cominciata  da  Giulio  Cesare  e compiuta 
da  Augusto  nell’  area  del  Comizio,  che  al  tempo  degl’imperatori 
non  serviva  più  ad  alcun  uso.  Il  primo  documento  ci  si  offre 
dalla  iscrizione  Ancirana  ben  cognita,  dimostrante  eh’  era  col- 
locata fra  il  tempio  di  Castore  e quello  di  Saturno,  e che  essendo 
stata  rovinata  dal  fuoco,  venne  riedificata  dal  medesimo  Augu- 
sto in  più  ampie  dimensioni,  intitolandola  ai  due  suoi  figli  Caio 
e Lucio,  ed  ordinando  che,  se  egli  non  avesse  potuto  finirla,  do- 
vessero terminarla  i suoi  eredi.  Abbiamo  poi  l’altro  documento 
in  due  frammenti  dell’  antica  pianta  di  Roma  esistenti  nel  museo 
Capitolino,  nei  quali  si  scorge  delineata  la  forma  della  basilica 
Giulia,  colla  indicazione  del  tempio  di  Saturno  in  una  delle  sue 
estremità,  costituita  da  una  grande  navata  oblunga,  circondata 
esteriormente,  nella  parte  inferiore,  da  tre  file  di  pilastri  che, 
congiungendosi  a mezzo  di  archi,  formavano  un  duplice  portico. 

Quanto  all’elevazione  ed  agli  ornati  esterni  di  questa  basilica, 


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90 


Seconda  Giornata. 


non  se  ne  potrebbe  dare  una  idea  nè  più  conveniente  nè  più  pro- 
babile di  quella  che  viene  dimostrata  nella  classe  III  della  gran- 
d’ opera  sui  monumenti  di  Roma  antica,  scritta  e pubblicata  dal 
prefato  Canina.  Consentendo  noi  perfettamente  con  esso,  il  por- 
tico esteriore  doveva,  senza  dubbio,  essere  terminato  a foggia 
di  terrazzo,  mentre  è probabile  che  superiormente,  all’interno, 
si  ergesse  un  second’  ordine  di  pilastri  formanti  un  portico  sem- 
plice attorno  alla  parte  superiore  della  suddetta  navata. 

Riguardo  agli  ornamenti,  i pilastri  del  portico  inferiore  anda- 
van  forse  decorati  con  mezze  colonne  doriche,  e quelli  del  por- 
tico superiore  con  mezze  colonne  ioniche,  ed  è probabile  che  il 
terrazzo  fosse  attorniato  da  un  attico,  su  cui  posassero  altret- 
tante statue  quanti  erano  i sottostanti  pilastri.  — Di  faccia  alla 
colonna  di  Foca,  verso  l’arco  di  Tito,  se  ne  osservano  altre  tre, 
le  quali  formavano  parte  della 

GREC09T  ASI , 

Questi  mirabili  avanzi  dell’  antica  architettura  non  poterono 
appartenere,  avuto  riguardo  al  loro  collocamento,  nè  al  tempio 
di  Giove  Statore,  nè  a quello  di  Castore  e Polluce,  imperocché 
il  primo  rimaneva  più  verso  la  cima  del  Palatino,  e l’ altro  più 
presso  al  Velabro,  ove  esisteva  la  fonte  di  Giutuma. 

Varii  passi  di  antichi  autori  ed  i frammenti  dell’antica  pianta 
di  Boma  esistenti  in  Campidoglio,  accertano  che  i sudd.1  avanzi 
spettino  alla  Grecostasi,  edifizio  eretto  pel  ricevimento  degli  am- 
basciatori stranieri  fin  dal  tempo  di  Pirro;  e si  disse  Grecostasi, 
cioè  la  stazione  de' Greci,  perchè  gli  ambasciatori  di  lui,  che  erano 
greci,  furono  i primi  ad  esservi  ricevuti.  Tale  edifizio  essendo 
andato  in  ruina,  fu  riedificato  da  Antonino  Pio,  nel  luogo  occu- 
pato dalla  primitiva  Grecostasi  e dal  Comizio;  ma  rimase  affatto 
distrutto  nel  terribile  incendio  avvenuto  sotto  il  regno  di  Carino. 

Per  ciò  che  spetta  al  Comizio,  era  esso  congiunto  alla  Curia, 
o sala  del  senato,  e serviva  pe’  comizii  curiati,  ossia  alle  ragu- 
nanze  popolari  per  curie,  allorquando  si  trattava  di  eleggere  un 
sacerdote,  o di  promulgare  alcuna  legge,  e talvolta  ivi  ammini- 
strossi  eziandio  la  giustizia,  e furonvi  messi  a morte  i malfattori. 
Molta  parte  de’  Fasti  Capitolini  fu  trovata  in  queste  adiacenze 
nel  secolo  XVI,  vedi  a pag.  62.  La  Grecostasi  era  rivolta  verso 
il  tempio  di  Antonino  e Faustina:  la  sua  facciata  si  componeva 
di  otto  colonne,  e le  tre  che  rimangonci  appartengono  ad  uno  dei 
lati,  ciascun  de’ quali  ne  aveva  tredici;  ma  non  si  conosce  ancora 


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Grecostasi.  91 

se  eran vi  colonne  nel  punto  in  cui  l’ edilizio  raggiungeva  la  Cu- 
ria. Tali  colonne  sono  di  marmo  pentelico,  scanalate  e d’ordine 
corintio,  aventi  1 met.  e 44  c.  di  diametro  e 14  met.  e 84  c.  di 
altezza,  compresi  la  base  ed  il  capitello.  11  cornicione  che  esse  so- 
stengono è grande,  maestoso,  ed  è lavorato  delicatamente  e con 
finitezza;  come  pure  i capitelli  pareggiano  in  bellezza  quelli  del 
Pantheon,  e servono,  assieme  alle  colonne,  d’ esemplari  per  le 
proporzioni  e per  gli  ornati  dell’ordine  corintio.  — Poco  lungi 
dai  descritti  avanzi,  verso  il  Velabro,  esistono  quelli  della 

CURIA. 

Serviva  questa  alle  assemblee  del  senato,  ed  aveva  il  suo  pro- 
spetto rivolto  al  Campidoglio.  Era  detta  Curia  Ostilia,  perchè 
eretta  da  Tulio  Ostilio,  terzo  re  di  Roma;  Siila  ristorolla,  ma  po- 
scia rimase  preda  del  fuoco,  quando  fu  arso  il  corpo  di  P.Clo- 
dio,  il  nemico  di  Cicerone.  Augusto  eressela  di  nuovo,  e chia- 
molla  Curia  Giulia,  dal  nome  di  Giulio  Cesare  suo  padre  adot- 
tivo. Gli  avanzi  di  questa  sala  si  osservano  nella  casa  del  legna- 
iuolo accanto  a s.  Maria  Liberatrice,  unitamente  ai  ruderi  della 
Greco  stasi,  e palesano  un’eccellente  costruzione  in  mattoni.  Il 
prospetto  della  Curia,  che  probabilmente  era  ornato  da  un  por- 
tico con  colonne  a cui  si  ascendeva  per  molti  gradini,  è andato 
a terra.  — Proseguendo  il  cammino  verso  il  Velabro  s incontra  il 

TEMPIO  DI  VESTA,  OGGI  CHIESA  DI  S.  TEODORO. 

Questa  chiesa,  di  forma  circolare,  venne  eretta  da  papa  Adria- 
no I,  nel  secolo  Vili,  sulle  mine  del  famoso  tempio  di  Vesta, 
custodito  dalle  vergini  Vestali,  e dove  si  conservava  il  fuoco  sa- 
cro ed  il  Palladio.  Si  riconosce  nella  costruzione,  che  l’edifizio 
venne  rifabbricato  in  epoca  molto  avanzata  di  decadimento,  ed 
in  esso  Niccolò  V,  correndo  il  1450,  rifece  la  porta  d’ingresso  e 
la  volta.  La  tribuna  va  adorna  d’un  musaico  del  secolo  Vili,  ed 
il  quadro  dell’altar  maggiore  fu  colorito  da  uno  de’  fratelli  Zuc- 
cari.  Degli  altri  due,  il  s.  Giuliano  martire  appartiene  al  Bacic- 
elo, ed  il  s.  Crescentino  a Giuseppe  Ghezzi. 

Sotto  il  declivio  del  Palatino,  che  signoreggia  la  suddetta 
chiesa  e la  Curia,  esistevano:  il  Lu fere  ale,  grotta  sacra  a Pane, 
ed  il  Fico  Ruminale,  a piè  di  cui  Faustolo  rinvenne  Romolo  e 
Remo.  — Tornando  da  s.  Teodoro  al  Foro,  ed  attraversatolo,  si 
perviene  alla  direzione  dell'antica 


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92  Seconda  Giornata. 

VIA  SACRA. 

Questa  celebre  via  ebbe  il  nome  dai  sacrifizi  (sacra)  che  se- 
guirono dopo  la  pace  fra  Romolo  e Tazio.  Essa  cominciava  in- 
nanzi al  Colosseo,  costeggiava  il  tempio  di  Venere  e Roma  e la 
basilica  di  Costantino,  passava  innanzi  al  tempio  di  Romolo  e 
Remo,  a quello  di  Antonino  e Faustina,  ed  entrava  nel  Foro  per 
l’arco  Fabiano,  di  cui  si  fece  ricordo  trattando  in  generale  del 
Foro  stesso.  Presso  quest’arco,  un  ramo  di  essa  via  si  dirigeva 
al  tempio  di  Vesta,  e conservava  il  nome  di  via  Sacra,  andan- 
do a terminare  colla  via  Nuova  che  moveva  dal  Foro  e raggiun- 
geva il  circo  Massimo,  seguendo  all’ incirca  l’andamento  della 
strada  attuale,  che  dal  Foro  conduce  verso  la  chiesa  di  s.  Ana- 
stasia. Il  principal  ramo  della  ria  Sacra  traversava  esso  Foro, 
e pel  Foro  di  Cesare  e quello  di  Augusto,  saliva  al  Campidoglio; 
ed  è probabile  che  per  clivus  sacer  (salita  sacra)  Orazio  inten- 
desse parlare  della  salita  del  Campidoglio.  Stando  a Varrone,  la 
via  Sacra  metteva  capo  alla  cittadella,  che  veniva  chiamata  Arx 
sacrorum.  — Il  primo  edifizio  che  si  presenta  a sinistra,  lungo 
la  via  Sacra,  è il  , 

TEMPIO  DI  ANTONINO  E FAISTIXA, 

OGGI  CHIESA  DI  8.  LORENZO  IX  MIRANDA. 

Questo  tempio,  che  da  parecchi  anni  venne  isolato  per  cura 
del  governo,  fu  eretto  con  decreto  del  senato  in  onore  di  Fausti- 
na; e dopo  la  morte  di  Antonino,  marito  di  lei,  vi  fu  unito  an- 
che il  nome  di  esso.  E prostilo-esastilo,  ossia  avente  un  portico 
innanzi  alla  cella,  con  sei  colonne  in  prospetto  e tre  in  ciascun 
lato:  tali  colonne  sono  di  marmo  caristio,  detto  oggi  cipollino, 
e si  possono  ritenere  come  le  maggiori  conosciute  di  simile  mar- 
mo, giacché  hanno  13  met.  e 80  c.  d’altezza,  contandovi  la  base 
ed  il  capitello.  Esse  sostengono  uno  stupendo  cornicione,  com- 
posto di  enormi  massi  di  marmo  bianco;  e sul  fregio,  esistente 
ancora  nei  lati,  veggonsi  candelabri,  grifi  e vasi  sacri,  scolpiti 
assai  bene  di  bassorilievo,  mentre  sul  frontespizio  si  legge  il  nome 
di  Antonino  e Faustina.  Le  pareti  della  cella  erano  di  grossi  massi 
di  pietra  albana,  ossia  peperino,  incrostati  con  lastre  di  marmo 
bianco.  Anticamente  si  ascendeva  a questo  tempio  a mezzo  d’una 
scaladi  21  gradino, attualmente  distrutta,  e dalla  base  delle  co- 
lonne al  piano  della  via  Sacra  vi  sono  circa  5 metri. 


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93 


Tempio  di  Romolo  e Remo. 

Sugli  avanzi  del  descritto  tempio,  venne  costruita  la  suindicata 
chiesa  di  s.  Lorenzo,  e forse  fu  detta  in  Miranda  a causa  dei 
mirabili  monumenti  antichi  dai  quali  rimane  attorniata. 

Ivi  presso  si  trova  il 

TEMPIO  m ROMOLO  E REMO,  OGGI  CHIESA 
DEI  SS.  COSMA  E DAMIANO. 

Seguendo  gli  scrittori  ecclesiastici,  che  trattano  dell’ origine 
della  chiesa  de’ ss.  Cosma  e Damiano,  si  viene  a rilevare  che  il 
tempio  di  cui  parliamo  venne  eretto  a Romolo  e Remo.  La  cella 
che  tutt’ora  si  conserva,  e costituisce  il  vestibolo  della  chiesa, 
ha  forma  circolare;  ed  il  suo  pavimento  si  componeva  di  lastre 
di  marmo,  sulle  quali  era  stata  incisa  la  pianta  dell'antica  Roma, 
della  qual  pianta,  verso  la  metà  del  secolo  XVI,  si  trovarono 
molti  frammenti,  di  presente  collocati  nel  museo  Capitolino,  ved. 
a pag.  51.  L’opera  muraria  di  questo  tempio  ed  una  iscrizione 
che  si  leggeva  ancora  nel  secolo  XVI  sulla  sua  facciata,  e di  cui 
conservasi  copia  in  un  manoscritto  della  biblioteca  Vaticana, 
danno  a conoscere  che  venne  eretto  ai  tempi  di  Costantino. 

A lato  al  detto  tempio,  nel  527,  s.  Felice  IV  costruì  una  chiesa 
che  intitolò  ai  ss.  Cosma  e Damiano,  valendosi  della  cella  di  esso 
come  vestibolo  del  sacro  tempio,  e lo  stesso  pontefice  ornò  la  tribu- 
na coi  musaici  che  ancor  si  veggono.  L’innalzarsi  del  suolo  ester- 
no rendette  la  chiesa  soverchio  umida,  per  cui  Urbano  Vili  fe- 
cela  rifabbricare  sul  piano  moderno,  conservando  la  parte  supe- 
riore della  tribuna  antica,  e decorando  il  novello  santuario  con 
pitture  tuttora  esistenti. 

La  superior  parte  della  cella  dell’  antico  tempio,  serve  anche 
oggi  di  vestibolo  alla  chiesa:  vi  si  praticarono  due  aperture,  e vi 
si  pose  un'  antica  porta  di  bronzo,  eh’  era  già  in  Perugia  cogli 
stessi  stipiti  di  marmo  che  vi  si  osservano,  ricchi  di  ornati  di  non 
elegante  lavoro;  e nella  medesima  circostanza  vi  furono  collocate 
le  due  belle  colonne  di  porfido,  sostenenti  il  cornicione.  Il  pavi- 
mento del  vestibolo,  come  pure  quello  della  chiesa  moderna, 
vengono  sorretti  da  gagliardi  piloni. 

Si  scende  nell’antica  chiesa  sotterranea  per  un’agevole  scala, 
costruita  di  fianco  alla  tribuna,  e vi  si  osservano  l’altar  maggiore 
isolato,  sotto  cui  riposano  i corpi  dei  ss.  Cosma  e Damiano,  ta- 
lune cappelle,  e qualche  pittura.  Dal  detto  sotterraneo  si  scende 
in  un  altro,  ove  esiste  una  Sorgiva  d'acqua,  detta  di  s.  Felice. 

Le  due  colonne  di  cipollino  che  si  scorgono  avanti  all’oratorio 
della  Via  Crucis,  il  quale  rimane  a lato  della  descritta  chiesa, 


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94  Seconda  Giornata. 

formavano  parte  del  portico  del  suddetto  tempio  di  Romolo  e 
Remo,  e rimangono  al  loro  primitivo  luogo.  Esse  hanno  10  met. 
di  altezza,  compresivi  base  e capitello,  conforme  si  conobbe  nel 
1753,  mediante  le  opportune  escavazioni  ivi  operate.  — I tre 
grandi  archi  che  veggonsi  poco  lungi  da  quest’oratorio,  sono  gli 
avanzi  della 

BASILICA  DI  COSTANTI IVO. 

Aurelio  Vittore  narra  che  Massenzio,  circa  il  311  dell’era  vol- 
gare, eresse  una  basilica  con  gran  magnificenza,  e che  il  senato 
la  dedicò  poscia  a Costantino,  che  fu  rivale  di  lui  nell’  impero, 
per  lo  che  ebbe  il  nome  di  Basilica  di  Costantino.  Un  anonimo, 
contemporaneo  di  questo  imperatore,  pubblicato  dall'Eccardo, 
mostra  che  tale  basilica  era  stata  edificata  sulle  rovine  de’magaz- 
zini  di  pepe  ed  altre  merci  orientali,  fabbricati  da  Domiziano, 
detti  Horrea  Piperatoria,  i quali  rimasero  distrutti  da  un  gran- 
de incendio  l’anno  191  dell’era  volgare,  come  abbiamo  da-Galie- 
no  e da  Dione.  La  pianta  dell’edifizio  è ben  quella  duna  basilica, 
essendoché  colpiste  in  una  sala  assai  vasta,  divisa  in  tre  navi  per 
mezzo  di  enormi  piloni.  Lo  stile  della  costruzione  e degli  ornati 
è simile  a quello  delle  terme  Diocloziane  e Costantiniane,  e di  al- 
tri edifizi  contemporanei  al  cominciare  del  IV  secolo  dell’era  vol- 
gare; di  più  le  impronte  de’grandi  mattoni  hanno  in  genere  il 
marchio  di  tal  epoca,  ed  in  un  masso  crollato  della  volta,  si  sco- 
persero nel  1828  parecchie  medaglie,  fra  le  quali  una  rarissima 
in  argento,  colla  testa  di  Massenzio.  Laonde  io  credo  che  tali 
avanzi  appartengano  a quella  basilica,  che  vien  detta  Basilica 
Constàntini  nel  catalogo  delle  antiche  regioni  della  città,  scritto 
da  Rufo,  da  Vittore,  e da  un  anonimo  designato  col  nome  di  No- 
tizie dell’ impero-,  i quali  autori  la  pongono  nella  regione  della 
via  Sacra,  ove  appunto  esistono  i detti  avanzi. 

Dal  secolo  XV  fino  alla  metà  del  secolo  passato,  erasi  dato  il 
nome  di  tempio  della  Pace  a questo  grande  edilizio;  ma  dopo 
quanto  fu  da  me  detto,  stimo  sia  inutile  dimostrare  che  tale 
denominazione  abbia  a riporsi  fra  le  apocrife  di  altri  monumenti 
di  Roma,  che  troppo  facilmente  si  diedero  in  un’  epoca  in  cui  si 
era  talmente  ignoranti  della  meteriale  topografia  della  città,  che, 
conforme  si  può  vedere  nel  Biondo  da  Forlì,  fu  appellato  Quiri- 
nale il  monte  Pincio. 

La  basilica  di  cui  trattasi  aveva  circa  96  metri  di  lunghezza.  64 
di  larghezza,  e quasi  22  e mezzo  di  altezza;  era  divisa  in  tre  na- 
vate da  piloni,  e quella  di  mezzo  veniva  decorata  da  otto  colonne 


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95 


Basilica  di  Costantino. 

in  marmo  bianco  scanalate,  d’ordine  corintio.  Una  di  queste  co- 
lonne rimaneva  ancora  in  piedi  nel  1614,  allorquaifeo  il  pontefice 
Paolo  V fecela  trasportare  innanzi  alla  basilica  di  s.  Maria  Mag- 
giore, ove  oggi  si  vede  sormontata  dalla  statua  in  bronzo  di 
Maria  Vergine.  Ad  onta  della  sua  altezza,  questa  colonna  lascia 
scorgere  nelle  sue  proporzioni,  nel  lavoro,  e nelle  parti  non  ri- 
storate del  capitello,  una  grande  analogia  di  stile  col  rimanente 
della  fabbrica. 

La  navata  settentrionale  è sufficientemente  conservata,  del 
pari  che  il  portico  d’ingresso;  ma  si  osserva  un  cambiamento  di 
stile  nella  costruzione  primitiva  dell’ edifizio,  giacché  in  origine 
aveva  un  solo  ingresso  verso  il  Colosseo,  dove  è il  portico,  ed  in 
fondo  alla  grande  navata  una  tribuna;  mentre  poscia  fu  aperto 
un  altro  ingresso  incontro  al  Palatino,  decorandolo  con  quattro 
colonne  di  porfido,  e riducendo  in  tribuna  l’arco  di  mezzo  della 
nave  settentrionale.  Cogli  ubimi  scavi  furono  scoperti  non  pochi 
avanzi  del  pavimento  in  giallo  antico  e marmo  bianco,  alcune 
parti  dell' incrostamento  delle  pareti,  alcune  basi  e capitelli,  al- 
cune colonne,  porzione  del  cornicione  e i due  rocchi  di  colonne 
di  porfido,  che  veggonsi  riuniti  in  una  sola  colonna,  entro  il  cor- 
tile del  palazzo  de’ Conservatori.  In  siffatta  occasione  si  scoper- 
sero pure  nella  tribuna  aggiunta  talune  pitture  assai  rozze  del 
secolo  Xm,  le  quali  indicavano  che  ivi  fosse  stata  sepolta  qual- 
che persona,  di  cui  infatti  vi  si  rinvennero  le  ossa.  Tali  pitture, 
essendo  state  condotte  sul  muro,  mancante  d’incrostatura  e di 
ornati,  danno  a conoscere  che  l’edifizio  in  quell'epoca  era  già  ro- 
vinato. — Vicino  a questa  basilica  trovasi  la 

CHIESA  DI  S.  FRANCESCA  ROMANA. 

La  sua  origine  è antichissima,  essendo  stata  eretta  da  papa 
Paolo  I,  e poscia  riedificata  da  Leone  IV . Paolo  V la  rinnovò 
con  architetture  di  Carlo  Lombardi,  che  innalzò  il  prospetto  tale 
quale  si  vede.  Innanzi  all’altar  maggiore  avvi  il  sepolcro  di  s. 
Francesca,  eretto  con  disegno  del  Bernini,  che  lo  adornò  di  pre- 
ziosi marmi  e di  bronzi  dorati;  e nella  crocera  si  scorge  il  sepol- 
cro di  Gregorio  XI,  lavoro  di  Pietro  Paolo  Olivieri,  il  quale  rap- 
presentò nel  bassorilievo  il  ritorno  della  s.  Sede  in  Roma,  avve- 
nuto nel  1317,  dopo  essere  rimasta  per  70  anni  in  Avignone. 

Uscendo  dalla  chiesa  si  ammira  1’ 


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96  Seconda  Giornata. 

ARCO  DI  TITO. 

Quest’arco  trionfale  fu  eretto  dal  senato  e popolo  romano  ad 
onore  di  Tito,  figlio  di  Vespasiano,  per  aver  conquistato  Geru- 
salemme, ed  è in  marmo  pentelico,  coll’ornamento  di  stupendi 
bassorilievi.  Quantunque  sia  meno  grande  di  altri  archi  trionfali 
e non  abbia  se  non  un  solo  fornice,  pure  è il  più  bel  monumento 
di  simile  specie  che  siane  pervenuto.  Era  ornato  in  ciascuno  dei 
due  prospetti  con  quattro  mezze  colonne  scanalate  d’ordine  com- 
posito, ma  non  ne  rimangono  che  due  in  ciascuna  faccia,  le  quali 
sorreggono  un  cornicione  su  cui  si  eleva  l’attico. 

Per  di  sotto  all’arco,  dai  due  lati,  veggonsi  due  bassorilievi, 
che,  ad  onta  de’guasti  sofferti  dal  tempo,  sono  tuttora  degni 
d’ammirazione  per  la  sublimità  del  lavoro:  quello  a sinistra  rap- 
presenta Tito  trionfante  su  d’un  carro  tirato  da  quattro  cavalli 
di  fronte,  i quali  sono  guidati  da  una  donna  simboleggiante  Ro- 
ma, mentre  la  Vittoria  corona  l’imperatore,  e molti  soldati  il  pre- 
cedono e lo  seguono.  Il  bassorilievo  a destra  esprime  la  parte 
più  interessante  della  pompa  trionfale  che  precede  il  carro,  cioè, 
alquanti  prigionieri,  la  mensa  aurea  coi  vasi  sacri,  le  trombe  d’ar- 
gento, il  candelabro  d’oro  a sette  rami,  portato  in  ispalla  dai 
soldati  coronati,  ed  altre  spoglie  del  tempio  di  Gerusalemme. 
Nel  centro  dell’archivolto,  ornato  di  squisiti  rosoni,  si  scorge 
l’effigie  di  Tito  sedente,  portata  da  un’aquila,  alludendo  all’apo- 
teosi di  lui.  Questa  rappresentanza  ed  il  titolo  di  dictis  dato  a 
Tito  nell’iscrizione,  provano  che  l’arco  fu  eretto  dopo  la  sua 
morte,  regnando  Domiziano.  Lo  stile  di  questo  monumento  è 
somigliante  in  tutto  a quello  di  altri  edifizi  eretti  da  quest'ulti- 
mo imperatore.  Si  osservano  negli  angoli  dalle  due  facce  del- 
l’arco quattro  Vittorie  assai  bene  scolpite  e di  ottimo  gusto.  Nel 
fregio  del  cornicione,  dal  lato  del  Colosseo,  è figurato  il  seguito 
del  trionfo,  ove  si  scorgono,  il  simulacro  del  fiume  Giordano 
portato  su  d’una  lettiga  e dimostrante  la  conquista  della  Giudea, 
molte  figure  che  conducono  buoi  pe’sacrifizi,  e parecchi  soldati 
collo  scudo  rotondo  con  sopravi  una  testa  di  Medusa.  Pio  VII 
fece  ristaurare  l’arco  descritto,  valendosi  dell’  architetto  Vala- 
dier.  — Dietro  la  chiesa  di  s.  Francesca  Romana  esistono  le 
mine  del 

TEMPIO  DI  VENERE  E ROMA. 

Adriano  imperatore  diede  egh  stesso  i disegni  di  questo  tem- 
pio dirigendone  anche  la  costruzione.  Dione  ce  ne  tramandò  la 


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Tempio  di  Venere  e Roma . 97 

memoria,  ponendone  il  luogo  primitivo  Bulle  ruine  dell’atrio  della 
casa  aurea  di  Nerone  alla  sommità  della  via  Sacra  e presso  al- 
l’anfiteatro, talché  non  si  può  dubitare  affatto  nè  del  colloca- 
mento di  esso,  nè  del  nome  che  debbe  darsi  alle  ruine  ih  discor- 
so. Danneggiato  da  un  incendio,  questo  tempio  venne  riedifi- 
cato da  Massenzio,  conforme  asserisce  Aurelio  Vittore,  e come 
si  può  dedurre  dallo  stile  della  cella. 

Questo  tempio  s’ergeva  nel  mezzo  d’un  recinto  oblungo,  co- 
stituito da  un  portico  a due  file  di  colonne  di  granito  bigio,  delle 
quali  osservansi  tuttora  alcuni  rocchi,  sparsi  sul  suolo.  Aveva 
il  portico  150  met.  di  lunghezza  e 96  met.  e 50  c.  di  larghezza, 
vedendosi  ancora  le  sostruzioni  su  cui  ergevasi  ; e le  colonne 
avevano  circa  un  metro  di  diametro.  Il  tempio  divìdevasi  in  due 
parti,  essendovi  due  celle  distinte  e separate,  e due  prospetti; 
quantunque  non  costituisse  che  un  sol  corpo,  per  cui  vuoisi  ri- 
guardare come  un  sol  tempio.  Esso  deve  annoverarsi  fra  quelli 
cheVitruvio  chiama  pseudo-dipteri,  imperocché  avevadue  file  di 
colonne  in  ciascun  prospetto,  ed  una  solamente  nei  lati.  La  sua 
lunghezza  era  di  107  metri,  la  larghezza  di  52,  ed  i due  prospetti 
venivano  decorati  da  un  ordine  di  10  colonne  per  ciascuno,  men- 
tre i lati  ne  avevano  20.  Queste  colonne  erano  tutte  di  marmo 
proconese,  cioè  bianco  con  venature  grige,  di  quasi '2  metri  di 
diametro,  scanalate  e d’ordine  corintio.  Le  pareti  esterne  della 
cella  erano  rivestite  dello  stesso  marmo,  ed  il  pavimento  vede- 
vasi  formato  della  stessa  pietra. 

Si  ascendeva  al  portico  di  cinta  ed  alla  corte  del  tempio,  tanto 
dal  lato  del  Foro,  quanto  da  quello  del  Colosseo,  salendo  visi  dal 
primo,  per  mezzo  d’una  gradinata  generale,  alcuni  gradini  della 
quale  si  veggono  ancora  presso  la  chiesa  di  s.  Francesca,  e dal 
secondo,  verso.il  Colosseo,  per  due  scale  a due  rampe  poste  al- 
l’estremità. Dalla  corte  si  giungeva  al  vestibolo  del  tempio  per 
sette  gradini  che  giravano  tutto  all’intorno,  come  ancor  si  può 
rilevare,  ed  eranvene  altri  cinque  per  salire  alla  cella.  L’interno 
delle  due  celle  rimaneva  decorato  con  colonne  di  porfido  di  70 
centimetri  di  diametro,  delle  quali  si  rinvennero  molti  frammenti 
negli  ultimi  scavi  : la  volta  in  cassettoni  era  messa  ad  oro  ; i 
muri  interni  ed  il  pavimento  erano  incrostati  di  giallo  antico  e 
di  serpentino.  Oltre  parecchi  frammenti  di  colonne,  abbiamo 
ancora  sufficienti  avanzi  per  formarsi  un’idea  giusta  dell’edifizio, 
nelle  cui  celle  si  scorgono  tuttavia  i luoghi  ove  sorgevano  le 
statue  delle  due  dee.  — Il  descritto  tempio  rimane  a’piedi  del 

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98  Seconda  Giornata. 

MONTE  PALATINO. 

La  tradizione  quasi  generalmente  ammessa  dagli  antichi  au- 
tori circa  il  nome  di  questo  celebre  colle  è,  che  Evandro  vi  fon- 
dasse una  città  cui  diede  il  nome  di  Pallantium  pigliandolo  da 
quella  cosi  chiamata  in  Arcadia,  donde  egli  derivava;  nome  che 
fu  mutato  in  Palatium,  da  cui  venne  l’altro  di  Mone  Palatimi*. 

Esso  è attorniato  dagli  altri  colli  di  Roma,  avendo  all’ovest 
l’Aventino,  al  sud  il  Celio,  all’est  l’Esquilino,  al  nord-ovest  il  Vi- 
minale, il  Quirinale  ed  il  Capitolino.  La  sua  forma  è di  un  trapezio 
di  6400  piedi  romani  antichi  di  circuito,  e di  52  metri  di  altezza 
sopra  il  livello  del  mare;  contrasegnandone  i limiti,  e quasi  gli 
angoli,  la  chiesa  di  s.  Anastasia,  il  circo  Massimo,  l’arco  di  Co- 
stantino, e la  chiesa  di  s. Maria  Liberatrice.  Ivi  fu  la  culla  di  Roma, 
e su  questa  collina  abitarono  i primi  cinque  re;  poiché  gli  ultimi 
due  dimorarono  suH’Esquilino.  È noto  che,  fino  dai  primordii 
della  repubblica,  Publicola  cominciò  ad  erigere  la  propria  casa 
sulla  vetta  denominata  Velia , abbandonandone  poi  il  pensiero  a 
causa  de’ sospetti  suscitatisi  per  ciò  nel  popolo,  talché  fecela 
atterrare,  e riedificolla  alle  radici  del  colle.  Nell’ultimo  secolo 
della  repubblica  i Gracchi,  Fulvio  Fiacco,  Quinto  Catulo,  Lucio 
Crasso,  l’oratore  Cneo  Ottavio  Scauro,  Ortensio,  Cicerone,  Clo- 
dio,  Giulio  Cesare,  Marcantonio,  Claudio  Nerone  padre  di  Tibe- 
rio, ed  Ottavio  padre  di  Augusto  ebbero  le  loro  case  sul  Pala- 
tino. — Alla  casa  di  Augusto  si  deve  il  principio  del 

PALAZZO  DE’  CESARI. 

Augusto  nacque  sul  Palatino  nella  casa  paterna  il  23  settem- 
bre dell’anno  691  di  Roma,  cioè  62  anni  avanti  l’era  volgare,  e 
da  principio  ivi  dimorò;  ma  distrutta  la  casa  da  un  incendio,  fe- 
cela riedificare  in  più  ampie  dimensioni,  e volle  renderla  magni- 
fica aggiungendovi  un  tempio  sacro  ad  Apollo,  in  memoria  della 
battaglia  d’Azio,  ed  una  biblioteca,  che  poscia  divenne  celebre 
sotto  il  nome  di  biblioteca  Palatina.  Il  palazzo  occupava  il  mezzo 
del  colle  dal  lato  verso  l’ Aventino,  ed  in  seguito  venne  consi- 
derabilmente  ampliato  da  Tiberio,  ché  lo  estese  fino  all’estremità 
del  colle  stesso  dal  canto  del  Yelabro,  e per  distinguere  que- 
st’edifizio  da  quello  di  Augusto,  gli «i  diede  il  nome  di  casa  Ti- 
beriana.  Caio  Caligola  lo  accrebbe  ancora,  e fece  erigere  un 
prospetto  con  portici  verso  il  Foro,  ed  un  ponte  sostenuto  da 
colonne  in  marmo,  ad  oggetto  di  congiungere  esso  palazzo  col 


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V alazzo  de  Cesari. 


99 


Campidoglio;  sembra  però  che  tal  ponte  venisse  demolito  da 
Claudio  suo  successore,  del  pari  che  la  casa  da  Caligola  comin- 
ciata a fabbricare  sul  Campidoglio.  L’intero  Palatino  non  bastò 
a Nerone  per  l’ingrandimento  che  volle  dare  al  suo  palazzo,  per 
cui  occupò  tutto  lo  spazio  che  ricorreva  fra  quel  colle  e l’Esqui- 
lino,  e protrasse  la  sua  casa  fino  agli  orti  di  Mecenate,  ch’esi- 
stevano di  là  da  s.  Maria  Maggiore,  sotto  YAggere. 

Un  cosi  sterminato  palazzo  racchiudeva  vasti  giardini,  boschi, 
laghi,  bagni  ed  una  quantità  di  edifizi,  di  guisa  che  rassomi- 
gliava ad  una  città.  Fu  esso  in  gran  parte  distrutto  da  un  in- 
cendio, ricordato  da  Tacito  e da  Svetonio,  avvenuto  nel  64  del- 
l’era volgare,  per  cui  Nerone  ristoravalo  con  tanta  splendidezza 
e ricchezza,  che  chiamossi  donius  aurea  Neronis.  Torna  difficile 
dare  ad  intendere  la  sontuosità  del  novello  palazzo,  il  quale,  a 
testimonianza  degli  antichi  scrittori,  era  circondato  di  portici 
decorati  con  tremila  colonne,  ed  aveva  un  vestibolo  non  meno 
magnifico,  innanzi  a cui  sorgeva  il  celebre  colosso  in  bronzo,  del 
fondatore,  eseguito  dal  famoso  Zenodoro,  ed  avente  39  metri  di 
altezza.  In  questo  palazzo  moltissime  camere  e sale  andavano 
ornate  di  colonne,  di  statue,  di  marmi  fini,  e può  dirsi  che  in  esso 
fossero  raccolte  le  ricchezze  dell’impero,  risplendendo  dovunque 
per  oro,  per  marmi,  per  avorio,  per  pietre  preziose  ecc . Le  sale  da 
pranzarvi  erano  decorate  con  tribune  d’onde  si  versavano  di  con- 
tinuo fiori  e profumi;  ed  ogni  sorta  di  lusso,  di  mollezza  e di  pro- 
fusione veniva  adoperata  per  i piaceri  d'un  padrone  che  sembrava 
non  provar  diletto  se  non  di  cose  difficili  e strane.  Severo  e Ce- 
lere, architetti  della  casa  imperiale,  adoperarono  tutte  le  cure 
per  renderlo  singolarissimo,  ed  Amulio,  eccellente  pittore,  spe- 
sevi tutta  la  sua  vita  per  dipingerlo.  Accertane  Svetonio,  che 
allorquando  Nerone  vi  dormi  la  prima  volta,  disse:  d’essere  in 
fine  alloggiato  come  si  conviene  ad  un  uomo. 

Alla  morte  di  Nerone  il  mirabile  edilizio  non  trovavasi  ancor 
compiuto,  per  cui  Ottone  assegnò  una  considerabilissima  somma 
. per  terminarlo;  ma  per  la  brevità  del  suo  regno  i suoi  ordini  non 
ebbero  effetto;  e pare  che  alla  parte  posta  suH’Esquilino  toccasse 
questa  sorte.  È fuor  di  dubbio  che  Vespasiano  e Tito  demoli- 
rono o volsero  ad  altri  usi  quella  parte  che  rimaneva  fuori  del 
Palatino,  e che  eressero  il  Colosseo  e le  terme,  dette  di  Tito,  su 
d’una  porzione  della  casa  • aurea  di  Nerone.  Nulladimeno  allo 
stesso  Vespasiano  si  deve  il  principio  del  magnifico  palazzo 
eretto  dagl’  imperatori  Flaviani  sul  Palatino,  continuato  poscia 
dai  loro  successori,  i quali  fecero  pure  degli  abbellimenti  e delle 

5' 


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100  Seconda  Giornata. 

variazioni  in  quella  parte  della  casa  aurea  di  Nerone  che  era  stata 
conservata  su  quel  colle,  poiché  anch’essa  formava  parte  della 
residenza  de’  Cesari;  ma  dopo  il  trasferimento  del  seggio  impe- 
riale in  Bisanzio,  l’intero  edilizio  rimase  quasi  in  abbandono.  Si 
può  presumere  che  nella  presa  di  Roma  per  opera  di  Alarico, 
l’anno  410,  l’edifizio  in  discorso  soffrisse  gravi  danni;  ma,  se- 
condo Procopio,  è certo  che  nel  455,  Genserico,  capo  de’  Van- 
dali, saccheggiollo  e ne  rapi  tutti  i vasi  di  bronzo  che  ancor 
conteneva,  fra’  quali  erano  i vasi  e gli  utensili  sacri  del  tempio 
di  Gerusalemme;  ed  è credibile  che  altrettanto  accadesse  allor- 
quando Roma  venne  in  mano  di  Totila.  Ad  onta  di  tutto  ciò  fu 
sempre  risarcito,  ed  abbiamo  dagli  autori  contemporanei  che  nel 
secolo  VII  l’imperatore  Eraclio  vi  dimorò,- e cheneU’VIII  secolo 
erane  ancora  in  piedi  una  gran  parte.  Al  presente  però  non  offre 
che  ruine  più  o meno  imponenti  per  le  masse,  ed  in  generale 
assai  pittoresche,  le  quali  producono  vedute  stupende,  in  ispecie 
dal  lato  del  Foro  e del  circo  Massimo.  Queste  ruine  si  estendono 
in  diverse  proprietà  coltivate  a vigne,  orti  e giardini,  ma  le  piti 
interessanti  sono  negli 

ORTI  FARNESI  ANI. 

Aperti  tutti  i giovedì. 

L’ ingresso  principale  di  questi  orti  rimane  incontro  alla  basi- 
lica di  Costantino,  ed  è un’opera  del  Vignola,  decorata  con  due 
colonne  doriche  sostenenti  un  balcone.  Questi  orti,  già  proprietà 
dei  Borboni  di  Napoli,  furono  comperati  nel  1861  per  250  mila 
franchi,  dall’imperatore  Napoleone  III,  allo  scopo  di  praticarvi 
delle  vaste  escavazioni,  onde  mettere  meglio  allo  scoperto  tutte 
le  rovine  ivi  esistenti  dell’ antica  residenza  de’ Cesari.  La  dire- 
zione degli  scavi  venne  affidata  all’eruditissimo  archeologo  cav. 
Pietro  Rosa,  che  nel  1862  diede  principio  agli  opportuni  lavori, 
ed  ecco  un  breve  cenno  sui  risultati  sinora  ottenuti. 

Appena  salita  la  cordonata  di  fronte  all’  ingresso  si  trova  una 
specie  di  portico  ov’  è una  duplice  scala,  il  cui  branco  a sinistra 
sbocca  di  fronte  ad  un  ampio  viale;  inoltratevi  per  esso,  e dopò 
una  trentina  di  passi,  dirigendovi  sulla  destra,  troverete  presso 
le  mura  che  circondano  questi  orti  un  avanzo  dell’  antico  lastri- 
cato del  Clivus  Palatinus,  il  quale,  incominciando  dalla  via 
Sacra,  presso  l’arco  di  Tito,  si  estendeva  sino  alla  Porta  Vetus 
Palata,  cioè  sul  sito  della  porta  Mugonia  delle  mura  di  Romolo: 
alcuni  avanzi  della  Porta  Vetus  Palata  si  riconoscono  tuttora. 


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Orti  F artesiani. 


101 


In  questo  pendio  del  colle  dimorarono  Anco  Marzio  e Tarquinio 
Prisco,  ed  è presumibile  che  in  questo  luogo,  presso  la  via  Sa- 
cra, sorgesse  il  tempio  di  Giove  Statore  edificato  da  Romolo. 

Tornando  sul  sentiero  già  percorso  si  hanno,  a sinistra,  delle 
imponenti  ruine  del  palazzo  di  Caligola,  sotto  le  quali  si  trovano 
tre  ingressi  che  introducono  in  alquanti  lunghi  corridoi  appara 
tenenti  alle  sostruzioui  del  colossale  edilizio  eretto  da  quell'  im- 
peratore. Questi  corridoi  si  estendono  sino  alle  sue  terme,  situate 
di  fronte  e sotto  il  moderno  casino  che  ivi  elevasi,  e si  perviene 
sul  luogo  delle  medesime,  tanto  dai  detti  corridoi,  quanto  dalla 
duplice  scala  che  trovasi  pochi  passi  dopo  i sopraccennati  in- 
gressi. Giunti  sul  luogo  delle  terme,  volgendosi  verso  il  mo- 
derno casino  e percorrendo  il  sentiero  principale  che  apresi  a 
destra,  si  scorgono  a poca  distanza,  sull’istesso  lato,  gl’interes- 
santi avanzi  del  palazzo  dei  Flaviani. 

Questo  grande  e sontuoso  edifizio,  che  nel  secondo  e terzo  se- 
colo fu  la  residenza  degl’  imperatori  romani,  venne  in  parte  co- 
struito sopra  la  valle . del  Palatino  che  divideva  la  Velia  dal 
Germalus,  e si  estendeva  sino  al  ciglio  del  colle  dal  lato  che 
domina  il  circo  Massimo.  Il  magnificò  edifizio,  dalla  parte  ver- 
so la  via  Sacra  aveva  1’  Atrium  seguito  dal  Tablinum , i cui 
avanzi  ne  circoscrivono  la  pianta  di  forma  quadrilunga.  A sini- 
stra, appena  entrati  nel  Tablinum,  si  penetra  nel  Lararium, 
luogo  consacrato  ai  Lari  domestici,  ed  a destra  in  una  basi- 
lica, della  quale  rimane  ben  conservato  il  piantato  dell’  apside  e 
delle  mura,  vedendovisi  eziandio  alcune  basi  delle  colonne  che 
determinano  la  lunghezza  della  grande  navata.  In  essa  si  ammi- 
nistrava la  giustizia,  e si  crede  che  sia  la  Basilica  Iovis  di  cui 
si  fa  menzione  negli  atti  dei  ss.  martiri  Silvestro  e Lorenzo . 
Dopo  il  Tablinum  segue  il  Peristylium,  da  dove  si  scende,  per 
mezzo  di  una  moderna  scala,  in  due  camere  sotterranee,  forse 
dell’  epoca  di  Augusto,  incorporate  poscia  dai  Flaviani  nelle 
fondamenta  del  loro  palazzo.  Sono  volgarmente  conosciute,  ma 
senza  sufficienti  ragioni,  col  nome  di  bagni  di  Livia,  e si  osser- 
vano alcuni  avanzi  di  pitture  in  arabeschi.  Più  oltre  si  passa  nel 
Triclinium,  appellato  da  Giulio  Capitolino  iovis  cjenatio,  e che 
congiuntamente  al  Peristylium  designa  co’  nomi  di  Sicilia  e 
iovis  c.fiNATio,  ossia  quella  parte  del  palazzo  ove  trovavasi  l’im- 
peratore Pertinace  allorquando  venne  assalito  ed  ucciso  dai  Pre- 
toriani. Dal  lato  destro  del  Triclinium  si  entra  nel  Nymphaeum, 
vedendovisi  l’ insieme  di  una  grande  fontana  isolata  che  lo  deco- 
rava. Al  di  là  del  Triclinium  eravi  un  portico  che,  da  questo 


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Seconda  Giornata. 


102 

lato,  formava  l’ estremità  del  palazzo  Flaviano.Esso  fu  edificato 
sopra  considerevoli  costruzioni  dei  tempi  della  repubblica,  ed 
infatti  al  disotto  delle  sei  colonne  d’ ordine  corintio  appartenenti 
al  medesimo,  e rialzate  al  loro  posto,  si  osserva  una  parte  di  tali 
costruzioni.  Il  palazzo  in  discorso  aveva  un  portico  anche  dalla 
parte  occidentale,  sostenuto  da  colonne  di  pietra  tiburtina  delle 
quali  si  vedono  gli  avanzi  lungo  il  lato  della  Basilica'  Ionie 
ed  anche  più  oltre  verso  il  sud-ovest.  Fra  le  sopraccennate  co- 
lonne corintie  ed  il  ciglio  del  colle  sono  le  fondamenta  di  due 
edifizi  chiamati  la  Bibliotheca  e Y Academia. 

Proseguendo  la  nostra  visita  costeggiando  sempre  il  ciglio  del 
monte  verso  la  parte  occidentale,  e lasciando  a destra  il  luogo 
in  cui  si  suppone  che  fosse  il  tempio  di  Giove  Propugnatore,  si 
giunge  sul  sito  dove  fu  la  capanna  di  Faustolo,  tugurium  Faur 
a tuli , ove  dimorò  Romolo  quando  si  stabilì  sul  Palatino.  In 
prossimità  del  tugurio  di  Faustolo,  conforme  assicura  Solino, 
trovavasi  la  così  detta  scala  di  Caco,  Scalae  Caci , e perciò  viene 
poco  più  oltre  indicata  sul  ciglio  del  colle.  Le  mine  che  seguo- 
no di  fronte  al  sentiero  in  cui  siamo,  consistenti  in  alquante  ca- 
mere a volta,  che  si  estendono  sulla  destra,  appartengono  alla 
casa  di  Tiberio,  Domus  Tiberiana,  ed  il  grandioso  radere  che 
elevasi  isolato  di  faccia  a tali  mine  fece  parte  dell'  edifìzio  desti- 
nato a prendere  gli  augurii,  Auguratorium . Fra  l’ Auguratorio 
ed  il  luogo  di  sopra  accennato,  ove  credesi  che  fosse  il  tempio 
di  Giove  Propugnatore,  sono  le  fondamenta  di  un  edifìzio  a cui 
era  congiunto  un  portico,  e si  suppone  che  tale  edifìzio  potesse 
essere  il  collegio  degli  Auguri. 

Recandosi  ora  al  di  sopra  delle  ruine  della  casa  di  Tiberio,  si 
trova  subito,  a sinistra,  un  piccolo  piazzale  ove  apresi  un  sen- 
tiero che  si  protrae  lungo  il  precipizio  fonnato  dalle  sostruzioni 
del  palazzo  di  Caligola,  e che  domina  il  tempio  di  Vesta,  oggi 
chiesa  di  s. Teodoro.  Questo  sentiero  conduce  sino  all’estremità 
nord-est  del  colle,  ove  si  trovano-  alquante  camere  inerenti  al 
palazzo  di  Caligola,  alcune  delle  quali  conservano  ancora  il  loro 
pavimento  in  musaico,  come  pure  qualche  traccia  degli  affreschi 
che  le  abbellivano.  In  questa  parte  del  colle  aveva  principio  il 
famoso  ponte  costruito  da  quel  magnifico  e capriccioso  impera- 
tore per  congiungere  il  Palatino  col  Campidoglio.  Di  quivi  scen- 
dendo sul  Clivus  Yictoriae  si  ammirano  i sorprendenti  avanzi 
della  Porta  Romana,  poiché  la  Porta  Romana , come  dice  Festo, 
fuit  insti  tuta  a Romulo  infimo  Clivo  Yictoriae , e per  mezzo  di 
tale  clivo,  di  cui  oggi  si  torna  a calcare  l’antico  lastricato,  co- 
municava col  Foro  Romano. 


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Orti  F arnesiani. 


103 


» 

Incontro  alla  Porta  Romana  si  apre  un  sentiero  pel  quale,  co- 
steggiando considerevoli  avanzi  del  palazzo  di  Caligola,  si  giun- 
ge in  quella  parte  del  colle  ove  erano  le  case  di  Clodio  e di  Ci- 
cerone, e quella  occupata  da  Giulio  Cesare  come  pontefice  massi- 
mo; e le  solite  iscrizioni  ne  indicano  la  loro  probabile  situazione. 

Pochi  oggetti  d’arte  sono  stati  finora  ritrovati  nelle  escava- 
zioni  di  cui  abbiamo  trattato,  coi  più  pregevoli  de’ quali  è stato 
formato  un  piccolo  museo  in  un  moderno  casino  quivi  esistente, 
ove  sono  stati  anche  collocati  tutti  gli  altri  oggetti  più  interes- 
santi scoperti  in  questi  scavi,  come  vetri,  monete,  signa,  tegu- 
laria  ecc.,  e vi  si  osserva  pure  una  collezione  di  pezzi  di  marmi 
colorati  ridotti  a pulimento,  come  saggi  delle  diverse  qualità  di 
pietre  adoperate  nella  decorazione  del  palazzo  de’ Cesari. 

Uscendo  dagli  orti  Farnesiani  ed  incamminandosi  per  la  salita 
del  Palatino,  che  rimane  presso  l’arco  di  Tito,  poco  prima  di 
giungere  alla  chiesetta  di  s.  Bonaventura,  ove  si  conserva  il 
corpo  di  s.  Leonardo  da  Porto  Maurizio,  si  costeggia  a destra  la 

VILLA  PALATINA. 

Questa  villa  già  Mattei,  Spada  ecc.  venne  comperata,  nel  1857, 
dalle  monache  della  Visitazione,  ed  avendovi  fondato  il  loro  mo- 
nastero n’è  vietato  l’ ingresso.  In  questa  villa  esistono  le  tre  an- 
tiche camere  sotterranee,  scoperte  nel  1777  dal  Rancoureil,  ap- 
partenenti  al  pianterreno  della  casa  di  Augusto,  sulle  ruine  della 
quale  è fondata  la  villa.  La  forma  e la  conservazione  di  queste 
camere  destavano  1’. ammirazione  di  chiunque  le  visitava.  Il  por- 
ticlietto  di  un  moderno  casino  era  abbellito  di  pitture  eseguite 
da  Giulio  Romano,  coi  disegni  di  Raffaello,  ma  questi  affreschi 
furono  staccati  e portati  altrove. 

Nel  giardino  contiguo  a questa  villa  sono  gli  avanzi  di  un 
cortile  oblungo  che  serviva  di  palestra,  ossia  di  arena  agli  atleti, 
ed  era  circondato  da  un  portico  con  colonne  composite.  Nel 
mezzo,,  dal  lato  orientale,  si  vede  ancora  in  piedi  una  tribuna 
ornata  di  nicchie  per  statue,  ed  ivi  si  dava  lo  spettacolo  de’giuo- 
chi  atletici  nei  giorni  piovosi.  Dietro  lo  stesso  lato,  al  piano  del 
cortile,  è una  gran  sala  la  cui  volta  perfettamente  conservata 
rimane  abbellita  con  cassettoni  in  istucco.  — Tornando  all’arco 
di  Tito,  e seguendo  l’antica  via  Sacra , di  cui  si  calca  tuttora 
il  lastrico  Composto  di  grandi  poligoni  di  lava,  prima  di  giun- 
gere all’anfiteatro  Flavio,  si  trova  una  fonte,  detta  la 


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104  ^ Seconda  Giornata. 

META  SUDANTE. 

In  questo  luogo,  fin  dal  tempo  di  Seneca,  esisteva  già  una 
fonte  che  aveva  lo  stesso  nome,  e sembra  che  rimanesse  presso 
la  casa  di  lui  ; ma  l’attuale  è posteriore  a quell’epoca,  giacché 
venne  costrutta  con  molta  magnificenza  da  Domiziano,  conforme 
sappiamo  da  Càssiodoro.  Quantunque  rovinata,  essa  conserva 
tuttora  la  sua  forma  tale  quale  si  scorge  su  parecchie  medaglie, 
rappresentanti  il  Colosseo,  ossia  la  forma  di  un  cono,  o di  una 
meta  circense,  e siccome  versava  acqua,  ebbe  nome  di  Meta  Su- 
dante. Negli  ultimi  scavi  si  scopersero  le  tracce  dell’antico  ba- 
cino, che  aveva  80  piedi  romani  antichi  di  diametro,  e che  fu 
ristaurato  all’intorno  per  conservarne  la  forma;  ma  sembra, 
dalla  costruzione,  che  detto  bacino  fosse  posteriore  alla  meta. 

In  questo  punto  coincidono  i confini  di  quattro  antiche  re- 
gioni di  Roma,  cioè  della  II,  III,  X e IV,  ed  è a quest’ultima 
che  spetta  la  fonte;  potendo  esser  forse  che  per  simile  circo- 
stanza ad  essa  venisse  data  la  forma  duna  meta,  ossia  di  un  li- 
mite . — Incontro  alla  descritta  fonte , presso  il  Colosseo , si 
scorge  a livello  del  suolo  il  fondamento,  costruito  in  travertini, 
del  piedistallo  del 

COLOSSO  DI  NERONE. 

Conforme  venne  già  accennato,  allorquando  Nerone  edificò 
la  casa  aurea,  fece  fare  da  Zenodoro,  celebre  scultore  del  suo 
tempo,  un  colosso  in  bronzo  alto  39  metri,  rappresentante  il 
proprio  ritratto,  sotto  le  forme  di  Apollo,  o del  Sole.  Fu  esso 
collocato  nel  vestibolo,  e Vespasiano  lo  trasferì  nell’atrio  della 
casa  medesima,  il  quale  trovavasi  appunto  colà  ove  poi  Adriano 
eresse  il  tempio  di  Venere  e Roma,  nella  quale  occasione  l’impe- 
ratore stesso  fecelo  trasportare,  col  mezzo  di  24  elefanti,  in- 
nanzi all’anfiteatro.  A lui  dunque  si  deve  ascrivere  la  costruzione 
del  detto  piedistallo,  che  era  anche  esso  ricoperto  di  bronzo. 
Sotto  il  regno  di  Commodo  fu  mutato  aspetto  al  colosso,  dan- 
dogli la  figura  di  questo  imperatore,  quantunque  dopo  la  morte 
di  lui,  fosse  nuovamente  ridotto  a rappresentare  il  Sole.  Al  prin- 
cipio del  V secolo  esisteva  tuttavia,  ma  poscia  venne  atterrato 
per  servirsi  del  bronzo  in  altri  usi.  — Ivi  presso  è 1’ 

ANFITEATRO  FLAVIO,  O COLOSSEO. 

Flavio  Vespasiano  imperatore,  tornato  dalla  guerra  giudaica, 
fece  erigere  questo  anfiteatro  nell’area  ove  antecedentemente  era 


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105 


Anfiteatro  Flavio,  o Colosseo. 

il  lago  degli  orli  Neropiani,  quasi  nel  centro  dell’antica  Roma. 
Beda,  scrittore  del  secolo  Vili,  fu  il  primo  a dargli  il  nome  di 
Colosseo,  a causa  della  sua  grandezza  gigantesca.  Tito  fecene  la 
dedicazione,  e Domiziano  lo  compì,  secondo  asserisce  l’anonimo 
di  Eccardo.  La  forma  degli  anfiteatri  era  quella  di  due  teatri 
riuniti,  cioè  ellittica,  e furono  inventati  dai  Romani,  che  li  chia- 
marono anfiteatri,  voce  composta  dalle  parole  greche  Aj 
©EÓT09V:  cioè,  luogo  in  cui  tutto  alT intorno  vedesi  lo  spettacolo. 

Tali  edilìzi  essendo  serbati  ai  giuochi  sanguinosi,  la  dedica  di 
quello  di  cui  si  tratta  fu  solennizzata  con  combattimenti  di  gla- 
diatori e cacce  di  belve;  giuochi  che  durarono  cento  giorni,  e 
vi  rimasero  uccise  cinquemila  bestie  feroci,  e parecchie  migliaia 
di  gladiatori.  Vi  si  dettero  anche  combattimenti  navali,  per  la 
facilità  che  si  aveva  d’inondarlo;  quantunque  non  mancassero 
in  Roma  delle  naumachie,  cioè  luoghi  appositamente  fatti  per 
simili  combattimenti.  Dopo  aver  esso  servito  oltre  tre  secoli  agli 
accennati  spettacoli,  e fino  all’anno  523  ai  combattimenti  di 
belve;  dal  secolo  XI  sino  al  .1312  fu  usato  come  fortezza  da  ta- 
lune nobili  famiglie,  ed  in  ispecie  dai  Frangipani  e dagli  Anni- 
baldi; ed  è a quest’epoca  che  voglionsi  attribuire  le  maggiori 
ruine  dell’ edilìzio.  Venne  poi  destinato  di  nuovo  agli  spettacoli, 
dandovisi  nel  1332  un  solenne  tornèo.  Nel  1381,  quella  parte 
ehe  ora  manca,  era  già  caduta,  e fu  mutata  in  ospedale  la  por- 
zione che  ancor  sussiste.  In  seguito  se  ne  estrassero  i materiali  in 
servizio  dei  maggiori  palazzi  di  Roma,  cioè  di  quello  di  Venezia, 
della  Cancelleria,  dei  Farnesi,  e pel  porto  di  Ripetta. 

Dal  principio  del  secolo  attuale  si  prese  molta  cura  della  sua 
conservazione.  Pio  VII  fecevi  parecchie  riparazioni,  fra  le  quali 
l’ampio  e solido  sperone  dal  lato  orientale:  Leone  XII  volle  fos- 
sero proseguiti  tali  risarcimenti,  e fece  costruire  l’altro  sperone 
verso  occidente,  il  quale  è assai  meglio  immaginato  del  primo, 
giacché  non  solo  impedisce  la  ruina  di  questo  lato,  ma  ne  con- 
serva l’architettura:  Gregorio  XVI  fecevi  praticare  molte  co- 
struzioni e riparazioni;  e finalmente  Pio  IX,  andando  sulle  orme 
de’  predecessori  più  splendidi,  appena  salito  al  trono  pontificio 
risolvette,  non  solo  di  far  riparare,  dal  second’ordine  fino  all'ul- 
timo, una  parte  degli  ambulacri  dal  canto  della  via  di  s.  Gio- 
vanni in  Laterano,  ma  ordinò  ancora,  che  venissero  ridotti  al 
primitivo  stato , ricostruendo  i pilastri  e le  volte  non  più  esi- 
stenti. Siffatti  ristaimi,  diretti  dall’erudito  archeologo  ed  archi- 
tetto Luigi  Canina,  oltre  al  permettere  di  salire  agiatamente  e 
con  sicurezza  fino  all’ordine  terzo  dei  portici  per  godere  delfica- 


106  Seconda  Giornata. 

ponente  vista  dell’interno  dell’edifizio , porgono  al  forastiere 
istruito  una  idea  giusta  dell’interna  costruzione  degli  ambulacri, 
conforme  erano  nella  loro  integrità. 

L’anfiteatro  Flavio  ergesi  su  due  scaglioni,  ed  era  all’ esterno 
circondato  da  tre  ordini  di  arcate  erette  le  une  sulle  altre,  e fram- 
mezzate da  mezze  colonne,  sorreggenti  il  loro  cornicione.  Ogni 
ordine  si  componeva  di  ottanta  archi  con  altrettante  mezze  co- 
lonne, e l’ intero  edifizio  terminavasi  con  un  quart’  ordine,  ossia 
attico,  adorno  di  pilastri  e di  finestre.  Il  primo  de’ quattro  ordini 
di  architettura  che  abbelliscono  le  arcate  è dorico,  il  secondo 
ionico,  il  terzo  ed  il  quarto  sono  corintii.  Le  arcate  dell’ ordine 
primo  vanno  contradistinte  con  numeri  romani,  perchè  esse  co- 
stituivano altrettanti  ingressi  che,  per  mezzo  di  scale,  conduce- 
vano ai  portici  superiori  ed  alle  gradinate,  di  guisa  che  ognuno 
poteva  recarsi  senza  disagio  al  luogo  assegnatogli,  e terminati  i 
giuochi,  potevano  "gli  spettatori  uscire  prontamente  e senza  cal- 
ca. Fra  le  arcate  portanti  i numeri  XXXVIII  e XXXIX,  avvi 
uno  de’grandi  ingressi,  corrispondente  al  mezzo  della  larghezza, 
e non  porta  numero,  mancando  anche  di  cornicione,  e solo  la- 
sciando scorgere  qualche  traccia  d’una  decorazione  in  marmo: 
esso  mette  dirittamente  ad  una  sala  ornata  di  stucchi,  di  dove 
gl’imperatori  passavano  recandosi  al  podio.  • 

La  forma  di  questo  vasto  edifizio  è ovale,  ed  ha  527  metri  di 
circonferenza  esterna,  e 50  met.  e 45  c.  di  altezza.  Si  può  asserire 
che  tutto  in  esso  fu  fatto  con  la  semplicità  e solidezza  che  richie- 
devansi  dall’  ampiezza  e dalla  massa  d’ un  sì  magnifico  monu- 
mento, la  cui  immensità  non  può  comprendersi  se  non  osservan- 
dolo dal  primo  e dal  second’ordine  de’ portici.  Negli  anni  1811  e 
1812  furono  demoliti  i muri  coi  quali  erano  stati  chiusi  modera- 
tamente gli  archi  del  prim’  ordine,  e si  scopersero  le  mezze  co- 
lonne ed  i pilastri  che  rimanevano  quasi  a metà  sotterrati:  ven- 
nero sgombrati  tutti  i portici,  tantoché  vi  si  può  passeggiare, 
ammirando  la  maravigliosa  altezza  e l’interno  recinto  di  così  stu- 
pendo edifizio.  Sotto  il  piano  attuale  dell’  arena  furono  scoperti 
dei  muri  paralleli,  alcuni  ellittici  ed  altri  rettilinei,  i quali  soste- 
nevano l’arena  che  era  vacua  al  disotto;  e dalla  loro  costruzione 
si  riconobbe  che  in  parte  spettavano  al  secolo  V dell’era  cristia- 
na. E indubitato  poi  che  l’anfiteatro  fu  danneggiato  dai  terremo- 
ti, e ristorato  da  Lampadio  e Basilio,  prefetti  di  Roma,  nel  437 
e 485.  All’occasione  della  scoperta  dei  muri  suddetti  si  rinvenne 
il  passaggio  sotterraneo  ove  Commodo  fu  assalito  da  alcuni  con- 
giurati, e se  ne  risarcì  qualche  porzione.  Vi  si  trovarono  ancora 


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Anfiteatro  Flavio,  o Colosseo.  107 

parecchi  rocchi  di  colonne  in  marmo,  alquanti  frammenti  di  sta- 
tue e di  bassorilievi,  ed  alcune  iscrizioni,  fra  le  quali  sono  più  in- 
teressanti, quella  di  Lampadio  prefetto  di  Roma,  cherisarcll’are- 
na,  il  podio,  le  porte  di  dietro  e le  gradinate  per  gli  spettatori; 
e l’altra  di  Basilio,  pure  prefetto  di  Roma,  il  quale,  dopo  un  ter- 
remoto, ristorò  nuovamente  l’arena  ed  il  podio. 

L’arena,  o piazza  interna,  aveva  due  ampli  ingressi,  uno  verso 
l’est,  l’altro  verso  l’ovest.  Fu  detta  arena,  a causa  della  sabbia 
di  cui  era  coperto  il  piano  in  servizio  de’combattenti.  Ancb’essa 
è ovale,  ed  ha  92  met.  di  lunghezza  su  58  e mezzo  di  larghezza, 
contandone  241  di  circonferenza,  e rimaneva  attorniata  da  un 
muro  sufficientemente  alto  per  impedire  agli  animali  di  potersi 
slanciare  sugli  spettatori:  in  detto  muro  erano  alquante  porte  e 
parecchie  aperture  chiusè  con  cancelli  di  bronzo,  d’onde  venivano 
introdotte  le  bestie  feroci,  e per  dove  entravano  i gladiatori.  Il 
piano  di  detto  muro  chiamavasi  ^ocfa’o,  ed  ivi  erano  i posti  serbati 
aH’imperatore  e sua  famigliarsi  senatori,  ai  principali  magistrati 
ed  alle  vestali.  Superiormente  al  podio  avevano  origine  le  gra- 
dinate per  gli  altri  spettatori,  alle  quali  davano  adito  alquanti  in- 
gressi, detti  vomitoria  (vomitovi).  Le  gradinate  rimanevan  divi- 
se, da  basso  in  alto,  per  mezzo  di  due  ripiani,  in  tre  scomparti, 
detti  pracinctiones,  o marnano;  il  primo  de’quali  aveva  24  gra- 
dini, il  secondo  16,  ed  il  terzo  10,  oltre  la  galleria.  Questa  es- 
sendo di  legno  rimase  consunta  dal  fuoco  sotto  il  regno,  di  Ma- 
crino,  per  cui  venne  costruita  in  materiale  solido  da  Eliogabalo 
e da  Alessandro  Severo,  e componevasi  di  80  colonne  sorreg- 
genti un  soffitto.  Le  meniana  erano  suddivise  da  piccole  scale 
praticate  nelle  gradinate  stesse,  formandone  la  separazione,  e tali 
parti  erano  dette  cunei.  Nelle  gradinate  potevano  capire  fino  ad 
87  mila  spettatori,  ed  il  terrazzo  superiore  poteva  contenerne  ol- 
tre 20  mila.  AH’esterno  si  osservano,  nella  cornice  dell’  anfitea- 
tro, dei  fori  sotto  i quali  sonovi  delle  mensole  su  cui  posavano  i 
travi  foderati  di  bronzo  che  sostenevano  il  velario,  ossia  quella 
tenda  da  cui  veniva  coperto  l’ anfiteatro,  per  difendere  dal  sole 
gli  spettatori. 

Quasi  tutti  i fori  che  scorgonsi  in  questo  monumento,  come 
pure  in  molti  altri,  furono  fatti  ne’tempi  di  mezzo,  per  toglierne 
•via  i perni  di  ferro  che  collegavano  le  pietre.  A causa  poi  della 
pia  tradizione  che  dice,  come  moltissimi  cristiani  ebbero  a soste- 
nere in  questo  luogo  il  martirio,  essendo  stati  condannati  ad  es- 
ser ivi  preda  delle  fiere,  vi  furono  erette  all’intorno  dell’arena, 
verso  la  metà  dello  scorso  secolo,  quattordici  edicole  o cappel- 


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108 


Seconda  Giornata. 


line,  in  cui  sono  dipinti  i misteri  della  passione  di  desìi,  per  ciò 
vi  ai  suol  fare  la  divota  ceremonia  della  Via  Crucis  nei  dì  festivi, 
e nei  venerdì,  due  ore  avanti  notte.  — Uscendo  dall’ anfiteatro 
dal  lato  in  cui  vedemmo  la  Meta  Sudante,  si  trova  a sinistra  un 
ameno  giardino  pubblico,  e 1’ 

ARCO  DI  C09TA1VTIN0. 

Questo  magnifico  arco  trionfale  fu  eretto  dal  senato  e popo- 
lo romano  a Costantino  in  memoria  delle  vittorie  da  lui  riportate 
su  Massenzio  e Licinio,  conforme  lo  attesta  la  grande  iscrizio- 
ne che  si  legge  nelle  due  facce  dell’arco  stesso.  Il  monumento 
ha  tre  fornici,  ed  è ornato  con  otto  colonne  corintie,  sette  delle 
quali  sono  di  giallo  antico,  ed  una,  in  parte  di  marmo  bianco:  è 
pure  decorato  con  alquanti  bassorilievi  che  non  sono  uguali 
per  merito,  essendovi  stati  impiegati  parecchi  avanzi  di  un  arco 
di  Traiano.  Tanto  dal  soggetto,  quanto  dallo  stile,  si  rileva  che 
le  colonne,  una  parte  del  cornicione,  gli  otto  bassorilievi  qua- 
dri, gli  otto  tondi  nelle  due  facce  principali,  ed  i due  grandi 
bassorilievi  quadri  nei  lati  appartengono  all’arco  di  Traiano, 
mentre  il  rimanente  è lavoro  delTepoca  di  Costantino.  Sette 
delle  statue  di  re  prigionieri  sono  di  paonazzetto,  ed  ancli’esse 
furon  prese  dall’arco  di  Traiano,  mentre  l’ottava,  in  marmo  bian- 
co, è opera  moderna  del  tempo  di  Clemente  XII,  che  fece  ristau- 
rare  il  monumento.. 

Quanto  ai  due  bassorilievi  che  si  scorgono  sotto  il  maggior 
fornice,  sembra  dallo  stile  che  possano  riferirsi  ad  un’epoca  in- 
termedia fra  Traiano  e Costantino.  Nel  prospetto  rivolto  al  Co- 
losseo, il  primo  bassorilievo  a sinistra  di  chi  guarda,  situato  nel- 
l’attico, allude  all’ingresso  di  Traiano  in  Roma;  il  secondo  al  ri- 
stauro  della  via  Appia  da  lui  eseguito;  il  terzo  ad  una  distribu- 
zione di  viveri;  il  quarto  a Partomasiri,  re  d’Armenia,  spogliato 
del  trono  da  Traiano.  I due  bassorilievi  quadrilunghi  dai  lati  del- 
l'arco si  riferiscono  alla  battaglia  data  da  Traiano  a DeCebalo  re 
dei  Duci,  ed  alla  vittoria  su  di  esso  riportata.  I quattro  bassori- 
lievi nella  faccia  dell’attico  dall’opposto  lato,  esprimono:  Tra- 
iano che  proclama  Partomaspate  re  dei  Parti;  la  scoperta  d’una 
congiura  ordita  daDecebalo;  Traiano  in  atto  d’arringare  i suoi 
soldati,  e l’imperatore  stesso  facente  il  lustro,  ed  offerente  il  sa- 
crifizio detto  suovetaurile.  Gli  otto  bassorilievi  tondi,  sui  fornici 
minori,  rappresentano  a vicenda  cacce,  e sacrifizi  offerti  dal  me- 
desimo imperatore  ad  Apollo,  a Marte,  a Silvano  ed  a Diana. 


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de  Co  instai  infili. 


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Chiesa  di  s.  Gregorio.  109 

Si  legge  in  più  libri  che  Lorenzo  de’  Medici,  nipote  di  Cle- 
mente VII,  fece  spiccar  le  teste  de’  re  prigionieri  che  decorano 
l’arco  in  discorso,  e che  mandolle  a Firenze;  ma  non  si  è affatto 
certi  dell'autenticità  di  questa  tradizione,  quantunque  sia  posi- 
tivo che  Clemente  XII  fece  rifar  dette  teste  da  Pietro  Bracci, 
sui  modelli  antichi.  Quest’arco  aveva  eziandio  degli  ornati  in 
porfido  ed  in  bronzo,  e la  parte  superiore  dovette  essere  abbel- 
lita con  un  carro  trionfale  di  Costantino  tirato  da  quattro  cavalli 
in  bronzo.  Nell’attico  apresi  una  camera.  — La  via  che  corre 
sotto  l’arco  descritto  è l’antica  via  Trionfale,  e conduce  alla 

CHIESA  DI  S.  GREGORIO. 

S.  Gregorio  Magno  papa,  dell’antica  e nobil  famiglia  Anicia, 
aveva  in  questo  luogo  la  sua  casa  paterna.  Egli  nel  584,  prima’ 
di  essere  eletto  al  pontificato,  vi  eresse  una  chiesa  in  onore  di 
s.  Andrea  apostolo,  e vi  fondò  un  monistero  pe’  monaci  bene- 
dettini dai  quali  venne  abbandonato  dopo  la  morte  del  santo 
fondatore.  Gregorio  II,  nell’Vm  secolo,  fecevi  edificare  una 
chiesa  in  onore  di  quel  santo  pontefice,  alla  quale  il  card.  Sci- 
pione Borghese,  nel  1633,  fece  il  prospetto  ed  il  portico  qua- 
drangolare, coi  disegni  di  Giambattista  Soria;  e la  stessa  chiesa 
fu  fatta  ricostruire  nel  1734,  con  architettura  di  Francesco  Fer- 
rari, dai  monaci  camaldolesi  ai  quali  era  stata  concessa  fin  dal- 
l’epoca della  sua  fondazione. 

Essa  è a tre  navi  divise  da  16  colonne  antiche,  le  più  di  gra- 
nito, e Placido  Costanzi  dipinse  la  volta.  Il  bel  quadro  nellacap- 
pellain  fondo  della  nave  a destra,  entrando,  viene  attribuito  ad 
Andrea  Sacchi,  ed  esprime  s.  Gregorio  Magno.  L’altare  di  essa 
cappella  è stimatissimo  per  le  sculture  che  l’ornano,  e nella  pre- 
della dell’altare  stesso  vuoisi  osservare  la  bella  pittura  del  Si- 
gnorelli.  Il  quadro  dell’altar  maggiore  è del  Balestra,  veronese. 
Passando  nell’altra  nave,  si  trova  un  ingresso  che  dà  adito  alla 
cappella  di  s.  Gregorio  Magno,  il  quale  si  vede  rappresentato 
nel  quadro  dell’altare,  copia  di  sconosciuto  autore,  sostituita  al 
celebre  originale  di  Annibaie  Caracci,  di  presente  in  Inghilterra. 
L’architettura  di  detta  cappella  è di  Francesco  da  Volterra,  com- 
piuta da  Carlo  Maderno,  ed  il  Ricci  da  Novara  dipinsene  la  cu- 
pola. Tornando  nella  minor  nave,  il  quadro  sul  penultimo  altare, 
rappresentante  Maria  Vergine  ed  alcuni  santi  canlaldolesi,  è una  « 
delle  migliori  opere  di  Pompeo  Battoni. 


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no 


Seconda  Giornata. 


Uscendo  dalla  chiesa  incontrasi  a dritta,  sotto  il  portico,  l’in- 
gresso ad  un  terrazzo,  di  dove  si  ha  una  veduta  al  sommo  pit- 
toresca delle  ruine  del  palazzo  de’  Cesari,  ed  ivi  esistono  tre  an- 
tiche cappelle,  rista urate  per  cura  del  card.  Baronio.  La  prima  è 
dedicata  a s.  Silvia,  madre  di  s. Gregorio  Magno:  la  statua  della 
santa,  posta  sull’altare  fra  due  colonne  di  porfido,  è opera  del 
Cordieri,  scolare  del  Bonarruoti,  e le  pitture  della  volta  sono  di 
Guido  Reni,  eseguite  d’ordine  del  card.  Borghese  nel  1608.  La 
seconda  cappella,  sacra  a s.  Andrea,  ha  sull’altare,  fra  due  co- 
lonne di  verde  antico,  un  quadro  del  cav.  Roncalli,  detto  il  Po- 
marancio, ed  i santi  Pietro  e Paolo,  condotti  di  chiaroscuro  nei 
lati,  sono  di  Guido  Reni.  Sulle  pareti  di  questa  cappella  si  am- 
mirano i due  celebri  affreschi,  eseguiti  in  concorrenza  uno  da 
Domenichino,  l’altro  da  Guido  Reni.  Il  primo  di  essi  artefici 
condusse  quello  rappresentante  la  flagellazione  di  s.  Andrea,  ed 
il  Reni  eseguì  l’altro,  esprimente  il  santo  medesimo  che,  con- 
dotto al  martirio,  adora  la  croce.  Entro  la  terza  cappella,  detta 
di  s.  Barbara,  si  vede  nel  fondo  una  statua  di  s.  Gregorio,  ab- 
bozzata da  Michelangiolo  e compiuta  da  Niccolò  Cordieri:  la  ta- 
vola di  marmo  collocata  nel  ipezzo,  è la  stessa  su  cui  s.  Gre- 
gorio Magno  dava  a mangiare  ogni  giorno  a dodici  poveri  pel- 
legrini. La  descritta  chiesa  rimane  sul  pendìo  del 

MONTE  CELIO. 

Questa  collina,  la  più  lunga  e la  meno  regolare  delle  altre,  ha 
16,000  piedi  romani  antichi  di  circonferenza,  e 43  metri  di  altez- 
za dal  livello  del  mare.  Da  principio  si  chiamò  mone  Querque- 
tulanus,  conforme  abbiamo  da  Tacito,  causa  i boschi  di  querce 
che  la  coprivano:  sotto  Romolo  però,  o sotto  Tarquinio  Prisco, 
non  essendo  in  ciò  d’accordo  gli  autori,  ebbe  il  nome  di  Ccelius, 
da  Cele  Vibenna,  capitano  degli  Etruschi,  il  quale  venne  in  soc- 
corso de’  Romani.  Una  porzione  di  tal  collina,  quasi  disgiunta 
dal  rimanente,  fu  detta  Cceliolus,  o piccolo  Celio.  Tulio  Ostilio 
congiunse  l’intera  collina  alla  città  ponendovi  a stanza  gli  Al- 
bani, dopo  la  distruzione  di  Alba-Longa.  Un  incendio  avvenuto 
sotto  Tiberio  produssevi  gravi  danni,  e le  cure  che  si  diede  que- 
sto imperatore  nel  risarcirli  le  fecero  dare  il  nome  di  monto  Au- 
gusto, secondo  rilevasi  da  Tacito.  Dall’ anno  1080  cessò  il  Celio 
d’essere  abitato,  allorquando  cioè  Roberto  Guiscardo  lo  desolò 
col  ferro  e col  fuoco. 


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Ili 


Chiesa  de'  ss.  Giovanni  e Paolo. 

Ascendendo  la  collina  dal  lato  della  piazza  di  s.  Gregorio,  e 
pigliando  il  cammino  a destra,  si  passa  sotto  taluni  archi  del 
secolo  XIII,  costruiti  a sostegno  della 

CHIESA  DE'  SS.  GIOVANNI  E PAOLO. 

Fu  eretta  nel  IV  secolo  da  s.  Pammachio  monaco,  sopra  la 
casa  de’  ss.  Giovanni  e Paolo  martiri,  e dopo  essere  stata  pos- 
seduta da  diversi  ordini  religiosi,  fu  concessa  da  Clemente  XIV 
ai  pp.  passionisti.  La  chiesa  di  cui  trattasi  fu  ristaurata  più 
volte,  ed  in  ultimo  venne  riedificata  coi  disegni  di  Antonio  Ca- 
nevari, conservando  quanto  oravi  d’interessante  e pregevole, 
come  pure  l’antico  portico  sorretto  da  otto  colonne , sei  delle 
quali  sono  di  granito.  L’interno  è diviso  in  tre  navi  da  16  co- 
lonne parimenti  di  granito;  ed  il  pavimento  rimane  abbellito,  in 
parte,  da  una  specie  di  musaico  in  pietre  dure  di  colori  differenti, 
come  porfido,  serpentino,  ecc.,  lavoro  del  IV  secolo,  di  faticosa 
e difficile  esecuzione,  del  genere  di  quelli  che  gli  antichi  chiama- 
rono opus  alexavdrinum,  perchè  condotto  a perfezione  ai  tempi 
di  Alessandro  Severo,  e se  ne  trovano  esempi  in  quasi  tutte  le 
chiese  antiche.  Sotto  l’altar  maggiore,  in  un’urna  di  porfido,  ri- 
posano i corpi  dei  santi  titolari.  Le  pitture  migliori  esistenti 
in  questa  chiesa,  sono  quelle  che  adornano  la  volta  della  tribuna, 
eseguite  dal  Pomarancio,  ed  il  quadro  del  cav.  Benefiale  nella 
cappella  in  fondo  alla  nave  destra  rappresentante  il  martirio 
di  s.  Saturnino.  Sull’altare  della  cappella  in  fondo  alla  nave  si- 
nistra, osservasi  un  quadro  di  Filippo  Balbi,  nel  quale  figurò 
s.  Paolo  della  Croce,  fondatore  de’  passionisti,  le  cui  venerate 
spoglie  si  conservano  sotto  l’altare  stesso. 

Entrando  nell’orto  congiunto  alla  chiesa,  veggonsi  gli  avanzi 
d’un  edifizio  formato  di  grossi  massi  quadrati  di  travertino,  che 
si  crede  sia  una  parte  del  Vivarium,  cioè  del  serraglio  per  le  fie- 
re destinate  all’anfiteatro,  di  cui  l’edifizio  in  discorso,  composto 
di  due  piani,  dei  quali  l’inferiore  sta  sotterra,  sembra  contempo- 
raneo, a causa  della  sua  costruzione.  Per  le  arcate  di  esso  si  pe- 
netra in  un’antica  cava,  che,  per  la  sua  altezza  e per  l’effetto  che 
produce  al  chiaror  di  fiaccole,  riesce  assai  pittoresca. 

I rimanenti  ruderi  che  si  osservano  nella  piazza  innanzi  alla 
chiesa  fecero  probabilmente  parte  del  vetusto  Macellum  Ma- 
gnani, cioè  del  grande  mercato  di  carni  e di  pesci  che  esisteva 
nella  regione  del  Cebo;  ed  una  tradizione  del  volgo  conservane 
memoria,  appellando  tali  avanzi  la  Pescheria  Vecchia.  — Pi- 
gliando la  via  incontro  alla  chiesa,  si  perviene  tosto  all’ 


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112  Seconda  Giornata. 

ARCO  DI  nOL ABELLA . 

Quest’arco  in  travertino  venne  eretto  l’anno  10  dell’era  vol- 
gare dai  consoli  Publio  Cornelio  Dolabella,  e Caio  Giunio  Si- 
lano, sacerdote  di  Marte  (Flamen  Martialis),  conforme  si  ha  dal- 
l’iscrizione antica  tuttora  esistente  nella  faccia  del  monumento 
rivolta  incontro  all’est.  Il  sacerdozio  tenuto  da  Silano  fa  suppor- 
re che  l’arco  fosse  come  un  ingresso  al  campo  marziale  esistente 
sul  Celio,  ove  si  davano  le  Equina,  sorta  di  giuochi  equestri, 
che  ordinariamente  avevan  luogo  nel  campo  di  Marte,  ma  che 
allorquando  questo  era  allagato  dal  Tevere,  si  solevano  celebrar 
re  nel  campo  marziale,  posto  sul  Celio,  secondo  ciò  che  dice  Ovi- 
dio, in  onor  di  Marte.  Nerone  si  valse  dell’ arco  in  discorso  come 
sostegno  del  suo  acquidotto,  di  cui  s’incontrano  alcuni  avanzi 
lungo  questa  strada,  procedendo  verso  s.  Giovanni  in  Laterano. 

Si  sbocca  quindi  su  d’una  piazza,  chiamata  della  Navicella,  ove 
esiste  la 

CHIESA  DI  S.  MARIA  IN  DOMN1CA. 

Fu  eretta  nel  luogo  in  cui  era  la  casa  di  s. Ciriaca  matrona  ro- 
mana, dalla  quale  prese  il  nome.  Viene  detta  ancora  della  Navi- 
cella per  una  barchetta  in  marmo  da  Leone  X fatta  porre  in- 
nanzi alla  chiesa  in  discorso,  che  per  ordine  del  medesimo  fu 
rinnovata  intieramente  coi  disegni  di  Raffaello . L’interno  di  essa 
va  adorno  di  18  stupende  colonne  di  granito  e due  di  porfido.  Il 
fregio  che  gira  intorno  al  santuario  fu  colorito  a chiaroscuro  da 
Giulio  Romano  e da  Pierin  del  Vaga,  e Lazzaro  Baldi  dipinse  i 
quadri  degli  altari. 

Nello  spazio  ricorrente  fra  questa  chiesa  e quella  di  s.  Stefano 
Rotondo  erano  in  antico  gli  alloggi  de’  soldati  stranieri,  detti 
Castra  Peregrina : la  scoperta  fatta  quivi  di  parecchie  iscrizioni 
allusive  a que’  soldati,  servi  a fame  determinare  il  collocamento. 
Siffatto  vastissimo  quartiere  esisteva  tuttavia  nel  secolo  IV,  im- 
perocché nel  359  ivi  fu  rinchiuso  Cbodonoomar , re  degli  Ale- 
manni, fatto  prigioniere  da  Giuliano  alla  battaglia  di  Argento- 
ratum,  presso  l’attuale  Strasburgo,  ed  il  quale,  come  dice  Am- 
miano  Marcellino,  mori  nel  quartiere  stesso. 

Presso  la  chiesa  della  Navicella  si  trova  la  villa,  già  Mattei, 
ed  ora  chiamata  Caelimontana,  nella  quale  esiste  un  obelisco  di 
granito  egizio,  la  cui  superior  parte  è antica  e coperta  di  gero- 
glifici: quest’obelisco  in  altri  tempi  era  vicino  alla  chiesa  d’ Ara- 
eoe  li,  e venne  donato  dai  frati  minori  al  duca  Ciriaco  Mattei  che 


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Villa  Calimontana. 


113 


lo  eresse  ove  oggi  si  vede.  Sotto  il  portico  del  palazzo  attinente 
alla  villa,  sono  due  grandi  piedistalli  coperti  d’iscrizioni,  e con- 
sacrati dai  militi  della  V.*  coorte  de’  "Vigili  a Caracallae  Massi- 
mino.  Questi  due  piedistalli  furono  scoperti  nel  1821,  fra  il  pa- 
lazzo suddetto  e la  chiesa  della  Navicella,  e tale  scopertane  in- 
duce maggiormente  a credere  che  ivi  appunto  avesse  i suoi  quar- 
tieri quella  coorte.  Procurandosi  degli  abbellimenti  alla  suddetta 
villa,  oltre  i ricordati  piedistalli,  erano  stati  scoperti  anteceden- 
temente un  antico  musaico  ed  una  duplice  erma  in  marmo  colle 
teste  di  Socrate  e di  Seneca. 

Volgendosi  al  cammino  presso  il  cui  imbocco  esiste  un  grande 
masso  di  muro,  s’incontra  subito  a diritta,  una  porta  contrasse- 
gnata col  N.°  7,  ove  dimora  il  custode  della 

CHIESA  IH  S.  STEFANO  ROTONDO. 

Credono  taluni  che  quest’edifizio  fosse  il  tempio  di  Fauno,  al- 
tri lo  credono  di  Bacco  o di  Claudio,  e qualcuno  fecene  perfino 
un  luogo  di  mercato,  ed  un  arsenale.  Allorquando  però  si  co- 
nosce che  venne  fabbricato  intieramente  con  colonne  di  differenti 
ordini  d’architettura  e di  diversi  diametri;  allorquando  si  osserva 
la  croce  sopra  ai  capitelli  di  alcuna  d'esse;  allorquando  si  sa  da 
Anastasio  Bibliotecario,  che  s.  Simplicio  papa  sacrò  la  chiesa 
verso  il  467,  si  è costretti  confessare,  esser  questo  un  edifizio 
cristiano  del  V secolo,  eretto  cogli  avanzi  d’altri  edifizi  più  an- 
tichi; ed  a causa  della  sua  forma  circolare,  viene  detto  s.  Stefano 
Rotondo. 

La  chiesa  di  cui  si  ragiona  aveva  un  doppio  portico,  ma  es- 
sendo quasi  tutta  rovinata,  Niccolò  V,  che  la  ristaurò  nel  1452, 
fece  chiudere  gl’intercolunnii  del  primo  peristilio,  e formò  cosi  il 
muro  di  circonferenza  esterna  ch’oggi  si  vede.  L’interno  di  que- 
sta chiesa  conserva  un’idea  della  magnificenza  degli  antichi  edi- 
fizi di  Roma  pagana,  ed  ha  38met.  e 30  c.  di  diametro.  Essa  è 
sostenuta  da  56  colonne  di  granito  e di  marmo,  nella  maggior 
parte  ioniche,  altre  corintie.  Sulle  pareti  erette  fra  gl’intercolun- 
nii  si  osservano  delle  pitture  del  Pomarancio,  e talune  di  Anto- 
nio Tempesta,  rappresentanti  gli  spaventevoli  tormenti  che  i 
martiri  sostennero  sotto  i giudei,  sotto  gl’imperatori  romani,  ed 
i re  vandali,  mantenendo  la  fede  cristiana.  Queste  pitture  venne- 
ro ristorate,  e le  due  di  esse  le  quali  rendonsi  distinte  per  istile 
diverso,  furono  di  nuovo  condotte  dal  Manno,  pittore  siciliano. 

Tornando  indietro  per  la  percorsa  via  fin  presso  l’arco  di  Do- 


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114 


Seconda  Giornata. 


labella,  prenderete  la  strada  a destra,  al  cui  termine  volgerete 
prima  a diritta,  e poscia,  fatti  pochi  passi,  a sinistra,  vi  trove- 
rete sulla  piazza  della 

CHIESA  DI  S.  CLEMENTE. 

Secondo  l’antica  tradizione,  s. Clemente  I (terzo  pontefice  do- 
po s.  Pietro)  della  famiglia  Flavia,  di  stirpe  imperiale,  aveva  la 
sua  casa  fra  il  Celio  e l’Èsquilino.  Esiste  va  in  questa  casa  un  ora- 
torio che,  dopo  la  morte  del  Santo,  fu  trasformato  in  chiesa  de- 
dicata1 al  nome  di  lui,  conforme  ne  fa  fede  s.  Girolamo  il  quale, 
scrivendo  di  quel  santo  pontefice,  dice,  che:  nominis  ejusmemo- 
riam  usgue  hodie  Roniae  extructa  ecclesia  custodit.  Nel  prin- 
cipio del  V secolo  questa  chiesa  doveva  già  essere  stata  ridotta 
a forma  di  basilica,  poiché  s.  Zosimo  papa,  nel  41T,  la  ricorda 
con  tale  denominazione  nella  sua  lettera  ai  vescovi  affricani,  re- 
lativa al  giudizio  che  egli  vi  tenne  contro  Celestio  pelagiano.  In 
seguito,  nel  449,  s.  Leone  I la  nomina  come  titolo,  nella  lettera 
diretta  a s.  Flaviano  patriarca  di  Costantinopoli,  e se  ne  fa  di 
nuovo  menzione,  fra  i titoli,  nel  Concilio  romano,  tenuto  sotto 
papa  Simmaco,  l’anno  499.  In  questa  basilica  s.  Gregorio  Magno 
pronunziò  le  omelie  XXXIII  e XXXVIII;  ed  il  medesimo  santo, 
nel  IV  libro  dei  dialoghi,  toma  a parlarne,  descrivendo  la  san- 
tità e la  morte  di  s.  Servolo  paralitico,  che  cessò  di  vivere  sotto 
il  portico  esterno  del  santuario.  Abbiamo  da  Anastasio  Bibliote- 
cario, che  il  tetto  della  basilica  di  s. Clemente  fu  ristorato  da  A- 
driano  I;  e che  Leone  III  e Leone  IV  le  fecero  molti  donativi  e 
la  arricchirono  di  sacri  arredi.  Giovanni  VIII  ne  riedificò  il  coro, 
conforme  lo  dimostra  il  monogramma  di  lui,  ripetutamente  scol- 
pito nei  plutei  che  ne  costituiscono  il  recinto. 

Nelle  devastazioni  avvenute  in  Roma  nel  1084  per  opera  di  Ro- 
berto Guiscardo,  la  basilica  di  s.  Clemente  sofferse  immensi  e 
gravissimi  danni.  Laonde,  nel  1108,  fu  essa  per  intero  riedificata 
da  Pasquale  II,  che  ne  aveva  avuto  il  titolo,  e che  vi  fu  eletto 
papa.  Siccome  però  il  suolo  all’  intorno  erasi  dovuto  rialzare 
assai,  anche  a causa  delle  macerie  provenienti  dai  vicini  edifizi 
atterrati  nella  devastazione  di  Guiscardo;  così,  rinnovando  la 
chiesa,  venne  questa  ricostruita  superiormente  all’antica  basilica, 
conforme  si  è potuto  conoscere  a’  nostri  giorni.  In  seguito  di  tale 
riedificazione,  la  chiesa  ebbe  diversi  ristauri  ed  abbellimenti,  in 
ispecie  sul  finire  del  secolo  XIII,  epoca  a cui  appartiene  il  mu- 
saico della  tribuna.  Nel  primo  periodo  del  secolo  XV  fu  decorata 


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Chiesa  di  s.  Clemente. 

di  pitture  e poscia  di  sculture,  opere  che  tuttora  vi  si  osservano. 
Histo  V,  oltre  alcuni  risarcimenti  eseguiti  nell’interno,  vi  fece 
aprire  la  porta  laterale:  in  fine  Clemente  XI,  con  architettura 
di  Carlo  Stefano  .Fontana,  ridusse  l’ interno  nel  modo  che  ora  si 
vede,  conservando  tutto  ciò  che  riguarda  l’antichità,  e,  colla  di- 
rezione dello  stesso  architetto,  ristaurò  l’atrio  nelle  parti  man- 
canti, e riedificò  la  facciata  che  rimane  nell’atrio  stesso. 

La  storia  da  noi  esposta,  per  quello  che  spetta  anche  all’epoca 
anteriore  alla  ricostruzione  di  Pasquale  II,  fu,  in  generale,  fino 
ad  oggi  attribuita  all’attuale  chiesa  di  s. Clemente,  mentre  è 
chiaro  non  poter  riguardare  se  non  la  basilica  primitiva  dedicata 
a quel  santo,  e •scoperta  di  recente  sotto,  al  moderno  sagro  tem- 
pio, di  cui  da  prima  prendiamo  a trattare. 

Quantunque  ora  si  conosca,  che  l'attuale  chiesa  di  s. Clemente 
non  risalisca  ad  un’ epoca  remotissima,  come  in  passato  si  cre- 
deva generalmente,  tuttavia  essa  è sempre  una  delle  più  interes- 
santi di  E orna,  non  solo  pei  preziosi  monumenti  delle  arti  mo- 
derne chè  contiene,  ma  anche  perchè  meglio  di  ogni  altro  antico 
santuario  ci  presenta  le  parti  di  cui  componevansi  le  primitive 
chiese;  parti  analoghe  alle  ceremonie  ed  ai  riti  che  prescriveva 
l’antica  liturgia.  Al  presente  poi  dobbiamo  ritenere  come  cosa 
quasi  indubitata,  che  alcune  delle  sue  parti  appartennero  in  ori- 
gine all’antica  basilica  che  visiteremo  al  disotto. 

L’  ingresso  primitivo  della  chiesa  di  cui  si  parla,  ha  nell’ in- 
nanzi un  portichetto  sostenuto  da  quattro  colonne,  tre  delle  quali 
sono  di  granito  bigio  ed  una  di  cipollino.  Da  questo  ingresso, 
che  viene  aperto  soltanto  ne’  giorni  di  grandi  solennità,  si  passa 
nell’  atrio  circondato  da  un  portico,  da  dove  si  perviene  alla  chie- 
sa. Questo  portico  è sostenuto  da  quattro  pilastri  in  opera  mu- 
raria, e da  sedici  colonne  quasi  tutte  di  granito  bigio,  sulle  quali 
furono  adattati  antichi  capitelli  ionici. 

La  chiesa  di  cui  si  parla  ha  tre  navate,  divise  fra  loro  da  due 
file  di  colonne,  otto  per  ogni  lato,  con  un  pilastro  nel  centro;  il 
tutto  sorreggente  arcate  sopra  cui  si  alzano  le  pareti  laterali.  Tali 
colonne,  provenienti  da  antichi  edifizi,  sono  di  differenti  marmi, 
oltre  di  che,  quattro  di  esse  sono  scanalate,  le  altre  lisce;  e tutte 
con  capitelli  ionici  in  istucco. 

Nella  nave  di  mezzo  si  vede  un  recinto  di  marmo  bianco  aven- 
te, come  si  accennò,  il  monogramma  di  Giovanni  Vili,  simile  a 
quello  che  si.  scorge  nelle  monete  di  quel  pontefice.  Ciò  serve  a 
dimostrare  l’epoca  della  costruzione  di  quest’opera,  la  quale, 
con  i suoi  amboni,  indubitatamente  fu  tolta  dall’  antica  basilica 


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Seconda  Giornata. 


e collocata  nell’  attuale  chiesa,  superiormente  riedificata  da  Pa- 
squale II,  come  si  è detto  di  sopra.  Siffatto  recinto  costituiva 
il  coro  nelle  primitive  chiese,  ed  era  il  luogo  in  cui  prendevano 
posto  i suddiaconi,  i chierici  minori  ed  i cantori.  Ai  lati  del  coro, 
si  elevano  due  pulpiti,  o ambone s,  costruiti  in  marmi  diversi:  da 
quello  a sinistra  dell’  osservatore,  che  è il  più  elevato,  il  diacono 
leggeva  il  vangelo,  proclamava  gli  editti  pontificii,  denunziava 
gli  scomunicati  ecc;  dall’  altro  si  leggeva  l’ epistola  dal  suddia- 
cono. Di  fianco  a questo  secondo  pulpito  è il  leggio  che  serviva  ai 
lettori  per  leggere  al  popolo  le  profezie  e le  sacre  lezioni,  ed  ai 
cantori  per  cantare  il  graduale;  in  fine  presso  l’ ambone  a sini- 
stra elevasi  una  colonnina  spirale,  abbellita  di  musaici,  destinata 
a sostenere  il  cereo  pasquale.  Segue  il  santuario,  che  nei  primi- 
tivi tempi  della  Chiesa  era  affatto  separato  dal  rimanente  del 
tempio,  come  ancora  si  usa  nella  Chiesa  orientale.  Ivi  esiste  l’al- 
tare della  Confessione,  che,  secondo  l'antico  costume,  è rivolto 
ad  oriente.  Esso  è coperto  da  un  tabernacolo  sostenuto  da  quat- 
tro colonne  di  paonazzetto,  al  disopra  delle  quali  si  osservano 
ancora  i ferri  e gli  anelli  delle  cortine  che  originalmente  lo  ve- 
lavano. Quest’altare  racchiude  l’urna  in  cui  si  conservano  le 
sacre  spoglie  del  pontefice  s.  Clemente,  e quelle  di  s. Ignazio 
martire,  vescovo  di  Antiochia. 

Intorno  all’  apside,  o tribuna,  ricorre  l’ antico  sedile  che  costi- 
tuiva la  stazione  de’  preti,  presbyterium,  e nel  centro  elevasi,  su 
tre  gradini,  la  sedia  episcopale  del  titolare,  fatta  eseguire  da 
Anastasio  Giuniore  l’anno  1108,  cioè  all’epoca  della  riedifica- 
zione di  questa  chiesa,  ed  ecco  l’iscrizione  che  vi  si  legge:  ana- 
STASIVS  PRESBITEB  CARDINALIS  ’HVIVS  TITVLI  HOC  OPVS  FECIT 
et  pekfecit.  Al  disopra  del  sopraccennato  sedile  si  osservano 
dipinti  il  Salvatore  e Maria  Vergine  in  mezzo  agli  apostoli,  sepa- 
rati l’ uno  dall’  altro  da  un  albero  di  palma.  Questa  pittura  a fre- 
sco, sebbene  assai  danneggiata  dai  ritocchi  e dall’umidità,  pur 
tuttavia  merita  di  essere  ricordata,  essendo  un’  opera  dell’  antica 
scuola  romana,  eseguita,  secondo  il  Rondinini,  storico  di  questa 
chiesa,  da  Giovenale  da  Celano,  pittore  del  XIV  secolo,  e di  cui 
fa  menzione  il  Lanzi.  La  parete  superiore  dell’  apside  è tutta  ab- 
bellita con  musaici,  fatti  eseguire  nel  1299  dal  card.  Giacomo 
Tomasio  dell’  ordine  de’  minori,  titolare  di  questa  chiesa,  e di  ciò 
fa  fede  un’  epigrafe  che  osservasi  incastrata  nel  pilone  a destra 
del  grand’  arco,  al  disopra  di  un  piccolo  ciborio,  eseguito  per 
ordine  del  cardinale  stesso;  ed  ecco  il  tenore  dell’epigrafe: 


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Chiesa  di  s.  Clemente. 


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EX  ANNIS  DOMINI  PROLAPSIS  MILLE  DVCENTIS 
NON'AQINTA  NOVEM  IACOBVS  COLLEGA  MINORVM 
HVIVS  BASILICAE  TITVLI  PARS  CARDINIS  ALTI 
HAEC  IVSSIT  FIERI  QVO  PLAVSIT  ROMA  NEPOTE 
PAPA  BONIFACIVS  OCTAVVS  ANAGNIA  PROLES. 

Nella  fronte  dunque  dell’apside  sono  rappresentati:  il  Salva- 
tore in  atto  di  benedire;  s.  Pietro  con  s.  Clemente;  s.  Paolo  con 
s. Lorenzo  martire;  i profeti  Isaia  e Geremia;  i simboli  de’ quattro 
evangelisti,  e la  città  di  Betlemme  e di  Gerusalemme,  siinboleg- 
gianti  la  nascita  e la  morte  del  Redentore.  Nella  volta,  ossia  ca- 
tino dell’  apside  stesso,  veggonsi  condotti  in  musaico  differenti 
arabeschi,  con  in  mezzo  il  Crocifisso  fra  Maria  Vergine  e s. Gio- 
vanni. Negli  arabeschi  poi  sono  frammiste  alquante  figurine  di 
santi,  fra  le  quali  si  riconosce  quella  di  s.  Domenico,  eseguita  ai 
tempi  di  Urbano  Vili  che  fece  instaurare  i descritti  musaici. 
Questa  tribuna  ha  uno  stupendo  pavimento  in  opera  alessandri- 
na, che  si  estende  lungo  le  tre  navate,  coperte  dai  biasimevoli 
soflitti  fattivi  fare  da  Clemente  XI;  ed  in  quello  della  navata  di 
mezzo,  scorgesi  s.  Clemente  portato  al  cielo  dagli  angeli,  dipinto 
da  Giuseppe  Chiari.  Gli  affreschi  nelle  pareti  di  questa  navata, 
eseguiti  per  ordine  dello  stesso  pontefice,  si  riferiscono  a s.Cle- 
mente,  alle  sante  Flavia  e Domitilla,  a s.  Ignazio  martire  ed  a 
s.  Servolo. 

Passando  ora  nelle  navi  laterali,  e primieramente  in  quella  a si- 
nistra, la  cappella  in  fondo,  verso  la  tribuna,  ha  un  quadro  di 
Sebastiano  Conca,  rappresentante  laMadonna  del  Rosario.  Nella 
cappella  in  fondo  della  navata  a destra,  si  osserva  una  marmo- 
rea statua  di  s.Gio. Battista,  opera  assai  pregevole  del  primo 
periodo  del  secolo  XV,  e si  crede  di  Simone,  fratello  del  celebre 
Donatello . Presso  l’altare  di  questa  cappella  sono  due  monumenti 
sepolcrali  del  secolo  XV,  ambedue  degni  di  osservazione  pel 
bello  stile  degli  ornati  e delle  altre  sculture;  ma  quello  eretto  al 
Cardinal  Roverella,  che  rimane  più  prossimo  all’  altare,  si  rende 
assai  più  mirabile,  in  ispecie  per  la  squisitezza  della  parte  orna- 
tiva. Delle  due  cappelle  prossime  alla  porta  principale  della  chie- 
sa, quella  sacra  a 8. Domenico  ha  tre  quadri  del  pittore  scozzese, 
Ignazio  Stugford:  di  questi  dipinti,  quello  collocato  sull’altare 
rappresenta  il  santo  titolare  della  cappella,  gli  altri  due  offronci 
due  miracoli  operati  dal  santo  stesso. 

L’ altra  cappella  deve  riguardarsi  come  una  delle  più  interes- 
santi che  sieno  in  Roma  per  la  storia  della  pittura.  Fu  questa 


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118  Seconda  Giornata. 

per  intero  dipinta  da  Maso  da  s.  Giovanni  nel  Fiorentino.  Maso, 
che  fiorì  nella  prima  metà  del  secolo  XV,  fu  uno  de’ primi  risto- 
ratori della  pittura,  e dalla  sua  maniera  di  vivere,  come  suol 
dirsi  a caso,  essendo  tutto  immerso  nei  pensieri  dell’arte,  fu  so- 
prannomato  Masaccio.  L’affresco  che  egli  eseguì  nella  parete 
principale  di  questa  cappella,  rappresenta  Cristo  crocefisso  fra 
i due  ladroni,  pittura  arricchita  con  gran  moltitudine  di  figure. 
Nelle  pareti  laterali  ritrasse  alquante  storie  della  vita  di  s. Cate- 
rina, espresse  secondo  le  leggende  di  quel  tempo.  Nella  volta 
Spinse  gli  evangelisti  coi  quattro  principali  dottori  della  chiesa 
latina,  e nel  sottarco  della  cappella  colorì  dodici  mezze  figure 
rappresentanti  gli  apostoli.  Il  merito  di  una  gran  porzione  di 
queste  pitture  andò  in  gran  parte  perduto  pei  replicati  ritocchi; 
ma  alquante  figure  della  volta  ed  alcune  parti  dei  dipinti  delle 
pareti,  che  non  furono  alterate  dai  ristauri,  danno  prova  evidente 
della  somma  abilità  di  Masaccio.  Le  pitture  di  questa  cappella 
furono  incise  da  Carlo  Labruzzi  e pubblicate  da  Giovanni  Del- 
l' Armi  nel  1809. 

La  descritta  chiesa  è officiata  dai  pp.  domenicani  irlandesi,  che 
vi  hanno  il  loro  convento.  Nel  1857,  dovendosi  eseguire  de’ ri- 
stauri nel  convento,  e quindi  facendo  delle  escavazioni  presso  la 
sacrestia,  venne  scoperto  un  muro  con  qualche  avanzo  di  anti- 
chissime pitture.  Fatte  pertanto  ulteriori  ricerche  dal  dotto  e ze- 
lante priore,  il  R.  P.  Giuseppe  Mullooly,  si  conobbe  che  ivi  esi- 
steva una  navata  di  un  grandioso  edifizio,  e non  errò  il  R.  P. 
Priore  opinando,  che  potesse  appartenere  alla  primitiva  chiesa 
eretta  in  onore  del  pontefice  s.  Clemente,  della  quale  si  fece  già 
menzione.  In  fatti  col  progresso  dei  lavori  si  verificò  la  realtà  di 
quanto  aveva  saviamente  opinato  il  sullodato  Priore,  ed  in  pari 
tempo  si  conobbe  che  la  vetusta  basilica  era  stata  fondata  sopra 
solidissime  costruzioni  di  epoche  diverse  dell’antica  Roma!  A 
questa  interessantissima  scoperta  per  la  storia,  per  le  arti,  e per 
la  sacra  liturgìa,  non  mancò  prender  parte  la  Commissione  di 
archeologìa  sacra,  ordinando  che  gli  opportuni  lavori  fossero 
eseguiti  sotto  la  direzione  dell’architetto  Francesco  Fontana, 
membro  della  stessa  Commissione. 

Il  sacro  edifizio  si  trovò  affatto  colmo  di  terra  e di  macerie,  e 
sopra  tale  ammasso  posava  il  pavimento  della  soprastante  chiesa 
con  quanto  esiste  nella  navata  grande.  È dunque  evidente  che 
ingenti  spese  si  richiedevano  per  lo  sgombro  dell’edifizio,  e per 
le  sostruzioni  a sostegno  della  chiesa  superiore.  E grazie  alla 
munificenza  di  Papa  Pio  IX,  come  pure  alle  generose  oblazioni 


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Chiesa  di  s.  Clemente. 


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degli  eruditi  visitatori,  ed  alle  premure  del  zelante  ed  instanca- 
bile R.  P.  Mullooly,  l’antichissimo  santuario  è stato  reso  intiera- 
mente praticabile,  osservandovisi  una  interessante  serie  di  affre- 
schi, che  rimontano,  almeno,  dall’ Vili  al  X secolo,  e forse  an- 
che al  XI  (1). 

Presso  la  sacristia  è la  scala  che  conduce  nella  sotteranea  ba- 
silica, e mette  precisamente  nel  Narthex,  ossia  in  quella  specie 
di  vestibolo  che  precede  le  navate,  nel  quale,  conforme  pratica- 
vasi  nei  primi  secoli  del  cristianesimo,  i catecumeni  assistevano 
a’divini  uffici  ed  alle  sacre  ceremonie  (2). 

narthex.  — Esso  in  origine  era  diviso  dal  corpo  della  basi- 
lica per  mezzo  di  alcune  colonne  isolate,  ma  in  seguito,  allo  scopo 
di  rassodare  l'edifizio,  furono  collegate  insieme  con  un  saldo 
muro,  che  in  oggi  vedesi  decorato  di  due  belli  affreschi,  uno  per 
lato  all'ingresso  della  navata  grande,  ambedue  votivi  e ben  con- 
servati. Quello  a sinistra  rappresenta  la  traslazione  del  corpo  di 
s.  Clemente  dalla  basilica  Vaticana  a questa  chiesa.  La  solenne 
traslazione  ebbe  luogo  sotto  Nicolò  I,  che  resse  la  cattedra  di 
s.  Pietro  dall’anno  858  all'8(57;  e quel  santo  pontefice  non  solo  si 
distingue  fra’ vescovi  ed  altre  dignità  ecclesiastiche  che  seguono 
il  feretro,  ma  vedesi  eziandio  rappresentato  sull’altare  in  atto  di 
salutare  il  popolo  con  queste  parole:  pax  Domini sit semper  ro- 
biscum.  Il  descritto  dipinto  può  giudicarsi  lavoro  del  X secolo, 
ed  il  nome  della  divota  donna  che  lo  fece  eseguire,  ci  viene  ricor- 
dato dalla  sottostante  iscrizione,  che, “in  linguaggio  della  vera 
fede,  dice:  eoo  maria  macelleria  p timore  dei  et  remedio 
anime  mee  lec.  p.o.r.f.c. 

Anche  l’altro  affresco  appartiene  all’epoca  suindicata.  Esso  è 
diviso  in  due  compartimenti  da  elegante  fregio  in  arabeschi,  e 
si  deve  alla  pietà  di  certo  Beno  di  Rapiza,  come  appunto  risulta 
dalla  iscrizione  che  vi  si  legge,  della  quale  ecco  il  tenore:  in  no- 
mine DNI  EGO  BENO  DE  RAPIZA  P AMORE  BEATI  CLEMENTIS  ET 
REDEMPTIONE  ANIME  MEE  PINGERE  FECIT  (sic).  Il  COmp&rtimentO 
principale  ha  per  soggetto  mi  miracolo^alla  tomba  di  s.  Cle- 
mente conforme  è narrato  nella  leggenda  del  santo  pontefice. 

Alcun  tempo  dopo  la  morte  di  s.  Clemente,  gettato  nel  mare 


(1)  Di  queste  antiche  pitture  a fresco  se  ne  trovano  accurate  fotografie,  e si  pos- 
sono acquistare  in  s.  Clemente  e nel  negozio  Spithòver,  in  piazza  di  Spagna. 

(2)  Il  santuario  di  cui  trattasi  si  può  vedere  illuminato,  in  alcune  ore  prima  del- 
VAve  Maria,  il  secondo  lunedi  di  quaresima  ed  i giorni  in  cui  si  celebra  la  fasta 
di  s.  Clemente  e di  s.  Ignazio  martire,  (23  Nov.  e 1 Feb.).  Anche  negli  altri  giorni 
si  può  visitare,  dirigendosi  a tale  effetto  al  sagrestano  della  chiesa. 


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Seconda  Giornata. 


con  un’ancora  al  collo,  le  acque  si  ritirarono  da  quel  luogo,  la- 
sciando scoperto  per  alcun  tempo  un  tempietto  di  marmo,  nel 
quale  i cristiani  trovarono  il  corpo  del  Santo.  Siffatto  prodigio 
si  rinnovò  per  più  secoli  nel  di  anniversario  del  martirio  di  s. Cle- 
mente, quindi  il  vescovo  del  Chersoneso  veniva  a celebrarvi  la 
messa.  Perciò  nel  centro  del  marmoreo  tempietto  elevasi  l’urna 
sepolcrale  preparata  a guisa  di  altare,  e da  un  lato  del  dipinto 
scorgesi  il  vescovo  che  viene  processionalmente  alla  testa  del 
suo  clero,  uscendo  dalla  porta  di  una  città  sulla  quale  leggesi 
Cersona.  Un  giorno  dunque  che  aveva  luogo  tale  ricorrenza, 
una  divota  vedova  seguiva  la  processione  sino  alla  tomba  del- 
l’illustre martire,  portando  seco,  sulle  braccia,  un  suo  figliuoletto. 
Terminata  la  sacra  ceremonia  se  ne  partiva,  ed  essendo  ancora 
assorta  nel  fervore  della  preghiera  obliò  l’amato  fanciullo;  in- 
tanto le  acque  tornano  al  posto,  e l’infelice  madre  perde  ogni 
speranza  di  più  rivedere  l’unico  suo  conforto.  Nel  seguente  an- 
niversario tornava  sul  luogo  della  tomba,  lusingandosi  di  potere 
almeno  raccogliere  qualche  avanzo  dell’amato  fanciullo;  ma  in- 
vece, con  inesplicabile  sorpresa,  lo  scorge  presso  il  sepolcro  del 
Santo  come  se  allora  si  destasse  da  dolce  sonno;  perciò  si  osser- 
va a piè  dell’urna  la  riconsolata  madre  nel  momento  che  rialza 
fra  le  braccia  il  caro  figliuoletto.  Onde  poi  simboleggiare  il  mare 
vennero  dipinti  d’intorno  al  tempietto  alquanti  pesci  di  diverse 
specie,  osservando  visi,  da  un  lato,  l’ istrumento  del  martirio  di 
s.  Clemente.  Il  compartimento  inferiore  di  questo  affresco,  ha  nel 
mezzo  un  grande  medaglione  coll’effigie  di  s.  Clemente , e nei 
lati  figurano  Beno  de  Rapiza  con  Maria  sua  moglie,  e i due  loro 
figliuoli,  Clemente  ed  Altilia. 

Sul  muro  incontro  scorgesi,  fra  due  colonne,  un  altro  affre- 
sco, non  meno  pregevole  de’precedenti.  La  figura  del  Salvatore, 
che  occupa  il  centro  del  dipinto,  ha  nella  sinistra  un  libro,  e colla 
destra  benedice,  secondo  il  rito  greco,  esempio  unico  fra  tutte 
le  pitture  di  tal  genere  esistenti  in  Roma.  Ai  lati  del  Salvatore 
sono  gli  arcangeli  Michele  e Gabriele,  che  gli  presentano  due 
sacerdoti,  uno  de’quali  sostiene  un  libro,  l’altro  un  calice:  presso 
questi  figurano,  uno  per  lato,  s.  Clemente  e s.  Andrea  coi  loro  no- 
mi scritti  in  linea  verticale,  mentre  gli  arcangeli  lo  hanno  al  di- 
sopra. Sulla  stessa  parete,  dopo  i due  pilastri  in  muro  che  sono 
a sinistra,  v’è  dipinta  la  testa  di  un  santo,  che  credesi  opera  del 
V secolo,  e quasi  incontro  vedesi  un’altra  testa  di  epoca  più  re- 
mota. Tutti  i marmorei  frammenti  raccolti  in  questo  luogo,  tanto 
scritti,  quanto  scolpiti,  come  pure  i diversi  sarcofaghi  che  vi  si 
osservano,  furono  trovati  fra  le  macerie  che  riempivano  l’edifizio. 


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Chiesa  di  r.  Clemente.  121 

navate  della  basilica.  — Tre  navate  divise  da  16  colonne 
di  differenti  marmi,  distribuite  in  due  file,  costituiscono  il  corpo 
della  basilica.  Alcune  di  queste  colonne  si  trovarono  murate  in 
forma  di  grandi  pilastri  quadrilunghi,  e fra  quelle  non  murate, 
ora  però  incastrate  ne’nuovi  muri  di  sostruzione,  ve  ne  sono  due 
pregiatissime,  una  di  breccia  corallina,  l’altra  di  bellissimo  verde 
antico,  ambedue  nella  piccola  navata  a destra.  La  navata  di  mez- 
zo fu  edificata  di  straordinaria  larghezza,  dimodoché  ad  onta  che 
sia  andata  soggetta  ad  una  restrizione  a causa  dell’antico  muro 
inalzatovi  nel  destro  lato,  e ad  onta  che  in  oggi  rimanga  pure 
in  certo  modo  sezionata  dai  16  pilastri  costruiti  a sostegno  della 
navata  grande  della  basilica  superiore,  nulladimeno  apparisce 
tuttora  considerevolmente  spaziosa  (1).  In  fondo  a questa  navata 
si  scende  al  nuovo  apside  sostenuto  da  quattro  colonnine  di  gra- 
nito, e innanzi  ad  esso  è stato  eretto  un  altare,  coperto  da  una 
specie  di  calotta  in  marmo  bianco,  sorretta  da  quattro  colonne 
di  bellissima  breccia  di  Seravezza.  Quivi,  penetrando  dietro  l’ar- 
pside,  si  trovano  alcuni  ambienti  di  antichissima  costruzione, 
ne’quali  furono  scoperte  delle  tracce  di  lavori  in  istucco,  ed  una 
iscrizione  col  nome  di  Rufino. 

Premesso  questo  breve  cenno  architettonico  sulle  tre  navate 
costituenti  il  corpo  della  basilica,  faremo  parola  deg-li  affreschi 
che  tuttora  vi  si  osservano,  piccolo  avanzo  di  quelli  che  in  gran 
copia  la  decoravano.  Due  di  tali  affreschi  veggonsi  sul  muro 
ov’è  l’ingresso  della  navata  grande.  Uno  di  essi  rappresenta  l’as- 
sunzione di  Maria  Vergine,  vedendo  visi  gli  apostoli  al  disotto  in 
movenze  di  sorpresa  e di  ammirazione.  A destra  del  dipinto  è s. 
Vito,  a sinistra  s.  Leone  IV,  papa,  avente  il  nimbo  quadrato  di 
colore  azzurro,  indizio  che  il  santo  pontefice  era  ancora  vivente 
all’epoca,  in  cui  l'affresco  venne  eseguito;  cosicché  è questa  una 
opera  che  rimonta  alla  metà  del  IX  secolo.  L’altro  affresco  ha 
per  soggetto  Gesù  in  croce  deplorato  dalla  desolata  madre  e da 
s. Giovanni  Evangelista.  Nell’angolo  dell’aderente  muro  sono  tre 
piccoli  affreschi  di  più  antica  data  de’  due  precedenti,  e rappre- 
sentano: le  Marie  al  sepolcro  del  Redentore,  dopo  risorto;  Cristo 
che  trae  Adamo  ed  Èva  dal  limbo,  e le  nozze  di  Cana.  Sulla  fac- 
cia poi  della  grossezza  di  questo  muro,  v’  è dipinto  s.  Prospero, 
il  quale  scrisse  energicamente  contro  l’eresia  pelagiana,  condan- 


(1)  Al  disopra  di  questa  navata  ne  corrispondono  due  della  chiesa  superiore,  ciò* 
la  navata  grande  e quella  minore  a destra;  e le  colonne  da  cui  sono  divise  posano  sul- 
l'antico muro  sopraindicato,  costruito  evidentemente  all’uopo. 

6 


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122 


Seconda ' Giornata. 


nata  in  questa  chiesa,  nel  417,  da  s.  Zosimo  papa.  Questa  figura 
mancante  della  parte  inferiore,  ha  il  nome  scritto  al  disopra. 

Inoltrandosi  verso  la  tribuna,  si  trova,  a sinistra,  uno  degli 
accennati  pilastri  quadrilunghi,  sulla  cui  faccia  principale  veg- 
gonsi  due  affreschi,  forse  eseguiti  poco  prima  che  la  basilica  ca- 
desse in  rovina.  Quello  sull’alto,  mancante  di  tutta  la  parte  su- 
periore, rappresenta  il  Salvatore  assiso  in  trono,  avente  ai  lati 
gli  arcangeli  Michele  e Gabriele,  presso  de’quali  sono  s. Clemente 
e s.  Nicola,  tutti  col  nome  scritto  al  disotto.  L’altro  affresco,  be- 
nissimo conservato,  anche  nel  colorito,  si  riferisce  a s.  Alessio, 
che,  nel  giorno  delle  sue  nozze,  abbandonati  i genitori  e la  spo- 
sa per  darsi  a vita  di  penitenza,  dopo  lungo  tempo  torna  scono- 
sciuto presso  loro  sotto  vesti  di  povero  pellegrino.  Infatti  osser- 
vasi primieramente  rappresentato  nel  dipinto,  in  atto  di  chiedere 
ospitalità  al  nobile  suo  padre,  il  senatore  Eufemiano,  il  quale 
l’accoglie  nel  proprio  palazzo  sull’ A ventino.  Poscia  vi  si  scorge 
allorché,  essendo  moribondo,  riceve  l’apostolica  benedizione  da 
Bonifazio  I;  in  fine  v’è  rappresentato  allorquando,  dopo  morto, 
viene  riconosciuto  dai  genitori  e dalla  derelitta  sposa  che  amo- 
revolmente lo  abbraccia.  Sull’intonaco  poi  del  lato  sinistro  di 
questo  pilastro,  v’è  colorito* s. Biagio  che  risana  un  fanciullo, 
estraendogli  una  spina  dalla  gola;  ed  il  lupo  dipintovi  sotto,  che 
addenta  un  cinghiale,  allude  ad  un  fatto  della  giovinezza  del 
santo;  ma  questi  dipinti  sono  appena  visibili  a causa  della  pros- 
simità del  nuovo  muro  di  sostruzione. 

Anche  il  pilastro  che  segue  è decorato  di  affreschi.  Quello  sul- 
l’alto della  faccia  principale,  di  cui  non  rimane  che  la  parte  in- 
feriore, rappresenta  s.Pietro  che  colloca  s. Clemente  sulla  catte- 
dra pontificale,  vedendovisi  eziandio  s.  Lino  e s.  Cleto,  come  pure 
due  sacerdoti  con  indosso  le  sacre  vesti,  e due  soldati  romani  in 
costume  del  tempo:  ciascun  santo  ha  il  proprio  nome  scritto 
sotto.  L’affresco  di  mezzo,  totalmente  integro,  ha  per  soggetto 
il  pontefice  s.  Clemente  che  celebra  la  messa.  Da  un  lato  sono  i 
ministri  dell’altare  e due  vescovi;  dall’altro  canto  scorgesi  il  pa- 
gano Sisinio,  il  quale,  colpito  da  istantanea  cecità  per  avere  po- 
sto in  ridicolo  i santi  misteri  ed  i venerabili  ministri  di  Dio,  vie- 
ne accompagnato  da  due  giovanetti  per  uscire  dal  sacro  tempio. 
Dal  canto  opposto  sono  rappresentati,  in  piccole  dimensioni,  i di- 
voti che  fecero  eseguire  il  dipinto,  i cui  nomi  vengono  ricordati 
nella  sottostante  iscrizione,  la  quale  dice:  ego  beno  de  rapiza 

cf  MARIA  VXOR  MEA  P AMORE  DÌ  ET  BEATI  CLEMENTIS  P.  G.  R.  F.  C. 

Dopo  un  elegante  fregio  segue  il  terzo  affresco,  rozzamente  ese- 


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Chiesa  di  s.  Clemente. 


123 

guito,  e sembra  allusivo  all’erezione  della  basilica.  Sul  lato  sini- 
stro di  questo  pilastro  è colorito  Daniele  nella  caverna  de’ leoni; 
ma  anche  questo  è poco  visibile  come  il  s.  Biagio  nel  pilastro 
precedente.  Quivi  si  riconosce,  meglio  che  in  altra  parte,  la  co- 
struzione dell’antico  pavimento  della  basilica. 

A lato  di  questo  pilastro  si  passa  nella  navata  a sinistra,  ove, 
sulla  prossima  parete  in  fondo,  veggonsi  molte  tracce  delle  pit- 
ture che  la  decoravano,  fra  le  quali  doveva  esservi  la  crocefis- 
sione  di  s.  Pietro,  osservaudovisi  due  piedi  rivolti  in  su,  confitti 
sopra  un  avanzo  di  croce.  Quivi  presso,  sulla  parete  a sinistra, 
si  osservano  alcuni  avanzi  di  pitture  relative  a s. Cirillo;  e sull’alto 
della  parete  ov’  è l’ ingresso  per  cui  da  questa  nave  si  entra  nel 
Narthex.  sono  rappresentati  alcuni  tratti  della  vita  di  s. Liberti- 
no. Quest’ ultimi  dipinti,  probabilmente  dell’ Vili  secolo,  sono 
assai  danneggiati. 

Rientriamo  ora  nel  Narthex,  ed  a piè  della  scala  donde  siamo 
discesi,  troveremo  l’ingresso  dell’altra  piccola  navata.  Inoltran- 
dosi in  essa  s’incontra,  a destra,  una  nicchia  adorna  di  affreschi 
del  VII,  o dell’Vm  secolo.  Nel  fondo  v’è  dipinta  Maria  Vergine 
col  Bambino,  e nell’archivolto  l’effigie  del  Salvatore.  Nei  lati  ri- 
mangono le  sole  teste  di  s. Eufemia,  e di  s. Caterina;  al  disotto  è 
il  sacrifizio  di  Abramo.  Subito  dopo  questa  nicchia  si  vede,  in 
alto,  ungruppo  di  teste,  ed  un  altro  gruppo,  meglio  conservato, 
rimane  dopo  la  piccola  finestra.  Tutte  queste  teste  (sono  51)  ap- 
partennero evidentemente  ad  un  grande  affresco  che  decorava 
questa  parete.  Più  oltre,  dopo  ascesi  due  antichi  gradini,  osser- 
vasi una  grande  figura  del  Salvatore,  rozzamente  eseguita  e man- 
cante della  testa.  Il  Salvatore  è in  atto  di  benedire  colla  destra, 
ed  ha  due  libri  nella  sinistra.  In  fondo  a questa  navata  si  scende 
a vedere  le  antichissime  costruzioni  già  da  noi  accennate,  ove 
sono  diverse  camere  ed  un  angusto  passaggio  rettilineo,  che, 
traversando  tutta  la  basilica,  conduce  fin  sotto  l’altra  piccola  na- 
vata, di  dove  si  ascende  nuovamente  nella  chiesa  superiore. 

La  grande  strada  che  corre  innanzi  alla  descritta  chiesa  con- 
duce diritto  dal  Colosseo  al  Laterano,  e lungo  la  medesima,  ver- 
so il  fine,  s’incontra  sulla  destra  un  grazioso  casino,  il  cui  pro- 
spetto viene  elegantemente  abbellito  da  svariati  ornamenti  in 
terra  cotta,  riprodotti  da  antiche  opere  in  isculturaed  in  intaglio. 
Questo  casino  fu  edificato  nel  1846  dal  march.  Pietro  Campana, 

Ma  se  usciti  dalla  chiesa  di  s.  Clemente,  v’  incamminerete  per 
la  strada  che  apresi  quasi  incontro,  troverete,  a sinistra,  una 
breve  salita  che  conduce  subito  alla  chiesa  de’santi  Quattro  Co- 

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124  Seconda  Giornata. 

ronati,  eretta  da  Pasquale  II,  ove  si  osservano  otto  colonne  in 
granito  di  mezzana  grandezza,  ed  otto  ancor  minori  collocate 
nella  parte  superiore;  e nel  coro  si  veggono  alcuni  dipinti  di 
Giovanni  da  s.  Giovanni.  — Seguendo  la  strada  di  fronte  alla 
suddetta  chiesa  vi  troverete  egualmente  al  luterano. 


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125 

ITINERARIO 

DI  ROMA 


TERZA  GIORNATA 

DAL  LATERANO  AL  QUIRINALE. 


PIAZZA  DI  S.  GIOVANNI  IN  DATERANO. 

Il  nome  di  Laterano  che  ha  questa  regione  di  Roma  viene  da 
Plauzio  Laterano  che  quivi  ebbe  il  suo  palazzo.  Nel  mezzo  di 
quest’ampia  piazza  si  ammira  il  maggiore  degli  obelischi  di  Ro- 
ma, il  quale  era  stato  eretto  in  Tebe  da  Theutmosi  II,  re  di  Egit- 
to, conforme  rilevasi  dalle  cartelle  che  vi  si  leggono.  Costantino 
il  Grande,  stando  ad  Ammiano  Marcellino,  trasportollo  pel  Nilo 
fino  ad  Alessandria,  volendolo  condurre  a Roma;  ma  la  morte 
troncò  il  suo  disegno,  per  cui  Costantino  suo  figlio  compivalo, 
e pervenuto  che  fu  in  Roma,  fecelo  erigere  nel  circo  Massimo. 
Dopo  la  rovina  di  questo,  rimase  coperto  da  circa  8 metri  di  ter- 
ra e di  macerie,  fino  a che  Sisto  V fecelo  disotterrare,  ed  aven- 
dolo trovato  rotto  in  tre  pezzi,  ordinò  si  ristaurasse  e venisse 
eretto  sulla  piazza  di  cui  trattiamo,  colla  direzione  di  Domenico 
Fontana.  Esso  è di  granito  rosso,  coperto  di  geroglifici,  e la  sua 
altezza,  non  compresi  la  base  ed  il  piedistallo,  ascende  a met.  31 
e 77  centimetri. 

Da  un  lato  di  questa  piazza,  sono  due  vasti  ospedali  per  le 
donne  prese  da  febbre,  in  uno  de’ quali  il  pontefice  Pio  IX,  nel 
1865,  fondò  una  clinica  per  le  donne  partorienti.  Questa  piazza 
rimane  particolarmente  decorata  dall’insigne  basilica  Lateranense 
e dal  palazzo  dello  stesso  nomo,  il  quale,  essendo  rimasto  con- 
sunto da  un  incendio,  fu  riedificato  da  Sisto  V,  coi  disegni  del 
ricordato  Fontana,  ed  in  seguito,  dopo  diverse  vicende,  ebbe  un 
considerevole  ristauro  por  ordine  di  Gregorio  XVI. 

Questo  vastissimo  palazzo,  che  fu  la  prima  residenza  de’papi, 
oggi  va  superbo  di  accogliere  nel  suo  seno,  non  solo  una  con- 


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126  Terza  Giornata. 

siderevole  e preziosa  raccolta  di  antiche  iscrizioni  cristiane,  ma 
anche  gran  copia  di  oggetti  assai  pregevoli  per  l’antichità  e per 
le  arti;  talché  vi  si  osservano  due  importanti  musei,  uno  cristia- 
no, l’altro  profano,  come  ancora  una  galleria  di  belle  opere  in 
pittura  ecc.Di  quanto  abbiamo  accennato,  visiteremo  primiera- 
mente il 

MI  SEO  PROFANO  (1). 

Il  museo  del  quale  imprendiamo  a parlare  fu  fondato  per  volere 
del  surricordato  pontefice  Gregorio  XVI,  il  quale  ordinò  che  in 
questo  palazzo  si  formasse  una  copiosa  raccolta  di  oggetti  di 
belle  arti,  e specialmente  di  antiche  sculture.  Salito  poi  al  seg- 
gio apostolico  il  sommo  pontefice  Pio  IX,  non  solo  volse  egli 
ogni  sua  cura  a rendere  sempre  più  interessante  e ricco  questo 
museo,  ma  volle  porre  eziandio  le  fondamenta  del  museo  cri- 
stiano, che  visiteremo  in  seguito. 

prima  sala.  — Il  pavimento  di  essa  va  adorno  di  un  musaico 
antico,  in  cui  si  vedono  rappresentati  tre  pugillatori:  esso  mu- 
saico peraltro  non  è che  la  minima  parte  di  una  grand’  opera  di 
tale  sorta,  che  avremo  agio  di  osservare  ascendendo  al  piano  su- 
periore. 

I marmi  di  maggior  pregio  i quali  decorano  questa  sala,  sono 
senza  dubbio  i bassorilievi:  perciò  appunto  entreremo  a discor- 
rere brevemente  di  quelli  che  fra  essi  riescono  più  interessanti. 

Volgendosi  dunque  dalla  parete  ove  è l’ingresso  nella  sala, 
si  osserva  uno  stupendo  bassorilievo,  in  cui  si  riconosce  Giasone 
e Medea,  al  quale  soggetto  alludono  precisamente  l’albero,  ed  il 
drago  che  vi  si  scorge  fra  i rami.  Il  bassorilievo  che  segue,  in- 
castrato nella  successiva  parete,  presenta  due  pugillatori,  comu- 
nemente conosciuti  co’ nomi  di  Darete  e di  Entello:  questo  mar- 
mo fu  scoperto  sul  principio  del  secolo  XVI  vicino  all’arco  di 
Gallieno,  ed  essendo  un’opera  di  sommo  merito,  venne  disegnata 
da  Raffaello,  ed  incisa  dal  celebre  Marcantonio.  Nel  terzo  bas- 
sorilievo, proveniente  dal  Foro  Traiano,  si  vede  eg*giamente 
scolpito  quell’imperatore,  circondato  dai  littori  e da  altri  perso- 
naggi. L’ultimo  dei  bassorilievi  dai  quali  è decorata  questa  pa- 
rete esprime  la  leggiadra  ninfa  Leucotea,  che  dà  bere  a Bacco 
ancor  bambino:  questo  pregevolissimo  lavoro  di  scultura  appar- 
tenne già  alla  celebre  galleria  dei  Giustiniani,  da  dove  passò  nel- 

(1)  Affinchè,  visitando  questo  museo,  si  rinvenga  subito  l'ordine  tenuto  nella  no- 
stra descrizione,  conviene  farsi  condurre  primieramente  nella  sala  ove  esiste  il  mu- 
saico dei  tre  pugillatori. 


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Museo  Profano.  127 

l’appartamento  Borgia  al  Vaticano.  Quasi  incontro  al  ricordato 
bassorilievo  se  ne  scorge  un  altro,  anch’esso  pregevole  molto, 
in  cui  sono  rappresentati  i furtivi  amori  di  Marte  e Rea  Silvia,  e 
quelli  di  Diana  ed  Endimione.  Pressoché  tutti  i monumenti  che 
decorano  questa  sala  erano  nelle  sale  Borgia  al  Vaticano,  da  do- 
ve furono  qui  trasferiti  d’ordine  del  pontefice  Pio  IX. 

seconda  sala.  — La  superba  raccolta  di  antichi  frammenti 
di  architettura  e di  ornato  che  qui  vedesi,  proviene  egualmente 
dalle  ricordate  sale  Borgia  in  Vaticano.  Questi  marmi  preziosis- 
simi, degni  veramente  d’essere  ammirati  per  la  squisitezza  e fi- 
nezza di  esecuzione  degli  svariati  intagli,  ci  porgono  una  giusta 
idea  della  magnificenza  e del  buon  gusto  che  regnavano  negli 
edifizi  della  romana  grandezza;  ed  in  ispecie  poi  di  quelli  fra  es- 
si, i quali  esistevano  nel  Foro  Traiano,  ove  per  l’appunto  furono 
scoperti . 

terza  sala.  — Una  sorprendente  statua  di  Antinoo,  sotto 
l’effigie  di  Vertunno,  costituisce  il  principale  ornamento  di  que- 
sta sala.  Fu  trovata  in  Ostia  nel  1798,  e venne  qui  trasportata 
nel  1862,  togliendola  dal  Braccio  Nuovo  del  museo  Vaticano. 

quarta  sala. — In  mezzo  ad  essa  sorge  una  tazza  di  rarissimo 
marmo  colorato,  trovata  vicino  al  santuario,  detto  la  Scala  San- 
ta (1).  A destra  si  presenta  il  simulacro  di  Germanico;  a sinistra 
un  Fauno,  e di  faccia  alle  finestre  la  statua  di  Marte  : questi  tre 
pregevoli  marmi  erano  conservati  nei  magazzini  del  museo  Va- 
ticano. I moltissimi  cippi  sepolcrali  disposti  attorno  a questa  sala, 
furono  per  la  massima  parte  scoperti  sulla  via  Appia  in  diffe- 
renti epoche. 

quinta  sala.  — Nel  mezzo  si  vede  signoreggiare  un  superbo 
cervo,  scolpito  in  marmo  bigio  : questo  pregevole  monumento 
d’arte  fu  trovato  vicino  alla  porta  Portese.  11  gruppo  mitriaco 
che  è a destra  proviene  dai  già  accennati  scavi  presso  la  Scala 
Santa.  Tra  i marmi  poi  che  sono  disposti  intorno  alla  sala,  vo- 
gliono essere  distinti,  per  merito  del  lavoro,  due  piccole  e gra- 
ziose erme  di  fauni,  una  statua  di  Esculapio,  una  musa  ed  una 
vacca,  il  tutto  di  marmo  bianco. 


(1)  Allorquando  nel  1854  furono  gittate  le  fondamenta  del  piccolo  convento  eretto 
a lato  di  questo  santuario,  di  cui  diremo  a suo  luogo,  si  rinvennero  negli  scavi  oc- 
correnti all'uopo,  alcuni  oggetti  d'arte,  fra  l quali  un  magnifico  musaico,  che  osser- 
veremo nelle  camere  di  Raffaello,  in  Vaticano.  Esso  musaico  decorava  il  pavimento 
d'una  sala  che  potè  servire  ad  uso  di  bagni.  Oltre  poi  la  tazza  che  qui  osserviamo, 
vedremo  eziandio  in  questo  museo  altri  monumenti  provenienti  dagli  scavi  medesimi. 


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128  Terza  Giornata. 

sesta  sala.  — Questa  sala  viene  detta  dei  Cesari,  perchè  vi  si 
ammirano  otto  statue  della  famiglia  imperiale,  due  muliebri,  e 
sei  virili,  due  delle  quali  mutilate  e sedenti.  Delle  dette  statue, 
quella  a destra  di  chi  entra  nella  sala,  offre  il  simulacro  di  Bri- 
tannico; seguono  poi:  Cesare,  Tiberio,  Agrippina,  Claudio,  Bra- 
so, Germanico  e Livia  che  sta  posta  innanzi  alla  parete  delle 
finestre:  le  ricordate  statue  offrono  un  esempio  della  scultura 
greco-romana.  Avanti  però  di  uscire  da  questa  sala,  è d’uopo 
parlare  d’un  piccolo  bassorilievo  rappresentante  tre  delle  dodici 
città  dell’alleanza  Toscana,  o Etrusca,  personificate  co’ nomi  di 

Vetulonmses,  toni,  che  forse  si  potrebbe  leggere  Vulcen- 

tani,  e Tarquinienset.  Questo  frammento  di  bassorilievo  fu  sco- 
perto aCervetcri,  ove  si  scopersero  del  parile  statue  suaccennate, 
lo  che  dimostra,  come  le  città  toscane  ebbero  eretto  que’simula- 
cri  imperiali  in  Ceree , oggi  Cerveteri. 

settima  sala.  — Prima  ancora  di  porre  il  piede  in  questa 
sala,  non  si  può  a meno  di  non  rimanere  sorpresi  alla  vista  di  un 
superbo  simulacro  in  marmo,  che  si  scorge  di  prospetto  all’ in- 
gresso. È questo  un  capolavoro  di  greca  scuola,  e rappresenta 
un  filosofo,  o un  oratore,  avente  ai  piedi  la  cisti,  con  entravi  i 
papiri.  Questa  figura,  in  cui  si  fu  d’opinione  di  riconoscere  l’efli- 
gie  di  Sofocle,  ha  tanta  verità  di  espressione,  tanta  sublimità 
d’arte,  ed  in  ispecie  cosi  grande  dignità  d’atteggiamento,  che  si 
sarebbe  indotti  a credere,  avere  vita  il  marmo,  e la  voce  essere 
per  uscire  di  bocca  al  simulacro.  Un  sì  prezioso  monumento,  il 
cui  merito  vince  ogni  elogio,  fu  donato  dalla  nobile  famiglia 
Antonelli,  dalla  quale  venne  trovato  presso  Terraciua  ( l’antico 
Anxur).  Un  altro  superbo  monumento  di  scultura  greca  merita 
speciale  attenzione  in  questa  sala,  ed  è la  figura  d’un  Fauno  dan- 
zante, scoperto  nella  via  di  s.  Lucia  in  Selce,  nel  rioue  Monti.  La 
statua  di  Apollo,  e quella  rappresentante  una  matrona  romana, 
furono  prese  dai  magazzini  del  museo  Vaticano. 

ottava  sala.  — La  stupenda  statua  di  Nettuno,  di  stile 
greco-romano,  fu  scoperta  a Porto.  I simulacri  di  tale  divinità 
sono  rari,  stantechè  essa  aveva  in  Roma  un  solo  tempio;  uno 
ne  aveva  in  Ostia,  uno  in  Anzio,  ed  un  altro  nell'isola  Sacra, 
ove,  nel  IV  secolo,  si  celebravano  ancora  le  feste,  dette  Neptu— 
nalia. 

nona  sala.  — Sorgono  in  questa  sala  tre  colonne  di  marmo 
bianco,  due  delle  quali  hanno  intagli  ad  arabeschi,  ed  una  è ab- 
bellita d’ intagli  di  lavoro  diverso.  I capitelli,  i fregi  e gii  altri 
frammenti  architettonici  che  qui  si  osservano,  fra’quali  marmi 


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Museo  Profano.  129 

avvene  di  squisito  lavoro,  provengono  in  parte  dalle  più  recenti 
scoperte  fette  sulla  via  Appia,  ed  il  rimanente  dal  Foro  Romano 
e dai  magazzini  del  museo  Vaticano. 

decima  sala.  — Occupa  il  mezzo  di  essa  Amore  che,  stando 
sopra  un  delfino,  scherza  con  un’anitra;  monumento  che  si  deve 
anch’esso  alle  più  volte  ricordate  scoperte  fette  presso  la  Scala 
Santa.  I due  basamenti  sepolcrali,  posti  uno  di  feccia  all’altro 
addosso  alle  pareti  laterali,  si  crede  derivino  dalla  via  Appia.  Le 
due  rarissime  colonne  di  lumaehella  furono  trovate,  nel  pontifi- 
cato di  Gregorio  XVI,  non  lungi  dalla  chiesa  di  s. Giacomo  de- 
gl’incurabili, sul  Corso.  Tutti  gli  altri  oggetti  esistenti  in  questa 
sala  appartennero  al  sontuosissimo  sepolcro  degli  Aterii,  sco- 
perto sulla  via  Labicana  a circa  4 miglia  da  Roma.  Sopra  tutto 
sono  rimarchevoli  i due  bellissimi  busti  collocati  nella  parete  a 
destra,  fra’  quali  osservasi  uno  dei  bassorilievi  che  ornavano  lo 
stesso  sepolcro,  vedendosene  un  altro  nella  parete  incontro.  Am- 
bedue questi  bassorilievi  ci  offrono  differenti  monumenti  ed  archi 
trionfali,  uno  de’quali,  secondo  T iscrizione  che  vi  si  legge,  sor- 
geva sulla  via  Sacra.  Inoltre,  nel  bassorilievo  frammezzo  ai  due 
busti,  si  rende  osservabile  una  macchina  della  quale  si  servivano 
gli  antichi  per  sollevare  oggetti  assai  pesanti.  Siffatte  rappre- 
sentanze inducono  a credere  che  il  titolare  del  sepolcro  fosse 
un  architetto. 

undecima  sala.  — Si  osservano  qui,  una  statua  di  Diana 
Efesina,  ed  alquanti  sarcofaghi  trovati  nelle  camere  sepolcrali, 
scoperte  nel  1858  sulla  via  Latina.  Quello  nel  mezzo  della  sala  è 
ornato  di  un  .bassorilievo  relativo  a Bacco.  Sulla  faccia  del  sarco- 
fago a ridosso  della  parete  sinistra,  sono  scolpite  due  bighe  tirate 
da  centauri,  poste  una  di  faccia  all’altra,  essendovi  Bacco  sulla 
biga  a sinistra,  ed  una  donna  con  in  mano  mia  maschera  in  quella 
a destra.  Il  sarcofago  incontro  è adorno  di  un  bassorilievo  diviso 
in  due  scene,  rappresentanti  Ippolito  e Fedra , e la  caccia  del 
cinghiale,  avendo  sulla  faccia  del  coperchio  le  avventure  di  Edi- 
po. Il  bassorilievo  del  sarcofago  che  segue  da  un  lato,  diviso  in 
tre  scomparti,  rappresenta:  a sinistra,  Adone  nell’  atto  di  acco- 
miatarsi da  Venere,  a destra,  la  caccia  del  cinghiale,  e nel  mezzo, 
la  morte  del  medesimo  Adone,  mentre  uno  de’servi  della  caccia 
gli  terge  il  sangue  dalla  ferita. 

decimasecon  da  sala.  — Si  veggono  in  essa  le  tre  urne  tro- 
vate ai  loro  posti  entro  un  sepolcro,  scoperto  intatto,  nel  1837, 
nella  vigna  Lozzano  fuori  la  porta  Pia,  ed  illustrato  dal  cav. Grifi. 
Di  tali  urne,  due  sono  pregiatissime,  a causa  degli  stupendi 

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130 


Terza  Giornata. 


bassorilievi  che  le  ornano.  In  una  di  esse  è scolpita  la  morte  dei 
figli  di  Niobe,  i quali  rimasero  uccisi  a colpi  di  frecce  da  Apollo 
e Diana,  nel  momento  in  cui  assistevano,  in  Tebe,  ad  un  pub- 
blico spettacolo,  presenti,  il  loro  padre  Anfione,  che  si  scorge 
in  una  delle  estremità,  e la  madre  loro  Niobe,  situata  nell’  estre- 
mità opposta  in  atto  di  abbracciare  due  dei  proprii  figliuoli.  Il 
bassorilievo  dell’  urna  incontro,  esprime  Oreste  che,  in  preda  alle 
furie,  vendica  la  morte  di  suo  padre,  trafiggendo  Egisto  e Cli— 
tennestra.  La  terza  urna  non  offre  alcun  interesse. 

decimaterza  sala.  — Il  grande  sarcofago  posto  nel  mezzo, 
servì  di  tomba  a Cecilio  Valliano.  "Volgendosi  poi  a destra,  si  os- 
serva la  statua  di  Dogmazio,  scoperta  nel  1856  sulla  piazza  della 
Pilotta,  mentre  ivi  si  gittavano  le  fondamenta  d’ ima  casa.  I 
quattro  frammenti  di  statue  colossali,  in  porfido,  furono  rinve- 
nuti vicino  all’  arco  di  Costantino.  La  statua  innanzi  all’altra  pa- 
rete, ci  porge  l’effigie  del  severo  ed  imparziale  Catone,  ed  il  bas- 
sorilievo successivo,  collocato  su  d’ima  memoria  sepolcrale  della 
famiglia  Furia,  sembra  rappresenti  Pilade  sostenente  Oreste. 

decimaquarta  sala. — Appena  entrati,  si  presenta  agli  sguar- 
di dell’osservatore  una  superba  statua  d’uno  schiavo,  la  quale 
non  solo  si  rende  interessante  pel  merito  artistico,  ma  sì  ancora 
perchè,  non  essendo  compiuta,  presenta  i punti  risaltanti  che  ser- 
virono di  guida  al  lavoro;  lo  che  ne  accerta,  che  gli  antichi  scul- 
tori eziandio  praticavano  il  metodo  meccanico  dei  'punti,  confor- 
me lo  praticano  gli  scultori  moderni.  Questo  pregevole  monu- 
mento fu  trovato,  regnando  Gregorio  XVI,  nel  gittare  le  fonda- 
menta  d’una  casa  in  via  de’  Coronari;  il  frammento- poi  di  statua 
di  porfido,  loricata  e non  compiuta,  fu  scoperto  negli  orti  Far- 
nesiani,  regnando  pure  il  sunnominato  pontefice. 

le  sale  XY  e XVI  contengono  grande  quantità  di  oggetti 
di  differenti  specie,  cioè,  sarcofaghi,  urnette  cinerarie,  cippi  se- 
polcrali, frammenti  ili  marmi  scolpiti,  statue  ecc.;  tutti  oggetti 
provenienti  dagli  scavi  che  da  varii  anni  si  vanno  praticando  in 
Ostia,  per  ordine  del  governo,  e colla  direzione  del  barone  P. 
Ercole  Visconti,  commissario  delle  antichità.  Fra  i tanti  marmi 
scolpiti  raccolti  in  queste  due  sale,  merita  la  nostra  attenzione 
la  bella  statua  giacente,  di  grandezza  naturale,  quivi  trasportata 
da  Ostia  nel  1869.  Questa  statua  si  rende  interessante,  non  solo 
pel  merito  d’arte  e per  la  sua  perfetta  conservazione,  ma  più 
ancora  per  la  rarità  del  soggetto.  Essa  rappresenta  Ati,  bellis- 
simo giovinetto  frigio,  a cui  Cibele  affidò  la  cura  dei  suoi  sacri- 
fizi, a patto  che  egli  non  avesse  mai  a rompere  il  voto  di  castità. 


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Museo  Sacro.  131 

Avendo  però  Ati  mancato  alla  promessa  che  di  ciò  fece,  con- 
giungendosi colla  Ninfa  Singaride,  Cibele  ne  prese  vendetta, 
convertendolo  in  un  pino.  L’artefice  di  questa  statua,  volendo 
alludere  a quanto  superiormente  accennato,  ponevale  in  capo  il 
berretto  frigio,  avente  in  cima  il  fiore  di  loto,  e nella  mano  de- 
stra le  metteva  fiori  e spiche,  cingendole,  in  fine,  la  fronte  con 
una  corona  di  nascenti  pine.  In  queste  due  sale  è pure  rimar- 
chevole una  nicchia  abbellita  di  un  musaico,  rappresentante  Sil- 
vano col  suo  cane  a lato. 

MUSEO  SACRO. 

Già  si  disse  che  questo  museo  venne  fondato  dal  pontefice 
Pio  IX.  Entrando  dunque  in  esso,  dopo  attraversata  la  prima 
sala,  si  ha  ingresso  in  quella  che  precede  il  grande  salone  di  Si- 
sto V,  a cui  si  ascende  per  una  nobile  scala,  adorna  nelle  pareti 
con  alcuni  bassorilievi,  e fiancheggiata  da  alquanti  sarcofaghi 
abbelliti  con  isculture.  Anche  nel  salone  si  osserva  una  quantità 
di  marmi  di  simil  sorta  e lavoro,  e tanto  questi  quanto  que’primi 
sono  preziosi  monumenti  di  sculture  cristiane  dei  secoli  IV  e V, 
i quali  erano  custoditi  in  luoghi  diversi  di  Roma,  ed  in  ispecie 
nella  biblioteca  Vaticana.  Nel  ripiano  superiore  poi  della  scala  a 
due  rampe,  la  quale  resta  nel  fondo  di  questo  medesimo  salone, 
si  osserva  la  statua  di  s.  Ippolito,  vescovo  di  Porto.  Il  santo  è 
rappresentato  seduto,  e nella  sedia  si  legge  inciso,  in  lingua 
greca,  il  celebre  calendario,  ossia  ciclo  pasquale,  da  lui  compo- 
sto nel  223,  per  combattere  gli  errori  degli  eretici,  detti  Quar- 
tadecimani,  i quali  celebravano  la  pasqua  nello  stesso  giorno  in 
cui  suol  essere  celebrata  dagli  ebrei.  La  statua  in  discorso  fu 
trovata  nelle  catacombe  di  s.  Lorenzo,  priva  della  testa  che  è di 
lavoro  moderno. 

Dal  salone  di  Sisto  V si  passa  nei  tre  bracci  di  portici  o log- 
giati attinenti  al  primo  piano,  i quali  insieme  al  quarto  braccio, 
che  rimane  suddiviso  in  alquante  camere,  circondano  magnifica- 
mente il  cortile  del  palazzo.  Nelle  pareti  di  questi  loggiati  si  vede 
incastrata  la  considerevole  raccolta  d’iscrizioni  cristiane,  la  quale 
qui  venne  con  bell’ordine  disposta  dal  cav.  Derossi. 

Entrando  nelle  suaccennate  camere,  si  osservano  nelle  prime 
due  alquante  copie  di  antiche  pitture,  esistenti  tuttora  nei  cimi- 
terii  cristiani:  la  terza  di  esse  camere  contiene  gli  affreschi  stac- 
cati dalle  pareti  della  chiesa  di  s.  Agnese  fuori  di  porta  Pia,  sulla 
via  Nomentana,  opere  del  secolo  XV. 


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132 


Terza  Giornata. 


Si  entra  quindi  nelle  sale  dell’appartamento.  Il  pavimento 
della  prima  sala  è abbellito  con  un  musaico  in  arabeschi,  avente 
nel  mezzo  una  testa  muliebre,  il  quale  fu  scoperto  in  Roma  risto- 
rando il  palazzo  Sora.  I frammenti  poi,  egualmente  in  musaico, 
che  si  scorgono  sopra  due  grandi  mensole,  formarono  parte 
d’ una  stupenda  opera  di  tal  genere,  trovata  in  una  vigna  fuori 
la  porta  s.  Paolo,  ove  si  crede  esistessero  gli  orti  dei  Servilii. 

Siffatto  lavoro,  condotto  con  gusto  veramente  squisito  e coi 
più  vivi  e svariati  colori,  offreei  un’idea  del  famoso  A'GOÌp'iìXcg 
(pavimento)  eseguito  da  Soso  in  Pergamo,  e ricordato  da  Plinio. 
Il  quadro  di  mezzo  si  trovò  quasi  per  intero  distrutto,  meno  al- 
cune parti  congiunte  ai  lati  della  riquadratura  da  cui  era  circon- 
dato, e sono  appunto  que’frammenti  nei  quali  si  veggono  piànte, 
figure  egizie,  ecc.  ecc.  Tutti  gli  altri  frammenti  che  qui  si  osser- 
vano formavano  tre  lati  della  riquadratura  suddetta,  e rappre- 
sentano maschere  sceniche,  gli  emblemi  della  tragedia  e della 
commedia,  coi  nomi  degli  autori,  e gli  avanzi  di  una  cena,  cioè, 
gusci  d’ostriche,  residui  d’insalate,  pesci,  gamberi,  ecc.  Questa 
sala  comprende  inoltre  i cartoni  originali  della  celebre  deposi- 
zione di  croce  di  Daniello  da  Volterra,  del  s.Tommaso  del  Ca- 
muccini,  e del  martirio  di  s.  Stefano,  di  Giulio  Romano. 

Si  osservano  nel  successivo  salone:  il  ritratto  di  Giorgio  IV, 
re  dTngliilterra,  da  lui  donato  al  pontefice  Pio  VII,  lavoro  di 
assai  brillante  effetto,  del  pittore  inglese  Lawrance;  un’ Annun- 
ziata, del  cav.  d’Arpino,  ed  una  bellissima  copia  della  celebrata 
Assunta  di-  Guercino , esistente  in  Pietroburgo , eseguita  dal 
Bruni,  valente  pittore  russo. 

In  questo  salone  è l’ingresso  per  cui  si  ascende  ad  una  rin- 
ghiera da  dove  con  maraviglia  si  osserva  il  gran  musaico  dei 
pugillatori,  scoperto  nelle  terme  di  Caracalla,  che,  sebbene  non 
intiero,  forma  il  pavimento  di  una  immensa  sala. 

Tornando  nel  salone,  e traversando  la  sala  che  visitammo 
per  la  prima,  {lasseremo  nelle  sale  che  vengono  dopo,  per  os- 
servarvi la  raccolta  di  quadri  già  da  noi  accennata. 

prima  sala.  — Una  pregevole  tavola  dipinta  dal  beato  An- 
gelico da  Fiesole,  in  cui  espresse  Maria  Vergine,  ed  alcuni  fatti 
della  vita  di  lei;  due  quadri  di  Marco  Parmigiani,  in  uno  de’ 
quali  è effigiata  la  nostra  Donna  con  alcuni  santi,  e nell’altro  la 
medesima  nostra  Donna  coi  santi  Girolamo  e Giovanni  Battista; 
un  quadro,  o Trittico  della  scuola  del  Crivelli,  nel  cui  centro 
figura  la  Madonna  col  Bambino,  vedendovisi  quattro  santi  nei 
lati,  ed  un  quadro  di  autore  incerto,  rappresentante  Maria  Ver- 


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Galleria  Lateranmse. 


133 


ghie,  s.  Antonio  Abbate  ed  i santi  apostoli  Andrea  e Giacomo. 
— seconda  sala.  Due  arazzi , rappresentativi  i principi  degli 
apostoli  Pietro  e Paolo,  lavorati  nell’ospizio  di  s.  Michele  a Ripa, 
ritraendoli  dagli  originali  condotti  ad  olio  da  frate  Bartolom- 
meo  da  s.  Marco;  Gesù  che  paga  il  tributo,  quadro  che  dicesi 
del  Caravaggio;  una  Madonna  di  Carlo  Crivelli,  eseguita  nel 
1482  come  risulta  dalla  data  originale;  una  Madonnina  con  due 
santi  di  scuola  senese;  un  ritratto  di  Sisto  V,  di  Sassoferrato, 
ed  un  sorprendente  ritratto  dipinto  da  Rembrandt.  — terza 
sala.  Una  sacra  Famiglia,  creduta  di  Andrea  Del  Sarto;  un’As- 
sunta,  di  Niccola  della  Matrice,  tavola  che  ha  la  data  del  1515; 
un  quadro  di  pennello  lucchese,  in  cui  è rappresentato  il  batte- 
simo di  un  fanciullo,  per  immersione,  ed  una  deposizione  di  cro- 
ce, di  scuola  lombarda.  — quarta  sala.  L’annunziazione  di  Ma- 
ria, pittura  in  tavola  attribuita  al  Francia;  due  quadri  di  scuola 
senese,  uno  coi  santi  Lorenzo  e Benedetto,  l’altro  con  s.Geltru- 
de  e s.  Maria  Maddalena;  un  quadro  di  Filippo  Lippi,  rappre- 
sentante, nel  mezzo,  la  coronazione  della  Madonna,  e nei  lati  al- 
quanti santi  e varii  angeli;  il  battesimo  di  Gesù,  di  Cesare  da 
Sesto,  ed  un  s.  Girolamo  colorito  a tempra  dal  padre  del  som- 
mo Raffaello.  — quinta  sala.  In  essa  si  osservano  due  dipinti 
attribuiti  al  Caravaggio,  ed  un  quadro,  che  può  dirsi  un  Tritti- 
co, diviso  in  dieci  compartimenti,  disposti  in  due  ordini,  uno 
sull  altro.  Nel  mezzo  dell’ordine  inferiore  è la  figura  di  un  santo, 
eseguita  di  bassorilievo,  e nei  quattro  compartimenti  laterali , 
sono  dipinti  altrettanti  santi.  Nell’ordine  superiore  veggonsi 
rappresentati,  in  mezze  figure,  il  Nazareno  nel  centro,  e quattro 
santi  nei  lati.  Quest’antichissima  tavola,  avente  la  data  del  1464, 
è opera  di  Antonio  Demurano.  — sesta  sala.  Quivi  vedesiuna 
copia  dell’affresco  di  Domenichino,  rappresentante  il  martirio  di 
s.  Andrea,  già  da  noi  osservato  nella  chiesa  di  s.  Gregorio  sul 
monte  Celio:  questa  bella  copia  fu  eseguita  dal  Silvagni  per  ordi- 
no di  Gregorio  XVI. 

Passiamo  ora  nel  salone  de'  concilii,  ove  osservasi  una  colle- 
zione di  sculture  in  gesso,  colorite  ad  imitazione  di  terre  cotte. 
Tale  collezione  si  compone  di  busti,  statue  ed  altorilievi  rappre- 
sentanti Indiani  dell’ America  settentrionale.  Da  siffatte  sculture 
si  rilevano  i loro  prediletti  abbigliamenti,  le  diverse  fogge  di 
vestire  di  alcune  autorità,  e parecchie  costumanze  di  quei  popoli, 
sia  in  tempo  di  pace  che  di  guerra.  Questa  collezione  fu  quivi 
posta  nel  1861,  ed  è opera  dell’artista  tedesco  Pettrich , il  quale 
dimorò  alquanti  anni  in  quelle  regioni.  Uscendo  dal  palazzo  si 


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134  Terza  Giornata. 

ha  subito  a destra  la  facciata  laterale  della  basilica  Lateranense, 
che  quantoprima  visiteremo,  e poi  segue  il 

BATTISTERO  DI  COSTANTINO. 

Si  pretende  che  Costantino  Magno  erigesse  questo  sontuoso 
battistero  nel  tempo  stesso  che  la  basilica  congiuntagli,  nel  sito 
ove  in  antico  esisteva  il  palazzo  di  Plauzio  Laterano,  fatto  mo- 
rire a causa  della  congiura  contro  Nerone,  e si  vuole  che  il  fa- 
cesse fabbricare  allo  scopo  di  ricevervi  il  battesimo  da  s.  Silve- 
stro papa.  È certo  che  esso  era  eretto  già  nel  secolo  V,  e che  nel 
IX  aveva  la  medesima  forma  e le  colonne  stesse  che  tuttora  lo 
adomano.  Spogliato  de’  suoi  ricchi  ornamenti  e rimasto  in  pes- 
simo stato  in  conseguenza  dei  saccheggi  patiti  da  Roma,  venne 
ristorato  da  Gregorio  XIII,  circa  il  1575;  e Urbano  Vili , nel 
1640,  lo  ridusse  nel  modo  in  cui  si  vede. 

Il  fonte  battesimale,  composto  di  un’urna  antica  di  basalto,  è 
collocato  nel  mezzo  di  un’area  circolare,  ove  si  scende  per  tre 
gradini.  In  questo  luogo  si  costuma  battezzare,  nel  sabato  santo, 
i turchi,  i giudei,  e generalmente  quegl’infedeli  che  vengono 
allafede  cattolica.  La  detta  area  rimane  cinta  da  unabalaustrata, 
ed  è coperta  da  una  cupola  ottagona  sorretta  da  due  ordini  di 
colonne,  l’uno  sull’altro:  le  otto  colonne  dell’ordine  inferiore  sono 
di  porfido,  e sostengono  un  cornicione  antico,  sul  quale  sorgono 
altre  otto  colonne  in  marmo  bianco;  sorreggenti  del  pari  il  loro 
cornicione.  Su  questo  elevasi  la  cupola,  ornata  di  otto  quadri  di 
Andrea  Sacchi,  rappresentanti  alcuni  fatti  della  vita  di  s.  Gio- 
vanni Battista.  Le  pitture  a fresco  sulle  pareti  appartengono  a 
Giacinto  Gemignani,  al  Camassei,  a Carlo  Maratta,  ed  a Carlo 
Mannoni.  Nella  cappellina  a destra  veggonsi  due  colonne  di  ser- 
pentino ed  una  statua  in  bronzo  di  s.  Giovanni  Battista,  eseguita 
dal  cav.  Luigi  Valadier  sull’originale  di  Donatello:  in  quella  a si- 
nistra sono  due  colonne,  d’alabastro  orientale  ed  una  statua  in 
bronzo  di  s.  Giovanni  Evangelista,  modellata  da  Giambattista 
Della  Porta. 

Uscendo  dall’antica  porta,  ossia  dal  primitivo  ingresso  al  bat- 
tistero, scorgonsi  ai  lati  di  essa  due  colonne  di  porfido  incassate 
nel  muro,  le  quali  sostengono  un  cornicione  antico.  — Passiamo 
ora  nell’attinente 


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Basilica  di  s.  Giovanni  in  Laterano.  135 

BASILICA  DI  S.  GIOVANNI  IN  LATERANO. 

È questo  il  primo  e principal  tempio  di  Roma  e del  mondo 
cattolico,  per  cui  vien  detto  Ecclesia  Urbis  et  Orbis,  Mater  et 
Caput  Ecclesiarum . Dicesi  anche  Basilica  Costantiniana,  per- 
chè fondolla Costantino  Magno;  Basilica  Lateranense,  dalluogo 
ove  fu  eretta;  del  Salvatore,  perchè  s.  Silvestro  papa  la  dedicò 
'e  consacrò  al  Salvatore;  Basilica  Aurea,  a causa  dei  preziosi 
doni  de’  quali  venne  arricchita;  e finalmente  Basilica  di  s.  Gio- 
vanni, perchè  iri  seguito  venne  dedicata  a s.  Giovanni  Battista 
ed  a s.  Giovanni  Evangelista.  Essa  si  rendette  anche  celebre, per- 
chè vi  furono  tenuti  dodici  concilii,  fra  generali  e provinciali. 

La  primitiva  basilica  sussistette  circa  dieci  secoli;  ma  nel  1308 
rimase  quasi  interamente  distrutta  dal  fuoco,  del  pari  che  il  palaz- 
zo annessole.  Clemente  V,  residente  allora  in  Avignone,  avendo 
mandato  grosse  somme  di  danaro,  venne  in  breve  riedificata,  e 
poscia  fu  ornata  daUrbano  Y,  Alessandro  VI,  e Pio  IV,  che  fecevi 
il  bel  soffitto  della  nave  maggiore  ed  il  prospetto  laterale  con 
due  campanili;  al  qual  prospetto  Sisto  V aggiunse  il  duplice  por- 
tico, architettato  dal  cav  . Fontana.  In  esso  portico,  dipinto  ad  arar 
beschi  dal  Salimbeni,  vedesi  una  statua  in  bronzo  di  Enrico  IV, 
re  di  Francia,  eseguita  da  Niccolò  Cordieri  per  commissione  de’ 
canonici,  i quali  la  eressero  alla  memoria  di  quel  benefattore 
della  basilica.  Clemente  VIII  rinnovò  tutta  la  nave  traversa  coi 
disegni  di  Giacomo  Della  Porta;  Innocenzo  X riedificò  le  altre 
cinque  navi  con  architetture  del  Borromini,  e Clemente  XII  die- 
de l’ultima  mano  a cosi  degno  tempio,  facendovi  erigere  il  pro- 
spetto principale  da  Alessandro  Galilei . Tale  prospetto  è in  tra- 
vertini, ornato  con  quattro  grosse  colonne  incassate  e sei  pilastri 
d’ordine  composito,  sorreggenti  un  cornicione  ed  un  frontespi- 
zio, sormontato  il  primo  da  una  balaustrata  ove  sono  dieci  sta- 
tue colossali  di  diversi  santi,  con  in  mezzo  quella  del  Salvatore. 
Fra  le  colonne  ed  i pilastri  ricorrono  cinque  logge,  e quella  di 
mezzo  vedesi  decorata  con  quattro  colonne  di  granito. 

Cinque  ingressi  mettono  in  un  magnifico  portico,  decorato 
da  24  pilastri  in  marmo  d’ordine  composito,  all’estremità  sinistra 
del  quale  venne  collocata  la  statua  colossale  del  gran  Costanti- 
no, rinvenuta  nelle  sue  terme.  Per  cinque  porte  si  entra  nella  ba- 
silica, e quella  di  mezzo,  in  bronzo,  stava  alla  chiesa  di  s.  Adria- 
no al  Foro  Romano,  da  dove  fecola  togliere  Alessandro  VII  per 
qui  trasferirla;  e si  vuole  che  in  origine  appartenesse  alla  basi- 
lica Emilia.  L’ultima  porta  a destra,  murata,  è la  cosi  àstio,  porta 


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136 


Terza  Giornata. 


santa , che  non  bì  apre  se  non  all’occasione  del  giubileo  per  l’an- 
no santo.  I bassorilievi  sulle  dette  porte  appartengono  a diffe- 
renti scultori:  quello  rappresentante  il  Battista  che  predica  la 
venuta  del  Redentore  è del  Maini;  il  Ludovisi  scolpì  il  s.Zaccaria 
che  impone  il  nome  a 8.  Giovanni;  la  decollazione  di  s.  Giovanni 
Battista  è di  Filippo  Valle,  ed  a Pietro  Bracci  spetta  il  s.  Gio- 
vanni che  rimprovera  ad  Erode  il  suo  amore  per  Erodiade. 

L’interno  della  basilica  rimane  diviso  in  sei  navi,  compresavi 
la  traversa;  le  prime  cinque  formanti  il  corpo  della  chiesa,  ven- 
gono fra  loro  separate  da  quattro  file  di  pilastri,  e l’architettura 
è del  Bcrrromini,  conforme  accennammo.  Questi  murò  le  antiche 
colonne  di  granito,  che  dividevano  la  nave  di  mezzo  dalle  late- 
rali, entro  dodici  piloni,  e formò  cinque  arcate  da  ogni  canto, 
corrispondenti  ad  altrettante  cappelle.  Ogni  pilone  è decorato, 
dalla  parte  della  nave  maggiore,  con  due  pilastri  compositi  sca- 
nalati, sorreggenti  un  cornicióne  che  gira  intorno  alla  chiesa, 
fra  i quali,  nell'inferior  parte,  apronsi  dodici  edicole,  abbellita 
ciascuna  con  due  colonne  di  verde  antico,  e contenenti  le  statue 
colossali  degli  apostoli,  scolpite  dai  migliori  artefici  del  tempo, 
cioè:  il  s. Giacomo  Maggiore,  il  s.  Matteo,  il  s.  Andrea,  ed  il  s. 
Giovanni,  dal  Rusconi  ; il  s.  Tommaso  ed  il  s.  Bartolommeo  dal 
Le  Gros;  il  s.Taddeò  da  Lorenzo  Ottoni;  il  s.Simone  da  France- 
sco Moratti;  il  s.Filippo  da  Giuseppe  Mazzuoli;  il  s.GiacomoMi- 
nore  da  Angelo  De  Rossi,  ed  i ss. Pietro  e Paolo  da  Stefano  Mo- 
not.  I bassorilievi  in  istucco,  superiormente  alle  edicole,  sono  di 
Antonio  Raggi  e di  Angelo  De  Rossi,  condotti  coi  disegni  del- 
l’Algardi:  essi  rappresentano,  a destra,  alcuni  fatti  del  nuovo 
Testamento,  ed  a sinistra,  dei  soggetti  presi  dal  Testamento  vec- 
chio. Sopra  i detti  bassorilievi  si  osservano  dodici  quadri  ovali, 
in  cui  figurano  altrettanti  profeti,  eseguiti  da  artisti  che  fiorirono 
nella  prima  metà  del  secolo  XVIII,  e sono:  ilNaum,  che  è il  pri- 
mo a destra  entrando  in  chiesa,  dipinto  dal  Muratori:  il  Michea 
dal  Ghezzi;  il  Giona  dal  Benefiale;  l’ Abdia  dal  Chiari;  l’ Amos  dal 
Nasini;  il  Gioele  dal  Garzi;  1‘OseadaU’Odazzi;  il  Daniele  dal  Pro- 
caccini; l’Ezechiele  dal  Melchiorri;  il  Baruc  dal  Trevisani;  il  Ge- 
remia dal  Conca;  risaia  dal  Luti.  Il  disegno  dello  stupendo  sof- 
fitto di  questa  navata  viene  attribuito  al  Bonarruoti. 

La  cappella  Corsini,  la  quale  è la  prima  a sinistra  entrando  in 
chiesa  dall’ingresso  principale,  vuoisi  riguardare  come  una  delle 
più  ricche  e magnifiche  di  Roma.  Clemente  XII  la  eresse  ad  o- 
nore  del  suo  antenato  s.  Andrea  Corsini,  valendosi  dell’architetto 
Alessandro  Galilei,  che  la  decorò  con  un  ordine  corintio,  e la 


arme  de  S f „ .7 <e  & 31.  de  Laitrai 


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Basilica  di  s.  Giovanni  in  Latcrano.  137 

incrostò  di  fini  marmi . Sull'altare  fra  due  stupende  colonne  di 
verde  antico,  si  osserva  un  quadro  in  musaico,  rappresentante 
s.  Andrea  Corsini,  copiato  dal  dipinto  di  Guido  esistente  nel 
palazzo  Barberini.  Siedono  sul  frontone  dell’altare  le  statue  del- 
l’Innocenza e della  Penitenza,  eseguite  dal  Pincellotti,  e di  sopra 
è un  bassorilievo  figurante  s.  Andrea  Corsini  che  soccorre  l’eser- 
cito fiorentino  nella  battaglia  d’Anghiari.  Nel  nicchione  dallato 
degli  evangelii,  ornato  con  due  colonne  di  porfido,  ergesi  il  bel 
monumento  sepolcrale  di  Clemente  XII,  in  cui  si  vede  una  ric- 
chissima urna  antica,  parimenti  di  porfido,  già  esistente  nel  por- 
tico del  Pantheon:  la  statua  in  bronzo  di  quel  pontefice  fu  mo- 
dellata dal  Maini , e le  due  statue  laterali  vennero  scolpite  in 
marmo  dal  Monaldi.  Il  sepolcro  di  faccia  appartiene  al  card. 
Neri  Corsini,  zio  di  Clemente  XII:  la  statua  del  cardinale,  con 
allato  un  putto  e la  figura  della  Religione,  sono  lavori  del  sud. 
Maini.  Si  osservano  inoltre  in  questa  cappella  quattro  nicchie 
colle  statue  in  marmo  rappresentanti  le  Virtù  Cardinali,  cioè  la 
Temperanza  scolpita  dal  Valle,  la  Fortezza  dal  Rusconi,  la  Pru- 
denza dal  Comacehini,  e la  Giustizia  dal  Lironi.  Sopra  ciascuna 
di  dette  quattro  nicchie  è un  bassorilievo  pure  in  marmo,  espri- 
mente alcun  tratto  della  vita  di  s.  Andrea  Corsini:  ne  furono  au- 
tori il  Benaglia,  M.r  Anastasio,  il  Bracci  e M.r  Adam.  La  cupola 
è tutta  ornata  di  stucchi  messi  ad  oro;  il  pavimento  si  compone 
di  scelti  marmi,  ed  il  cancello  che  chiude  l’ingresso  è quasi  in- 
teramente di  bronzo  dorato.  Nel  sotterraneo  riposano  le  spoglie 
degl’illustri  Corsini,  e sull'altare  si  ammira  un  bellissimo  grup- 
po in  marmo,  opera  di  Antonio  Montauti,  rappresentante  Cristo 
morto  in  grembo  alla  divina  sua  Madre. 

Passando  nelle  piccole  navi  dell’opposto  lato,  merita  attenzio- 
ne, sulla  faccia  interna  del  primo  pilone  presso  l’ingresso,  un 
affresco,  espressovi  papa  Bonifazio  Vili,  fra  due  cardinali,  in 
atto  di  pubblicare  da  una  loggia  il  giubileo  per  l’anno  1300,  ope- 
ra attribuita  a Giotto. 

Viene  poscia  la  sontuosa  cappella  della  famiglia  Torlonia, 
compiuta  nel  1850:  l’architettura  è di  Quintiliano  Raimondi,  le 
cui  ceneri  riposano  nell’annesso  sotterraneo . Essa  è decorata  con 
pilastri  di  marmo  bianco  d’ ordine  corintio , e le  pareti , fino  al 
cornicione,  sono  incrostate  di  fini  marmi.  I>a  cupola  è ornata  di 
cassettoni  e di  stucchi  dorati,  e l’ intero  pavimento  componesi 
di  pietre  di  differenti  colori,  Sull’altare,  ricco  di  preziosi  marmi 
e di  metalli  dorati,  si  ammira  un  quadro  d’ altorilievo  in  marmo 
bianco,  figurante  la  Deposizione  di  croce,  scolpito  dal  commend. 


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138  Terza  Giornata. 

Pietro  Tenerani.  Le  statue  collocate  nelle  nicchie  ai  lati  dell’al- 
tare rappresentano  la  Fortezza,  opera  di  Filippo  Gnaccarini,  e la 
Temperanza,  di  Achille  Stocchi:  le  altre  due  nelle  nicchie  ai  lati 
dell’ingresso  figurano  la  Giustizia,  di  "Vincenzo  Gaiassi,  e la  Pru- 
denza, di  Angelo  Bezzi.  Da  man  destra  ergesi  il  monumento  se- 
polcrale posto  alla  memoria  del  duca  1).  Giovanni  Torlonia.  La 
statua  del  defunto  sta  seduta  sull’  alto,  e nell'  imbasamento  del- 
l’ urna  sepolcrale  si  scorge  rappresentato  di  bassorilievo  il  mo- 
mento del  suo  morire;  dai  lati  sono  le  statue  della  Carità  e del 
Commercio.  Questo  monumento  fu  immaginato  e incominciato 
dallo  scultore  Mainoni,  continuollo  il  Chialli  e lo  compì  Giusep- 
pe Barba.  Il  sepolcro  incontro  è della  duchessa  Donna  Anna, 
moglie  a D.  Giovanni  Torlonia.  La  statua  di  lei  sta  in  piedi  su 
d’un  basamento  adorno  di  un  bassorilievo  esprimente  la  fonda- 
zione  d’un  monistero,  fatta  dalla  defunta,  ed  ai  lati  del  sepolcro 
veggonsi,  la  statua  della  Bontà  e quella  d’un  genio;  il  tutto  scol- 
pito dal  Barba-  I quattro  evangelisti  di  bassorilievo  in  marmo 
bianco,  situati  nei  petti  della  cupola,  vennero  eseguiti  dal  cav. 
Pietro  Galli,  che  scolpì  pure  il  bassorilievo  dell’annessa  sacre- 
stia, nel  quale  espresse  Gesù  portato  al  sepolcro.  La  cancellata 
die  chiude  l’ ingresso  della  cappella  è interamente  di  bronzo,  e 
fu  lavorata  dal  Luswerg. 

Dalla  nave  maggiore,  passando  sotto  il  grand’arco  sostenuto 
da  due  ricche  colonne  di  granito  rosso  orientale,  alte  11  metri, 
s’entra  nella  nave  traversa,  o di  crocera.  Nel  mezzo  di'  essa  è 
l’altare  papale,  posto  sotto  un  tabernacolo  di  stile  gotico,  retto 
da  quattro  colonne,  tre  di  granito  ed  una  di  marmo  bigio,  nel 
quale  tabernacolo  custodisconsi  le  teste  de’  ss.  apostoli  Pietro  e 
Paolo,  ed  altre  preziose  reliquie.  Questo  antico  monumento  venne 
ristorato  da  capo  a fondo  nel  1851,  per  munificenza  del  ponte- 
fice Pio  IX,  ed  in  tale  occasione  rimase  sgombro  da  quelle  ag- 
giunte e da  quegli  ornati  in  legno  che  lo  deturpavano  : la  parte 
anteriore  dell’altare,  abbellita  di  sculture,  rimase  scoperta;  le 
buone  pitture  a fresco  del  Berna  da  Siena,  che  fregiano  l’esterno 
del  tabernacolo,  vennero  risarcite,  e quelle  del  fiorentino  Gio- 
vanni Cosci,  che  decorano  la  volta  di  esso  tabernacolo,  le  quali 
erano  tutte  annerite  dal  fumo  de’ ceri,  furono  rinettate  e rese 
al  primo  loro  splendore. 

Sotto  il  descritto  altare  avvi  una  cappellina,  detta  la  Confes- 
sione di  s. Giovanni  Evangelista,  la  quale  fu  rinnovata  e ridotta 
come  si  vede  dal  surricordato  pontefice.  Si  scende  al  piano  di 
essa  per  due  rami  di  scala,  ed  ivi  si  osserva  il  sepolcro  di  Mar- 


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Basilica  di  s.  Giovanni  in  Laterano.  139 

tino  V Colonna,  morto  nel  1431,  esistente  già  nella  nave  grande. 
Tale  sepolcro  è degno  di  osservazione  pel  coperchio  in  bronzo 
coll’effigie  del  defunto  pontefice;  opera  assai  pregiata  diSimone, 
scultore  fiorentino,  e fratello  del  celebre  Donatello. 

La  volta  dell’apside  rimane  ornata  da  un  grande  musaico  in 
figure  ed  arabeschi,  fatto  eseguire  da  Niccolò  IV  nel  1291  da  fra 
Giacomo  da  Turrita,  che  prese  in  suo  aiuto  fra  Giacomo  da  Ca- 
merino; i ritratti  di  essi  veggonsi  in  piccole  figure  ai  lati  della 
parte  inferiore  dell’opera,  leggendosi  il  nome  del  primo,  scritto 
superiormente  dal  canto  sinistro.  Questo  lavoro,  rimasto  imper- 
fetto per  la  morte  del  Turrita,  venne  compiuto  da  Gaddo  Gaddi. 
Fra  la  Nostra  Donna  e la  figurina  di  s.Francesco  scorgesi  il  ri- 
tratto di  Nicolò  IV  in  ginocchio,  avente  notato  sotto  il  nome. 
Nel  centro  poi  di  questa  tribuna  esiste  un  altare,  su  cui  si  os- 
serva un  quadro  del  cav.  Filippo  Agricola,  eseguito  d’ ordine 
della  famiglia  Torlonia,  e rappresentante  il  santissimo  Salvatore 
fra  i ss.  Giovanni  Battista  ed  Evangelista. 

In  fondo  alla  crocera,  da  man  sinistra,  sorge  il  magnifico  al- 
tare del  ss.  Sacramento,  eretto  coi  disegni  di  Paolo  Olivieri.  Esso 
è decorato  con  un  tabernacolo  ricco  di  preziose  pietre,  ed  è fian- 
cheggiato da  quattro  belle  colonne  di  verde  antico.  Il  grande 
frontespizio  ed  il  cornicione  in  bronzo  dorato,  che  formano  il  fi- 
nimento dell’altare,  posano  su  quattro  colonne  composite  dello 
stesso  metallo,  aventi  2 met.  e 77  cent,  di  circonferenza.  Taluni 
archeologi  credono  che  queste  colonne  sian  quelle  fatte  fare  da 
Augusto  dopo  la  vittoria  d’Azio,  col  bronzo  dei  rostri  delle  navi 
di  Cleopatra,  e collocate  sul  Campidoglio.  Abbelliscono  la  cap- 
pella quattro  statue,  cioè  l’Elia  scolpito  dal  Mariani,  il  Mosè  dal 
Vacca,  il  Melchisedecco  da  Egidio  Fiammingo,  e l’ Aroime  dal 
Siila  Milanese,  i quali  artisti  condussero  pure  i bassorilievi  su- 
periormente alle  statue.  Nella  parete  al  disopra  del  detto  altare, 
osservasi  l’Ascensione  del  Redentore,  pittura  in  bel  modo  con- 
dotta dal  cav.  di  Arpino,  le  cui  ossa  giacciono  nella  basilica,  in 
un  sepolcro  dietro  la  tribuna,  a lato  a quello  di  Andrea  Sacchi.  Le 
rimanenti  pitture  che  adornano  la  nave  traversa,  rappresentano: 
Costantino  che  dona  i vasi  sacri  alla  basilica,  lavoro  del  B agiio- 
ni; l’apparizione  dell’immagine  del  Salvatore  nella  basilica,  di 
Paris  Nogari;  il  trionfo  di  Costantino,  di  Bernardino  Cesari;  i 
principi  degli  apostoli  apparsi  ad  esso  imperatore,  del  Nebbia  ; 
s.  Silvestro  cercato  sul  monte  Soratte  per  comando  di  Costan- 
tino, del  suddetto  Nogari;  il  battesimo  di  Costantino,  del  Po- 
marancio; T edificazione  della  basilica,  parimenti  del  Nogari;  e 


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140 


Terza  Giornata. 


la  consacrazione  della  medesima,  del  Ricci  da  Novara.  Gli  apo- 
stoli vennero  eseguiti  dagli  stessi  artefici,  e gli  angeli  di  basso- 
rilievo  furono  scolpiti  dal  Mariani,  dal  Buzi,  ecc. 

Le  due  colonne  scanalate  di  giallo  antico  sorreggenti  l’orga- 
no posto  sulla  porta  laterale  della  chiesa,  rispondente  in  questa 
nave,  contano  poco  meno  di  9 metri  di  altezza,  e sono  le.  più 
belle  di  quante  ne  abbiamo.  Presso;  la  detta  porta  è la  cappella 
del  Presepe,  che  forma  il  soggetto  del  bel  quadro  dell’altare, 
colorito  da  Niccolò  Trometta  da  Pesaro;  ed  il  cav.  Agricola  di- 
pinse i principi  degli  apostoli  che  veggonsi  ai  lati  della  sacra 
mensa;  il  monumento  sepolcrale  a destra,  eretto  al  card.  Rezzo- 
nico,  fu  scolpito  da  Antonio  D’Este. 

.Nella  sacrestia  si  può  vedere  un  buon  quadro  rappresentante 
l’ Annunziata,  dipinto  da  Marcello  Venusti  sul  disegno  del  Bo- 
narruoti;  come  pure  merita  osservazione  un  quadretto  attribuito 
a Masaccio,  esistente  nella  sala  capitolare,  espressovi  un  mira- 
colo operato  dal  ss.  Salvatore  a prò  d'un  canonico  della  basilica. 
Fra  le  cose  più  degne  e preziose  in  essa  basilica  contenute,  vuoisi 
riporre  la  tavola  servita  al  Salvatore  nell’ultima  cena. 

Congiunto  alla  chiesa  è un  chiostro  del  secolo  XIII,  nel  quale 
si  trovano  alcuni  monumenti  de’ bassi  tempi.  — Quasi  incontro 
al  palazzo  di  s.  Giovanni  in  Laterano,  dal  canto  orientale,  avvi 
il  santuario  della 

SCALA  SANTA. 

Allorquando  Sisto  V riedificò  il  palazzo  di  s.  Giovanni  in  lu- 
terano, lasciò  intatte,  la  cappella  ed  una  porzione  del  Triclinio 
di  s. Leone  papa,  unici  avanzi  dell'incendio  che  divorò  tutto  l’e- 
difizio,  il  quale  estendevasi  fino  a questo  luogo.  Egli  fece  erigere 
innanzi  alla  summenzionata  cappella,  con  architetture  del  cav. 
Domenico  Fontana,  un  portico  a cinque  ingressi,  e pose  la  Scala 
Santa  di  faccia  a quello  di  mezzo.  Si  compone  essa  scala  di  28 
gradini  in  marmo,  i quali,  dal  palazzo  di  Pilato  in  Gerosolima, 
furono  portati  in  Roma,  e fu  detta  Scala  Santa  perchè  venne 
santificata  dal  sangue  del  Redentore,  da  cui  fu  ascesa  e discesa 
più  volte  durante  la  sua  passione.  Per  ciò  appunto  si  ha  in  molta 
venerazione  dai  fedeli,  che  la  salgono  colle  ginocchia,  scenden- 
do poi  per  una  delle  quattro  scale  laterali;  e fu  ognora  cosi  gran- 
de il  numero  di  quelli  che  compivano  questa  divozione,  da  logo- 
rare, col  tempo,  gli  scalini  in  guisa,  da  essere  obbligati  a coprir- 
li con  tavole  di  noce,  per  timore  di  non  vederli  distrutti.  Cle- 
mente XII  fu  quegli  che  pel  primo  fecevi  fare  tale  copertura , 
poscia  più  volte  rinnovata. 


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Scala  Santa. 


141 


Nella  cappella  eretta  in  cima  alla  stessa  scala,  si  venera  un’im- 
magine antichissima  del  divin  Salvatore,  alta  circa  un  metro  e 
mezzo,  la  quale  si  tiene  in  grande  venerazione.  S.  Leone  III  po- 
sevi  sotto  l’altare  un’ampia  cassa  di  cipresso  e tre  altre  minori 
casse  ripiene  tutte  di  reliquie,  colla  scritta:  Sanata  Sanctorum , 
dal  che  la  cappella  trasse  il  nome. 

Allorquando  il  pontefice  Pio  IX,  nel  1854,  volle  affidare  la 
custodia  di  cosi  insigne  santuario  ai  padri  passionisti,  fece  edifi- 
care congiuntamente  ad  esso  un  convento  con  vasto  orto  mu- 
rato, servendosi  dell’architetto  Virginio  Vespignani,  colla  dire- 
zione del  quale  fece  pure  ristaurare  tutto  l’edifizio.  Il  suddetto 
pontefice  donò  inoltre  al  santuario  due  belli  gruppi  in  marmo, 
scolpiti  dal  Jacometti,  rappresentanti,  Cristo  in  atto  di  esser 
tradito  da  Giuda  con  un  bacio,  ed  il  Redentore  che  dopo  la  fla- 
gellazione viene  mostrato  al  popolo  da  Pilato. 

Uscendo  dalla  Scala  Santa  e volgendo  a sinistra,  si  trova  un 
nicchione,  o tribuna,  fatta  erigere  da  Benedetto  XIV  per  collo- 
carvi il  musaico  con  cui  s.  Leone  III  aveva  fatto  ornare  il  Tri- 
clinio Lateranense,  ossia  la  sala  da  pranzo  del  suo  palazzo  del 
Laterano,  per  cui  ha  il  nome  di  Triclinio  Leoniano.  Questo  mo- 
numento venne  ristorato  colla  direzione  del  Camucoini  e del  Va- 
ladier.  — Quasi  di  faccia  al  Triclinio  si  trova  la 

PORTA  8.  GIOVANNI. 

Essa  fu  sostituita  da  Gregorio  XIH  all’antica  porta  di  cui  si 
veggono  ancora,  a destra  uscendo,  le  due  torri  che  la  difende- 
vano; e che  era  chiamata  Asinaria,  perchè  aprivasi  sulla  via  di 
tal  nome,  costrutta  da  alcuno  della  famiglia  Asinia.  La  moder- 
na porta  dicesi  di  san  Giovanni  per  esser  prossima  alla  sopra  de- 
scritta basilica  di  s. Giovanni  in  Laterano;  e Giacomo  Della  Porta 
ne  fu  l’architetto.  Nel  medio  evo  anche  la  porta  Asinaria,  per 
la  stessa  ragione,  fu  appellata  di  s.  Giovanni,  come  pure  Latcirar 
nense.  Stando  a Procopio,  Totila  entrò  per  essa  in  Roma,  in 
grazia  del  tradimento  do’soldati  isaurici  che  l’avevano  in  custodia. 

La  moderna  strada  postale  che  muove  dalla  porta  in,  discorso, 
conduce  direttamente  ad  Albano,  e chiamasi  Via  Ajipia  Nuova. 
Fra  il  primo  ed  il  secondo  miglio,  principia  a sinistra  l’immenso 
tenimento  conosciuto  col  nome  di  Arco  Travertino,  ed  anche 
con  quello  del  Corvo.  Questo  tenimento,  che  ha  a-  sinistra  le 
pittoresche  ed  imponenti  arcuazioni  dell’ acquedotto  Claudio,  si 
estende  per  circa  due  miglia  e mezzo,  sino  ad  una  grande  torre 


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142 


Terza  Giornata. 


del  medio  evo,  detta  del  Fiscale.  Sotto  di  essa  torre,  mediante 
un  grandissimo  arco  formato  con  massi  di  travertino  senza  ce- 
mento (tuttora  in  istato  di  quasi  perfetta  conservazione),  passa- 
va la  via  Latina,  la  cui  linea,  prima  di  giungere  fin  là,  traversa 
diagonalmente  la  via  Appia  Nuova,  poco  dopo  la  seconda  pietra 
migliare,  in  direzione  di  Frascati  e del  Tuscolo.  Qui,  passato 
appena  il  detto  termine  della  moderna  strada,  si  trova  a sinistra 
un  sentiere  che  mette  nella  sunnominata  tenuta,  resa  celebratis- 
sima fin  dal  1857  per  le  maravigliose  scoperte  di  antichi  monu- 
menti sacri  e profani,  risultato  delle  gigantesche  escavazioni 
operatevi  per  proprio  conto  dal  sig.  Lorenzo  Fortunati. 

Procedendo  sull’  indicato  sentiere,  per  circa  un  terzo  di  miglio 
prima  di  giungere  al  campo  delle  accennate  scoperte,  si  osser- 
vano qua  e là  gli  avanzi  di  alcuni  sepolcri  e di  altri  monumenti 
che  qui  fiancheggiavano  l’antica  via  Latina.  A taluni  di  essi  mo- 
numenti si  diede  il  nome  di  tempio  della  Fortuna  Muliebre;  ma 
la  distanza  da  Roma  assegnatane  da  Dionisio  d’ Alicarnasso,  da 
Plutarco  e da  Valerio  Massimo,  non  si  accorda  affatto  con  que- 
sta tradizione,  e ci  fa  riconoscere  il  vero  luogo  di  esso  tempio 
nella  tenuta  di  Roma  Vecchia , circa  due  miglia  più  lontano  da 
Roma,  quasi  sull'area  ove  è la  casa  rurale  dello  stesso  tenimento. 
Quel  tempio,  che  prese  origine  dalla  pietà  filiale  di  Goriolano 
verso  sua  madre,  sembra  che  venisse  ristorato  o riedificato  da 
Faustina,  moglie  di  Marco  Aurelio. 

Giunti  là,  dove  il  Fortunati,  nel  1857  e 1858,  tornò  a novella 
luce  non  pochi  stupendi  monumenti,  da  molti  secoli  giacenti 
sotterra;  primo  ad  offrirsi  agli  sguardi,  fra  tali  scoperte,  è il  bre- 
ve e logoro  tratto  della  via  Latina,  lastricata  con  poligoni  di  lava 
basaltina,  e fiancheggiata  da  marciapiedi.  Questa  strada,  giudi- 
candone dalla  trascurata  costruzione  e dai  materiali  adoperativi, 
appartiene  evidentemente  all’ epoca  del  basso  impero. — Ivi  pres- 
so, a destra  ed  a sinistra,  si  trovano  le  disotterrate 

CAMERE  SEPOLCRALI. 

Di  questi  sepolcri  di  Roma  pagana,  quello  a dritta,  venendo 
dalla  città,  era  preceduto  da  un  portico  tetrastilo,  colla  faccia 
volta  alla  via  Latina,  secondo  si  riconosce  dagli  avanzi  di  alcuni 
basamenti  esistenti  tuttora  al  loro  posto.  Si  conosce  ancora,  che 
il  portico  introduceva  in  un  atrio  ove  ha  origine  una  doppia  scala 
che  conduce  ad  un  ripiano,  in  cui  esistono  due  camere  sepolcrali 
quadrilunghe.  Di  esse,  quella  fiancheggiata  dalla  scala  suddetta 


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' Camere  sepolcrali.  143 

non  presenta  alcun  ornamento.  Entrando  però  nell’altra  incon- 
tro, si  rimane  sorpresi  osservando  la  mirabile  esecuzione  dei  con- 
servatissimi stucchi,  i quali  ne  adornano  la  volta,  la  gran  lunetta 
in  fondo,  l’arco  ed  il  sott’arco  dell’ingresso.  La  volta  offreci  un 
elegante  scomparto  in  figure  quadre  e circolari:  in  esse  risaltano 
stupendi  bassorilievi,  rappresentanti,  Ninfe  che  cavalcano  su 
mostri  marini,  Nereidi  ed  altri  soggetti  mitologici,  il  tutto  ab- 
bellito da  delicatissimi  ornati,  ricorrenti  negli  spazi  fra  lo  scom- 
parto suddetto,  formato  da  gentili  cornici  che  risaltano  sull’  ar- 
cuato intonaco.  Le  altre  parti  gi^ indicate  di  questa  maravigliosa 
tomba , sono  aneli’  esse  decorate  colla  medesima  precisione  e 
squisitezza  di  lavoro,  con  bassorilievi  ed  ornati  in  diversi  e belli 
modi  disposti.  I muri  ed  il  pavimento  andavano  riccamente 
adorni  con  lastre  di  marmo,  ma  nei  muri  non  resta  che  lo  zoc- 
colo, e nel  pavimento  si  scorge  piccola  parte  dell’  antico  lastrico. 

Le  descritte  camere  sepolcrali  si  rinvennero  .quasi  affatto 
riempite  di  terra,  e nell’ultima  furono  trovati  gli  avanzi  di  tre 
superbi  sarcofaghi,  ornati  di  pregevoli  bassorilievi,  ed  anche 
due  anelli  molto  preziosi;  lo  che  dimostra,  che  dovettero  essere 
personaggi  ricchissimi  quei  sepolti  nei  sarcofaghi,  entro  i quali 
se  ne  rinvennero  le  ossa.  Fin  qui  non  si  conosce  a qual  famiglia 
appartenesse  un  così  sontuoso  monumento,  la  cui  erezione  risa- 
lisce  al  160  dell’era  cristiana,  come  lo  provano  i bolli  dei  tego- 
loni  adoperati  nell’arco  della  seconda  camera,  sulla  quale  sor- 
geva senza  dubbio  qualche  monumentale  edifizio. 

Dal  lato  opposto  della  medesima  via  Latina,  si  trova  l’altra 
tomba,  sulla  quale,  a livello  della  strada,  si  elevava  qualche  edi- 
fizio con  pavimento  in  musaico  bianco  e nero,  e forse  un  tricli- 
nio. Qui  ha  origine  la  scala  che  conduce  a quest’ altro  superbo 
mausoleo,  consistente  in  due  camere  una  dopo  l’altra,  aventi  il 
pavimento  di  musaico  bianco  e nero. 

La  prima  camera  ha  una  grande  apertura  nella  volta,  la  quale 
serviva  per  calare  nel  mausoleo  le  urne,  che  di  mano  in  mano 
vi  si  dovevano  collocare  dopo  la  sua  costruzione,  stantechè  l’an- 
gustia e l’ andamento  della  scala  non  ne  avrebbero  permesso  il 
passaggio.  In  questa  prima  camera  si  eleva  in  tre  lati  un  ripia- 
no sorretto  da  archetti,  su  cui  erano  alcuni  sarcofaghi,  uno  dei 
quali  bon  un  gran  bassorilievo  di  mediofrissimo  lavoro,  mentre 
gli  altri  erano  baccellai . Uno  di  questi  appartenne  alla  famiglia 
dei  Pancrazi,  come  lo  prova  l’ iscrizione,  ed  è il  solo  t hè  tuttora 
vi  si  osservi:  i rimanenti  non  presentavano  alcun  indizio  per  ac- 
certarsi delle  famiglie  a cui  spettarono.  Questa  camera  era  ab- 


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144 


Terza  Giornata. 


bellita  di  pitture;  ma  appena  ne  rimase  qualche  traccia,  in  ispe- 
cie  sotto  alcuno  dei  ricordati  archetti,  ove  tuttora  si  rendono 
visibili  degli  uccelli  ed  altri  animali. 

La  camera  seguente,  di  forma  quadrilunga,  ha  maggiore  am- 
piezza, e si  vede  egregiamente  decorata  nella  volta  con  pitture 
e stucchi.  Questi  offrono  principalmente  alcune  scene  del  ciclo 
troiano,  cioè:  il  giudizio  di  Paride:  Achille  in  Sciro;  Ulisse  e 
Diomede  col  Palladio;  Filottete  in  Lemno  ; Priamo  supplicante 
Achille  per  riavere  il  corpo  df  Ettore,  ed  Ercole  Citaredo,  intro- 
dottovi forse  come  avente  relazione  colla  presa  di  Troia.  Nel 
centro  della  volta  è espresso  Giove  portato  dall’aquila,  col  ful- 
mine a lato.  In  altri  scompartì  si  osservano  diverse  divinità,  e 
taluni  centauri  combattenti  con  fiere.  L’ effetto  di  così  stupenda 
decorazione  è reso  più  vago  e sorprendente  non  solo  dai  dipinti 
frammistivi,  come  sono,  vedute  di  paesi  ed  altro,  ma  anche  dalla 
eleganza  dello  scomparto,  composto  di  squisiti  ornati  in  istucco 
risaltanti  su  fondi  colorati,  al  pari  che  alcuni  piccoli  bassorilievi: 
e tali  fondi  conservano  tanta  vivacità  di  colorito  che  sembran 
dipinti  a giorni  nostri.  Intorno  alle  pareti,  ove  ha  origine  la  vol- 
ta, si  vedono  gli  avanzi  di  gentile  cornice,  sulla  quale  risaltano, 
negli  angoli , quattro  graziose  figurine  d’  altorilievo , pure  in 
istucco.  Quando  questa  camera  fu  sgombrata  dalla  terra  che 
riempi  vaia  quasi  interamente,  una  di  dette  figurine  era  ancora 
intatta;  ma  non  tardò  a venire  barbaramente  danneggiata,  forse 
da  alcuno  dei  primi  visitatori  di  così  insigne  monumento.  Si  può 
supporre  che  anche  le  pareti  della  camera  fossero  ornate  di  stuc- 
chi, ma  di  essi  non  rimane  traccia. 

In  mezzo  alla  camera  si  osserva  un  gran  sarcofago  di  marmo 
greco,  suddiviso  internamente  in  due,  per  contenere  due  corpi: 
infatti  vi  si  rinvennero  due  scheletri  quasi  interi.  Questo  sarco- 
fago, lungo  2 met.  e 88  cent.,  largo  un  metro  e mezzo  circa,  non 
ha  ornati;  ed  il  suo  coperchio,  avendo  le  facce  principali  assai 
alte  ed  inclinate  l’una  contro  l’altra,  dà  al  monumento  un  aspetto 
piramidale.  Attorno  ad  esso  se  ne  trovarono  degli  altri,  senz’or- 
dine, tre  de’  quali,  della  buona  epoca  della  scultura,  ammirabili 
per  la  conservazione  de- bassorilievi  (1).  S’ignora  a qual  fami- 
glia appartenesse  questo  sontuoso  mausoleo,  e nulla  fin  qui  si 
rinvenne  che  ci  autorizzi  a stabilire  la  precisa  data  della  stia  co- 


(1)  Questi  tre  sarcofaghi,  insieme  ad  alcuni  altri,  trovati  pure  in  queste  tombe, 
vennero  comperati  dal  governo,  che  volle  arricchirne  il  museo  Lateranense,  ved. 
a pag.  129 


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Camere  sepolcrali.  145 

struzione;  si  può  credere  però,  che  appartenga  al  primo  periodo 
dell’  epoca  degli  Antonini. 

Riguardo  poi  al  grande  sarcofago,  scompartito  in  due,  pen- 
sano taluni,  giudicandone  solo  dalla  rozzezza,  che  si  debba  a- 
scrivere  all’epoca  semibarbara  del  V o VI  secolo,  ossia,  a cinque 
secoli  circa  dopo  l’erezione  del  mausoleo.  Noi,  al  contrario,  lo  cre- 
diamo contemporaneo  dello  stesso  mausoleo,  ed  anzi  riteniamo 
che  fosse  collocato  ove  si  trova,  prima  della  costruzione  della  ca- 
mera che  lo  contiene,  giacché  è evidente  che  a causa  della  sua 
immensa  mole,  non  vi  potette  essere  introdotto  posteriormente; 
e questa  nostra  opinione  viene  anche  convalidata  dal  trovarsi  il 
sarcofago  considerevolmente  incassato  nel  pavimento.  Di  più, 
non  solo  stimiamo  che  esso  sia  il  sarcofago  originario  del  mau- 
soleo, ma  siamo  di  avviso  che  fosse  soltanto  per  quello  edificata 
la  camera  in  cui  è posto,  e che  per  conseguenza  gli  altri  sarcofa- 
ghi, trovativi  senz’ordine,  ivi  dovettero  essere  assolutamente  in- 
trusi. Quanto  alla  rozzezza  del  sarcofago,  che  così  disadorno  pre- 
senta un  carattere  pesante  e grossolano,  ciò  ne  prova  la  molta 
perizia  degli  antichi  artefici.  Infatti,  chi  diresse  la  fabbrica  del 
magnifico  mausoleo,  si  valse  opportunamente  di  tale  contrap- 
posto, per  vie  meglio  far  risaltare  l'elegantissima  decorazione 
della  camera  che  lo  racchiude. 

Passiamo  ad  osservare  gli  avanzi  della 

BASILICA  DI  S.  STEFANO. 

A pochi  passi  dal  descritto  mausoleo,  sempre  a sinistra  della 
via  Latina,  si  scorgono  gli  avanzi  di  quella  basilica  che,  per  ben 
due  volte,  fu  eretta  al  protomartire  s.  Stefano,  e della  quale  ab- 
biamo memorie  certe,  cbe  ce  la  indicano  come  esistente  sino  al 
IX  secolo  dell’era  volgare  (1). 

La  scoperta  di  tale  basilica,  avvenuta  nel  dicembre  1857,  e 
che  ci  ricorda  un  monumento  sacro  de’primi  secoli  della  Chiesa, 
si  rende  vieppiù  interessante,  somministrandoci  non  solo  indizi 
sufficienti  per  riconoscere  la  forma  primitiva  di  cosi  memorando 
tempio,  ma  anche  perchè  ci  offre  l’intera  pianta  della  sua  riedi- 
ficazione, e come  appunto  trovavasi  allorquando  cadde  in  rovina. 

La  vergine  romana  Demetria,  o Demetriade,  della  illustre  e 
consolare  famiglia  Anicia,  fondò  in  origine,  correndo  il  secolo 
V,  la  basilica  in  discorso  entro  un  suo  podere  e sulle  rovine  di 

(1)  Questi  preziosi  avanzi  sono  stati  cinti  con  un  aito  muro,  per  meglio  conservarli. 

7 


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146 


Terza  Giornata. 


una  magnifica  villa  ; e venne  da  essa  eretta  e dedicata  al  proto- 
martire  s.  Stefano,  per  insinuazione  del  pontefice  s.  Leone  Ma- 
gno. Che  il  santo  pontefice  'persuadesse  Demetriade  ad  erigere 
questo  tempio  al  terzo  miglio  sulla  via  Latina,  ci  viene  ricordato 
da  molti  scrittori,  ed  in  ispecie  dal  Platina  e da  Pietro  Carnaio 
nella  vita  di  quel  papa.  Che  poi  il  santuario  venisse  dedicato  a 
s.  Stefano  ce  ne  fanno  fede  due  iscrizioni  lapidarie  trovate  nelle 
rovine  dell’edifizio.  Questa  basilica,  per  vecchiezza  minacciante 
rovina,  fu  rifabbricata  fra  l’ Vili  ed  il  IX  secolo  da  s.  Leone  III, 
su  di  un  livello  più  elevato  del  primitivo,  servendosi,  ove  cadde 
opportuno,  del  piantato  do’ muri  originari  ; e tali  costruzioni  di 
epoche  diverse,  riconoscibili  a colpo  d’occhio,  provano  la  riedi- 
ficazione del  sacro  tempio. 

In  origine  la  basilica  aveva  una  sola  navata,  coll’apside  retti- 
lineo, ed  un  portico  che  ne  decorava  il  prospetto.  Quando  venne 
ricostruita  da  s.  Leone  III,  non  solo  fu  ampliata  e resa  più  splen- 
dida, ma  fu  anche  ridotta  a tre  navate  coll’apside  curvilineo. 

Le  navate  erano  divise  da  16  colonne  di  marmi  diversi,  otto 
per  lato:  ancora  sono  al  loro  posto  alcune  basi  di  esse,  dalle 
quali  si  rileva  la  precisa  larghezza  della  nave  maggiore;  le  basi 
stesse,  e gli  avanzi  de’ muri  laterali  ci  mostrano  la  larghezza 
delle  navi  minori.  La  lunghezza  poi  della  chiesa  è determinata 
dal  piantato  dell’apside  e da  quello  deH'intemo  lato  del  vestibolo 
che  dava  adito  al  santuario. 

Innanzi  alla  tribuna  si  distingue  il  luogo  in  cui  era  l’altar  mag- 
giore, come  pure  quello  ove  sorgevano  gli  amboni  della  primi- 
tiva basilica:  a destra  si  hanno  gl’indizi  d’un  battistero  quadrato, 
avente  nel  centro  un  fonte  assai  basso,  servendo  al  battesimo  per 
immersione.  Inoltre,  dai  superstiti  e disotterati  muri  di  questa 
vastissima  fabbrica,  si  rileva  che  la  basilica  aveva  innanzi  un 
amplissimo  atrio  quadrilatero  circondato  da  portici,  e che  il  brac- 
cio di  essi  ricorrente  innanzi  al  prospetto , era  decorato  con  34 
colonne  di  marmi  diversi.  L’atrio  poi  era  preceduto  da  un  ospi- 
zio pei  pellegrini,  composto  di  26  camere  al  piano  terreno:  un 
muro  di  cinta  racchiudeva  l’ intero  santuario,  compresovi  il  ce- 
nobio, collocato  dietro  la  tribuna,  e che  in  parte  si  estendeva  an- 
che lungo  i lati  della  chiesa. 

’ Che  la  basilica  di  cui  si  parla  fosse  oltre  ogni  dire  magnifica 
e ricca,  conforme  si  presentò  agli  occhi  profetici  del  dotto  Arin- 
ghi (Roma  subterranea  4651),  rimane  provato  dalla  copia  de- 
gli scelti  marmi  trovati,  parte  nell’edifizio  stesso,  parte  ne’luo- 
glii  vicini,  ma  tutti  ad  essa  appartenuti.  Di  tali  marmi,  i più  ri- 


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Basilica  di  s.  Stefano.  147 

marchevoli  sono:  circa  30  colonne,  quasi  tutte  lunghe  3 met.  e 54 
c.,  fra  le  quali  una  di  verde  antico  di  straordinaria  bellezza,  una 
di  breccia  corallina,  talune  di  bigio  morato,  e molte  di  bellissimo 
cipollino.  Furono  anche  rinvenute  circa  40  basi,  comprese  quelle 
scoperte  al  loro  posto,  già  da  noi  accennate;  e senza  enumerare 
molti  marmi  architettonici,  con  croci  greche  e latine  scolpite  fra  i 
loro  ornamenti,  ricorderemo  30  e più  capitelli,  di  vario  stile  e gran- 
dezza, d’ordine  corintio,  composito  e ionico,  aventi  alcuni  degli 
ultimi  la  croce  scolpita  nella  voluta.  Accenneremo  pure,  non 
solo  la  scoperta  di  parecchi  vasi  in  marmo  bianco  con  fregi  di 
bassorilievo  frammisti  di  croci,  ma  anche  quella  d’ un  grande 
frammento  di  lapide  dalla  cui  iscrizione  risulta,  che  ai  tempi  di 
Sergio  II,  cioè  circa  30  anni  dopo  riedificata  la  basilica  da  s.  Leo- 
ne III,  un  certo  Lupo  Grigario  fecevi  a sue  spese  una  o più 
campane. 

Quanto  però  fin  qui  descrivemmo  o indicammo,  non  forma  il 
totale  delle  copiose  scoperte  fatte  dal  F ortunati  nel  vasto  campo 
delle  sue  indagini;  giacché,  essendo  stato  questo  territorio  per 
gran  tempo,  cominciando  almeno  dall’epoca  degli  Antonini,  un 
luogo  di  delizie  delle  più  ricche  e chiare  famiglie  pagane,  ivi  si 
trovarono  del  pani  non  pochi  avanzi  dei  preziosi  marmi  ch'orna- 
vano i loro  sontuosi  palazzi  o altri  edilizi.  Fra  tali  marmi,  tras- 
portati altrove,  i più  interessanti  erano:  sei  erme  di  greco  scar- 
pello, d’ottimo  lavoro,  due  delle  quali,  benissimo  conservate, 
con  teste  di  Bacco  barbato;  alquanti  torsi  di  statue,  quali  nudi 
quali  panneggiati;  una  stupenda  ara  (visibile  nel  museo  Kirche- 
riano)  adorna  di  un  bassorilievo  esprimente  un  sacrifizio  ; una 
testa  eh  Giove  Se  rapide;  un  Fauno  della  famiglia  di  Bacco  Etru- 
sco; alquante  teste  con  ritratti  di  famiglia;  molti  avanzi  di  mu- 
saici, di  stupendi  vasellami  in  cristallo,  e di  pitture  decorative; 
parecchi  frammenti  architettonici  in  marmi  diversi,  alcuni  de’qua- 
li  assai  pregevoli  per  la  squisitezza  degl’intagli,  e diversi  sarcofa- 
ghi, nel  cui  novero  eravene  uno  ornato  di  ottimi  bassorilievi, 
rappresentanti  Bacco  trionfante  nelle  Indie,  ed  entro  il  medesi- 
mo si  trovarono  quattro  scheletri  umani. 

Non  si  vuol  tacere  in  fine,  che  negli  scavi  de'quali  si  disse,  fu- 
rono rinvenute  non  poche  lapidi,  ed  oltre  500  fra  monete  e me- 
daglie, buon  numero  delle  quali  si  riferiscono  agli  Antonini,  e 
talune  a Crispina  Augusta,  moglie  di  Commodo.  Ricorderemo 
pure,  che  oltre  agli  edifizi  che  si  fecero  osservare,  si  scopersero 
ancora  molti  avanzi  di  fabbriche  destinate  ad  usi  diversi,  spet- 

T 


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148 


Terza  Giornata. 


tanti  all'epoca  di  Roma  pagana,  ed  a quella  di  Roma  cristiana  (1). 

Tornando  sulla  strada  postale  e proseguendo  il  cammino  verso 
Albano,  a circa  tre  miglia  da  Roma,  incontrasi,  a destra,  un  sen- 
tiero che  conduce  ai  bagni  dell  'Acqua  Santa,  stimatissimi  inis- 
pecie  per  le  malattie  cutanee. 

Rientrando  in  Roma  e pigliando  la  strada  a destra  della  por- 
ta, si  costeggiano  in  parte  le  mura  della  città,  le  quali,  in  que- 
sto luogo,  non  solo  palesano  meglio  che  altrove  la  loro  interna 
costruzione,  ma  porgono  eziandio  un  esempio  delle  fortificazioni 
del  V secolo.  — Dopo  un  quarto  di  miglio  si  giunge  alla 

BASILICA  DI  8.  CROCE  IN  GERUSALEMME. 

Questa  chiesa  è una  delle  sette  patriarcali  basiliche  di  Roma, 
e venne  eretta  da  s.  Elena,  madre  di  Costantino  il  Grande,  negli 
orti  Variani  edificati  da  Eliogabalo,  ove  questo  vile  tiranno  ed 
Alessandro  Severo  suo  successore  dimorarono,  ed  ove  era  un 
ampio  edifizio  detto  il  Sessorio,  da  cui  derivò  il  nome  di  Sesso- 
riana  alla  basilica,  la  quale  fu  detta  anche  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme, perchè  s.  Elena  vi  collocò  una  gran  porzione  della  santa 
Croce  da  lei  trovata  in  Gerusalemme:  ed  in  fine  per  essere  que- 
sta chiesa  stata  eretta  dalla  suddetta  santa,  la  troviamo  chiama- 
ta talvolta,  basilica  Eleniana.  S.  Silvestro  papa  consacravala,  ed 
altri  pontefici  in  epoche  diverse  la  ristorarono,  finché  Benedetto 
XIV  la  rifabbricò  nel  modo  che  si  vede,  coi  disegni  di  Dome- 
nico Gregorini. 

L’interfto  è a tre  navi,  divise  da  pilastri  e da  otto  grosse  co- 
lonne di  granito  egizio.  L’altar  maggiore,  isolato,  rimane  abbel- 
lito da  quattro  stupende  colonne  di  breccia  corallina,  sostenenti 
un  baldacchino.  Sotto  l’altare  è una  pregevole  urna  antica  di 
basalte,  adorna  di  quattro  teste  leonine,  entro  la  quale  si  conser- 
vano i corpi  de’  ss.  martiri  Cesario  ed  Anastasio.  Nella  volta  della 
tribuna  veggonsi  de’  belli  affreschi  del  Pinturicchio,  relativi  al 
discoprimento  della  santa  Croce  per  opera  di  s. Elena.  I due  qua- 
dri nell’  inferior  parte  della  tribuna  e le  pitture  della  volta  della 
chiesa  appartengono  a Corrado  Giaquinto.  Dalla  porta  presso  la 
tribuna  si  scende  alla  cappella  di  s.  Elena,  fregiata  con  pitture 
di  Pomarancio,  e di  musaici  eseguiti  da  Baldassar  Peruzzi:  leg- 
gendosi sull’ingresso  un’antica  iscrizione  in  onore  della  santa. 

(1)  Quelli  che  volessero  avere  più  estese  notizie  circa  le  scoperte  da  noi  accennate, 
potranno  ricorrere  alle  dotte  illustrazioni  pubblicate  dal  Fortunati. 


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Orti  V ariani.  149 

Uscendo  dalla  chiesa,  si  veggono  entro  la  vigna  a destra,  se- 
gnata col  N.°  11,  gli  avanzi  di  alcune  costruzioni  degli 
« 

ORTI  VARIASTI. 

Sappiamo  da  Frontino  che  gli  archi  dell’acquidotto  Neroniano 
avevano  principio  nel  luogo  denominato  Spes  vetus,  a causa  di 
qualche  tempio  eretto  alla  Speranza  ne’più  rimoti  tempi  ove,  se- 
condo Lampridio,  erano  gli  orti  Variani,  eh’  ebbero  il  nome  da 
Sesto  Vhrio  Marcello,  padre  d’Eliogabalo.  Si  osservano  alcune 
rovine  appartenenti  a questi  orti,  appoggiate  alla  chiesa  di  s. 
Croce,  e tramutate  in  tinelli,  la  più  significante  delle  quali  è 
quella  detta  volgarmente  il  tempio  di  Venere  e Amore.  Di  tale 
edilìzio  non  ci  rimangono  che  i ruderi  d’ un  nicchione  e qualche 
avanzo  dei  muri  laterali,  essendo  stato  demolito  il  rimanente  per 
trarne  i materiali  che  servirono  al  riedific'amento  della  facciata 
della  basilica  di  s.  Croce.  Da  prima  si  suppose  che  questo  fosse 
un  tempio  sacro  alle  due  divinità  suddette,  perchè  nel  secolo  XVI 
si  scoperse  fra  le  ruine  la  statua  di  Venere  con  Amore,  la  quale 
oggi  si  vede  sotto  il  portico  del  cortile  ottagono  del  museo  Va- 
ticano colla  scritta:  Veneri  Felici  Sacrum  Sallustia  Helpidius 
D.  D .;  in  seguito  però  si  conobbe  che  la  statua  rappresentava 
Sallustia  Barbia  Orbiana,  moglie  di  Alessandro  Severo,  sotto  le 
sembianze  di  Venere. 

Vicino  alle  accennate  ruine  si  trova  l’acquidotto  di  Claudio,  di 
cui  Sisto  V si  valse  come  appoggio  del  suo  condotto  dell’acqua 
Felice.  Nerone  divise  l’ acqua  Claudia,  conducendone  porzione 
sul  Celio,  da  dove  porto  Ila  sul  Palatino,  ed  ivi  incominciava  l’a$- 
quidotto  Neroniano.  — La  vigna  dal  lato  opposto  della  chiesa, 
contiene  1’ 

ANFITEATRO  CASTRENSE. 

Questo  anfiteatro,  costruito  per  intero  in  piattoni,  aveva  due 
piani:  il  primo  era  decorato  esternamente  con  colonne  corintie 
incassate  nel  muro,  ed  il  secondo  con  pilastri  dell’ordine  stesso. 
Da  principio  rimaneva  fuori  delle  mura  antiche,  ma  poi,  regnan- 
do l’imperatore  Onorio,  ne  vennero  murate  le  arcate  e rimase 
compreso  nelle  mura  della  città.  Ebbe  l’anfiteatro  il  nome  di  Ca- 
strense, perchè  era  serbato  alle  pugne  de’soldati  contro  le  fiere, 
ed  alle  feste  militari,  dette  Ludi  Castrenses. 

Poco  lungi,  fuori  della  città,  esisteva  un  circo  costrutto  forse 
da  Eliogabalo,  e nel  XVII  secolo  vi  fu  trovato  l’obelisco  di  gra- 


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150  Terza  Giornata. 

nito,  eretto  da  Pio  VII,  nel  1822,  in  vetta  al  Pincio  ove  è il  pas- 
seggio pubblico. 

Presso  la  basilica  di  s.  Croce,  ossia  nel  luogo  in  cui  era  la  villa 
Conti,  si  vedono  gli  avanzi  del  serbatoio  d’acqua  delle  terme  di 
s.  Elena:  tale  denominazione  è riconosciuta  autentica,  poiché  ivi 
presso  fu  scoperta  una  grande  iscrizione  in  marmo,  relativa  a 
8. Elena  e ad  esse  terme.  Questa  iscrizione  fu  trasportata  al  mu- 
seo Vaticano,  ove  esiste  incastrata  in  una  parete  della  sala  a 
croce  greca.  — Pigliando  la  prima  strada  a destra  ueU’uscire 
dalla  chiesa  di  s.  Croce,  e passando  sotto  gli  archi  deH’acqui- 
dotto  Neroniano,  la  cui  costruzione  in  mattoni  è assai  buona  e 
molto  accurata,  si  perviene  subito  alla 

PORTA  MAGGIORE. 

Gli  antichi  costumavano  dare  un  magnifico  aspetto  ai  loro  ac- 
quidotti  ne’ luoghi  che  traversano  le  vie  pubbliche,  ed  è per  ciò 
che  l’ imperator  Claudio  volle  che  dove  il  suo  acquidotto  pas- 
sava sulla  via  Labicana,  avesse  aspetto  di  un  arco  'trionfale. 
Sulle  due  facce  si  leggono  tre  iscrizioni  a grandi  lettere,  la  pri- 
ma delle  quali,  posta  nella  parte  superiore,  ricorda  che  l’impe- 
ratore Tiberio  Claudio,  figlio  di  Druso,  condusse  in  Roma  le 
acque  Claudia  ed  Amene  nuova;  che  quella  derivava  da  due  sor- 
give dette  Cerulea  e Curtia , ed  aveva  un  corso  di  45  miglia; 
e che  la  seconda,  ossia  V Aniene  nuora,  avevane  62.  La  seconda 
iscrizione  indica  il  ristauro  di  questo  acquidotto  fatto  da  Tito, 
figlio,  di  Vespasiano,  e la  terza  accenna  che  Vespasiano  procurò 
dei  ristauri  considerevoli  all’edifizio  medesimo,  giacché  da  molti 
anni  l’acqua  non  giungeva  altrimenti  in  Roma.  Onorio,  rinno- 
vando le  mura  della  città,  trasse  profitto  dall’edifizio  stesso  per 
le  porte  Prenestina  e Labicana,  così  chiamate  dalle  strade  che 
da  esse  sboccavano.  Sopra  la  porta  Labicana,  oggi  distrutta, 
leggevasi  l’iscrizione  indicante  che  Onorio  ricostrusse  le  mura 
di  Roma  nel  402,  e sulla  Prenestina , tuttora  aperta,  non  si  leg- 
ge iscrizione  alcuna.  Questa  poi  fu  detta  porta  Maggiore,  per- 
chè conduce  dirittamente  alla  basilica  di  s. Maria  Maggiore. 

Il  monumento  dell’  acqua  Claudia,  la  cui  faccia  esterna  è la 
meglio  conservata,  vuoisi  ritenere  come  uno  de’ più  magnifici 
dell’antica  Roma.  È costruito  in  massi  smisurati  di  travertino, 
e si  compone  di  due  grandi  archi  o fornici,  e di  tre  archetti  de- 
corati con  colonne  e piccoli  frontespizi,  e rimane  terminato  dalle 
iscrizioni  sopra  indicate.  Sisto  V fece  forare  il  monumento  per 


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151 


Porta  Maggiore. 

dar  passo  al  suo  acquidotto  dell’  acqua  Felice.  Fin  dai  tempi  di 
mezzo  era  esso  ingombrato  da  pessime  fabbriche,  le  quali  ne 
celavano  la  bellezza,  per  cui  il  pontefice  Gregorio  XVI  fecele 
atterrare,  ed  allora  se  ne  potè  scorgere  tutta  la  magnificenza.  In 
si  fatta  occasione  fu  scoperto  l’ antico  sepolcro  che  si  osserva  a 
sinistra,  uscendo  dalla  porta,  il  quale  era  stato  racchiuso  nei 
muri  d’una  torre:  esso  appartiene  agli  ultimi  tempi  della  repub- 
blica, e porta  il  nome  d’un  Marco  Virgilio  Eurisace,  fornaio  ap- 
paltatore: nella  stessa  circostanza  si  trovarono  anche  tutti  i fram- 
menti di  antichi  marmi  scolpiti,  che  veggonsi  dal  canto  opposto. 

Ivi,  nella  spessezza  del  muro  a manca  della  porta  stessa,  e però 
a destra  di  chi  guarda,  si  scorgono  i tre  condotti  antichi  delle 
acque  Giulia,  Tepula  e Marcia,  e poco  più  lungi,  internato  nel 
terreno,  avvi  quello  detto  àcAY  Aniene  vecchia.  Intorno  a questi 
sei  acquidotti,  die  quivi  s’incrociano,  e pe’  quali  passavano  le 
accennate  acque,  vuoisi  osservare  che  V Attiene  nuova,  portata  in 
Roma  da  Claudio,  era  la  più  alta,  e veniva  da  43  miglia  lungi 
dalla  città  con  un  corso  di  miglia  62;  che  Y acqua  Claudia,  presa 
alle  sorgive  Cerulea  e Curtia,  veniva  da  38  miglia  di  distanza 
perla  via  di  Subiaco,  con  un  corso  di  45  miglia;  che  V acqua 
Giulia  fu  condotta  da  Agrippa  l’anno  708  di  Roma,  il  cui  livello 
era  il  terzo,  ed  aveva  un  corso  di  15  miglia  ; che  la  Tepula  fu 
portata  in  Roma  nel  627  da  Cneo  ServiliQ  Cepione  e Lucio  Cas- 
sio Longino,  ed  aveva  13  miglia  di  corso  ; che  la  Marcia , con- 
dotta dal  pretore  Quinto  Marcio  Re  nel  608  di  Roma,  muoveva 
da  33  miglia  lunge  da  questa,  correndo  lo  spazio  di  60  miglia, 
e veniva  riguardata  dagli  antichi  come  l' acqua  migliore  ; final- 
mente, che  Y Attiene  vecchia  fu  condotta  circa  il  482  da  Manio 
Curio  Dentato,  che  per  la  spesa  occorrente  si  valse  delle  spoglie 
riportate  su  Pirro,  lo  che  rende  il  suo  acquidotto  più  interessante 
degli  altri.  Fino  all'anno  1834  si  conobbe  il  luogo  ove  il  canale 
di  questo  acquidotto  traversava  la  strada,  ma  nelle  riparazioni 
della  strada  stessa  ne.  scomparvero  tutte  le  vestigia,  le  quali  era- 
no tanto  più  interessanti  in  quanto  che  costituivano  i soli  avanzi 
di  tal  acquidotto  esistenti  presso  Roma.  — La  strada  che  s’apre 
incontro  alla  porta  Maggiore,  segue  l’andamento  dell’antica 

VIA  LAMCAIVA. 

Essa  piglia  il  nome  da  Labico  a cui  conduceva,  città  del  Lazio, 
ricordata  spesso  da  Livio  e da  altri  classici  autori  antichi,  e che 
oggi  corrisponde  al  villaggio  della  Colonna.  Andando  per  que- 


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152 


Terza  Giornata. 


sta  via,  dopo  un  miglio  e mezzo  si  trovano  gli  avanzi  dell’acqui- 
dotto  dell’acqua  che  Alessandro  Severo  condusse  in  città  ad  uso 
delle  sue  terme,  e che  corrisponde  all’odierna  Felice , quan- 

tunque anticamente  il  suo  livello  fosse  più  basso.  Mezzo  miglio 
più  innanzi  si  giunge  a Tor  Pignattara,  ove,  presso  la  strada,  si 
scorgono  i ruderi  di  antiche  fabbriche  quasi  distrutte,  e non  lun- 
go di  quivi  incontrasi  il  mausoleo  di  s.  Elena. 

Nel  circuito  di  questo  mausoleo,  ai  tempi  di  Clemente  XI,  fu 
edificata  una  chiesetta  sacra  ai  ss.  Pietro  e Marcellino,  la  quale 
ricorda  l’antica  basilica  che  i due  martiri  avevano  in  queste  vici- 
nanze. La  bell’urna  di  porfido,  collocata  nel  museo  Vaticano,  co- 
nosciuta col  nome  di  sepolcro  di  s.  Elena,  venne  scoperta  fra 
queste  rovine.  Dalla  sunnominata  chiesina  si  scende  nel  cimi- 
terio  o catacombe,  ove  si  vede  il  luogo  del  sepolcro  de’santi  Pie- 
tro e Marcellino. 

Parecchie  iscrizioni  mortuarie  de’cavalieri  singolari  (Equites 
Singulares) , rinvenute  nei  contorni  correndo  lo  scorso  secolo, 
e che  si  osservano  nel  corridoio  delle  iscrizioni  nel  museo  Vati- 
cano, fanno  presumere  che  sì  fatta  cavalleria  scelta,  acquartie- 
rata sul  Celio,  avesse  il  suo  cimiterio  quivi  presso.  Taluni  brani 
di  simili  iscrizioni,  scoperti  dopo  gli  ultimi  scavi,  sono  murati 
nelle  pareti  del  mausoleo  e nel  prospetto  della  piccola  chiesa. 

Tornando  alla  porta  Maggiore,  e colà  pervenuti,  pel  cammi- 
no di  fianco  a quello  percorso,  si  raggiunge  la 

VIA  PRE’VESTIiV  A. 

Chiamavasi  già  Gabina  e Pr mentina,  perchè  conducente  a 
Gabi  ed  a Preneste.  Essa  aveva  origine  presso  l’arco  di  Gallieno 
ove  esisteva  la  porta  E squillila.  Andando  per  tal  via,  a circa 
tre  miglia  da  Roma,  veggonsi  ampie  rovine  spettanti  alla  villa 
de’Gordiani,  la  quale  comprendeva  sontuosi  portici,  terme  ma- 
gnifiche e basiliche.  Una  porzione  delle  rovine  tuttora  esistenti, 
sono  senza  dubbio  ricettacoli  d’acqua,  e nel  novero  di  esse  si  os- 
servano gli  avanzi  di  due  sale,  oltre  quelle  d’un  tempio  rotondo 
assai  ben  conservato,  con  portico  rettilineo  all'innanzi,  e che  si 
crede  fosse  eretto  alla  Fortuna.  Inferiormente  alla  cella  è il  sot- 
terraneo conservato  molto  bene;  e tale  tempio  viene  volgarmente 
chiamato  Tor  de'Sckiavi.  — Entrando  per  la  porte  Maggiore,  al 
cominciare  della  strada  di  prospetto,  entro  la  prima  vigna  a de- 
stra, segnata  col  N.°  8,  si  hanno  le  ruine  dette  comunemente 


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153 


Tempio  di  Minerva  Medica. 

TEMPIO  DI  MINERVA  MEDICA. 

A questi  imponenti  avanzi  della  basilica  di  Caio  e Lucio  si 
applicò  il  nome  di  tempio  di  Minerva  Medica,  perchè  nei  secoli 
XV  e XVI  il  luogo  era  volgarmente  chiamato  Galluste.  Tale 
denominazione  volgare  indusse  alcuni  antiquarii  a riconoscere 
in  questo  edifizio  il  tempio  di  Ercole  Callaico,  eretto  da  Giunio 
che  vinse  i Callaici,  cioè  il  popolo  della  provincia  di  Spagna, 
oggi  chiamata  Galizia.  È però  conosciuto  che  la  basilica  di  Caio 
e Lucio,  nipoti  di  Augusto,  rimaneva  fra  il  Foro  Romano  ed  il 
Tevere,  e che  il  tempio  d’Èrcole  Callaico  ergevasi  presso  il  circo 
Flaminio;  cioè  a dire  che  i detti  edilìzi  erano  nella  parte  occiden- 
tale della  città,  mentre  gli  avanzi  in  discorso  sono  nella  parte 
più  orientale.  In  seguito  si  diede  comunemente  il  nome  di  tem- 
pio di  Minerva  Medica  a tali  avanzi,  adducendo  per  ragione  che 
quivi  era  stata  scoperta  la  celebre  statua  di  Minerva,  che  ora  si 
ammira  nel  museo  Vaticano  ; ma  questa  statua  si  rinvenne  nel- 
l’orto del  convento  della  Minerva,  e quindi  dietro  più  esatte  os- 
servazioni e la  scoperta  di  alquante  statue,  debbesi  convenire 
che  la  fabbrica  di  cui  si  tratta,  per  la  sua  forma,  non  potè  essere 
mai  un  tempio,  ma  piuttosto  una  sala  pertinente  a degli  orti  del 
secolo  HI;  e quando  pure  la  statua  di  Minerva  fosse  stata  ivi 
scoperta,  si  sa  che  il  serpente  non  è adatto  il  simbolo  particolare 
di  Minerva  Medica,  ma  è bensì  di  Minerva  in  generale,  come  di- 
vinità conservatrice  e custode  delle  città'. 

L’interno  dell’  edifizio  di  cui  trattiamo  ha  forma  decagona  : la 
distanza  da  un  angolo  all’altro  è di  7 metri  e 9 c.,  avendo  70  me- 
tri di  circonferenza.  Esso  riceveva  la  luce  da  dieci  finestre,  e con- 
teneva nove  nicchie  per  statue.  Fra  quelle  trovate  nelle  rovine 
di  essa  sala  le  più  osservabili  sono  le  statue  di  Esculapio,  di  Po- 
mona,  di  Adone,  di  Venere,  d’un  Fauno,  di  Ercole  e di  Antinoo; 
le  quali  tutte  attestano  la  magnificenza  dell’edifizio,  la  cui  volta 
crollò  nel  1828.  All’esterno  si  veggono  dei  muri  addossati  in  se- 
guito a detta  sala,  la  cui  forma,  gli  arboscelli  che  la  coprono  ed 
i punti  di  veduta  de’ quali  si  gode,  rendono  queste  ruine  assai 
pittoresche. 

Fra  il  descritto  edifizio  e la  porta  Maggiore  sono  due  colom- 
barii, costruito  il  primo  da  Lucio  Arruuzio,  console  sotto  Augu- 
sto l’anno  VI  dell’era  volgare,  per  chiudervi  le  ceneri  de’ suoi 
liberti;  ed  il  secondo  non  contiene  che  una  camera  sepolcrale 
eretta  per  ispeculazione  a fine  di  venderne  i posti  a chi  ne  voles- 
se. Nella  casa  del  vignaiuolo  si  vede  un  avanzo  d’un  castello  di 

7„ 


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154 


Terza  Giornata. 


acque,  spettante  al l'acqua  Claudia  ed  aH’ Anime  nuova.  — 
Giunti  appena  al  termine  della  ricordata  strada,  si  veggono  sor- 
gere a destra  i ruderi  di  un’antica  fonte,  chiamati  comunemente  i 

TROFEI  DI  MARIO. 

Quantunque  parecchi  antiquarii  abbiamo  creduto  che  questo 
monumento  appartenesse  all’  acqua  Marcia,  contuttociò  in  se- 
guito delle  osservazioni  del  Piranesi,  il  livello  delle  acque  che 
entravano  in  Roma  forma  prova  di  fatto  che  il  condotto  il  quale 
sboccava  nella  vasca  di  questa  fontana,  non  poteva  condurre  se 
non  l'acqua  Giulia.  Questi  ruderi  vengono  appellati  Trofei  di 
Mano,  a causa  di  due  trofei  in  marmo  che  decoravano  i lati  del 
monumento,  ed  i quali,  d’ordine  di  Sisto  V , furono  trasferiti  sulle 
balaustrate  del  Campidoglio.  Credesi  che  fossero  eretti  per  la 
doppia  vittoria  riportata  da  Mario  sui  barbari  che  tentavano  d’in- 
vadere l’Italia;  esaminando  però  lo  stile  di  questi  trofei  e la  co- 
struzione del  monumento,  è forza  confessare  che  il  tutto  appar- 
tiene all’epoca  di  Settimio  Severo,  il  quale  ristorò  gli  acquidotti 
e le  altre  fabbriche  di  Roma.  — La  via  dal  lato  opposto  di  tali 
avanzi  conduce  alla 

CHIESA  DI  S.  BIBIANA. 

Si  crede  che  Ohmpia  matrona  romana  facesse  erigere  questa 
chiesa  nel  363,  nel  luogo  detto  ad  Ursum  Pileatum,  accanto  al 
palazzo  di  Licinio;  ma  è certo  che  nel  470  venne  consacrata  da 
s.  Simplicio  papa,  in  onore  di  s.  Bibiana.  Onorio  III  fecela  ri- 
staurare  nel  1234:  Urbano  Vili  risarcita  che  l’ebbe  nel  1625, 
fecevi  costruire  la  facciata  coi  disegni  del  Bernini,  ed  ornolla  di 
pitture.  Essa  è a tre  navi,  divise  da  otto  colonne  antiche,  sei  delle 
quali  in  granito.  Dei  dieci  affreschi  della  nave  di  mezzo,  rappre- 
sentanti l'istoria  di  s.  Bibiana,  quelli  a destra  entrando,  sono  di 
Agostino  Ciampelh,  e quelli  incontro,  che  furono  ristaurati, 
appartengono  a Pietro  da  Cortona.  Sull’altar  maggiore  è la  statua 
di  s.  Bibiana,  tenuta  come  una  delle  migliori  opere  del  Bernini: 
sotto  l’altare  stesso  scorgesi  una  ricca  urna  d’alabastro  orientale, 
entro  cui  riposano  i corpi  di  s.  Bibiana,  di  s.  Demetria  e della 
madre  loro  s.  Dafrosa.  — Tornando  ai  Trofei  di  Mario,  si  trova 
poco  lungi,  da  mano  destra,  l’ ingresso  al  cortile  che  precede  la 


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Chiesa  di  s.  Eusebio.  155 

CHIESA  DI  8.  EUSEBIO. 

È antichissima,  giacché  fu  titolo  cardinalizio  fin  dai  tempi  di 
s.  Gregorio  I.  Senza  fondamento  di  ragione,  ed  anche  contro 
l’autorità  degli  scrittori  classici,  si  ritenne,  negli  ultimi  secoli,  che 
la  chiesa,  l’orto  e la  casa  annessi  occupassero  l’area  delle  terme 
dell’  imperatore  Gordiano  giuniore,  perchè  nell’orto  furono  sco- 
perte alcune  camere  sotterranee  dipinte  di  buon  gusto.  La  volta 
del  santuario  venne  colorita  dal  Mengs,  che  vi  rappresentò  s.  Eu- 
sebio in  una  gloria  d’angeli.  L’ aitar  maggiore  fu  eretto  coi  di- 
segni d’Onorio  Longhi,  ed  il  quadro  fu  eseguito  da  Baldasare 
Croce.  — Uscendo  dalla  chiesa,  dati  appena  pochi  passi  a dritta, 
si  vede  a breve  distanza  1’ 

ARCO  DI  GALLIENO. 

Stando  all’iscrizione  che  si  legge  nell’architrave,  quest’arco 
fu  dedicato  a Gallieno  ed  a Salonina  sua  moglie,  verso  il  260, 
da  un  privato  di  nome  Marco  Aurelio  Vittore.  E di  mediocre 
architettura,  ma  assai  ben  conservato,  giacché  non  mancagli 
che  una  parte  nei  lati,  e si  compone  di  grossi  pezzi  di  travertino. 
Nel  centro  del  fornice  era  vi  un  brano  di  catena  a cui  stavano 
appese  le  chiavi  della  porta  Salsicchia  di  Viterbo,  avendole  ivi 
poste  i Romani  in  memoria  e come  trofeo  della  vittoria  che  ri- 
portarono sui  Viterbesi  circa  il  1225  : al  presente  però  simil  ri- 
cordo più  non  esiste. 

La  chiesa  di  s.Vito  che  trovasi  a lato  al  detto  arco,  è eretta 
presso  l’antico  Macello  Liviano,  mercato  di  cui  parla  Cicerone, 
e che  venne  riedificato  ed  ornato  da  Livia  moglie  di  Augusto  : 
ed  è perciò  che  la  chiesa  fu  detta  in  Macellarti , dagli  scrittori 
de'bassi  tempi.  ■ — Pochi  passi  dopo  l’arco  di  Gallieno  s’incon- 
tra sulla  sinistra  l’ingresso  del  cortile  che  precede  la 

CHIESA  DEL  SS.  REDENTORE  E DI  S.  ALFONSO 
DE'  LIGUORI. 

• 

Questa  nuova  chiesetta  rimane  nel  luogo  stesso  ove  in  altri 
tempi  esistè  la  villa  Caserta,  poscia  convertita  in  vigna,  e quindi 
comperata,  nel  1855,  dai  pp.  liguorini  per  erigere  il  suddetto 
santuario  e per  istabilire  il  loro  convento  e noviziato  nell’annesso 
palazzo,  che  ridussero  a tale  uso. 

L’indicata  chiesetta,  unica  in  Roma  che  sia  intieramente  di  ar- 
chitettura gotica,  venne  costruita  sui  disegni  di  Giorgio  Vigley, 


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156 


Terza  Giornata. 


inglese.  Essa  ha  una  sola  navata  preceduta  da  un  vestibolo,  ed 
oltre  l’altar  maggiore  contiene  sei  cappelle  nelle  quali  si  vene- 
rano delle  sacre  immagini  scolpite  in  legno  da  Gaspare  Zum- 
buscli  di  Monaco.  L’apside  poi  rimane  abbellito  da  un  affresco 
esprimente  il  Redentore  colla  Madonna  e s.  Giuseppe,  opera  di 
Francesco  Rohden,  al  quale  appartengono  eziandio  i ss.  Pietro  e 
Paolo  dipinti  nelle  due  contigue  cantorie.  — Tornando  verso 
l’arco  di  Gallieno,  incontrasi  a smista  la  via  di s.  Antonio,  la  qua- 
le sbocca  di  contro  alla  strada  che  conduce  direttamente  alla 

PORTA  S.  LORENZO. 

Secondo  l’iscrizione  posta  sul  prospetto  esterno,  è questa  porta 
una  di  quelle  erette  sotto  Onorio  T anno  402.  Essa  venne  detta 
in  origine  Tiburtina,  a causa  della  via  così  chiamata  la  quale 
conduceva  a Tibur,  oggi  Tivoli,  ed  al  presente  si  chiama  Porta 
s.  Lorenzo,  perchè  conduce  alla  basilica  di  tal  santo.  Fu  appog- 
giata la  detta  porta  al  monumento  dell’  antico  acquidotto  delle 
acque  Marcia,  Tepula,  e Giulia,  ristaurato  da  Augusto,  da  Ti- 
to, e da  Caracalla,  conforme  lo  provano  le  iscrizioni  ivi  esistenti. 

Mezzo  miglio  fuori  della  suddetta  porta  si  trova  la 

BASILICA  DI  S.  LORENZO  FUORI  LE  MURA. 

In  questo  luogo  s.  Ciriaca , matrona  romana  possedeva  un 
predio  rustico,  chiamato  Fundus  Veranus,  ov’era  un  cimiterio 
nel  quale  faceva  seppellire  i corpi  dei  santi  martiri,  e fra  questi 
fu  quello  di  s. Lorenzo,  primo  diacono  della  chiesa  romana.  A 
Costantino  il  Grande  si  deve  la  fondazione  della  basilica  di  che 
trattiamo,  da  esso  eretta  nel  330  ove  era  il  cimiterio  di  s.  Ciriaca, 
e sul  luogo  in  cui  riposava  il  corpo  del  glorioso  martire.  Alquan- 
ti pontefici  ebbero  particolari  cure  di  questa  basilica,  ristorandola 
dai  danni  dtì  essa  cagionati  dalle  ingiurie  del  tempo  e dalle  in- 
cursioni de’  barbari;  ma  i papi  Pelagio  II  ed  Onorio  III,  oltre  che 
la  ristorarono  ed  abbellirono,  ne  ampliarono  anche  le  dimensio- 
ni. Taluni  opinano  che  Pelagio  la  riedificasse  di  nuovo,  ma  in- 
vece fu  da  esso  ingrandita,  facendovi  considerevoli  variazioni; 
ed  avendola  anche  arricchita  di  splendidi  ornamenti,  fa  appellata 
Speciosior  e Nova. 

Onorio  III  volle  ampliarla  anche  più  considerevolmente,  ag- 
giungendovi le  tre  navate  ed  il  portico.  Siffatto  ingrandimento 
venne  quasi  intieramente  conseguito  congiungendovi  un’altra 


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157 


. Basilica  di  s.  Lorenzo  fuori  le  mura. 

basilica  che  trovavasi  ad  essa  assai  propinqua  (1).  In  tal  modo 
venne  mutata  affatto  la  direzione  della  basilica  Costantiniana,  e 
siccome  essa  si  trovava  su  di  un  livello  assai  più  basso  di  quella 
congiuntavi,  ne  fu  colmata  la  parte  inferiore  di  terra  e di  mace- 
rie, di  guisa  che  la  superior  parte  della  sua  navata  grande  potò 
servire  per  formarvi  l’attuale  presbiterio.  La  basilica  di  cui  trat- 
tasi, anche  dopo  Onorio  III,  ebbe  de’  ristauri,  e finalmente  nel 
1657,  i canonici  regolari  Lateranensi,  che  l’avevano  in  cura,  la 
misero  nello  stato  in  cui  trovavasi  prima  della  gigantesca  risto- 
razione operatavi,  nel  1864,  a spese  del  pontefice  Pio  IX. 

Mediante  tale  ristauro,  diretto  dal  conte  Virginio  Vespignani, 
architetto  di  chiara  fama,  quest’insigne  santuario  è stato  ridotto 
all’antico  stile  basilicale,  togliendovi  tutti  quegli  sconci  che  ne  de- 
turpavano la  primitiva  architettura.  Nel  tempo  stesso  furono 
rinnovati  i cadenti  tetti,  e vennero  eseguite  altre  significanti  ri- 
parazioni, si  all’esterno  come  neU’intemo  del  sacro  tempio,  deco- 
randolo pure  di  stupendi  affreschi.  Inoltre,  anche  la  facciata  fu 
abbellita  con  pitture  a fresco;  il  portico  laterale  venne  mutato  in 
grandiosa  sacristia,  e sull’area  di  quella  antica  fu  edificata  la 
cappella  del  ss. Sacramento.  In  fine,  la  superficie  della  primitiva 
basilica  Costantiniana,  fu  sgombrata  dalla  terra  e dalle  macerie 
di  cui  rimaneva  totalmente  colma,  e quindi  ridonato  alla  pietà 
de’  fedeli  il  venerato  luogo.  In  occasione  poi  dell’ accennato  ri- 
stauro fu  elevata  sulla  piazza  della  basilica  una  colonna  di  gra- 
nito rosso  orientale,  sormontata  dalla  statua  di  s.  Lorenzo  in  o- 
nore  del  quale  fu  eretto  il  monumento.  La  statua  venne  fusa  in 
bronzo  da  Francesco  Lucenti,  sul  lodevole  modello  di  Stefano 
Galletti.  L’altez2a  totale  di  questo  elegante  monumento  ascende 
a 24  metri,  compresavi  la  statua,  alta  3 metri  circa. 

Già  si  disse  che  la  facciata  della  basilica  venne  abbellita  di 
pitture  a fresco.  Tali  dipinti  in  campo  d’oro,  ad  imitazione  di 
musaico,  sono  opera  di  Silverio  Capparoni,  eccettuata  la  parte 
ornativa  eseguita  dal  Mantovani.  Di  questi  affreschi,  quelli  in 
basso,  rappresentano, in  figura  intiera,  l’imperatore  Costantino 
fondatore  della  basilica,  e quei  papi  che  ne  ebbero  cure  specia- 
li, cioè  Sisto  III,  Pelagio  Ò,  Adriano  I,  Onorio  ni  ed  il  ponte- 
fice Pio  IX,  il  quale,  del  pari  che  Onorio,  ha  nelle  mani  la  basi- 
lica di  cui  trattasi,  per  significare  che  da  esso  è stata  grande- 


(1)  Fra  gli  opportuni  lavori  che  ebbero  luogo  per  effettuare  l'indicato  congiungi- 
mento, fu  abbattuto  l'apside  di  ambedue  le  basiliche,  che,  in  senso  opposto,  si  tro- 
vavano quaft  a contatto. 


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158  Terza  Giornata. 

mente  riparata  e ristaurata,  e da  quello  considerevolmente  in- 
grandita. Gli  affreschi  in  alto,  in  mezze  figure  entro  cornici  or- 
bicolari,  ci  offrono:  nel  mezzo,  il  Salvatore  in  atto  di  benedire, 
avente  a destra,  s.  Lorenzo,  s.  Giustino,  e s.  Cirilla;  a sinistra, 
s.  Stefano,  s.  Ippolito  e s.  Ciriaca. 

La  facciata  del  portico  viene  decorata  e sorretta  da  6 colonne 
ioniche  di  marmi  diversi,  ed  il  fregio  è abbellito  con  musaici  di 
antica  scuola,  ove  si  osservano:  il  Redentore,  s.  Cirilla,  e s. Tri- 
fonia  di  lei  madre,  come  pure  s.  Lorenzo,  il  quale  accoglie  papa 
Onorio,  presso  cui  è un  personaggio  inginocchiato.  Le  pitture 
che  ne  adornano  l’interno,  ristaurate  nel  1864,  sono  un  avanzo 
di  quelle  eseguitevi  ai  tempi  di  Onorio  III.  Nella  parete  di  mezzo 
veggonsi  rappresentati  alquanti  tratti  della  vita  de’  ss.  Lorenzo 
e Stefano.  Gli  affreschi  della  parete  a sinistra  ci  ricordano  la 
storia  del  cingolo  di  s.  Lorenzo.  In  fine,  quelli  sull’alto  della  pa- 
rete a destra,  si  riferiscono  a s.  Enrico  II,  imperatore  di  Alema- 
gna; quelli  in  basso,  al  giudizio  dell’anima  del  conte  Enrico, 
sassone,  divoto  di  s.  Lorenzo.  In  questo  portico,  lateralmente 
aH’ingresso  della  chiesa,  sono  due  sarcofaghi:  uno  di  essi  va  a- 
dorno  di  bassorilievi  rappresentanti  alquanti  genii  che  vendem- 
miano, soggetto  che  spesso  scorgesi  espresso  nei  monumenti 
dei  primi  secoli  del  cristianesimo.  Questo  sarcofago,  già  esisten- 
te nella  basilica,  credesi  che  servisse  di  sepolcro  al  pontefice 
Damaso  II,  morto  nel  1049.  L’altro  fu  scoperto  in  occasione 
dell’ultimo  ristauro,  ed  ha  un  bassorilievo,  che  sebbene  appena 
abbozzato,  nulladimeno  vi  si  ravvisa  la  risurrezione  di  Lazzaro, 
la  moltiplicazione  de’  pani,  Mosè  colle  tavole  della  legge,  e l’E- 
morroidissa.  A ridosso  delle  pareti  laterali  sono  collocate  due 
arche  sepolcrali  del  secolo  XII,  che  si  osservavano  nel  chiostro 
dell’annesso  convento. 

Entrando  nella  basilica,  ad  onta  che  essa  non  sia  intieramen- 
te abbellita  colla  nuova  decorazione,  e ad  onta  che  non  vada 
ricca  di  quei  sontuosi  e splendidi  ornamenti  di  cui  rifulgono  tan- 
te altre  chiese  di  Roma,  nulladimeno  si  presenta  allo  sguardo 
con  sì  grande  maestà  e severa  imponenza,  che  t’invita  a profon- 
da e rispettosa  venerazione  (1).  Il  corpo  di  questa  basilica  è a tre 
navi  divise  da  22  grosse  colonne  di  differenti  diametri:  sono  qua- 
si tutte  di  granito  orientale,  e su  di  esse  furono  adattati  antichi 
capitelli  ionici. 

(1)  In  questa  basilica  Onorio  III  coronò  il  conte  d'Auxcrre,  Pietro  di  Courtenay, 
imperatore  latino  di  Costantinopoli,  allorquando  passò  per  Roma  andando  a pren- 
dere possesso  di  quell'impero. 


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159 


Basìlica  di  s.  Lorenzo  fuori  le  mura. 

Da  un  lato  dell'ingresso  scorgesi  il  monumento  sepolcrale  e- 
retto  al  Cardinal  Guglielmo  Fieschi,  nipote  d’Innocenzo  IV . Al 
disotto  di  un  baldacchino  di  stile  bizantino,  in  marmo  bianco, 
sostenuto  da  due  colonne  ioniche  di  egual  marmo,  è il  sarcofago 
che  racchiude  le  ceneri  dell’illustre  defunto.  Questo  sarcofago, 
dei  tempi  dell’antica  Roma,  è adorno  di  bassorilievi  relativi  ad 
uno  sposalizio  romano,  e sulla  faccia  del  coperchio  sono  scolpiti 
soggetti  mitologici.  Superiormente  al  sarcofago  veggonsi  due 
affreschi  eseguiti  nel  1256.  Quello  di  faccia  ha  per  soggetto  il 
Redentore  seduto  in  alto,  benedicente  Innocenzo  IV  ed  il  Cardi- 
nal Fieschi:  il  papa  viene  presentato  da  s.  Lorenzo  e da  b.  Ippo- 
lito, il  cardinale  da  s.  Stefano  e da  s.  Eustachio . L’altro  affre- 
sco rappresenta  la  s. Vergine  con  Gesù  bambino.  Dall’altro  can- 
to dello  stesso  ingresso  si  osservano  alquanti  affreschi  dell’epoca 
di  Onorio  III,  relativi  alla  vita  di  s.  Lorenzo.  Procedendo  nella 
stessa  navata,  si  trovano  i due  marmorei  amboni  su’  quali  si  can- 
tavano gli  evangelii  e le  epistole.  Quello  a destra  va  adorno  di 
marmi  rari,  di  musaici  e d’intagli  in  marmo  bianco,  e v’è  una 
colonnina  spirale,  che  serviva  per  il  cereo  pasquale  (1). 

Il  pavimento  di  questa  navata,  e delle  due  laterali,  fu  fatto  ad 
imitazione  di  quello  che  osserveremo  nella  tribuna,  cosicché  il 
sacro  tempio,  anche  in  questa  parte  conserva  l’impronta  delle 
antiche  basiliche  dei  primitivi  cristiani  (2).  E siccome  quelle  ba- 
siliche, per  pia  consuetudine,  erano  sempre  ornate  con  pitture 
che  servissero  di  edificazione  ai  fedeli,  perciò  il  ricordato  pon- 
tefice Pio  IX  volle  che  anche  la  navata  grande  di  questo  santua- 
rio venisse  decorata  di  analoghe  pitture  a fresco,  ordinando  che 
vi  fossero  rappresentati  i principali  fatti  riguardanti  la  vita  dei 
santi  martiri  Lorenzo  e Stefano,  come  pure  quei  papi  i quali  si 
resero  benemeriti  di  questa  insigne  basilica,  e tutti  quei  martiri 
che  furono  sepolti  nelle  attinenti  catacombe;  ed  in  pari  tempo 
ordinava  che  vi  figurasse,  in  particolar  modo,  Maria  Vergine 
col  suo  divin  figliuolo.  L’esecuzione  poi  degli  accennati  affre- 


(1)  Questo  ambone  rimane  a ridosso  di  due  colonne  della  navata.  Il  capitello  di 
una  di  esse  ha  nell'occhio  delle  volute  una  lueerta  ed  un  ranocchio,  emblemi  alle- 
gorici degli  architetti  greci  Sauro  e Batraco,  autori  in  Roma  di  varii  edilizi,  ai  qua- 
li, essendo  «chiavi,  era  proibito  di  porre  il  proprio  nome  nelle  loro  opere;  ma  essi 
supplivano  rappresentandovi,  come  meglio  potevano,  quei  due  animali,  i cui  nomi  in 
greca  favella  suonano  Sauro s e Batraco s.  È assai  probabile  che  tale  capitello  pro- 
venga dal  portico  di  Ottavia,  edificato  coi  disegni  dei  sunnominati  architetti. 

(2)  Nel  mezzo  della  navata  grande  si  osservano,  ritratti  nel  pavimento,  due  cava- 
lieri del  medio  evo,  € si  vuole  che  rappresentino  i due  patrizi  che  commisero  il  la- 
borioso lavoro. 


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100 


Terza  Giornata. 

schi  venne  affidata  al  rinomato  pittore  Cesare  Fracassini,  roma- 
no. Questo  sublime  ingegno  diede  mano  al  gigantesco  lavoro  nel 
1865,  ma  essendo  stato  rapito  dalla  morte  nella  fiorente  età  di  an- 
ni 30,  correndo  il  dicembre  del  1868,  lasciavalo  a metà  compiuto. 

Il  Fracassali  pertanto,  attenendosi  alle  indicazioni  ricevute  dal 
Santo  Padre,  rappresentò  primieramente  sulla  facciata  dell’arco- 
ne  pel  quale  da  questa  grande  navata  si  passa  al  presbiterio, 
la  Madre  di  Dio  con  Gesù  bambino  fra  due  angeli,  dipingendovi, 
nei  lati,  s.  Lorenzo,  s.  Stefano,  s.  Ciriaca  e b.  Giustino;  e nei 
triangoli  inferiori,  i profeti  Daniele  ed  Isaia.  Nella  parete  poi  che 
rimane  a destra,  entrando  in  chiesa,  e precisamente  fra  le  tre  fi- 
nestre che  si  aprono  in  prossimità  dell’arcone  suddetto,  ritrasse 
in  figure  intiere,  sopra  campo  dorato  ad  imitazione  di  musaico, 
i pontefici  Niccolò  V,  Damaso  II  e Pelagio  II,  effigiando  supe- 
riormente, in  sei  medaglioni  con  campo  messo  parimenti  ad  oro, 
i santi  martiri  Crescenzo,  Concordia,  Ireneo,  Abbondio,  Severo 
e Romano.  Al  disotto  poi  delle  accennate  finestre,  espresse,  in 
due  grandi  affreschi,  s.  Lorenzo  che  distribuisce  i tesori  della 
chiesa  a’  poveri,  ed  il  santo  stesso  che  presenta  i poveri  al  pre- 
fetto di  Roma,  dicendogli:  questi  sono  i tesori  della  chiesa.  An- 
che gli  affreschi  della  parete  incontro,  corrispondenti  con  bella 
simmetria  a quelli  testé  descritti,  si  devono  al  pennello  del  Fra- 
cassini,  che  v’ebbe  in  aiuto  il  pittore  Paolo  Mei,  come  meglio 
si  dirà  a suo  luogo.  Da  un  lato  dunque  della  finestra  limitro- 
fe al  ricordato  arcone  si  osserva  la  figura  del  pontefice  Pio  IX, 
e poi  seguono  quelle  dei  papi  Onorio  III  e Adriano  I;  nei  meda- 
glioni si  scorgono  i santi  martiri  Ippolito,  Cirilla,  Romano  il  mi- 
lite, Trifonia,  Claudio  ed  il  potefice  Sisto  III.  In  fine  i due  gran- 
di affreschi  che  decorano  inferiormente  questa  sezione  della  pa- 
rete, hauno  per  soggetto  gli  apostoli  che  ordinano  al  sacerdo- 
zio s.  Stefano  ed  altri  sei  diaconi,  e gli  ebrei  che  trascinano  il 
santo  stesso  fuori  della  città  per  lapidarlo  : questo  affresco  venne 
colorito  dal  suddetto  Mei,  sul  cartone  del  Fracassini.  La  parte 
ornativa  poi,  che  compie  a maraviglia  la  decorazione  delle  pare- 
ti stesse,  si  deve  all’artista  Luigi  Bazzani. 

Già  si  accennò  che  il  Fracassini,  morendo,  lasciavaa  metà  l’in- 
trapreso lavoro.  Non  piacendo  peraltro  al  magnanimo  pontefice 
Pio  IX  che  lo  splendore  decorativo  di  questa  grande  navata  ri- 
manesse più  a lungo  interrotto,  deliberava,  nel  febbraio  1869,  che 
si  avesse  a compiere  con  ogni  possibile  sollecitudine.  A tal  uo- 
po commise  al  pittore  Cesare  Mariani  la  cura  Èli  proseguire  gli 
affrescln  nella  parete  a sinistra  di  chi  entra  nel  sacro  tempio, 


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161 


Basilica  di  s.  Lorenzo  fuori  le  mura. 

rappresentando  nei  due  quadri  principali  altre  azioni  del  proto- 
martire  s.  Stefano;  ed  al  cav.  Francesco  Grandi  ordinava  il  pro- 
seguimento di  quelli  nella  parete  a sinistra,  esprimendo  nei  due 
grandi  affreschi  residuali  altri  fatti  relativi  alla  vita  di  s.  Loren- 
zo. Finalmente  incaricava  l’ artista  Luigi  Cochetti  di  dipingere 
il  trionfo  dei  martiri,  nella  parete  soprastante  alla  porta;  e nel 
tempo  stesso  confermava  il  ricordato  Bazzani  per  l’esecuzione 
della  parte  ornativa.  ' 

I nominati  artisti,  tutti  romani,  eccetto  il  Bazzani,  nativo  di 
Bologna,  incoraggiati  dal  Santo  Padre,  allorquando,  con  bene- 
voli parole  dava  loro  a conoscere  quanto  sopra  fuaccennato, 
non  tardarono  a porre  mano  al  lavoro,  confermando  anche  in 
quest’opera  la  loro  rinomanza. 

Avanti  di  lasciare  la  navata,  della  quale  fin  qui  trattammo, 
non  si  vuol  tacere,  che  anche  il  disótto  del  tetto  da  cui  viene  co- 
perta, non  escluse  le  sue  cavallature,  è stato  intieramente  abbel- 
lito di  analoghi  ornati  decorativi,  in  pittura,  lumeggiati  d’oro. 

Dalla  descritta  navata  grande,  per  duplice  marmorea  scala, 
che  fiancheggia  l’adito  alla  sacra  Confessione,  si  ascende  a 
quella  parte  della  basihcaCostantiniana  che,  sotto  Onorio  m,  fu 
mutata  in  presbiterio.  Questo  presbiterio  viene  principalmente 
decorato  dall’estremità  superiore  di  dodici  grosse  colonne  dipao- 
nazzetto,  scanalate,  le  quali  si  elevano  dalla  sottostante  superfi- 
cie dell’antica  basilica  eretta  da  Costantino,  ove  figurano  nella 
maggior  pagte  della  loro  altezza.  Queste  pregevoli  colonne  so- 
no d’ordine  corintio,  e due  de’  loro  capitelli  hanno  dei  trofei  in- 
vece delle  foglie  d’acanto:  il  cornicione  è formato  di  alquanti 
pezzi  presi  da  differenti  edifizi  antichi,  e taluni  sono  egregia- 
mente intagliati.  Al  disopra  di  siffatto  cornicione,  ricorrente  in 
tre  lati  del  presbiterio,  apresi  una  galleria,  i cui  bracci  laterali 
sono  decorati  con  dieci  colonne  scanalate  di  paonazzetto,  ed  il 
braccio  in  fondo  ne  ha  due  di  porfido  verde.  In  questa  parte  del 
presbiterio  elevasi  dal  pavimento  l’antico  seggio  pontificale,  ab- 
l>ellito  di  fregi  in  musaico,  come  pure  di  differenti  pregevoli 
marmi,  e lungo  i due  lati  ricorrono  i marmorei  sedili  dell’antico 
coro.  L’altare  papale  sorge  isolato  al  disopra  della  sacra  Con- 
fessione, ed  è coperto  da  un  nuovo  baldacchino,  in  marmo  bian- 
co, di  stile  bizantino,  sostenuto  da  quattro  pregevoli  colonne  di 
porfido.  Sulla  faccia  dell’arcone  osservasi  un  musaico  eseguito 
nel  VI  secolo  per  ordine  di  Pelagio  li.  Nel  mezzo  ewi  il  Sal- 
vatore seduto  sopra  un  globo  in  atto  di  benedire,  avente  a de- 
stra s.  Pietro,  s.  Lorenzo  e papa  Pelagio  coll’epigrafe  Pelagiut 


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162 


Terza  Giornata. 


episcopus,  ed  a sinistra  s.  Paolo,  s.  Stefano,  e s.  Ippolito.  Infe- 
riormente, nei  lati,  sono  figurate  le  città  di  Betlem  e di  Gerusa- 
lemme, come  simboli  della  nascita  e della  morte  del  Redentore. 
Finalmente  è degno  di  particolare  osservazione  il  bellissimo  pa- 
vimento in  opera  Alessandrina,  che  tanto  splendore  accresce  al 
descritto  presbiterio. 

Lasciando  il  presbiterio  scenderemo  nel  nuovo  sotterraneo, 
cioè  nell’area  sulla  quale  Costantino  il  Grande  edificò  la  basilica 
in  onore  di  s.  Lorenzo,  ed  ove  appunto  è la  sacra  Confessione, 
ossia  la  critta  o sepolcro  che  racchiude  l’urna  coi  corpi  dei  santi 
martiri  Lorenzo,  Stefano  e Giustino  (1). 

Questo  luogo,  il  più  venerando  ed  il  più  augusto  della  basi- 
lica Costantiniana,  che  fin  dal  principiare  del  secolo  XIII  rima- 
neva sotterra,  fu  tornato  a novella  luce  dal  valente  architetto, 
sostenendo  il  soprastante  presbiterio  mediante  una  grande  volta 
divisa  in  cassettoni  da  solidi  architravi  di  marmo  bianco,  e sorr 
retta  da  4 colonnine  isolate  nel  mezzo,  e da  14  pilastri  con  co- 
lonne risaltate  per  i due  terzi  del  loro  diametro,  il  tutto  egual- 
mente in  marmo  bianco.  Dodici  di  questi  pilastri  si  elevano  a ri- 
dosso delle  colonne  di  paonazzetto,  e due  più  solidi  formano  gli 
angoli  della  navata  in  cui  siamo.  Inoltre  fu  demolito  l’antico 
muro  che  cingeva  la  venerata  critta,  e venne  ricostruito,  lascian- 
dovi venti  piccole  aperture  arcuate,  per  renderla  visibile  anche 
da  questa  parte.  Tutte  queste  aperture  sono  chiuse  con  gentili 
grate  di  ferro  messe  ad  oro,  e fra  due  di  esse,  c<|Frispondenti 
nella  parete  posteriore  della  critta,  si  custodisce  la  pietra  sulla 
quale  è tradizione  che  venisse  deposto  il  corpo  del  santo  levita 
Lorenzo,  dopo  essere  stato  arso  dal  fuoco.  Questo  nuovo  muro 
di  cinta  fu  intieramente  rivestito  di  marmo  bianco,  che  nel  tem- 
po stesso  ne  costituisce  l’elegante  decorazione. 

Questa  parte  centrale  del  sotterraneo,  ossia  la  parte  inferiore 
della  grande  navata  della  primitiva  basilica  Costantiniana,  ri- 
mane circondata,  in  tre  lati,  dalle  12  grandi  colonne  di  paonaz- 
zetto che  la  dividono  dalle  due  nuove  navate  laterali,  corrispon- 
denti alle  antiche,  e dalla  navata  in  fondo  che  occupa  l’area  del- 
l’antico Narthex,  ove  era  l’ingresso  della  basilica.  In  una  delle 


(1)  Scavando  sotto  l'antico  suolo  di  questo  luogo  furono  scoperti  molti  sepolcri 
l’uno  a contatto  dell 'altro,  e ciò  prova  quanto  era  ambita  la  sepoltura  presso  il  mar- 
tire s.  Lorenzo.  In  uno  di  questi  sepolcri  si  trovò  un  cadavere  involto  in  tele,  im- 
balsamato e spalmato  di  gesso.  Nell'esaminare  l’apparecchio  d'imbalsamazione  fù  tro- 
vata sul  petto  dello  scheletro  una  stupenda  croce  d’oro,  niellata  e con  iscrizioni. 
Questo  prezioso  reliquiario  del  VI  o VII  secolo,  pesante  circa  un'oncia,  è la  più  an- 
tica e la  più  bella  croce  pettorale  arricchita  d'iscrizioni,  che  sino  ad  oggi  si  conosca. 


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163 


Basilica  di  s.  Lorenzo  fuori  le  mura. 

navate  laterali  è l’ adito  al  cimiterio  di  s.  Ciriaca,  nel  quale  però 
non  si  può  entrare.  In  un  angolo  poi  della  navata  in  fondo,  ed 
in  due  sfondi  arcuati  si  osservano  delle  antiche  pitture,  e sopra 
un  antico  pilastro  si  legge,  in  versi  esametri  rimati,  il  catalogo 
de’santi  martiri  sepolti  nelle  attinenti  catacombe.  In  fine  vi  si 
scorgono  due  antichi  altari  in  marmo  bianco,  già  esistenti  nella 
basilica.  Il  pavimento  del  descritto  sotterraneo  è costruito  di 
marmo  bianco  e di  bardiglio. 

Tornando  nella  basilica  per  la  scala  a sinistra,  si  trova  subito, 
dall’istesso  lato,  l’ingresso  della  nuova  grandiosa  sacrestia, e poi  se- 
gue la  cappella  del  ss.  Sacramento,  modestamente  decorata  con 
pitture  ad  arabeschi . L’altare,  tutto  di  marmo  bianco  con  fregi 
in  musaico,  ha  un  quadro  non  ispregevole,  di  Emilio  Savonanzio, 
rappresentante  s.  Ciriaca  intenta  a far  seppellire  i corpi  dei  santi 
martiri.  Nell’altra  piccola  navata  si  trova  l’ingresso  per  cui  si 
scende  ad  una  cappelletta  sotterranea,  celebre  pe’privilegi  e per 
le  indulgenze  concesse  da  molti  papi  a coloro  che  la  visitano.  In 
essa  è un  altare  privilegiato  e singolarmente  venerato  per  i molti 
divini  sagrifizi  che  vi  si  celebrano,  ad  espiazione  delle  anime 
purganti.  I due  monumenti  sepolcrali  che  decorano  l’ingresso  di 
questa  cappella  furono  innalzati  coi  disegni  di  Pietro  da  Cortona. 
Il  busto  di  quello  a destra,  eretto  a Bernardo  Guglielmi,  è opera 
di  Francesco  Duquesnoy,  detto  il  Fiammingo  (1). 

Presso  la  descritta  basilica  è il  cimiterio  pubblico,  incomin- 
ciato all’epoca  quando  Boma  stava  sotto  il  dominio  di  Napoleone 
I,  consacrato  poscia  nel  1834.  Questo  cimiterio  fu,  inseguito,  con- 
siderevolmente ampliato,  ed  ogni  giorno  viene  arricchito  di  nuovi 
monumenti  sepolcrali,  e di  altri  analoghi  edifizi,  colla  direzione 
dell’architetto  "Virginio  Vespignani.  Nel  piazzale  che  precede  il 
grande  quadriportico,  si  osservano  14  edicole,  contenenti  la  Via 
Crucis,  pitture  a fresco.  In  fondo  al  quadriportico  sorge  un’ele- 
gante chiesetta,  sul  cui  altare  è un  buon  quadro  del  cav.  Tom- 
maso Minardi.  Il  sommo  pontefice  Pio  IX  pose  a custodia  del  luo- 
go d’ultimo  riposo  i padri  cappuccini,  che  dimorano  nel  convento 
annesso  alla  ricordata  basilica,  la  quale  viene  da  essi  ufficiata  con 
molto  zelo  e decoro. 

Tornando  in  città  per  la  porta  s.  Lorenzo,  si  sbocca  presso  la 
piazza  di  s.  Maria  Maggiore,  e prima  di  giungervi  si  vede  a 
manca  un  monumento  di  granito  egizio,  fatto  a foggia  di  co- 


(1)  Coloro  che  amassero  più  estese  notizie  e storiche  intorno  a questa  basilica, 
potranno  rivolgersi  ni  bullettini  di  archeologia  cristiana  del  dotto  cav.  Gio.  Bat- 
tista De  Rossi,  e particolarmente  al  ballettino  pubblicato  nel  giugno  1864. 


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164 


Terza  Giornata. 


lonna,  sormontato  dalle  effigie  del  Crocifìsso  e della  Madonna: 
tale  monumento  fu  eretto  da  Clemente  Vili  nel  1595,  in  memo- 
ria dell’assoluzione  data  ad  Enrico  IV,  re  di  Francia. 

Di  faccia  a questa  colonna  è la  chiesa  di  s.  Antonio  Abbate, 
che  si  crede  edificata  sulle  rovine  di  un  tempio  di  Diana,  o piut- 
tosto della  basilica  di  Sicinio. 

Viene  poi  la  gran  piazza  di  s. Maria  Maggiore,  ove,  su  d’ un 
alto  piedistallo,  sorge  una  colonna  scanalata  in  marmo  bianco, 
d’ordine  corintio,  l’unica  rifnastaci  intiera  di  quelle  che  soste- 
nevano la  volta  della  basilica  di  Costantino , che  osservammo  poco 
lungi  dall’arco  di  Tito.  L’accennata  colonna  ha  di  altezza  18 met. 
e 78  cent.,  compresa  la  base  ed  il  capitello,  e 6 met.  e 20  cent, 
di  circonferenza.  Paolo  V fecela  qui  erigere  colla  direzione  di 
Carlo  Maderno,  facendovi  soprapporre  la  statua  in  bronzo  di  No- 
stra Donna,  fusa  da  Guglielmo  Bertolot. 

BASILICA  DI  S.  MARIA  MAGGIORE, 

Questa  chiesa  occupa  la  vetta  dell’Esquilmo,  che  cbiamavasi 
Cispius,  presso  il  tempio  di  Giunone  Lucina.  Rimontane  l’ ori- 
gine al  352,  sotto  il  pontificato  di  s.  Liberio,  e venne  eretta  in 
seguito  di  una  visione  che  questi  e Giovanni  Patrizio,  nobile  ro- 
mano, ebbero  nella  stessa  notte,  e che  il  seguente  mattino,  ossia 
il  5 agosto,  si  trovò  confermata  dalla  prodigiosa  caduta  di  neve; 
prodigio  che  diede  luogo  alla  festa  che  si  celebra  nella  stessa 
chiesa  ricorrendo  l’ anniversario  di  quel  giorno.  La  neve  copriva 
giusto  lo  spazio  che  contener  doveva  il  santuario,  ed  è perciò 
che  questo  prese  il  nome  di  s.  Maria  ad  Nires,  e di  Basilica 
Liberiana ; oggi  però  vien  chiamara  s.  Maria  Maggiore,  essendo 
la  principale  fra  le  chiese  di  Roma  dedicate  alla  Madonna.  Essa 
è ima  delle  sette  primarie  basiliche  di  Roma,  ed  una  delle  quat- 
tro che  abbiano  la  porta  santa. 

Nel  432  il  pontefice  s.  Sisto  III  ingrandivala,  dandole  l’attual 
forma.  Gregorio  XI  eresse  il  campanile,  che  ò il  più  alto  della 
città,  e Paolo  V fece  costruire  le  due  fabbriche  laterali  in  servi- 
zio del  capitolo.  Molti  altri  papi  ristorarono  ed  abbellirono  que- 
sta basilica,  ma  soprattutti  Benedetto  XIV,  il  quale  la  fregiò  di 
marmi  e di  stucchi  dorati,  facendone  riedificare  il  prospetto  con 
architetture  di  Ferdinando  Fuga. 

Esso  prospetto  è decorato  con  due  ordini  di  colonne,  uno  io- 
nico, l’altro  corintio,  con  parecchie  statue  di  travertino,  e con 
un  doppio  portico.  In  quello  superiore  si  osserva  il  musaico  che 


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Basilica  di  s.  Maria  Maggiore. 

decorava  l’ antica  facciata,  opera  di  Filippo  Rossuti,  scolare  di 
frà  Jacopo  da  Turrita.  Tale  musaico  offreci  dei  fatti  relativi  alla 
fondazione  dell’  antica  basilica,  ed  inoltre  contiene  la  effigie  del 
Salvatore,  quelle  di  alcuni  apostoli,  ed  i simboli  degli  evangeli- 
sti. 11  portico  inferiore  è ornato  di  quattro  colonne  di  granito  e 
di  alquanti  pilastri  in  marmo  bianco.  La  statua  che  vi  si  osserva, 
venne  fusa  in  bronzo  dal  cav.  Lucenti,  e rappresenta  Filippo  IV 
re  di  Spagna,  benefattore  della  basilica:  i quattro  bassorilievi 
nelle  pareti  furono  scolpiti  dal  Ludovisi,  dal  Bracci,  dal  Maini  e 
dal  Lironi. 

L’ interno  della  basilica,  maestoso  ed  elegante  ad  un  tempo, 
componesi  di  tre  navi  divise  da  trentasei  belle  colonne  ioniche 
di  marmo  bianco,  che  si  crede  fossero  prese  dal  tempio  di  Giu- 
none Lucina:  ve  ne  sono  anche  quattro  di  granito  sostenenti  gli 
arconi  laterali  nella  nave  grande.  Entrando  si  osservano  due  se- 
polcri, cioè,  uno  a destra,  eretto  da  Clemente  X a Clemente  IX 
coi  disegni  del  Rainaldi,  ov’  è la  statua  del  papa  scolpita  dal 
Guidi,  e quelle,  della  Fede  eseguita  dal  Fancelli,  e della  Carità 
lavoro  di  Ercole  Ferrata;  l’altro  sepolcro  di  prospetto  fu  innal- 
zato dal  Cardinal  Peretti,  poi  Sisto  V,  a Niccolò  IV,  con  archi- 
tettura di  Domenico  Fontana , e le  statue  furono  scolpite  da 
Leonardo  da  Sarzana. 

L’ aitar  maggiore,  isolato,  componesi  di  un’urna  di  porfido 
con  sopravi  la  mensa  di  marmo,  sostenuta  agli  angoli  da  quat- 
tro angeletti  in  bronzo  dorato.  Questo  altare  è coperto  da  un 
ricco  baldacchino  fatto  eseguire  da  Benedetto  XIV  con  disegno 
del  Fuga,  e viene  sostenuto  da  quattro  colonne  corintie  di  por- 
fido, fasciate  in  ispirale  con  serti  di  palme  in  bronzo  dorato,  ed 
aventi  basi  e capitelli  di  egual  metallo;  negli  angoli  poi  di  esso 
baldacchino,  sono  quattro  angeli  in  marmo,  scolpiti  dal  Bracci. 
Al  disotto  di  quest’  altare  esisteva  già  la  cappellina  della  sacra 
Confessione,  a cui  si  scendeva  per  angusta  ed  incomoda  sca- 
la, e non  aveva  altra  decorazione  se  non  che  quattro  bassorilievi 
del XIV  e XV  secolo.  Non  piacendo  pertanto  al  pontefice  Pio  IX 
che  il  luogo  più  sacro  di  questa  insigne  basilica  rimanesse  in  tal 
modo  negletto,  ordinava  che  non  solo  fosse  intieramente  rinno- 
vata la  sacra  cappellina,  ma  che  vi  venisse  eziandio  costruito  un 
nobile  e comodo  accesso,  e che  il  tutto  fosse  sontuosamente  de- 
corato, come  appunto  richiedeva  la  santità  del  luogo.  L’archi- 
tetto Virginio  Vespiguani  ebbe  l’incarico  dell’esecuzione  del 
lavoro;  ed  egli  seppe  mandare  ad  effetto  assai  lodevolmente  il 
nobile  divisamente  del  sovrano  pontefice,  che  volle  supplire  col 


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1G6 


Terza  Giornata. 


suo  proprio  peculio  all’  occorrente  spesa.  Questa  magnifica  Con- 
fessione venne  compiuta  nel  1865,  ed  oltre  ad  essere  ricca  di 
rarissimi  marmi,  rimane  pure  abbellita  da  alcuni  affreschi  del 
cav.  Francesco  Podesti.  Essa  racchiude  l’insigne  reliquia  della 
culla  di  N.  S.,  ed  i corpi  di  s.  Mattia  apostolo,  di  s.  Epafro,  di 
s.  Romula  e di  s.  Redenta. 

Passando  ora  alla  tribuna,  scorgesi,  nel  fondo  di  essa,  ossia 
nell’apside,  un  bel  quadro  di  Francesco  Mancini,  rappresentante 
il  santo  presepe;  e nei  lati  veggonsi,  incassati  nelle  pareti,  quat- 
tro bassorilievi  in  marmo,  pertinenti  all’  epoca  del  primitivo  ri- 
sorgere delle  arti,  i quali  formavano  parte  del  ciborio  dell’  antico 
aitar  papale.  I musaici  che  si  osservano  nella  volta  dell’apside 
furono  condotti  da  fra  Jacopo  da  Turrita;  e quelli  tra  le  finestre 
da  Gaddo  Gaddi:  siffatti  musaici  feceli  eseguire  Niccolò  IV, 
contribuendo  alla  spesa  il  Cardinal  Giacomo  Colonna. 

Il  musaico  dell’  arconp  e quelli  nelle  pareti  della  nave  mag- 
giore rappresentano  fatti  del  vecchio  e nuovo  testamento,  e 
vennero  condotti  per  volere  di  Sisto  III  nel  434.  Il  card.  Pinelli 
fece  eseguire  gli  affreschi  superiormente  ai  musaici  della  gran 
nave,  e ne  furono  autori  il  Ferrau,  il  Croce,  il  Salimbeni,  il  Ric- 
ci, ecc.  Il  bel  soffitto  venne  incominciato  da  Callisto  III,  e rima- 
se compito  dal  nipote  di  lui  Alessandro  VI,  adoperando  nella 
doratura  il  primo  oro  venuto  dall'  America,  ed  offerto  in  onore 
della  Madonna  dal  re  cattolico  Ferdinando  e dalla  sua  consorte 
Isabella;  in  seguito  però  la  doratura  fu  rinnovata. 

Di  prospetto  alla  grande  arcata  a destra,  si  trova  la  cappella 
del  ss.  Sacramento,  eretta  da  Sisto  V con  architettura  di  Do- 
menico Fontana,  che  le  diede  forma  di  croce  greca  cuoprendola 
con  una  magnifica  cupola,  e decorandola  inoltre  con  pilastri 
corintii,  con  belli  marmi,  e con  buone  pitture  a fresco.  Da  mano 
diritta  si  scorge  il  sontuoso  monumento  innalzato  alla  memoria 
del  gran  pontefice  Sisto  V , coi  disegni  del  suddetto  Fontana,  ed 
arricchito  con  quattro  pregiate  colonne  di  verde  antico.  La  sta- 
tua del  papa  fu  scolpita  dal  Valsoldo,  che  condusse  pure  i due 
bassorilievi  laterali,  allusivi  alla  carità  ed  alla  giustizia  di  quel 
magnanimo  pontefice:  i tre  bassorilievi  al  disopra  spettano  a 
Niccolò  ed  Egidio,  fiamminghi.  La  statua  di  s.  Francesco,  in 
una  delle  due  nicchie  di  fianco,  fu  eseguita  da  Flaminio  Vacca; 
l' altra  esprimente  s.  Antonio,  è di  Pietro  Paolo  Olivieri.  Incon- 
tro al  descritto  monumento,  sorge  quello  di  s.  Pio  V,  il  cui  cor- 
po riposa  nella  preziosa  urna  di  verde  antico,  fregiata  di  metalli 
dorati  e che  apresi  nell’ innanzi:  il  disegno  e la  magnificenza  di 


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Basìlica  di  s.  Maria  Maggiore.  167 

questo  sepolcro,  pari  sono  a quanto  si  vede  in  quello  già  osser- 
vato. La  statua  del  santo  pontefice  è di  Leonardo  da  Sarzana:  i 
bassorilievi  inferiori  sono  del  Cordieri;  di  quelli  superiori,  la 
coronazione  del  papa,  appartiene  a Siila  Milanese,  e gli  altri  due 
ad  Egidio,  fiammingo.  Le  statue  nelle  nicchie,  ai  lati,  rappre- 
sentano s.  Pietro  Martire,  scultura  delValsoldo,  e s.  Domenico, 
opera  di  Giambattista  Della  Porta.  Sotto  l'arco  in  prospetto  al- 
l’ingresso veggonsi  le  statue  de’ ss.  Pietro  e Paolo,  scolpite  dal 
Sarzana.  Gli  affreschi  poi  che  adomano  la  cappella  apparten- 
gono a Giambattista  Pozzi,  ad  Ercolino  da  Bologna,  ad  Enrico, 
fiammingo,  ad  Andrea  da  Ancona,  a Paris  Nogari,  ed  a Cesare 
Nebbia. 

Nel  centro  della  cappella,  è l’altare  del  ss.  Sacramento,  sor- 
montato da  un  magnifico  ciborio  retto  da  quattro  angeli  in  bron- 
zo, modellati  dal  Riccio;  e per  di  sotto  ad  esso  altare  avvene  un 
altro  sacro  alla  natività  del  Redentore,  rappresentata  in  marmo 
da  Cecchino  di  Pietrasanta.  Presso  l’ingresso  della  cappella, 
prima  di  uscirne,  trovasi  a sinistra  una  cappellina  sacra  a s.  Lu- 
cia, ove  il  quadro  dell'altare  spetta  al  Pasinati,  e le  altre  pittu- 
re appartengono  al  Pozzi  ed  al  Nogari.  Incontro  esiste  pure  una 
simile  cappellina,  avente  sull’altare  un  quadro  con  s.  Girolamo, 
creduto  dello  Spagnoletto,  e nei  lati  vi  sono  alcune  pitture  di 
Andrea  da  Ancona. 

Dopo  usciti  dalla  cappella,  si  trova  a destra,  in  fondo  alla  na- 
ve minore,  un  antico  sepolcro  italo-gotico  del  card.  Consalvo 
Rodriguez,  morto  nel  1299.  Tal  monumento  venne  intieramente 
eseguito  da  Giovanni  Cosimato,  romano,  rappresentandovi  nel 
musaico,  la  Nostra  Donna,  s.  Mattia  e s.  Girolamo,  oltre  il  ri- 
tratto del  defunto  in  atto  di  pregare. 

Nell’opposta  nave  laterale,  incontro  alla  cappella  del  ss.  Sa- 
cramento, avvi  l’altra  superbissima  della  famiglia  Borghese,  in- 
titolata alla  Madonna,  la  quale  fu  eretta  nel  1611  d’ordine  di 
Paolo  V,  Borghese,  coi  disegni  di  Flaminio  Ponzio,  in  forma  di 
croce  greca  con  sua  cupola.  Essa  è interamente  incrostata  di 
scelti  marmi,  e va  adorna  di  belli  pilastri  corintii  e di  ottime  pit- 
ture. Sotto  le  arcate  di  fianco  ammiransi  due  maestosi  sepolcri 
con  istatue  e bassorilievi,  ed  ambedue  decorati  con  quattro  pre- 
gevoli colonne  di  verde  antico.  Il  sepolcro  a destra  venne  eretto 
a Clemente  Vili  Aldobrandini,  la  cui  statua  uscì  dallo  scarpello 
di  Siila  Milanese:  il  bassorilievo  alla  diritta  è opera  del  Buonvi- 
cini,  e quello  a manca  di  Camillo  Rusconi.  Dei  tre  bassorilievi 
sull’alto,  quello  di  mezzo  venne  lavorato  da  Pietro  Bernini,  cui 


168  Terza  Giornata. 

spettano  anche  le  quattro  figure  in  guisa  di  termini;  quello  a de- 
stra fu  condotto  da  Ippolito  Buzi,  e l’altro  da  Antonio  Valsol- 
do.  Le  pitture  che  fregiano  quest’arcata  e quella  incontro,  sono 
lavori  pregiatissimi  di  Guido  Reni.  Le  statue  di  s.  Bernardo  e di 
Aronne,  collocate  nelle  nicchie  dei  lati,  furono  scolpite  dal  Cor- 
dieri.  Il  sepolcro  di  contro  venne  innalzato  a Paolo  V,  la  cui  sta- 
tua è lavoro  di  Siila  Milanese,  appartenendo  a Stefano  Mademo 
il  bassorilievo  a destra,  ed  al  Buonvicini  quello  a sinistra.  Dei  tre 
bassorilievi  collocati  in  alto,  Ippolito  Buzi  condusse  quello  nel 
centro,  al  "Valsoldo  spetta  quello  a destra,  ed  a Francesco  Stati 
l’altro  a sinistra:  le  quattro  statue  foggiate  a guisa  di  Termini, 
furono  condotte  da  Pompeo  Ferrucci  e dal  Buzi;  le  due  statue 
poi,  collocate  entro  le  nicchie  laterali  e rappresentanti  s.  Ata- 
nasio ed  il  santo  re  David,  appartengono  al  Cordieri. 

Lo  stupendo  altare  della  Madonna,  eretto  con  disegno  del 
Rainaldi,  è decorato  con  quattro  colonne  scanalate,  incrostate  di 
diaspro  orientale  con  liste  di  metallo  dorato,  e con  basi  e capi- 
telli simili.  Tali  colonne  sostengono  un  ricco  frontespizio, pure  di 
metallo  dorato,  sopra  cui  sono  collocati  cinque  angeli  di  egual 
metallo,  mentre  nel  centro  avvi  un  bassorilievo  di  bronzo  messo 
ad  oro,  rappresentante  s.  Liberio  papa  in  atto  di  segnar  sulla 
neve  la  pianta  della  basilica.  In  mezzo  poi  ad  un  campo  di  lapi- 
slazzuli sta  collocata  l’immagine  di  Nostra  Donna,  che  si  dice 
dipinta  da  s.  Luca,  contornata  di  pietre  preziose  e retta  da  cin- 
que angeli  di  bronzo  dorato.  Le  statue  nelle  nicchie  rappresen- 
tano, s.  Giovanni  Evangelista,  opera  del  Mariani,  e s.  Giuseppe 
scolpito  dal  Buonvicini.  Tutti  gli  affreschi  di  questa  arcata  e 
quelli  de’  petti  della  cupola  furono  condotti  dal  cav.di  Arpino, 
mentre  la  cupola  stessa  venne  colorita  dal  Civoli,  fiorentino:  le 
pitture  poi  dell’arcata  d’ingresso  si  devono  al  cav.  Baglioni.  La 
cappellina  dedicata  a s.  Carlo,  che  trovasi  a sinistra  prima  di  u- 
scire,  fu  dipinta  dal  Croce,  e l’altra  incontro,  sacra  a s.  France- 
sca Romana,  dal  ricordato  Baglioni. 

Appena  usciti  dalla  cappella  trovasi  subito  a destra  quella 
degù  Sforza,  eretta  con  architettura  di  Michelangelo,  e che 
serve  di  coro  ai  canonici.  Il  quadro  dell’ Assunta  ed  i due  ritratti 
sopra  i sepolcri  laterali,  sono  del  Sermoneta:  le  altre  pitture  ap- 
partengono al  Nebbia.  L’ultima  cappella,  già  Cesi,  ora  dei  Mas- 
simi, duchi  di  Rignano,  fu  edificata  con  disegno  di  Martino  Lon- 
ghi:  sull’altare  osservasi  un  quadro  col  martirio  di  s.  Caterina, 
bell’opera  del  Sermoneta,  e nei  lati  i ss.  Pietro  e Paolo  di  mano 
del  Novara.  Le  sepolture  del  card.  Paolo  e Federico  Cesi  venne- 


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1(39 


Basilica  di  s.  Maria  Maggiore. 

ro  erette  coi  disegni  di  Guglielmo  Della  Porta,  il  quale  eseguì 
pure  i modelli  per  le  statue  in  bronzo.  Dopo  questa  cappella  si 
scorgono  alcuni  sepolcri,  fra’  quali  vuoisi  ricordare  quello  sul- 
l’alto della  parete  in  fondo  alla  navata,  posto  ai  fratelli  De  Le- 
vis,  lavoro  pregevole  del  XV  secolo  ; e sotto  avvi  la  memoria 
sepolcrale  di  monsig.  Sergardi,  celebre  letterato,  soprannomato 
Settario.  Nella  estremità  opposta  della  nave  medesima,  trovasi 
l’iscrizione  mortuaria  dedicata  alla  memoria  del  Platina,  biogra- 
fo dei  papi. 

Nell'altra  nave  laterale  avvi  la  porta  che  mette  alla  sacrestia, 
e che  dà  adito  ancora  al  battistero,  in  cui  Leone  XII  fece  co- 
struire il  fonte  battesimale  con  disegno  del  Valadicr,  valendosi 
d’una  preziosa  tazza  di  porfido  esistente  nel  museo  Vaticano,  sul- 
la quale  fu  posta  una  statuina  di  s.  Giovarmi  Battista  in  bronzo 
dorato,  lavoro  dello  Spagna,  che  eseguì  eziandio,  in  simile  me- 
tallo, i due  angeli  e gli  altri  ornamenti.  Il  battistero  rimane  se- 
parato dal  vestibolo  che  lo  precede  da  due  belle  colonne  di  gra- 
nito orientale,  e le  pitture  d’ambedue  le  volte  spettano  al  Pasi- 
gnani . L’Assunta  rappresentata  nel  gran  bassorilievo  dell’altare 
è lavoro  del  Bernini,  il  quale  scolpì  pure  in  marmi  di  colori  di- 
versi il  busto  di  Antonio  Nigrita,  ambasciatore  del  Congo  pres- 
so la  santa  Sede,  ed  è collocato  in  alto  alla  sinistra  del  vestibo- 
lo. Facendo  ritorno  nella  nave,  si  ha  a destra  la  cappella. del 
Crocefisso,  che  merita  di  esser  veduta  per  le  ricche  dieci  colonne 
di  porfido  e pei  pilastri  simili. 

Uscendo  dalla  chiesa  per  la  porta  a lato  della  tribuna,  si  scorge 
l’altro  prospetto  innalzato  sotto  Clemente  IX  e Clemente  X con 
architetture  del  Raihaldi.  L’ampia  piazza  rimane  decorata  da  un 
obelisco  egizio,  che  si  crede  fosse  fatto  trasportare  in  Roma  da 
Claudio,  assieme  a quello  di  Montecavallo:  l’uno  e l’altro  orna- 
vano l’ingresso  al  mausoleo  di  Augusto,  e quello  di  cui  si  tratta 
fu  trovato  rotto  in  più  pezzi.  Esso  è in  granito  rosso  senza  gero- 
glifici, ed  ha  13  met.  e 80  c.  di  altezza,  non  compreso  il  piedi- 
stallo, che  è alto  6 met.  e 42  centimetri.  Sisto  V fecelo  erigere 
valendosi  all’uopo  del  cav.  Fontana. 

Pigliando  la  strada  che  conduce  sulla  principal  piazza  della 
basilica,  si  trova  in  prospetto  la  via  di  s.  Prassede,  al  cui  ter- 
mine, volgendo  a dritta,  trovasi  subito  l'ingresso  alla 


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no 


Terza  Giornata. 


CHIESA  DI  S.  PR ASSF.DE. 

S.  Pio  I,  cedendo  alle  istanze  di  s.  Prassede,  eresse  nel  160 
questa  chiesa  in  forma  d’oratorio,  sulle  terme  di  N ovato,  fratel- 
lo di  essa  santa,  nel  luogo  detto  anticamente  Vicus  La  teritius . 
Pasquale  I,  nell’822,  fecene  una  chiesa  che  poscia  da  Innocenzo 
III  fu  concessa  ai  monaci  di  V aliombrosa,  ed  in  seguito  venne 
abbellita  e ristorata  da  s.  Carlo  Borromeo. 

Essa  ha  tre  navi  divise  da  16  colonne  in  granito.  L’altar  mag- 
giore, isolato,  va  adorno  di  quattro  superbe  colonne  di  porfido 
sorreggenti  il  baldacchino,  e la  tribuna  e barcone  sono  fregiati 
con  antichi  musaici.  Si  ascende  alla  tribuna  per  una  scala  a due 
rampe  i cui  gradini  sono  di  rosso  antico,  ed  assai  pregiati  perla 
rarissima  grandezza  dei  massi.  Il  quadro  nel  fondo  della  stessa 
tribuna  è di  Domenico  Muratori,  e rappresenta  la  santa  titolare. 

La  cappella  più  rimarchevole  è quella  decorata  entro  e fuo- 
ri con  antichi  musaici,  ed  in  cui  si  custodisce  la  colonna  di  dia- 
spro sanguigno,  portata  in  Roma  da  Gerusalemme,  nel  1223, 
dal  card.  Giovanni  Colonna,  e che  piamente  si  crede  sia  quella 
a cui  venne  legato  il  Redentore  quando  fu  flagellato.  Sull’altare 
si  osserva  un’immagine  di  Maria  Vergine  in  musaico,  avente  ai 
lati  due  colonne  di  alabastro  orientale.  La  cappella  incontro,  de- 
gli Olgiati,  venne  dipinta  dal  cav.  d’Arpino,  ed  il  quadro  del- 
l’altare fu  eseguito  da  Federico  Zuccari.  Il  pozzo  nel  mezzo  del- 
la nave  maggiore,  è quello  in  cui,  secondo  la  tradizione,  s.  Pras- 
sede raccoglieva  il  sangue  dei  martiri.  Entro  la  sacrestia  si  am- 
mira un  dipinto  di  Giulio  Romano,  rappresentante  la  flagella- 
zione di  Cristo,  ed  il  quadro  dell’altare  è uba.  degna  opera  del 
Ciampelli.  — Uscendo  per  la  porta  grande,  s’incontra  a breve 
distanza,  sulla  sinistra,  l'ingresso  al  cortile  che  precede  la  porta 
laterale  della 

CHIESA  DI  8.  MARTI  IVO. 

Si  crede  che  s.  Silvestro  papa,  ai  tempi  di  Costantino,  eri- 
gesse una  chiesa  in  questo  luogo,  sopra  la  quale  il  pontefice  s. 
Simmaco,  verso  il  500,  fece  edificare  quella  di  cui  trattiamo, 
poscia  rista urata  ed  ornata,  nel  1650,  coi  disegni  di  Pietro  da 
Cortona,  dai  pp.  carmelitani  ai  quali  fu  data  in  cura  da  Bonifa- 
cio Vili.  Verso  poi  la  fine  dello  scorso  secolo  gli  stessi  padri 
1’abbellirono  nuovamente  colla  direzione  del  Cavallucci,  ed  al 
presente  si  annovera  fra  le  più  belle  chiese  di  Roma. 

Le  tre  navi  che  la  compongono  rimangono  separate  da  24  co- 
lonne antiche  di  differenti  marmi,  d’ordine  corintio.  I bellissimi 


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Chiesa  di  s.  Martino. 


171 


paesi  che  si  osservano  sulle  pareti  delle  navi  minori,  vennero 
condotti  con  gran  bravura  da  Gaspare  Pussino,  eseguendovi  le 
figure  il  suo  fratello  Niccola:  i due  paesi  peraltro  ai  lati  dell’al- 
tare di  s.  Maria  Maddalena  de'  Pazzi,  furono  dipinti  da  France- 
sco Grimaldi,  bolognese. 

La  cappella  della  Madonna  del  monte  Carmelo,  in  fondo  alla 
nave  sinistra  entrando  dalla  porta  principale  della  chiesa,  è de- 
corata di  ricchi  marmi  e di  pitture  del  Cavallucci,  che  fu  sepolto 
innanzi  alla  cappella  stessa.  Vicino  ad  essa  si  osserva  dipinto  in 
prospettiva  l’interno  della  basilica  Vaticana,  conforme  era  prima 
della  sua  riedificazione,  e nella  estremità  opposta  della  stessa 
parete  avvi  quello  della  basilica Lateranense,  opere  ambedue  d’in- 
cognito autore. 

Dalla  nave  maggiore,  per  una  duplice  e magnifica  scala,  co- 
struita coi  disegni  di  Pietro  da  Cortona  che  circondolla  di  una 
bella  balaustrata,  si  ascende  alla  tribuna,  splendidamente  fregiata 
di  ornati,  ed  abbellita  di  pitture  del  suddetto  Cavallucci.  All’in- 
nnnzi  ergesi  il  sontuoso  aitar  maggiore , svelto  ed  elegante,  il 
quale,  assieme  alla  tribuna  ed  alla  sottostante  scala,  produce  un 
effetto  assai  sorprendente. 

Fra  i due  branchi  dalla  sopraccennata  scala  av  venne  un  altro 
pel  quale  si  scende  alla  chiesa  sotterranea,  la  cui  bella  architet- 
tura devesi  al  ricordato  Pietro  da  Cortona;  e di  sotto  all’altare 
cu8todisconsi  i corpi  dei  ss.  Silvestro  e Martino  papi , del  pari 
che  quelli  di  molti  altri  santi.  Di  quivi  si  scende  ad  un  antico 
sotterraneo,  che  si  pretende  sia  la  chiesa  eretta  all’  epoca  di  Co- 
stantino, e si  crede  che  il  pontefice  s.  Silvestro  vi  tenesse  un  con- 
cilio romano  nel  324.  Porzione  del  pavimento  è in  musaico  bian- 
co e nero,  e l’immagine  della  Madonna  venerata  sull’altare  è 
pure  in  musaico,  ma  di  rozzo  lavoro,  essendo  del  tempo  della 
massima  decadenza  delle  arti . 

Uscendo  dalla  chiesa  di  s.  Martino  per  la  stessa  porta  d’onde 
si  entrò,  e passando  vicino  all’  antica  chiesa  di  s.  Lucia  in  Selce, 
che  lasciasi  a manca,  si  cala  nella  piazzetta  della  Suburra,  cui 
rimase  tuttora  il  nome  di  tale  celebre  contrada  dell’antica  Koma. 
Alla  destra  di  essa  apresi  la  via  Urbana,  così  detta  perchè  Ur- 
bano Vili  fecela  addrizzare,  la  quale  corrisponde  precisamente 
all’antico  Vicus  Patricius,  fra  l’Esquilino  ed  il  Viminale,  in  tal 
guisa  chiamato  a causa  dei  patrizi  che  vi  pose  a dimora  Servio 
Tullio  per  impedire  ogni  qualunque  cospirazione  ch’avessero  po- 
tuto ordire.  — Al  fine  di  detta  strada,  si  trova  a sinistra  la 

8* 


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172 


Terza  Giornata. 


CHIESA  DI  S.  PtDEXZIAX A. 

Si  ritiene  che  in  questo  luogo  fosse  la  casa  di  Pudente  sena- 
tore romano,  ove  dimorò  a lungo  l'apostolo  s.  Pietro,  ed  il  quale 
fu  il  primo  ad  essere  convertito  alla  fede  cristiana  da  esso  santo, 
unitamente  ai  suoi  figli  N ovato  e Timoteo,  ed  alle  sue  figlie  Pu- 
denziana  e Prassede;  per  lo  che  s.  Pio  I nel  154  mutò  questa  casa 
in  oratorio,  che  poscia  fu  tramutato  in  chiesa,  ed  ebbe  di  mano 
in  mano  parecchi  ristauri.  Da  ultimo,  nel  1598,  il  card.  Caetani, 
che  ne  fu  titolare,  fecela  riedificare  ed  ornare  nel  modo  che  veg- 
giamo,  coi  disegni  di  Francesco  da  Volterra. 

Rimane  divisa  in  tre  navi  da  alcuni  pilastri  ne’quali  scorgonsi 
incassate  12  colonne  di  marmo  bigio  antico.  11  quadro  dell’altar 
maggiore,  rappresentante  s.  Pudenziana,  ed  i laterali  co’ss.  No- 
vato  e Timoteo,  furono  dipinti  dal  Nocchi,  e la  cupola  fu  colorita 
dal  Pomaraucio.  La  tribuna  è decorata  d'un  buon  musaico  ordi- 
nato da  Adriano  I,  ed  il  Pussino  stimavaio  come  una  delle  mi- 
gliori opere  dell’antica  scuola.  Nella  cappella  a sinistra  dell’altar 
maggiore,  esiste  quel  medesimo  altare  su  cui  si  crede  aver  s.  Pie- 
tro celebrato  messa,  e al  disopra  v’è  un  gruppo  in  marmo  rap- 
presentante il  Salvatore  che  dà  le  chiavi  all’apostolo  suddetto, 
opera  di  Giambattista  Della  Porta. 

Segue  la  cappella  Caetani,  fregiata  di  marmi  scelti,  di  belle 
colonne  e di  sculture.  L’altare  è ornato  di  due  rare  colonne  di 
lumachella,  e l’adorazione  de’ Magi  fu  scolpita  in  bassorilievo 
dall’  Olivieri.  Due  magniti  i sepolcri  e quattro  statue  decorano 
le  facce  laterali  della  cappella  : il  monumento  a destra  fu  eretto 
a D.  Filippo  Caetani,  l’altro  al  card.  Enrico  Caetani-:  le  quattro 
statue  rappresentano  le  virtù  cardinali , e vennero  condotte  dal 
Guidi,  dal  Lorrain,  dal  Mari  e dal  Malavista.  La  volta  è tutta 
ornata  di  stucchi  messi  a oro  e di  pitture  in  musaico , eseguite 
sui  cartoni  di  Federico  Zuccari.  Entro  il  pozzo  prossimo  a detta 
cappella,  la  santa  titolare  depose  il  sangue  d’oltre  tre  mila  mar- 
tiri, sepolti  sotto  questa  cliiesa. 

Tornando  per  la  strada  percorsa,  Ado  alla  piccola  piazza  della 
Suburra,  ascenderemo  la  salita,  ridotta  a gradinata,  di s.  Fran- 
cesco di  Paola,  per  la  quale,  lasciando  a manca  una  scala,  si  per- 
viene tosto  alla  chiesa  dedicata  a quel  santo.  salita  suddetta 
venne  resa  per  sempre  memorabile  da  uno  de’ più  esecrabili  mi- 
sfatti dell’antica  Roma,  poiché  in  essa,  secondo  Tito  Livio,  Tul- 
lia fece  passare  il  proprio  carro  sul  cadavere  di  Servio  Tullio  suo 


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Chiesa  di  s.  Francesco  di  Paola.  173 

padre,  sesto  re  di  Roma  ; per  cui  la  via,  a ricordanza  del  turpis- 
simo fatto,  ebbe  il  nome  di  Vicus  Sceleratus  (1). 

CHIESA  DI  9.  FRANCESCO  Di  PAOLA. 

Appartiene  al  secolo  XVII,  e Giovanni  Pizzullq , prete  cala- 
brese, donò  ai  frati  minimi  di  s.  Francesco  di  Paola  il  palazzo 
che  possedeva  in  questo  luogo  per  erigerla.  In  seguito  la  prin- 
cipessa Pamphilj  di  Rossano  fecela  riedificare  con  architettura 
del  Morandi,  ad  eccezione  del  prospetto  innalzato  posteriormen- 
te. Il  s.  Francesco  di  Paola  sull'altare  della  seconda  cappella  a 
dritta  entrando,  è del  Chiari,  e i due  freschi  laterali  vennero  ese- 
guiti dal  Grecolini.  Sulla  porta  della  sacrestia  si  osserva  il  se- 
polcro del  Pizzullo,  e la  volta  di  essa  è ornata  da  un  bel  quadro 
di  Sassoferrato,  rappresentatavi  la  Madonna  col  Bambino  Gesù 
e s.  Francesco  di  Paola.  — Uscendo  dalla  chiesa  e dirigendosi 
a destra,  si  trova  una  scala  conducente  alla 

chiesa  di  s.  premo  in  vwculis. 

Fu  essa  eretta  nel  422,  sotto  il  pontificato  di  s.  Leone  Magno, 
da  Eudosia,  moglie  di  ValentinianoIII,  imperatore  d’occidente, 
per  custodirvi  le  catene  colle  quali  Erode  aveva  fatto  legare  l’a- 
postolo s.  Pietro  nella  prigione  di  Gerusalemme,  ed  è da  tali  ca- 
tene che  la  chiesa  piglia  il  nome.  Il  pontefice  Adriano  I fecela 
riedificare;  Giulio  II  ristaurolla  nel  1503  dirigendo  il  lavoro  Bac- 
cio Pintelli,  e quindi  la  concesse  ai  canonici  regolari  del  ss.  Sal- 
vatore, detti  poscia  Lateranensi  ; finalmente  venne  ridotta  nel- 
l’attuale stato  l’anno  1705,  coi  disegni  di  Francesco  Fontana. 

Le  tre  navi  di  questa  bellissima  chiesa  sono  divise  da  venti 
colonne  doriche  antiche,  di  marmo  greco,  scanalate1,  aventi  2 
met.  e 25  c.  di  circonferenza,  mentre  due  Colonne  di  granito  so- 
stengono barcone  di  mezzo.  Sul  primo  altare  a diritta  è un  qua- 
dro di  Guercino,  rappresentatovi  s.  Agostino;  ed  il  s. Pietro  spri- 
gionato dall’angelo,  espresso  nel  quadro  dell’altare  successivo,  è 
copia  d’un  dipinto  di  Domenichino,  il  quale  si  custodisce  entro 

(1)  Se  prima  di  ascendere  alla  chiesa  di  s.  Francesco  di  Paola,  v*  incarni nerete  a 
destra  per  la  via  Leonina , troverete  a breve  distanza,  lungo  essa  via,  la  chiesa  della 
Madonna  de*  Monti,  che  rimane  nella  direzione  dell*  antico  Vicut  Cipriut.  In  questa 
chiesa  si  conserva  il  corpo  del  beato  Giuseppe  Labro  posto  sotto  l'altare  ad  esso  de- 
dicato, sopra  cui  scorsesi  un  quadro  del  rnv.  Pietro  Gagliardi , espressovi  il  beato 
che,  in  atto  caritatevole,  dà  a mangiare  a poveri. 


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174 


Terza  Giornata. 


la  sacrestia.  I due  monumenti  ai  lati  di  detto  altare  furono  posti 
ai  cardinali  Agucchi  e Margotti,  dandone  il  disegno  Domeni- 
chino  da  cui  si  eseguirono  i ritratti  che  vi  si  scorgono. 

Da  mano  diritta  nella  crocera  si  ammira  il  celebre  sepolcro  di 
Giulio  II,  ed  è una  delle  quattro  facce  del  mausoleo  che  Miche- 
langelo aveva  immaginato  e cominciato  per  quel  papa,  e che 
doveva  esser  collocato  nella  gran  nave  di  s.  Pietro  in  Vaticano; 
Paolo  III  però  ordinava  che  l’opera  fosse  ristretta,  e volle  che 
qui  si  collocasse.  Michelangelo  scolpi  la  statua  di  Mosè,  laquale 
scorgesi  in  mezzo  al  sepolcro,  opera  tenuta  come  il  capolavoro 
della  moderna  scultura,  si  per  la  naturale  espressione,  sì  per  la 
verità  delle  parti.  Mosè  è rappresentato  in  colossale  grandezza, 
tenendo  sotto  il  braccio  destro  le  tavole  della  legge  e fieramente 
guardando  il  popolo,  la  cui  rassegnazione  sembravagli  assai 
dubbia  e mal  ferma.  Le  quattro  statue  nelle  nicchie  del  sepolcro 
stesso,  furono  condotte  da  Raffaello  da  Montelupo,  scolare  del 
Bonarruoti.  La  s.  Margherita,  sull’altare  della  seguente  cappel- 
la, è una  delle  migliori  opere  di  Guercino. 

* La  porticina  a lato  dà  ingresso  alla  sacrestia,  nel  cui  destro 
canto  esiste  un  altare  di  stile  del  secolo  XIV,  con  sopravi  un 
bassorilievo  dell’epoca  medesima.  In  questa  sacrestia  si  custo- 
discono le  già  menzionate  catene  colle  quali  l’apostolo  s.  Pietro 
fu  legato  nel  carcere  di  Gerusalemme,  e che  Giovenale,  patriar- 
ca di  quella  città,  donò  ad  Eudosia  sua  figlia,  moglie  di  Va- 
lentiniano  III,  la  quale  fecene  presente  a s.  Leone  Magno.  Gli 
sportelli  del  piccolo  armadio  che  racchiude  esse  catene,  sono  di 
bronzo,  opera  del  celebre  Pollaiolo  fiorentino,  il  quale,  fra  gli 
ornati  coi  quali  li  abbellì,  espressevi  di  bassorilievo  alcuni  fatti 
della  vita  del  santo  apostolo.  Passando  quindi  nella  contigua 
stanza  a sinistra,  si  osservano  alquanti  quadri , fra  i quali,  i più 
pregiati  sono:  quello  rappresentante  la  liberazione  di  s.  Pietro, 
opera  già  ricordata  di  Domenicliino;  una  sacra  Famiglia  ed  una 
mezza  figura,  esprimente  la  Fede,  opere  credute  della  scuola  di 
Giulio  Romano,  ed  una  bella  effigie  del  Redentore,  di  mano  di 
Guercino.  Altre  volte  vi  si  ammirava  pure  la  tanto  celebrata 
mezza  figura  di  Guido  Reni,  conosciuta  col  nome,  la  Speranza 
di  Guido,  ma  oggi  ve  se  ne  osserva  una  copia. 

Tornando  in  chiesa  ci  recheremo  prima  ad  osservarne  la  tri- 
buna dipinta  da  Giacomo  Coppi  fiorentino,  in  fondo  alla  quale 
esiste  l’antico  seggio  pontificale  in  marmo  bianco,  e a dritta, 
entrandovi,  si  vede  il  sepolcro  del  Clovio,  canonico  di  questa 
chiesa  e celebre  pittore  in  miniatura  del  secolo  XVI,  del  cui  va- 


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Chiesa  di  s.  Pietro  in  Vincvlis. 


175 


lore  si  ha  prova  in  quelle  belle  sue  opere  esistenti  in  alcuni  co- 
dici della  biblioteca  Vaticana,  già  appartenuti  ai  duchi  di  Urbi- 
no, pe’  quali  il  Clovio  eseguivale. 

Recandosi  nell’altra  nave  si  osserva  sul  penultimo  altare  un  s. 
Sebastiano  in  musaico,  lavoro  del  secolo  VII,  ove  è singolare 
vedere  il  santo  rappresentato  con  barba.  Sopra  l’ultimo  altare, 
è una  Pietà  creduta  del  Pomarancio;  e poi  segue  il  piccolo  se- 
polcro del  card.  Niccola  de  Cusa,  opera  del  secolo  XV.  Le  pit- 
ture del  soffitto  appartengono  a Giambattista  Parodi,  genovese. 
Da  un  lato  della  porta  principale  si  osserva  il  sepolcro  eretto  ai 
fratelli  Pollaioli,  rinomati  artisti  in  bronzo,  vissuti  nel  secolo 
XV,  i quali  lavorarono  i monumenti  sepolcrali  di  Sisto  IV  e 
d’InnocenzoVIII,  esistenti  in  s.  Pietro  in  Vaticano.  Gli  affreschi 
che  qui  sono  sull’alto  furono  eseguiti  dai  loro  scolari,  che  vi  e- 
spressero  l’arrivo  dell’anima  nel  purgatorio,  ed  il  potere  delle 
indulgenze  a liberamela.  — Uscendo  dalla  descritta  chiesa,  la 
strada  a sinistra,  detta  della  Polveriera,  conduce  alle 

TERME  DI  TITO. 

In  origine  le  terme  non  furono  edificate  in  Roma  se  non  che 
per  bagnarsi,  laonde  vennero  chiamate  col  nome  greco  latiniz- 
zato Thermce,  cioè,  bagni  caldi.  Ben  presto  in  tali  edilìzi  il  lus- 
so fece  erigere  luoghi  per  gli  esercizi  del  corpo,  e pel  diletto 
dello  spirito,  e divennero  quindi  vasti  fabbricati  circondati  di 
portici  e di  giardini.  Ivi  si  trovavano  biblioteche,  exedrce,  os- 
siano  emicicli,  ne’  quali  i filosofi  discutevano,  gli  oratori  decla- 
mavano, i poeti  recitavano  i loro  versi;  v’erano  gallerie  di  statue 
e di  quadri  ecc.  ; vi  si  trovavano  giardini  pel  passeggio  e pe’ 
giuochi  atletici,  che  si  potevano  vedere  da  una  specie  di  teatro. 

. Agrippa  fu  il  primo  che  erigesse  siffatte  fabbriche  pel  pubblico; 
il  suo  esempio  venne  seguito  da  Nerone;  ed  in  fine  Tito  edificò 
in  pochissimo  tempo  le  terme  di  cui  parliamo.  Il  luogo  scelto  da 
lui  era  comodissimo  per  la  sua  centralità,  mentre  quelle  di  A- 
grippa  e di  Nerone  trovavansi  nel  campo  di  Marte.  Egli  si  valse 
all’uopo  di  una  porzione  della  casa  e degli  orti  Neroniani:  Domi- 
ziano fecevi  delle  aggiunte,  come  pure  Traiano  ed  Adriano, tal- 
ché ogni  singola  parte  di  esse  ebbe  il  nome  dell’imperatore  da 
cui  venne  costruita;  per  ciò  le  terme  di  Tito,  di  Domiziano,  di 
Traiano  e di  Adriano  non  sonò  se  non  che  altrettante  parti  sepa- 
rate d’un  medesimo  edilìzio.  A causa  di  così  fatte  aggiunte,  le 
terme  si  estesero  dal  Colosseo  fino  alla  descritta  chiesa  di  s.Mar- 


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176 


Terza.  Giornata. 


tino;  pure,  ad  onta  di  così  vasta  estensione,  esse  erano  meno 
ampie  di  quelle  di  Caraealla  e di  Diocleziano,  superandole  per- 
altro in  eleganza  e buon  gusto.  Presso  le  dette  terme  esisteva 
il  palazzo  di  Tito,  ove  si  ammirava  il  celebrato  gruppo  di  Lao- 
coonte,  rinvenuto  al  tempo  di  Giulio  II  nella  vigna  De  Fredis, 
fra  le  Sette  Sale  e s.  Maria  Maggiore;  gruppo  che  forma  oggi 
l’universale  ammirazione  nel  museo  Vaticano. 

L’edifizio  di  cui  si  tratta  è quasi  interamente  distrutto,  e po- 
chi avanzi  appena  ne  danno  a conoscere  la  magnificenza  passa- 
ta. La  pianta  ci  fu  conservata  in  parte  in  un  frammento  dell’an- 
tica pianta  di  Roma,  il  quale  si  osserva  incastrato  in  una  parete 
della  scala  del  museo  Capitolino.  Palladio  diede  una  pianta  di 
questo  edifizio,  circa  la  metà  del  secolo  XVI,  allorquando,  cioè, 
eia  ancora  in  istato  riconoscibile.  Tuttavia  i sotterranei  sono  as- 
sai bene  conservati,  ed  appartengono  per  la  maggior  parte  agli 
appartamenti  di  Nerone,  che  Tito  fece  servir  di  sostegno  alle 
sue  terme  aggiungendovi  altri  muri,  per  cui  rimasero  privi  di 
luce  e di  aria.  Trenta  camere  circa  e parecchi  corridoi  disotter- 
rati offrono  tuttora  pitture  ad  arabeschi,  le  quali,  si  per  la  va- 
rietà e per  la  purgatezza  del  disegno,  sì  per  la  vivezza  del  colo- 
rito formano  l’ammirazione  degli  artisti.  Si  pretese  da  alcuni  che 
Raffaello,  avendo  avuto  conoscenza  di  tali  affreschi,  ne  profit- 
tasse per  dipingere  le  logge  del  Vaticano,  e che  poscia  facesse 
interrar  nuovamente  le  camere;  ma  quantunque  la  prima  suppo- 
sizione possa  esser  vera,  la  seconda  è una  mera  calunnia,  giac- 
ché l'amore  di  quel  sommo  per  le  antichità,  lo  spinse  a presen- 
tare al  magnanimo  pontefice  Leone  X un  progetto  pel  disotter- 
ramento dell’antica  Roma. 

D’altronde  si  hanno  prove  sicure,  che  i sotterranei  in  discorso 
furono  quasi  sempre  accessibili,  e che  solo  dal  principiare  del 
secolo  scorso  erano  stati  scordati,  perchè  resi  impraticabili,  ve-  • 
nendo  di  nuovo  aperti  nel  1776,  ed  esaminati  dal  Mirri  che  ne 
pubblicò  le  pitture.  Fino  al  1812  non  vi,  si  poteva  entrare  che 
con  disagio  essendo  quasi  affatto  ingombri;  ma  dopo  quell’epo- 
ca vennero  sgombrati,  di  guisa  che  gli  amatori  delle  belle  arti 
jmssono  percorrere  senza  difficoltà  parte  delle  numerose  camere 
le  quali  danno  un’idea  deliri  disposizione  e degli  ornati  de’  son- 
tuosi appartamenti  degli  antichi.  Negli  scavi  praticativi  si  rin- 
venne una  cappella  sacra  a s.  Felicita,  eretta  in  una  di  esse  ca- 
mere verso  il  secolo  XVI,  e si  scoperse  pure  un'assai  curiosa  i- 
scrizione  dipinta  nella  parete.  — Alle  terme  di  Tito  spetta  ezian- 
dio il  grande  serbatoio  d’acqua,  detto  le 


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Sette  Sale. 

SETTE  SALE. 


177 


Questi  corridoi  non  erano  se  non  un  grande  serbatoio  d’acqua, 
di  quelli  che  gli  antichi  chiamavano  piscine,  ed  il  luogo  ove  si 
trova  come  pure  il  suo  livello  fanno  supporre  fosse  costrutto  in 
epoca  anteriore  alle  terme  di  Tito,  alle  quali  poscia  può  aver 
servito.'  Così  fatto  edifìzio  era  di  due  piani,  il  primo  oggi  rimane 
sotterra,  ed  il  secondo  dividesi  in  nove  corridoi.  Il  nome  volga- 
re che  gli  si  dà  di  Sette  Sale,  non  è affatto  d’accordo  col  nu- 
mero de’  corridoi,  per  cui  sembra  derivi  piuttosto  da  Septiso- 
lium,  denominazione  ch’ebbe  questa  contrada  della  città  negli 
antichi  tempi.  La  costruzione  dell’ edifìzio  è solidissima;  i muri 
sono  grossi  e coperti  di  doppio  intonaco,  il  primo  de’  quali,  ar- 
tifiziale,  è d’una  composizione  molto  dura  per  resistere  all’acqua, 
chiamata  da  Vitruvio  opus  signinum,  ed  è formata  di  scaglie  di 
mattoni  e di  un  cemento  assai  fino;  l’altro,  costituente  la  crosta 
esterna,  è un  deposito  calcareo  fatto  dall’acqua,  duro  come  il 
travertino,  e ad  esso  si  deve  la  perfetta  conservazione  de’  muri. 
La  posizione  delle  porte  si  rende  osservabile,  per  esser  praticate 
espressamente  ne’ luoghi  con  tale  alternativa,  da  non  isminuir 
punto,  coi  loro  vani  e sopravvani,  la  solidità  de’  muri:  esse  sono 
disposte  in  guisa,  che  si  passa  d’una  in  altra  sala  per  quattro 
porte,  vedendosi  da  ciascuna  in  traverso  le  altre  otto.  Il  corri- 
doio di  mezzo  è largo  met.  3 e 88  c.  ; lungo  11,  88  ; alto  2,  55. 

Uscendo  dalle  terme  di  Tito,  e pigliando  la  via  del  Colosseo, 
dopo  aver  questo  oltrepassato,  si  segue  a destra  la  strada  posta- 
le in  salita,  ed  allorché  si  è giunti  innanzi  ad  una  chiesetta  dedi- 
cata a s.  Jteria  ad  Nives,  pigliando  la  via  a manca,  si  passa  in- 
nanzi all'oratorio  di  s.  Maria  in  Carinis,  la  cui  denominazione 
ricorda  l’antica  contrada  di  Roma  detta  Carine,  a causa  della 
sua  forma  somigliante  ad  una  carena  di  nave. 

S’incontra  quindi  la  torre  dei  Conti,  eretta  nel  12(17  dal  pon- 
tefice Innocenzo  III,  della  famiglia  Conti,  sulle  ruine  del  tempio 
della  Terra,  Templum  Telluris  degli  antichi,  vicino  a cui  era  la 
casa  del  gran  Pompeo.  —Di  quivi  proseguendo  il  cammino  a sini- 
stra, si  giunge  subito  alla  piazza  detta  delle  Colonnacce,  a moti- 
vo degli  avanzi  del 

FORO  PALLADIO,  DI  NERVA,  E TRANSITORIO. 

L’imperator  Domiziano,  avendo  coirftnciato  il  suo  Foro  all’est 
di  quelli  di  Augusto  e di  Cesare,  in  esso  innalzò  un  tempio  a 

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Terza  Giornata. 


Pallade,  divinità  di  ctii  era  divotissinfio,  e però  venne  detto  Fo- 
rum Palladium . In  seguito  però  essendo  stato  compiuto  e de- 
dicato da  Nerva,  il  quale  ampliollo,  prese  il  nome  di  Foro  di 
Nerva.  Le  due  colonne  corintie,  per  due  terzi  interrate,  dette 
le  Colonnacce,  appartengono  all’interna  decorazione  del  recinto 
di  esso  Foro;  esse  sono  scanalate  ed  hanno  3 met.  di  circonfe- 
renza, e 9 met.  e 30  c.  di*ltezza.  Il  cornicione  che  sostengono 
è ricco  d’ornati,  d’ottimo  intaglio,  e le  figurine  scolpite  di  bas- 
sorilievo nel  fregio,  rappresentanti  le  arti  di  Pallade,  sono  di 
bella  composizione  e di  squisito  lavoro  di  scarpello;  e lo  stesso 
cornicione  viene  sormontato  da  un  attico,  nel  cui  centro  scorge- 
si  l’effigie  di  Pallade  in  piedi,  scolpita  in  bassorilievo. 

Il  Foro  di  cui  trattasi  ebbe  anche  il  nome  di  Transitorio, 
perchè,  rimanendo  nella  pianura  fra  i cobi  Quirinale,  Viminale 
ed  Esquilino,  bisognava  spessissimo  attraversarlo  per  sabre  a 
questi.  Traiano  lo  decorò  di  un  tempio  in  onore  di  Nerva  suo  pa- 
dre adottivo;  e nel  Foro  stesso  Alessandro  Severo  diede  un  lu- 
minoso esempio  di  giustizia  facendovi  morir  soffocato  dal  fumo 
della  paglia  accesa  un  suo  cortigiano,  di  nome  Vetronio  Turino, 
il  quale  si  vantava  di  vendere  i favori  di  lui;  e mentre  s’esegui- 
va il  supplizio,  un  banditore  gridava:  è qui  punito  col  fumo  chi 
vendette  fumo. 

Per  diversi  archi  si  aveva  ingresso  nel  Foro  di  cui  trattiamo, 
de’quab  però  restane  un  solo,  detto  dal  volgo  Arco  de’  Panta- 
ni, a causa  delle  pozzanghere  che  esistevano  in  tutta  la  contra- 
da su  cui  trovasi,  la  quale  fu  fatta  rialzare  da  Paolo  V,  siccome 
leggesi  nell’iscrizione  posta  al  disopra  della  porta  della  chiesa 
di  s.  Ciriaco,  detta  di  s.  Quirtco. 

Il  suddetto  arco  apresi  in  un  gran  muro,  non  meno  maravi- 
glioso  per  l’altezza  a cui  elevasi  ne’  lati,  che  per  i grossi  massi  di 
peperino  che  lo  compongono,  congiunti  senza  calce,  ma  con  soli 
perni  di  durissimo  legno.  La  costruzione  di  questo  muro  di  cin- 
ta, il  suo  stile  ftd  il  suo  andamento,  non  accordantisi  affatto  co- 
gli edifizi  del  Foro,  fanno  supporre  essere  anteriore  a Nerva  di 
parecchi  secob,  e che  egli  trassene  profitto  per  appoggiarvi  le 
fabbriche  del  proprio  Foro.  — A lato  all’arco  suindicato  sono 
gli  avanzi  del 

TEMPIO  DI  NERVA. 

Questo  tempio,  fatto  erigere  da  Traiano  ad  onor  di  Nerva, 
siccome  lo  afferma  Plinio  il  giovane,  era  uno  de’  più  beffi  edifizi 
di  Roma,  sì  per  le  sue  colossah  dimensioni,  sì  per  T eccellenza 


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179 


Tempio  di  Nerva. 

dell’architettura,  sì  pe’riochi  ornamenti  che  comprendeva.  Non 
rimane  di  tale  edilìzio  che  porzione  del  portico  e del  muro  late- 
rale della  cella  ; del  qual  portico  sono  ancora  in  piedi  tre  co- 
lonne, ed  un  pilastro  sostenenti  l’architrave.  Le  colonne,  d’or- 
dine corintio,  in  marmo  bianco  scanalate,  hanno  5 met.  e 13  cen. 
di  circonferenza,  e met.  14  e 45  cent,  di  altezza:  1’  architrave 
ed  il  soffitto  del  portico  veggonsi  fregiati  di  ornati  assai  belli. 
Npi  bassi  tempi  venne  eretto  sull’architrave  un  gran  campa- 
nile spettante  all’  attigua  chiesa  dell’  Annunziata,  il  quale  alla 
fine  avrebbelo  fatto  crollare  se  non  fosse  stato  demolito.  Il  pro- 
spetto del  tempio  era  rivolto  all’ovest,  e,  secondo  Palladio,  aveva 
otto  colonne,  mentre  i portici  laterali  ne  avevano  nove,  oltre  i 
pilastri  appoggiati  al  muro  di  cinta.  In  seguito  degli  scavi  del 
1821  si  conobbe  che  le  colonne  de’portici  laterali  posano  su  d’un 
podio,  che  elevasi  su  tre  gradini  assai  alti,  e dagli  scavi  stessi  si 
rilevò  che  la  soglia  del  già  ricordato  arco  rimane  60  centimetri 
più  alta  del  livello  del  Foro. 

Nell’  altro  lato  dell’  edifizio , nel  recinto  del  Foro  Palladio , 
esistevano  altri  ruderi  antichi,  pertinenti  al  tempio  di  Pallade, 
di  cui  si  fece  motto.  Questo  bel  monumento,  che  spesso  venne 
confuso  col  descritto  tempio,  sino  al  cominciare  del  secolo  XVII 
conservava  ancora  sette  colonne  del  suo  peristilio,,  le  quali  sor- 
reggevano un  magnifico  cornicione  ed  un  frontispizio  bellissimo; 
ma  Paolo  V fece  atterrare  così  preziosi  avanzi  per  valersi  dei 
marmi  nella  mostra  principale  dell’ acqua  Paola  sul  Gianicolo,  e 
per  la  sua  cappella  nella  basilica  di  s.  Maria  Maggiore. 

La  spaziosa  via  Alessandrina,  che  si  apre  a destra,  poco  dopo 
il  descritto  tempio  di  Nerva,  conduce  dirittamente  al  Foro  Tra- 
iano. Pochi  passi  prima  di  giungere  al  detto  Foro  si  trova,  a 
mano  diritta,  la  via  della  Salita  del  Grillo , ove,  nella  casa  se- 
gnata col  N.°6  risiede  il  custode  di  un  diruto  emiciclo,  detto 
erroneamente  i bagni  di  Paolo  Emilio.  Questo  emiciclo,  il  quale 
rimane  alle  radici  del  Quirinale,  e che  scorgesi  anche  dall’abi- 
tazione del  custode,  può  ben  giudicarsi  eretto  da  Traiano,  pro- 
babilmente per  nascondere  delle  casipole,  che  avrebbero  detur- 
pato la  visuale  del  magnifico  suo  Foro.  Una  parte  del  detto 
edifizio  venne  disotterrata  dal  Governo,  e nel  primo  piano  pre- 
senta una  quantità  di  botteghe,  aventi  il  pavimento  in  musaico 
bianco  e nero;  l’architettura  poi  del  piano  superiore  ha  degli 
ornati  di  gusto  assai  bizzarro.  La  costruzione,  in  mattoni,  di 
questa  fabbrica,  è molto  bella  ed  accurata,  e somiglia  a quella 
degli  altri  edifizi  eretti  sotto  Traiano. 


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180 


Terza  Giornata. 


FORO  TRAIANO. 

La  più  bella  colonna  che  giammai  esistesse,  il  più  celebre  mo- 
numento antico  conservato  nella  sua  integrità  da  diciassette  se- 
coli, era  ingombro  di  terra,  e nascosto  da  miserabili  casipole, 
ed  il  piedistallo  mirabilissimo  era  come  sepolto  in  un  pozzo. 
Nel  1812  pertanto,  e nei  seguenti  anni  si  pensò  di  ridonarlo  al- 
l’antico splendore,  mandando  a terra  non  poche  case.  Il  senato 
e popolo  romano  dedicarono  la  colonna  in  discorso  a Traiano 
per  le  vittorie  da  lui  riportate  sui  Daci.  Essa  è di  ordine  dorico, 
formata  di  34  rocchi  di  marmo  bianco  di  Carrara,  collocati  l’uno 
sull’altro,  e congiunti  con  perni  di  bronzo.  Il  gran  piedistallo 
si  compone  di  8 massi,  il  toro  è d’un  sol  masso,  il  fusto  della 
colonna  è di  23,  il  capitello  al  pari  che  il  basamento  della  statua 
di  un  masso  solo.  L’  altezza  della  colonna,  dal  piano  alla  som- 
mità della  statua,  ascendea42  met.  e40cent.;  e dividendola  nelle 
sue  parti  si  avrà:  il  gran  piedistallo,  alto  4 met.  e 50  cent.,  lo 
zoccolo  96  cent.,  la  colonna  colla  base  e capitello  28  met.  e 90 
cent.,  il  basamento  della  statua  4 met.  e 50  cent.,  e la  statua  3 
met.  e 54  centimetri.  Il  maggior  diametro  della  colonna  ascende 
a 3 met.  e 41  cent.,  il  minore  è di  3 met.  e 21.  centimetro. 

Questa  colonna  supera  di  48  centimetri  l’altezza  di  quella  di 
Marc’  Aurelio,  e la  sua  cima  sta  a livello  del  Quirinale,  che  in 
questo  luogo  venne  appianato  per  ampliare  il  Foro,  conforme 
asserisce  Dione,  e come  l’ indica  1’  iscrizione  scolpita  nel  piedi- 
stallo. Si  salisce  alla  sommità  di  questo  monumento  per  una 
scala  interna  tagliata,  nel  marmo  stesso  e fatta  a chiocciola,  lo 
che  fece  dare  il  nome  coclide  alla  colonna.  L’accennata  scala 
ha  182  gradini  di  70  centimetri  di  lunghezza,  piglia  lume  da  43 
feritoie,  e sull’alto  si  trova  un  ripiano  circondato  da  una  ringhie- 
ra di  ferro,  da  dove  si  gode  della  veduta  di  Roma  e dei  propin- 
qui monti.  La  statua  di  Traiano  in  bronzo  dorato,  era  anticamen- 
te posta  in  cima  alla  colonna,  da  dove  venne'tolta  nel  medio  evo, 
e si  può  ritenere  che  fosse  nel  novero  delle  statue  in  bronzo  por- 
tate via  da  Roma  dall’imperatore  Costante  II,  nel  663  dell’era 
volgare. 

Allorquando  il  sommo  ponte6ce  Sisto  V ristaurò  un  così  in- 
signe monumento,  volle  porvi  sulla  cima  la  statua  in  bronzo 
dell’apostolo  s. Pietro,  eseguita  sul  modello  del  Della  Porta.  II 
piedistallo  della  colonna  è ornato  di  scudi,  corazze,  elmi,  aqui- 
le ecc.;  ogni  cosa  mirabilmente  scolpita,  e di  eccellente  com- 
posizione. 


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fijr-iim  «le  Tramali. 


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FORO  Tffi.A3TA.ErO 


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Foro  Traiano. 


181 


Una  sì  magnifica  colonna  è meno  osservabile  per  la  sua  al- 
tezza, che  non  pe’ bassorilievi  che  l’abbelliscono  dalla  base  al 
capitello,  i quali  rappresentano  le  due  guerre  di  Traiano  contro 
Decebalo  re  de’Daci,  che  rimase  vinto  l’anno  101  dell’era  cri- 
stiana. Vi  si  scorgono  circa  duemilacinquecento  figure  d’uomini 
tutte  diverse,  Oltre  una  infinità  di  cavalli,  d’armi,  di  macchine 
guerresche,  d’ insegne  militari  e di  trofei,  che  costituiscono  mia 
si  grande  varietà  di  oggetti  da  non  si  poter  osservare  senza 
ammirazione.  La  composizione  ed  il  disegno  di  tali  bassorilievi 
appartengono  ad  un  solo  artefice;  ma  l’ immenso  numero  delle 
figure,  alto  quasi  tutte  65  centimetri,  dovette  di  necessità  esi- 
gere l’opera  di  più  artisti.  I fatti  storici,  ed  il  piano  su  cui  posa- 
no le  figure  vengono  contradistinti  da  un  cordone  che  circonda 
in  ispirale  l’intera  colonna,  con  23  giri  dal  basso  alla  sommità. 
Gli  encomiati  bassorilievi  vennero  sempre  tenuti  come  capola- 
vori di  scultura  e servirono  d'esemplari  agli  artefici,  per  cui 
Raffaello,  Giulio  Romano,  Polidoro  da  Caravaggio  ed  altri  ne 
trassero  molto  profitto. 

La  stupenda  colonna  rispondeva  a maraviglia  alla  magnifi- 
cenza del  Foro  Traiano,  di  cui  il  celebre  Apollodoro  di  Dama- 
sco fu  l’ architetto,  e sorpassava  gli  altri  Fori  tutti  per  ricchezza 
e splendore.  Esso  era  attorniato  da  portici  in  colonne,  decorati 
di  statue,  ed  abbelliti  con  ornamenti  di  bronzo  dorato:  conte- 
neva una  basilica  ove  si  rendeva  giustizia,  un  tempio  dedicato  a 
Traiano,  dopo  morto,  e la  celebre  biblioteca  Ulpia.  Per  mezzo 
degli  ultimi  scavi  si  rilevò  che  la  gran  colonna,  posteriore  di  un 
anno  alla  parte  meridionale  del  Foro,  rimaneva  nel  centro  di  un 
piccolo  cortile  quadrilungo,  di  24  met.  e 35  cent,  di  estensione, 
e di  16  met.  e 5 cent,  di  larghezza,  lastricato  di  marmi  e fian- 
cheggiato, verso  mezzodì,  dal  muro  della  basilica,  essendo  cir- 
condato negli  altri  tre  lati  da  un  portico  in  doppio  ordine  di  co- 
lonne: il  lato  lungo,  o settentrionale  di  esso  portico  venne  de- 
molito quando  si  volle  erigere  la  colonna  per  renderla  visibile 
dal  canto  ove  ergevasi  il  tempio  octastilo  dedicato  a Traiano,  e 
del  quale  si  scopersero  i ruderi  sotto  il  palazzo  già  Imperiali, 
oggi  Valentini,  snlla  piazza  de’ ss.  Apostoli.  Dietro  i due  minori 
portici,  vicino  alla  gran  colonna,  si  trovarono  gli  avanzi  della  bi- 
blioteca, divisa  in  due  sale,  una  pe’libri  greci,  l’altra  pe’  latini; 
libri  tutti  che  poscia  furono  trasportati  alle  terme  di  Diocleziano. 

Quanto  alla  basilica,  o luogo  ove  si  rendeva  giustizia  e che 
nel  tempo  stesso  serviva  come  sala  d’udienza,  era  nella  direzione 
fra  l’ est  o l’ovest,  avendo  il  principale  ingresso  verso  il  sud,  o 


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182 


Terza  Giornata. 


lungo  la  sua  linea  maggiore.  L’interno  veniva  compartito  in  cin- 
que navi  da  quattro  file  di  colonne:  il  pavimento  era  in  iscom- 
parti  di  giallo  antico  e paonazzetto;  le  pareti  erano  rivestite  di 
grosse  lastre  di  marmo  bianco;  il  soffitto  era  in  bronzo  dorato, 
ed  i cinque  gradini  pei  quali  vi  si  ascendeva  dal  piano  del  Foro 
erano  di  giallo  antico  massiccio.  Esistono  tuttora  degli  avanzi 
del  pavimento  e dei  gradini;  e nel  moderno  recinto  vennero  eretti 
dei  tronchi  di  colonne  in  granito,  le  quali  appartenevano  ai  peri- 
stilii  interni.  Dal  canto  della  gran  colonna  la  basilica  era  cinta  da 
un  muro,  e dal  lato  della  piazza  grande  vi  si  giungeva  per  tre  stu- 
pendi ingressi,  decorato  ciascuno  di  un  portico  di  quattro  colon- 
ne, sostenenti  un  attico  sopra  il  quale  era  un  terrazzo  contenente 
un  carro  trionfale  e delle  statue.  La  piazza  grande  aperta,  ri- 
maneva realmente  dal  lato  del  sud,  ed  andava  circondata  di  son- 
tuosi portici,  entrandovi  per  un  arco  trionfale,  ed  avendo  il  pa- 
vimento costrutto  con  lastre  di  marmo. 

È molto  probabile  che  una  piazza  simile  esistesse  all’altra 
estremità,  dietro  il  tempio,  ed  in  tal  guisa  si  può  ritenere  che 
quanto  vediamo  sia  un  terzo  circa  dell’area  di  questo  Foro,  cioè 
a dire,  c e la  sua  lunghezza  totale  era  di  circa  2000  piedi  roma- 
ni, e la  larghezza  di  650.  Nel  novero  delle  statue  equestri  che 
decoravano  un  sì  celebrato  luogo,  rendevasi  osservabile  quella 
di  Traiano  in  bronzo  dorato,  eretta  innanzi  al  tempio,  la  quale  si 
attirò  l’ammirazione  dell’imperatore  Costanzo  quando  recossi  in 
Roma  nel  354. 

Le  ingiurie  del  tempo  e peggio  ancora  la  barbarie  degli  uo- 
mini trassero  in  ruina  tutti  que’  superbi  edifizi  che  si  conserva- 
vano ancora  in  piedi  verso  il  600  dell’era  volgare,  dopo  cioè  le 
devastazioni  dei  Goti  e dei  Vandali.  Negli  ultimi  scavi  si  rinven- 
nero alcune  iscrizioni,  e parecchi  frammenti  scolpiti,  che  si  os- 
servano collocati  nel  moderno  recinto,  entro  cui  sorge  la  gran 
colonna,  ove,  nel  1869,  furono  pure  situati  alquanti  altri  stupen- 
di frammenti,  egualmente  spettanti  al  descritto  Foro,  i quali 
vennero  scoperti  scavando  nel  cortile  del  già  indicato  palazzo 
Valentini.  • 

Sulla  piazza  in  cui  siamo  veggonsi  due  chiese.  Una  di  esse, 
presso  la  via  Maqnanapoli,  venne  eretta  in  memoria  della  libe- 
razione di  Vienna,  accaduta  nel  1683.  Questa  chiesa,  sacra  al 
nome  di  Maria,  fu  ristaurata  nel  1867,  colla  direzione  dell’archi- 
tetto Luigi  Cabet;  l’altra  è la 


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Chiesa  di  s.  Maria  di  Loreto.  183 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DI  LORETO. 

All’esterno  ha  forma  ottagona  Con  una  decorazione  in  pilastri 
corintii  e doppia  cupola,  il  tutto  eseguito  con  architettura  di  An- 
tonio da  Sangallo.  Entro  questa  chiesa  si  deve  osservare,  una 
bella  statua  sull’altare  della  seconda  cappella  a diritta,  rappre- 
sentante s.  Susanna,  opera  molto  stimata  di  Francesco  Quesnoy, 
detto  il  Fiammingo,  ed  anche  il  quadro  dell’ aitar  maggiore, 
della  scuola  di  Pietro  Perugino.  — Le  due  strade  ai  lati  di  essa 
chiesa  conducono  del  pari  alla  piazza  dei  ss.  Apostoli,  ove  a 
dritta  trovasi  l’ampio 

PALAZZO  COLONNA. 

Questo  magnifico  palazzo  fu  incominciato  da  papa  Martino  V, 
dell’antica  famiglia  Colonna,  e venne  poscia  compiuto  e deco- 
rato, in  differenti  epoche,  da  diversi  cardinali  e principi  della 
medesima  famiglia:  il  gran  pontefice  Giulio  II  dimorò  alcun  tem- 
po in  questo  palazzo. 

L’appartamento  al  piano  terreno  venne  dipinto  da  Gaspare 
Pussino,  da  Pietro  Molyn,  detto  il  Tempesta,  dal  Pomarancio, 
daU’Allegrmi,  dal  cav.  d’Arpino,  ecc. 

Salendo  la  scala  principale  si  veggono,  la  statua  di  un  re  pri- 
gioniere, ed  una  testa  di  Medusa  in  istucco  colorita  ad  imitazio- 
ne di  porfido,  la  quale  fu  sostituita  all’originale,  scolpito  in  tale 
pietra  « trasportato  nel  grande  appartamento,  ove  esiste  una 
considerevole  raccolta  di  quadri  distribuiti  in  alquante  sale. 

Nella  sala  dei  servitori  si  osservano,  un  busto  colossale,  e due 
angeli  dipinti  dal  cav.  d’Arpino.  I soprapporti  delle  due  anticar 
mere  sono  lavori  del  Tiarini,  del  Desubleo,  di  Sebastiano  Ricci, 
e della  scuola  di  Andrea  Bacchi. 

Prima  sala.  — Parete  in  cui  è la  porta  d'ingresso.  — So- 
pra la  porta  è un’Addolorata,  di  Giambattista  Naldini.  Nel  mez- 
zo della  parete  in  alto,  il  riscatto  d’uno  schiavo,  opera  condotta 
con  largo  stile  da  Carlo  Lairesse;  in  basso,  nel  mezzo,  una  bella 
sacra  Famiglia  con  s.  Francesco,  di  Luca  Longhi  ravennate;  a 
sinistra,  una  Madonna  col  Bambino,  di  Filippo  Lippi;  a destra 
un  altro  quadro  di  soggetto  simile,  assai  diligentemente  eseguito 
da  Alessandro  Botticelli. 

Parete  di faccia  alla  finestra.  — In  alto,  a sinistra,  un  paese 
dell’ Albani,  rappresentatavi  Erminia  accolta  dal  pastore;  di  sot- 
to, un  Crocefisso  della  scuola  di  Van-Dyck;  una  bella  sacra  Fa- 


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184 


Terza  Giornata. 


miglia,  del  Luini;  ima  Madonna  col  Bambino,  del  Bugiardini, 
ed  il  ritratto  d’un  fanciullo,  dipinto  da  Giovanni  Sanzio,  padre 
di  Raffaello.  In  alto,  un  Crocefisso,  di  Giacomo  d’Avans,  da  Bo- 
logna; la  Vergine  col  Bambino  e s.  Giovanni,  opera  avuta  in 
molto  pregio,  di  Giulio  Romano,  ed  una  bella  Madonna  circon- 
data da  alcuni  angeli,  di  Gentile  da  Fabriano.  In  basso,  dopo 
l’ indicato  ritratto,  seguono:  l’apostolo  s.  Giacomo,  di  Melozzo 
da  Forlì;  mia  Nostra  Donna  coi  santi  Giuseppe  e Francesco,  di 
Vincenzo  Catena;  una  Lucrezia,  di  Giovanni  Mabuse;  il  ritratto 
* di  Donna  Maria  Mancini  Colonna,  di  Gaspare  Netscher;  una  sa- 
cra Famiglia,  di  Simone  Cantarmi  da  Pesaro;  Giacobbe  colla 
sua  famiglia  mentre  si  congeda  da  Esaù,  abbozzo  di  Rubens,  e 
Gesù  con  due  sante,  della  scuola  di  Alberto  Durerò.  In  alto  avvi 
un  altro  paese  di  Francesco  Albani,  quasi  simile  a quello  che  ve- 
demmo a sinistra. 

Parete  incontro  all'ingresso.  — In  alto,  una  sacra  Famiglia, 
del  Parmigianino;  di  sotto,  un’altra  sacra  Famiglia  con  s.  Fran- 
cesco, d’ Innocenzo  da  Imola,  e due  Madonne,  di  Wan-Eyck, 
una  cioè,  esprimente  i sette  dolori,  l’ altra  le  sette  allegrezze, 
queste  e quelli  simboleggiativi  all’intorno;  in  fine  si  osserva  so- 
pra.la  porta,  Mosè  colle  tavole  della  legge,  lavoro  di  Guercino. 

Parete  della finestra.  — Da  sinistra,  la  nascita  di  Maria  Ver- 
gine, del  Pasignani,  ed  un  quadro  del  Castiglioni,  in  cui  colorì, 
con  gusto  squisito  e brillante  esecuzione,  figure,  drappi,  arma- 
ture, ecc.  A destra,  Coriolano,  sotto  le  mura  di  Roma,  di  Bar- 
tolommeo  Ramenghi  da  Bagnacavallo,  ed  un  quadro  di  Pietro 
da  Cortona,  nel  quale  rappresentò  l’ascensione  di  Gesù  Cristo, 
con  alquanti  personaggi  della  illustre  famiglia  dei  Colonna,  che 
escono  dai  loro  sepolcri.  — Di  quivi,  traversando  la  sala  del  tro- 
no, si  entra  nella 

seconda  sala.  — Parete  delVingresso.  — Sulla  porta,  l’isti- 
tuzione dello  scapolare,  dello  Scarsellino:  a sinistra  dello  spec- 
chio, sull’alto,  una  sacra  Famiglia,  del  Bronzino;  di  sotto,  uno 
stupendo  dipinto  di  Tiziano,  rappresentante  il  ritratto  del  padre 
Onofrio  Pan vinio,  agostiniano,  celebre  letterato  del  secolo  XVI; 
in  alto,  a destra,  la  Musica,  di  Carletto  Cagliari;  in  basso,  un 
altro  superbo  ritratto  condotto  da  Girolamo  da  Treviso,  e ere- 
desi  l’effigie  di  Poggio  Bracciolini. 

Parete  incontro  alle  finestre.  — Nell’angolo  a sinistra,  l'An- 
gelo Custode,  opera  di  Guercino;  sulla  porta,  il  ratto  di  Europa, 
dell’ Albani;  di  sotto,  il  ritratto  d’un  vecchio  che  suona  un  istro- 
mento,  del  Tintoretto;  una  Madonna,  di  Domenico  Pulego,  ed 


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Paiamo  Colonna.  185 

una  stupenda  caricatura,  di  Annibaie  Caracci.  In  alto,  un  s.  Gi- 
rolamo al  deserto,  di  Giovanni  Spagna,  ed  una  Madonna  co*  s. 
Sebastiano  ed  altri  santi,  di  Paris  Bordone.  Nell’angolo,  la  risur- 
rezione di  Lazzaro,  di  Francesco  Salviati. 

Parete  di  faccia  all'  ingresso.  — Da  sinistra  dello  specchio, 
il  ritratto  di  Lorenzo  Colonna,  fratello  di  Martino  V,  eseguito 
dall’Holbein;  ed  un  Cristo  morto  sostenuto  da  due  angeli,  di 
Giacomo  Bassano.  A destra  dello  specchio,  un  magnifico  ritrat- 
to in  costume  veneziano,  di  Paolo  Veronese,  e s.  Carlo  Borro- 
meo, del  Crespi.  Sopra  la  porta,  una  sacra  Famiglia  con  s.  Gi- 
rolamo, di  Bonifacio  Veneziano. 

Fra  le  finestre.  — Due  ritratti  incogniti,  di  Tintoretto,  e Cai- 
no nel  momento  che  ha  ucciso  Abele,  del  Mola.  Dopo  la  secon- 
da finestra,  s.  Agnese,  di  Guido;  una  Madonna,  di  Sassoferrato; 
un  Ecce  Homo,  di  Francesco  Bassano,  ed  un  ritratto,  della  ma- 
niera dell’  Holbein.  Nell’  angolo  vicino  alla  porta:  un  ritratto  a 
mani  giunte,  di  Luca  da  Leyden;  un  altro  ritratto  incognito,  di 
Fernando  Navarrette;  s.  Bernardo,  di  Giovanni  Bellini;  l’Angelo 
Gabriele  e l’ Annunziata,  di  Guercino. 

Viene  poi  il  gran  salone  co’suoi  vestiboli,  la  cui  magnificenza 
ricorda  l’antica  grandezza  della  illustre  famiglia  Colonna.  Que- 
sto salone,  o galleria,  è lungo  67  met.  e 30  c.,  avendo  11  m.  e 
33  c.  di  larghezza  non  compresivi  i vestiboli. 

vestibolo  che  precede  il  salone.  — Parete  ov' è l'ingres- 
so.  — Nel  mezzo,  uno  stupendo  scrigno  d’ebano  riccamente  in- 
tarsiato di  pietre  preziose;  a sinistra  di  esso  scrigno,  un  paese, 
di  Swanevel,  ed  una  veduta  della  chiesa  de’ss.  Giovanni  e Paolo 
di  Venezia,  opera  di  Canaletto:  a destra,  un  altro  paese  di  Swa- 
nevel; ed  un  quadro  di  simile  genere,  di  Cornelio  Bruyn,  che  vi 
rappresentò  David  ed  Abigail.  Dei  due  paesi  sopra  lo  scrigno, 
quello'  con  Giuseppe  venduto  dai  fratelli,  è di  Niocola  Royckx, 
l’altro  colla  Maddalena  ai  piedi  del  Redentore,  è di  Matteo  Brilli. 
I due  paesi  sulle  porte  appartengono  a Crescenzio  di  Onofrio,  e 
gli  altri  quattro  paesi  che  si  osservano  su  questa  parete,  sono 
condotti  a tempera  da  Gaspare  Pussino. 

Lati  dell'  ingresso  al  salone.  — Su  questi  lati  veggonsi  cin- 
que altri  paesi  a tempera  eseguiti  dal  detto  Pussino,  situati  tre 
a destra,  e due  a sinistra,  e sotto  questi  ultimi  è un  hel  quadro  di 
Giov.LeDuc,  rappresentante  lo  spoglio  di  un  campo  di  battaglia. 

Parete  delle  finestre.  — Si  osserva  nel  mezzo  un  superbo  ar- 
madio di  ebano,  adorno  di  ventotto  bassorilievi,  eccellentemente 
intagliati  sull’avorio  dai  fratelli  Francesco  e Domenico  Stannard, 


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186 


Terza  Giornata. 


tedeschi.  Questi  bassorilievi  sono  imitati  dalle  migliori  opere  dei 
più  celebri  pittori  dei  secoli  scorsi:  il  bassorilievo  nel  centro  pre- 
senta il  famoso  giudizio  universale  di  Michelangelo. 

Alla  sinistra  del  descritto  armadio  e nel  basso,  si  scorge,  una 
veduta  dei  ruderi  del  palazzo  dei  Cesari,  di  Claudio  di  Lorena; 
la  caccia  del  fagiano,  lavorò  molto  pregevole  di.Niccola  Ber- 
ghem,  ed  il  martirio  di  s.  Stefano,  di  Franck-Flore.  A destra  si 
osservano  tre  belli  paesi:  quello  di  mezzo,  è di  Paolo  Brilli,  quel- 
lo a sinistra,  del  Breughel,  il  terzo  di  Wan-Everdingen.  che  vi 
rappresentò  la  fuga  in, Egitto.  Il  quadro  sopra  l’armadio,  con 
Apollo  e Dafne,  è opera  di  Niccolo  Pussino.  I due  paesi  laterali 
sono  dell’Orizzonte;  al  Wouwermans  appartengono  i due  super- 
bi quadri  che  stanno  di  sotto,  esprimenti  la  caccia  del  cervo  ed 
una  battaglia,  e Gaspare  Pussino  condusse  a tempera  i due  paesi 
sulle  finestre. 

Parete  di  prospetto  al  salone.  — A sinistra  della  finestra,  una 
marina  di  Salvator  Rosa,  ed  un  paese  a tempera  di  Gaspare  Pus- 
sino: a destra,  in  alto,  due  paesi  d’ Orizzonte;  in  basso,  un  altro 
paese  del  Pussino,  ed  un  quadro  del  Cerquozzi,  con  s.  Giovanni 
predicante  alle  turbe  del  deserto. 

salone.  — Il  primo  scompartimento  da  sinistra , contiene: 
una  bella  Assunta,  del  Rubens;  un  quadro  con  quattro  ritratti 
della  famiglia  Peracchini,  di  Giorgione,  o secondo  altri,  di  An- 
nibaie Caracci;  un  s.  Girolamo,  dello  Spagnoletto;  il  ritratto  di 
Federico  Colonna,  di  Giusto  Subtermans;  s.  Paolo  primo  eremi- 
ta, di  Guercino;  la  Carità  Romana,  di  Bernardo  Strozzi,  e Gesù 
al  limbo,  del  Bronzino,  o più  probabilmente  eseguito  da  Mar- 
cello Venusti,  sul  disegno  del  Bonarruoti. 

Nel  secondo  scompartimento  si  veggono:  un  Ecce  Homo  fra 
due  angeli,  dell’  Albani;  Rebecca  ed  Eleazaro,  del  Mola;  Ada- 
mo ed  Èva,  di  Francesco  Salviati;  D.  Carlo  Colonna  duca  di 
Marsi,  a cavallo,  opera  del  Van-Dyck;  il  martirio  di  s.  Emeren- 
ziana,  di  Guercino;  Agar  ed  Ismaele,  del  Mola,  ed  una  famiglia 
spaglinola,  di  Scipione  Gaetano. — Prima  di  visitare  l’altro  lato, 
del  salone,  osserveremo  il  successivo 

vestibolo.  — Parete  a sinistra  entrando..  — A manca  della 
finestra  ed  in  basso,  un  ritratto  di  Stefano  Colonna,  di  Gabriele 
Cagliari;  di  sopra,  un  ritratto  incognito,  del  Moroni,  e più  in 
alto,  il  ritratto  di  Marcantonio  Colonna,  il  trionfatore,  di  Sci- 
pione Gaetano.  — Fra  le  finestre,  di  sotto,  Venere  ed  Amore, 
di  Francesco  Salviati;  di  sopra,  Narciso  al  fonte,  di  Tintoretto, 
ed  una  figura  simboleggiante  il  Giorno,  di  Giorgio  Vasari.  — 


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Palazzo  Colonna. 


187 


Dopo  la  porta,  una  Madonna  del  Palma  vecchio;  il  ratto  delle 
Sabine,  di  Domenico  Ghirlandaio,  ed  il  ritratto  di  Donna  Isa- 
bella Colonna  col  suo  figlio  Lorenzo-Onofrio,  eseguito  da  Pie- 
tro Novelli. 

Parete  a destra.  — Nell’angolo  vicino  alla  finestra,  una  sa- 
cra Famiglia  con  s.  Lucia  e s.  Girolamo,  di  Tiziano;  la  pace  fra 
Romani  e Sabini;  di  Domenico  Ghirlandaio,  ed  il  ritratto,  di  Lu- 
crezia Tomacelli-Colonna,  stupenda  opera  del  Van-Dyck.  — 
Fra  le  porte,  in  basso,  Venere  con  Amore  ed  un  Satiro,  del 
Bronzino;  di  sopra,  le  tentazioni  di  s.  Antonio,  di  Luca  Cranach; 
in  alto,  una  figura  simboleggiante  la  Notte,  di  Giorgio  Vasari. — 
Dopo  la  porta:  l’adorazione  dello  Spirito  Santo,  di  Tintoretto; 
un  ritratto  incognito  con  un  cane,  del  Moretto  da  Brescia,  ed  il 
ritratto  del  card.  Pompeo  Colonna,  di  Agostino  Caracci. 

A lato  dell’ ingresso  seguono  tre  ritratti:  quello  imbasso,  ese- 
guito dal  Giorgione,  rappresenta  Giacomo  Sciarra-Colonna;  gli 
altri  offrono  la  effìgie,  di  Francesco  Colonna,  opera  di  Francesco 
Stali,  e quella  di  s.Pio  V,  condotta  da  Scipione  Gaetano.  — 
Dall’opposto  lato  si  osservano  altri  tre  ritratti,  tutti  di  persone 
della  famiglia  Colonna,  e sono:  il  Cardinal  Pompeo,  dipinto  da 
Lorenzo  Lotto;  la  celebre  poetessa  Vittoria  Colonna,  lavoro  di 
Muziano;  Marcantonio  Colonna,  pittura  di  Pietro  Novelli.  In 
mezzo  a questo  vestibolo  si  vede  ima  colonna  spirale  di  rosso 
antico,  istoriata  in  bassorilievo,  opera  del  secolo  XVI.  — Rien- 
trando nel  salone,  osserveremo  i quadri  che  decorano  i due 
scompartimenti  della  parete  di  cui  non. fu  ancora  discorso. 

Nel  primo  scompartimento , si  vedono:  la  cena  di  Gesù  in 
casa  del  Fariseo,  di  Giacomo  Bassano;  una  caricatura  ridente, 
di  Michelangelo  da  Caravaggio;  un  ritratto  di  Salvatore  Rosa, 
dipinto  da  lui  stesso,  in  figura  di  s.  Giovanni  Battista;  il  martirio 
di  s.  Sebastiano,  di  Simone  Cantarmi  da  Pesaro;  un  s.  Giovanni 
Battista,  di  Salvatore  Rosa;  due  bèlli  ritratti  sulla  medesima 
tela,  rappresentanti  le  effìgie  di  due  monaci  benedettini,  eseguiti 
dal  Tintoretto;  ed  un  quadro  di  Niccolò  Pussino. 

Il  secondo  scompartimento , ci  presenta:  un  quadro  di  Niccola 
Alunno,  in  cui  rappresentò  Maria  Vergine  in  atto  di  liberare  un 
fanciullo  dal  demonio;  la  Maddalena  in  gloria,  del  Lanfranco;  un 
s. Francesco,  del  Muziano;  le  Arti  belle,  di  Alessandro  Turchi; 
un  s.  Francesco,  di  Guido;  s.  Pietro  in  carcere,  liberato  dall’an- 
gelo, di  Lanfranco,  ed  il  martirio  di  s.  Caterina,  di  Enea  Salme- 
zia.  — Fra  le  antiche  statue  che  adornano  questo  salone,  si  ren- 
de osservabile  in  ispecie,  quella  di  Venere  Anadiomène,  posta 
accanto  all’ ingresso. 


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188  Terza  Giornata. 

La  volta  del  salone,  e quelle  dei  descritti  vestiboli  furono 
dipinte  dal  Coli  e dal  Gherardo,  lucchesi,  soprannotnati  i Luc- 
chesini.  Questi  dipinti,  quantunque  non  abbiano  un  grande  me- 
rito, tuttavia  producono  un  bell’effetto  decorativo.  Essi  rappre- 
sentano, nella  più  parte,  trofei  guerreschi  ed  allegorie,  ed  il 
quadro  di  mezzo  nella  volta  del  salone,  ne  offre  la  battaglia  di 
Lepanto,  vinta  da  Marcantonio  Colonna.  — Il  piano  superiore 
contiene  un  appartamento  ricco  di  quadri,  in  ispecie  di  paese. 

Dalla  galleria  si  passa,  senza  scendere  o salire,  ai  giardini  che 
rimangono  nel  declivio  del  Quirinale.  Ivi  si  osservano  due  stu- 
pendi frammenti  d’un  frontespizio  in  marmo  bianco,  assai  ben 
lavorati,  attribuiti  al  tempio  del  Sole,  ma  che  probabilmente 
sono  avanzi  del  Serapeum,  o tempio  di  Serapi  che  esisteva  in 
queste  vicinanze.  Nel  giardino  stesso  sonovi  i ruderi  d'una  gran- 
de scala  che  metteva  alle  terme  di  Costantino.  — Accanto  al 
descritto  palazzo  è la 

CHIESA  DE’  SS.  APOSTOLI. 

Si  ritiene  fosse  eretta  da  Costantino;  venne  diverse  volte  ri- 
storata, e poscia  riedificata  da  Martino  V ; ma  sul  cominciare  del 
secolo  passato,  minacciando  ruma,  fu  essa  rifabbricata  con  ar- 
chitetture di  Francesco  Fontana,  salvo  il  portico  che  appartiene 
a Sisto  IV.  La  facciata  superiore  fu  fatta  nel  1827  a spese  di  D. 
Giovanni  Torlonia  duca  di  Bracciano,  coi  disegni  del  Valadier. 
Entro  il  portico,  «a  diritta,  entrandovi,  si  vede  un  antico  bassori- 
lievo, scoperto  nel  Foro  Traiano,  rappresentante  un’ aquila  che 
tiene  negli  artigli  una  corona  di  querce  da  cui  rimane  circonda- 
ta. Incontro  è il  monumento  sepolcrale,  di  Giovanni  Volpato, 
celebre  incisore  in  rame,  veneziano,  postogli  dal  rinomato  Ca- 
nova, che  scolpillo  di  sua  mano:  consiste  in  un  gran  bassorilie- 
vo ove  è espressa  l’ Amicizia,  in  figura  donnesca,  piangente  in- 
nanzi all’ effigie  del  defonto. 

La  chiesa  è divisa  in  tre  navi  da  un  ordine  di  pilastri  corintii, 
sorreggenti  la  gran  volta,  in  mezzo  a cui  è dipinto  il  trionfo  del- 
l’ ordine  di  s.  Francesco,  opera  del  Baciccio.  Le  cappelle  sono 
decorate  di  marmi  e di  buoni  quadri:  quello  della  prima  a destra 
è di  Niccola  La-Piccola.  La  nuova  decorazione  della  cappella 
che  segue  si  deve  al  banchiere  Luigi  Chiaveri,  morto  nel  1857,  il 
quale  attestò  scudi  20,000  onde  venissero  impiegati  a tale  uso. 
I disegni  di  tanto  splendida  decorazione  furono  somministrati 
dall’architetto  Luigi  Gabet,  e l’egregio  pittore  Francesco  Co- 


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Chiesa  de'  ss.  Apostoli.  189 

ghetti  eseguiva  il  quadro  dell’  altare,  rappresentandovi  T Imma- 
colata Concezione  alla  quale  è sacra  la  cappella  stessa.  Nei  lati 
sono  due  statue  in  marmo  bianco;  quella  simboleggiante  la  pu- 
rità, di  Maria  Vergine,  è opera  del  Morani,  l’ altra,  emblema  del- 
l’arca d’alleanza,  è del  Ro versi.  La  terza  cappella,  intitolata  a 
s.  Antonio  da  Padova,  ricca  di  preziosi  marmi,  ha  quattro  belle 
colonne  ai  lati  dell’  altare,  con  basi  e capitelli  in  metallo  dorato, 
e strie  simili  nelle  scanalature:  il  quadro  fu  eseguito  da  Benedet- 
to Luti,  e le  pitture  della  cupola  vennero  condotte  dal  Nasini. 

Il  quadro  dell’  aitar  maggiore,  rappresentante  il  martirio  dei 
ss.  apostoli  Filippo  e Giacomo,  è opera  di  Domenico  Muratori. 
Ai  lati  della  tribuna  sono  due  sepolcri  che  meritano  d’ essere  os- 
servati per  l’eleganza  delle  parti  e pel  buono  stile  degli  ornati: 
su  quello  a destra  rimane  il  sepolcro  del  card.  Riario,  eretto  con 
disegno  di  Michelangelo;  la  caduta  degli  angeli  ribelli  dipinta 
nella  volta  appartiene  all’  Odazzi. 

Entrando  nell’  altra  nave,  si  osserva  sulla  porta  della  sacrestia 
il  monumento  sepolcrale  di  Clemente  XIV,  di  casa  Ganganelli, 
moi  to  nel  1774,  lavoro  del  suddetto  Canova:  ivi,  oltre  la  statua 
sedente  del  pontefice,  scorgonsi  quelle  della  Temperanza  e della 
Clemenza.  La  cappella  che  quivi  trovasi,  sacra  a s.  Francesco, 
ha  un  quadro  dipinto  da  Giuseppe  Chiari:  a diritta  è il  deposito 
di  Maria  Lucrezia  Rospigliosi-Salviati,  scolpito  dal  Ludovisi,  ed 
a sinistra  quello  di  Donna  Carolina  Colonna:  vien  dopo,  l’altro 
deposito  del  contestabile  Filippo  Colonna  e della  sua  consorte, 
eseguito  dal  Pozzi,  fiorentino.  Nella  seguente  cappella,  fra  due 
colonne  di  verde- antico,  è un  bel  quadro,  rappresentante  s.  Giu- 
seppe da  Copertino,  condotto  da  Giuseppe  Cades.  La  deposizio- 
ne di  croce,  nell’ultima  cappella,  è di  Francesco  Manno. 

Nel  corridoio  del  convento  congiunto  a questa  chiesa  si  veg- 
gono diversi  monumenti,  fra’  quali  il  cenotafio  posto  alla  memo- 
ria di  Michelangelo,  sopra  cui  vedesi  egli  rappresentato  giacente. 
Il  Bonarruoti  morì  sotto  questa  parrocchia  il  17  febbraio  1564, 
e per  alcun  tempo  rimase  sepolto  in  questo  stesso  luogo. 

Incontro  alla  descritta  chiesa  è il  palazzo  già  Chigi,  oggi 
Odescalchi,  eretto  coi  disegni  di  Carlo  Mademo  e del  Bernini,  a 
cui  sp  :tta  la  facciata.  Nel  portico  scorgonsi  le  statue  di  Claudio 
e di  Massimino. — Pigliando  la  strada  a lato  della  chiesa  de' ss. 
Apostoli,  si  giunge  subito  alla  piazza  della  Pilotta,  e di  quivi  alla 


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190  Terza  Giornata. 

CHIESA  DI  S.  CUOCE  E DI  9.  BONAVENTURA 
1>EI  LUCCHESI. 

Sul  declinare  del  secolo  XII  fu  edificata  in  questo  luogo  una 
chiesina,  dedicandola  a s.  Niccola  di  Bari;  e trovandosi  essa  pres- 
so l’antico  Foro  Suario,  o mercato  de’porci,  fu  detta  s.  Niccolò 
in  Porci s,  ed  anche  in  Porcilibus.  Nel  1575  Gregorio  XIII  fe- 
cela  riedificare  in  più  vaste  dimensioni,  aggiungendovi  un  chio- 
stro; e,  dopo  essere  stata  dedicata  a s.  Bonaventura,  concessela 
ai  padri  cappuccini.  In  seguito,  essendo  stati  questi  trasferiti 
da  Urbano  "Vili  nel  nuovo  convento  sulla  piazza  Barberini,  lo 
stesso  papa,  nel  1631,  concesse  questa  chiesa  ai  Lucchesi,  che 
la  dedicarono  al  ss.  Crocefisso  ed  a s.  Bonaventura.  I Lucchesi 
medesimi,  sul  principiare  dello  scorso  secolo,  la  rinnovarono 
quasi  intieramente  coi  disegni  di  Mattia  De  Bossi,  che  vi  costruì 
anche  l’attuale  facciata.  In  fine,  nel  1863,  gli  stessi  Lucchesi  la 
rimisero  totalmente  a nuovo  colla  direzione  dell'architetto  Vir- 
ginio Vespignani,  il  quale,  dopo  avervi  apportato  le  necessarie 
modificazioni  architettoniche,  particolarmente  nel  presbiterio, 
che  fu  pure  abbellito  di  affreschi,  la  decorò  splendidamente,  sullo 
stile  del  secolo  XVII,  acciocché  la  nuova  decorazione  si  trovas- 
se in  armonia  col  grande  lacunare  e colle  ricche  cappelle  della 
Concezione  e della  beata  Zita. 

Questa  chiesa  ha  una  sola  navata  con  tre  cappelle  per  parte, 
fra  le  quali  sono  quattro  belle  cantorie,  due  per  lato.  Essa  è de- 
corata con  un  ordine  di  pilastri  corintii  arricchiti  di  ornati  messi 
a oro,  del  pari  che  il  magnifico  soffitto,  fregiato  pure  di  tre  qua- 
dri, dipinti  da  Giovanni  Coli  e Filippo  Gherardi,  lucchesi.  La 
prima  cappella  a destra,  sacra  alla  beata  Zita,  è veramente  ma- 
gnifica per  la  ricchezza  degli  scelti  marmi  e delle  dorature.  Il  qua- 
dro dell’altare,  fiancheggiato  da  due  belle  colonne  di  verde  an- 
tico, è di  Lorenzo  Baldi  che  vi  rappresentò  la  beata  nel  momen- 
to in  cui,  dando  a bere  acqua  ad  un  povero  la  converte  in  vino. 
Questa  cappella  fu  eretta  da  monsig.  Fatinello  Fatinelli,  luc- 
chese, e presso  la  medesima  vedesi  il  monumento  sepolcrale 
di  lui.  Segue  la  cappella  della  Concezione,  edificata  anch’essa 
con  magnificenza  da  Frediano  Oastagnori  di  Lucca,  con  archi- 
tettura di  Simone  Costanzi.  Anche  l’ altare  di  questa  cappella 
ha  due  rare  colonne  di  verde  antico,  fra  le  quali  è un  quadro 
colla  Vergine  Immacolata,  di  Biagio  Puccini,  lucchese.  Nei  lati 
sono  due  grandi  quadri,  uno  di  essi,  dipinto  da  Domenico  Mu- 
ratori, rappresenta  s.  Lorenzo  Giustiniani  che  libera  un’energu- 


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Chiesa  di  s.  Croce  e di  s.  Bonaventura  dei  Lucchesi.  191 

mena;  l’altro,  opera  di  Francesco  Del  Tintone,  lucchese,  ha  per 
soggetto  s.  Frediano  vescovo  di  Lucca,  che  diverge  il  corso  al 
fiume  Serchio,  segnandogli  la  via  con  un  rastello,  mentre  mi- 
nacciava inondare  la  sua  città.  La  terza  cappella  è dedicata  al- 
l’Arcangelo Raffaele,  dipinto  nel  quadro  dell’altare  da  Agosti- 
no Tofanellj. 

Sull’altar  maggiore,  in  fondo  al  presbiterio,  scorgesi  una  co- 
pia del  famoso  Crocefisso  di  Lucca,  detto  il  Volto  Santo.  Nei 
lati  di  questo  presbiterio,  veggonsi  due  belli  affreschi  del  eav. 
Francesco  Grandi.  In  quello  a sinistra  rappresentò  Seleucio  nel 
momento  in  cui  svela  a Goffredo,  vescovo  piemontese,  il  luògo 
ove  era  nascosto  l’accennato  Crocefisso,  scolpito  in  legno,  co- 
me è pia  tradizione,  da  s.Nicodemo  discepolo  di  Gesù  Cristo. 
Nell’altro  colorì  Giovanni  vescovo  di  Lucca,  che,  giunto  per  di- 
vin  comando  al  porto  di  Luni,  fa  ritirare  dalla  nave,  colà  prodi- 
giosamente approdata,  il  suddetto  Crocefisso.  Al  medesimo  ar- 
tista appartengono  i profeti  Geremia,  Ezechiele,  Daniele  ed  Isaia, 
dipinti  nei  peducci  della  calotta,  come  pure  gli  angeli,  i quali, 
mentre  sostengono  alcuni  simboli  allusivi  alla  passione  del  Re- 
dentore, adomano  i quattro  scompartimenti  della  calotta  stessa. 
Anche  l’abile  pennello  del  pittore  Ercole  Ruspi  contribuì  ad 
abbellire  questo  presbiterio,  dipingendo  negli  angoli  delle  tre 
lunette  alquanti  angeli,  i quali,  atteggiati  con  molta  grazia  e 
naturalezza  al  suono  ed  al  canto,  inneggiano  al  Crocefisso.  La 
cappella  che  segue  dall’altro  lato,  ha  sull’altare  un  quadro  della 
scuola  di  Domenichino.  rappresentante  l’ Assunta  con  s.  Fran- 
cesco e s.  Girolamo.  Nella  cappella  appresso  v’è  un  quadro  di 
autore  incognito,  e nell'ultima  un  Crocefisso  scolpito  in  legno. 

Poco  lungi  da  questa  chiesa,  e precisamente  nella  via  deì- 
V Umiltà,  a piè  del  Quirinale,  si  trova  il  collegio  dei  giovani  del- 
l’America settentrionale,  i quali  percorrono  la  via  ecclesiastica. 
Questo  collegio  fu  fondato  dai  vescovi  di  quella  regione,  ed  il 
sommo  pontefice  Pio  IX  contribuì  alle  spese  di  fondazione , ed 
all’assegno  delle  rendite  occorrenti  al  mantenimento  degli  alun- 
ni. In  questi  contorni  esistettero  la  via  delle  C omelie,  il  gran  tem- 
pio del  Sole,  eretto  da  Aureliano,  ed  il  Foro  Suario  di  cui  si  fe- 
ce cenno.  . 


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192 

ITINERARIO 

DI  ROMA 


QUANTA  GIORNATA 

DAL  QUIRINALE  AL  MAUSOLEO  DI  AUGUSTO. 


MONTE  QUIRINALE. 

IN  ci  più  rimoti  tempi,  questo  colle  venne  chiamato  Agpnalitis, 
o Agonius,  dal  nome  sabino  Agon,  collina,  perchè  aveva  parec- 
chie prominenze  che  lo  rendevano  più  degli  altri  ineguale,  ed  è 
per  tal  ragione  che  fu  detto  anche  Collinus  e Collis  ( la  collina  ) 
per  eccellenza;  tanto  ne' tempi  antichi  però,  quanto  ne’ moderni 
alquante  di  simili  eminenze  scomparvero.  Il  nome  di  Quirinale 
gli  derivò  probabilmente  dal  tempio  di  Quirino,  sebbene  altri  lo 
facciano  derivare  dal  popolo  di  Cures,  città  sabina.  Di  presente 
è volgarmente  chiamato  Monte  Cavallo  a causa  dei  gruppi  d’uo- 
mini in  atto  di  domar  cavalli,  che  costituiscono  il  principale  or- 
namento della  piazza.  Esso  è stretto,  oblungo  e ricurvo  in  guisa 
da  potersi  assomigliare  ad  un  braccio  umano:  ha  15,700  piedi 
romani  antichi  di  circonferenza;  e la  sua  altezza,  presa  dalla  cro- 
ce del  palazzo  pontificio,  è di  piedi  320  sul  livello  del  mare. 

La  principal  piazza  su  questo  colle  chiamasi 

PIAZZA  DEL  QUIRINALE. 

Essa  è una  delle  più  belle  e piacevoli  di  Poma,  e prende  il  no- 
me dal  colle  su  cui  si  trova,  avendo  anche  l’ altro  di  Monte  Ca- 
vallo, a causa,  come  già  si  disse,  dei  due  gruppi  d’uomini  con 
cavalli  che  la  decorano.  Sì  fatti  gruppi,  di  colossali  dimensioni, 
sono  riguardati  come  capolavori  della  greca  scultura,  ma  è assai 
dubbio  chi  ne  fosse  l’autore.  Se  si  dovesse  credere  alla  iscrizione 
latina  scolpita  ne’  piedistalli,  bisognerebbe  ritenere  che  uno  ap- 
partenga a Fidia,  l’ altro  a Prassitele;  ma,  sebbene  tali  iscrizioni 


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3S>IE2Li  . 


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193 


Piazza  del  Quirinale. 

non  siano  affatto  moderne,  pure  non  rimontano  oltre  l’epoca  di 
Costantino,  che  decorò  le  sue  terme  di  questi  gruppi.  È chiaro 
quindi  non  potersi  aver  fede  in  esse,  perchè  fatte  in  un  secolo 
d’ignoranza,  e per  lo  meno  settecento  anni  dopo  che  le  sculture 
furono  eseguite.  Se  si  vuol  congetturare  dallo  stile,  è forza  ri- 
conoscerle, almeno,  come  stupende  imitazioni  delle  maravigliose 
opere  di  Fidia,  e forse  uscite  dalla  sua  scuola.  Anche  il  soggetto 
rimane  oscuro;  ma  la  più  comune  e verosimile  opinione  è,  che  i 
colossi  rappresentino  Castore  e Polluce;  e d’altronde  non  si  può 
stare  in  forse  che  tali  opere  non  abbiano  un  merito  grande,  si 
per  l’ eccellenza  delle  proporzioni,  sì  per  lo  stile  grandioso  e su- 
blime, e sì  ancora  per  la  finitezza  del  lavoro. 

Sisto  V feceli  collocare  ove  si  veggono,  traendoli  dalle  ruine 
delle  terme  di  Costantino  già  esistenti  su  questo  colle.  In  segui- 
to il  pontefice  Pio  VI  ordinò  che  fossero  rivolti  nel  modo  in  che 
stanno,  valendosi  all’uopo  dell’architetto  Antinori.  Lo  stesso 
pontefice  collocò  in  mezzo  a loro  l’obelisco  trovato  presso  il  mau- 
soleo di  Augusto,  a cui  formava  ornamento.  Esso  è in  granito 
rosso,  e la  sua  altezza,  non  compreso  il  piedistallo,  ascende  a 14 
met.  e 45  centimetri.  Pio  VII  volle  maggiormente  arricchire  la 
decorazione  di  questa  piazza,  facendovi  trasportare,  dal  Foro 
Romano,  la  gran  tazza  di  granito  bigio  orientale,  avente  24  met. 
e 36  cent,  di  circonferenza,  per  farne  la  ricca  fontana  che  quivi 
osservasi.  Finalmente  nel  1866,  per  ordine  del  pontefice  Pio  IX, 
la  gran  salita  incontro  ponente,  per  la  quale  si  perviene  alla  piaz- 
za di  cui  si  parla,  venne  ridotta  più  agevole  e più  comoda.  I la- 
vori furono  diretti  dall’architetto  Vespignani  il  quale,  tagliando 
il  monte  dal  lato  di  ponente,  terminò  la  salita,  di  fronte,  con 
una  spaziosa  gradinata  per  i pedoni  e,  da  un  lato,  la  prosegui 
carrozzabile  sino  alla  spianata  del  colle.  Inoltre,  questo  lato  del- 
la piazza,  che  ha  di  faccia  la  svariata  prospettiva  del  Vaticano, 
fra  i colli  Gianicolensi  ed  il  monte  Mario,  venne  cinto  con  una 
balaustrata  in  travertini,  la  quale  corona  le  sottostanti  sostru- 
zioni, decorate  di  nicchie  con  antiche  statue.  — L’edifizio  che 
principalmente  domina  su  questa  piazza  è l’immenso 

PALAZZO  PAPALE. 

Sul  colle  Quirinale,  il  più  ameno  luogo  di  Roma,  Gregorio 
Xm  eresse,  circa  il  1574,  questo  imponente  palazzo,  sui  ruderi 
delle  terme  di  Costantino,  dandone  il  disegno  Flaminio  Ponzio: 
Sisto  V continuollo  con  architetture  di  Ottavio  Mascherila  e di 

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194  Quarta  Giornata. 

Domenico  Fontana.  Carlo  Mademo,  cosi  ordinando  Paolo  V,  lo 
ampliò;  il  giardino  vi  fu  aggiunto  da  Urbano  Vili  e da  Ales- 
sandro VII;  ed  i pontefici  Innocenzo  X,  Clemente  XII  e Cle- 
mente Xm,  aggiunsero  all’edifizio  il  palazzo,  detto  della  fami- 
glia, coi  disegni  del  Bernini  e del  Fuga;  Pio  VII  in  fine  fecevi 
eseguire  copiosi  abbellimenti. 

Il  vasto  cortile,  lungo  97  met.  e 42  c.,  largo  53  met.  e 10  c., 
è circondato  per  tre  lati  da  portici  sorretti  da  44  pilastri,  ed  il 
quarto  lato,  ossia  il  fondo  del  cortile,  offre  un  prospetto  d’ordi- 
ne ionico,  che  riman  compiuto  da  un  orologio,  ove  si  osserva 
un  quadro  colla  Madonna,  eseguito  in  musaico  sull’  originale  di 
Carlo  Maratta. 

Sotto  uno  dei  detti  portici  si  trova  una  scala  a due  branche,  e 
sul  primo  ripiano  di  essa  si  vede  l’Ascensione,  pittura  di  Meloz- 
zo  da  Forlì,  esistente  già  nella  chiesa  de’ ss.  Apostoli.  Il  branco 
destro  della  scala  conduce  al  salone  che  ha  nome  di  sala  reale, 
luogo  vastissimo  decorato  d’ un  pavimento  di  marmi  differenti, 
d’un  soffitto  ricco  d’ornati  messi  a oro,  e di  un  fregio  colorito 
dal  Lanfranco  e dal  Saraceni,  i quali  vi  espressero  parecchie  sto- 
rie dell'antico  e del  nuovo  testamento.  Sopra  la  porta  per  la  qua- 
le dal  menzionato  salone  si  ha  ingresso  nella  cappella1  Paolina, 
scorgesi  un  bassorilievo  in  marmo  rappresentante  Gesù  che  la- 
va i piedi  agli  apostoli,  scultura  di  Taddeo  Landini. 

La  cappella  ha  la  medesima  forma  e grandezza  della  Sistina 
al  Vaticano,  e le  fu  dato  il  nome  di  Paolina,  perchè  eretta  da 
Paolo  V:  l’architettura  è di  Carlo  Maderno,  mal'Algardi  som- 
ministrò i disegni  per  gli  stucchi  della  volta.  Pio  VII  fecevi  di- 
pingere di  chiaroscuro  i dodici  apostoli,  ordinando  che  venissero 
copiati  da  quelli  eseguiti  sui  cartoni  di  Raffaello  nella  chiesa  dei 
ss.  Vincenzo  ed  Anastasio  alle  Tre  Fontane;  e di  più  volle  che 
venisse  costruito  il  pronao,  che  separa  il  santuario  decorandolo 
con  otto  colonne  di  porta  santa. 

A diritta  si  ha  ingresso  negli  appartamenti  nobili,  nelle  cui  pri- 
me cinque  camere  sono  alquanti  affreschi  di  autori  diversi,  fra  i 
quali  taluni  di  Pasquale  Cati,  vedendosi  inoltre  nella  quarta  ca- 
mera l’ultima  cena  condotta  dal  Lanfranco. 

Quivi  presso  trovavasi  in  altri  tempi  una  vasta  galleria,  la  qua- 
le, durante  la  deportazione  del  pontefice  Pio  VII,  venne  divjsa 
in  tre  sale,  conforme  vedesi  al  presente,  ed  appartengono  a que- 
sta medesima  epoca  gli  stipiti  di  granito  che  adornano  le  porte, 
le  loro  imposte  in  legni  di  America,  e gli  stupendi  caminetti: 
nel  tempo  stesso  le  pareti  ed  i soffitti  furono  dipinti  a chiaroscu- 


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Palazzo  Papale.  195 

ro,  con  dorature,  conservando  però  gli  antichi  affreschi  ed  ag- 
gtungendovene  de’ nuovi;  quindi  nella  seconda  sala  Luigi  Agri- 
cola rappresentava  Orazio  al  ponte,  eM.r  Ingres  coloriva  Ro- 
molo trionfatore  di  Acrone;  oltre  di  che  vi  fu  pure  collocata  una 
pittura  in  tela  del  Madras,  spagnuolo,  esprimente  il  combatti- 
mento di  Achille  ed  Ettore  pel  corpo  di  Patroclo.  La  terza  sala 
poi  venne  arricchita  con  un  dipinto  dell’ Appiani,  in  cui  figurò 
Traiano  che  riceve  dal  ricordato  Apollodoro,  di  Damasco,  il  dise- 
gno della  famosa  basilica  Ulpia. 

Traversando  parecchie  altre  sale  si  giunge  in  quella  ove  sono 
raccolti  alquanti  quadri,  fra’quali  meritano  maggior  attenzione: 
Saul  le  e David,  di  Guercino;  un  s.  Girolamo,  dello  Spagnoletto; 
una  marina,  del  Passano;  un  Ecce  Homo,  di  Domenichino;  il 
martirio  di  s.  Caterina,  di  Annibaie  Caracci;  una  bella  Madon- 
na, di  Guido;  un  s.  Francesco  nel  deserto,  dèi  suddetto  Caracci; 
la  nascita  della  Madonna,  di  Pietro  da  Cortona;  un  s.  Giovanni, 
di  Giulio  Romano,  e due  mezze  figure,  di  autore  incognito. 

Di  qui  si  entra  in  una  bella  cappella  dipinta  a fresco  da  Guido 
Reni,  che  vi  rappresentò  alcuni  fatti  della  vita  di  Maria  Vergi- 
ne, ed  il  quadro  dell’altare,  espressavi  l’ Annunziata,  è un’  opera 
sorprendente  dello  stesso  Guido. 

Le  sale  successive  ebbero  anch’esse  degli  abbellimenti  all’e- 
poca surricordata,  e quindi  veggonsi  ornate  con  eccellenti  la- 
vori in  pittura  e scultura  di  artisti  moderni.  Fra  le  opere  in  Scul- 
tura si  distinguono  due  fregi  con  bassorilievi  eseguiti  in  gesso, 
uno  del  Finelli,  in  cui  espresse  il  trionfo  di  Traiano,  poscia  con- 
vertito a rappresentare  il  trionfo  di  Costantino;  l’altro  del  Thor- 
waldsen,  esprimente  l’ingresso  trionfale  di  Alessandro  il  Mace- 
done in  Babilonia.  Fra  le  pitture  dei  soffitti  voglionsi  osservare 
quella  del  Palagi,  in  cui  figurò  Cesare  in  atto  di  dettare  i suoi 
commentare  in  quattro  diverse  lingue  ed  altrettanti  amanuensi, 
e l’altra,  di  Andrea  Corsi,  relativa  all’imperatore  Traiano. 

Finalmente  in  una  delle  ultime  sale  si  osservano  i seguenti 
quadri:  un  s.  Sebastiano,  di  Paolo  Veronese;  un  s. Luigi,  di  Gior- 
gione;  una  Sibilla  attribuita  al  Garofalo:  l’adorazione  de’Magi, 
di  Guercino;  un  s.  Bernardo,  di  frà  Sebastiano  Del  Piombo;  i ss. 
Pietro  e Paolo,  di  frà  Bartolommeo  da  s.  Marco;  la  morte  di  s. Ce- 
cilia, del  cav.  Vanni;  un  s.  Eustacchio,  di  Annibaie  Caracci,  e 
Gesù  disputante  coi  dottori,  del  Caravaggio. 

Il  giardino  di  questo  palazzo  ha  un  miglio  di  giro,  ed  è ornato 
di  statue,  di  fontane,  e d’altri  oggetti  piacevoli:  spaziosi  ne  so- 
no i viali,  ed  i luoghi  di  passeggio  sono  ombreggiati  da  spessi 

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196  Quarta  Giornata. 

alberi,  che  li  rendono  deliziosi.  Nel  centro  elevasi  un  grazioso 
coffee-house,  architettato  dal  Fuga,  e decorato  con  pitture  di 
Francesco  Orizzonte,  di  Pompeo  Battoni,  di  Gian  Paolo  Panni- 
ni,  e di  Agostino  Masucci. 

Uscendo  dal  descritto  palazzo  si  ha  sulla  sinistra  quello  della 
Consulta  (N.°  63).  Clemente  XII  fece  erigere  questa  gran  fab- 
brica coi  disegni  del  Fuga  per  collocarvi  il  Tribunale  della  Con- 
sulta, da  cui  appunto  l’edifizio  tolse  la  sua  denominazione. 

Segue  poi  sulla  stessa  piazza  del  Quirinale,  preceduto  da  un 
immenso  cortile,  il 

PALAZZO  ROSPIGLIOSI  (N.*  65). 

Il  Cardinal  Scipione  Borghese  fecelo  erigere,  valendosi  dei 
disegni  di  Flaminio  Ponzio;  e anch’esso  sorge  maestoso  sulle 
ruine  delle  terme  di  Costantino.  In  seguito  appartenne  al  card. 
Bentivoglio,  poscia  alla  famiglia  Mazzarini  che  ampliollo  col- 
l’opera di  Carlo  Maderno,  e da  ultimo  venne  in  proprietà  della 
casa  Rospigliosi. 

Entrando  nella  loggia  coperta  'del  giardino,  il  quale,  al  pari 
del  primo  piano  del  palazzo,  appartiene  al  principe  Palla  vicini, 
si  ammira  nella  volta  del  salone  la  celebrata  Aurora  di  Guido 
Reni,  grande  pittura  a fresco  in  cui  si  vede  Apollo  assiso  sul  suo 
carro  tratto  da  quattro  cavalli  di  fronte,  e circondato  da  sette 
leggiadre  ninfe,  le  quali,  abbencliè  non  formino  il  completo  nu- 
mero, probabilmente  rappresentano  le  ore  del  giorno;  il  carro  è 
preceduto  dall’Aurora  spargente  fiori,  e vola  innanzi  a questa 
un  putto  con  in  mano  una  face  ardente,  simboleggiando  Luci- 
fero, ossia  la  stella  del  mattino.  E questa  un’opera  riguardata 
universalmente  come  una  delle  migliori  pitture  a fresco  che  esi- 
stano, ove,  oltre  alla  perfezione  del  disegno  e del  colorito,  si 
scorge  anche  nobile  e bella  composizione,  e figure  di  maravi- 
gliosa  avvenenza.  Anche  il  fregio  di  questa  sala  va  adorno  di 
belle  pitture.  Antonio  Tempesta  vi  colorì  due  cavalcate,  rappre- 
sentanti il  trionfo  di  Amore,  ed  una  pompa  trionfale  della  virtù; 
Paolo  Brilli  vi  dipinse  quattro  paesi,  relativi  alle  quattro  stagioni. 

Questo  salone  racchiude  pure  antiche  sculture,  ed  alquanti 
quadri,  de’ quali  indicheremo  i più  pregevoli.  Fra  quelli  collo- 
cati sulla  parete  a sinistra,  osserveremo:  ima  sacra  Famiglia,  di 
Simone  da  Pesaro;  una  bambocciata,  del  Cerquozzi;  una  mari- 
na, del  Manglard,  ed  una  graziosa  mezza  figura  di  s.  Giovanni 
Evangelista,  della  scuola  di  Leonardo  da  Vinci.  — Sulla  parete 


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Palarlo  Rospigliosi.  191 

che  segue,  scorgesi,  a destra  della  prima  finestra,  un  bel  quadro, 
dello  Scliidone,  in  cui  dipinse,  in  mezze  figure,  due  fanciulli  che 
si  abbracciano;  e nei  lati  delle  susseguenti  finestre  sono  rimar- 
chevoli, s.  Filippo  Neri,  di  Guido  Reni  (1);  una  Pietà,  del  Procac- 
cini; s.  Gregorio,  di  Carlo  Maratta;  una  bella  Madonna,  di  Sas- 
soferrato, ed  una  bella  mezza  figura,  rappresentante  la  Vanità, 
da  taluni  attribuita  al  Tiziano,  da  altri  al  Padovanino.  — Sulla 
parete  a destra,  scorgesi  subito  una  Madonna  col  Bambino,  pit- 
tura molto  danneggiata  dai  ristauri  e che  credesi  di  Leonardo 
da  Vinci.  Dipoi  seguono:  un  bel  ritratto,  dipinto  dal  Van-Dyck; 
una  marina  del  Manglard,  ed  un  bellissimo  quadretto  del  Tre- 
visani, rappresentante  Gesù  morto  sostenuto  da  alquanti  angeli. 
Nel  mezzo  della  sala  è un  bel  cavallo  in  bronzo  di  antico  lavoro, 
ed  all’  intorno  si  osservano,  le  statue  di  Minerva  e di  Diana,  e 
quattro  busti  in  marmo  colorato,  colla  testa  in  marmo  bianco. 

Nella  sala  a destra  meritano  sopratutto  la  nostra  attenzione 
due  grandi  quadri,  rappresentanti:  Adamo  ed  Èva  nel  paradiso 
terrestre,  di  Domenichino,  e Sansone  che  fa  crollare  il  tempio, 
opera  di  Ludovico  Caracci.  — Superiormente  alla  porta  d’ in- 
gresso si  deve  osservare  un  bel  quadro  della  scuola  de’  Caracci, 
dipintovi  Lot  colle  sue  figlie,  e tra  le  finestre  è una  tela  di  Lo- 
renzo Lotti,  in  cui  figurano  Venere  e Diana.  — Fra  i quadri 
collocati  sulla  parete  incontro,  si  distinguono,  nel  mezzo,  due 
quadretti  fiamminghi:  Diana  ed  Endimione,  dell’ Albani,  e s.  Bar- 
tolommeo,  dello  Spagnoletto;  nell’angolo  a sinistra,  l’adora- 
zione de’ Magi,  dello  Scarsellino,  e nell’angolo  a destra,  una  sa- 
cra Famiglia,  di  Luca  Signorelli. 

Tornando  nel  salone  dell’Aurora,  ed  entrando  nell’altra  sala 
in  fondo,  si  ha  Bubito  di  prospetto  un  gran  quadro  di  Domeni- 
chino, rappresentante  David  vincitore  di  Golia.  A lato  di  que- 
sto quadro  veggonsi:  una  Madonna,  del  Barocci,  ed  un  quadret- 
tino dello  Schidone,  in  cui  dipinse  mirabilmente  la  sacra  Fami- 
glia. Fra  gli  altri  quadri  contenuti  in  questa  sala  si  contano 
tredici  mezze  figure  del  RubenB,  cioè:  Cristo  coi  dodici  apostoli. 
Sei  di  questi  sono  ai  lati  del  gran  quadro  di  Domenichino,  gli 
altri  sei  veggonsi  nella  parete  incontro,  tre  per  parte  ad  un  qua- 
dro di  Guido  Reni,  rappresentatavi  Andromeda,  che,  esposta  al 
mostro  marino,  viene  liberata  da  Perseo.  Disotto  a questo  qua- 

(1)  I frammenti  di  antiche  pittare  sul  muro,  custoditi  entro  cornici,  tanto  in 
questo  salone  quanto  nella  sala  a sinistra,  provengono  dalle  terme  Costantiniane, 
sulle  quali  trovasi  edificato  il  palazzo  in  cui  siamo. 


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198  Quarta  Giornata. 

dro,  si  osservano,  compresi  in  una  sola  cornice,  i ritratti  di  An- 
drea Saechi  e di  Niccolò  Pussino,  dipinti  da  loro  stessi,  con  in 
mezzo  un  amorino  colorito  da  Rubens. — Sulla  porta  d’ ingres- 
so, è una  Pietà  di  Annibale  Caracci,  e nell’angolo  sono  collo- 
cati: una  deposizione  di  croce,  copiata  da  quella  di  Rubens, 
esistente  in  Anversa;  una  testo  di  studio,  di  Guido;  Poppea,  se- 
conda moglie  di  Nerone,  di  scuola  fiorentina,  ed  un  ritratto  di- 
pinto da  Baciceio. — Tra  le  finestre  è un  quadro  in  cui  Giacomo 
Palma  rappresentò  Èva  in  atto  di  Sfiorire  ad  Adamo  il  pomo 
vietato.  — Sulla  parete  incontro,  si  osservano:  nel  mezzo,  il 
Cristo  del  Rubens,  già  sopra  indicato,  Gesù  che  porto  la  croce, 
di  Daniele  da  Volterra,  ed  i due  amanti,  del  Giorgione;  nell’an- 
golo a sinistra,  un  paese  con  animali,  del  Wouwermans,  ed  un 
ritratto  di  donna  del  cav.  Luti;  nell’angolo  a destra,  un  paese 
di  Salvator  Rosa,  ed  un  ritratto  di  donna,  di  Annibale  Caracci. 
I due  busti  antichi  rappresentano  Seneca  e Settimio  Severo. 

L’appartamento  del  secondo  piano,  che  appartiene  al  princi- 
pe Rospigliosi  come  quello  a pianterreno,  si  compone  di  parec- 
chie camere  contenenti  una  ricca  raccolta  di  quadri,  per  vedere 
i quali  v’  è bisogno  d’uno  speciale  permesso.  — Quasi  incontro 
al  descritto  palazzo  è la 

CHIESA  DI  S.  SILVESTRO. 

» 

Essa  fu  posseduto  dai  pp.  teatini,  che  la  posero  nello  stato  at- 
tuale sotto  il  pontificato  di  Gregorio  XIII;  e nel  1770  venne  con- 
cessa ai  pp.  missionari  della  congregazioue  di  s.  Vincenzo  di 
Paoli,  che  vi  stabilirono  il  loro  noviziato.  L’interno  di  questo 
chiesa  è a croce  latina  e vi  si  osservano  pitture  di  rinomati  arti- 
sti. Il  quadro  della  prima  cappella  a destra  è di  Avanzino  Nucci; 
il  dipinto  dell’altra  che  vicn  dopo  è un  bel  lavoro  di  Giacomo 
Palma,  veneziano.  L’ Assunto  nella  cappella  a sinistra  della  cro- 
cera,  fu  eseguito  da  Scipione  Gaetano.  I quattro  tondi  nei  petti 
della  cupola  sono  opere  assai  stimate  di  Domenicliino  e rappre- 
sentano: Davidde  che  balla  innanzi  all’arca;  Giuditta  che  mo- 
stra al  popolo  di  Betulia  il  reciso  capo  di  Oloferne:  Ester  svenuto 
al  cospetto  di  Assuero,  e la  regina  Saba  seduto  in  trono  a lato 
a Salomone.  Nella  cappella  medesima  si  veggono  due  statue 
dell’Algardi,  rappresentanti  s.  Giovanni  Evangelista,  e s.  Maria 
Maddalena,  e di  più  sonovi  altre  sculture  di  artefici  diversi.  Nel- 
la seguente  cappella  il  Venuti  condusse  il  quadro  dell’ altere,  e 
Raffaellino  da  Reggio  colorì  la  volto  e le  pareti  laterali.  Il  qua- 


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Villa  Aldobr andini. 


199 


dro  della  penultima  cappella,  rappresentatavi  la  Madonna  con 
alcuni  santi,  è lavoro  dell’ Albertinelli;  gli  affreschi  nei  lati,  sono 
di  Maturino  e di  Polidoro  da  Caravaggio,  e quelli  della  volta 
spettano  al  cav.  di  A r pino. 

Lungo  la  piccola  strada  di  faccia  alla  descritta  chiesa,  si  tro- 
va l’ ingresso  della  villa  Aldobrandini,  decorata  di  parecchie  star 
tue  e di  altri  monumenti  antichi,  e vi  si  veggono  gli  avanzi  che 
si  dicono  dei  bagni  di  Agrippina,  ma  che  sono  al  certo  fuor 
de’ limiti  della  quinta  regione  antica,  ove  tali  bagni  esistevano. 
Le  suddette  rovine  si  estendono  fin  sotto  la  chiesa  dei  ss.  Do- 
menico e Sisto.  — T'ornando  sulla  via  del  Quirinale,  e discen- 
dendo più  verso  il  piano,  si  trova  quasi  in  prospetto,  da  mano 
diritta  la 

COIESA  DI  S.  CATERINA  DA  SIENA. 

Fu  questa  eretta  circa  il  1563  con  architetture  di  Giambatti- 
sta Soria.  L’interno  è magnifico,  essendo  ricoperto  di  scelti 
marmi,  e decorato  di  pilastri  corintii;  ma  i quadri  sono  assai  me- 
diocri lavori. 

Nel  cortile  del  monistero  congiunto  ad  essa  chiesa  sorge  una 
torre  altissima  murata  in  mattoni,  detta  la  Torre  delle  Milizie, 
fatta  erigere  circa  il  1210  da  Pandolfo  di  Suburra,  senatore  di 
Roma;  di  modo  che  tutti  i racconti  che  intorno  ad  essa  si  fanno 
dicendo,  che  venisse  innalzata  da  Augusto  o da  Traiano,  come 
pure  la  favola  che  narra,  come  Nerone  da  questa  torre  guardas- 
se l’incendio  di  Roma,  sono  prette  invenzioni  del  medio  evo. 

Uscendo,  vedesi  a diritta  la 

CHIESA  E MONISTERO  DE'  SS.  DOMENICO  E SISTO. 

S.  Pio  V edificò  l’una  e l’altro  per  le  monache  domenicane, 
le  quali  ampliarono  il  monistero,  e sotto  Urbano  Vili  rifabbri- 
carono la  chiesa  coi  disegni  di  Vincenzo  Della  Greca,  che  ne 
decorò  il  prospetto  con  pilastri  corintii  e compositi.  Si  ascende 
.alla  chiesa  per  mezzo  di  una  scala  a due  rampe.  Nell’interno,  la 
prima  cappella  a destra,  eretta  con  disegno  del  Bernini,  contiene 
un  gruppo  scolpito  dal  Raggi,  rappresentante  Gesù  e la  Mad- 
dalena; il  quadro  colla  Madonna  del  rosario,  nella  cappella  in- 
contro, è opera  del  Romanelli,  e la  volta  della  chiesa  fu  dipinta 
dal  Canuti. 

Andando  lungo  la  via  che  corre  fra  il  muro  di  recinto  della 
villa  Aldobrandini  e la  descritta  chiesa,  trovasi  a sinistra  quella 


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200  Quarta,  Giornata. 

di  s.  Agata,  ed  a diritta  l’altra  di  san  Bernardino  da  Siena,  am- 
bedue poste  nel  declivio  del  Quirinale,  e quindi  bì  perviene  scen- 
dendo, alla  via  de’  Serpenti,  che  rimane  nella  valle  da  cui  vien 
separato  il  Quirinale  dal  Viminale,  detta  anticamente  Valli» 
Quirinali»,  a causa  del  celebre  tempio  dedicato  a Romolo,  sot- 
to il  nome  di  Quirino.  Sì  fatto  tempio  ergevasi  sul  declivio  del 
colle,  che  poscia  pigliò  il  nome  di  Quirinale.  Da  questo  lato  sa- 
livasi  al  tempio  per  mezzo  di  una  magnifica  scala  di  marmo 
bianco.  — Dalla  via  Magnanapoli che  discendemmo,  andando 
a sinistra  della  via  de’  Serpenti,  si  trova  in  fondo  di  essa  quella 
detta  di  ».  Vitale , ove  è la 

CHIESA  III  8.  VITALE. 

Antichissima  n’è  la  fondazione,  rimontando  fino  ai  tempi  d’In- 
nocenzo  I nel  416.  Venne  essa  consacrata  ai  ss.  Vitale  e suoi  fi- 
gli Gervasio  e Protasio,  ambidue  martiri,  e fu  più  volte  ristora- 
ta, ma  senza  alcuna  decorazione.  In  seguito  però,  essendo  stata 
concessa  ai  padri  gesuiti,  fu  da  essi  splendidamente  risarcita  nel 
1859,  avendovi  pure  contribuito  di  suo  peculio  il  pontefice  Pio 
IX.  — Incontro  a questa  chiesa  veggonsi  considerevoli  avanzi 
di  antiche  sostruzioni  sostenenti  il  pendio  settentrionale  del 

COLLE  VIMINALE. 

Si  fa  derivare  l'etimologia  del  nome  di  questo  colle  dai  vimi- 
ni o salici  che  lo  ingombravano,  conforme  ce  ne  fa  fede  Giove- 
nale. Esso  ha  6600  piedi  romani  antichi  di  circonferenza,  e la  sua 
forma  può  esser  paragonata  ad  una  lingua  che  abbia  le  sue  ra- 
dici cornimi  col  Quirinale  e coll’Esquilino.  Sulla  sua  vetta  tro- 
vasi la  chiesa  di  s.  Lorenzo  in  Paneperna,  ed  il  palazzo  Cimar- 
r«  (N.°  202).  — La  via  di  s.  Vitale  mette  capo  a quella  delle 
Quattro  Fontane,  e volgendo  a diritta  s’incontra  la 

CHIESA  DI  8.  PAOLO  PRIMO  EREMITA. 

Questa  chiesa  fu  eretta  verso  il  1765  coi  disegni  di  Clemente 
Orlandi.  Il  s.  Stefano,  re  di  Ungheria,  rappresentato  nel  quadro 
del  primo  altare  a diritta,  è del  cav.  Concioli.  La  statua  di  s. 
Paolo  sull’altar  maggiore  fu  scolpita  da  Andrea  Bergondi,  e 
l'Angelo  Custode  sull'altro  altare  è opera  del  Borgognone. 


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Chiesa  di  s.  Dionisio. 


201 


Tornando  indietro  si  trova  quasi  subito,  a destra,  la  spaziosa 
strada  aperta  nel  1863,  che  va  a sboccare  sulla  gran  piana  di 
Termini.  Lasciando  però  questa  nuova  strada  e risalendo  verso 
la  sommità  del  Quirinale , s’incontra  a sinistra  la 

CHIESA  DI  S.  DIONISIO. 

Tanto  essa  quanto  il  monistero  annessole  furono  fabbricati 
nel  1619  dai  religiosi  francesi,  trinitarii  del  riscatto,  e ristaurati 
per  intiero  nel  1815.  Il  monistero  è attualmente  tenuto  da  mo- 
nache francesi,  dette  le  apostoline  di  s.  Basilio,  di  cui  seguono 
la  regola,  le  quali  si  occupano  della  educazione  delle  fanciulle. 
Quantunque  la  chiesa  sia  molto  semplice,  pure  merita  d’essere 
osservata  per  l’elegante  architettura  e per  le  pitture  che  la  de- 
corano. Il  quadro  sul  primo  altare  a diritta  è diM.r  Dasi,  e quel- 
lo a lato  coi  santi  Dionisio  e Luigi,  appartiene  a M.r  Le  Brun.  Il 
quadro  della  Concezione  suU’altar  maggiore  ed  i laterali  sono  di 
Carlo  Cesi.  Sull’altare  a sinistra  si  venera  un’immagine  mira- 
colosa della  Madonna,  appartenuta  a s.  Gregorio  Magno. 

Continuando  a sabre  verso  la  vetta  del  Quirinale  si  giunge  al 
quadrivio  delle  Quattro  Fontane,  formato  dall’intersecazione 
della  strada,  detta  pure  delle  Quattro  Fontane,  con  quella  che 
dalla  piazza  di  Montecavallo  conduce  alla  Porta  Pia.  Il  qua- 
drivio appellasi  delle  Quattro  Fontane  a causa  delle  fonti  ch’ivi 
esistono  nei  quattro  angoli.  Da  questo  luogo  si  ha  la  veduta  de- 
gb  obelischi  di  s.  Maria  Maggiore,  di  Montecavallo,  e della  Tri- 
nità de’  Monti. 

In  uno  degli  angoli  di  questo  quadrivio  è il  gran  palazzo  già 
Albani  (N.°  44).  Questo  palazzo  fu  comperato,  nel  1858,  dalla 
regina  vedova  di  Spagna,  Maria  Cristina,  che  lo  ristaurò  ed 
ampliò  per  farne  la  sua  dimora;  ma  oggi  appartiene  al  principe 
Filippo  Del  Drago,  genero  di  lei.  — Nell’angolo  opposto  è la 

CHIESA  DI  S.  CARLO. 

Fu  eretta  nel  1640  coi  disegni  del  Borromini,  il  quale,  col  suo 
non  comune  ingegno,  seppe  costruirla,  insieme  all’annesso  con- 
vento, in  un’area  eguale  a quella  occupata  da  uno  de’  piloni  che 
sostengono  la  cupola  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  Il  prospetto  è 
decorato  da  due  ordini  di  colonne,  e da  sedici  colonne  è soste- 
nuto l’interno  del  tempio.  Il  cortile  del  convento  merita  osser- 
vazione, perchè  ad  onta  della  sua  piccolezza  ha  due  portici  l’un 

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202  Quarta  Giornata. 

sull’altro,  sorretti  cta24  colonne.  — A lato  di  questa  chiesa  ri- 
mane quella  dei  ss.  Gioacchino  ed  Anna,  e poco  dopo  segue  la 

CHIESA  DI  8.  ANDREA. 

Il  principe  D.  Camillo  Pamphily,  nipote  d’Innoceuzo  X,  fecola 
edificare  nel  1678,  con  architetture  del  Bernini,  pel  noviziato  de’ 
pp.  gesuiti.  La  facciata  è abbellita  con  un  ordine  corintio,  e con 
un  portichetto  semicircolare  sorretto  da  due  colonne  ioniche. 
L’interno  del  tempio  è di  forma  ovale  ricoperto  di  bei  marmi,  e 
decorato  di  pilastri,  di  quattro  colonne  corintie  e di  buone  pit- 
ture. Nella  prima  cappella  a destra,  sacra  a s.  Francesco  Save- 
rio, sono  tre  belli  quadri  del  Baciccio,  e la  volta  fu  dipinta  da 
Filippo  Bracci.  Nella  seconda  cappella  veggonsi  tre  buoni  di- 
pinti di  Giacinto  Brandi , e le  pitture  della  volta  spettano  al 
ricordato  Brac  i.  Il  quadro  dell’altar  maggiore,  colla  crocefis- 
sione  di  s.  Andrea  apostolo,  è opera  di  Guglielmo  Courtoys, 
fratello  del  celebre  Borgognone. 

Dopo  l’altar  maggiore  si  trova  un  andito  ove  osservasi  il  mo- 
desto monumento  sepolcrale  eretto  a Carlo  Emmanuele  IV  re 
di  Sardegna  il  quale,  abdicato  il  regno  nel  1802,  si  ritirò  in 
Roma  consacrandosi  interamente  ad  esercizi  di  pietà.  Nel  1815 
abbracciò  l’istituto  della  compagnia  di  Gesù  con  voti  Semplici, 
e vi  morì  nel  1819.  Questo  sepolcro  è opera  del  Festa,  scultore 
piemontese.  La  seguente  cappella,  adorna  di  preziosi  marmi, 
è dedicata  a s.  Stanislao  Kostka,  il  cui  corpo  si  conserva 
sotto  l’ altare  in  Un’  urna  ricca  di  lapislazzuli  e di  metalli  do- 
rati. Il  quadro  di  quest’altare,  rappresentante  il  santo,  è una 
bell'opera  di  Carlo  M (tratta;  i due  nei  lati  sono  del  Piazzanti,  e 
la  volta  fu  colorita  da  Giovanni  Odazzi.  Sull’altare  dell’ultima 
cappella  si  vede  un  quadro  con  Maria  Vergine  del  detto  Mezzan- 
ti: gli  affreschi  della  volta  appartengono  a Giuseppe  Chiari,  ed  i 
quadri  laterali  spettano  a Ludovico  Antonio  David,  da  Lugano. 

Nell’annessa  casa  de’  pp.  gesuiti  si  può  vedere  la  camera  di  s. 
Stanislao,  mutata  in  cappella  e dipinta  dal  Chiari.  Ivi  scorgesi 
una  statua  rappresentante  quel  santo  gesuita  moribondo,  scol- 
pita da  M.r  Le  Gros,  èd  avente  la  testa,  le  mani  ed  i piedi  in 
marmo  bianco,  l’abito  in  marmo  nero,  e le  materasse  ed  i guan- 
ciali di  pietra  gialla.  In  questo  lavoro,  ammirabile  per  l’espres- 
sione, lo  scultore  imitò  cosi  bene  anche  la  verità  degli  oggetti, 
che  entrando  nel  luogo  si  ha  la  penosa  sensazione  che  si  suol 
avere  alla  vista  d’un  moribondo.  — Tornando  al  quadrivio  delle 


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Chiesa  di  s.  Bernardo.  203 

Quattro  Fontane,  e seguendola  strada  di  Porta  Pia.  avanti  di 
pervenire  alla  fontana  chiamata  di  Termini,  si  trova  a destra  la 

CHIESA  DI  S.  BERNARDO. 

La  contessa  Caterina  Sforza,  nel  1598,  fece  ridurre  a chiesa 
uno  dei  due  edifizi  rotondi,  situati  già  agli  angoli  meridionali 
del  recinto  delle  terme  Diocleziane,  e che  si  crede  fossero  sale 
destinate  pe’  bagni  tiepidi  e caldi,  detti  Tepidario  e Calidario. 

Questa  chiesa,  essendo  assai  danneggiata  dal  tempo,  fu  fatta 
per  intero  ristorare  dal  pontefice  Pio  IX.  Essa  è decorata  con 
otto  statue  in  istucco,  modellate  dal  Mariani  e dal  Moclii,  come 
pure  di  due  quadri  sugli  altari,  uno  dell’Odazzi,  l’altro  del  Bo- 
natti.  A.sinistra  è rimarchevole  il  bel  monumento  sepolcrale,  e- 
retto  nel  1857  all’insigne  scultore  di  Luni,  Carlo  Lineili,  morto 
nel  1853;  opera  dell’egregio  statuario  Binaldo  Rinaldi.  In  que- 
sto monumento,  oltre  la  statua  del  defunto,  ve  ne  sono  altre 
due,  la  Religione,  cioè,  e la  Scultura  che  piange  la  perdita  di 
così  eccellente  artefice:  nello  zoccolo  su  cui  posa  l’urna,  è e- 
spresso  in  bassorilievo  l’atto  generoso  del  Fintili,  il  quale  lasciò 
una  rendita  perpetua,  perchè  servisse  ad  agevolare,  a sei  gio- 
vani del  suo  paese,  lo  studio  di  quell’arte  in  cui  egli  tanto  6Ì  di- 
stinse. Gli  altri  bassorilievi  introdotti  in  varie  parti  del  monu- 
mento servono  a ricordare  le  migliori  opere  del  grande  artefice. 

Incontro  alla  descritta  chiesa  rimane  quella  di  s.  Susanna,  os- 
servabile solo  per  la  sua  facciata,  la  quale  venne  eretta  coi  di- 
segni di  Carlo  Maderno.  — Sulla  piana  di  Termini  si  trova  la 

FONTANA  DELL'ACQUA  FELICE, 

DETTA  DI  TERMINI. 

Venne  essa  eretta  da  Sisto  V ed  è una  delle  più  imponenti  di 
Roma;  e fu  detta  dell  'acqua  Felice  dal  nome  di  esso  pontefice, 
poiché  chiamossi  Felice  prima  di  esser  papa.  Fu  pure  egli  che 
condussene  in  città  l’acqua  dal  colle  delle  Pantanelle,  presso  la 
Colonna,  villaggio  a 15  miglia  da  Roma.  Anticamente  l’acqua 
stessa  chiamossi  Alessandrina,  perchè  Alessandro  Severo  la 
•portò  alle  sue  terme  poste  vicino  al  Pantheon.  La  fontana  di  cui 
si  parla  fu  costruita,  tutta  in  travertini,  con  architetture  di  Do- 
menico Fontana,  e si  compone  di  tre  grandi  nicchie  arcuate  col- 
l’ornamento di  quattro  colonne  ioniche  di  differenti  marmi.  Nel- 
la nicchia  di  mezzo  è collocata  la  statua  colossale  di  Mosè  in 


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204  Quarta  Giornata. 

atto  di  fare  isgorgare  acqua  dalla  rupe,  scultura  di  Prospero  da 
Brescia;  e nelle  nicchie  laterali  si  osservano  due  bassorilievi,  u- 
no  de’  quali,  lavoro  di  Giambattista  Della  Porta,  esprime  Aron- 
ne che  conduce  il  popolo  ebreo  a dissetarsi  alle  acque  prodigio- 
se, l’altro,  eseguito  da  Flaminio  Vacca,  rappresenta  Gedeone,  il 
quale,  volendo  far  passare  un  fiume  agl’Isdraeliti,  sceglie  alcu- 
ni soldati  per  esperimentame  il  guado.  L’acqua  sgorgain  copia 
da  tre  aperture  e cade  in  altrettanti  bacini  in  marmo,  ai  lati  de’ 
quali  sono  quattro  leoni  di  bardiglio  gittanti  acqua,  copiati  da 
quelli  egiziani  di  granito,  che  di  qui  vennero  tolti,  per  ordine  di 
Gregorio  XVI,  e portati  nel  museo  egizio  al  Vaticano.  — La 
gran  piazza  di  Termini  pigliò  il  nome  dalle  antiche 

TERME  OI  DIOCLEZIANO. 

Esse  terme,  fabbricate  dagl’imperatori  Diocleziano  e Massi- 
miano, e dedicate  dai  loro  successori  Galerio  e Costanzo,  erano 
quelle  capaci  di  contenere  maggior  numero  di  persone  di  tutte 
le  altre  di  Roma,  giacché  Olimpiodoro  calcola  ch’ivi  potessero 
bagnarsi  ad  un  tempo  oltre  3200  persone.  Per  formarsi  un’idea 
dell’ ampiezza  di  queste  terme  basterà  sapere,  che  il  circuito  di 
esse  comprendeva  l’intero  spazio  ricorrente  fra  la  chiesa  di  s. 
Bernardo  e quella  di  s.  Maria  degli  Angeli,  compresavi  l’area 
delle  medesime,  e lo  spazio  delle  due  vaste  piazze,  assieme  a 
quello  che  in  oggi  è occupato  da  una  porzione  della  villa  Mas- 
simi, prima  Negroni,  dai  vasti  magazzini,  già  annonarii,  da  al- 
quante case  e da  parecchi  orti  esistenti  ne’  dintorni;  per  cui, 
stando  alle  misure  del  Desgodets,  architetto  parigino,  avevano 
1372  metri  di  circuito. 

Queste  vastissime  terme  erano  di  forma  quadrata,  ed  in  ogni 
angolo,  dal  lato  sud-ovest,  esisteva  una  sala  circolare,  tuttora 
in  essere;  una,  cioè,  vicino  all’ingresso  della  villa  Massimi,  mu- 
tata in  granaio  da  Clemente  XI,  e.  l’altra  che  costituisce  la  chie- 
sa di  s.  Bernardo,  rispondente  in  linea  retta  alla  prima:  tali  e- 
difizi  servivano,  come  si  disse  sopra,  ad  uso  di  bagni.  Le  terme 
in  discorso  comprendevano  belli  portici,  cortili  e sale  magnifi- 
che, trovandovisi  anche  dei  boschetti  e dei  viali  deliziosi  per 
passeggiare;  vi  erano  sqpole  di  scienze  e di  esercizi  ginnastici) 
del  pari  che  in  tutti  gli  altri  bagni  pubblici.  Diocleziano  fecevi 
trasportare  la  famosa  biblioteca  Ulpia  togliendola  dal  Foro  Tra- 
iano; ed  ivi  si  aveva  eziandio  un’ampia  e superba  sala,  di  quelle 
dette  Pinacotheca,  ma  che  con  maggior  esattezza  potrebbero 


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Chiesa  di  s.  Maria  degli  Angeli.  205 

chiamarsi,  secondo  Vitruvio,  Scholce  labri,  cioè  sale  di  tratte- 
nimento o di  riposo.  Di  tale  amplissima  sala  venne  formata  la 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DEGLI  ANGELI. 

Pio  IY,  volendo  ridurre  ad  uso  sacro  la  principal  sala  dei  ba- 
gni di  Diocleziano,  perfettamente  conservata,  diedene  il  carico 
al  celebre  Bonarruoti,  che  formonne  una  chiesa  a croce  greca, 
la  quale  vuoisi  riguardare  come  una  delle  più  stupende  di  Ro- 
ma.  A scansare  l’umidità,  lo  stesso  Bonarruoti  rinnovò  il  pavi- 
mento, facendolo  quasi  2 metri  al  di  sopra  dell’antico,  di  guisa 
che  le  basi  ed  una  parte  delle  otto  colonne  di  granito  rimasero 
interrate,  per  cui  le  basi  che  ora  si  veggono  non  sono  che  ad- 
dossate alle  colonne  stesse.  Il  Yanvitelh  nel  1740  ridusse  la 
chiesa  nello  stato  attuale,  collocando  l’altare  del  beato  Niccola 
Albergati  nel  luogo  ove  prima  era  la  porta  maggiore  del  san- 
tuario, e la  porta  laterale  che  fu  conservata,  divenne  il  princi- 
pale ingresso.  Il  medesimo  Van vitelli  mutò  in  aitar  maggiore 
quello  della  Madonna;  e siccome  la  navata  in  cui  per  l’innanzi 
era  la  porta  maggiore  aveva  otto  colonne  di  granito,  cosi,  per 
rendere  a quella  conforme  la  nuova  navata,  vi  aggiunse  otto 
colonne  in  mattoni  intonacate  di  stucco  colorito  a guisa  di  gra- 
nito, le  quali  hanno  somiglianza  colle  altre. 

S’ entra  in  questa  maravigliosa  chiesa  per  .un  vestibolo  circo- 
lare, ch’era  una  delle  sale  ad  uso  di  bagni  pari  in  grandezza  a 
quella  mutata  in  chiesa  di  s.  Bernardo.  Nel  suddetto  vestibolo 
sono  due  cappelle,  in  una  delle  quali  si  osserva  un  quadro  col 
Kedentore  e la  Maddalena,  eseguito  da  EnricoFiammingo;’nel- 
l’altra  si  vede  un  Crocefisso  con  s.  Girolamo,  dipinto  da  uno 
scolare  di  Daniele  da  Volterra.  Lateralmente  all’altare  di  questa 
cappella  sono  collocati  due  angeli  in  gesso,  simboleggianti  la 
pace  e la  giustizia  divina.  I modelli  di  essi  si  devono  all’artista 
alemanno  Ferdinando  Pettrich.  Ivi  si  scorgono  pure  i sepolcri 
di  Carlo  Maratta  e di  Salvator  Rosa,  celebri  pittori  del  secolo 
XVII,  e quelli  dei  cardinali  Pietro-Paolo  Parisio  e Francesco 
Alciati.  In  quello  del  card.  Parisio  si  leggono  i seguenti  versi: 
Corpus  humo  tegitur  — Fama  per  ora  volat  — Spiritus  astra 
tenet:  nell’altro  , del  card.  Alciati,  è questa  osservabile  epigra- 
fe: Virtute  vixit — Memoria  vivit — Gloria  rinet.  Progre- 
dendo verso  la  gran  nave  si  scorge,  a destra,  la  bellissima  sta- 
tua di  s.  Bruno,  scolpita  dall’Haudon;  e la  cappella  che  vien 
dopo  è sacra  ad  esso  santo  ; la  cappella  incontro  contiene  un 


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206  Quarta  Giornata. 

quadro  del  Muziano,  in  cui  rappresentò  il  Salvatore  che  dà  le 
chiavi  a s.  Pietro. 

Si  passa  quindi  nella  nave  trasversale  della  chiesa,  la  quale 
anticamente  costituiva  la  gran  sala  delle  terme,  detta  Pinaco- 
theca.  Allorquando  si  entra  in  essa,  se  ne  scorge  tutta  la  ma- 
gnificenza, rimanendo  anche  maravigliati  delle  otto  grandi  co- 
lonne che  la  decorano,  le  quali  sono  di  un  sol  masso  di  granito 
rosso  aventi  5 metri  vantaggiati  di  circonferenza,  e 14  metri  e 
mezzo  di  altezza  compresavi  la  base  ed  il  capitello.  La  lunghez- 
za della  chiesa,  dall’ingresso  al  fondo  della  tribuna,  è di  met. 
108,  mentre  la  nave  traversa  ne  ha  99  in  lungo,  23  e mezzo  in 
largo,  e 21  in  altezza.  Per  ornare  cosi  gran  tempio  in  modo  con- 
venevole Benedetto  XIV  vi  fece  trasportare  parecchi  quadri  o- 
riginali  della  basilica  V aticana,  ove  ne  vennero  sostituite  le  co- 
pie in  musaico.  Il  primo  quadro,  da  mano  destra  entrando  nella 
chiesa,  è di  Niccola  Kicciolini  e rappresenta  la  crocefissione  di 
s.  Pietro;  quello  appresso,  esprimente  la  caduta  di  Simon  Mago, 
è una  copia  eseguita  dal  Trémolière  sull’originale  del  Vanni,  che 
osservasi  nella  basilica  suddetta.  Entro  la  cappella  del  beato 
Niccola  Albergati,  il  quadro  dell’altare  è di  Ercole  Graziani,  le 
pitture  laterali  sono  del  Trevisani,  e quelle  della  volta  spettano 
ad  Antonio  Bicchierai  ed  a Giovanni  Mazzetti.  Si  veggon  poi 
due  altri  grandi  quadri,  uno  de’  quali  rappresenta  s.  Pietro  che 
risuscita  la  vedova  Tabita,  copiato  da  un  affresco  del  Baglioni, 
già  nel  Vaticano,  e l’altro  esprime  s.  Girolamo  con  altri  santi, 
opera  pregevole  del  Muziano. 

Entrando  nella  nave  in  cui  esiste  l’altar  maggiore,  prima  di 
ascendere  alla  tribuna  si  trovano  due  cappelline,  una  di  faccia 
all’altra;  quella  a destra  fu  dipinta  dal  Baglioni,  l’altra  da  Ar- 
rigo Fiammingo,  e da  Giulio  Piacentino.  Nei  lati  poi  della  tri- 
buna sono  collocati  quattro  grandi  quadri.  Il  primo  di  essi,  a di- 
ritta, ha  per  soggetto  la  Presentazione  al  tempio,  opera  del  Ro- 
manelli; il  secondo,  col  martirio  di  s.  Sebastiano,  è un  affresco 
classico  di  Domenichino,  che  il  famoso  Zabaglia  trasportò  con 
molta  arte  in  questa  chiesa,  allorché  nel  n36  venne  tolto  via 
dalla  basilica  V aticana,  segandolo  dalla  parete  sopra  cui  il  Zam- 
pieri  avevaio  dipinto  nel  1629.  Il  quadro  incontro  col  battesimo 
del  Redentore  è opera  di  Carlo  Maratta,  e l’altro  che  vien  dopo, 
eseguito  sulle  lavagne,  e rappresentante  la  punizione  di  Anania 
e SaflBra,  appartiene  a Cristoforo  Roncalli,  detto  il  Pomarancio. 
In  fondo  alla  tribuna  sta  collocata  un’immagine  di  Maria  Ver- 
gine con  alcuni  angeli,  da  cui  la  chiesa  piglia  il  nome.  Al  di- 


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207 


Chiesa  di  s.  Maria  degli  Angeli. 

sotto  eravi  l’altar  maggiore,  di  dove  venne  rimosso  nel  1866, 
collocandolo,  in  bel  modo  isolato,  nella  tribuna  stessa,  ed  in  ta- 
le occasione  venne  formato  il  coro  nell’apside.  Le  modestissime 
sepolture  di  Pio  IV,  e del  suo  nipote  il  card.  Serbelloni,  collo- 
cate lateralmente,  vennero  erette  coi  disegni  del  Bonarruoti. 

Tornando  nella  nave  traversa,  il  primo  quadro  a diritta,  e- 
sprimente  la  Concezione,  è lavoro  di  Pietro  Bianchi;  quello  che 
gli  sta  presso  è di  Placido  Costanzi,  che  vi  rappresentò  s.  Pie- 
tro in  atto  di  risuscitar  la  vedova  Tabita.  Uno  de’  due  quadri  in- 
contro, rappresentante  la  caduta  di  Simon  Mago,  appartiene  a 
Pompeo  Battoni,  e l’altro  al  Subleyras,  che  vi  espresse  l’impe- 
rator  Valente,  il  quale,  ascoltando  la  messa  detta  da  s.  Basilio, 
vien  meno  al  mirare  con  qual  maestà  e divozione  quegli  la  ce- 
lebrasse. Sull'altare  della  prossima  cappella,  sacra  a s.  Bruno,  è 
un  affresco  col  santo  titolare,  dell’Odazzi:  i due  quadri  laterali' 
sono  del  Trevisani,  e gli  evangelisti  nella  volta  del  Procaccini. 
I quadri  collocati  ai  lati  delle  finestre  di  essa  nave  sono  lavori 
di  Michelangelo  Ricciolini. 

Sul  pavimento  di  questa  chiesa,  il  dotto  monsignor  Bianchi- 
ni, nel  1701,  vi  segnò  la  linea  meridiana.  Questa  linea  è marca- 
ta su  d’una  lamina  di  metallo  incastrata  fra  lastre  di  marmo, 
presso  le  quali  vennero  figurati  i segni  dello  zodiaco  con  pietre 
di  colori  diversi. 

Il  chiostro  del  monastero  annesso  a questo  sacro  tempio , fu 
eretto  coi  disegni  del  surricordato  Bonarruoti,  il  quale  circon- 
davano l’ immensa  corte  quadrata  con  ben  cento  colonne  di  tra- 
vertino. In  uno  dei  bracci  di  questo  quadriportico,  si  osserva,  al 
di  dentro  d’una  porticina,  uno  scherzoso  dipinto,  eseguito  con 
assai  bell’effetto,  nel  1855,  dal  pittore  napolitano  Filippo  Balbi. 

Gli  ampli  magazzini  annonarii,  ricordati  sopra,  i quali  si  pro- 
lungano dalla  descritta  chiesa  fino  alla  fontana  di  Termini , fu- 
rono eretti  da  Gregorio  XIII,  ed  ingranditi  poi  da  Paolo  V e da 
da  Urbano  Vili.  Sì  fatti  magazzini,  essendo  divenuti  inutili,  fin 
dai  tempi  di  Pio  VII,  per  lo  scopo  loro  primitivo,  a causa  del 
libero  commercio,  vennero  ridotti  in  parte  all’uso  di  prigioni,  e 
nel  rimanente  si  stabilì  una  casa  di  ricovero  pe’ poveri  d’ambo 
i sessi,  detta  Pio  Istituto  di  Carità,  ove  ad  essi  si  fanno  eserci- 
tare diversi  mestieri,  e vi  fu  anche  eretto  un  ospizio  pe’ sordo- 
muti maschi  e femmine,  i quali  ivi  sono  eccellentemente  istruiti. 

In  fondo  alla  gran  piazza  di  Termini , ossia  nel  luogo  in  cui 
era  la  villa  Peretti,  poi  Negroni,  oggi  spettante  al  principe  Mas- 
simo, coltivata  ad  orti,  si  trova  la  stazione  centrale  delle  ferrovie 


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208  Quarta  Giornata. 

romane.  Ivi,  nel  1863,  mentre  si  eseguivano  i lavori  per  le  op- 
portune costruzioni,  furono  discoperti  alcuni  sepolcri,  un  gran- 
de Ninfeo  decorato  di  pitture,  un  braccio  di  un  cimiterio  cri- 
stiano, ed  una  parte  dell’  Aggere  di  Servio  Tullio.  Questo  rino- 
mato Aggere  esisteva  fra  1*  arco  di  Gallieno  e la  vigna  già  Man- 
dosia.  Esso  era  un  baluardo  artifiziale  di  terra,  munito  di  mura 
in  massi  quadrilateri  di  pietra  vulcanica,  e rimaneva  difeso  al- 
l’esterno da  un  profondo  fosso.  Di  là  del  baluardo,  ossia  in  quel- 
lo spazio  di  terreno  che  costituiva  l’ immensa  vigna,  detta  del 
Macao, spettante  ai  pp.  gesuiti,  era  il  campo  de’ pretoriani  (Ca- 
stra Praetoria),  ed  ivi  infatti  si  riconoscono  tre  lati  del  valium, 
e parte  delle  celle  di  quei  faziosi  militi.  Questo  campo  dell’anti- 
ca Roma,  fin  dal  1862  tornò  a servire  all’uso  primitivo;  poiché 
essendo  allora  proministro  delle  armi  monsignor  De  Merode,  il 
governo  comperò  dai  padri  suddetti  l’ accennata  vigna,  e vi  fece 
costruire  una  vasta  caserma.  — Tornando  alla  fontana  dell’ac- 
qua Felice,  si  trova  la 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DELLA  VITTORIA. 

Paolo  V la  eresse  nel  1605  ad  onore  dell’ apostolo  ,s.  Paolo, 
ed  in  seguito  ebbe  il  nome  attuale  a causa  delle  vittorie  ripor- 
tate dai  cattolici  sugli  eretici  e sui  turchi  per  intercessione  del- 
l’immagine della  Madonna  che  si  venerava  sull’altar  maggiore, 
prima  che  questo  e quella  rimanessero  preda  del  fuoco  nel  1833. 
La  facciata  di  questo  tempio  è architettura  di  Giambattista  So- 
rla, e fecela  erigere  a proprie  spese  il  card.  Scipione  Borghese, 
in  riconoscenza  del  dono  fattogli  del  famoso  ermafrodito,  che 
si  rinvenne  nell’  orto  attinente  alla  chiesa,  e che  di  presente  si 
ammira  nel  museo  del  Louvre  a Parigi. 

L’ interno  del  santuario  fu  decorato  da  Carlo  Mademo,  che  lo 
incrostò  tutto  di  diaspro  di  Sicilia,  e va  adorno  inoltre  di  scul- 
ture e di  buoni  dipinti.  Il  quadro  nella  prima  cappella  a destra, 
rappresentante  la  Maddalena,  è del  P.  Raffaello  cappuccino.  Il 
s.  Francesco  nella  seconda  e gli  affreschi  laterali,  sono  lavori 
assai  pregiati  di  Domenichino.  Il  bassorilievo  sull’altare  della 
terza,  ed  il  ritratto  del  card.  Vidoni,  che  osservasi  a sinistra, 
appartengono  a Pompeo  Ferrucci,  fiorentino.  Segue  poi  l’altare 
della  crocera  su  cui,  in  mezzo  a quattro  colonne  di  verde  antico, 
si  scorge  la  statua  di  s.  Giuseppe  dormente,  ed  un  angelo  che 
gli  apparisce  nel  sonno,  opera  di  Domenico  Guidi:  i due  basso- 
rilievi  dai  lati  furono  eseguiti  dal  Monot;  il  s.  Giuseppe  in  glo- 


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Chiesa  di  s.  Maria  iella  Vittoria.  209 

ria,  sulla  volta  dell’arcone,  è di  Ventura  Lamberti,  ed  a Dome- 
nico Perugino  spettano  i dipinti  della  cupola. 

La  ricca  cappella  di  s.  Teresa,  nell’  opposto  lato  della  crocera, 
venne  eretta  a spese  del  card.  Federico  Cornaro,  coi  disegni  del 
Bernini,  il  quale  scolpì  la  statua  della  santa,  rappresentata  col- 
l’angelo nell’estasi  dell’amor  divino:  gruppo  che  gli  artisti  am- 
mirano come  il  capolavoro  del  Bernini.  Dello  stesso  scultore 
sono  le  mezze  figure  che  si  osservano  nei  canti,  le  quali  rappre- 
sentano taluni  personaggi  della  famiglia  Cornaro,  scorgendosi, 
fra  quelle  a man  sinistra,  la  effigie  del  cardinale  suddetto.  Nel 
davanti  dell’altare,  sotto  il  paliotto  di  legno  dipinto,  esiste  un 
bel  bassorilievo  in  metallo  dorato,  esprimente  l’ultima  cena,  ese- 
guito dall'  Alpini,  il  quale  lo  copiò  da  quello  in  argento  che  ve- 
devasi  sopra  il  ciborio  dell’  altare  del  Sacramento  a s.  Giovanni 
in  Laterano,  disfatto  sul  finire  dello  scorso  secolo.  Le  pitture 
nella  volta  di  questa  cappella  sono  lavori  di  Ubaldo  Abatini,  e 
le  bandiere  sospese  al  disopra  dell’  altare  maggiore , vennero 
prese  ai  turchi  nella  battaglia  di  I spanto  nel  1571.  L’altare 
della  successiva  cappella  ha  un  quadro  colla  ss.  Trinità,  pittura 
di  Guercino:  il  Crocifisso  in  una  delle  pareti  laterali  è una  copia 
del  Camuccini  fatta  dall’  originale  di  Guido,  eh'  ivi  esisteva  in 
passato,  ed  il  ritratto  incontro  è opera  di  Guido.  Il  dipinto  della 
seguente  cappella,  espressovi  s.  Giovanni  della  Croce,  spetta  a 
Niccolò  Lorenese,  ed  il  s.  Andrea  nell’ultima  fu  colorito  dal  ri- 
cordato P.  Raffaello,  cappuccino;  le  pitture  poi  nella  volta  della 
chiesa  vennero  eseguite  dai  fratelli  Orazi. — Al  fine  della  strada, 
che  corre  innanzi  alla  descritta  chiesa,  si  trova  la 

PORTA  PIA. 

Essa  fu  sostituita  nel  1564  a quella  pertinente  al  recinto  d’Ono- 
rio,  e che  chiamavasi  Nomentana,  perchè  si  apriva  sulla  via  di 
tal  nome  conducente  all’antico  Nomentum,  città  latina  fondata 
da  Latino  Silvio,  terzo  re  d’ Alba,  ed  ove  oggi  esiste  un  villag- 
gio detto  Mentana.  Il  nome  ch’ora  ha  la  porta  deriva  da  Pio  IV, 
che  fecela  edificare,  dando  il  carico  di  decorarne  la  faccia  inter- 
na al  Bonarruoti,  che  vi  adoperò  un  bizzarro  disegno;  ma  es- 
sendo rimasta  incompiuta  per  circa  tre  secoli,  ebbe  il  suo  com- 
pimento nel  1852  colla  direzione  dell’architetto  Virginio  Vespi- 
gnani,  allorché  si  dovettere  riparare  i danni  ivi  cagionati  da  un 
fulmine  nel  1851 . * 


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210  Quarta  Giornata. 

Dopo  alcuni  anni  fu  incominciato  anche  il  nuovo  prospetto 
esterno  con  architettura  dello  stesso  Vespignani.  Esso  è tutto 
murato  in  travertini,  e decorato  con  quattro  colonne  di  granito 
dell’Elba,  d’ordine  corintio,  con  basi  e capitelli  di  marmo  bian- 
co. Due  di  tali  colonne,  coi  loro  piedistalli  e frontespizio,  for- 
mano l’ avancorpo  in  cui  apresi  il  grande  arco  della  porta,  men- 
tre le  altre  due  decorano  gli  angoli  del  prospetto.  Fra  le  accen- 
nate colonne  si  aprono  le  nicchie  contenenti  le  statue,  scolpite 
in  marmo  da  Enrico  Amadori,  rappresentanti  s.  Alessandro  e 
s.  Agnese  ai  quali  è dedicata  la  descritta  porta. 

Il  luogo  dell’antica  porta  Nomentana,  demolita  da  Pio  IV,  si 
riconosce  appena  oltrepassate  due  torri,  a diritta,  uscendo  dalla 
porta  attuale.  Il  masso  di  fianco  alla  primitiva  porta  è il  sepol- 
cro di  Quinto  Aterio  pretore,  personaggio  celebre  ai  tempi  di 
Tiberio:  gli  scavi  fatti  nel  1825,  presso  lo  stesso  sepolcro,  ne 
fecero  conoscere  la  pertinenza. 

La  grande  strada  che  sbocca  dalla  porta  Pia,  ha  sulla  dritta, 
appena  usciti  da  essa,  la  villa  Patrizi.  Questa  nelle  vicende  po- 
litiche nel  1849  andò  distrutta  assieme  all’ annessovi  palazzo,  il 
quale  venne  poscia  ricostruito,  riparando  in  pari  tempo  anche 
tutte  le  altre  ruine  accagionate  alla  villa  stessa.  Viene  poi  la  vil- 
la, già  Bolognetti,  attualmente  proprietà  del  principe  Alessandro 
Torlonia,e  quindi  segue  la  villa  Massimi,  a cui  è prossima  la  spa- 
ziosa e magnifica  villa  del  prefato  principe. 

Il  duca  Giovanni  Torlonia  cominciò  ad  abbellirla,  ed  il  suo  fi- 
glio D.  Alessandro,  a cui  ricadde  per  eredità,  la  rendette  una 
delle  più  splendide  e deliziose  di  Roma.  Entro  il  palazzo  e negli 
altri  edilìzi,  veggonsi  le  camere  ornate  di  ricchi  mobili,  e vi  si 
ammirano  pitture  e sculture  di  moderni  artefici  che  colle  loro 
opere  acquistarono  alta  fama  in  questa  capitale.  Osservabili  si 
rendono,  fra  le  altre  fabbriche,  un  anfiteatro  ed  un  teatro  per 
gli  spettacoli  diurni  e notturni. 

A circa  un  miglio  e mezzo  dalla  porta  Pia  incontrasi  la 

CHIESA  DI  8.  AGNESE. 

Essa  fu  fatta  erigere  da  Costantino  il  Grande  a preghiera  del- 
la sua  figlia  Costanza,  sul  cimiterio  di  s.  Agnese,  nel  luogo  stes- 
so ove  si  rinvenne  il  corpo  di  essa  santa.  Discendesi  alla  chiesa 
per  una  scala  di  45  gradini  in  marmo,  veggendosi  sulle  pareti 
parecchie  iscrizioni  sepolcrali,  e l’ epitaffio  posto  da  s.  Damaso 
papa  sulla  tomba  di  s.  Agnese.  11  sacro  tempio  ha  tre  navi,  rette 


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211 


Chiesa  di  s.  A gnese. 

da  16  colonne  antiche,  otto  delle  quali  sono  di  marmi  differenti, 
due  di  granito,  quattro  di  portasanta,  due  di  paonazzetto,  e ciar 
scuna  di  queste  due  conta  140  modanature.  Superiormente  so- 
no altre  16^  colonne  di  mezzana  grandezza,  sorreggenti  il  sopra- 
stante portico.  L’ aitar  maggiore  è ornato  d’un  baldacchino  sor- 
retto da  quattro  belle  colonne  di  porfido,  e sotto  esso  altare, 
composto  di  preziosi  marmi,  è locato  il  corpo  della  santa,  la  cui 
statua  si  osserva  al  di  sopra,  formata  del  torso  d’una  statua  an- 
tica d’alabastro  orientale,  mentre  il  rimanente,  che  è in  metallo 
dorato,  fu  eseguito  dal  Franciolini.  Dal  lato  degli  evangelii  av- 
vi un  candelabro  antico  di  marmo  bianco,  a foglie  d’acanto  di 
lavoro  squisito.  Rimane  ornata  la  tribuna  da  un  musaico  antico, 
dell’epoca  di  Onorio  I,  scrittovi  il  nome  di  s.  Agnese.  Su  d’un 
altare,  nella  navata  a destra,  si  vede  un  bassorilievo  rappresen- 
tante i santi  Lorenzo  e Stefano,  opera  del  XV  secolo.  Questa 
chiesa  presenta  meglio  di  ogni  altra  la  struttura  delle  basiliche 
civili  de'Romani,  le  quali  essendo  congiunte  ai  Fori,  servivano  al 
tempo  stesso  di  corte  di  giustizia,  e di  raduno  ai  mercanti. 

Il  santuario  in  discorso,  tornò  a nuova  splendidezza  nel  1856, 
mercè  de’  riBtauri  operativi  d’ordine  del  pontefice  Pio  IX,  diretti 
dall’architetto  Busiri.  A siffatti  ristauri  appartengono  special- 
mente,  la  ricostruzione  dell’  intero  pavimento  in  marmi  diversi; 
le  rinnovate  dorature  nel  ricco  soffitto,  e gli  affreschi  nelle  par- 
reti  della  nave  grande,  dalle  quali  vennero  in  antecedenza  stec- 
cati gli  avanzi  degli  antichi,  osservati  già  da  noi  nel  palazzo 
Lateranense. 

Il  Gagliardi  rappresentò  molto  lodevolmente  Buffarcene  della 
tribuna  il  martirio  di  s.  Agnese,  ed  i pittori  Toietti,  Sereni  e 
Botti  condussero  gli  altri  affreschi  fra  le  finestre  e fra  gli  archi, 
superiormente  alle  colonne  che  dividono  le  navate.  Soggetti  di 
questi  dipinti  sono,  alcune  sante  vergini,  ed  i ritratti  de’papi  be- 
nemeriti di  questo  santuario,  fino  a Pio  IX,  i quali  campeggia- 
no su  fondo  dorato. 

In  fondo  alla  chiesa  sono  due  grandi  lapidi,  da  cui  si  rileva  la 
causa  del  ristauro,  la  quale  brevemente  accenniamo.  Il  12  aprile 
1855,  il  pontefice  Pio  IX,  dopo  aver  visitato  l’oratorio  di  s.  Ales- 
sandro, poco  prima  scoperto  insieme  alle  attinenti  catacombe  in 
un  tenimento  spettante  alla  Congregazione  di  Propaganda  Fide, 
al  settimo  miglio  da  Roma  sulla  via  Nomentana  in  cui  siamo,  si 
fermava  colla  sua  corte  nel  cenobio  inerente  a questo  santuario. 
Mentre  poi  in  una  sala  corrispondente  sul  cortile,  detto  della  ca- 
nonica, ammetteva  al  bacio  del  piede  gli  alunni  del  collegio  del- 


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212  Quarta  Giornata. 

la  sunnominata  Congregazione,  conversando  con  essi  alla  pre- 
senza della  sua  corte  e di  altri  distinti  personaggi,  schiantassi 
d’improvviso  il  trave  maestro  sorreggente  il  pavimento  della 
sala,  cosicché  tutti  precipitarono  nel  sottoposto  pianterreno. 
Gravissimo  fu  il  pericolo,  ma  non  si  ebbe  a deplorare  alcuna  vit- 
tima: il  pontefice  uscì  incolume  dalle  ruine,  e solo  alcuni  ripor- 
tarono qualche  danno.  Papa  Pio  IX  quindi,  in  memoria  dello 
scampato  pericolo,  ordinò  il  ristauro  di  questa  chiesa. 

Talune  distinte  persone  ebbero  anche  il  pensiero  di  ridurre,  a 
loro  spese,  in  una  magnifica  sala  il  luogo  stesso  in  cui  accadde 
il  funesto  avvenimento,  il  quale  si  osserva  rappresentato  a fre- 
sco dal  Toietti  nella  parete  principale  della  sala  medesima. 

Accanto  alla  descritta  chiesa  si  trova  quella  di  santa  Costan- 
za; ma  per  vederla  bisogna  dirigersi  al  custode  del  sacro  tempio 
già  da  noi  visitato. 


CHIESA  DI  8.  COSTANZA. 

Taluni  pretesero  che  questo  edilìzio  fosse  già  un  tempio  di 
Bacco,  perchè  si  osservano  in  musaico,  nella  volta  della  nave 
circolare,  dei  genii  che  ricolgono  grappoli  d’uva.  Si  conosce  per- 
altro che  sì  fatti  ornamenti  si  addicono  anche  al  cristianesimo, 
avendosene  frequenti  esempi;  e siccome  la  costruzione  di  questa 
fabbrica  appartiene  all’  estremo  decadimento  dell’arte,  e la  sua 
pianta  non  ha  affatto  le  parti  degli  antichi  templi,  così  conviene 
seguir  piuttosto  il  sentimento  di  Anastasio,  il  quale  dice  che  Co- 
stantino, fabbricata  ch’ebbe  la  chiesa  di  s.  Agnese,  fece  erigere 
ivi  presso  un  battistero  di  forma  sferica,  perchè  in  esso  fossero 
battezzate  le  due  Costanze,  la  sua  sorella,  cioè,  e la  sua  figlia. 
La  testimonianza  di  Ammiano  Marcellino  ed  il  sarcofago  di  por- 
fido rimasto  in  questa  chiesa  fino  al  1791,  sono  una  prova  ch’es- 
so  servì  di  sepolcro  alla  famiglia  di  Costantino.  Nel  ricordato 
sarcofago  si  veggono  scolpiti  i simboli  medesimi  che  si  scorgo- 
no nella  volta  del  sacro  tempio,  ed  inoltre,  tanto  per  lo  stile, 
quanto  per  la  forma  somiglia  molto  a quello  che  si  dice  di  s. Gle- 
na; l’uno  e l’altro  oggi  esistenti  nel  museo  Vaticano,  ove  furono 
trasportati  per  ordine  di  Pio  VI.  Nel  1256  Alessandro  IV  mutò 
questo  edifizio  in  chiesa,  sacrandola  a s.  Costanza.  Essa  è ro- 
tonda, ha  22  metri  di  diametro,  e nel  mezzo  rimane  T altare, 
che  fra  le  altre  reliquie  contiene  il  corpo  di  s.  Costanza.  Venti- 
quattro  colonne  di  granito  accoppiate,  costituiscono  il  peristilio 
interno  e sorreggono  la  cupola.  AH’estemo  l’edifizio  era  circon- 
dato da  un  corridoio,  di  cui  rimane  appena  qualche  traccia. 


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Ponte  Nomentano. 


213 


Presso  la  descritta  chiesa  si  osservano  dei  muri  d’una  costru- 
zione del  secolo  VII,  i quali  formano  un  recinto  oblungo  che, 
fuor  di  proposito,  è detto  l’ippodromo  di  Costantino,  poiché  es- 
so appartiene  ad  un  cimiterio  cristiano  eretto  fra  le  due  chiese, 
conforme  rimase  provato  dagli  scavi. operativi. 

Un  miglio  più  là  di  tali  ruine,  sull’antico  Anione,  oggi  T «ve- 
rone, si  trova  il  vetusto  ponte  detto  Nomentano,  distrutto  dai 
Goti,  riedificato  da  Narsete,  e risarcito  da  Niccolò  V,  e che  og- 
gi chiamasi  volgarmente  Lamentano.  — Di  là  da  esso  ponte  è il 

MO-VTE  SACRO. 

La  plebe  romana,  oppressa  dai  nobili  e dai  ricchi,  a causa  de’ 
debiti  che  con  quelli  aveva  contratti,  si  ritirò  e si  fortificò  su 
questo  monte  nell’anno  di  Roma  259.  Il  senato  ed  i patrizi, 
scorgendo  il  pericolo  da  cui  erano  minacciati,  bì  videro  costretti 
ad  inviare  ad  essa  come  deputati,  alcuni  sacerdoti  e le  vestali, 
ma  senza  profitto.  Menenio  Agrippa  fu  il  solo  che,  col  famoso 
apologo  delle  membra  del  corpo  umano,  riportato  da  Tito  Livio, 
bastò  a persuaderla  di  tornare  in  città.  Furono  pagati  tutti  i de- 
biti di  essa,  ed  il  senato  le  concesse  i tribuni,  creati  in  quell’oc- 
casione per  la  prima  volta.  Questi  magistrati  rimasero  aboliti 
allorquando  i decemviri  s’impadronirono  del  potere;  ma  furon 
tosto  ristabiliti  allorché  il  popolo  si  ritirò  di  nuovo  su  questo 
monte,  nel  304,  a motivo  della  morte  di  Virginia.  In  tale  con- 
giuntura esso  fece  una  legge  in  forza  di  cui  giurava  di  non  mai 
rivoltarsi  contro  i suoi  tribuni;  e questa  legge  venendo  tenuta 
come  sacra,  causa  il  giuramento  che  accompagnolla,  perciò  il 
monte  su  cui  fu  promulgata,  chiamato  per  l’innanzi  Velia,  eb- 
be nome  di  Monte  Sacro. 

Più  oltre  un  miglio,  fra  le  vie  Nomentana  e Salaria,  nel 
luogo  chiamato  le  Vigne  Nuove,  s’incontrano  dei  ruderi  spet- 
tanti all’abitazione  campestre  di  Faonte,  liberto  di  Nerone,  ove 
questo  scellerato  si  uccise,  e tale  posizione  storica  rimane  de- 
terminata da  Svetonio  in  guisa  da  non  potersi  ingannare. 

Venendo  nuovamente  sulla  via  Nomentana,  ed  avanzando  su 
di  essa,  a quattro  miglia  circa  dal  ricordato  ponte  Nomentano, 
si  trova  a destra  la  tenuta,  detta  Petra  Aurea,  e più  comune- 
mente il  Coazzo.  In  questa  tenuta,  correndo  l’anno  1854,  fu  sco- 
perto, per  cura  della  Congregazione  di  Propaganda  Fide,  l’o- 
ratorio del  pontefice  s.  Alessandro  I colle  attigue  catacombe. 
In  tali  scoperte,  dirette  e promosse  dal  cav.  Gio.  Battista  Gui- 
di, si  rinvennero  vasi,  pitture,  iscrizioni,  simboli  cristiani,  ecc. 


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214  Quarta  Giornata. 

Quest’oratorio  fu  eretto  circa  la  prima  metà  del  II  secolo 
della  chiesa  per  onorare  e racchiudere  i sepolcri  entro  cui  Be- 
verino, matrona  romana,  aveva  deposte  le  gloriose  spoglie  di 
esso  pontefice,  di  Evenzio  prete,  e di  Teodulo  diacono,  i quali 
tutti,  sotto  Traiano,  vennero  in  quel  luogo  coronati  di  martirio. 
Il  primitivo  oratorio  non  presenta  che  un  edilizio  di  mediocre 
grandezza,  ma  colle  diverse  parti  aggiuntevi  in  seguito  risulta 
un  grandioso  santuario.  Il  pontefice  Pio  IX  ordinò  che  su  di 
esso,  conservandolo  però  intatto  e praticabile,  venisse  costruita 
un’ampia  chiesa:  l’esecuzione  venne  affidata  all’architetto  cav. 
Boldrini,  ed  il  16  aprile  1857  la  stessa  Santità  Sua,  pose,  con 
solenne  pompa,  la  prima  pietra  nelle  fondamenta  del  novello 
tempio;  ma  sono  già  parecchi  anni- che  i lavori  restano  sospesi. 

Tornando  alla  porta  Pia,  ed  incamminandosi  per  la  strada  a 
destra,  lungo  le  mura  della  città,  si  giunge  alla 

PORTA  SALARIA. 

Quando  Onorio  ricostruì  il  recinto  di  Roma,  sostituì  all’antica 
porta  Collina  di  Servio  la  porta  Salaria,  la  quale  tolse  l’odier- 
no nome  dalla  vetusta  via  Salaria  su  cui  trovavasi.  Alarico  re 
de'  Goti,  l’anno  409,  entrò  come  nemico  per  questa  porta,  met- 
tendo a fuoco  gli  edifizi  ad  essa  propinqui  entro  il  recinto  della 
città,  come  appunto  sappiamo  da  Filostorge,  da  Orosio,  e da 
Procopio.  Sembra  che  questo  lato  della  città  fosse  sempre  stato 
il  più  debole,  giacché  prima  di  tale  irruzione  dei  Goti,  i Galli  vi 
erano  entrati  dalla  porta  Collina,  ed  Annibaie,  apparccchiavasi 
ad  assaltarla  da  questa  parte,  allorquando  i ripetuti  uragani  lo 
costrinsero  a ritirarsene.  — A circa  un  quarto  di  miglio  fuori 
della  medesima,  s'incontra  la 

VILLA  GIÀ1  ALBANI  OGGI  TORLONIA. 

Questa  rinomata  villa,  una  delle  più  osservabili  di  Roma , 
venne  formata  verso  la  metà  dello  scorso  secolo  dal  card.  Ales- 
sandro Albani,  che  diedene  il  disegno,  affidandone  l'esecuzione 
a Carlo  Marchionni:  e siccome  lo  stesso  cardinale  era  grande  a- 
matore  e conoscitore  di  antichità,  cosi  raccolse  un  prodigioso 
numero  di  statue,  di  busti,  di  bassorilievi,  di  sarcofaghi,  di  co- 
lonne, d’iscrizioni,  e di  altri  antichi  monumenti,  coi  quali  ornò 
la  sua  villa,  consigliandosi  in  ciò  coU’immortal  Winckelmann; 
di  modo  che  vuoisi  la  medesima  riguardare  come  un  ricco  mu- 
seo di  antichità. 


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Palazzo  della  Villa,  già  Albani.  215  . 

PALAZZO  DELLA  VILLA,  GIÀ’  ALBANI. 

Questo  palazzo  si  compone  d’un  vasto  appartamento,  sorret- 
to, dalla  parte  del  giardino,  da  un  magnifico  portico  in  arcate 
con  decorazione  di  colonne,  pilastri,  e marmi  antichi.  Alle  due 
estremità  di  esso  si  trova  l’entrata  di  un  vestibolo,  da  ciascuno 
de’  quali  si  ha  ingresso  in  una  galleria  a terreno.  Tali  gallerie 
costituiscono  le  ali  di  questo  ricco  palazzo,  e ciascuna  rimane 
compiuta  dal  prospetto  d’un  grazioso  tempietto,  avetìdo  una  de- 
corazione di  colonne  quasi  tutte  in  granito,  settanta  in  com- 
plesso, compresevi  quelle  del  portico. — Da  sinistra  di  chi  guar- 
da il  palazzo,  8’ entra  nel 

vestibolo  delle  cariatidi.  — Entro  il  nicchione  si  ammira 
la  celebre  Cariatide,  o Cenefora,  portante  il  nome  degli  scultori 
Critone  e Nicolao,  ateniesi.  Nella  base  è scolpito  d’alto  rilievo 
Capanèo  fulminato  da  Giove:  dai  lati  sono  due  vere  Cariatidi 
simili  fra  loro,  ed  i busti  di  Tito  e di  Vespasiano,  e al  di  sopra 
è posta  una  maschera  colossale  di  Sileno. — Da  quivi  si  passa, 
a sinistra,  nella 

galleria.  — Fra  il  copioso  novero  d’erme  quivi  raccolte,  le 
più  certe  e le  più  interessanti  sono  quelle,  d’Alessandro  il  Gran- 
de, che  è la  seconda  a destra;  di  Scipione  Affricano,  che  è la 
terza,  e quelle  di  Temistocle,  di  Omero  e di  Epicuro,  che  sono 
le  prime  tre  dal  canto  sinistro.  Tra  le  statue  osserveremo  pri- 
mieramente quella  creduta  di  Marco  Bruto,  uccisore  di  Cesare, 
avente  un  pugnale  nella  destra,  o secondo  altri,  stimata  di  Ar- 
modio,  e che  noi  riteniamo  sia  la  statua  di  un  attore,  oppure  di 
uno  schiavo  ; poscia , nelle  due  ultime  nicchie,  la  statua  di  una 
Musa  ed  una  Venere.  — Torniamo  al 

portico.  — Incontro  al  descritto  vestibolo  delle  Cariatidi,  si 
scorge  la  statua  sedente  di  Augusto,  ed  innanzi  al  primo  pila- 
stro a destra,  avvi  la  celebre  erma  di  Mercurio,  con  iscrizione 
greca  e latina.  Nella  prima  nicchia  è la  statua  di  Tiberio:  ven- 
gono dopo  le  statue  di  Lucio  Vero,  e di  Traiano.  Nel  mezzo 
vuoisi  osservare  una  tazza  oblunga  in  paoriazzetto;  una  bella 
statua  di  Faustina,  trovata  presso  il  Foro  di  Nerva,  e due  are 
rotonde,  fra  le  quali  è una  gran  tazza  di  cipollino.  Nelle  altre 
nicchie  veggonsi  le  statue  di  Marc’Aurelio,  d’Antonino  Pio  e di 
Adriano.  Nel  mezzo  avvi  un’altra  bella  tazza  in  paonazzetto  e le 
statue  di  Agrippina  e di  Giulio  Cesare.  Sulle  nicchie  sono  mu- 
rati sei  fregi  e sei  grandi  maschere.  — Alla  metà  del  portico  si 
trova  l'ingresso  del 


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216  Quarta  Giornata. 

vestibolo  ovale.  — È questo  decorato  con  bassorilievi  mo- 
derni in  gesso,  copiati  dagli  antichi,  e con  istatue,  delle  quali 
quella  che  si  presenta  di  faccia  a sinistra,  figura  una  matrona 
romana  in  effigie  di  Cerere,  e si  crede  che  l’altra  a destra  rap- 
presenti Iside.  Sull’alto  delle  pareti  si  veggono  tre  maschere 
colossali,  una  tragica,  e le  altre  di  Bacco  e di  Ercole.  — A si- 
nistra si  entra  in  un  corridoio  ov’è  la  scala  che  mette  al  grande 
appartamento:  in  esso  corridoio  scorgesi  un.  bassorilievo  con 
Homa  trionfante,  ed  un  antico  dipinto  che  si  stima  rappresenti 
Livia  ed  Ottavia  in  atto  di  sacrificare  a Marte. 

Parecchi  bassorilievi  sono  murati  nelle  pareti  della  scala  ; e 
giunti  al  primo  ripiano  si  osserva  a destra  il  bassorilievo,  di  ot- 
tima esecuzione,  rappresentante  i figliuoli  di  Niobe  fulminati  da 
Diana,  e di  prospetto  il  Genio  di  un  monte,  o secondo  altri,  Fi- 
lottete  nell’isola  di  Lenno.  — La  prima  sala  del  sontuoso  appar- 
tamento è la 

sala  ovale.  — A sinistra  entrando  si  vede  una  statua  cre- 
duta uno  de’  Tolomei,  opera  di  Stefano,  scolare  di  Prassitele: 
incontro  è un  bell’Amorino  che  tende  l’arco,  e sonovi  anche 
quattro  Fauni,  un  Sileno,  ed  un  Mercurio.  Attorno  alla  gran 
tazza  posta  nel  centro  della  sala  veggonsi  scolpiti,  un  baccanale 
ed  Ercole  in  riposo.  Il  bassorilievo  superiormente  alla  finestra, 
decorato  con  due  belle  colonne  di  giallo  antico,  rappresenta  le 
carceri  di  un  circo,  e tre  c arri  con  amorini.  Le  pitture  della 
volta  sono  del  Bicchierai,  i chiaroscuri  appartengono  al  Lapic- 
cola, ed  i paesi  a Paolo  Anesi.  — Da  mano  diritta  si  entra  nella 

galleria.  — Questa  magnifica  galleria  ha  tutte  le  pareti  in- 
crostate di  marmi  colorati  sceltissimi,  e va  ricca  di  quattro  co- 
lonne di  cipollino,  e di  pilastri,  otto  de’  quali  sono  adorni  di  mu- 
saici, gli  altri  con  fregi  eseguiti  ad  intarsio  con  marmi  di  colori 
diversi.  Sulle  porte  sono  due  bassorilievi  con  trofei  squisitamen- 
te lavorati.  Il  migliore  de’  bassorilievi  di  questa  galleria  è quello 
collocato  tra  le  finestre,  rappresentante  Ercole  e le  Esperidi. 
L’altro  che  osservasi  dopo,  esprime  Dedalo  ed  Icaro,  ed  in  quel- 
lo incontro  scorgesi  scolpito  Alessandro  col  suo  cavallo  Buce- 
falo. Sulla  porta  è un  bassorilievo  di  stile  greco  antico  in  cui  fi- 
gurano, Venere,  Diana,  Apollo  e la  Vittoria,  con  in  fondo  il 
tempio  di  Delfo  ed  il  suo  sacro  recinto.  Nell’altro  successivo  si 
scorge  Marco  Aurelio  sedente  con  Faustina  sua  moglie,  sotto 
effigie  della  Pace.  Anche  le  due  statue  di  Giove  ePallade,  entro 
lq  nicchie,  meritano  d’essere  considerate.  I tre  quadri  della  vol- 
ta sono  opere  bellissime  del  Mengs,  il  quale  espresse  in  quello 


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Palazzo  della  Villa.  217 

di  mezzo  Apollo  e Mnemosine  sul  Parnaso,  con  attorno  le  Muse: 
i chiaroscuri  sono  del  Lapiccola. 

prima  sala  a destra.  — Essa  contiene  otto  erme,  fra  le  qua- 
li è bellissima  quella  di  Socrate.  Il  bassorilievo,  d’antico  stile 
greco,  è opera  stimata  assai,  e vi  si  vede  espressa  Euridice  che 
dà  l’estremo  addio  ad  Orfeo,  mentre  vien  ricondotta  nell’Èrebo 
da  Mercurio.  La  volta  di  questa  sala  e delle  successive  furono 
colorite  dal  Bicchierai. 

seconda  sala.  — Fra  i dipinti  che  qui  si  osservano,  sono  di 
maggior  conto:  una  stupenda  composizione,  detta  Baccanale, 
disegnata  e colorita  in  carta  da  Giulio  B ornano;  un  quadro  cre- 
duto di  Pietro  Perugino,  ove  si  osservano  il  Presepe,  l’Annun- 
ziazione  di  Maria,  e la  Crocefissione  di  Cristo;  una  pregevole  De- 
posizione di  croce,  del  Wanderwerf,  ed  una  effigie  del  Beden- 
tore,  di  Agostino  Caracci.  — Nella  terza  sala  si  conservano 
alcuni  cartoni  di  Federico  Barocci:  la  quarta  ha  una  decorazio- 
ne cinese.  — Torneremo  ora  nella  galleria  per  osservare  le  ca- 
mere a sinistra. 

prima  sala. — Quivi  ammirasi  il  famoso  bassorilievo  dell’An- 
tinoo,  trovato  nella  villa  Adriana  in  Tivoli,  il  quale  per  la  perfe- 
zione del  lavoro  è il  più  insigne  di  tutti  quelli  esistenti  nella  vil- 
la: i due  bassorilievi  in  gesso,  sopra  le  porte,  esprimenti  il  Gior- 
no e la  Notte,  furono  cavati  dai  fcarmi  scolpiti  dal  Thorwaldsen. 

seconda  sala.  — Qui  osserveremo  da  prima  il  gran  bassorilie- 
vo, scoperto  presso  l’arco  di  Gallieno  nel  1764,  in  cui  si  stima 
sia  rappresentato  Polluce  che  uccide  Linceo,  in  vendetta  della 
morte  di  Castore  suo  fratello.  Più  sotto  si  scorge  un  bassorilie- 
vo di  stile  etrusco,  in  cui  vennero  scolpiti  Mercurio,  Apollo, 
Pallade  e Diana:  le  statue  rappresentano  un  sacerdote,  due  sa- 
cerdotesse etnische , e Pallade  : le  quattro  urne  d’alabastro  di 
V olterra  sono  etnische:  i due  più  rimarchevoli  bassorilievi  fra 
quelli  che  fregiano  le  pareti,  sono,  quello  rappresentante  la  pu- 
gna d’Apollo  con  Ercole  per  il  tripode  sacro,  e l’altro  con  Be- 
renice che  sacrifica  i proprii  capelli  per  ottenere  il  ritorno  di  To- 
lomeo E vergete  suo  marito. 

terza  sala.  — In  questa  sala  si  conservano  diversi  cartoni: 
quello  rappresentante  Ercole,  è di  Annibaie  Caracci,  gli  altri 
sono  di  Domenichino.  Inoltre  v’è  un  quadro  diviso  in  alquanti 
compartimenti,  eseguito  nel  1475  da  Niccola  Fulgina,  che  di- 
pinsevi  la  Madonna  col  Bambino  ed  alquanti  santi.  Vien  poi 
un  ricco 


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218  Quarta  Giornata. 

gabinetto.  — Esso  ha  il  pavimento  in  musaico,  e la  volta  fu 
dipinta  dal  Lapiccola.  In  questo  gabinetto  si  ammirano:  una 
piccola  Pallade  ed  un  Apollo  Sauroctono.  ambidue  in  bronzo, 
essendo  quest’ultimo  d’una  meravigliosa  bellezza;  una  statuina 
di  Diogene;  il  celebre  bassorilievo  del  riposo  di  Ercole,  con  i- 
scrizione  greca;  il  ritratto  di  Persio  il  satirico  in  bassorilievo; 
un  Faunetto;  una  statuina  rarissima  in  plasma  di  smeraldo, rap- 
presentante Osiride  seduta;  una  Diana  di  alabastro,  colla  testa, 
le  mani  ed  i piedi  in  bronzo;  un  Serapide  di  Canopo  in  basalte 
verde,  con  simboli  egizi  di  ribevo;  l’Èrcole  Farnesiano  di  Ghco- 
ne,  in  bronzo;  due  statuine,  la  Pallade  velata  ed  il  piccolo  pa- 
store dormiente;  il  rarissimo  busto  di  Esopo;  un  altro  Faunetto, 
e la  statua  di  Pallade  in  alabastro,  col  capo,  le  mani  ed  i piedi 
di  bronzo.  In  questo  gabinetto  sono  pure  dieci  busti  d’alabastro 
col  capo  di  marmo  bianco,  diversi  bassorilievi  e taluni  vasi.  — 
Traversando  tre  camere,  due  delle  quali  decorate  di  arazzi,  l’al- 
tra con  alquanti  quadri,  scendiamo  nuovamente  nel  portico  e 
visitiamo  il 

vestibolo,  detto  di  Giunone.  — Esso  è simile  a quello  delle 
Cariatidi,  avendone  uguale  la  forma  e la  decorazione.  Oltre  la 
statua  di  Giunone  e le  due  Cariatidi,  vi  si  scorgono  i busti  di 
Lucio  Vero,  di  Marco  Aurelio,  di  Socrate,  e di  Pertinace.  — 
Entriamo  nella  • 

galleria.  — Quivi  sono  le  statue:  di  una  Baccante  che  dan- 
za, d’un  Fauno  con  Bacco  fanciullo,  di  un  altro  Fauno,  di  A- 
pollo,  di  Diana,  di  un  preteso  Caio  Cesare,  e di  un  altro  Fauno. 
Le  erme  constatate  sono  quelle  di  Euripide,  e di  Numa:  nell’e- 
sterno del  vaso  collocato  in  mezzo,  è scolpita  una  danza  bacchi- 
ca: le  due  tazze,  una  di  granito  nero,  l’altra  di  breccia  affrieana, 
vengono  tenute  in  gran  pregio. 

Viene  dopo  una  camera  col  pavimento  in  musaico  antico,  or- 
nata con  due  colonne,  una  delle  quali  incrostata  di  diaspro  di 
Sicilia,  l’altra  d’alabastro  massiccio,  trovata  presso  gli  antichi 
Navalia  nella  vigna  già  Cesarmi,  oggi  Torlonia.  In  questa  ca- 
mera merita  di  essere  osservato  un  magnifico  sarcofago  in  mar- 
mo, rappresentatevi  le  nozze  di  Peleo  eTeti,  ed  un’ara  rotonda, 
scolpitavi  attorno  una  danza  trionfale  romana.  Nel  corridoio  se- 
guente sono  collocate  le  belle  statue  rappresentanti,  un  sacer- 
dote etrusco,  e Livia  sotto  forme  di  Giunone,  in  atto  di  sacrifi- 
care. — Seguono  quattro  gabinetti. 

primo  gabinetto.  — Fra  i bassorilievi  in  marmo  bianco,  in- 
cassati nelle  pareti,  quello  in  cui  si  scorge  Diogene  nella  botte 


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Palazzo  della  Villa. 


219 


disputando  con  Alessandro  il  Grande,  è interessante  pel  sog- 
getto: il  bassorilievo  in  rosso  antico,  figurante  Dedalo  che  la- 
vora le  ali  per  Icaro,  merita  ancli’esso  di  essere  osservato.  Qui- 
vi sono  raccolti  anche,  un  paese  colorito  a fresco;  la  testa  colos- 
sale di  un  fiume;  parecchi  bassorilievi  in  terra  cotta,  ed  altri  og- 
getti di  antichità. 

secondo  gabinetto.  — Rimane  decorato  da  otto  colonne,  e 
contiene  quattro  statue  di  Ercole , una  statua  di  Leda  ed  una 
magnifica  tazza  in  marmo  bianco  di  quasi  7 metri  di  circonfe- 
renza: aH’intorno  di  questa  tazza  veggonsi  scolpite  le  fatiche  di 
Ercole,  ed  infatti  fu  essa  scoperta  nel  luogo  ove  Domiziano  e- 
resse  un  tempio  a quèlla  divinità,  cioè  all'ottavo  miglio  dell’an- 
tica via  Àppia. 

terzo  gabinetto.  — Esso  va  adorno  di  sei  colonne  e di  di- 
versi marmi  antichi,  fra’  quali  sono  più  interessanti:  il  piccolo 
bassorilievo  esprimente  Ifigenia  in  Tauride,  pronta  ad  immolare 
Pilade  e Oreste  sull’ara  di  Diana,  soggetto  rarissimo;  un  antico 
musaico,  in  cui  è figurata  l’inondazione  del  Nilo,  ed  un  bassori- 
lievo in  paonazzetto,  esprimente  un  baccanale,  il  quale  è mura- 
to sulla  porta,  e fu  scoperto  nella  villa  Adriana  in  Tivoli. 

quarto  gabinetto.  — Ne  costituiscono  l’ornamento  otto  co- 
lonne scanalate,  una  statua  di  Apollo  seduto  sul  tripode,  ed  al- 
tre sculture  antiche. 

Su  i muri  esterni  sono  molti  antichi  monumenti  nel  cui  no- 
vero meritano  riguardo,  il  bassorilievo  collocato  sulla  porta  e- 
sprimente  la  pugn  a fra  Achille  e Ménnone,  ed  il  prezioso  fram- 
mento del  cornicione  del  tempio  di  Traiano,  tratto  dalle  ruine 
del  suo  Foro  nel  1767.  — Un  bel  viale  di  verdura,  abbellito  da 
gran  quantità  di  marmi  antichi,  fa  capo  ad  un  piccolo  edifizio 
appellato  il 

BIGLIABDO. 

Il  portico  di  questo  edifizio  rimane  adorno  da  dodici  colonne, 
da  parecchie  erme,  e da  un  bassorilievo.  Il  salone  del  Bigliardo 
è decorato  con  otto  colonne,  due  di  verde  antico,  due  di  breccia 
d’Egitto,  e quattro  di  aftricano,  osservandovi  due  statue  che  si 
pretende  siano  due  Tolomei,  oltre  quelle  di  Massimo,  di  Bacco, 
e di  Giacinto,  come  pure  un  simulacro  creduto  di  Geta. 

Le  due  sale  contigue  contengono  alcuni  busti  antichi,  ed  una 
di  esse  è decorata  con  14  belle  colonne:  le  pitture  della  volta 
appartengono  a Domenico  e Serafino  Fattori.  — Uscendo  di  qui, 
ed  attraversando  il  giardino,  si  giunge  al  grazioso  emiciclo  del 

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220 


Quarta  Giornata. 


COFFEE-IIOl  SE. 

Questo  bell’edifizio  lia  un  portico  semicircolare  sorretto  da 
pilastri  e da  26  colonne,'  la  maggior  parte  di  granito.  Ivi  si  os- 
servano le  statue  di  Mercurio,  di  Achille,  di  Apollo,  di  Diana, 
di  due  Cariatidi,  o piuttosto  Canefore,  di  Venere,  di  Ercole,  di 
una  pretesa  Saffo,  e di  Bacco,  la  cui  testa  è sorprendente.  So- 
pra 20  colonne,  rispondenti  a quelle  che  sorreggono  le  arcate 
del  portico,  stanno  altrettante  statuine:  sono- anche  nel  luogo 
stesso  20  busti  e 20  erme,  e sull’alto  10  maschere  sceniche  an- 
tiche. Fra  i busti  e Ferme  meritano  speciale  riguardo,  come  ri- 
tratti, quelli  d’Isocrate  e di  Cresippo,  quelli  rarissimi  di  Caligo- 
la  e di  Balliino,  e l’idtro  di  Quipto  Ortensio,  oratore  famoso,  u- 
nico  ritratto  che  di  lui  si  abbia. 

vestibolo.  — Nel  centro  di  esso  è locata  una  gran  tazza  di 
breccia  egiziana,  e negli  angoli  vi  sono  quattro  statuine  di  comi- 
ci. Nei  vestiboli  laterali  si  osservano  le  grandi  statue  di  Marzia 
e Giunone,  due  bassorilievi,  parecchio  altre  statue  comiche  ed 
un  Sileno.  Sull’ingresso  alla  galleria  si  scorge  un  bassorilievo 
rappresentante  Arione,  nato  da  Cerere  e Nettuno. 

galleria.  — Di  fianco  all’ingresso,  sono  i busti  di  Caracalla 
e Pertinace,  e da  destra  seguono:  la  statua  di  Diana  Efesina, 
avente  la  testa,  le  mani  ed  i piedi  di  nero  antico;  un  busto  in- 
cognito ed  una  s:  atua  di  Giunone,  entro  la  sua  nicchia,  sopra 
una  base  fregiata  di  un  antico  musaico,  ov’è  espressa  una  scuola 
di  medici.  Dai  canti  della  finestra  stanno  due  preziosi  busti,  uno 
in  rosso  antico  coll'effigie  di  Lucilla,  e l'altro  in  porfido,  il  quale 
si  crede  rappresenti  Berenice,  ambidue  colla  testa  di  basalte. 

Lungo  l’altra  parete  faremo  osservare,  il  celebre  busto  di  Gio- 
ve Serapeo  in  pietra  di  paragone  col  capo  di  basalte;  un  Ibi  in 
rosso  antico  sopra  una  colonna  di  marmo,  adorna  d’intagli; 
Atlante  che  sostiene  i dodici  segni  dello  zodiaco  con  Giove  assi- 
so nel  mezzo,  ed  un  bel  candelabro.  La  statua  innanzi  alla  fine- 
stra rappresenta  una  Satiressa:  nella  nicchia  prossima  è una  nin- 
fa posta  su  base  fregiata  di  un  musaico  esprimeute  Esione  espo- 
sta al  mostro  e liberata  da  Ercole;  finalmente  si  vede  una  Dia- 
na Efesina  con  testa,  mani  e piedi  di  bronzo.  Il  pavimento  di 
questa  galleria  si  compone  d’un  antico  musaico;  il  quadro  prin- 
cipale nella  volta  fu  eseguito  dal  Lapiccola,  che  vi  copiò  in 
grandi  proporzioni  un  baccanale  disegnato  da  Giulio  Romano; 
i quadretti  sono  dol  Bicchierai.  — Uscendo  dalla  villa  e prose- 
guendo il  cammino  sulla  via  maestra,  si  giunge,  dopo  circa  due 
miglia  e mezzo,  al 


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Ponte  Salario. 


221 


PONTE  SALARIO. 

Esso  è situato  sopra  l’ Aniene,  detto  volgarmente  Peperone; 
venne  distrutto  da  Totila,  e riedificato  da  Narsete  dopo  la  vitto- 
ria riportata  sui  Goti.  Su  questo  ponte,  350  anni  avanti  l’era  cri- 
stiana, Manlio  uccise  un  soldato  gallo  che  avevaio  sfidato,  per 
decidere  quale  delle  due  nazioni  fosse  più  valente  in  guerra;  per 
questa  valorosa  azione,  che  reselo  padrone  del  torques,  o colla- 
na d’oro  di  cui  i Galli  si  fregiavano,  egli  ricevette  il  sopranno- 
me di  Torquato,  il  quale  trasmise  ai  suoi  discendenti.  Vicino  al 
ponte,  sulla  destra  dell’ Aniene,  vuoisi  osservare  la  posizione  di 
Antemne,  una  delle  più  antiche  città  del  Lazio,  e la  prima  con- 
quista di  Romolo:  essa  rimaneva  sul  colle  che  elevasi  al  confluen- 
te dell’ Aniene  col  Tevere.  Le  pianure  e le  colline  a destra,  al  di 
là  del  ponte,  furono  spettatrici  di  parecchi  celebri  avvenimen- 
ti, fra’  quali  vuoisi  ricordar  la  battaglia  fra  Tulio  Ostilio,  ed  i 
Veienti  e Fidenati,  ed  anche  il  tradimento  ed  il  supplizio  di  Me- 
zio  Fufezio  capitano  degli  Albani,  quel  medesimo  che  cagionò 
la  mina  d’ Albalonga.  La  torre  che  sorge  a sinistra  della  strada, 
un  quarto  di  miglio  dopo  il  ponte,  ha  le  fondamenta  sul  nucleo 
d’un  antico  sepolcro  incognito. 

A poca  distanza  dal  ponte  Salario,  se  ne  trova  un  altro  con 
impalcatura  di  ferro,  sorretta  da  piloni  in  pietra  da  taglio,  il  qua- 
le serve  alla  linea  di  ferrovia  da  Roma  all’ Adriatico. — Rientran- 
do in  città  per  la  medesima  porta  Salaria,  si  trova  a diritta  la 
vigna,  già  Mandosia,  ove  esistono  gli  avanzi  degli 

ORTI  DI  SALLUSTIO. 

Il  celebre  storico  romano,  Sallustio,  dopo  aver  governato  l’ Af- 
frica in  nome  di  Giulio  Cesare,  tornato  in  Roma,  fondò  degli  orti 
magnifici,  i quali  occupavano  ima  parte  della  valle  fra  il  Quiri- 
nale ed  il  Pincio,  ed  una  porzione  di  questo.  Dopo  la  morte  di 
lui,  tali  orti,  o giardini,  furono  ereditati  da  un  suo  nipote,  che 
fu  amico  di  Augusto  e di  Tibferio,  ed  il  quale  finì  la  vita  nell’an- 
no ventesimo  dell’era  cristiana.  Da  quell’epoca  caddero  nel  do- 
minio imperiale,  o si  sa  che  Nerone  vi  dimorò  talvolta,  che  Ve- 
spasiano si  dilettava  di  soggiornarvi,  cheNervavi  moriva,  e che 
Aureliano,  conquistata  Paimira,  passò  i suoi  giorni  in  questa 
campestre  delizia,  pigliando  piacere  a far  correre  i suoi  cavalli 
vicino  al  portico  Miliarensis,  ornato  da  lui,  e forse  così  detto, 
o per  la  sua  estensione  di  mille  piedi  romani  antichi,  o pel  nu- 


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222 


Quarta  Giornata. 

mero  delle  sue  colonne.  Nel  409  dell’era  cristiana,  Alarico  re  dei 
Goti  incendiò  questi  orti,  e da  quel  tempo  rimasero  abbandonar- 
ti. Nella  vigna  Mandosia  in  cui  siamo,  si  riconosce  ancora  il  sito 
d’un  circo,  detto  dagli  antichi  circo  di  Sallustio,  ove  si  trovò 
l’obelisco  posto  oggi  sulla  piazza  della  Trinità  de’Monti:  si  rico- 
noscono eziandio  gli  avanzi  della  casa,  un  tempio  conservato 
molto  bene,  che  sembra  fosse  quello  di  Venere,  ricordato  da 
un’antica  iscrizione  e nel  catalogo  di  Rufo,  e delle  stupende  so- 
struzioni in  forma  di  nicchie,  erette  a sostegno  del  Quirinale. 
Limitrofi  alla  vigna  Mandosia,  ma  in  situazione  molto  elevata 
ed  assai  deliziosa,  sono  gli  orti  già  Barberini,  oggi  Spithftver. 
In  questi  orti  si  scorgono  alcuni  avanzi  dei  muri  di  Servio  Tul- 
lio, formati  di  massi  quadri  in  tufa  bigia;  e vi  si  distingue  perfet- 
tamente il  principio  dell 'Aggere  di  quel  sesto  re  di  Roma;  presso 
del  qual  baluardo,  verso  la  città,  era  il  campo  scellerato,  in  cui 
venivano  sotterrate  vive  le  vestali,  colpevoli  d’aver  perduto  la 
verginità.  — Poco  lungi  dalla  ricordata  vigna  Mandosia  è la 

VILLA  LUDO  VISI. 

Il  card.  Ludovico  Ludovisi,  nipote  a Gregorio  XV,  fu  il  fon- 
datore di  questa  deliziosa  villa,  oggi  appartenente  al  principe  di 
Piombino,  della  famiglia  Boncompagni.  Essa  contiene  tre  pa- 
lazzi, il  maggiore  dei  quali,  eretto  coi  disegni  di  Domeuichino, 
è quello  che  si  trova  a sinistra,  non  lungi  dall’  ingresso.  La  fac- 
ciata è decorata  con  quattro  statue  antiche,  ma  nell’interno  nulla 
si  trova  d’interessante.  Di  faccia  a questo  palazzo  sono  due  pla- 
tani orientali  di  straordinaria  grandezza.  Il  secondo  palazzo,  che 
rimane  a destra  entrando  nella  villa,  contiene  una  considerevole 
raccolta  di  antiche  sculture,  disposte  in  due  grandi  sale  al  pia- 
no terreno:  noi  verremo  accennando  quelle  di  esse  che  sono  più 
pregevoli. 

prima  sala.  — 2.  Urania,  musa  dell'astronomia.  — 3.  Erma 
muliebre,  eccellente  lavoro  greco.  — 4.  Pane,  che  insegna  ad 
Olimpo  a suonare  la  sampogna.  — * 8.  Statua  con  una  face  nella 
destra,  ed  in  atto  di  celebrare  le  orgie;  il  torso,  che  è antico,  è 
di  buona  scultura.  — 10  ed  11.  — Due  soggetti  cavati  da  un 
solo  masso  di  marmo  e tuttora  congiunti  insieme,  cioè,  un  fan- 
ciullo che  scherza  con  un’oca,  ed  una  vezzosa  Venere  uscita  dal 
bagno.  — 13.  Sorprendente  figura  interamente  nuda,  creduta 
una  Cleopatra.  — 14.  Bellissimo  ritratto  semicolossale  di  Mati- 
dia  Augusta,  figlia  della  sorella  di  Traiano.  — 15.  Una  superba 


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Villa  Ludovisi. 


223 


statua  sedente  di  un  senatore,  sulla  cui  toga  si  legge,  in  greco, 
il  nome  dello  scultore  Zenone.  — 16.  in  alto,  un  bassorilievo 
rappresentante  le  fatiche  di  Ercole.  — 20.  Testa  colossale  di 
Giunone,  rarissima  scultura  di  antico  stile  greco.  — 24.  Mercu- 
rio.— 25.  Attrice,  o danzatrice,  vestita  colla  sistide , e coi  piedi 
nudi.  — 28.  Una  testa  di  Venere.  — 30.  Statua  di  Venere  pu- 
dica. — 35.  Gentile  statuina  di  Euterpe  mancante  di  braccia.  — 
3 7.  Gruppo  di  Amore  e Psiche.  — 39.  Vespasiano  Augusto  in 
abito  sacerdotale,  statua  colossale  magnificamente  panneggia- 
ta. — 40.  Busto  di  Adriano.  — 41.  Gruppo  d'un  Satiro  con  una 
Ninfa.  — 42.  Bella  erma  di  Mercurio.  — 45.  Venere  Afrodite, 
che  esce  dalla  spuma  del  mare,  stringendo  colla  sinistra  un  del- 
fino, ed  avente  presso  di  sè  un  amorino  che  si  dispone  ad  asciu- 
garla. — 46.  Minerva  Pacifera,  erma  di  eccellente  scultura  gre- 
ca. — 47.  Calliope,  musa  della  poesia  epica. 

seconda  sala.  — 1.  Marte  in.riposo,  capolavoro  di  antica 
scultura,  trovato  nel  recinto  del  portico  di  Ottavia,  e ristorato 
dal  Beniini.  — 4.  Apollo  sedente,  col  plettro  nella  destra,  e la 
lira  nella  sinistra.  — 5.  Minerva  Medica,  superba  scultura  greca. 
— 7.  Celebre  gruppo  di  Oreste  riconosciuto  da  sua  sorella  Elet- 
tra, lavoro  pregiatissimo  dell’  artefice  greco  Menelao,  scolare  di 
Stefano,  conforme  l’indica  l’iscrizione.  — 9.  Un  Satiro  giova- 
ne, statua  in  cui  alla  sublime  esecuzione  si  congiungono  la  ele- 
ganza di  forme,  ed  una  quasi  perfetta  conservazione. — 13.  Esio- 
ne,  figlia  di  Laomedonte  re  di  Troia:  in  questo  stupendo  busto 
credono  alcuni  riconoscere  Paride.  — 14.  Bacco  ed  Ampelo, 
gruppo  di  bella  scultura  greca,  scoperto  sul  Quirinale.  — 15. 
Giunone  Regina,  ossia  la  Fortuna,  busto  condotto  da  valente 
scarpello  greco. — 21,  Marco  Aurelio,  testa  colossale  di  bronzo, 
col  busto  in  porfido,  e paludamento  di  metallo  dorato.  — 23. 
Antonino  Pio,  statua  di  molto  pregio.  — 26.  Bacco  giovane, 
statua  assai  lodevole. — 27.  Testa  rarissima  di  Giulio  Cesare,  in 
bronzo,  adattata  su  d’un  busto  coperto  di  paludamento. — 28.  Un 
Gallo  che  si  uccide  dopo  aver  messo  a morte  una  donna  che 
•sorregge  colla  sinistra,  e forse  più  probabilmente,  Emone  che 
sostiene  Antigone.  Questa  opinione  ne  sembra  più  verosimile 
fra  quante  se  ne  azzardarono  relativamente  al  vero  soggetto  d’un 
cosi  stupendo  gruppo;  imperocché,  molti  archeologi,  non  fra 
loro  d’accordo,  stimarono  riconoscere  in  esso  Arria  e Peto;  Car 
nace  e Macareo,  o pure  Canace  ed  il  Satellite;  Piramo  e Tisbe, 
ed  anche  Fabio  Massimo  e Marcia.  — 30.  Mercurio,  superba 
statua  greca.  — 34.  Una  leggiadra  Venere  uscita  dal  bagno.  — 


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224  Quarta  Giornata. 

37.  Busto  dell’imperatore  Macrino,  di  buona  scultura  e rarissi- 
mo pel  soggetto.  — 38.  Statua  di  Esculapio,  opera  anche  que- 
sta di  buon  lavoro.  — 41.  Maravigliosa  testa  colossale  di  Giu- 
none. — 42.  Sull’alto,  un  frammento  di  egregio  bassorilievo, 
esprimente  il  giudizio  di  Paride.  — 43.  Plutone  che  rapisce  Pro- 
Berpina,  capolavoro  di  moderna  scultura,  uscito  di  mano  del  cè- 
lebre Bernini.  — 47.  Gesso  della  famosa  statua  di  Eschine, 
esistente  nel  museo  di  Napoli,  creduta  da  prima  il  simulacro  di 
Aristide.  — 49.  Statua  di  una  imperatrice,  il  cui  volto  ha  qual- 
che somiglianza  coi  ritratti  di  Messalina  Augusta,  moglie  di 
Claudio.  — 50.  Busto  di  Antinoo.  — 51,  53,  55.  Sono  tre  sta- 
tue di  buona  scultura  greca,  le  quali  rappresentano  Pallade  Ilia- 
ca, Apollo  pastore,  ed  un  eroe  in  riposo. 

Nel  terzo  palazzo  si  ammira  un  superbo  affresco  di  Guercino, 
in  cui  espresse  1’  Aurora  seduta  nel  suo  carro,  scacciando  in- 
nanzi a sè  la  Notte,  e spargendo  fiori.  In  una  lunetta  della  volta 
contenente  il  suddetto  dipinto,  si  vede  l’apparire  del  Giorno,  fi- 
gurato da  un  giovanetto  alato,  con  una  face  in  una  mano  e dei 
fiori  nell’ altra.  Nella  lunetta  incontro  è la  Notte,  simboleggiata 
in  una  donna  che  si  è addormentata  leggendo.  L’appartamento 
superiore  ha  pure  nella  volta  un  affresco  di  Guercino,  non  punto 
inferiore  all’altro,  e nel  quale  l’artefice  espresse  la  Fama,  in  fi- 
gura d’ una  donna  suonante  la  tromba,  e con  in  mano  un  ramo 
di  olivo. 

Nel  parco  di  questa  villa  sonovi  statue,  busti,  bassorilievi, 
urne,  ecc.  Fra  questi  marmi  si  rende  osservabile  un  Satiro  di 
superba  scultura,  che  si  crede  sia  di  Michelangelo.  In  essa  villa 
si  scoperse  l’ enorme  masso  di  granito  egizio  che  si  scorge  quasi 
in  faccia  all’ingresso,  e si  crede  che  su  di  esso  si  ergesse  l’obe- 
lisco di  Sallustio.  — Dirigendosi  per  la  via  che  conduce  al  pa- 
lazzo Barberini,  si  trova  a sinistra,  la 

CHIESA  DI  S.  PICCOLA  DA  TOLENTINO. 

Fu  essa  edificata  nel  1614  dai  principi  Pamphily  con  architet- 
ture di  Giambattista  Baratti;  ma  la  facciata,  abbellita  con  due 
ordini  di  colonne,  venne  rifatta  nello  scorso  secolo.  Il  s.  Giov. 
Battista  nella  cappella  a destra  della  crocera  è opera  diBaciccio. 
L’ aitar  maggiore  fu  eretto  con  disegno  di  Alessandro  Algardi, 
che  condusse  eziandio  i modelli  delle  statue,  le  quali  vennero 
scolpite  da  due  suoi  scolari,  cioè:  il  Padre  Eterno  ed  il  s.  Nic- 
cola,  da  Ercole  Ferrata,  e la  Nostra  Donna,  da  Domenico  Guidi. 


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Chiesa  di  s.  Niccola  da  Tolentino. 


225 


Il  quadro  con  s.  Agnese  che  osservasi  nell’  altra  cappella  di  cro- 
cera  è copia  d’un  dipinto  di  Guercino  esistente  nel  palazzo  Do- 
ria.  La  cappella  della  famiglia  Gavotti  è decorata  di  marmi  e 
di  altri  ornati,  e diedene  i disegni  Pietro  da  Cortona,  il  quale 
colorì  la  volta  con  uno  stile  maraviglioso,  e cominciò  la  piccola 
cupola,  finita  poi,  dopo  la  sua  morte,  da  Ciro  Ferri.  Il  bassori- 
lievo sull’  altare,  rappresentante  la  Madonna  di  Savona,  appar- 
tiene a Cosimo  Fancelli.  Uno  dei  due  quadri  che  si  veggono 
nella  cappella  della  Madonna,  quello  cioè  a dritta,  è del  P.  Raf- 
faele, cappuccino,  e l’ altro  fu  eseguito  da  Giuseppe  Cades. 

Proseguendo  per  la  medesima  via  si  trova  la 

PIAZZA  BARBERINI. 

Questa  piazza,  la  quale  occupa  in  parte  l’area  del  circo  di 
Flora,  piglia  il  nome  dal  palazzo  Barberini  posto  da  un  lato,  e 
per  l’ innanzi  chiamavasi  Grimani  da  un  palazzo  eh’  ivi  aveva 
questa  famiglia.  Nel  mezzo  va  adorna  di  una  bella  fontana,  im- 
maginata dal  Bernini:  essa  si  compone  di  quattro  delfini  che, 
colle  code  sollevate  in  alto,  sostengono  un’ ampia  conchiglia  di- 
schiusa sopra  cui  sta  un  Tritone  in  atto  di  suonar  la  buccina,  dal- 
la quale  esce  un  grosso  gitto  di  acqua,  che  elevasi  mirabilmente. 

Da  un  canto  della  piazza  si  ascende  alla 

CHIESA  DE'  CAPPUCCINI. 

Fu  edificata  dal  card.  Francesco  Barberini,  cappuccino  e fra- 
tello di  Urbano  Vili,  con  architetture  di  Antonio  Casoni.  Entro 
la  prima  cappella  a mano  diritta,  ammirasi  il  celebre  quadro  di 
Guido  Reni  rappresentante  s.  Michele  Arcangelo  in  atto  di  cac- 
ciar Lucifero  nell’inferno.  Nulla  potrebbe  uguagliare  l’ideale 
beltà  del  santo  Arcangelo  e la  delicatezza  dei  contorni  di  questa 
figura.  La  coronazione  di  spine,  sulla  parete  a sinistra,  è di  Ghe- 
rardo Delle  Notti,  quadro  donato  a questa  chiesa  dal  card.  Mi- 
cara, cappuccino.  La  trasfigurazione  di  Cristo  nella  seconda 
cappella  è di  Marco  Baiassi.  Nella  terza  si  ammirano  due  belli 
dipinti  di  Domenicliino:  in  quello  sull’altare,  eseguito  ad  olio,  è 
rappresentato  s.  Francesco  di  Assisi  in  estasi,  nell’altro,  con- 
dotto a fresco,  poscia  trasportato. in  tela,  vedesi  espresso  lo  stes- 
so santo  moribondo.  Sull’  altare  della  quarta  cappella  scorgesi 
T orazione  nell’orto,  di  Baccio  Carpi:  il  monumento  sepolcrale  a 
sinistra,  lavoro  dello  scultore  Antonio  Bisetti,  fu  eretto  nel  1855 

10” 


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226  Quarta  Giornata. 

a monsig.  Giovanni  Corboli  ed  alla  di  lui  madre  Costanza.  Il 
quadro  della  quinta  esprime  s.  Antonio  che  risuscita  un  morto, 
opera  di  Andrea  Sacelli.  La  Concezione  sull’ aitar  maggiore  è 
di  Gioacchino  Bombelli,  e fu  sostituita  ad  un  quadro  con  sog- 
getto simile,  eseguito  da  Lanfranco,  e distrutto  da  un  incendio. 
Camillo  Rusconi  inventò  e scolpi  il  sepolcro  posto  a sinistra  di 
esso  aitar  maggiore,  eretto  ad  Alessandro  Sobieski,  tìglio  a 
Giovanni  III,  re  di  Polonia,  morto  in  Roma  nel  1714. 

Nella  cappella  seguente,  il  quadro  colla  Madonna  e s.  Bona- 
ventura fu  eseguito  dal  summenzionato  Andrea  Sacchi.  La  na- 
scita di  Cristo  nella  successiva  cappella,  venne  colorita  dal  Lan- 
franco. Gesù  morto,  soggetto  espresso  nel  quadro  dell’  altare 
della  terza  cappella,  è del  Camassei,  scolare  di  Domenichino.  Il 
dipinto  della  penultima  cappella,  rappresentante  s. Felice,  venne 
condotto  da  Alessandro  Turchi;  ed  il  s.  Paolo  risanato  dalla  ce- 
cità da  Anania,  espresso  nella  tela  dell’  ultima  cappella,  è uno 
de’  migliori  e più  corretti  lavori  di  Pietro  da  Cortona.  Sulla 
porta  della  chiesa  è collocata  una  copia  in  tela  della  Navicella 
di  Giotto,  musaico  esistente  nel  portico  di  s.  Pietro  in  Vaticano. 
Questa  copia  fu  eseguita  da  un*tal  Francesco  Berretta  per  or- 
dine di  Urbano  Vili. — Uscendo  dalla  descritta  chiesa,  in  fondo 
della  strada  a destra  si  trova  la 

CHIESA  DI  S.  ISIDORO. 

Questa  chiesa,  ove  i pp.  osservanti  irlandesi  hanno  il  con- 
vento ed  un  collegio,  fu  edificata,  assieme  al  detto  convento, 
nel  1620. 1 dipinti  della  prima  cappella  a diritta  sono  di  Carlo 
Maratta,  il  quale  colorì  pure  la  Concezione  nella  cappella  a de- 
stra di  chi  guarda  l’altar  maggiore.  Su  questo  si  vede  il  qua- 
dro di  s.  Isidoro,  opera  molto  bella  di  Andrea  Sacchi.  Anche  le 
pitture  dell’ultima  cappella  spettano  al  Maratta.  — Tornando 
sulla  piazza  Barberini,  e pigliando  la  via  delle  Quattro  Fon- 
tane, si  trova  a sinistra  il  nuovo  ingresso  che  precede  il  palazzo 
Barberini.  Questo  sontuoso'  ingresso,  compiuto  nel  1868,  è ve- 
ramente degno  dell’illustre  e magnanima  famiglia  Barberini,  e 
dell’architetto  cav.  Azzurri,  che  diedene  il  disegno. 

PALAZZO  BARBERINI. 

Sotto  il  pontificato  di  Urbano  Vili  della  famiglia  Barberini, 
ebbe  principio  la  fabbrica  di  così  magnifico  edifizio.  Carlo  Ma- 


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Palazzo  Barberini.  227 

derno  diedene  il  primo  disegno,  Borromiui  lo  continuò,  ed  il 
Bernini  condusselo  a compimento  facendovi  il  prospetto.  La  ma- 
gnificenza di  questo  palazzo  viene  anche  accresciuta  da  una  in-  * 
teressante  raccolta  di  quadri  che  ne  decora  gli  appartamenti  e la 
galleria. 

Sotto  il  portico,  da  mano  sinistra,  è la  scala  principale  deco- 
rata di  statue,  ed  al  secondo  ripiano  si  vede  incassato  nella  pa- 
rete uno  stupendo  leone  antico  scolpito  in  marmo.  A destra  sot- 
to il  medesimo  portico,  ha  principio  la  scala  a chiocciola,  simile 
a quella  costruita  da  Bramante  nel  Vaticano.  Questa  scala  con- 
duce direttamente  alla  galleria  dei  quadri,  divisa  affatto  dagli 
appartamenti,  e si  giunge  ad  essa  per  la  porticina  che  si  trova 
subito  alla  diritta. 

prima  sala.  — Quadri  più  rimarchevoli.  — Parete  a sini- 
stra entrando.  — 5.  Adamo  ed  Èva,  di  Pomarancio.  — 4.  L’an- 
nunciazione di  Maria  sulla  maniera  di  Coreggio.  — 3.  Quadret- 
to di  Andrea  Sacchi,  in  cui,  tra  folto  popolo,  primeggiano,  la 
figura  di  s.  Antonio  e quella  di  un  morto  tornato  in  vita  per 
prodigio  del  santo  stesso.  — Parete  delle  finestre.  — 21.  s.  Ce- 
cilia, di  Lanfranco.  — 19.  Lo  sposalizio  di  s.  Caterina,  delPar- 
migiauino.  — Parete  successiva.  — 16.  Un  gran  quadro  diBe- 
livart,  espressavi  la  castità  di  Giuseppe.  — Ultima  farete.  — 

15.  Gran  quadro  colla  Maddalena,  del  Pomarancio.  — 13.  s. 
Paolo,  in  mezza  figura,  della  scuola  di  Andrea  del  Sarto.  — 

14.  Un  ritratto  del  pontefice  Sisto  V,  in  figura  intera,  della 
scuola  di  Tiziano.  — 11.  S.  Urbano,  papa,  di  Simone  Vouet. — 

10.  Una  bella  mezza  figura  di  Guercino,  rappresentante  Sofo- 
nisba,  che  ha  nelle  mani  la  coppa  di  veleno  con  cui  si  diede  la 
morte. 

seconda  sala.  — Parete  delVingresso.  — 28.  Lo  sposalizio 
di  s.  Caterina,  opera  della  scuola  di  Raffaele.  — 29.  Un  ritratto 
di  Marcantonio  Barberini,  senatore  di  Roma,  di  Carlo  Maratta. 

— 33.  Ritratto  di  Urbano  Vili  Barberini,  di  Andrea  Sacchi.  — 
Parete  di  fiaccia  alle  finestre.  — £4  e 36.  Due  paesi,  ossieno 
due  orizzonti,  che  si  credono  di  Gaspare  Pussino.  — 38.  Un 
quadretto  a luce  di  notte,  creduto  di  Coreggio,  ed  esprimente  v 
Gesù  nell'orto  degli  oh  vi.  — 39.  Un  Amore  sullo  stile  di  Gui- 
do. — 41.  S.  Pietro  che  battezza  i custodi  del  carcere  Mamer- 
tino,  di  Andrea  Sacchi.  — 44.  Bel  quadretto  del  Bonsanti,  in 
cui  veggonsi  gli  ebrei  intenti  alla  costruzione  del  tabernacolo. 

— 45.  Un  quadretto  di  paesi,  di  Monteber.  — Terza  farete.  — 

48.  Magnifico  quadro  di  Francesco  Francia,  in  cui  rappresentò 


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228  Quarta  Giornata. 

la  Madonna  con  Gesù  Bambino,  s.  Giovanni  e s.  Girolamo.  — 
54.  Altra  Madonna  col  suo  divin  figliuolo , del  Sodoma.  — 

• 98.  Quadro  in  cui  il  Canaletto  ritrasse  il  così  detto  palazzo  vec- 
chio di  Firenze.  — 58.  La  Nostra  Donna  con  Gesù  Bambino, 
di  Giovanni  Bellini.  — 59  e 50.  Due  abbozzi  attribuiti  al  Co- 
reggio.  — Ultima  parete.  — 63.  Il  ritratto  della  figlia  diMengs, 
opera  del  Meliga  stesso.  — 65.  Un  baccanale  all'acquarello,  del 
Romanelli.  — 66.  Sacra  Famiglia,  che  credesi  di  Francesco 
Francia.  — Ritratto  di  Masaccio,  dipinto  di  propria  mano.  — 
Al  disopra  delle  porte  veggonsi  due  quadri  del  Romanelli,  i 
quali  rappresentano;  uno,  Calisto  condotta  al  cospetto  di  Diana 
da  altre  ninfe,  e l’altro,  Atteone  mutato  in  cervo  dalla  mede- 
sima dea. 

terza  sala.  — Parete  incontro  all’  ingresso . — 86.  La 
morte  di  Germanico,  lavoro  assai  stimato  di  Niccolò  Pussino. 

— 75.  Paese  di  Claudio  Lorenese.  — 87  e 89.  — Due  paesi  del- 
l’ Albani,  il  quale,  in  uno  dipinse  Galatea  col  suo  corteggio,  nel- 
l’altro la  Maddalena  pentita,  prostrata  a’  piedi  del  Redentore. 

— Parete  successiva.  — Su  di  essa  attirano  l’attenzione  sei  stu- 
pendi ritratti.  — 82.  La  Fornarina  di  Raffaello;  sublime  opera 
di  così  incomparabile  artefice.  — 85.  Ritratto  della  sventurata 
Beatrice  Cenci,  dipinto  da  Guido  Reni,  e mille  e mille  volte  in  va- 
rie guise  riprodotto.  — 81.  Ritratto  della  sorella  maggiore  di 
essa  Beatrice,  o,  secondo  alcuni,  della  di  lei  madre,  e si  crede  di- 
pinto da  Michelangelo  da  Caravaggio.  — 83.  Lucrezia  Cenci, 
matrigna  di  Beatrice,  lavoro  di  Scipione  Pulzone  da  Gaeta.  — 
84.  Donna  Anna  Colonna,  lodevole  dipinto  di  scuola  spagnuola. 
80.  — Andrea  Del  Sarto  dipinse  questo  bel  ritratto*  e credesi 
sia  quello  di  sua  moglie. — Parete  incontro  alle  finestre.  — 
74.  Questo  bellissimo  quadro  con  Adamo  ed  Èva,  vuoisi  ri- 
guardare come  una  delle  migliori  opere  di  Domenichino.  — 76, 
77  e 88.  Quadretti  di  Claudio  Lorenese.  — 79.  Gesù  disputante 
coi  dottori,  di  Alberto  Durerò.  — 78.  Ritratto  dipinto  da  Bron- 
zino. — 72.  Una  mezza  fig»a  di  donna,  detta  la  schiava  di  Ti- 
ziano, a cui  si  deve  questa  stupenda  tela.  — 75  S.  Urbano,  di 
Guido  Reni.  — Ultima  parete.  — 90.  Una  sacra  Famiglia,  ope- 
ra classica  di  Andrea  Del  Sarto.  — 92.  Ritratto  di  un  filosofo, 
discuoia  fiamminga.  — 93.  Un’ Annunziata,  di  Alessandro  Bot- 
ticelli.  — 94.  Ritratto  del  pontefice  Paolo  III,  che  credesi  di  Ti- 
ziano.— 95  e 91.  Due  sacre  Famiglie  della  scuola  di  Raffaello. 

Uscendo  dalla  Galleria  si  può  ascendere,  anche  per  la  stessa 
scala,  al  gran  salone  del  primo  piano,  la  cui  volta  fu  dipinta  a 


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Paiatto  Barberini.  229 

fresco  da  Pietro  da  Cortona,  opera  che  viene  riguardata  come 
il  capolavoro  di  quell’artefice. 

Il  soggetto  dell’affresco  in  discorso  è il  trionfo  della  Gloria, 
espresso  per  mezzo  di  attributi  della  famiglia  Barberini.  Il  pitr- 
tore  divise  la  volta  in  cinque  scomparti.  Nel  mezzo  campeggia- 
no le  armi  di  casa  Barberini  portate  al  cielo  dalle  Virtù  al  co- 
spetto della  Provvidenza,  circondata  dal  Tempo,  dalle  Parche, 
daH’Etemità,  e da  molte  altre  divinità.  Nello  scomparto  a sini- 
stra è rappresentata  Minerva  che  fulmina  i Titani.  In  mezzo  al 
secondo  scomparto  si  veggono  la  Religione  e la  Fede;  in  uno 
dei  lati,  la  Voluttà,  nell’altro  Sileno.  Nel  terzo  scomparto,  in 
alto,  sono  rappresentate  la  Giustizia  e l’Abbondanza,  e in  basso, 
la  Carità  ed  Ercole  che  uccide  le  Arpie;  allegoria  riferibile  al  ga- 
stigo  dei  malvagi.  In  mezzo  al  quarto  scompartimento  si  vedo- 
no la  Chiesa  e la  Prudenza,  ed  in  basso  la  fucina  di  Vulcano  e 
la  Pace  che  chiude  il  tempio  di  Giano. 

Questo  palazzo  ha  una  biblioteca  a molta  ragione  celebrata, 
perchè  in  essa  sono  contenuti  50,000  volumi  a stampa,  molti 
codici  e manoscritti  preziosi.  In  essa  si  osservano  ancora  diver- 
se iscrizioni  lapidarie  in  marmo,  ed  altri  oggetti  di  antichità. 

Nell’annessa  villetta  esisteva  il  Capitolium  Vetus  (Campido- 
glio antico),  piccolo  tempio  con  tre  edicole  dedicate,  sotto'Nu- 
ma,  a Giove,  a Giunone,  ed  a Minerva:  questo  tempietto  si  vuol 
riguardare  come  il  tipo  del  tempio  di  Giove  Capitolino,  eretto 
da  Tarquinio  Prisco. 

Nel  cortile,  dietro  il  palazzo,  si  vede  la  grande  iscrizione  an- 
tica, esistente  già  nell’arco  trionfale,  eretto  all’imperatore  Clau- 
dio sulla  via  Flaminia,  per  la  conquista  dell’Inghilterra  e delle 
isole  Orcadi.  — Dalla  piatta  Barberini,  procedendo  per  la  via 
del  Tritone,  si  giunge  dirittamente  alla 

FONTANA  DI  TREVI. 

Essa  è alimentata  Adacqua  Vergine,  la  quale  Agrippa,  ge- 
nero di  Augusto,  fece  condurre  in  Roma  in  servizio  delle  sue 
terme,  situate  dietro  il  Pantheon;  e si  disse  acqua  Vergine,  per- 
chè una  donzella  ne  mostrò  la  sorgiva  a dei  soldati  assetati.  Tal 
sorgiva  ha  origine  sull’antica  via  Collatina  nella  tenuta  di  Sa- 
lone, fra  le  strade  di  Tivoli  e di  Palestrina,  e giunge  in  Roma  per 
un  condotto  sotterraneo  che  ha  un  giro  di  14  miglia:  questo 
condotto  fu  ristaurato  da  Claudio  e da  Traiano.  1,’acquidotto 
passa  vicino  al  ponte  Nornentano,  traversa  le  vie  Nomentana  e 


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230  Quarta  Giornata. 

Salaria,  e dopo  attraversata  la  villa  Borghese,  giunge  sotto  la 
Trinità  de’  Monti,  ove  si  divide  in  due  rami,  uno  dei  quali,  scor- 
rendo entro  l’antico  condotto,  sbocca  alla  ricordata  fontana,  e 
l’altro  si  dirige' per  la  via  Condotti. 

Pio  IV,  dopo  aver  procurato  il  ristauro  del  condotto  dell’ac- 
qua  Vergine,  fece  costruire  la  sua  mostra  principale  in  un  lato 
del  maggior  prospetto  del  palazzo  Poli,  e siccome  l’acqua  sgor- 
gava per  tre  bocche  nella  vasca,  così  fu  detta  in  Trivio,  poscia 
corrottamente  di  Trevi,  come  oggi  si  chiama.  Urbano  Vili  ri- 
volse la  principal  mostra  dalla  parte  in  cui  oggi  si  vede,  deco- 
randola con  una  semplicissima  facciata.  Clemente  XII  ne  mutò 
per  intero  la  forma,  dandole  un  aspetto  di  magnificenza  che  la 
rende  distinta  fra  gli  altri  edifizi  di  Roma  moderna.  Quel  pon- 
tefice si  valse  all’uopo  dell’architetto  Niccolò  Salvi,  ordinando 
che  la  nuova  facciata  andasse  adorna  di  statue  e di  bassorilievi 
in  istucco;  in  seguito  però  Clemente  XIII  fece  eseguire  il  tutto 
in  marmo  per  rendere  l’opera  vieppiù  sontuosa  ed  ammirabile. 

Un  de’  lati  del  palazzo  Poli  venne  ridotto,  con  magnifica  de- 
corazione, a servir  di  prospetto  a questa  bella  e sorprendente 
fontana.  Esso  prospetto  è interamente  costruito  in  travertini,  e 
si  eleva  su  d’un  solido  imbasamento,  essendo  ornato  nei  lati  con 
sei  pilastri  corintii.  e nel  mezzo  con  quattro  colonne  dell’ordine 
stesso  formanti  un  anticorpo.  Tra  i pilastri  s’aprono  due  ordini  di 
finestre;  nel  centro  ded' anticorpo  è aperto  un  niccliione  arcuato, 
e nei  canti,  fra  le  colonne,  sono  due  nicchie  minori  quadrilun- 
ghe. Tanto  le  colonne  quanto  i pilastri  sorreggono  il  loro  cor- 
nicione sormontato  da  un  attico,  il  quale  rimane  decorato,  nella 
parte  centrale,  dallo  stemma  di  Clemente  XII,  e da  quattro  gran- 
di statue,  il  tutto  scolpito  in  travertino. 

Innanzi  al  niccliione,  magnificamente  abbellito  con  colonne 
ed  ornati,  si  scorge  la  statua  colossale  dell'Oceano  il  quale,  in 
maestoso  atteggiamento  ed  avente  in  mano  lo  scettro,  sembra 
uscir  dalla  sua  reggia  stando  su  d’un  ampia  conchiglia  foggiata 
a guisa  di  carro,  tirato  da  due  cavalli  marini  guidati  da  Tritoni, 
opera  condotta  da  Pietro  Bracci.  Nelle  nicchie  laterali  si  veggo- 
gono  le  statue  della  Salubrità  e dell’Abbondanza,  scolpite  da 
Filippo  Valle,  sulle  quali  sono  due  bassorilievi:  uno  di  tali  bas- 
sorilievi, lavoro  di  Giovanni  Grossi,  rappresenta  Marco  Agrippa 
che  ordina  la  fabbrica  dell’acquidotto;  l’altro,  opera  di  Andrea 
Bergondi,  esprime  il  momento  in  cui  la  giovanotta  scoperse  la 
sorgiva  di  quest’acqua.  Le  quattro  statue’  dell’attico  alludono 
all'abbondanza  de’  fiori,  alla  fertilità  de’  campi,  alle  dovizie  di 
autunno,  ed  alle  dolcezze  de’  prati. 


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Fontana  di  Trevi. 


231 


Quello  peraltro  che  rende  veramente  mirabile  questa  bellissi- 
ma fontana,  pittoricamente  immaginata,  è l’abbondanza  dell’ac- 
qua che  sgorga  e rigurgita  in  differenti  guise  attraverso  ai  gran- 
di scogli,  e soprattutto  quel  gran  volume  di  essa  ch’esce  per  di 
sotto  alla  statua  dell’Oceano  e che,  spumeggiando  come  un  im- 
petuoso torrente,  cade  per  tre  volte  d’una  in  un’altra  conca,  pre- 
cipitando in  fine  entro  un  immenso  bacino  di  marmo  che  si  tro- 
va al  disotto. 

Sulla  piazza  della  Fontana  di  Trevi  è la  chiesa  de’  santi  Vin- 
cenzo ed  Anastasio,  eretta  coi  disegni  di  Martino  Longhi  il  gio- 
vane, il  quale  ornò  la  facciata  con  due  ordini  di  colonne,  corin- 
tie e composite. 

Da  uno  de’  lati  della  fontana,  da  quello  cioè  a sinistra  di  chi 
la  osserva,  esiste  una  piccola  piazza,  ove  sorge  la  chiesina  di  s. 
Maria  in  Trivio , la  cui  origine  risalisce  al  secolo  VI,  essendo 
stata  edificata  da  Belisario,  come  lo  attesta  un’antica  iscrizione 
incassata  nel  muro  del  suo  fianco  esterno.  Gregorio  XIII  la  die- 
de ai  religiosi  di  s.  Camillo,  detti  i ministri  degl’infermi,  i quali 
sul  finire  del  secolo  XVII  la  riedificarono  nel  modo  ch’ora  si  ve- 
de, coi  disegni  di  Giacomo  Del  Duca.  In  oggi  questa  chiesa  ap- 
partiene ai  sacerdoti  Missionari  del  prezioso  sangue. 

La  strada  a lato  di  questa  chiesa  sbocca  sulla  yiazia  di  Poli, 
la  quale  piglia  nome  dal  palazzo  che  ivi  si  osserva,  eretto  con 
architetture  di  Martino  Longhi,  appartenente  oggi  al  principe 
di  Piombino,  e già  dei  duchi  di  Poli. 

La  via  che  viene  dopo  il  detto  palazzo  mette  nella  strada  del- 
la Chiavica  del  Bufalo,  ove,  voltando  a destra,  si  trova  subito 
suiristesso  lato  il  palazzo  del  Bufalo  (N.°  133).  Nel  cortile  della 
casa  portante  il  N.°  14,  contigua  al  detto  palazzo,  esiste  la  iscri- 
zione monumentale  posta  a Claudio  pel  ristauro  da  lui  fatto  e- 
seguire  all’acquidotto  à.Q\V acqua  Vergine.  Rimpetto  alla  casa 
suddetta  è il  collegio  Nazareno,  diretto  dai  padri  delle  scuole  pie 
istituiti  da  s.  Giuseppe  Calasanzio.  — La  via’ che  apresi  di  fac- 
cia al  palazzetto  del  Bufalo  conduce  alla 

CHIESA  DI  8.  ANDREA  DELLE  FRATTE. 

Ne’  convicini  luoghi,  in  altri  tempi,  non  erano  che  orti  e vi- 
gne circondate  da  siepi,  che  qui  soglionsi  chiamar  fratte , da 
cui  piglia  nome  la  contrada.  L’architettura  della  suddetta  chie- 
sa, tranne  il  campanile,  opera  bizzarrissima  del  Borromini,  ap- 
partiene a Giovanni  Guerra;  la  facciata  però,  rimasta  incompiu- 


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232  Quarta  Giornata. 

ta,  venne  terminata  nel  1826  per  un  legato  del  card.  Ercole 
Consalvi,  e dieciene  il  disegno  l’architetto  Pasquale  Belli. 

Entrando  nel  sacro  tempio  si  osserva  nell’ultima  cappella  a 
destra,  dedicata  a s.  Francesco  di  Paola,  molta  copia  di  buoni 
marmi  che  ne  formano  la  decorazione.  Il  s.  Andrea  sull’altar 
maggiore  è di  Lazzaro  Baldi;  il  quadro  a destra  fu  eseguito  dal 
Trevisani,  e l’altro  a sinistra  da  Giambattista  Leonardi.  I due 
grandi  angeli  collocati  ai  canti  della  balaustrata,  vennero  scol- 
piti dal  Bernini.  Gli  affreschi  della  volta  della  tribuna  e quelli 
della  cupola  appartengono  a Pasquale  Marini.  Sotto  la  mensa 
dell’altare  della  seguente  cappella  si  osserva  ima  bella  statua 
scolpita  da  Camillo  Pacetti,  rappresentante  s.  Anna  moribonda. 
In  una  delle  cappelle  dal  lato  medesimo  si  venera  l’immagine 
della  "Vergine  Immacolata,  conforme  apparve  in  questo  stesso 
santuario,  nel  1842,  all’isdraelita  M .'  de  Ratisbonne,  allorquan- 
do si  convertì  alla  religione  cattolica.  Questa  immagine,  che  si 
tiene  in  grande  venerazione  pe’  molti  prodigi  operati,  va  ricca 
di  preziosi  doni,  e fu  dipinta  dal  cav..  Carta.  — Presso  la  de- 
scritta chiesa  è il 

COLLEGIO  DI  PROPAGANDA  FIDE. 

Così  viene  chiamato  il  pio  stabilimento,  eretto  per  la  propa- 
gazione della  fede  da  Gregorio  XV,  e compiuto  poi  da  Urbano 
Vili:  fu  esso  cominciato  con  architetture  del  Bernini,  e termi- 
nato coi  disegni  del  Borromini.  Ivi  si  accolgono  i,  giovani  nati 
in  contrade  oltramontane  ed  orientali,  ove  sono  infedeli  ed  ere- 
tici, perchè  vi  compiano  la  loro  educazione  civile  e religiosa,  e 
tornino  in  seguito  alle  loro  regioni  a spandervi  la  fede,  siccome 
missionarii.  L’annessa  biblioteca  contiene  libri  orientali,  e per- 
gamene cofte;  come  pure  vi  si  trova  una  bella  collezione  di  me- 
daglie antiche,  molte  pietre  preziose  e delle  rarità  orientali:  sì 
fatti  oggetti  furono  in  gran  parte  donati  dal  card.  Stefano  Bor- 
gia. In  questo  pio  istituto  avvi  una  tipografia  ricca  di  caratteri 
orientali,  ed  una  chiesina  sacra  all’ Epifania  del  Signore,  edifi- 
cata coi  disegni  del  Borromini.  — H ricordato  collegio  ha  il  pro- 
spetto principale  sulla 

PIAZZA  DI  SPAGNA. 

Dal  gran  palazzo  che  quivi  esiste,  appartenente  alla  corte  di 
Spagna,  trasse  il  suo  nome  questa  piazza,  la  quale  rimane  attore 


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Piatiti  di  Spagna.  233 

niata  da  grandi  e belli  casamenti,  nella  maggior  parte  serbati 
ad  alloggiare  gli  stranieri. 

Oggi  forma  la  principale  decorazione  di  questa  piazza  il  suT 
perbo  monumento,  fattovi  erigere  nel  1856  dal  pontefice  Pio  IX, 
in  memoria  della  solenne  dogmatica  definizione  dell'immacolato 
concepimento  di  Maria  Vergine:  monumento  alla  cui  spesa  con- 
corsero, assieme  alla  nominata  Santità  Sua,  moltissimi  generosi 
cattolici.  Il  pontefice  destinò  all’uopo  la  bella  colonna  di  marmo 
caristio,  trovata  fin  dal  1T78.  sulla  piazza  di  Campo  Mano,  la 
quale  rimaneva  giacente  dietro  il  palazzo  di  Monte  Citorio;  e per 
porre  ad  effetto  il  nobile  divisamente,  si  valse  dell’opera  del 
commendator  Luigi  Poletti,  architetto  di  chiara  fama. 

Sorge  la  monumentale  colonna  incontro  al  prospetto  di  Pro- 
paganda Fide,  su  di  un  gran  basamento  ottagono,  dalle  cui 
facce  minori  nascono  quattro  piedistalli,  e sopra,  questi  sono  col- 
locate le  marmoree  statue  sedenti  di  quei  profeti,  che  in  modo 
speciale  parlarono  della  Immacolata  Vergine.  Esse  rappresen- 
tano, in  colossali  dimensioni:  Mosè,  scultura  d’Ignazio  J acome t- 
ti;  David,  lavoro  di  Adamo  Tadolini;  Isaia,  opera  di  Salvatore 
Revelli;  Ezechiele,  di  Carlo  Chelli. 

Ciascuna  delle  quattro  facce  principali  del  basamento,  contiene 
un  bassorilievo  in  marmo,  e sono:  la  definizione  del  dogma  del- 
la Concezione,  del  cav.  Pietro  Galli;  il  Sogno  di  s.  Giuseppe, 
di  Niccola  Cantalamessa;  la  Coronazione  di  Maria  in  cielo,  di 
Giammaria  Benzoni;  l’Annunziazione  della  medesima,  di  Fran- 
cesco Gianfredi. 

La  statua  della  Concezione,  che  compie  sull’alto  il  monumen- 
to, fu  modellata  dallo  scultore  Obici,  il  quale  modellò  anche  il 
sottostante  gruppo,  figurante  gli  emblemi  de’  quattro  Evange- 
listi che  reggono  il  globo  terrestre,  su  cui  si  eleva  la  statua 
stessa;  ed  il  tutto  venne  fuso  in  bronzo  da  Luigi  Derossi. 

La  colonna,  non  essendo  abbastanza  solida  nel  terzo  inferiore, 
fu  assicurata  con  cerchi  di  ferro,  collegati  in  bella  guisa  da  ele- 
ganti arabeschi  in  ferro  dorato.  La  base  di  essa  è di  marmo 
bianco,  al  pari  del  capitello  d’un  vago  composito,  contenente  i 
simboli  ed  il  monogramma  della  Vergine  Maria.  Il  piedistallo, 
fregiato  tii  scelti  marmi  come  l’accennato  basamento,  è adorno 
nelle  due  facce  principali  dei  lati  coll’arme  in  bronzo  del  ponte- 
fice Pio  IX,  e nelle  àltre  due  maggiori  facce  leggonsi  due  iscri- 
zioni analoghe  al  monumento,  il  quale  fu  con  solenne  pompa 
inaugurato  dallo  stesso  pontefice,  il  giorno  8 settembre  del 
185T  L’altezza  totale  del  descritto  monumento,  compresavi  la 


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234  Quarta  Giornata. 

statua  in  bronzo,  alta  3 met.,  ascende  a 29  met.  e 23  centimetri. 

Verso  il  centro  della  piazza  in  discorso  si  scorge  una  bella 
fontana,  eseguita  d’ordine  di  Urbano  Vili  con  bizzarro  disegno 
eli  Pietro  Bernini,  padre  del  celebre  Lorenzo:  essa  rappresenta 
una  barca,  a causa  di  che  vien  chiamata  la  Barcaccia.  Forma 
anche  stupendissima  decorazione  della  piazza  stessa  l’ ampia  ed 
imponente  scalinata  che. mette  sul  monte  Pincio,  e proprio  di 
prospetto  alla  chiesa  della  Trinità  de’ Monti.  Questa  magnifica 
scalinata  venne  costruita  mercè  un  lascito  di  Stefano  Gouffier 
ambasciltore  francese  presso  la  santa  Sede,  morto  in  Roma  nel 
1660:  essa  fu  cominciata  ai  tempi  d’ Innocenzo  XIII  coi  disegni 
di  Alessandro  Specchi,  e terminata  sotto  Benedetto  XIII  colla 
direzione  dell’ architetto  Francesco  De  Sanctis. 

In  questa  piazza  metton  capo  parecchie  strade,  e quella  di 
esse  che  rimane  incontro  alla  scalinata,  appellasi  ria  Condotti, 
a causa  appunto  dei  condotti  dell’ acqua  Tergine  che  vi  passano 
sotto.  L’altra  che  conduce  direttamente  alla  piazza  del  Popolo, 
cliiamasi  via  del  Babuino,  ed  ivi  era  il  teatro  Alibert,  spettante  al 
principe  Alessandro  Torlonia,  il  quale,  nel  1860,  avevaio  total- 
mente rinnovato  coi  disegni  dell’  architetto  Carnevali,  acciocché 
potesse  servire  agli  spettacoli  diurni  e notturni;  ma  nella  notte 
del  14  al  15  febbraio  del  1863,  rimase  intieramente  distrutto  da 
un  incendio.  Le  due  strade  già  sopra  accennate,  al  pari  che  la 
piazza  di  Spagna  e le  altre  vie  prossime,  sono  abbondanti  di  lo- 
cande, di  magazziui  di  stampe,  di  studii  di  belle  arti,  ecc. 

La  grande  scalinata,  già  sopra  indicata,  conduce  sulla  piazza 
della  Trinità  de’  Monti,  ov’  esiste  P 

OBELISCO  DELLA  TRINITÀ’  DE'  MONTI. 

A vie  maggiormente  decorare  questa  illustre  metropoli,  ed  a 
conservar  gli  antichi  monumenti  della  romana  magnificenza, 
Pio  VI,  nel  1789,  fece  erigere  il  detto  obelisco,  valendosi  del- 
l’ opera  dell’architetto  Antinori.  Esso  è di  granito  egizio  con 
geroglifici  ed  ha  14  met.  e 17  c.  di  altezza,  non  compreso  il  piedi- 
stallo: anticamente  era  collocato  nel  circo  degli  orti  Sallustiani, 
de’  quali  tenemmo  discorso , e piglia  il  nome  dalla  prossima 

CHIESA  DELLA  TRINITÀ'  DE' MONTI. 

Fu  questa  eretta  da  Carlo  Vili,  re  di  Francia,  che  diedela  ai 
PP.  Minimi  di  s.  Francesco  di  Paola.  Sisto  V consacrolla  nel 


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Chiesa  della  Trinità  de'  Monti.  235 

1585,  ed  il  card.  Macon  fecela  ornare  di  pitture.  Per  molti  anni 
rimase  abbandonata  con  grave  suo  detrimento,  per  cui  Lui- 
gi XVIII,  pure  re  di  Francia,  ne  procurò  il  ristauro  colla  dire- 
zione dell’architetto  Mazois.  Di  presente  appartiene  alle  suore 
del  sacro  cuore  di  Gesù,  le  quali  stabilirono  nell’ annesso  con- 
vento una  casa  di  educazione  per  le  fanciulle. 

Entrando  in  questa  chiesa,  la  prima  cappella  a destra  ha  sul- 
1’  altare  un  quadro  ad  olio  col  battesimo  di  Cristo,  pittura  di 
Gio.  Battista  Naldini,  il  quale  fu  anche  autore  di  tutti  gli  affre- 
schi di  essa,  rappresentanti  alcune  storie  del  santo  Precursore. 
Il  s.  Francesco  di  Paola  nella  seconda  cappella  è opera  di  Fa- 
brizio Chiari.  Gli  affreschi  nella  terza  vennero  eseguiti  sui  carto- 
ni di  Daniele  da  Volterra  dai  suoi  scolari  Michele  Alberti,  Paolo 
Rossetti,  ecc.  L’affresco  dell’altare,  che  ha  per  soggetto  l’ As- 
sunta, si  vuole  che  contenga  l'effigie  di  Michelangelo,  espressa 
in  quel  personaggio,  il  quale  è nel  destro  lato  di  chi  osserva, 
accennando  verso  la  Nostra  Donna.  I laterali  rappresentano,  la 
strage  degl’innocenti,  e la  presentazione  al  tempio.  Nelle  su- 
periori lunette  si  osservano , Gesù  presentato  al  tempio , e la 
natività  della  Madonna,  la  cui  annunciazione  è espressa  nelle  lu- 
nette ai  lati  della  finestra.  La  flagellazione  alla  colonna,  sull'al- 
tare della  quarta  cappella,  è di  M.r  Pellière,  gli  affreschi  appar- 
tengono aParis  Nogari,  ed  alludono  alla  passione  del  Redentore. 
La  quinta  cappella  rimane  abbellita  da  affreschi  della  scuola  del 
Sodoma:  nella  parete  dell’altare  si  scorge  il  presepe  ed  i ss.  apo- 
stoli Pietro  e Paolo;  nei  dipinti  laterali  sono  figurate,  l’adora- 
zione dei  Magi  e la  circoncisione  di  Gesù.  L’ultima  cappella  va 
adorna  del  pari  di  buone  pitture  a fresco,  le  quali  sentono  assai 
lo  stile  di  Pietro  Perugino.  Il  dipinto  dell’  altare  ha  per  sog- 
getto gli  apostoli  mirabilmente  atteggiati  nell’  adorazione  del 
Salvatore  assiso  in  gloria:  i laterali  ci  offrono,  la  risurrezione  del 
Redentore  e la  venuta  dello  Spirito  Santo:  nelle  corrispondenti 
lunette  si  vedono,  il  presepe  e l’adorazione  dei  Magi;  in  quelle 
poi  ai  Iati  della  finestra  è espressa  l’ annunciazione  di  Maria. 

L’architettura  dell’ aitar  maggiore  è di  Giovanni  Campagne, 
e le  suore  del  sacro  cuore  lo  fecero  in  bella  guisa  ornare.  L’As- 
sunta a fresco,  nella  sinistra  della  crocera,  fu  cominciata  da 
Taddeo  Zuccari,  e compiuta  da  Federico  suo  fratello.  A Pierino 
Del  Vaga  si  debbono  gli  altri  affreschi  rappresentanti,  Isaia  e 
Daniele,  e diversi  tratti  della  vita  della  Madonna. 

Facendosi  ad  osservare  le  cappelle  dell’opposto  lato,  il  qua- 
drq  sull’  altare  della  prima,  col  cuore  di  Gesù,  è lavoro  di  Ales- 


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236  Quarta  Giornata. 

sancirò  Seitz,  a cui  appartengono  pure  i laterali,  esprimenti,  la 
parabola  dal  figliuol  prodigo,  e l’ altra  delle  vergini  prudenti.  Il 
quadro  della  successiva  cappella,  rappresentante  l’ apparizione 
del  Redentore  alla  Maddalena,  si  attribuisce  a Giulio  Romano. 
Il  s.  Giuseppe  sull’altare  della  terza  cappella  è di  M.r  Langlois. 
Le  pitture  nella  quarta  sono  del  Vent,  il  quale,  nel  quadro  del- 
l’altare, eseguito  ad  olio,  rappresentò  la  Concezione,  e negli 
affreschi  laterali  1’  Annunziata,  e la  visitazione  di  santa  Elisa- 
betta.  Nella  quinta  cappella  ammirasi  la  celebratissima  deposi- 
zione di  croce,  di  Daniele  da  Volterra,  pittura  a cui,  per  lungo 
tempo,  si  accordò  il  secondo  posto  dopo  la  Trasfigurazione  di 
Raffaello.  Questo  capolavoro,  dipinto  a fresco,  fino  dal  1811 
venne  trasportato  in  tela  per  meglio  garantirlo  dai  danni  del 
tempo,  e fu  poscia  ristaurato  dal  Camuccini.  Sull’altare  dell’ul- 
tima cappella,  decorata  con  pitture  a fresco  di  Cesare  Nebbia, 
vedesi  una  deposizione  di  croce,  in  gesso,  modellata  da  Gugliel- 
mo Achtermann,  scultore  alemanno.  — Al  termine  dello  stra- 
done alberato,  che  rimane  a destra  uscendo  dalla  chiesa,  si  tro- 
va il 

PALAZZO  DELL’ACCADEMIA  DI  FRANCIA. 

Il  card.  Ricci  da  Montepulciano  fece  erigere  il  palazzo  assieme 
all’ annessa  villa,  nel  1540,  coi  disegni  di  Annibaie  Lippi,  tranne 
il  prospetto  che  guarda  la  villa,  che  si  pretende  fosse  architet- 
tato da  Michelangelo.  Questo  edifizio  venne  poi  ampliato  ed  ab- 
bellito dal  card.  Alessandro  de’ Medici,  il  quale  comperollo  pri- 
ma d’esser  creato  papa  col  nome  di  Leone  XI.  Tanto  il  palazzo, 
quanto  la  villa  trovansi  in  luogo  elevato  e delizioso;  e sebbene 
quest’ ultima  sia  nell’ interno  di  Roma,  pure  ha  un  circuito  di 
circa  un  miglio  e mezzo,  dominando  la  città  e le  sue  vicinanze. 

La  Francia  acquistò  in  processo  di  tempo  il  palazzo  e la  villa 
in  discorso,  e sul  finire  del  passato  secolo,  vi  trasferì  la  sede 
dell’  Accademia  di  belle  arti,  fondata  in  Roma  da  Luigi  XIV 
nel  1666.  Essa  si  compone  di  un  direttore  e di  parecchi  pensio- 
narii,  scelti  fra  gli  studenti  nelle  scuole  di  belle  arti  che  riporta- 
rono il  premio  in  Parigi.  In  una  galleria  del  palazzo  si  trovano 
riuniti,  a comodo  de’peusionarii,  i gessi  dei  capolavori  dell’ an- 
tica scultura. — All’ uscire  dal  palazzo  suddetto  si  ha,  a destra, 
l’ingresso  del 


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237 


Pubblico  ‘passeggio  sul  Pincio. 

PUBBLICO  PASSEGGIO  SUL  PINCIO. 

Fino  al  cominciare  del  presente  secolo  questa  parte  del  Pincio 
non  offeriva  agli  sguardi  se  non  un  terreno  posto  a vigna.  Sol- 
tanto allorché  Roma  trovossi  sotto  il  dominio  dell’impero  fran- 
cese, si  pensò  a formare  ivi  un  pubblico  passeggio,  l’esecuzione 
del  quale  venne  affidata  all’architetto  Valadier.  Mentre  però  si 
andava  ponendo  in  atto  un  sì  bel  pensiero,  tornava  Roma  sotto 
il  governo  dei  papi,  per  lo  che  il  pontefice  Pio  VII,  riposto  sul 
suo  seggio,  ordinò  che  gl’  incominciati  lavori  di  questo  passeg- 
gio fossero  proseguiti  e compiuti  con  tutta  la  munificenza  de- 
gna di  Roma.  Lo  stesso  Valadier  ebbe  il  carico  di  terminare  tale 
opera,  ed  a lui  quindi  spettano,  non  solo  l’idea  generale  di  così 
ameno  passeggio  pubblico,  ma  anche  le  architetture  delle  solide 
sostruzioni,  erette  a sostegno  del  Pincio  dal  lato  di  Ovest.  Cosi 
fatte  sostruzioni,  abbellite  di  architettoniche  decorazioni,  di  sta- 
tue, di  colonne  rostrate,  di  bassorilievi  ecc.,  e frammiste  a verdi 
piante,  presentano,  dalla  piazza  del  Popolo,  che  rimane  di  sotto, 
una  bella  e variata  prospettiva. 

La  spaziosa  spianata  di  questo  passeggio,  da  dove  si  gode  la 
vista  di  quasi  tutta  intora  la  città  e de’ luoghi  circonvicini,  ri- 
mane divisa  in  ampii  riquadri  ed  in  lunghi  e larghi  viali  om- 
breggiati da  alberi.  Alcuni  scompartimenti  sono  ridotti  a giar- 
dini, ed  altri  vanno  ricchi  di  spesse  piante  a guisa  di  boschetti: 
in  una  parte,  verso  la  villa  Medici,  sorge  un  casino  di  bizzarra 
architettura  del  Valadier,  e poco  discosto  elevasi  un  obelisco 
egizio,  proveniente  dagli  orti  V ariani,  qui  eretto  nel  1822.  Oltre 
a ciò  si  osservano  pure  in  questo  ameno  passeggio,  alcune  sta- 
tue antiche  e moderne;  ed  i principali  viali  vanno  adorni  di  mol- 
ta quantità  di  erme  d’ illustri  italiani , che  si  distinsero  nelle 
scienze,  nelle  lettere,  nelle  armi,  nello  arti  belle. 

Discendendo  dal  detto  passeggio  pubblico,  per  mezzo  di  viali 
agiatissimi  e spaziosi,  fatti  a zigzag  e fiancheggiati  da  alberi, 
si  vengono  costeggiando  le  ricordate  sostruzioni , finché  si 
giunga  alla  piazza  ed  alla  porta  del-  Popolo,  di  cui  già  parlam- 
mo. — Uscendo  poi  la  detta  porta,  scorgesi  subito  a destra  l’in- 
gresso della 

VILLA  BOBGHESE. 

Quest’ampia  e deliziosa  villa,  che  ha  un  circuito  di  circa  quat- 
tro miglia,  fu  eretta  dal  cardinale  Scipione  Borghese,  nipote  a 
papa  Paolo  V,  coi  disegni  di  Giovanni  Vasanzio,  detto  il  Fiam- 


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238  Quarta  Giornata 

mingo.  Verso  la  fine  dello  scorso  secolo  venne  ingrandita  dal 
principe  Marcantonio  Borghese,  dirigendo  l’ opera  l' architetto 
Antonio  Asprucci.  In  seguito,  i principi  di  questa  famiglia,  la 
più  doviziosa  e splendida  di  Roma,  l’ampliarono  e l’ abbellirono; 
e l’attuale  principe  la  va  rendendo  ogni  giorno  più  degna  di 
questa  capitale. 

Un  gran  propilèo  ionico,  imitato  dai  più  belli  propilèi  di  Gre- 
cia e dell’Asia  minore,  costituisce  l’ingresso  principale  di  questa 
villa;  e fu  esso  eretto  coi  disegni  dell’architetto  Luigi  Canina. 
Di  prospetto  all’ entrata  s’apre  un  viale  spazioso  e magnifico,  il 
quale  conduce  dirittamente  ad  una  fontana,  il  cui  abbondante 
gitto  d’acqua  s’ innalza  a considerevole  altezza;  e fa  prospetto  ad 
essa  un  arco,  elevato  sopra  masse  di  scogli,  ed  avente  nel  cen- 
tro un  antico  simularco  di  Esculapio. 

Continuando  il  cammino  lungo  lo  stesso  viale,  si  traversa  un 
pylone  di  un  tempio  egizio,  il  quale  serve  per  nascondere  un 
ponte  che  si  dovette  costruire  a cavallo  della  pubblica  via,  per 
porre  in  comunicazione,  da  questo  lato,  la  villa  già  esistente 
colla  porzione  aggiuntavi  nell’  ultimo  ingrandimento , diretto 
dal  surricordato  Canina,  coi  disegni  del  quale  fu  anche  abbellito 
di  nuove  fabbriche.  Poco  'dopo  attraversato  l’indicato  pylone, 
si  lasciano  a sinistra  diversi  edilìzi;  e quindi  ripiegando  sul  me- 
desimo lato,  si  trova  quasi  subito,  parimenti  a sinistra,  uno  spa- 
zioso viale,  munito  di  cancello  di  ferro,  in  fondo  a cui  è il  lago 
di  Esculapio,  cosi  chiamato  a causa  del  tempio  dedicato  a tale 
divinità,  eretto  nell’  isoletta  che  compie  la  veduta.  Incontro  al- 
l’ anzidetto  viale  se  ne  apre  un  altro,  il  quale  ha  nel  fondo  un 
tempietto  monoptero  sacro  a Diana,  ed  ivi  presso,  da  sinistra, 
sorge  ima  cliiesina  con  portichetto  per  cristiana  comodità  dei 
villerecci. 

Avanzando  sempre  sul  gran  viale  maestro  si  ha  sulla  destra 
l’ippodromo,  conosciuto  col  nome  di  piazza,  di  Siena,  e poscia 
un  palazzino,  incontro  a cui  rimane  un  castello  foggiato  a guisa 
di  quelli  del  medio  evo.  Viene  quindi  di  prospetto  una  imitazio- 
ne di  un  tempio  antico  in  rovina,  della  specie  di  quelli  che  cliia- 
mavansi  in  antis,  il  quale  porta  il  nome  di  Antonino  e Faustina. 
Innanzi  ad  esso  tempio  si  osservano  le  copie  delle  iscrizioni  rin- 
venute nelle  rovine  della  casa  villereccia  di  Erode  Attico,  le 
quali  oggi  sono  in  Parigi. 

Di  quivi,  ripiegando'a  diritta,  si  perviene  innanzi  ad  una  bella 
fontana,  denominata  dei  quattro  cavalli  marini.  Passata  di  poco 
la  fontana  si  entra  nei  confini  della  primitiva  villa,  ossia  in  quella 


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239 


Palazzo  della  Villa  Borghese. 

del  card.  Scipione  Borghese,  ed  in  fondo  al  viale  si  trova  l’in- 
gresso originario.  Prima  però  di  giungere  fin  là,  ei  vede  a si- 
nistra il 

PALAZZO  DELLA  VILLA  BORGHESE. 

Fu  esso  eretto  dal  card.  Scipione  Borghese  coi  disegni  di  Gio- 
vanni Yasanzio,  fiammingo,  superiormente  ricordato.  L’archi- 
tetto Asprucci  ornò  di  nuovo  tutte  le  sale  d’ ordine  del  principe 
Marcantonio,  che  riunì  qui  due  y celie  collezioni  di  sculture  an- 
tiche conosciute  col  nome  di  monumenti  Gabint  e di  monumenti 
Borghesiani.  Dopo  la  morte  di  lui,  per  le  vicissitudini  dei  tem- 
pi, la  Francia,  nel  1809,  volle  ad  ogni  costo  acquistare  que’ pre- 
ziosi marmi,  di  guisa  che  essi  ora  si  ammirano  nel  museo  del 
Louvre  a Parigi,  e ad  onta  delle  insistenze  del  principe  Camillo, 
non  si  potè  ottenere  di  riacquistarli.  Laonde  quel  principe  si 
adoperò  di  riparare  la  perdita,  per  mezzo  d' una  nuova  collezione 
di  monumenti  che  compose  con  oggetti  che  possedeva  in  altre 
ville,  e con  quelli  che  potè  trovare  negli  scavi  fatti  praticare 
nelle  sue  terre.  Tal  novella  raccolta  essendo  stata  poscia  au- 
mentata sì  dal  defunto  principe  D.  Francesco,  sì  da  quello  at- 
tuale, è divenuta  talmente  considerevole  che,  non  solo  primeggia 
fra  quelle  di  Roma,  ma  fa  obliare  anche  la  perdita  delle  colle- 
zioni primitive. 

portico.  — Si  entra  da  prima  in  un  portico,  ossia  vestibolo 
sorretto  da  pilastri  dorici.  Fra’ monumenti  situati  in  esso,  veg- 
gonsi  murati  nelle  pareti  laterali  due  grandi  bassorilievi  trion- 
fali, facenti  già  parte  dell’arco  di  Claudio  che  anticamente  esi- 
steva nel  quadrivio  dell’attuale  piazza  di  Sciarrani  si  osservano 
pure  alcuni  frammenti,  diversi  cippi,  un  sarcofago  trovato  presso 
Ostia,  ornato  all’  innanzi  di  un  bassorilievo  rappresentante  giuo- 
chi di  naumachia,  ed  un  bassorilievo  in  cui  è figurata  una  bat- 
taglia fra  Romani  e barbari  del  nord.  — Dal  portico  s'ha  in- 
gresso in  un  magnifico 

salone.  — Esso  è lungo  19  met.  e 27  cent.,  largo  13  met. 
e 29  cent.,  alto  met,  16.  La  volta  fu  dipinta  a fresco  con  molto 
effetto  da  Mariano  Rossi,  siciliano,  che  vi  espresse  l’ arrivo  di 
Camillo  in  Roma  nel  punto  in  cui  i difensori  del  Campidoglio 
trattavano  con  Brenno  il  riscatto  della  città.  Le  pareti  vennero 
dipinte  ad  arabeschi  da  Pietro  Rotati,  romano,  egli  animali  sono 
lavori  di  Vincislao  Peters,  pittore  tedesco*  che  superò  ogni  altro 
artefice  in  simil  genere  di  pittura.  I pilastri  rimangono  ornati 
di  cammei  scolpiti  da  Giov.  Monti,  da  Massimiliano  Laboureur, 


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240  Quarta  Giornata. 

da  Francesco  Carradori,  dal  Salimbeni,  e dal  Pacetti.  1 ricordati 
artefici  e Tommaso  Righi  condussero  i bassorilievi  rotondi.  Le 
nicchie  e le  porte  furono  tutte  ornate  con  due  colonne  di  gra- 
nito del  Lago  Maggiore.  Sopra  le  dette  porte  e sulle  nicchie  e 
finestre  veggonsi  i moderni  busti  de’  dodici  Cesari,  in  marmi  di 
diversi  colori,  col  capo  in  marmo  bianco.  Incontro  all’ ingresso 
si  scorge,  superiormente  ad  una  porta,-  un  alto  rilievo  di  grandi 
dimensioni,  rappresentante  Curzio  a cavallo  nel  momento  di 
precipitarsi  nella  voragine,  opgra  in  gran  parte  ristaurata.  Il 
musaico  che  abbellisce  il  pavimento  fu  scoperto  nel  1835  alle 
radici  de’  colli  Tusculani,  diviso  in  cinque  scomparti  come  qui  si 
osserva:  esso  presenta  dei  giuochi  gladiatorii  nell’anfiteatro,  e 
quantunque  dallo  stile  si  rilevi  appartenere  all’  ultima  epoca 
dell’impero,  pure  ha  vivezza  di  tinte,  ed  ingegnosa  esecuzione. 

Facciamoci  ora  a dire  delle  opere  di  scultura.  A sinistra  en- 
trando si  vede  una  statua  di  Diana,  e poscia  si  osservano:  un 
busto  incognito;  una  testa  d’ Iside  ed  una  di  Giunone,  ambedue 
colossali  e di  eccellente  lavoro:  il  Satiro  semicolossalè  qui  collo- 
cato ha  il  capo  moderno,  e nel  cippo  su  cui  posa,  è scolpito  un 
sacrifizio  bacchico.  V engono  in  seguito,  il  busto  di  Vespasiano; 
una  statua  di  Tiberio;  un’altra  di  Meleagro;  Caligola  in  abito 
di  sacrificatore,  ed  una  sacerdotessa:  poi  veggonsi,  il  gruppo  di 
Bacco  con  un  Satiro,  scoperto  nel  1832  nella  tenuta  dell ’lnvio- 
latella ; una  statua  d’  uomo  togato  ; un  busto  incognito;  due 
busti  colossali,  de’ quali,  quello  a sinistra  rappresenta  Adriano, 
l’altro  Antonino  Pio:  tra  essi  busti  si  scorge  una  statua  semi- 
colossale di  Bacco,  posta  su  d’una  base  scolpitovi  il  dio  Pane 
che  fa  offerte  ad  un’erma  bacchica;  in  fine  osservasi,  un  busto 
incognito,  ed  una  statua  di  Diana.  — La  porta  presso  il  busto 
di  Antonino  Pio,  mette  nella 

prima  sala,  detta  di  Giunone.  — Essa  è decorata  con  pa- 
recchi bassorilievi  in  plastica  bene  imitati  da  quelli  antichi,  e 
furono  eseguiti  dal  Pacetti  e dal  Penna.  La  volta  fu  abbellita 
di  prospettive  e di  arabeschi  dal  Marchetti,  ed  i quadri  appar- 
tengono al  De  Angelis.  In  quello  di  mezzo  è rappresentato  il 
giudizio  di  Paride;  nei  laterali,  le  parche  che  filano  i destini  di  Ro- 
ma, Enea  fuggente  da  Troia,  Giunone  che  implora  la  distruzio- 
ne della  flotta  troiana,  e Venere  che  raccomanda  Enea  a Giove. 

La  superba  statua  di  Giunone,  collocata  nel  centro  della  sala, 
proviene  dagli  scavi  fatti  in  un’  antica  villa  posta  a 32  miglia 
da  Roma,  sulla  via  Salaria.  Da  sinistra  dell’ingresso  si  scorge, 
dopo  una  ninfa,  una  statua  di  cui  si  fece,  ristorandola,  un’Ura- 


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Palazzo  della  Villa  Borghese.  241 

nia,  e poscia  la  bella  statua  di  Cerere,  capo  d’ opera  dell’  antica 
scultura,  sia  pel  carattere  della  testa,  sia  pel  panneggiar  delle 
vesti  e per  la  finitezza  del  lavoro:  d’ appresso  è collocata  una 
graziosa  Venere. 

Proseguendo  il  giro  della  sala  si  osservano:  un  bassorilievo 
murato  nella  parete,  esprimente  un  filosofo  greco  in  atto  di  sa- 
crificare ad  Amore; 'una  statua  di  Leda;  un  bassorilievo  col  rat- 
to di  Cassandra,  ed  una  statuina  ristaurata  in  figura  di  una  sa- 
cerdotessa d’ Iside.  Le  due  prime  statue  tra  le  finestre  sono 
ritratti  incogniti,  e la  terza  fu  ristaurata  per  una  Flora.  Vengono 
appresso;  una  statuina  di  Paride;  un  ottimo  bassorilievo  col- 
l’educazione di  Telafo,  scoperto  nella  temuta  di  Torre  Nuova  sul- 
la via  Labicana,  ed  una  Venere  sedente. 

seconda  sala,  detta  dell'  Ercole.  — Viene  cosi  chiamata, 
perchè  contiene  più  statue  di  quel  nume,  e taluni  monumenti 
relativi  alle  gesta  di  lui . Il  Pigili  esegui  i cammei  che  ornano  le 
pareti,  il  Caccianiga  colori  nella  volta  la  caduta  di  Fetonte,  e 
Luigi  Agricola  dipinse  i medaglioni. 

Nelle  nicchie  sono  tre  statue  di  Ercole , e nel  mezzo  osservasi 
un’Amazzone  a cavallo,  in  atto  di  combattere  con  due  fantac- 
cini, i quali  sono  da  lei  atterrati.  A sinistra  dell’ ingresso  sta  la 
faccia  anteriore  di  un  sarcofago,  rappresentatevi  parecchie  delle 
fatiche  di  Ercole,  cioè  1’  uccisione  del  Leone  Nemèo,  dell’Idra 
di  Lerna,  del  cinghiale  Calidonio,  della  cerva,  e delle  Stinfalidi. 
Sul  coperchio  è espreso  l’ arrivo  delle  Amazzoni  in  soccorso  di 
Troia,  bassorilievo  illustrato  dal  "Winckelmann.  Incontro  al  de- 
scritto monumento  fu  posta  l’altra  faccia  del  detto  sarcofago, 
espressevi  altre  cinque  delle  fatiche  di  Ercole,  cioè  il  toro  di 
Creta,  il  gigante  Gerione,  Ippolita  regina  delle  Amazzoni,  il 
drago  delle  Esperidi,  ed  il  centauro  Nesso.  Sopra  il  coperchio 
si  scorge  il  concilio  degli  dei  per  le  nozze  di  Teti;  ma  i due  lati 
che  furono  riuniti  a foggia  di  coperchi,  non  appartengono  al 
monumento  in  discorso.  Le  due  fatiche  mancanti  al  numero  del- 
le dodici  operate  da  Ercole,  erano  nei  lati  del  sarcofago  che 
andarono  perduti.  A sinistra  di  esso  è una  statua  esprimente 
quel  nume  in  abito  donnesco,  soggetto  assai  raro;  e fra  lo  fine- 
stre sono:  una  Venere,  simile  molto  alla  Capitolina,  ed  un 
Apollo;  poi  segue  un  Ercole  fanciullo. 

terza  sala.  — Ricca  oltremodo  n’è  la  decorazione,  essendo 
formata  da  14  pilastri  e 4 colonne  di  bebgranito  rosso  orientale. 

La  volta  venne  dipinta  dal  Marchetti,  eseguendovi  il  quadro 
di  mezzo  l’Angeletti,  che  vi  espresse  Apollo  e Dafne’.  Due  grau- 

; 11 


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242 


Quarta  Giornata. 

di  paesi  si  scorgono  nei  lati:  quello  rappresentante  la  metamor- 
fosi della  stessa  Dafne  nella  valle  di  Tempe,  è del  Moore,  l’altro 
con  Apollo  e Diana,  uscì  di  mano  del  Labruzzi.  I due  quadri  di 
animali,  sono  eccellenti  lavori  del  Peters. 

Nel  centro  di  questa  sala  si  ammira  la  bella  statua  di  Apollo, 
trovata  negli  scavi  praticati  in  Torre  Nuova.  Cominciando  poi  a 
girare  da  sinistra  entrandovi,  si  trova  prirtia  un  fanciullo  che 
giuoca  con  un'oca,  poscia  una  testa  creduta  il  ritratto  di  Scipio- 
ne Affrieano,  ed  in  alto  si  osserva  una  statua  di  Dafne,  figurata 
nel  momento  della  sua  metamorfosi,  la  quale  è fin  qui  l’unica 
statua  antica  conosciuta,  ch’abbia  tale  rappresentanza:  essa  fu 
scoperta  negli  scavi  della  eia  Salaria.  Da  questo  canto  vedesi 
pure  un  altro  fanciullo  che  tiene  fra  le  mani  due  oche.  Innanzi 
alla  parete  seguente,  osservansi  Melpomene,  musa  della  trage- 
dia, e Clio,  musa  della  storia;  incontro  scorgonsi  Erato,  musa 
della  commedia,  e Polinnia,  musa  del  canto:  queste  quattro  sta- 
tue e quella  di  Anacreonte,  rappresentato  sedente,  furono  disot- 
terrate dal  luogo  suddetto.  Il  busto  colossale  è il  ritratto  di  Lu- 
cilla, moglie  di  Lucio  Vero. 

quarta  sala,  detta  la  Galleria.  — Questa  immensa  sàia 
nulla  perdette  della  sua  decorazione  primitiva,  e può  esser  te- 
nuta come  una  delle  più  magnifiche  di  Roma.  Essa  è parallela  al 
salone  e ne  ha  uguale  lunghezza,  rimanendone  suddivise  le  pa- 
reti in  venti  scompartimenti  da  altrettanti  pilastri  d’alabastro  o- 
rientale  d’ordine  composito,  con  capitelli  dorati.  I detti  pilastri 
vanno  ornati  di  cammei  in  marmo  bianco,  su  d’un  fondo  di  mu- 
saico azzurro,’  eseguiti  dai  migliori  scultori  del  tempo,  cioè,  dal 
Penna,  dal  Carradori,  dal  Salimbeni,  dal  Righi,  dal  Pacetti,  dal 
Laboùreur  ecc.  avutine  i disegni  da  Tommaso  Conca.  Undici 
bassorilievi  moderni  rappresentanti  soggetti  mitologici  fregiano 
le  pareti  superiormente  alle  nicchie  ed  alle  porte,  lavori  dei  ri- 
cordati artefici.  Il  Marchetti  dipinse  gli  arabeschi  della  volta 
ed  il  De  Angelis  vi  colorì  la  favola  di  Galatea.  In  questa  galle- 
ria osservasi  la  stupenda  raccolta  dei  busti  moderni  in  porfido, 
coi  panneggiamenti  di  alabastro,  esistenti  già  nel  palazzo  Bor- 
ghese che  visiteremo  entro  la  città,  i quali  rappresentano  i primi 
undici  imperatori  romani  ed  altri  personaggi  celebri. 

Dei  nominati  busti,  il  primo  a sinistra  entrando,  rappresenta 
Traiano;  la  nicchia  contiene  una  statua  di  Diana,  ristaurata  in 
rappresentanza  della  musa  Talia;  poi  veggonsi,  i busti  di  Galba 
e di  Claudio,  e nella  nicchia  una  Baccante,  mutata  in  Diana  nel 
ristaurarla.  La  stupenda  tazza  di  nero  antico  è lavoro  moderno, 


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243 


Palazzo  della  Villa  Borghese. 

e fra  pocp  ne  vedremo  qui  una  simile.  Laporta  che  corrisponde 
nel  salone  è ornata  con  due  belle  colonne  di  alabastro  orien- 
tale, ed  innanzi  ad  essasi  ammira  un  vaso  che  si  crede  in  olite, 
rarissima  pietra  egizia,  ricordata  da  Plinio.  La  statua  nella  nic- 
chia figura  Bacco,  e vengono  poi  i busti  di  Scipione  Affricano  e 
di  Agrippa.  Entro  la  quarta  nicchia  è posta  la  statua  di  Diana, 
ed  i busti  seguenti  portano  l’effigie  di  Augusto  e di  Vitellio;  se- 
gue un  Bacco,  e quindi  succede  il  busto  di  Tito.  Poscia  si  scor- 
gono, un’erma  d’alabastro  fiorito  colla  testa  di  Bacco  coronata 
d’edera  in  bronzo,  ed  il  busto  di  Giunone  di  simil  marmo,  col 
capo  dì  rosso  antico. 

Continuando  il  giro,  troveremo  da  prima,  i busti  di  Cicerone 
e di  Nerone,  ed  un’erma  di  eccellente  lavoro  in  basalte,  rappre- 
sentante un  satiro  con  un  otre  in  ispalla;  vengono  dopo,  i busti 
di  Vespasiano  e di  Ottone;  una  statua  in  bronzo,  figurante  un 
giovine  imperatore,  forse  Geta;  i busti  di  Domiziano,  di  Vespa- 
siano, di  Caligola  e di  Vitellio.  Entro  la  nicchia  è collocata  la 
statua  di  Teti,  ed  alla  destra  evvi  il  busto  di  Tiberio.  In  mezzo  a 
questa  magnifica  galleria  si  scorge  la  pregiatissima  urna  di  por- 
fido che  si  crede  proveniente  dal  mausoleo  di  Adriano,  ed  ai  can- 
ti di  essa  si  vedono  due  gentili  tazze  moderne,  del  medesimo 
marmo.  La  magnificenza  del  luogo  rimane  compita  da  quattro 
stupende  tavole,  pure  di  porfido,  e da  altri  moderni  lavori  ese- 
guiti in  marmi  preziosi. 

quinta  sala,  os sia  il  Gabinetto.  — Questo  grazioso  gabi- 
netto, fregiato  di  pietre  fine,  cioè,  giallo  antico,  porfido,  ecc. 
porta  il  nome  dell’  Ermafrodito , per  la  statua  di  simil  rappre- 
sentanza che  ne  costituisce  il  principale  ornamento.  I quadri 
della  volta,  allusivi  alla  favola  di  Ermafrodito  e Salmace,  ven- 
nero condotti  dal  Buonvicini,  ed  i paesi  sulle  porte,  appartengo- 
no airUltinkins. 

I più  considerevoli  oggetti  qui  collocati,  principiando  a sinistra 
entrando,  sono:  un  Fauno;  un  graziosissimo  fanciullo  trastullan- 
tesi  con  un  uccello,  ed  un  Amore  piangente,  senz’ali,  e colla  ca- 
tena al  piede.  Dal  lato  seguente  si  osserva  la  pregiatissima  sta- 
tua dormente  dell’Ermafrodito,  trovata,  conforme  si  crede, 
presso  la  chiesa  di  s.  Maria  della  Vittoria,  del  pari  che  l’altra 
la  quale  ora  è in  Parigi:  il  busto  a sinistra,  rappresenta  Tito; 
quelli  collocati  a diritta,  sono  di  personaggi  incogniti.  Poscia 
seguono  le  statue  di  Marzio  e di  Venere,  la  prima  delle  quali  è 
una  copia  di  quella  in  bronzo  esistente  in  Campidoglio,  e l’altra 
fu  copiata  da  una  Venere  del  museo  Vaticano.  L’antico  musai- 

11* 


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244  Quarta  Giornata. 

co  incassato  nel  pavimento  fu  scoperto  in  CastelT  Arcione  pres- 
so la  via  Tiburtina. 

sesta  sala.  — Quivi  si  ammirava  in  passato  il  celebrato  eroe 
combattente  di  Afasia,  conosciuto  col  nome  di  Gladiatore  di 
Borghese.  La  sala  è attorniata  da  IO  pilastri  in  breccia  coralli- 
na, mentre  quattro  colonne  d'ugual  marmo  decorano  la  parete 
incontro  alla  porta  del  gabinetto.  Lorenzo  Pècbeux  dipinse  nel- 
la volta  il  concilio  degli  dei;  gli  ornati  di  chiaroscuro  apparten- 
gono al  Mar  betti,  ed  i quattro  quadri  ad  olio  sono  del  Thiers, 
pittore  francese:  i due  grandi  rappresentano  una  caccia  di  fiere, 
e la  morte  di  Milone;  i due  piccoli,  l’atleta Polidamante,  ed  il  ri- 
conoscimento di  Teseo. 

La  statua  di  Titèo  occupa  il  centro  della  sala,  opera  d’ottimo 
stile,  rinvenuta  negli  scavi  praticati  nell’anzidetta  villa  sulla  via 
Salaria.  Cominciando  a girare  da  sinistra  erttrando,  si  trove- 
ranno: una  statua  di  Pallade;  una  bella  tavola  di  granito  rosso, 
su  cui  stanno  alcune  statuine;  un  Apollo  di  stile  greco  antico; 
un  busto  colossale  di  Lucilla,  ed  una  statua  giacente  simile  a 
quelle  che  si  osservano  sui  sarcofaghi.  Nella  parete  è murato 
un  bassorilievo,  rappresentante  una  donna  fra  due  uomini  toga- 
ti, ed  alla  dritta  si  vede  un  simulacro  triforme.  Vengono  poi: 
la  statua  d’una  Ninfa,  di  cui  se  ne  vede  una  eguale  nel  museo 
Vaticano,  ed  una  Leda,  simile  a quella  del  museo  Capitolino, 
ma  di  più  pregiato  lavoro.  Entro  la  nicchia,  nel  mezzo  dell’ul- 
tima parete,  si  scorge  la  statua  appellata  la  Pietà,  e di  sotto  è 
la  figura  d’un  uomo  togato  giacente  sopra  un  sarcofago,  su  cui 
sono  scolpiti  in  bassorilievo,  Tritoni,  Nereidi  ed  Amorini;  alla 
sinistra  del  sarcofago  si  scorge  la  statua  di  una  giovanotta  tu- 
nicata, ed  a destra  Esculapio  con  Telesforo  suo  figlio. 

settima  sala.  — Essa  vien  detta  sala  egizia,  a causa  della- 
decorazione,  e di  qualche  monumento  che  racchiude,  pertinen- 
te all’antico  culto  egiziano.  Il  quadro  nel  mezzo  della  volta  e- 
sprime  Cibele  che  versa  sull’Egitto  i suoi  doni,  e negli  otto  qua- 
dri laterali  sono  rappresentate  le  divinità  dei  sette  pianeti,  e la 
canicola,  in  aspetto  di  Anubi  alato.  Tali  pitture  e le  altre  nelle 
pareti  furono  eseguite  dal  Conca,  e gli  ornati  della  volta  spet- 
tano al  Marchetti.  Una  porzione  del  pavimento  è in  musaico,  in 
cui,  verso  la  finestra,  è figurato  un  sacrifizio  dei  Feciali,  sebbe- 
ne non  vi  si  osservi  strettamente  conservato  l’antico  rito,  con- 
sistente nell’uceidere  un  maiale  con  pietre  taglienti,  ed  a divi- 
derlo in  due  parti  uguali  per  i due  popoli  che  contraevano  un 
foedus,  o un’alleanza.  Le  pareti  sono  incrostate  di  marmi  rari, 


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Palano  iella  Villa  Borghese.  245 

con  una  decorazione  di  colonne  in  granito  orientale,  nero  an- 
tico, ec-c. 

Nel  mezzo  della  sala  sta  un  gruppo,  che  in  passato  formava 
ornamento  ad  una  fontana,  e rappresenta  un  Fauno  ch’apre  la 
bocca  d'un  delfino  che.versava  acqua.  A manca  dell’ingresso  si 
osserva  una  statua  quasi  nuda,  avente  la  testa  in  sembianza  di 
Diana,  ed  attorno  alla  sala  seguono  le  statue,  d’Iside,  di  Paride, 
e di  Cerere;  due  sfingi  in  basalte;  una  Zingara,  opera  del  secolo 
XVII,  eseguita  parte  in  marmo  e parte  in  bronzo;  una  bella 
mezza  figura  d’Iside,  e le  statue,  di  Venere,  d’una  donna  inco- 
gnita e di  Minerva.  Ai  lati  delle  finestre  sono  due  vasi  in  nero 
antico,  il  busto  di  Adriano  in  marmo  nero,  e le  statue  duna  Bac- 
cante, di  due  Satiri,  e di  una  Venere  somigbante  alla  Medicea. 

ottava  sala.  — Gli  ornati  di  essa  alludono  a Sileno,  perchè 
era  serbata  a contenere  il  gruppo  di  quella  divinità,  oggi  esi- 
stente in  Parigi.  La  volta  fu  dipinta  dal  Marchetti,  ma  il  Conca 
vi  espresse  nel  centro  un  sacrifizio  a Sileno,  con  attorno  satiri 
ed  animab.  I bassorilievi  moderni  sulle  porte  spettano  al  Righi. 

Nel  mezzo  di  questa  sala  si  ammira  un  Fauno  danzante,  ope- 
ra assai  bella  trovata  negli  scavi  fatti  sulla  via  Salaria.  Da  si- 
nistra, entrando,  si  osserva  subito  una  Cerere,  e poi  seguono:  un 
Mercurio  inventar  della  lira;  un  Satiro;  un  busto  incognito;  un 
altro  busto,  creduto  di  Seneca;  un  busto  di  Minerva  Gorgolo- 
fa,  cioè  colla  testa  di  Medusa  sull’elmo;  un  Fauno,  replica  di 
quello  diPrassitele;  una  statua  di  Plutone  col  Cerbero;  un  guer- 
riero somigliante  molto  ad  Antonino  Pio;  il  dio  Pane  colla  zam- 
pogna ed  il  pedo;  e le  statue,  d’nna  matrona  romana,  di  Perian- 
dro,  e d’una  donna  incognita  ristaurata  per  una  Musa.  In  mez- 
zo all’ultima  parete  si  osserva  il  gruppo  di  Libero  seduto,  con 
Libera:  le  statue  laterali  ed  i quattro  busti,  posti  due  per  lato, 
sono  tutti  ritratti  incogniti.  — Tornando  alla  quarta  sala,  ossia 
alla  galleria,  si  ascende  all’ 

APPARTAMENTO  SUPERIORE. 

galleria.  — Nel  centro  si  ammira  il  celebrato  gruppo  di  A- 
pollo  e Dafne,  scolpito  dal  Bernini  in  età  di  anni  18:  la  statua  di 
David  è opera  dell’autore  stesso,  come  pure  fu  da  lui  eseguito, 
in  età  di  anni  15,  il  gruppo  d’Enea  che  porta  sugli  omeri  il  suo 
padre  Anchise.  A Massimiliano  Laboureur  appartengono  i quat- 
tro grandi  vasi  in  marmo  bianco,  attorniati  da  bassorilievi  allu- 
sivi alle  quattro  Stagioni.  I cinque  paesi  incontro  alle  finestre 


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246  Quarta  Giornata. 

vennero  condotti  dall'Hackert,  e le  marine  sulle  porte  sono  del 
Marchetti.  Il  Lanfranco  poi  colori  la  volta  con  grandioso  stile  e 
di  bell’effetto,  rappresentandovi  nel  mezzo  le  principali  divinità 
de’  pagani.  — La  porta  incontro  a quella  per  cui  siatìio  entrati, 
dà  adito  alla 

prima  sala,  detta  dei  ritratti.  — Le  pareti  sono  interamen- 
te coperte  di  ritratti  ad  olio,  de’  quali  non  ricorderemo  se  non 
quelli  rappresentanti  personaggi  cogniti.  Il  ritratto  di  Paolo 
V Borghese , che  si  osserva  nel  mezzo  della  parete , da  sini- 
stra entrando,  è stupendo  lavoro  di  Michelangiolo  da  Caravag- 
gio; il  busto  di  quel  papa,  scolpito  in  marmo,  è del  Bernini.  Il 
ritratto  sulla  porta  che  mette  nella  seguente  stanza,  rappresenta 
un  cardinale  di  casa  Borghese,  e l’altro  posto  sulla  successiva 
porta  è del  card.  Scipione  Borghese.  Finalmente,  il  quadro  su- 
periormente alla  porta  incontro,  rappresentatovi  un  personag- 
gio in  abito  di  avvocato  concistoriale,  che  si  crede  sia  il  ritrat- 
to di  Marcantonio  Borghese,  padre  di  Paolo  V,  viene  attribuito 
a Guido.  Si  ritiene  pure,  che  quasi  tutti  gli  altri  ritratti  appar- 
tengano in  parte  al  Padovanino,ed  in  parte  a Scipione  da  Gae- 
ta. La  statua  dell’Innocenza,  scolpita  in  marmo  bianco,  è opera 
di  Carlo  Aureli,  ed  i due  busti  del  card.  Scipione  Borghese, 
.collocati  nelle  pareti  laterali,  sono  del  Bernini.  L’Aurora  nella 
volta  fu  dipinta  dal  ricordato  Marchetti,  che  fu  pure  l’autore  di 
tutte  le  pitture  della  seconda  sala.  — La  porta  di  lato  alla  fi- 
nestra, mette  alla  terza  sala  nella  cui  volta  osservasi  un  bel 
quadro  del  Cagnerau,  rappresentante  Venere  con  un  Satiro. 

quarta  sala.  — Si  scorge  nel  mezzo  la  statua  di  Venere  vin- 
citrice, opera  assai  lodata  del  Canova.  Le  statue  di  Venere  e Pa- 
ride poste  entro  le  nicchie  vennero  scolpite  da  Agostino  Penna. 
I quattro  belli  bassorilievi  in  giallo  antico,  murati  sulle  porte, 
sono  lavori  del  Pacetti.  Gavino  Hamilton  fu  autore  de’  tre  gran- 
di quadri  ch’ornano  le  pareti,  rappresentativi,  Paride  ed  Elena, 
la  morte  di  Achille,  e la  partenza  di  Elena.  Il  nominato  pittore 
condusse  pure  tutti  i quadri  della  volta,  eccettuato  quello  rispon- 
dente sulle  finestre  che  appartiene  al  Camuccini. 

quinta  sala.  — Essa  è per  intero  decorata  con  opere  dell’O- 
rizzonte, ed  il  Novelli  dipinse  la  volta,  esprimendovi  in  cinque 
quadri  la  favola  di  Amore  e Psiche.  Il  caminetto  di  rosso  antico 
venne  lavorato  dal  Penna,  e la  bella  Statua  d’una  Baccante  dan- 
zatrice fu  scolpita  da  Adamo  Tadolini.  — Traversando  il  ter- 
razzo si  entra  nella 


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247 


Palazzo  della  Villa  Borghese. 

sesta  sala.  — Fra  i quadri  quivi  raccolti  primeggiano  quel- 
li di  Peters,  rappresentanti  animali  differenti.  L’TJltempergers 
colori  la  volta  figurandovi  con  molto  effetto  e con  assai  sapere 
le  principali  fatiche  di  Ercole.  Nel  mezzo  della  sala,  vedesi  una 
statua  moderna  in  bronzo,  rappresentante  Narciso. 

settima  sala.  — Essa  contiene  diversi  quadri,  e la  volta  fu 
dipinta  dal  Conca  che  vi  rappresentò  alcuni  episodii  dell’  Eneide: 
la  statua  di  Diana  collocata  pel  centro  è di  Bartolommeo  Cava- 
ceppi. — Allorquando  era  aperto  l’ingresso  meridionale  di  que- 
sta villa,  il  quale  trovasi,  come  si  disse,  presso  il  palazzo  testé  de- 
scritto, si  usciva  a vedere  la  contigua 

PORTA  PINCIANA, 

t 

Questa  porta,  oggi  chiusa,  fu  eretta  da  Onorio,  ed  in  segui- 
to, avendo  patito  danni  dai  Goti,  venne  riedificata  da  Belisario 
il  quale  diedele  il  suo  nome,  che  però  presto  perdette,  ripiglian- 
do quello  primitivo,  che  tuttora  conserva.  Il  volgo  pretende, 
che  quel  valoroso  capitano,  venuto  in  disgrazia  di  Giustiniano, 
caduto  in  miseria  e reso  cieco,  quivi  si  sedesse  per  chiedere  l’ele- 
mosina; ma  il  Muratori  già  da  gran  tempo  provò  la  falsità  di  ta- 
le racconto. 


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248 


ITINERARIO 


DI  ROMA 


QUINTA  giornata 

DAL  MAUSOLEO  DI  AUGUSTO  AL  VELABRO. 


Nella  prima  giornata  fu  detto  che  tre  strade,  muovendo 
dalla  piazza  del  Popolo,  vanno  verso  l’iuterno  della  città,  e che 
fra  esse,  quella  a destra  chiamasi  via  di  Ricetta,  nome  derivato- 
le dal  porto  a cui  conduce,  il  quale  rimane  in  riva  al  Tevere. 

Mettendosi  per  la  detta  strada,  poco  prima  di  giungere  al 
suddetto  porto,  s’incontra  a diritta  una  gran  fabbrica  eretta  coi 
disegni  di  Pietro  Camporese,  nel  pontificato  di  Gregorio  XVI, 
éd  in  pari  tempo  fu  ridotta  in  ameno  passeggio  la  riva  del  Te- 
vere, corrispondente  dietro  tale  fabbrica.  D’ordine  del  pontefice 
medesimo  furono  trasferite  in  un’ala  di  esso  edilizio  le  scuole  di 
belle  arti  che  erano  già  nell’Università  romana;  scuole  che  ven- 
gono dirette  dall’Accademia  denominata  di  San  Luca,  ed  ove 
s’insegnano  i precetti  della  Pittura , della  Scultura,  e delibi  r- 
chitettura,  come  pure  l'arte  di  ornare,  la  Prospettiva,  e la  Mi- 
tologia, essendovi  all’uopo  dei  valenti  professori.  Proseguendo 
ad  andare  lungo  la  via  di  Rigetta  si  trova  a sinistra,  dopo  pochi 
passi,  la  via  de’  Pontefici,  cosi  chiamata  dai  ritratti  di  parecchi 
papi  co’  quali  in  passato  rimaneva  abbellito  il  prospetto  d’una 
casa  sulla  mano  destra.  — In  questa  stessa  via  è il  palazzo  Co- 
rèa (N.°  57),  ove  sono  gli  Avanzi  del 

MAUSOLEO  DI  AUGUSTO. 

Svetonio,  parlando  dei  funerali  celebrati  ad  onore  di  Augu- 
sto, assegna  il  luogo,  l'autore  e la  data  di  sì  fatto  insigne  mo- 
numento, che  venne  detto  Mausoleo  perchè,  a causa  della  sua 
magnificenza,  rivaleggiava  col  sepolcro  eretto  da  Artemisia,  re- 


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Mausoleo  di  Augusto.  249 

gina  di  Caria,  a Mausolo  suo  marito,  e riguardato  come  una 
delle  maraviglie  del  mondo.  Quel  chiaro  scrittore  afferma,  che 
le  ceneri  di  Augusto  furono  deposte  nel  Mausoleo,  monumento 
che  egli  aveva  fatto  edificare  a tal  uso  fra  la  via  Flaminia  ed  il 
Tevere,  nel  sesto  suo  consolato,  rispondente  all’anno  27  avanti 
l’era  volgare,  dopo  aver  decretato  che  i boschetti  ed  i passeggi 
che  l’attorniavano  sarebbero  di  pubblico  uso.  Questo  passo  chia- 
rissimo di  Svetonio  mostra  come  il  Mausoleo  di  Augusto  rima- 
nesse fra  la  via  Flaminia  ed  il  Tevere,  e serve  di  commento  al- 
l’arguzia di  Seneca  il  quale,  parlando  dell’imperator  Claudio  se- 
polto nel  Mausoleo,  disse  ch’egli  scese  all’  Èrebo  fra  il  Tevere  e 
la  via  retta,  ossia  Flaminia:  etinter  Tiberini  et  viam  rectam  de- 
scendi t ad  inferos. 

Il  monumento  di  cui  trattiamo  diede  origine  al  nome  di  Augu- 
sta assegnato  a questa  parte  della  città  nel  medio  evo,  e che  con- 
servava ancora  ai  tempi  del  Marliano  nel  secolo  XVI:  quindi, 
sia  per  l'architettura,  e per  lo  stile  degli  avanzi  tuttora  esistenti, 
sia  pei  passi  di  Svetonio  e di  Seneca,  come  anche  per  la  tradi- 
zione del  medio  evo,  conviene  ritenere  che  i ruderi  del  monu- 
mento sepolcrale  congiunto  al  palazzo  Corèa  appartengano  al 
Mausoleo  di  Augusto.  Abbiamo  in  Virgilio,  che  poco  dopo  la 
sua  erezione  vi  fu  sepolto  Marcello,  e si  rileva  da  Albinovano, 
come  successivamente  vi  fosser  collocate  le  ceneri  di  Agrippa, 
di  Ottavia,  sorella  di  Augusto,  e di  Druso,  e poscia  quelle  ezian- 
dio di  Germanico,  di  Claudio,  e di  Nerva,  ultimo  degl’impera- 
' tori  ivi  sepolti.  Correndo  il  secolo  XII  questo  monumento  fu 
mutato  in  fortezza:  l’anno  1167,  allorché  fu  essa  smantellata  dal 
popolo  romano,  era  in  potere  de’  Colonnesi,  e da  quel  tempo  ri- 
mase in  istato  di  ruina. 

Dagli  avanzi  che  ne  restano,  difficilmente  potrebbesi  formare 
l’idea  della  sua  magnificenza,  se  Strabone,  scrittore  contempo- 
raneo di  Augusto  e di  Tiberio,  uon  ce  ne  avesse  lasciata  una 
bella  descrizione.  Egb,  nel  libro  quinto  della  sua  geografia,  do- 
ve parla  del  Campo  Marzio,  dice  che  il  Mausoleo  era  degno  di 
special  menzione:  che  sopra  un’alta  crepidine  o basamento  cir- 
colare, costruito  in  marmo  bianco,  sorgeva  un  tumulo  di  terra 
coperto  fino  alla  cima  da  ombrosi  e sempre  verdi  alberi;  che  sul- 
la cima  stessa  s’ergeva  la  statua  in  bronzo  di  Augusto,  e al  di- 
sotto del  tumulo  erano  le  celle  mortuarie  dello  stesso  Augusto, 
de’  congiunti  suoi  e de’  suoi  familiari;  che  dietro  il  monumento 
esisteva  un  bosco  in  cui  aprivansi  ammirabili  viali;  che  in  mezzo 
a questi  trovavasi  il  recinto  dell  'Ustrino,  ossia  il  luogo  destina- 
li** 


250  Quinta  Giornata. 

to  a bruciare  i cadaveri.  Nel  centro  poi  di  tale  recinto,  piantato 
di  pioppi  e chiuso  intorno  da  cancelli  di  ferro,  elevavasi  il  rogo 
in  marmo  bianco.  L’ingresso  del  Mausoleo  guardava  verso  mez- 
zodì, ed  era  decorato  da  due  obelischi  di  granito  rosso  senza  ge- 
roglifici, erettivi  da  Claudio  imperatore. 

Di  cosi  stupendo  sepolcro  non  rimane  che  il  nucleo  del  basa- 
mento, costruito  con  opera  reticolata  in  tufa,  essendone  scom- 
parsi affatto  i marmorei  massi  cbè  lo  rivestivano.  L’attuale  dia- 
metro de’  ruderi  di  esso  basamento  è di  200  piedi  romani  anti- 
chi. All’intorno  si  scorgono  ancora  le  tracce  di  13  camere  se- 
polcrali, poiché  la  quattordicesima  serviva  ad  uso  d’ingresso  . 
nella  gran  sala  rotonda  che  rimaneva  sotto  al  tumulo  di  terra, 
ed  aveva  un  diametro  di  130  piedi.  La  volta  da  cui  andava  co- 
perta e che  serviva  di  sostegno  al  tumulo  piantato  di  alberi, 
venne  a crollare,  formando  cosi  un  terrapieno.  Attorno  ad  esso, 
sul  finire  dello  scorso  secolo,  fu  costruito  una  specie  d’anfitea- 
tro, ove  si  danno  differenti  spettacoli,  in  ispecie  nell’estate,  ed 
in  passato  vi  si  dava  anche  la  caccia  del  toro,  proibita  in  fine  dal 
pontefice  Pio  "Vili. 

Gli  obelischi  che  erano  aU’ingresso  del  Mausoleo,  ornano  og- 
gi la  piazza  di  s.  Maria  Maggiore  e quella  del  Quirinale.  Nel 
1777,  scavandosi  il  suolo  per  riedificare  la  casa  all’angolo  della 
piazza  di  s.  Carlo  al  Corso,  incontro  alla  via  della  Croce,  si 
scoperse  un  magnifico  vaso  in  alabastro  e parecchi  pezzi  di  tra- 
vertino su’  quali  leggevansi  i nomi  de’  figli  di  Germanico.  Le 
parole,  hic  crematus  est  (qui  fu  arso)  le  quali  erano  scritte  nel 
marmo,  danno  a conoscere  che  l’Ustrino,  o rogo  dei  Cesari,  ri- 
cordato da  Strabono,  rimaneva  ivi  presso;  gl’ indicati  oggetti 
sono  oggi  nel  Vaticano,  e si  può  credere  che  il  vaso  servisse  a 
contenere  le  ceneri  di  tutti  i membri  della  famiglia,  salvo  quelle 
di  Caligola  e delle  sue  sorelle,  che  sopravvissero  al  massacro  di 
Tiberio.  — Ripigliando  la  via  di  Rìpetta,  ed  avanzando  per  es-  . 
sa,  si  trova  a sinistra  la 

CHIESA  DI  S.  ROCCO. 

Fu  essa  riedificata  nel  1057  dai  confrati  dell’annesso  spedale, 
con  architettura  di  Gio.  Antonio  De  Rossi,  eccetto  la  facciata 
che,  rimasta  incompleta,  venne  decorata  nel  1832,  coi  disegni 
del  Valadier,  per  legato  di  un  tal  Giuseppe  Vitelli.  In  seguito 
poi,  cioè  nc-1 1852,  mediante  offerte  di  pie  persone,  fu  incomin- 
ciata a rinnovare  la  decorazione  nell’interno  del  santuario,  ador- 


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251 


Chiesa  di  s.  Rocco. 

nandolo  di  gentili  dorature,  di  scagliole  ad  imitazione  di  vaghi 
marmi  colorati,  e di  non  poche  pitture  a fresco,  che  non  trala- 
sceremo  di  accennare  brevemente. 

L’interno  di  questa  chiesa  ha  tre  navi,  divise  da  pilastri,  e le 
cappelle  rimangono  fra  loro  scompartite  per  mezzo  di  colonne 
di  opera  muraria,  che  ora  sono  state  dipinte  a guisa  di  marmi 
colorati.  L’  altare  della  prima  cappella  a destra , entrando  in 
^chiesa,  ha  un  quadro  con  s.  Francesco  di  Paola,  colorito  da  An- 
tonio Amorosi,  e quivi  scorgesi  il  sepolcro  del  surricordato  Giu- 
seppe Vitelli,  opera  del  De  Fabris.  La  seconda  cappella,  perti- 
nente alla  famiglia  Cirilli,  è stata  rimessa  a nuovo  a spese  di 
Giuseppe  Cirilli,  ed  abbellita  con  buoni  affreschi  eseguitivi  dal 
Bellolli , il  quale,  nella  cupola  coloriva  quattro  santi  profeti;  nei 
peducci  effigiava  allettante  vergini,  simboleggianti  le  virtù  in 
cui  maggiormente  si  distinse  s.  Rocco;  e nelle  due  lunette  rap- 
presentava due  fatti  della  vita  di  lui,  cioè:  il  santo  che,  nel  riti- 
rarsi dal  mondo,  distribuisce  ogni  suo  avere  a’ poveri,  ed  il  me- 
desimo che  assiste  e conforta  amorevolmente  gli  appestati.  Sul- 
l’altare di  questa  cappella  osservasi  un  quadro  del  Bacicelo, 
rappresentante  Maria  Vergine,  s.  Rocco  e s.  Antonio  Abbate. 
La  nuova  decorazione  della  terza  cappella,  si  deve  alla  genero- 
sità del  sacerdote  D.  Flavio  Moretti.  Essa  è sacra  all’Immaco- 
lata Concezione,  e perciò  non  solo  vi  si  vede  rappresentata  nel 
quadro  dell’altare,  colorito  a tempera  dal  Gagliardi,  ma  anche 
tutti  gli  affreschi  che  l’ adornano,  condotti  dal  Bigioli,  alludono 
in  varie  guise  alla  Vergine  Immacolata. 

Entrando'  nella  nave  di  crocera,  si  trova  da  questo  lato  la 
cappella  del  Crocefisso,  splendidamento  rinnovata,  nella  parte 
decorativa,  dalla  pia  congregazione  della  Via  Crucis,  derigen- 
done  i lavori  l’architetto  Benedetti,  ed  eseguendovi  le  pitture  a 
fresco  Achille  Scaccioni.  Tali  affreschi  offronci  alquanti  tratti 
della  passione  di  Cristo,  i profeti  David  ed  Isaia  che  in  ispecial 
modo  ne  vaticinarono,  le  tre  Marie  che  si  recano  al  sepolcro  del 
Redentore,  l’ angelo  che  ne  annunziava  la  risurrezione,  il  Salva- 
tore risorto,  e parecchi  angeli  che  portano  varii  simboli  della  sua 
passione.  La  successiva  cappella  della  Madonna  conserva  la  de- 
corazione che  ebbe  nei  tempi  andati  da  un  tal  'Niccolò  Menghini, 
il  quale  ne  diede  anche  i disegni,  e vi  sono  pitture  del  Calisi, 
genovese. 

L’ aitar  maggiore,  fatto  erigere  nel  secolo  XVII  dal  Cardinal 
Francesco  Barberini,  ha  tuttora  un  quadro  del  Brandi;  e la  cu- 
pola che  quivi  apresi,  è stata  abbellita  a’ nostri  giorni  con  dora- 


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252  Quinta  Giornata. 

ture,  e con  affreschi  condotti  dal  Marini.  Volgendosi  quindi 
sull’  altro  lato  della  nave  di  crocera,  si  ha  di  faccia  la  cappella, 
sacra  ai  ss.  Martino  e Luigi,  i quali,  insieme  all' immagine  di 
Nostra  Donna,  formano  il  soggetto  del  novello  quadro  dell’al- 
tare, dipinte;  ad  olio  dal  già  ricordato  Bigioli,  autore  eziandio 
dell’affresco  esprimente  s.  Luigi  che  rinunzia  alla  sua  primoge- 
nitura. Gli  affreschi  poi  delle  due  lunette  al  di  sopra  dell’altare, 
condotti  dal  Pierantoni,  offronci  lo  stesso  santo,  rappresentato, 
innocente  e penitente.  Vicino  all’ingresso  della  sacrestia  scorgesi 
il  monumento  sepolcrale  di  Francesco  Orioli,  filosofo,  medico, 
e letterato,  morto  nel  1856,  e nello  stesso  deposito  si  leggono 
pure  tre  iscrizioni  lapidarie  poste  alla  memoria  di  parecchi  suoi 
congiunti:  tal  monumento  fu  eretto  con  disegno  dell’architetto 
Antonio  Cipolla. 

Entrando  nella  piccola  nave,  si  trova  da  prima  la  cappella  per- 
tinente alla  famiglia  Del  Medico,  dalla  quale  è stata  fatta  risar- 
cire. Il  quadro  dell’altare,  espressovi  s.  Antonio  di  Padova,  è 
di  Mattia  Preti,  detto  il  Calabrese:  le  pitture  della  cupola  e lu- 
nette furono  eseguite  da  Francesco  Rosa.  Nella  seguente  cap- 
pella osservasi  un  «presepe,  di  Baldassare  Peruzzi,  opera  che 
perdè  molto  del  suo  pregio  pel  ritocco  di  uno  scolare  del  Bacic- 
cio;  e sull’altare  dell’ultima  vedesi  un  s. Vincenzo  Ferreri,  di- 
pinto dal  Grecolini. 

Lo  spedale  annesso  a questa  chiesa  fu  eretto  dal  card.  Anton 
Maria  Salviati  per  le  povere  partorienti.  — Quasi  incontro  alla 
chiesa  rimane  il 

PORTO  DI  RIPETTA. 

Clemente  XI  fece  costruire  questo  porto,  in  riva  al  Tevere,  con 
architettura  di  Alessandro  Specchi,  il  quale  per  agevolarne  l’ac- 
cesso vi  praticò  spaziosi  scaglioni;  e nella  costruzione  di  esso  si 
adoperarono  i travertini  d’ una  delle  arcate  del  Colosseo,  caduta 
in  ruina  pel  terremoto  del  1103.  Quivi  approdano  le  barche  pro- 
venienti dalla  Sabina  e dall’  Umbria , recando  in  Roma  vino, 
grano,  olio,  legna,  ed  altri  generi  che  servono  agli  usi  giorna- 
lieri di  questa  capitale.  Il  porto,  al  piano  della  strada,  è decorato 
con  una  fontana  circondata  da  una  balaustrata,  e sulle  due  co- 
lonne erette  alle  estremità,  furono  contrassegnate  le  maggiori 
alluvioni  del  Tevere,  delle  quali  fu  la  più  spaventevole  quella 
del  1598,  allorquando  le  acque  ascesero  fino  al  globo  che  sta  so- 
pra alle  dette  colonne.  Da  queste  porto  si  ha  una  pittoresca  ve- 
duta, coronata  dalle  colline  di  monte  Mario.  — Di  prospetto  al 
porto  rimane  la 


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Chiesa  di  s.  Girolamo  degli  Schiavoni.  253 

CHIESA  IH  S.  GIROL  AMO  DEGLI  SCHIAVONI. 

Quivi  era  anticamente  una  chiesina  dedicata  a santa  Marina, 
la  quale  da  Niccolò  V venne  concessa  ad  alcuni  eremiti  dell’  Illi- 
ria,  perchè  vi  erigessero  accanto  Uno  spedale  pe’  poveri  pelle- 
grini di  quella  nazione,  e vi  fondassero  una  congregazione,  la 
quale  tuttora  sussiste,  ed  appellasi  la  Congregazione  dello  spe- 
dale dis.  Girolamo  degl’illirici.  La  chiesina  venne,  poco  dipoi, 
ristorata  dai  suddetti  eremiti;  e Sisto  V,  in  seguito,  la  riedificò 
nel  modo  che  si  vede  con  architetture  di  Martino  Longhi  e di 
Giovanni  Fontana,  dichiarandola  chiesa  collegiata  per  la  sola 
nazione  illirica. 

La  summentovata  Congregazione,  nel  1847,  risolvette  non 
solo  di  abbellire  con  pitture  le  parti  interne  della  chiesa  che 
n’  erano  rimaste  prive,  ma  anche  di  ristorarla  da  capo  a fondo  e 
di  decorarla  di  ricchi  ornati.  Essa  affidò  l’esecuzione  di  si  nobile 
progetto  al  pittore  romano  Pietro  Gagliardi,  ordinandogli  che 
le  nuove  pitture  fossero,  il  meglio  possibile,  in  armonia  colle  già 
esistenti,  e che  tutte  alludessero  ad  un  solo  soggetto,  cioè,  al 
trionfo  della  chiesa  militante. 

Per  questo  appunto  il  valente  artefice  incominciò  dal  rappre- 
sentare nella  volta  della  gran  nave  l’ esaltazione  della  croce,  che 
si  vede  portata  in  cielo  dagli  angeli.  Le  virtù  cardinali  sono  ai 
lati  di  questo  gruppo  che  brilla  in  mezzo  a vivissimo  splendore, 
i cui  raggi  si  diffondono  gradatamente  su  d’una  gloria  d’an- 
geli, frammista  di  molti  santi  e sante  di  nazione  illirica.  Presso 
la  detta  gloria,  eseguita  con  armonia  e nobiltà  di  caratteri,  si 
scorge,  indicata  appena,  una  gran  corona  di  palme  da  cui  alcuni 
angeli  spiccano  dei  rami  per  distribuirli  a coloro  che  trionfarono 
per  la  fede.  Il  medesimo  Gagliardi  colorì  nei  petti  della  volta, 
con  grandioso  stile  e con  vigorose  tinte,  i quattro  profeti  Mag- 
giori, e nell’attico  eseguiva  di  chiaroscuro,  ad  imitazione  di 
bassorilievi,  sei  storie  dell’  antico  testamento  allusive  alla  reden- 
zione. Nei  pilastri  poi  della  stessa  navata  ed  in  quelli  della  cro- 
cera  effigiò  i dodici  apostoli,  ed  il  nome  di  ognuno  leggesi  in 
una  scritta  tenuta  da  un  angelo  dipinto  per  di  sopra. 

Il  pittore  stesso  condusse  i due  grandi  affreschi  della  crocera 
rappresentando,  in  uno,  il  Calvario,  e nell’altro  l’adorazione 
de’ Magi.  In  questa  pittura,  in  cui  l’aspetto  della  Nostra  Donna 
e del  suo  divin  Figlio  ispirano  venerazione  e rispetto,  tutto  è 
gaio,  tutto  è placido,  e le  grazie  dell’arte  trovansi  accoppiate, 
con  molto  ingegno,  all’ armonia  dell’ effetto,  ed  alla  verità  degli 


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254  Quinta  Giornata. 

oggetti  rappresentativi.  Volgendo  poi  lo  sguardo  all’  affresco 
incontro  si  rimane  commossi  alla  vista  della  scena  tragica  che  - 
in  esso  si  osserva,  giacché,  quantunque  l’ effetto  della  luce,  vi- 
brata e fosca  ad  un  tempo,  sia  più  immaginario  che  naturale, 
pure  v’ha  nel  complesso  cosi  vivace  immaginativa,  da  farti  cr©' 
dere  di  trovarti  proprio  ai  piedi  del  Calvario  nel  punto  in  cui, 
sulla  vetta  di  quel  monte,  veniva  confitto  in  croce,  fra  due  la- 
droni, il  Redentore  del  mondo. 

Visitando  le  cappelle,  si  vedono  altri  dipinti  del  Gagliardi,  al- 
lusivi del  pari  al  soggetto  che  accennammo;  ma  prima  di  par- 
lare di  essi  faremo  parola  delle  pitture  condotte  all’  epoca  del 
gran  pontefice  Sisto  V. 

Fra  queste,  quelle  delle  lunette  e degli  archi  della  crocera, 
come  anche  le  altre  della  finta  cupola  e dell’attico,  sono  lavori 
di  Andrea  di  Ancona,  il  quale  assieme  ad  Antonio  Vi  vi  ani  co- 
lorì nelle  pareti  del  coro  i tre  grandi  affreschi,  esprimenti  l’ or- 
dinazione di  s.  Girolamo,  il  dottore  medesimo  che  ragiona  coi 
santi  Gregorio  Nazianzeno  e Basilio  Magno,  ed  allorquando  vien 
egli  consultato  nel  deserto  da  altri  santi  dottori  intorno  ai  punti 
essenziali  delle  sacre  pagini.  Paris  Nogari  dipinse  la  volta  e l’at- 
tico del  detto  coro,  ove  sorge  isolato  l’ aitar  maggiore,  il  quale 
si  compone  d’ un’ urna  di  verde  antico  fregiata  di  metalli  dorati. 

• Tornando  verso  l’ingresso,  si  osserva  sull’altare  della  prima 
cappella  a destra,  entrando  in  chiesa,  un  quadro  del  Cerniti 
rappresentante  l’ annunciazione  di  Maria  ed  alcuni  santi.  Nella 
seconda  cappella  veggonsi  due  affreschi  del  Gagliardi,  espri- 
menti la  Natività  e l’ Assunzione  della  Madonna,  il  quadro  della 
terza,  è opera  di  Giuseppe  Puglia,  detto  il  Bastaro.  Sull’altare 
della  cappella  incontro  vedesi  un  s.  Girolamo  dello  stesso  Ba- 
staro, ed  il  Gagliardi  dipinsevi  nelle  pareti  laterali  l’apostolo 
s.  Paolo  ed  il  santo  Precursore.  La  cappella  susseguente  ha 
sull’altare  una  deposizione  di  croce  del  ricordato  Bastaro,  e nei 
lati  si  osservano  due  affreschi  del  Gagliardi,  esprimenti  l’ora- 
zione all’orto  e la  coronazione  di  spine.  Il  quadro  dell’ultima 
cappella  si  deve  a Benigno  Wangh,  ed  ha  per  soggetto  la  tra- 
slazione in  Roma  del  corpo  di  s.  Clemente  papa,  effettuata  dai 
santi  vescovi  Cirillo  e Metodio,  i quali  figurano  pure  nel  dipinto. 

Prima  di  uscir  dalla  chiesa  si  vuol  dare  uno  sguardo  ai  lati 
della  gran  finestra  che  apresi  sull’ingresso,  ove  sono  le  due  belle 
e maestose  figure  dei  pontefici  (Niccolò  V e Sisto  V,  lavori  del 
Gagliardi  che  per  disotto  espresse,  di  chiaroscuro,  l’istituzione 
del  capitolo  della  descritta  chiesa,  e l’ approvazione  della  con- 
gregazione illirica. 


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Palazzo  Borghese.  265 

A pochi  passi  da  questa  chiesa,  si  vede  una  loggia  sostenuta 
da  colonne  e pilastri.  Essa  fu  eretta  coi  disegni  di  Flaminio  Pon- 
zio, e rimane  annessa  al  magnifico  palazzo  Borghese,  al  quale 
si  perviene  per  la  strada  appresso  alla  loggia  stessa. 

. PALAZZO  RORGHESE  (N.  19). 

Esso  è uno  de’ più  belli  e superbi  di  Roma:  venne  cominciato 
nel  1590  dal  card.  Dezza  con  architetture  di  Martino  Longhi  il 
vecchio,  e condotto  a termine  sotto  Paolo  V colla  direzione  di 
Flaminio  Ponzio.  Entrasi  in  una  stupenda  corte  circondata  di 
portici  retti  da  96  colonne  in  granito,  d’ordine  dorico  al  pianter- 
reno, e corintio  nel  piano  superiore.  In  questa  corte  si  veggono 
le  statue  colossali  di  Giulia, ( di  Sabina,  e di  Cerere. 

L’appartamento  a terreno  contiene  una  rara  e sceltissima  rac- 
colta di  dipinti,  distribuiti  in  dodici  camere;  de’quali  indicheremo 
i più  degni  di  essere  osservati. 

prima,  sala.  — Prima  parete.  — 1.  La  Madonna  col  Bam- 
bino e s.  Giovanni,  e con  un  coro  d’angeli,  di  Sandro  Botticelli. 

— 2.  Una  Madonna  con  Gesù  e s.  Giovanni,  di  Lorenzo  Credi, 
condotta  sullo  stile  del  Verrocliio  suo  maestro.  — 3.  La  Madon- 
na col  Bambino  ed  alcuni  angeli,-  di  Paride  Alfani,  perugino.  — 
14.  Un’altra  Madonna  col  divin  suo  Figlio  e parecchi  santi,  d’In- 
nocenzo  da  Imola. 

Seconda  parete.  — 32  e 33.  Una  s.  Agata  ed  un  Salvatore, 
belle  mezze  figure  della  scuola  di  Leonardo  da  Vinci. — 34.  Una 
Madonna  col  Bambino,  di  Pietro  Perugino.  — 35.  Un  piccolo 
ritratto  di  Raffaello,  che  si  dice  averlo  dipinto  da  sé  medesimo 
in  giovanissima  etù. 

Terza  parete.  — 36.  Il  ritratto  del  rinomato  frate  Girolamo 
Savonarola,  di  Filippo  Lippi.  — 49  e 57.  Due  quadri  di  Pintu- 
ricchio,  rappresentanti  la  storia  di  Giuseppe  ebreo.  — 54.  Il  pre- 
sepe, bella  pittura  di  Lorenzo  Credi,  fiorentino.  — 56.  Una  Le- 
da, della  scuola  del  Vinci. 

Quarta  parete.  — 65.  Una  Madonna  col  divino  Infante,  della 
scuola  di  Leonardo.  — 67.  Un  presepe,  di  Benvenuto  Garofa- 
lo. — 69.  Altro  soggetto  simile,  di  Antonio  Pollaiolo,  fiorentino. 

seconda  sala.  — Prima  Parete.  — 1 e 2.  Le  nozze  di  Calia 
e la  risurrezione  di  Lazzaro,  opere  pregiatissime  di  Garofalo. 

— 5.  Ammirabile  quadro  del  suddetto,  rappresentante  la  Ma- 
donna, il  fanciullo  Gesù,  s.  Giuseppe  e s.  Michele.  — 8.  Una 
deposizione  di  croce  dello  stesso  Garofalo,  condotta  con  sì  squi- 


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2o6  Quinta  Giornata. 

sito  magistero  d’arte,  da  doversi  ritenere  come  il  suo  capolavo- 
ro. — 13.  Una  sacra  Famiglia,  del  medesimo  autore. 

Seconda  •parete.  — 17.  Ritratto  del  magnanimo  pontefice 
Leone  X,  opera  maravigliosa  della  scuola  di  Raffaello.  — 20.  Un 
bellissimo  ritratto  di  un  cardinale,  colorito  dal  Sanzio. — 23.  La 
maga  Circe,  di  Dosso  Dossi  da  Ferrara.  — 25.  Un  ritratto  di 
Cesare  Borgia,  stupendo  lavoro  di  Raffaello . — 28.  Bellissimo 
ritratto  del  gran  pontefice  Giulio  II,  dipinto  da  Giulio  Romano. 

Terza  parete.  — 31 . Una  sacra  Famiglia,  opera  assai  bene 
eseguita  da  frà  Bartolommeo  da  s.  Marco.  — 34  e 35.  Due  sacre 
Famiglie,  di  Andrea  Del  Sarto.  — 37.  La  deposizione  dalla  cro- 
ce, quadro  classico  di  Raffaello,  superiore  ad  ogni  elogio.  — 39. 
Una  sacra  Famiglia,  del  Sodoma.  — 42.  La  Madonna  col  Bam- 
bino, bel  dipinto  di  Francesco  Francia. 

Quarta  parete.  — 50.  S.  Stefano,  opera  insigne  del  suddetto 
Francia.  — 54  e 55.  Gentili  quadretti  di  Garofalo,  rappresen- 
tanti ambidue  la  Nostra  Donna  col  divin  Figlio  ed  alcuni  san- 
ti. — 58  e 59.  Altri  due  graziosi  quadretti,  cioè,  l’adorazione 
de’Magi,  del  Mazzolino  da  Ferrara,  ed  un  presepe,  di  Garofalo. 

Seguito  della  prima  parete.  — 64.  La  Fornarina  di  Raffaello, 
opera  bellissima  di  Giulio  Romano. 

terza  sala.  — Prima  parete.  — 1.  Gesù  portante  la  croce, 
di  Andrea  Solario.  — 2.  Bel  ritratto  incognito,  del  Parmigiani- 
no.  — 7 e 8.  Due  apostoli  dipinti  dal  Bonarruoti  nella  sua  pri- 
ma gioventù.  — 10.  Venere  nel  bagno,  pregiata  pittura  di  Giu- 
lio Romano.  — 11.  S.  Gio.  Battista,  del  medesimo,  copiato  da 
quello  del  Sanzio  esistente  in  Firenze.  — 21.  Santa  Caterina 
della  Rota,  del  Parmigianino. 

Seconda  parete.  — 22.  Una  sacra  Famiglia,  della  scuola  di 
Raffaello.  — 24  e 28.  Due  quadri  di  mirabile  esecuzione,  di  An- 
drea Del  Sarto,  rappresentanti  ambidue,  ma  con  diversa  com- 
posizione, la  Madonna  ed  il  Bambino,  in  uno  de’quali  è pure  s. 
Giovanni,  e nell’altro  alcuni  angeli.  — 29.  Altra  Madonna  col 
divin  Figlio,  s.  Giovanni  e s.  Anna,  del  suddetto  pittore  — 33. 
Una  sacra  Famiglia,  di  Pierin  Del  Vaga. 

Terza  parete. — 35.  Venere  con  Amore:  di  Andrea  Del  Sarto. 
— 37.  Ritratto  incognito,  della  scuola  di  Raffaello.  — 40.  Da- 
nae, opera  classica  di  Coreggio,  e della  quale  si  potrebbe  in  certa 
guisa  dire,  che  l’arte  sorpassi  la  natura.  — 42.  Bellissimo  ri-< 
tratto  di  Cosimo  I de’ Medici,  del  Bronzino. 

Quarta  parete.  — 46.  La  Maddalena,  gentil  quadro  della  scuo- 
la di  Coreggio.  — 47.  La  nostra  Donna  col  Bambino,  del  Po- 


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257 


Palano  Borghese. 

marancio.  — 48.  La  flagellazione  di  Cristo,  di  frà  Sebastiani? 
Del  Piombo.  — 49.  La  Maddalena,  bell’  opera  di  Andrea  Del 
Sarto.  — La  porta  presso  la  finestra  conduce  alla 

quarta  sala.  — Prima  parete.  — 1.  Gesù  deposto  nel  se- 
polcro, quadretto  condotto  assai  bene  da  Annibaie  Caracci.  — 
2.  La  famosa  Sibilla  Cumana,  celebrato  lavoro  di  Domenichino. 

— 3.  S.  Caterina  da  Siena,  di  Ludovico  Caracci. 

Seconda  parete.  — 9.  La  Pietà,  di  Agostino  Caracci.  — 14. 
Una  deposizione  di  croce,  della  scuola  dei  Caracci. — 15.  Una  Si- 
billa, bell’opera  di  Guido  Cagnacci.  — 16.  La  Madonna  col 
Bambino  e s.  Giovanni,  di  Marcello  Yenusti.  — 18.  S.  France- 
sco, di  Annibale  Caracci.  — 19.  Il  martirio  di  s.  Ignazio,  pre- 
giato lavoro  di  Luca  Giordano,  ad  imitazione  dello  Spagnoletto. 

— 23.  Una  testa  di  s.  Giuseppe,  di  Guido.  — 24.  Lucrezia,  di 
Elisabetta  Sirani. 

Terza  parete.  — 26.  Una  testa  di  s.  Francesco,  di  Annibaie 
Caracci.  — 27.  La  resurrezione  di  Lazzaro,  di  Agostino  Carac- 
ci. — 30.  S.  Francesco,  di  Luigi  Cigoli.  — 32  e 34.  Diie  belle 
teste  di  Annibaie  Caracci,  cioè  l’ effigie  di  s.  Domenico,  e quella 
del  Salvatore.  — 38.  Una  testa  di  s.  Francesco,  di  scuola  de’Ca- 
racci.  — 39.  La  Madonna  col  Bambino , pregevole  lavoro  di 
Carlo  Dolci. 

Quarta  parete.  — 40.  La  Madonna  addolorata,  del  suddetto 
Carlo  Dolci.  — 41  e 44.  L’ Annunziata  e l’angelo  Gabriello,  te- 
ste assai  bene  eseguite  dal  Furino.  — 45.  Il  Salvatore,  opera  di 
Carlo  Dolci,  fiorentino. 

Seguito  della  prima  parete . — 46.  La  Madonna  col  divino  In- 
fante, prezioso  dipinto  di  Sassoferrato. 

quinta  sala.  — Prima  parete.  — 1.  Paese,  di  Francesco 
Bolognesi.  — 5.  La  Madonna  con  s.  Giuseppe  e s.  Anna,  stu- 
penda opera  di  Scipione  da  Gaeta.  — 7.  Un  bel  paese , di  Fran- 
cesco Bolognesi. 

Seconda  parete.  — 11,  12,  13  e 14.  — Le  quattro  Stagioni, 
eccellenti  lavori  di  Francesco  Albani,  bolognese.  — 15.  La  tanto 
celebrata  caccia  di  Diana,  capolavoro  di  Domenichino,  le  mille 
volte  riprodotto. 

Terza  parete.  — 21.  S.  Pietro  liberato  dal  carcere,  di  Fran- 
cesco Mola. — 25.  Una  bella  deposizione  dalla  croce,  di  Federico 
Zuccari,  da  Urbino. 

Quarta  parete.  — 26.  Gran  quadro  di  Michelangelo  da  Ca- 
ravaggio, colla  Madonna,  il  Bambino  Gesù  e s.  Anna.  — 27. 
Venere  che  si  abbiglia,  del  Padovanino. 


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258 


Quinta  Giornata. 

Seguito  della  prima  parete. — 28.  Una  battaglia,  del  cavalier 
d’ Arpinò.  — 29.  Paese  sullo  stile  di  Gaspare  Pussino. 

sesta  sala.  — Prima  parete. — 1.  Un’  Addolorata,  di  Guer- 
cino.  — 2.  S.  Pietro,  di  scuola  bolognese. 

Seconda  parete.  — 3.  Bellissimo  ritratto  di  D.  Orazio  Giu- 
stiniani, prete  dell’  Oratorio,  eseguito  da  Andrea  Sacchi.  — 5. 
Il  Figliuol  prodigo,  squisita  pittura  di  Guercino.  — 6.  Kitratto 
di  Paolo  V,  di  Francesco  Mola.  — 1.  Ritratto  di  Giuseppe  Ghi- 
slieri,  fondatore  in  Roma  del  collegio  del  suo  nome,  dipinto  as- 
sai bene  da  Pietro  da  Cortona,  imitando  lo  stile  del  Van-Dyck. 
— 8.  Davidde,  di  Michelangelo  da  Caravaggio. 

Terza  parete.  — 10.  S.  Stanislao  col  Bambino  Gesù,  del  Ri- 
bera.  — 12.  Giuseppe  ebreo  che  spiega  il  sogno,  del  Valentin. — 
13.  Un  quadro  rappresentante  le  tre  età  dell’uomo,  copia  di  Sas- 
soferrato, dall’originale  di  Tiziano.  — 14.  Un  ritratto,  dipinto 
da  Michelangelo  da  Caravaggio.  — 15.  Un  Satiro  con  frutta, 
del  medesimo.  — 16  e 17.  Paesi,  di  Francesco  Bolognesi. 

Quarta  parete. — 18.  Una  Madonna  eseguita  da  Sassoferrato, 
che  diedele  un’aria  ispirante  divozione. 

Seguito  della  prima  parete.  — 24  e 25.  Paesi,  di  Gaspare 
Pussino.  — 26.  Una  sacra  Famiglia,  di  Scipione  Gaetano.  — 
34.  S.  Sebastiano  e s.  Ireneo,  del  Rustichino  da  Bologna. 

settima  sala.  — Questa  sala,  riccamente  decorata  da  sva- 
riati stucchi,  è abbellita  di  specchi,  su’  quali  Ciro  Ferri  rappre- 
sentò dei  graziosi  putti,  e Mario,  cosi  detto  dei  Fiori,  li  fregiò 
con  fiori  condotti  di  sua  mano.  Quivi  osservasi  una  gran  tavola 
rotonda,  formata  di  molte  qualità  di  marmi  antichi  de’ più  rari, 
i quali,  essendo  disposti  a foggia  di  brecce,  producono  un  bel- 
lissimo effetto. 

ottava  sala.  — Prima  parete.  — 1.  Ritratto  di  Paolo  V in 
musaico  di  pietre  dure,  opera  di  Marcello  Provenzale.  — 2 e 3. 
Battaglie,  del  Borgognone. — 4.  Una  Madonna,  di  Giulio  Clodi. 
— 1 32.  Il  Salvatore,  del  medesimo. 

Seconda  parete.  — 33.  Paese,  di  Salvator  Rosa.  — 36  e 37. 
Paesi  ovali,  di  Cornelio  Satiro.  — 44-e  45.  Due  quadretti  ovali 
in  diaspro  duro,  esprimenti  la  lotta  di  Giacobbe  coll’  angelo,  e 
l’incendio  di  Sodoma,  opere  di  Taddeo  Zuccari. 

nona  sala.  — In  essa  si  osservano  i tre  bellissimi  affreschi 
di  Raffaello,  cioè  — 1.  Le  nozze  di  Alessandro.  — 2.  Il  seguito 
delle  medesime  nozze. — 3.  Un’allegoria  sul  tiro  al  bersaglio. — 
Tornando  alla  sala  degli  specchi,  da  sinistra  si  ha  ingresso  nella 


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259 


Palano  Borghese. 

decima  salav  — Prima  farete.  — 1.  Ritratto  incognito,  del 
Moroni.  — 2.  Le  tre  Grazie,  bel  lavoro  di  Tiziano.  — 4.  Giu- 
ditta, bel  quadro  della  scuola  di  Tiziano,  rappresentante  l’ effigie 
della  moglie  di  questo  esimio  artista. 

Seconda  farete.  — 9.  Ritratto  incognito,  del  Pordenone.  — 
10.  Venere  con  Adone,  di  Luca  Cambiaso,  genovese.  — 13. 
Davidde  colla  testa  di  Golia,  buona  pittura  di  Giorgione.  — 
14.  S.  Gio. Battista  predicante  nel  deserto,  di  Paolo  Veronese.— 
16.  Una  mezza  figura  di  s.  Domenico,  di  Tiziano.  — 19.  Ritrat- 
to di  Giacomo  Bassano,  dipinto  da  lui  stesso. 

Terza  farete.  — 21.  L’Amore  6acro,  e l’Amore  profano, 
capolavoro  di  Tiziano.  — 22.  Bel  quadro  di  Leonello  Spada,  fi- 
gurante un  concerto  di  musica. 

Quarta  farete.  — 29.  La  strage  degl’  innocenti,  dello  Scar- 
sellino. — 30.  La  Madonna  col  Bambino,  di  Giovanni  Bellini. — 
36.  La  ss.  Trinità,  di  Leonardo  Bassano. 

undecima  sala.  — Prima  farete.  — 1.  La  Madonna  col  di- 
vin  Figlio  e diversi  santi,  bel  lavoro  di  Lorenzo  Loto.— 2.  S.  Ani 
tonio  il  quale,  non  vedendosi  ascoltato  dal  popolo,  volgesi  a 
predicare  ai  pesci,  pittura  di  Paolo  Veronese.  — 7.  L’adorazione 
de’ Magi,  di  Leonardo  Bassano. 

Seconda  farete.  — 11.  Venere  che  traversa  il. mare  sopra  un 
delfino,  di  Luca  Cambiaso.  — 15.  Il  Salvatore  colla  famiglia  di 
Zebedeo,  del  Bonifazi.  — 16.  Il  ritorno  del  Figliuol  prodigo,  del 
medesimo. — : 17.  Sansone,  abbozzo  di  Tiziano  dell’ultima  sua 
maniera.  — 18.  La  donna  adultera,  del  Bonifazi.  — 19.  La  Ma- 
donna col  Bambino  Gesù  e taluni  santi,  di  scuola  veneziana.  — 
20.  Venere  con  un  satiro  ed  un  amorino,  eccellente  pittura  di 
Paolo  Veronese. 

Terza  farete.  — 23.  Ritratto  incognito,  del  Pordenone.  — 
24!  Una  Madonna,  dello  Scliidone.  — 25.  Ritratto  di  Tiziano, 
della  sua  scuola. — 26.  Il  Calvario  coi  santi  Girolamo  ed  Onofrio, 
di  Carlo  Crivelli.  — 27.  Ritratto  incognito,  di  Giov.  Bellini.  — 
28.  Una  tosta  del  Battista,  d’autore  incognito.  — 29.  Altro  ri- 
tratto incognito,  di  Giov.  Bellini.  — 32.  La  Madonna  con  Gesù 
Bambino  e s.  Pietro,  del  medesimo  artista.  — 33.  La  Madonna 
col  divin  Figlio  e parecchi  santi,  del  Palma  vecchio.  — 34.  Ri- 
tratto del  Licini  da  Pordenone  coll’  intera  sua  famiglia,  opera  di 
Bartolommeo  Licini  da  Pordenone. 

duodecima  sala.  — Prima  farete.  — 1.  Un  sorprendente 
Crocefisso,  del  Van-Dyck. — 2.  Venere  nel  bagno,  del  Polem- 
burg. — 7.  Una  deposizione  dalla  croce,  del  suddetto  Van-Dyck. 


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260  Quinta  Giornata. 

— ; 9.  Bellissimo  quadro,  in  cui  Adriano  Bracuwer  rappresentò 
1’  esecuzione  di  una  operazione  chirurgica.  — 10.  Un  quadro 
fiammingo,  rappresentante  alcuni  soldati.  — 11.  Graziosissimo 
quadro  di  costumi,  di  Giovanni  Le-Duck. 

Seconda  •parete. — 15.  La  visitazione  di  s.  Elisabetta,  opera 
assai  pregiata  di  Rubens.  — 18.  Giuda  che  tradisce  il  Reden- 
tore con  un  bacio,  pittura  dello  Stem.  — 19.  Ritratto  di  Ludo- 
vico YI,  duca  di  Baviera,  di  Alberto  Durerò.  — 20.  Ritratto 
incognito,  di  Holbein. — 21.  Stupendo  quadretto  di  Rembrandt, 
rappresentatavi  una  cara  vana.  — 22.  Paese  con  vacche,  opera 
superba  di  Paolo  Poter.  — 23.  Bellissima  marina  con  dei  pe- 
scatori, di  Backhuyzen.  — 24.  Altro  bel  ritratto  dipinto  dal- 
V Holbein.  — 25.  Ritratto  incognito  di  scuola  fiamminga.  — 
26.  Superbo  quadretto,  di  Téniers.  — 27.  Magnifico  quadro  del 
Van-Dyck,  in  cui  effigiò  Maria  de’Medici,  regina  di  Francia. 

Terza  parete.  — 28.  Susanna,  opera  d’autore  fiammingo.  — 
40.  Lot  colle  fighe,  di  Gherardo  Delle  Notti. 

Quarta  parete.  — 43.  Venere,  quadro  di  Luca  Cranach.  — 
47.  Interno  d’uno  studio  di  pittura,  opera  maravigliosa  di  Fran- 
cesco Franck.  — 46.  Susanna,  dipinto  della  scuola  di  Rubens. 

Incontro  al  prospetto  principale  del  palazzo  Borghese,  s’apre 
la  via  della  Lupa,  che  mette  su  quella  de’  Prefetti,  ove,  incam- 
minandosi a destra,  si  trova  poco  dopo  dal  lato  stesso  il  palazzo, 
detto  di  Firenze  (N.°  27).  Fu  esso  rinnovato  verso  la  metà  del 
secolo  XVI  coi  disegni  del  Vignola,  ed  il  grande  appartamento 
è decorato  con  pitture  del  Primaticcio  e di  Prospero  Fontana. 

Nell»  via  di  Pallacorda,  Che  rimane  a lato  al  palazzo,  suddet- 
to, eravi  un  piccolo  teatro  in  legno  detto  di  Pallacorda,  il  quale 
nel  1840  fu  riedificato  con  molta  eleganza,  in  opera  muraria, 
coi  disegni  dell’. architetto  Niccola  Carnevali.  Questo  nuovo  tea- 
tro ebbe  il  nome  di  Metastasio,  in  memoria  del  classioo  poèta 
romano,  di  tal  nome.  — La  strada  incontro  al  palazzo  di  Firenze 
conduce  alla  piazzetta,  denominata  comunemente  di 

CAMPO  MARZO. 

La  suindicata  piazzetta,  al  pari  che  l’intero  rione,  conserva 
tuttora  il  nome,  sebbene  in  qualche  modo  corrotto,  dell’antico  e 
famoso  Campo  Marzio,  poiché  cosi  nomavasi  in  tempi  antichi 
tutta  la  pianura  che  ricorre  fra  il  Campidoglio,  il  Quirinale  ed 
il  Pincio,  fino  al  Tevere;  tal  nome  era  stato  dato  a quel  campo 
allorquando  il  popolo  romano  dedicollo  a Marte,  dopo  la  espul- 
sione de’Tarquinii,  che  per  l’innanzi  lo  possedevano. 


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Piazzetta,  comunemente  detta  di  Campo  Marzo.  261 

Questa  pianura  era  da  prima  interamente  serbata  agli  esercizi 
ginnastici  del  popolo,  ed  alle  pubbliche  adunanze  per  l’ elezione 
de’ magistrati;  in  seguito  però,  di  mano  in  mano  che  la  città  si 
venne  ampliando  in  potenza,  fu  riempiuta  di  magnifici  edilìzi,  di 
guisa  che  ai  tempi  di  Strabono  era  già  stata  divisa  in  Campo  di 
Marte  propriamente  detto,  che  proseguiva  a servire  agli  esercizi 
militari,  ed  in  Campo  Minore,  il  quale  ora  occupato  da  monu- 
menti e da  edifizi,  come  a dire,  i teatri  di  Marcello,  di  Pompeo 
e di  Balbo,  l’ anfiteatro  di  Stàtilio  Tauro,  i bagni  di  Agrippa, 
il  Pantheon,  il  Circo  Flaminio,  il  Mausoleo  di  Augusto,  ecc. 

Al  tendine  della  piazzetta  di  Campo  Marzo,  si  trova  la  via  del- 
la Maddalena,  che  conduce  alla  piazza  ed  alla 

CHIESA  ni  S.  MARIA  MADDALENA. 

Fu  edificata  coi  disegni  di  Carlo  Quadri,  meno  la  facciata, 
che  venne  costruita  con  architettura  di  Giuseppe  Sardi,  e di 
essa  dice  il  Milizia,  essere  il  non  plus  ultra  del  cattivo  gusto. 
La  chiesa  tuttavia  risplende  per  ornamenti,  e contiene  alcuni 
buoni  quadri. 

La  cappella  di  s.  Camillo  de  Lellis,  che  è la  terza  a destra,  ha 
una  magnifica  decorazione,  oltre  il  quadro  sull’altare,  di  Placido 
Costanzi,  le  pitture  della  volta,  del  Conca,  ed  i laterali  di  due 
allievi  di  questo.  11  quadro  dell’altar  maggiore,  rappresentatavi 
la  Maddalena,  appartiene  ad  Antonio  Gherardi,  ed  i bassorilievi 
nei  lati  sono  di  Pietro  Bracci.  Il  s.  Niccola  di  Bari,  sull'altare 
della  seguente  cappella,  fu  condotto  dal  Baciccio,  ed  i laterali 
vennero  eseguiti  da  Niccola  Lamberti.  Il  s. Lorenzo  Giustiniani 
nella  cappella  che  viene  dopo,  appartiene  a Luca  Giordano,  det- 
to Luca  fa  presto.  Le  statue  in  gesso,  poste  nelle  nicchie  lungo 
la  navata,  furono  modellate  da  Paolo  Morelli  e da  altri  artefici. 
Superiormente  alla  porta  avvi  un  organo  riccamente  adorno  ed 
assai  armonico,  di  cui  fu  autore  Giovanni  Corrado,  tedesco. 

Uscendo  dalla  descritta  chiesa  per  la  porta  di  fianco,  e piglian- 
do il  cammino  da  sinistra,  si  perviene  sulla  piazza  Capranica, 
così  detta  dal  teatro  di  tal  nome,  ivi  esistente.  Trovasi  pure  su 
di  essa  piazza  la 

' CHIESA  DI  S.  MARIA  IN  AQVIUO. 

Parecchi  archeologi  pretendono  che  essa  pigliasse  il  nome  in 
Aquiro,  dai  giuochi  detti  equiria  (corse  di  cavalli)  le  quali  an- 


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262  Quinta  Giornata. 

ticamente  si -effettuavano  in  questo  luogo  ad  onore  di  Marte. 
L’architettura  di  questa  chiesa  è di  Francesco  da  Volterra;  ma 
il  disegno  della  facciata,  eretta  nel  1774,  è di  Pietro  Camporese. 
Essa  viene  chiamata  ancora  chiesa  degli  Orfanelli  a causa  del- 
l’annesso ospizio,  ove.  sono  raccolti  ed  istniiti  i poveri  orfani. 
Questo  ospizio  ebbe  per  fondatore  Paolo  III;  Leone  XII  affidollo 
ai  chierici  regolari  Somaschi,  e Gregorio  XVI  fecelo  riedificare 
con  architetture  di  Pietro  Camporese,  nipote  del  surricordato 
architetto  di  tal  nome. 

La  sunnominata  chiesa,  la  quale,  ad  eccezione  di  qualche  cap- 
pella, era  affatto  disadorna,  oggi,  mediante  la  decorazione  ed  i 
ristauri  fattivi  eseguire  nel  1867  dai  suddetti  padri  Somaschi, 
anch’essa,  al  pari  di  tante  altre  ristaurate  a’  nostri  giorni,  fu  re- 
sa degna  di  Roma.  I lavori  vennero  diretti  dall’architetto  cav. 
Gaetano  Morichini,  il  quale  arricchì  il  sacro  tempio  di  squisiti 
stucchi  d’ogni  genere,  in  gran  parte  messi  ad  oro,  di  ornamenti 
dipinti  a chiaroscuro,  di  scelti  marmi  colorati,  e di  belli  affreschi 
eseguiti  da  Cesare  Mariani,  romano,  i quali  rendono  vieppiù  in- 
teressante la  nuova  decorazione. 

Il  corpo  della  chiesa  si  compone  di  tre  navate,  una  maggiore 
nel  mezzo,  due  minori  nei  lati,  tutte  precedute  da  un  vestibolo, 
ed  introducenti  nella  navata  di  crocera  ove  elevasi  la  cupola. 

Gli  accennati  affreschi  alludono  in  varie  guise  alla  Regina  de’ 
cieli  a cui  è dedicato  il  sacro  tempio,  e ne  abbelliscono  la  nava- 
ta grande  e la  cupola.  Nella  navata  grande  il  Mariani  dipinse, 
sulle  facce  de’  piloni,  i quattro  santi  dottori  che  scrissero  par- 
ticolarmente di  Maria  Vergine,  cioè:  s.  Giovanni  Crisostomo, 
s. Basilio,  s.  Ambrogio  e s. Gregorio  Magno.  Superiormente  a 
queste  figure  colorì  quattro  angeli  sopra  fondo  dorato,  ognuno 
de’  quali  sostiene  un  cartello  con  entro  qualche  sentenza  del  sot- 
tostante dottore,  allusiva  alla  Madre  di  Dio.  L’attico  è decorato 
con  sei  storiette  in  pittura  monocroma,  eseguite,  tre  per  parte, 
ad  imitazione  di  altorilievo.  Di  queste  storiette,  quelle  a sinistra, 
hanno  per  soggetto  la  Natività,  lo  Sposalizio  e l’Annunciazione 
di  Maria;  quelle  a destra,  la  nascita  del  Redentore,  MariaVergi- 
ne  addolorata,  ed  il  transito  di  Lei.  Le  due  grandi  lunette,  da  ca- 
po ed  in  fondo  di  questa  navata,  sotto  la  curva  della  volta,  con- 
tengono due  grandiosi  affreschi.  Nella  lunetta  sopra  l’arco  del 
vestibolo,  seorgesi  la  Visitazione  di  Maria,  che  è appunto  il  ti- 
tolo della  chiesa.  L’affresco  della  lunetta  incontro  ha  per  sog- 
getto l’Assunzione:  da  un  lato  di  questo  dipinto  sono  rappresen- 
tati s.  Girolamo  Emiliani,  s.  Ignazio  da  Loiola  e s.  Filippo  Neri, 


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Chiesa  di  s.  Maria  in  Aquiro.  2C3 

i quali  protessero  ed  amarono  ardentemente  i poveri  Orfanelli. 
Dal  canto  opposto  è colorita  un’  ampia  loggia,  che  figura  sia  ine- 
rente all’orfanotrofio  eretto  da  Paolo  III,  ed  in  essa  osservasi  una 
quantità  di  fanciulli  e fanciulle,  insieme  ai  loro  principali  bene- 
fattori, fra’  quali  si  distinguono  il  card.  Salviati  ed  il  suddetto 
pontefice.  Anche  la  volta  di  questa  navata  va  adorna  di  alquan- 
ti affreschi  del  Mariani.  Tra  le  finestre  che  si  aprono  nei  fianchi 
di  essa,  figurano  egregiamente,  sopra  fondo  dorato,  i quattro  li- 
vangelisti  seduti  in  trono,  e negli  angoli,  quattro  angeli  soste- 
nenti bende  con  iscrizioni  allusive  alla  Regina  dell’ universo. 
Lungo  poi  la  sommità  della  volta  stessa  sono  dipinti,  in  tre  ot- 
tagoni, diversi  angeli  che  portano  emblemi  di  Maria,  il  cui  mo- 
nogramma risalta  con  bell’effetto  nell’ottagono  di  mezzo . 

Inoltrandosi  verso  la  navata  di  crocera  si  ha  la  vista  della  cu- 
pola, decorata  principalmente  con  affreschi  sopra  fondo  dorato, 
rappresentanti  i più  prossimi  parenti  di  Maria  Vergine,  e quei 
profeti  e quelle  sibille  che  in  particolar  modo  parlarono  di  Lei. 
Nei  peducci  pertanto  di  essa  cupola  sono  dipinti,  s.  Gioachino, 
s.  Giuseppe,  s.  Zaccaria  e s.Gio.  Battista;  e nella  calotta,  i pro- 
feti, Mosè,  David,  Isaia  e Geremia,  aventi  a lato  le  sibille  Per- 
sica, Delfica,  Cumana  e Tiburtina. 

Di  prospetto  rimane  l’apside,  la  cui  nuova  decorazione  è stata 
immaginata  ed  eseguita  da  Luca  Carimini,  romano,  rinomato 
intagliatore  in  marmo,  al  quale  si  devono  pure  i disegni  e l’ese- 
cuzione del  sontuoso  aitar  maggiore,  e della  corrispondente  edi- 
cola, entro  cui  è racchiusa  un’antichissima  immagine  di  Maria 
Vergine,  dipinta  a fresco.  Incontro  agli  archi  pe’  quali  da  que- 
sta nave  traversa  si  passa  nelle  navate  minori,  si  osservano  due 
nuove  cantorie,  abbellite  di  squisiti  ornati  in  bassorilievo,  lu- 
meggiati di  oro.  Quella  a destra,  in  marmo  bianco,  è stata  in- 
ventata ed  eseguita  dal  suddetto  Carimini,  ed  ha  servito  di  mo- 
dello per  l’altra  condotta  in  iscagliola. 

Nella  estremità  di  questa  navata  di  crocera  sono  due  grandi 
cappelle  simmetriche,  in  ciascuna  delle  quali  è un  altare  fian- 
cheggiato da  due  belle  colonne  di  diaspro  di  Sicilia,  e da  due 
angeli  dipinti  a fresco , sopra  fondo  dorato , lavori  di  Ettore 
Grandi.  Nella  cappella  a destra,  dedicata  alla  ss.  Trinità,  è un 
quadro  del  cav.  Vincenzo  Pasqualoni,  rappresentante  il  beato 
Benedetto  Giuseppe  Labre  in  atto  di  preghiera.  Sull’altare  della 
cappella  incontro,  intitolata  a s.  Girolamo  Emiliani,  si  vede  un 
bel  quadro  del  ricordato  Cesare  Mariani,  in  cui  espresse  il  santo 
che  eccita  i suoi  orfanelli  ad  impetrare  da  Maria  Vergine  la  ces- 


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264 


Quinta  Giornata. 

sazione  di  quei  maligni  rumori  che  di  e notte  turbavano  il  loro 
pacifico  ricovero  di  Somasca.  I due  quadri  laterali  si  devono  al- 
la generosità  di  Gio.  Battista  Agostini,  romano,  membro  della 
congregazione  Somasca,  il  quale  feceli  eseguire  dal  cav.  Pietro 
Gagliardi.  Quello  a destra  rappresenta  Maria  Vergine  che  libe- 
ra dal  carcere  s.  Girolamo  Emiliani;  l’altro  ha  per  soggetto  il 
miracolo  dell’acqua  scaturita  dal  seno  di  un’arida  rupe  alle  pre- 
ghiere dello  stesso  santo. 

L’altare  della  prima  cappella,  nella  contigua  nave  minore,  ha 
un  affresco  di  Marcello  Sozzi,  in  cui  è ritratta  la  Vergine  Im- 
macolata, avente  ai  lati  Mosè  ed  Ezechiele,  Isaia  e David.  Nella 
seconda  cappella  sono  tre  quadri , che  si  credono  di  Gherardo 
Delle  Notti,  9 rappresentano  la  Deposizione  dalla  croce,  la  Co- 
ronazione di  spine  e la  Flagellazione  alla  colonna.  Gli  affreschi 
che  adornano  la  volta  di  questa  cappella,  furono  coloriti  da  Gio. 
Battista  Speranza,  ed  il  piccolo  monumento  eretto  in  essa  a Giu- 
seppe Senni,  è opera  di  Emilio  Wolfen.  Il  quadro  della  terza 
cappella  è lavoro  d’Ippolito  Zapponi,  che  vi  colori  l’Angelo  Cu- 
stode. La  cappella  incontro,  nell’altra  piccola  navata,  ha  un  bel 
quadro  di  scuola  lombarda,  rappresentante  s.  Sebastiano;  e sul- 
l’altare della  cappella  seguente  si  venera  un  Crocefisso  scolpito 
in  legno.  Nell’ultima  cappella  osservasi  un  quadro  esprimente 
l’annunziazione  di  "Maria,  forse  del  Nappi,  oppure  di  Bernardo 
Strozzi,  detto  il  Cappuccino. 

Accanto  alla  suddetta  chiesa  trovasi  il  vicolo  della  spada  di 
Orlando,  ove  si  vede  al  proprio  suo  luogo,  un  gran  rocchio  di 
colonna  in  marmo  cipollino.  Nelle  case  prossime  esistono  pa- 
recchie colonne  dello  stesso  marmo,  e sembra  che  queste  e quel- 
lo siano  gli  avanzi  d’un  magnifico  portico,  forse  di  Marco  Agrip- 
pa, quantunque  da  taluni  vengano  assegnate,  con  minor  proba- 
bilità, al  tempio  di  Saturno.  — Al  fine  del  vicolo,  volgendo  a 
destra,  si  giunge  subito  alla 

PIAZZA  DEL  PAXTHEOìV. 

In  seguito  delle  devastazioni  di  Roma  questa  piazza  rimase 
sotto  le  rovine  di  antiche  fabbriche,  fino  a che  Eugenio  IV  ne  la 
rendette  sgombra.  Fu  in  tale  occasione  che  si  rinvennero,  avan- 
ti al  portico  del  Pantheon,  i due  leoni  di  basalte,  posti  poscia 
come  ornamento  alla  mostra  principale  dell’acqua  Felice,  sulla 
piazza  di  Termini,  ed  al  presente  collocati  nel  museo  egizio  al 
Vaticano:  forse  servirono  di  decorazione  alla  gradinata  del  ri- 


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Piazza  del  Pantheon. 


205 


cordato  portico,  se  pure  non  appartennero  alle  terme  di  A grip- 
pa, che  rimanevano  addossate  al  Pantheon,  ovvero  a quelle  di 
Nerone  o di  Alessandro  Severo,  le  quali  esistevano  poco  lungi 
dal  detto  tempio.  Si  trovò  pure  una  ricca  urna  di  porfido,  che 
forma  oggi  il  sarcofago  del  monumento  sepolcrale  di  Clemente 
XII  nella  cappella  Corsini  in  s.  Giovanni  in  Laterano.  Finalmen- 
te vi  fu  scoperta  una  testa  di  Marco  Agrippa  in  bronzo,  ed  al- 
cuni frammenti  d’ima  quadriga,  che  si  suppone  ornasse  il  fron- 
tespizio del  portico.  Gregorio  XIII  decorò  questa  piazza  facen- 
dovi erigere  una  fontana  con  disegno  di  Onorio  Longhi,  sulla 
quale  Clemente  XI  fece  collocare  l’obelisco  che  Paolo  V aveva 
fatto  innalzare  sulla  piazza  di  s.  Macuto,  situata  presso  la  chie- 
sa di  s.  Ignazio.  Questo  piccolo  obelisco  è di  granito  egizio,  co- 
perto di  geroglifici,  e venne  trovato  nel  fare  le  fondamenta  del 
convento  de'domenicani,  annesso  alla  chiesa  di  s.  Maria  sopra 
Minerva:  esso  sorgeva  innanzi  ai  templi  d’Iside  e di  Serapide, 
che  ivi  presso  esistevano. 


PANTHEON. 

Questo  magnifico  tempio  che  vien  reputato,  a buon  diritto, 
come  il  più  perfetto  monumento  dell’antichità  rimasto  in  Poma, 
fu  edificato  da  Agrippa  nel  suo  terzo  consolato,  cioè  nel  726  di 
Roma,  corrispondente  all’anno  27  dell’era  volgare.  E cosa  evi- 
dente che  la  parte  rotonda  di  esso  non  ha  relazione  alcuna  col 
portico,  e che  questo  vi  fu  aggiunto  posteriormente.  Baciò  eb- 
bero origine  serie  discussioni  fra’  moderni  scrittori,  le  quali 
sembrano  appoggiate  da  Dione,  poiché  mentre  nulla  dice  nel 
726  della  fondazione  di  questo  edilìzio,  pur  tuttavia  nel  728  af- 
ferma, che  Agrippa  compì  il  Pantheon.  Taluni  pretendono  che 
la  sala  rotonda  sia  di  un’epoca  di  gran  lunga  anteriore  ad  A- 
grippa,  e che  a lui  soltanto  il  portico  appartenga.  Nulladimeno 
è chiaro,  che  si  debbe  ascrivere  ad  Agrippa  anche  la  parte  circo- 
lare del  monumento  in  discorso,  poiché  si  conosce  ch’era  asso- 
lutamente legata  alle  terme  ch’egli  pel  primo  edificò  in  Roma. 
Che  il  portico  poi  sia  opera  di  lui,  tutti  sono  in  ciò  d’accordo,  e 
l'iscrizione  che  si  legge  nel  fregio  il  dimostra,  poiché  dice: 

M.  AGRIPI’A  . L.  F.  COS.  TERTIVM  . FKCIT. 

Dimodoché  si  potrebbe  porre  d’accordo  la  differenza  di  costru- 
zione fra  la  sala  rotonda  ed  il  portico , ritenendo  che  Agrip- 
pa, il  quale  fu  autore  di  queste  due  parti,  costruisse  prima  la 

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266 


Quinta  Giornata. 

sala  rotonda  come  spettante  alle  terme,  e che  poscia,  volendola 
trasformare  in  tempio,  vi  aggiungesse  il  portico,  ed  è forse  per 
ciò  che  Dione  dice  che  Agrippa  compì  il  Pantheon  nel  728.  Co- 
sì, è dato  credere  che  il  Pantheon  fosse  incominciato  nel  726, 
e rimanesse  compiuto  nel  728,  venendo  dedicato  a Giove  Ulto- 
re, conforme  asserisce  Plinio.  Scrive  Dione,  che  le  statue  di 
Marte  e di  Venere  ch’ivi  si  osservavano,  avendo  gli  attributi  di 
molte  altre  divinità,  diedero  luogo  che  quest’edifizio  venisse  di- 
stinto col  nome  di  Pantheon,  nome  che  tuttora  conserva,  seb- 
bene si  conosca  volgarmente  colla  moderna  denominazione  di 
Rotonda.  Inoltre  lo  storico  stesso  aggiunge,  creder  egli  piutto- 
sto, che  quel  nome  derivasse  dalla  volta  del  tempio,  simigliente 
a quella  del  cielo.  Agrippa  collocovvi  la  statua  di  Giulio  Cesa- 
re, ponendo  la  sua  e quella  di  Augusto  sotto  il  portico,  entro  i 
due  niccliioni  ancora  esistenti.  Quest’edifizio  essendo  stato  in- 
cendiato sotto  Tito  e sotto  Traiano,  venne  ristorato  da  Adriano, 
e poscia  da  Antonino  Pio,  Settimio  Severo,  e Caracalla;  il  qua- 
le ultimo  ristauro  cagionato  dalla  vetustà,  viene  rammentato 
dall’iscrizione  che  si  legge  in  due  linee  nell’architrave: 

IMP.  CAES.  L.  SEPTIMIVS  . SEVERVS  . PIVS  . PERTINAX. 

ARABI  CVS  . AMABENICVS  . PARTHICVS  . MAXIMVS  - PONTIF. 

MAX.TRIB.  POTEST.  X.  IM.  XI.  COS*  III.  P.  P.  PROCOS.  ET. 

IMP.  CAES.  M.  AVRELIVS  . ANTONINVS  . PIVS  . FELIX  . AVG. 

TRIB.  POTEST.  V.  COS.  PROCOS.  PANTHEVM  . VETVSTATE. 

CORRVPTVM  . CVM  . OMNI  . CVLTV  . RESTITVERVNT. 

Tale  ristauro  appartiene  all’anno  202  dell’era  volgare,  allor- 
ché Settimio  Severo  fu  console  la  terza  volta,  e Caracalla  la  pri- 
ma. Da  quest’epoca  fino  al  354  non  si  fa  ricordo  del  Pantheon, 
e fu  appunto  in  detto  anno  che  l’imperatore  Costanzo  lo  vide 
nella  sua  integrità;  notando  Ammiano  Marcellino,  che  rimanes- 
se soprattutto  maravigliato  dell’ampiezza  della  volta.  Nel  391 
venne  chiuso  al  pari  di  tutti  gli  altri  templi  pagani,  e rimase  co- 
sì fino  al  608,  allorché  Foca,  imperatore  di  Costantinopoli,  lo 
concesse  a papa  Bonifazio  IV,  che  lo  consacrò  alla  Madonna  ed 
ai  martiri,  e fin  d’allora  prese  il  nome  di  s.  Maria  ad  Martyres, 
come  tuttora  la  chiesa  è chiamata.  In  quell’epoca  il  Pantheon 
era  assai  più  integro  che  non  al  presente,  poiché  aveva  ancora 
le  tegole  di  bronzo  che  coprivano  il  tetto  del  portico  e la  cupo-, 
la;  ma  nel  663,  Costante  II,  imperatore  di  Costantinopoli,  le 
tolse  via  unitamente  a tutte  le  statue  di  bronzo  sfuggite  alle  ra- 
pine de’  barbari,  designando  di  portarle  nella  sua  capitale,  ove 


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"Pantheon. 


267 


non  giunsero  perchè,  ucciso  l’imperatore  in  Siracusa,  i preziosi 
oggetti  caddero  in  potere  de’  Saraceni,  i quali  li  portarono  in 
Alessandria.  Gregorio  III,  nel  731,  riparò  in  parte  il  danno  sud- 
detto, facendo  coprire  il  Pantheon  con  lastre  di  Piombo,  ed  A- 
nastasio  IV,  nel  secolo  XII,  vi  fece  erigere  accanto  un  palazzo 
per  propria  abitazione,  il  quale  più  non  esiste. 

Gli  sconvolgimenti  dei  secoli  XIII  e XIV  cagionarono  molti 
danni  a questo  tempio,  di  modo  che  sul  principio  del  XV  seco- 
lo, mancavano  le  tre  colonne  del  lato  orientale  del  portico;  il 
tetto  e la  cupola  non  avevano  p iù  la  copertura  in  piombo,  ed  il 
portico  stesso,  a causa  del  rialzamento  del  suolo  dell’attinente 
piazza,  era  rimasto  sepolto  fin  sopra  le  basi  delle  colonne,  di 
guisa  che  scendevasi  alla  chiesa  per  parecchi  gradini. 

Il  magnanimo  pontefice  Martino  V cominciò  dal  ristorare  il 
tetto,  ed  il  suo  esempio  venne  seguito  da  Eugenio  IV  e Nicco- 
lò V;  ed  il  nome  e gli  stemmi  di  quest’ultimo  papa  esistono  an- 
cora su  molte  delle  lastre  c he  cuoprono  la  cupola  dal  canto  di 
mezzogiorno.  Al  cominciare  del  XVI  secolo  venne  innalzata  u- 
na  colonna  di  granito  nell’angolo  orientale  del  portico  in  luogo 
di  quell’antica  che  mancava.  Urbano  Vili,  nel  secolo  successi- 
vo, cioè  nel  1634,  fece  fare  il  capitello  a detta  colonna,  e vi  si 
vede  scolpita  l’ape,  che  costituisce  l’arme  di  quel  pontefice.  Al 
medesimo  si  debbono  i due  campanili  della  chiesa,  conforme 
leggesi  in  una  delle  iscrizioni  a lato  alla  porta.  Un’altra  iscri- 
zione poi,  da  man  sinistra,  ricorda  che  lo  stesso  Urbano  Vili, 
nel  1632,  tolse  via  tutto  il  bronzo  di  cui  erano  rivestiti  i travi 
del  portico  del  Pantheon  per  formarne  le  quattro  colonne  e gli 
altri  ornamenti  dell'altar  papale  nella  basilica  Vaticana,  ed  al- 
quanti cannoni  pel  forte  sant’  Angelo.  Secondo  il  Torrigio,  il 
quale  si  trovò  presente  al  trasporto  del  bronzo,  pesava  questo 
450,251  libbre,  ed  i soli  chiodi  ammontavano  a lib.  9,374:  i can- 
noni poi,  che  con  una  parte  dello  stesso  metallo  vennero  fusi, 
sommarono  a più  di  80.  Alessandro  VII  fu  quegli  che,  nel 
1662,  compì  il  ristauro  del  lato  orientale  del  portico,  erigendo 
le  due  colonne  di  granito,  trovate  presso  s.  Luigi  de’  Francesi, 
nel  luogo  ove  mancavano  dal  medio  evo  in  poi,  e però  veggon- 
si  scolpite  ne’  capitelli  le  armi  di  lui.  Egli  inoltre  fece  sgombra- 
re il  portico  stesso,  togliendone  via  i tugurii  ivi  eretti.  Clemen- 
te XI  ridusse  la  piazza  al  piano  attuale,  e Benedetto  XIV,  sul 
finire  del  secolo  scorso,  portò  l'interno  della  chiesa  a quello  sta- 
to in  cui  la  vediamo.  Sotto  Pio  VII  fu  rinnovata  una  parte  del- 
la copertura  della  cupola,  e si  praticarono  degli  scavi  lungo  il 

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268  Quinta  Giornata. 

lato  occidentale  del  portico,  per  meglio  conoscere  il  piano  della 
fabbrica.  Finalmente  nel  1853  il  governo  fece  demolire  alcune 
case  addossate  al  monumento  dal  canto  di  levante,  onde  sco- 
prirne quel  lato,  il  quale,  correndo  l’anno  1859,  venne  diligente- 
mente ristaurato  dai  danni  cagionatigli  dall’appoggio  delle  case 
suddette.  Sarebbe  poi  cosa  lodevole  che  tali  demolizioni  fosse- 
ro proseguite  fino  a che  l’edifizio  rimanesse  del  tutto  isolato. 

Il  tempio  di  cui  parliamo  entra  nella  categoria  dei  prostili 
ottastili,  non  avendo  che  un  solo  portico  di  otto  colonne  nel- 
l’innanzi.  Anticamente  ascendevasi  a questo  portico  per  sette 
gradini,  lo  che  davagli  un  aspetto  più  maestoso  che  non  al  pre- 
sente, in  cui  vi  si  salisce  per  soli  due  gradini.  Un  si  stupendo 
portico  ha  33  met.  e 10  c.  di  fronte  e 15  m.  e 50  c.  di  profon- 
dità, e va  decorato  di  16  superbe  colonne  d’un  solo  pezzo  di 
granito  orientale,  aventi  4 met.  e 50  c.  di  circonferenza,  e met. 
12  e 36  c.  d’altezza,  senza  comprendervi  la  base  ed  il  capitello, 
che  sono  in  marmo  bianco;  e tali  capitelli  sono  i più  belli  che 
ne  restino  fra  quelli  antichi.  Le  otto  colonne  di  fronte  sono  di 
granito  bigio,  eccetto  una  sostituita  in  gTanito  rosso  e sosten- 
gono un  cornicione  ed  un  frontespizio  di  stupende  proporzioni 
architettoniche.  Nel  centro  del  frontespizio,  eravi  un  bassori- 
lievo di  bronzo  dorato;  e si  crede  che  ai  lati  del  frontespizio 
stesso  vi  fossero  le  statue  di  Venere  e di  Marte,  e sulla  cima 
quella  di  Giove.  Il  portico  aveva  la  copertura  di  bronzo,  e fu 
questa  che  venne  tolta  da  Costante  II,  come  sopra  dicemmo.  I 
travi  eran  pure  rivestiti  d’ugual  metallo  che  fu  levato  sotto  Ur- 
bano Vili,  conforme  si  disse.  Le  pareti  del  portico,  negl’inter- 
stizi da  un  pilastro  all’altro,  erano  incrostate  di  marmi,  e rima- 
nevano interrotte  da  fasce,  tuttora  esistenti,  in  cui  sono  scolpiti 
utensili  sacri  e festoni.  La  statua  di  Augusto  sorgeva  entro  il 
nicchione  a destra,  e quella  di  Agrippa  nell’altro  incontro.  Que- 
sto portico,  quantunque  vada  privo  della  sontuosa  decorazione 
che  arricchiva  il  suo  interno,  pur  tuttavia  riesce  assai  magni- 
fico, ed  appalesa  in  nobil  guisa  l’ingresso  principale  del  mara- 
viglioso  tempio.  La  porta  s'apre  su  due  pilastri  di  bronzo  sca- 
nalati, avendo  la  soglia  di  affricano,  e gli  stipiti  e l’architrave  di 
marmo  bianco.  Le  imposte,  che  chiudono  quest’ingresso,  sono 
le  antiche  e veggonsi  rivestite  di  bronzo. 

L’interno  del  tempio  si  rende  osservabile  del  pari  per  l’ele- 
ganza, che  per  la  sua  nobile  maestà;  e la  sua  forma  sferica  fe- 
cegli  dare,  nei  tempi  moderni,  il  nome  di  Rotonda.  Esso  ha  42 
met.  e 73  c.  di  diametro;  la  suaaltezza,  dal  pavimento  alla  som- 


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Pantheon. 


269 


mità  della  volta  è uguale  al  diametro,  e la  spessezza  del  muro 
che  lo  ricinge  non  è minore  di  6 metri  e 10  centimetri.  Dalle 
basi  delle  colonne  che  girano  tutto  aU’iutorno  si  conosce  che  il 
pavimento  era  anticamente  più  basso  di  quello  del  portico,  lo 
che  rendevane  l'ingresso  più  nobile  e più  maestoso.  La  luce  pe- 
netra nel  tempio  da  una  sola  apertura  rotonda,  del  diametro  di 
8 met.  e 34  c.,  praticata  nel  centro  della  cupola,  e vi  si  ascende 
per  mezzo  d’una  scala  di  190  gradini. 

La  tribuna  dell’altar  maggiore  ha  la  pianta  in  forma  di  un  se- 
micerchio scavato  nella  spessezza  del  muro,  ed  il  suo  arcone, 
simile  a quello  sotto  cui  è l’ingresso,  è decorato  di  due  grosse 
colonne  scanalate  di  paonazzetto,  e di  quattro  pilastri  d'ugual 
marmo.  Le  sei  cappelle  che  si  scorgono  all'intorno  furono  del 
pari  scavate  nella  grossezza  del  muro:  ciascuna  di  esse  venne 
decorata  con  due  pilastri  e due  colonne,  quelle  e questi  scana- 
lati, ed  alternativamente  in  paonazzetto  ed  in  giallo  antico,  a- 
vendo  un  metro  e 14  cent,  di  diametro,  e met.  8 e 82  c.  di  al- 
tezza, non  compresi  i capitelli  e le  basi,  che  sono  in  marmo 
bianco.  Le  dette  colonne  assieme  ai  pilastri  sorreggono  un  gran 
cornicione  di  marmo  bianco,  col  fregio  incrostato  di  porfido.  Su 
quest’ordine  architettonico  s’alza  una  specie  di  attico  contenen- 
te quattordici  nicchie,  e coronato  da  un  cornicione  su  cui  eleva- 
si la  sorprendente  volta  che  costituisce  la  cupola.  Le  famose  ca- 
riatidi in  bronzo,  lavoro  di  Diogene,  ateniese,  delle  quali  parla 
Plinio,  sostenevano  forse  la  cornice  superiore  di  quest’attico.  La 
volta  rimane  scompartita  in  cinque  ordini  di  cassettoni,  ciascun 
de’  quali  era  ornato,  nel  mezzo,  da  un  rosone,  ed  all'intorno,  fi- 
no al  fondo,  aveva  fregi  in  istucco  dorato.  Il  Tiranesi,  che  potè 
osservarne  gli  avanzi,  dice,  essersi  trovati  sotto  gli  stucchi  dei 
grossi  perni  e dello  lamine  di  bronzo,  dal  che  egli  deduce  che 
gli  ornati,  prima  del  ristauro  di  Settimio  Severo,  dovettero  es- 
sere di  tal  materia. 

Nella  circonferenza  del  tempio,  fra  le  cappelle,  sono  otto  nic- 
chie di  quelle  che  gli  antichi  chiamavano  eediculce,  ornate  d’ un 
frontespizio  sorretto  da  due  colonne  corintie  in  giallo  antico, 
porfido,  e granito;  tali  edicole  vennero  dai  cristiani  mutate  in 
altari,  alterandone  alquanto  la  forma  primitiva.  Nel  secolo  XYI 
erano  esse  tuttavia  intatte,  conforme  si  rileva  dai  libri  dei  dise- 
gni di  Sangallo  esistenti  nella  biblioteca  Barberina,  e dalle  ope- 
re del  Serlio  e del  Gamucci.  Il  pavimento,  ed  i muri  fino  al  cor- 
nicione, sono  incrostati  di  marmi  diversi,  e si  ritiene  che  tale 
decorazione,  del  pari  che  le  otto  edicole  appartengano  al  ristauro 


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270  Quinta  Giornata. 

di  Settimio  Severo,  e che  nel  centro  della  tribuna  esistesse  un 
Giove  colossale. 

L’ immortai  Raffaello,  morendo,  designò  la  terza  edicola  a si- 
nistra entrando,  per  luogo  di  sua  sepoltura,  e commise  a’  suoi 
eredi  di  ristorarla,  e di  far  scolpire  da  Lorenzetto,  suo  scolare, 
la  statua  di  Nostra  Donna  ch’osservasi  entro  la  nicchia  e che 
▼ien  detta  la  Madonna  del  Sasso.  Siccome  poi  in  tale  occasione 
si  mutò  in  altare  il  dinnanzi  della  nicchia,  cosi  di  mano  in  mano 
vennero  in  simil  guisa  ridotte  tutte  le  altre.  Il  divino  pittore  fu 
sotterrato  sotto  la  base  della  statua,  dietro  l’altare,  ed  infatti 
il  14  di  settembre  del  1833  furono  ivi  scoperte  le  ossa  di  lui,  ove 
furono  nuovamente  collocate  la  sera  del  18  ottobre,  in  mezzo  alla 
pompa  ed  alle  cerimonie  convenevoli,  del  che  si  ha  ricordo  nella 
iscrizione  in  marmo,  posta  nella  cappella  prossima,  sacra  a san 
Tommaso.  In  tal  guisa,  il  Pantheon,  il  monumento  più  bello  che 
ne  rimanga  dell’  antica  Roma,  racchiude  le  spoglie  mortali  del 
più  celebre  artefice  di  Roma  moderna.  Oltre  al  Sanzio,  furono 
sepolti  in  questo  tempio,  Baldassare  Peruzzi,  Giovanni  da  Udi- 
ne, Pierin  Del  Vaga,  Taddeo  Zuccari,  Annibaie  Caracei  ed  altri 
rinomati  artefici. 

Questo  tempio,  maraviglioso  per  la  mole,  per  antichità,  e per 
architettura,  va  tuttavia  privo  di  pregevoli  monumenti  di  scul- 
tura e di  pittura,  per  cui  non  ricorderemo,  fra  le  prime,  che  la 
Madonna  scolpita  da  Lorenzetto,  ed  il  cenotafio  in  cui  furono 
deposti  i precordii  del  cardinale  Ercole  Consalvi,  segretario  di 
stato  di  Pio  VII,  posto  entro  la  cappella  del  Crocefisso,  opera  del 
Thorwaldsen  ; e fra  i quadri  degli  altari  accenneremo , quello 
rappresentante  s.  Tommaso  che  pone  il  dito  nel  costato  di  Gesù, 
dipinto  da  Pietro  Paolo  Bonzi,  e l’ altro  col  martirio  di  s.  Stefa- 
no, condotto  da  Stefano  Pozzi,  a spese  del  sommo  Canova. 

Fin  dal  1542  è annessa  a questa  chiesa  una  congregazione 
composta  di  pittori,  scultori,  architetti,  od  altri  personaggi  di 
merito.  Molti  di  essi  vennero  quivi  sepolti,  per  cui  si  erano  tal- 
mente moltiplicati  i busti,  posti  alla  loro  memoria,  che  nel  1821 
il  governo  decretò  che  fossero  trasportati  in  Campidoglio;  ed  in 
tal  guisa  ebbe  origine  la  Protomoteca  Capitolina.  Nella  chiesa 
però  restarono  le  iscrizioni  fatte  ad  onore  di  Raffaello,  di  Anni- 
baie Caracci,  di  Pierin  Del  Vaga,  di  Taddeo  Zuccari,  di  Barto- 
lommeo  Baronino,  e di  Flaminio  Vacca.  Le  iscrizioni  relative  a 
Raffaello  ed  al  Caracci  sono  collocate  ai  lati  dell'altare  sacro 
alla  Madonna  del  Sasso,  e le  altre  entro  le  successive  cappelle. 

Le  terme  di  Marco  Agrippa,  le  prime  che  venissero  costruite 
con  magnificenza  in  Roma,  erano  congiunte  colla  parte  poste- 


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Piatta  della  Minerva.  271 

riore  del  descritto  tempio,  ma  senza  avere  diretta  comunicazione 
con  esso.  L’acqua  Vergine  che  Agrippa  condusse  in  Roma,  ser- 
viva specialmente  per  gli  usi  di  dette  terme.  Leggiamo  in  Plinio 
che  fra  le  statue  che  le  decoravano,  ima  ve  n’era  in  bronzo, 
eseguita  dal  celebre  Lisippo,  lavoro  così  perfetto  che  Tiberio, 
essendosene  invaghito,  la  volle  trasportata  nel  proprio  palazzo, 
ma  per  il  malcontento  del  popolo  fu  obbligato  farla  di  nuovo 
collocare  al  buo  luogo.  — Uscendo  dal  Pantheon,  volgete  verso 
l’angolo  destro  del  portico,  poscia  pigliate  la  via  che  rimane 
presso  il  iìanco  del  Pantheon  stesso,  e vi  troverete  subito  sulla 

PIAZZA  DELLA  MINERVA. 

L’obelisco  egizio  coperto  di  geroglifici,  che  si  vede  nel  mezzo 
di  questa  piazza,  fu  trovato  nel  giardino  del  convento  de’ dome- 
nicani, detto  della  Minerva,  circa  l’anno  1665.  Alessandro  VII 
fecelo  erigere  dal  Bernini  sulla  piazza  di  cui  trattiamo,  e quel- 
l’artista lo  collocò  sul  dorso  d’un  elefante  in  marmo,  scolpito 
da  Ercole  Ferrata.  Si  sa  che  i templi  d’ Iside  e di  Serapide,  co- 
nosciuti dagli  antichi  col  nome  d’Iseum  et  Serapeum,  esisteva- 
no in  queste  vicinanze , occupando  lo  spazio  dal  summenzionato 
giardino  fin  quasi  presso  alle  scuderie  del  palazzo  Altieri.  Infatti 
si  trovarono  in  questo  spazio,  in  diverse  occasioni,  molti  oggetti 
relativi  al  culto  egizio,  ed  in  ispecie  i due  obelischi  che  decorano 
la  piazza  del  Pantheon,  e quella  in  discorso,  l’ara  isiaca,  ora  nel 
museo  Capitolino,  e le  due  belle  statue  del  Nilo  e del  Tevere,  la 
prima  collocata  nel  Braccio  Nuovo  del  museo  Vaticano,  e l’al- 
tra trasportata  in  Parigi.  — La  chiesa  che  quivi  osservasi  porta 
il  nome  di 

CHIESA  DI  8.  MARIA  SOPRA  MINERVA. 

Tenendo  il  pontificato  Gregorio  XI,  sul  finire  del  XIV  secolo 
le  monache  benedettine  di  Campo  Matto  cedettero  questa  chie- 
sa ai  padri  domenicani,  i quali  la  riedificarono  con  magnificenza; 
ed  a quell’epoca  appartiene  la  facciata  semplicissima,  in  cui  si 
leggono  parecchie  iscrizioni  indicanti  gli  straripamenti  del  Te- 
vere nel  1422,  1495,  1530,  1557,  e 1598,  che  fu  il  più  straordi- 
nario. Nel  secolo  XVII  il  card.  Antonio  Barberini  la  ristaurò 
considerevolmente,  eccetto  la  tribuna,  che  venne  rifatta  dai  si- 
gnori Palombari,  con  disegni  di  Carlo  Maderno,  il  quale  v’ag- 
giunse il  coro.  Questa  chiesa  ricca  di  monumenti  d’arte,  chia- 
masi s.  Maria  sopra  Minerva,  perchè  fu  edificata  sulle  ruine  del 
tempio  di  Minerva,  eretto  dal  gran  Pompeo  dopo  le  sue  vittorie. 


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272  Quinta  Giornata. 

Nel  1847,  gli  stessi  padri  domenicani  risolvettero  di  rinno- 
varla nell’interno,  meno  le  cappelle,  ed  affidarono  la  direzione 
dei  lavori  a fra  Girolamo  Bianchedi,  dell’  ordine  stesso.  Egli  co- 
minciò nel  1848  le  rinnovazioni  progettate,  ma  essendo  mancato 
ai  vivi  nel  1849,  que' lavori,  salvo  piccole  mutazioni,  furono  pro- 
seguiti coi  disegni  di  lui,  e rimasero  compiuti  nel  1855. 

Mediante  l’accennato  ristauro,  del  quale  tratteremo  innanzi 
tutto,  l’interno  della  chiesa  venne  ridotto,  meglio  che  non  lo 
era  mai  stato  dall’  origine,  a stile  gotico,  tanto  nella  parte  ar- 
chitettonica, quanto  per  quella  decorativa,  e quindi  il  santuario 
acquistò  tale  sontuosità,  che  al  presente  forma  la  maraviglia  di 
quanti  si  recano  a vederlo. 

Il  pavimento,  rinnovato  per  intiero,  è di  marmo  bianco  con 
fasce  di  bardiglio.  I grandi  piloni  isolati  della  nave  maggiore, 
come  pure  le  mezze  colonne  ed  i pilastri  delle  altre  navi  e della 
tribuna,  furono  incrostati,  nella  parte  inferiore,  di  bel  cipollino, 
e coperti  nel  rimanente  di  scagliola  lucida,  ad  imitazione  di  quel 
marmo,  ed  i capitelli  vennero  abbelliti  con  gentili  dorature.  In 
tale  occasione  furono  tolti  via  tutti  i monumenti  sepolcrali  che 
erano  murati  nei  piloni  suddetti  dal  lato  della  nave  maggiore, 
riunendoli,  con  accorta  disposizione,  a quelli  esistenti  già  sotto 
le  navi  laterali.  La  volta  della  navata  grande  ha  sei  scomparti- 
menti, suddivisi  per  mezzo  di  costoloni  (1)  in  quattro  sezioni 
triangolari,  e fu  colorita  in  azzurro  oltremare  e sparsa  di  stelle 
in  oro:  altrettanto  si  fece  nella  volta  della  nave  di  crocera,  ed 
in  quelle  della  tribuna  e dell’apside.  La  sopradetta  grande  volta 
fu  elegantemente  decorata  con  ricche  fasce  in  arabeschi  a colori 
ed  oro,  le  quali  non  solo  ricingono  il  complesso  degli  scomparti, 
ma  ne  racchiudono  anche  le  suddivisioni  triangolari.  Tre  di  essi 
scomparti  rimasero  abbelliti  nella  maniera  che  si  è detto;  ma  gli 
altri  tre,  che  si  succedono  alternativamente  con  quelli,  vennero 
anche  decorati  colle  figure  dei  dodici  apostoli,  quattro  per  ogni 
scomparto. 

Questa  decorazione  era  stata  per  intero  affidata  al  pittore  Ber- 
nardino Riccardi  da  Parma,  ma  essendo  egli  morto  prematura- 
mente (2),  quattro  degli  apostoli  furono  condotti  dal  cav.  Ga- 
vardini,  seguendo  i disegni  dell’artista  defunto.  I medesimi  pit- 


(1)  Questi  non  esistevano,  e vennero  costruiti,  si  perchè  le  volte  vieppiù  sentissero 
dello  stile  gotico,  al  ancora  perchè  esse  volte  apparissero  di  un  sesto  più  acuto  di 
quello  che  realmente  sono;  lo  che  in  effetto  si  giunse  ad  ottenere. 

(2)  Egli  mori  di  colèra  nel  1854;  si  vede  il  suo  deposito  fra  la  terza  e la  quarta 
cappella  della  nave  minore  a destra  entrando. 


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Chiesa  di  s.  Maria  sopra  Minerva.  273 

tori  eseguirono  pure  i santi  e le  sante  più  illustri  dell’  ordine 
domenicano,  entro  i ventiquattro  medaglioni  ricorrenti  sull’alto 
delle  pareti  laterali;  ed  il  Oosnedi  colorì  i due  sulla  parete  ove  si 
apre  la  porta  principale  della  chiesa.  Siffatti  medaglioni,  formati 
da  cornici  orbiculari  centinate  e messe  ad  oro,  risaltano  a mara- 
viglia sulle  pareti  abbellite  di  ornati  dipinti,  del  pari  che  quelle 
della  nave  traversa  e della  tribuna.  I sottarchi  poi  delle  dodici 
arcate  di  essa  nave  maggiore  vennero  fregiati  di  ornati  fram- 
misti a figure  di  sacre  immagini. 

Prima  di  parlare  della  nave  di  crocera,  diremo  che  le  volte 
delle  navi  laterali  furono  abbellite  con  fasce  d’ arabeschi. 

La  decorazione  della  volta  della  crocera,  costruita  in  tre  scom- 
partì, quantunque  corrisponda  a quella  della  nave  maggiore, 
tuttavia  è più  ricca  e più  appariscente,  come  appunto  si  conve- 
niva alla  parte  più  rispettabile  del  santuario . L’ opera  fu  diretta 
dal  pittore  genovese,  Tommaso  Oreggia,  che  vi  condusse  di 
sua  mano,  nello  scomparto  centrale,  i quattro  evangelisti;  in 
quello  a destra,  quattro  dottori  della  chiesa  latina,  cioè,  i Banfi 
Agostino,  Gregorio  Magno, Girolamo  ed  Ambrogio;ed  in  quel- 
lo a sinistra,  i quattro  santi  dottori  della  chiesa  greca,  Giovanni 
Crisostomo,  Gregorio  Nazianzeno,  Basilio  ed  Atanasio.  Gli  otto 
medaglioni,  dipinti  ad  olio  sul  muro,  sono  lavori  di  Filippo  Balbi, 
napolitano,  e contengono  le  mezze  figure  di  alcuni  santi  dell’or- 
dine di  s.  Domenico. 

Anche  la  tribuna  ebbe  una  magnifica  decorazione.  Il  ricordato 
Riccardi  ne  diresse  la  parte  ornativa,  dipingendo  nella  volta  i 
quattro  profeti  maggiori,  ed  eseguendo  nella  , calotta  dell’ apsi- 
de il  Padre  Eterno  e l’ Annunziata.  Il  Balbi  suddetto  dipinse , 
pure  ad  olio  sul  muro,  i quattro  medaglioni  nelle  pareti  laterali, 
rappresentandovi  santi  domenicani.  Nelle  grandi  tre  finestre  del- 
l’ apside  appariscono  magnifiche  vetrate  con  figure  a colori  (1): 
esse  vetrate  furono  egregiamente  eseguite  nell’  officina  del  Ber- 
tini  da  Milano,  coi  disegni  del  Riccardi,  e vi  si  osservano:  nella 
finestra  del  mezzo,  i santi  Pio  V e Domenico;  in  quella  a sini- 
stra, i santi  Vincenzo  Ferreri  e Stefano;  in  quella  a destra,  le 


(1)  Quest’  apside  era  stato  sensibilmente  sfigurato  daH’architetto  Carlo  Maderno, 
allorquando  riedificò  la  tribuna;  ma  essendo  stata  demolita  la  parte  superiore  di 
esso,  venne  riedificato  come  ora  si  vede;  sì  diede  alle  tre  grandi  finestre  la  forma 
acuta,  e si  apersero  superiormente  altre  tre  finestre  orbiculari  dentellate;  alla  qual 
forma  furono  pure  ridotte  le  dodici  finestre  della  nave  maggiore  le  quali  erano  ret- 
tangolari. Ricorderemo  qui  anche  la  ricostruzione  a sesto  acuto  dell'arcone  della 
tribuna,  che  in  altri  tempi  era  stato  ridotto  a tutto  sesto. 

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274  Quinta  Giornata. 

sante  Caterina  della  Rota,  e Caterina  da  Siena.  L’officina  mede- 
sima ebbe  fornito  del  pari  le  vetrate  con  arabeschi,  e mezze  fi- 
gure, che  chiudono  le  tre  finestre  rispondenti  sulle  principali  tre 
porte  della  chiesa,  e quella  che  si  apre  nella  nave  traversa. 

Dopo  aver  detto  dei  miglioramenti  apportati  a questo  san- 
tuario, cominceremo  a percorrerlo,  secondo  il  sistema  fin  qui 
seguito  da  noi. 

Dirigendosi  dunque  verso  l’ ingresso  principale,  e di  quivi 
nella  nave  a destra,  entrando  nella  chiesa,  si  osserva  sull’altare 
della  prima  cappella,  dopo  quella  del  fonte  battesimale,  un  qua- 
dro del  Baciccio  rappresentante  s.  Ludovico  Bertrando:  gli  af- 
freschi nella  volta  sono  di  Gaspare  Celio,  ed  esprimono  alcuni 
fatti  della  vita  di  s.  Domenico.  Il  monumento  sulla  faccia  del  pi- 
lastro quasi  incontro  alla  suddetta  cappella,  venne  eretto  alla 
memoria  del  cav.  Mongardi,  il  cui  busto  fu  scolpito  dal  Tene- 
rani.  Nella  seconda  cappella,  dedicata  a santa  Rosa  di  Limà,  so- 
novi  tre  quadri  di  Lazzaro  Baldi,  relativi  alla  vita  di  essa  santa. 
Il  quadro  sull’altare  della  seguente  cappella,  col  martirio  di  s. 
Pietro,  detto  il  martire,  domenicano,  venne  eseguito  da  Bona- 
ventura Lamberti;  gli  affreschi  laterali  appartengono  a Giam- 
battista Franco,  veneziano;  quelli  delle  lunette  e della  volta  so- 
no di  altro  artefice,  ed  il  Muziano  dipinse  l’arco  ed  i pilastri. 

Viene  dopo  la  cappella  dell’ Annunziata,  eretta  con  architet- 
ture di  Carlo  Maderno,  e decorata  con  affreschi  di  Cesare  Neb- 
bia. Il  quadro  sull’altare,  rappresentante  l’Annunciazione  di  Ma- 
ria Vergine,  da  alcuni  attribuito  a frate  Gio.  Angelo  da  Fieso- 
le, è,  secondo  noi,  un’opera  di  Benozzo  Gozzoli  da  Forlì:  la  sta- 
tua di  papa  Urbano  VII  fu  scolpita  dal  Buonvicino.  Nella  cap- 
pella Aldobrandini  che  viene  poi,  si  osserva  sull’altare  la  cena 
del  Redentore,  ed  è l’ultima  delle  opere  mandate  in  Roma  dal 
Barocci;  le  altre  pitture  spettano  a Cherubino  Alberti;  le  statue 
de’  santi  apostoli  Pietro  e Paolo  vennero  eseguite  da  Camillo 
Mariani;  gli  angeli  sul  frontone  sono  del  Buonvicino;  il  s.  Se- 
bastiano è del  Cordieri,  e la  statua  di  Clemente  Vili,  posta  di 
rimpetto,  fu  scolpita  dal  Buzi.  I due  sepolcri  laterali,  vennero 
eretti  alla  memoria  dei  genitori  di  esso  pontefice,  della  famiglia 
Aldobrandini;  le  due  statue  giacenti  e la  statuina  rappresentan- 
te la  Carità,  appartengono  al  ricordato  Cordieri;  le  altre  scultu- 
re sono  opere  del  Mariani,  di  Stefano  Maderno  e di  altri  artefici. 
Vicino  a questa  cappella  si  osserva  il  monumento  del  card.  Ber- 
tazzoli,  lavoro  di  Rinaldo  Rinaldi.  Segue  quindi  la  cappella  de- 
dicata a s.  Raimondo  Nonnato,  il  cui  quadro  fu  eseguito  da  Nic- 


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Chiesa  di  s.  Maria  sopra  Minerva.  235 

cola  Magni.  Ivi  si  vedono  due  monumenti  sepolcrali  del  XV  se- 
colo, osservabili  per  la  squisitezza  degl’intagli.  La  pittura , nel 
di  fuori,  rappresentante  le  sante  Caterina  ed  Agata,  è un’opera 
di  Girolamo  Sicciolante  da  Sermoneta. 

Saliti  appena  nella  nave  di  crocera  si  trova,  a destra,  la  cap- 
pellina ove  esiste  un  bel  Crocefisso  scolpito  in  legno.  La  grande 
cappella  allato,  sacra  a s.  Tommaso  d’ Aquino,  è ornata  con  pit- 
ture stimate  assai.  Il  quadro,  a diversi  scomparti,  posto  sull’al- 
tare, è una  stupenda  opera  di  Filippo  Lippi,  che  vi  rappresen- 
tò la  Madonna,  san  Tommaso  d’ Aquino,  ed  il  card.  Oliviero  Ca- 
raffa dell’illustre  famiglia  di  Napoli,  il  quale  ebbe  fondato  la 
cappella.  L’Assunta  superiormente,  gli  apostoli  di  sotto  ed  il  la- 
terale a destra,  sono  lavori  del  pari  molto  pregevoli  del  ricor- 
dato Lippi,  ed  in  ispecie  la  disputa  di  san  Tommaso  d’Aquino. 
Le  sibille  e gli  angeli  nella  volta  sono  opere  ammirabili  di  Raf- 
faellinoDel  Garbo.  Tutti  questi  capolavori  però,  guasti  dal  tem- 
po, ebbero  a soffrire  de’  ristauri.  La  sepoltura  di  papa  Paolo  IV, 
di  casa  Caraffa,  fu  eretta  coi  disegni  di  Pirro  Ligorio , celebre 
architetto  del  secolo  XVI. 

Prima  di  entrare  nella  seguente  cappella,  merita  di  essere  os- 
servata la  sepoltura  di  Guglielmo  Durante,  i cui  musaici  ven- 
nero eseguiti  da  Giovanni,  figlio  di  Cosimo  Cosimato.  Nella 
cappella  accanto,  di  proprietà  della  famiglia  Altieri,  il  quadro 
dell’altare  è di  Carlo  Maratta,  il  quale  vi  rappresentò  la  Madon- 
na, ed  i santi  che  furono  canonizzati  da  Clemente  X della  sud- 
detta famiglia:  il  Baciccio  condusse  l’affresco  del  lunettone  su- 
periormente all’altare.  Le  pitture  nella  volta  della  cappella  suc- 
cessiva, sacra  alla  Madonna  del  Rosario,  sono  di  mano  di  Mar- 
cello Venusti,  ed  esprimono  i quindici  misteri  del  rosario;  ma  la 
coronazione  di  spine  appartiene  a Carlo  Veneziano.  Ivi  dipinse 
anche  Giovanni  De  Vecchi  alcuni  tratti  della  vita  di  s.  Caterina 
da  Siena.  La  Madonna  sull’altare,  è di  antica  scuola. 

L’ aitar  maggiore  venne  rinnovato  quando  si  fece  il  già  de- 
scritto ristauro  della  chiesa,  e diedene  il  disegno  l’architetto 
Giuseppe  Fontana.  Esso  è in  istile  gotico,  e fu  eseguito  in  me- 
tallo dorato  col  metodo  galvanico  dall’artefice  Felice  Ceccarini: 
il  Podesti  dipinsevi  le  quattro  Virtù  Cardinali  ed  alcuni  cheru- 
bini. Questo  ricco  altare  però  non  è visibile  se  non  che  nelle 
grandi  solennità,  rimanendo,  in  ogni  altro  tempo,  custodito  da 
un’elegante  copertura  di  legno.  Sotto  esso  altare  riposano,  en- 
tro un’  urna  di  marmo  bianco,  le  spoglie  mortati  di  s.  Caterina 
da  Siena. 


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276  Quinta  Giornata. 

Ai  lati  dell’arcone  della  tribuna  sono  collocate  due  statue 
scolpite  in  marmo.  Quella  a sinistra  figura  il  Salvatore  ritto 
sulla  persona  colla  croce  fra  le  braccia,  ed  è opera  sublime  del 
Bonarruoti;  l’altra,  collocatavi  nel  18Ó8,  è un  lodevole  lavoro 
dello  scultore  Obici,  e rappresenta  s.  Gio.  Battista  predicante 
nel  deserto. 

Entrando  nella  tribuna,  si  scorge  a sinistra  il  monumento  se- 
polcrale eretto  a Leone  X,  insigne  mecenate  delle  belle  arti:  in- 
contro si  osserva  quello  di  Clemente  VII,  e tutti  due  sono  opere 
di  Baccio  Pintelli  ; però,  la  statua  di  Leone  X fu  scolpita  da 
Raffaello  da  Monte  Lupo,  e quella  di  Clemente  VII,  da  Baccio 
Bigio.  Nel  pavimento  si  leggono  le  iscrizione  mortuarie  poste 
alla  memoria  del  P.  Mamacchi,  domenicano,  e dei  cardinali 
Bembo  e Casanate,  tutti  personaggi  illustri  per  dotti-ina. 

Nel  corridoio  che  mette  alla  prossima  porta  si  osservano  diver- 
si sepolcri.  A sinistra  si  vede  quello  del  card.  Alessandrino,  ni- 
pote di  s.  Pio  V,  eretto  con  disegno  di  Giacomo  Della  Porta,  e 
colla  statua  del  porporato  scolpita  da  Siila  da  Vigiù.  Di  pro- 
spetto è il  sepolcro  del  card.  Pimentai,  spagnuolo,  disegno  del 
Bernini,  e condotto  da  diversi  artisti.  Quello  superiormente  alla 
porta,  fu  posto  al  card.  Bonelli  e venne  eseguito  coi  disegni  di 
Carlo  Rainaldi  : nei  lati  si  ammirano  due  depositi  di  bel  lavoro 
del  secolo  XV,  eretti  ad  Agapito  ed  a Cincio  Rustici.  Prima  di 
tornare  nella  nave,  si  scorge  a destra,  incastrata  nella  parete,  la 
memoria  sepolcrale  di  frate  Gio.  Angelo  da  Fiesole,  domenicano, 
celebre  pittore  del  XV  secolo,  del  quale  si  fece  ricordo  di  so- 
pra. Appena  usciti  dal  corridoio  si  trova,  a destra,  la  cappella  di 
s.  Maria  Maddalena,  in  cui  si  veggono  tre  quadri  di  F.  Parone. 

Entrando  nella  sacrestia  si  scorge  sopra  l’altare  un  quadro 
rappresentante  il  Crocefisso  con  alcuni  santi,  opera  di  Andrea 
Socchi.  Il  s.  Domenico,  dipinto  nella  volta,  è del  Bastaro.  Giu- 
seppe Speranza  dipinse  superiormente  alla  porta  il  conclave  te- 
nuto in  questo  luogo  nel  1431,  per  l’elezione  di  Eugenio  IV: 
anche  Niccolò  V fu  quivi  eletto  papa  nel  1447. 

Tornando  nella  chiesa,  si  trova  subito,  a destra,  la  cappella 
di  s.  Domenico,  decorata  con  otto  belle  colonne  di  bianco  e ne- 
ro antico.  In  questa  cappella  è la  sepoltura  di  Benedetto  XIII, 
di  casa  Orsini,  eseguita  da  parecchi  artefici  coi  disegni  di  Carlo 
Marchionni,  che  vi  scolpì  il  bassorilievo  ed  i due  angeli  che  so- 
no di  sopra.  Il  quadro  dell’altare  è di  Paolo  De  Matteis.  Uscen- 
do dalla  cappella,  il  piccolo  altare  a diritta,  dedicato  a s.  Gia- 
cinto, ha  un  quadro  di  Ottavio  Leoni,  padovano. 


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Chiesa  dì  s.  Maria  sopra  Minerva.  271 

Scendendo  nella  nave  laterale,  si  osserva  primieramente  a 
destra,  e di  sopra  ad  una  porta,  un  grazioso  monumento  di  sti- 
le gotico,  eretto  nel  1854,  dal  cav.  Francesco  Podesti  ad  uno 
de’  suoi  tigli:  egli  diedene  il  disegno,  e vi  dipinse  di  sua  mano 
un  angelo  che  porta  in  cielo  il  morto  fanciullo. 

La  prima  cappella,  sacra  a s.  Pio  V,  ha  sull’altare  un  quadro 
del  Procaccini.  Lazzaro  Baldi  eseguì  il  quadro  laterale  a sinistra, 
ed  il  Cerruti  dipinse  la  volta.  Fra  questa  e la  successiva  cappel- 
la osservasi  il  monumento  di  Ottaviano  Ubaldini  della  Gherar- 
desca,  il  cui  ritratto  in  musaico  è un  buon  lavoro  del  Calandra. 
Su  l’uno  dei  lati  del  pilastro  incontro  è il  monumento  di  suor 
Maria  Raggi,  condotto  coi  disegni  del  Bernini.  Il  s.  Giacomo 
apostolo  sull’altare  della  seconda  cappella,  appartiene  alla  scuo- 
lafiorentina. Merita  speciale  attenzione  iu  questa  cappella  il  mo- 
numento scolpito  dal  commend.  Tenerani,  d’ordine  del  duca 
Giulio  Lante,  che  lo  eresse  nel  1848,  alla  sua  consorte  Donna 
Caterina,  dell’illustre  casa  Colonna.  La  terza  cappella,  dedicata 
a 8.  Vincenzo  Ferreri,  contiene  un  quadro  di  Bernardo  Castelli, 
rappresentante  il  santo  titolare.  Entro  la  successiva  cappella,  ve- 
desi  una  statuina  di  s.  Sebastiano  scolpita  da  Mino  da  Fiesole. 

A lato  di  questa  cappella  è il  monumento  sepolcrale  della  fa- 
miglia Piggiani,  eretto  nel  1865.  Questo  monumento  tutto  di 
marmo  bianco,  arricchito  con  alcune  figure  di  bassorilievo,  è 
opera  dello  scultore  Ignazio  Jacometti.  Nella  nicchia  di  mezzo 
rappresentò  Maina  Vergine  col  divin  Figliuolo,  vedendovisi  da 
un  lato  l’apostolo  s.  Andrea,  che  invoca  l’intercessione  di  Ma- 
ria per  l’anima  del  defunto  sacerdote.  Andrea  Piggiani,  figura- 
to dal  canto  opposto  in  atto  di  preghiera.  Nelle  due  minori  nic- 
chie laterali  scolpì  i santi  apostoli  Giacomo  e Tommaso,  in  ri- 
membranza del  defunto  Giacomo  Piggiani  e di  Tommaso,  fra- 
tello del  medesimo,  morto  nel  1863,  il  quale,  per  disposizione 
testamentaria,  volle  fosse  eretto  questo  monumento  per  sé,  pe’ 
suoi  genitori  e per  i suoi  congiunti.  Fra  le  ultime  due  cappelle 
è situato  il  monumento  di  Cesare  Magalotti,  fiorentino,  vicele- 
gato dell’esercito  papale,  morto  nel  1602,  e sul  pilastro  in  pro- 
spetto è quello  di  Raffaello  Fabretti,  archeologo  insigne  del 
XVII  secolo,  il  quale  lasciò  parecchie  opero  molto  stimate:  mo- 
numento eseguito  da  Camillo  Rusconi. 

Dopo  l’ultima  cappella  si  osservano  due  sepolcri  collocati 
uno  sull’altro;  quello  superiore  è del  card.  Giacomo  Tebaldi,  ve- 
scovo di  Cesarea,  morto  nel  1446,  e si  crede  sia  opera  d’ Andrea 
Verrocchio;  l’altro  spetta  a Francesco  Tornabuoni,  ricco  mer- 


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218  Quinta  Giornata. 

canto  fiorentino  e parente  de’  Medici,  lavoro  assai  pregiato  di 
Mino  da  Fiesole.  Finalmente  merita  d’esser  veduto,  dal  sinistro 
lato  della  porta  maggiore,  uscendo,  il  monumento  eretto  nel 
secolo  XV  a Diotisalvi  Neroni,  giureconsulto  fiorentino. 

biblioteca. — Per  una  scala  prossima  alla  sacrestia  si  ascen- 
de alla  celebre  Biblioteca  Casanatense,  così  detta  dal  Cardinal 
Girolamo  Casanate,  napolitano  ch’ebbela  fondata,  legandola  in 
morte  ai  PP.  Domenicani  di  s.  Maria  sopra  Minerva,  per  tenerla 
aperta  ad  uso  pubblico,  ed  oltre  a ciò  egli  lasciava  un  considere- 
vole legato  per  sempre  più  aumentare  i libri.  Questa  biblioteca 
è la  più  ricca  di  quante  ne  esistono  in  Roma  in  opere  a stampa, 
come  la  Vaticana  lo  è pe’  manoscritti;  essendovi  inoltre  una  co- 
piosa raccolta  di  antiche  edizioni.  Essa  è fornita  anche  di  pre- 
ziosi codici  a penna,  fra’  quali  primeggia  una  grande  bibbia  in 
pergamena,  impressa  a mano  coi  punzoni,  specie  di  lavoro  detto 
chirograjia,  che  costituisce  l’anello  intermedio  fra  il  manoscrit- 
to e la  stampa.  11  totale  numero  de’ volumi,  non  compresi  gli 
opuscoli  riuniti  nelle  miscellanee,  ascende  a 120,000,  e conten- 
gono opere  di  scienze,  lettere  ed  arti  in  ogni  lingua.  La  detta 
biblioteca  racchiude  ancora  ima  bella  raccolta  di  tutte  le  mi- 
gliori incisioni  dei  rami  che  posseggonsi  dalla  calcografia  del 
governo.  In  fondo  alla  vastissima  sala,  che  forma  la  biblioteca, 
sorge  la  statua  del  fondatore  di  essa,  scolpita  da  M.r  Le  Gros. 

Scendendo  dalla  biblioteca,  si  passa  nel  portico  che  circonda 
l’attinente  chiostro,  ove  si  osservano,  nelle  pareti,  alquanti  af- 
freschi del  Nappi,  del  Valesio,  del  Lelli,  del  Bastare  ecc.,  e le 
volte  hanno  ornati  di  grottesche  e prospettive.  Sotto  il  portico 
stesso  sono  i depositi  in  marmo  dei  cardinali  Agnensi,  napolita- 
no, e Ferrici,  spagnuolo,  bei  lavori  ambedue  del  secolo  XV . 

Nel  palazzo  incontro  alla  descritta  chiesa  esiste  l’ Accademia 
ecclesiastica.  È questa  una  specie  di  collegio,  in  cui  si  educano 
agli  alti  studii  quei  nobili  giovani  ecclesiastici  che  aspirano  al- 
la prelatura,  per  quindi  essere  chiamati  all’esercizio  di  cariche 
amministrative,  o diplomatiche.  L’Accademia  suddetta  fu  fon- 
data da  Clemente  XI,  e viene  presieduta  da  un  vescovo.  In  es- 
sa sono  professori  d’ogni  sorta,  compresi  quelli  di  diritto , di 
lingue  viventi  ecc.  — In  un  lato  della  piazza  in  cui  siamo  è la 
gran  locanda  della  Minerva,  che  forma  angolo  sulla  via  de'  Ce- 
stari,  la  quale  conduce  dirittamente  alla 


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Chiesa  delle  Stimmate. 


279 


CHIESA  DELLE  STIMMATE. 

Fu  edificata  con  architetture  di  Antonio  Canevari,  ed  a Luigi 
Garzi  si  deve  la  gloria  che  ne  abbellisce  la  volta.  Il  quadro  del- 
l’Addolorata sull’  altare  della  prima  cappella  a destra  spetta  a 
Francesco  Mancini;  quello  a sinistra,  rappresentante  la  corona- 
zione di  spine,  è di  Domenico  Muratori;  l’altro  colla  flagellazione 
di  Gesù  si  conta  fra  le  migliori  opere  del  Benefiale.  Il  quadro  del- 
l’altar  maggiore,  espressovi  s.  Francesco,  è uno  dei  più  pregiati 
lavori  del  Trevisani.  Il  s.  Antonio  di  Padova  nella  seguente  cap- 
pella, appartiene  all’artefice  stesso,  ed  il  dipinto  dell’ultima,  coi 
ss.  Quaranta  martiri,  è il  capolavoro  del  Brandi.  — Incontro  a 
questa  chiesa  sorge  il  palazzo  Strozzi,  rinnovato  esternamente 
coi  disegni  di  Carlo  Mademo. 

Tornando  sulla  via  già  percorsa,  si  scorgono  nella  prima  stra- 
da a sinistra  le  ruine  d’un’antica  sala  termale  di  figura  sferica, 
dalla  quale  la  strada  acquistò  il  nome  di  Arco  della  Ciambella. 
Si  pretende  che  questi  ruderi  appartengano  alle  terme  di  Àgrip- 
pa,  ma  lo  stile  della  loro  costruzione  è molto  posteriore  all’epo- 
ca di  Augusto,  per  ciò  noi  crediamo  che  facessero  parte  di 
qualche  aggiunta  procurata  alle  terme  suddette  nel  secolo  TV, 
se  pure  non  siano  avanzi  di  terme  separate.  — Alfine  di  questa 
strada  volgete  a diritta,  e dopo  breve  cammino  vi  troverete 
sulla  piazzetta  di  s.  Chiara,  ove  sorge  la  nuova 

CHIESA  DELLA  CONCEZIONE  E DI  S.  CHIARA. 

Questa  chiesa  è riedificata  sulle  rovine  di  quella  la  quale  non 
era  dedicata  che  a s.  Chiara,  e che  essendo  crollata  nel  1855, 
venne  indi  a poco  concessa  allTstituto  della  Congregazione  del- 
l’Immacolato  Cuore  di  Maria,  composto  di  preti  francesi.  Que- 
sta congregazione,  che  si  dedica  alle  missioni  nelle  colonie  a 
prò  dei  neri,  ebbe  a fondatore,  in  Francia,  l’abbate  Liberman, 
morto  nel  1852.  La  chiesa  fu  ricostruita  a spese  di  detta  con- 
gregazione, in  onore  della  Immacolata  Concezione  e di  s.  Chia- 
ra. L’architetto  francese  Saint-Père  diedene  i primi  disegni , 
modificati  poi  ed  armonizzati  col  rimanente  della  fabbrica  pri- 
mitiva, da  Antonio  Desantis,  romauo.  L’interno,  prolungato 
quasi  di  un  terzo,  contiene  sei  cappelle,  assieme  all’altar  mag- 
giore ed  il  coro  nel  fondo  : la  nuova  facciata  è più  alta  assai 
dell’antica,  che  era  d’un  solo  ordine  architettonico,  mentre  l’at- 
tuale ne  ha  due;  il  primo  però  di  essi  conserva  quasi  l’antece- 
dente disegno. 


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280  Quinta  Giornata. 

Congiunta  alla  chiesa  è la  casa  dell’Istituto,  ove  dimorano  i 
chierici  alunni  mandativi  dai  vescovi  delle  diverse  diocesi  di 
Francia,  perchè  siano  istruiti  nell’esercizio  delle  missioni.  An- 
che questa  fabbrica  fu  ridotta  all’uso  a cui  serve  a spese  dell’I- 
stituto, che  comperò  a tale  effetto  le  case  attinenti  alla  chiesa. 

Seguendo  la  strada  che  rimane  quasi  di  faccia  alla  descritta 
chiesa,  e poscia  voltando  per  la  via  della  Palombella,  che  apre- 
si a sinistra,  si  trova  a destra  la 

CHIESA  DI  S.  EUSTACHIO. 

Questa  chiesa  di  antica  origine,  dopo  essere  stata  più  volte 
risarcita,  venne  riedificata  nello  scorso  secolo  con  architetture 
di  Antonio  Canevari.  Siccome  però  ai  giorni  nostri  minacciava 
rovina;  così  dopo  eseguitevi  le  necessarie  riparazioni,  se  ne  rin- 
novarono le  decorazioni,  e venne  ricostruito  il  pavimento  in 
marmo  bianco  e bardiglio.  Questi  lavori  furono  eseguiti  nel 
1856  colla  direzione  dell’architetto  Martinucci,  a spese  del  ca- 
pitolo de’  canonici  della  stessa  chiesa. 

Sotto  l’altar  maggiore  è una  bell’urna  antica  di  porfido,  ove 
si  custodisce  il  corpo  del  santo  titolare,  il  cui  martirio  si  vede 
rappresentato  nel  quadro  della  tribuna,  ed  è una  delle  migliori 
opere  di  Francesco  Fernandi.  Nella  crocera  sono  due  quadri  di 
Giacomo  Zoboli,  cioè,  s.  Girolamo,  e la  Visitazione  di  s.  Elisa- 
betta.  La  cappella  della  Madonna,  il  cui  altare  ha  due  colonne 
di  verde  antico,  contiene  nei  lati  due  dipinti  di  Tommaso  Con- 
ca, cioè  la  fuga,  ed  il  riposo  in  Egitto. 

Uscendo  dalla  chiesa  si  osserva,  sotto  il  portico,  la  tomba 
del  conte  Giovanni  Giraud,  romano,  morto  in  Napoli  nel  1834. 
Questo  celebre  poeta  comico  fu,  per  la  sua  facile  vena,  il  con- 
tinuatore del  genio  di  Molière  e del  Goldoni,  i quali  tanto  lume 
sparsero  sul  teatro  francese  e sull’italiano.  A destra  è il  deposito 
di  Francesco  Cecilia,  illustre  letterato,  uscito  di  vita  nel  1839; 
ed  in  fine  scorgesi  il  sepolcro  eretto  a Niccola  Deangelis,  pro- 
fessore di  veterinaria,  morto  nel  1849.  In  ultimo  ricorderemo 
l’antico  campanile  di  questa  chiesa,  perchè  in  esso  esistono  le 
campane  già  appartenute  alla  cattedrale  di  Castro,  città  di  Sa- 
bina, che  nel  1649  venne  rasa  per  ordine  d 'Innocenzo  X,  a cau- 
sa che  i suoi  abitanti  diedero  mano  all’assassinio  del  proprio 
vescovo. 

Al  termine  della  piazza  chiamata  dei  Caprettari,  che  rimane 
incontro  alla  chiesa,  si  trova -a  destra  il  palazzo  dei  duchi  Lante 


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Università. 


281 


(N.°  70),  ove  esistono  alcune  statue  antiche,  fra  le  quali  si  di- 
stingue quella  collocata  sulla  fontana  del  cortile,  che  si  crede 
rappresentare  Ino  allattante  Bacco. 

Tornando  indietro  e volgendo  a sinistra,  l’edifìzio  che  forma 
l’angolo  della  strada  è il  palazzo  Maccarani  (N.°  83),  osserva- 
bile perla  sua  bella  architettura  di  Giulio  Romano.  — Da  un 
lato  si  scorge  l’edifizio  della 

i 

UNIVERSITÀ’. 

Questo  imponente  edilìzio  fu  cominciato  da  Leone  X con  di- 
segno di  Michelangelo,  proseguito  dai  papi  Sisto  V e Urbano 
Vili,  e compiuto  da  Alessandro  VII.  Viene  esso  chiamato  la 
Sapienza,  a causa  del  versetto  Initium  Sapienti <s  Timor  Do- 
mini, scolpito  al  disopra  della  finestra  che  apresi  superiormente 
ad  imo  de’  grandiosi  ingressi  dell’edifizio.  lì  cortile  è un  qua- 
drilungo, circondato  da  tre  lati  da  due  ordini  di  portici  retti  da 
pilastri  in  travertino,  dorici  nel  primo,  ionici  nel  secondo.  Il 
quarto  lato  rimane  occupato  dall’annessa  chiesa,  là  cui  architet- 
tura, altrettanto  singolare  quanto  bizzarra,  appartiene  al  Borro- 
mini,  che  eresse  anche  l’ultimo  piano,  ove  si  veggono  gli  stem- 
mi di  Urbano  Vili. 

In  questo  edifizio  ha  sede  la  grande  Università  di  Roma,  la 
quale  si  compone  di  un  rettore,  di  cinque  collegi,  di  teologia, 
cioè,  di  dritto,  di  medicina,  di  filosofia  e di  filologia,  e di  circa 
cinquanta  professori  i quali  insegnano:  la  Scrittura  sacra,  la 
Teologia  dogmatica,  la  Teologia  scolastica,  l’ Eloquenza  sacra, 
la  Fisica  della  Genesi,  le  Istituzioni  del  diritto  di  natura  e delle 
genti,  le  Istituzioni  del  diritto  pubblico  ecclesiastico,  le  Istitu- 
zioni canoniche,  il  Testo  canonico,  le  Istituzioni  civili,  il  Testo 
civile,  le  Istituzioni  criminali,  l’ Anatomia,  la  Fisiologia,  la  Chi- 
mica, la  Botanica,  la  Patologia,  e Semiotica,  l’Igiene,  la  Me- 
dicina teorico-pratica,  la  Medicina  clinica,  la  Storia  natura- 
le, la  Chirurgia,  l’Ostetricia,  la  Chirurgia  clinica,  la  Farma- 
cia, la  Fisica,  X Introduzione  al  calcolo,  il  Calcolo  sublime,  la 
Meccanica,  X Idraulica,  l’Ottica,  X Astronomia,  X Architettura 
statica  edidraulica,  la  Geometria  grafica,  la  Mineralogia,  l’Ar- 
cheologia generale,  X Eloquenza  latina  ed  italiana,  la  Storia 
antica,  la  Lìngua  greca,  e le  Lìngue  orientali,  cioè,  X ebraica, 
l’araba,  la  siriaca  e la  caldaica. 

Va  annessa  all’Università  una  copiosa  biblioteca  eretta  da  A- 
lessandro  VII,  ed  assai  arricchita  da  Leone  XII.  Sono  del  pari 


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282  Quinta  Giornata. 

in  essa  parecchi  gabinetti  scientifici,  fra  i quali  quello  di  mine- 
ralogia venne  arricchito  dal  ricordato  pontefice  con  una  colle- 
zione di  pietre  preziose  (gemma?,),  che  vi  mancava.  V’è  in  fine 
un  considerevole  gabinetto  anatomico,  che  vi  fu  accresciuto  dal 
pontefice  Pio  IX. 

Lungo  la  strada  che,  uscendo  dall’Università,  si  trova  sulla 
destra,  incontrasi  il  teatro  Valle,  rinnovato  nel  1823  coi  disegni 
dell’architetto  Valadier.  In  questo  teatro  si  rappresentano  opere 
in  prosa  ed  in  musica.  — A piccola  distanza  dall’  Università  si 
trova  la  piazza  Madama,  ove  esiste  il 

PALAZZO  MADAMA  (N.  il). 

Esso  fu  eretto  con  architetture  di  Paolo  Marucelli,  d’ordine 
di  Caterina  de’ Medici,  poscia  regina  di  Francia,  il  che  fecegli 
dare  il  nome  di  palazzo  Madama.  Benedetto  XIV  comperollo 
per  istabilirvi  il  tribunale  criminale  e la  sede  del  governatore  di 
Roma. 

.Ma  nell’anno  1852,  essendo  stato  ampliato,  divenne  la  resi- 
denza del  ministro  delle  finanze,  ed  ivi  sono  oggi  tutti  gli  uffizi 
da  esso  dipendenti,  compresivi  quelli  della  posta  delle  lettere,  e 
degli  arrivi  e partenze  dei  corrieri.  All’epoca  stessa,  la  loggia  di 
questo  palazzo,  rispondente  sulla  piazza  Madama,  fu  destinata 
per  1’  estrazione  del  giuoco  del  lotto. 

Quivi  erano  già  le  terme  di  Nerone,  che  si  dissero  anche  Ales- 
sandrine, per  l’ingrandimento  apportatovi  da  Alessandro  Severo. 
Allorquando  Benedetto  XIV  comperò  il  suddetto  palazzo,  furo- 
no demoliti  un  grande  arco  e dei  muri  in  mattoni  spettanti  a 
quelle  terme,  e che  sorgevano  nella  corte  orientale  del  palazzo 
medesimo.  In  una  delle  volte  di  esse  terme,  incastrata  nella  fab- 
brica moderna,  esiste  una  chiesina  antichissima,  che  dicesi  del 
ss.  Salvatore  in  Thermis,  la  quale  ha  l’ingresso  nella  via  di  san 
Luigi  de' Francesi,  che  corre  lungo  un  lato  del  palazzo  Madama. 

Si  scorgono  pure  alcuni  avanzi  di  dette  terme  in  un  albergo 
prossimo  alla  piazza  Rondanini  verso  la  chiesa  della  Maddalena, 
ed  in  una  cantina  nella  via  de’  Crescenti , ove  si  vedono  ancora, 
al  loro  posto,  parecchie  colonne  di  granito.  Queste  terme  dovet- 
tero essere  sontuosissime,  e ricchissime,  come  lo  attesta  il  mol- 
to numero  di  statue,  busti,  bassorilievi  ed  altri  marmi  ivi  trovati, 
una  parte  de’  quali  si  osservava  nel  prossimo  palazzo  Giustinia- 
ni. — Incontro  all’ ingresso  posteriore,  ora  chiuso,  del  palazzo 
Madama , rimane  l’ accennato 


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Palazzo  Giustiniani.  283 

PALAZZO  GIUSTINIANI  (N.  38). 

Il  marchese  Vincenzo  Giustiniani,  celebre  per  ricchezze  e per 
magnificenza,  edificò  questo  palazzo  con  architetture  di  Giov. 
Fontana,  ed  il  Borromini  ebbevi  molta  parte  nella  esecuzione, 
talché  si  cita  come  opera  di  lui  la  decorazione  dell’  ingresso  e 
delle  finestre.  Era  questo  uno  de’  più  ricchi  palazzi  di  Roma,  per 
la  raccolta  delle  antiche  sculture  e pitture  che  lo  stesso  Giusti- 
niani vi  aveva  formata;  ma  oggi  non  conserva  che  alcuni  monu- 
menti di  scultura  antica,  assai  danneggiati  e molto  male  risto- 
rati, i quali  decorano  il  cortile  e la  scala.  — Uscendo  dal  sud- 
detto palazzo,  si  ha  subito  a diritta  la  piazza  e la 

CHIESA  DI  8.  LUIGI  DE'  FRANCESI. 

Essa  venne  eretta  nel  1589  dalla  nazione  francese,  coi  disegni 
di  Giacomo  Della  Porta;  e Caterina  de’  Medici,  regina  di  Fran- 
cia, vi  contribuì  con  somme  considerabili.  All’ esterno  è decorata 
d’ un  superbo  prospetto  in  travertini,  con  due  ordini  di  pilastri 
dorici  e corintii,  e con  quattro  nicchie,  contenenti  statue  scol- 
pite da  Mr  Lestache. 

La  chiesa  rimane  divisa  in  tre  navi,  per  mezzo  di  pilastri  io- 
nici incrostati  di  diaspro  di  Sicilia,  e nella  volta  scorgesi  una 
pittura  condotta  da  M.r  Nato  ire. 

Entro  la  prima  cappella,  a diritta  entrando,  osservasi  un  buon 
quadro  di  Giambattista  Naldini,  rappresentante  s.  Giov.  Evan- 
gelista. Il  monumento  a destra,  ornato  con  due  colonnine  in 
breccia  rossa,  assai  rara,  venne  eretto  a Claudio  Puteano,  morto 
nel  1577:  l’altro  monumento  incontro  appartiene  al  card.d’An- 
gènes,  che  uscì  di  vita  nel  1587,  ed  il  cui  ritratto  è dipinto  sulla 
lavagna.  Questa  cappella  contiene  anche  le  memorie  sepolcrali 
erette  a Maria  Luigia  Lego,  allo  scultore  Luigi  Roguet,  ad  Er- 
nesto Colin,  ed  a Maria-Marcella  Clary. 

Presso  la  stessa  cappella  si  scorge  il  sepolcro  di  Natale  Sali- 
ceto, professore  di  anatomia,  che  morì  in  Roma  nel  1789.  Di 
faccia  si  vede  il  monumento  sepolcrale  eretto  nel  1852  in  memo- 
ria de’militari  francesi  morti  nel  1849,  combattendo  sotto  le  mura 
di  Roma.  L’ architetto  Luigi-Giulio  d’ André,  parigino,  diedene 
il  disegno,  e vi  si  legge  in  idioma  francese  quanto  segue: 


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284 


Quinta  Giornata. 


AI  SOLDATI  FRANCESI  MORTI  SOTTO  LE  MURA  DI  ROMA  NEL 
MDCCCXLIX.  I LORO  FRATELLI  d’aRMI  DEL  CORPO  SPEDIZIO- 
NARIO  DEL  MEDITERRANEO. 

UNA  MESSA  QUOTIDIANA  PEL  RIPOSO  DELLE  LORO  ANIME  FU 
FONDATA  IN  QUESTA  CHIESA  DAL  SOMMO  PONTEFICE  PIO  IX. 

PREGHIAMO  PER  LORO. 

ONORE  E PATRIA. 

Nella  seconda  cappella  si  ammirano  i classici  affreschi  di  Do- 
menicliino,  relativi  alla  vita  di  s.  Cecilia.  In  una  delle  pareti  si 
osserva  la  santa  che  distribuisce  vestimenta  ai  poveri,  ed  allor- 
ché viene  coronata  da  un  angelo  insieme  al  suo  sposo.  Di  pro- 
spetto è rappresentata  la  morte  di  lei,  e qui  rendesi  soprattutto 
osservabile  la  testa  della  santa,  per  l’ espressione  veramente  ini- 
mitabile; al  di  sopra  ella  è figurata  nel  momento  in  cui  vien  con- 
dotta innanzi  al  console  romano,  e finalmente,  si  scorge  nella 
volta  quando  è portata  in  cielo  dagli  angeli.  È cosa  dispiacentis- 
sima osservare  come  cosi  belle  pitture  fossero  alquanto  danneg- 
giate, volendole  ristorare.  Il  quadro  sull’altare  è una  copia  ese- 
guita da  Guidò  sull’originale  di  Raffaello,  esistente  in  Bologna, 
in  cui  è rappresentata  s.  Cecilia  ed  alcuni  santi.  Uscendo  dalla 
cappella  scorgesi,  sulla  faccia  del  secondo  pilastro,  il  sepolcro 
dei  pittore  Saverio  Sigalon,  che  morì  in  Roma  nel  1837,  ed  in- 
contro è la  lapide  sepolcrale  posta  alla  memoria  di  Giulia  Delan- 
noy-Persiani,  che  cessò  di  vivere  in  Parigi,  nel  1846. 

La  beata  Giovanna  di  Valois,  figurata  nel  quadro  dell’altare 
della  terza  cappella,  appartiene  a M.'  Parrocel.  e da  sinistra  si 
scorge  il  sepolcro  del  card.  d’Ossat,  legato  di  Enrico  IV  a Cle- 
mente Vili,  col  ritratto  di  lui  in  musaico.  A destra  ammirasi  il 
monumento  eretto  a Luigia  Guillemin  parigina,  la  quale,  dopo 
otto  mesi  di  angosce  e di  doloro  per  la  perdita  di  un  suo  figliuo- 
letto , lo  seguiva,  morendo  nel  settembre  del  1859 , in  età  di 
anni  30.  Sopra  un  basamento,  adorno  per  dinanzi,  con  due  genii 
piangenti,  vedesi  scolpita,  in  grandezza  naturale,  la  figura  della 
giovine  donna,  rappresentata  giacente  e moribonda,  con  somma 
grazia  ed  espressione.  Essa  ha  le  braccia  distese  e le  mani  in  atto 
d’implorare:  volge  gli  occhi  verso  l’alto  ove  scorgesi  un  angelo 
di  bassorilievo,  il  quale , mentre  col  destro  braccio  sostiene  il 
corpo  del  morto  bambino,  solleva  l’ altro  additando  il  cielo,  co- 
me dicesse  alla  morente  madre,  in  cui  abbassa  gli  sguardi  : io 
conduco  il  tuo  figliuoletto  in  paradiso.  Questo  monumento,  eretto 


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285 


Chiesa  di  s.  Tuiji  de’  Francesi. 

nel  1861  da  Augusto  Guillemin  alla  sua  amata  sposa,  è un’opera 
assai  commendevole  di  M.r  A.  Gumery.  Quasi  incontro  a questa 
cappella  si  trova  il  sepolcro  di  Ni  'colò  Didier  Boguet,  pittore  di 
paese  assai  apprezzato,  morto  in  Roma  nel  1839,  ed  il  monu- 
mento venne  scolpito  nel  1840,  dal  cav.  Lemoyne.  Incontro  v’è 
quello  eretto  al  pittore  Agostino  Alfonso  Gaudar  de  la  Verdine, 
uscito  di  vita  in  Siena  nel  1804. 

Il  quadro  dell’  altare  nella  quarta  cappella,  rappresentante 
s.  Dionigi , è di  Giacomo  Del  Conte;  il  Sicciolante  condusse  gli 
affreschi  della  parete  a sinistra,  e Pellegrino  da  Bologna  colorì 
quelli  incontro,  come  pure  le  battaglie  nella  volta.  Nell’  ultima 
cappella  sono  alcuni  sepolcri,  cioè  a sinistra,  quello  eretto  a 
Pietro  Guérin,  opera  del  Lemoyne,  e le  iscrizioni  poste  alla  me- 
moria di  Giambattista  Séroux  d’ Angincourt,  celebre  archeolo- 
go, morto  nel  1814,  ed  a Pietro  Julien,  che  cessò  di  vivere  nel 
1852.  A destra  poi  si  osservano  i sepolcri  di  Giuseppe  Sisco,  va- 
lente anatomico  e chirurgo,  morto  in  Roma  nel  1830;  di  Filippo 
Augusto  Titeux,  architetto,  che  cessò  di  vivere  in  Atene  nel 
1846;  di  Gio.  Battista  Wicar,  pittore,  morto  in  Roma  nel  1834, 
e quello  eretto  al  conte  Armando  Giovanni  de  Raoul,  conte  di 
Malherbe,  che  morì  in  Roma  nel  1851. 

Quasi  incontro  a questa  cappella  si  osserva  il  deposito  di  J.  P. 
Florimond  de  Fay,  marchese  de  la  Tour  Maubourg,  ambascia- 
tore francese  in  Roma,  postogli  dal  fratello  conte  Settimio  e 
scolpito  dal  Lemoyne,  colla  iscrizione  dettata  daM.rde  Sógur. 
Sulla  porta  della  sacrestia  si  scorge  il  sepolcro  del  marchese  de 
la  Grange  d’ Arquian.  Questo  illustre  personaggio,  padre  di  Ma- 
ria Casimira,  moglie  del  gran  Sobieski  (Giovanni  III)  re  di  Po- 
lonia, divenuto  vedovo,  morì  in  Roma,  cardinale  diacono,  in  età 
di  105  anni.  Entro  la  sacrestia  merita  osservazione  un  quadro 
cons.Dionigi  che  rende  la  vista  a due  ciechi,  opera  del  Bévieux. 

L' Assunta,  condotta  dal  Bussano  nel  quadro  dell'  aitar  mag- 
giore, è una  delle  migliori  opere  di  quell'  artefice. 

Passando  all’altra  piccola  navata  si  osserva  subito,  superior- 
mente alla  porta  in  fondo,  il  sepolcro  del  cardinale  de  la  Tré- 
mouille,  ambasciatore  di  Luigi  XIV  presso  la  s.sede.  L’ illustre 
rappresentante,  fratello  della  celebre  principessa  degli  Orsini, 
morì  in  Roma  nel  1720.  La  prima  cappolla  che  quivi  trovasi,  è 
sacra  a s.  Matteo , rappresentato  nel  quadro  dell’  altare  ed  in 
quelli  laterali,  tutte  opere  eccellenti  del  Caravaggio;  la  volta  ha 
degli  affreschi  del  cav.  di  Arpino.  Presso  questa  cappella  osser- 
vasi il  monumento  eretto  dai  coniugi  Ranieri  Baldi  e Adelaide 


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286  Quinta  Giornata. 

Podier  al  loro  bambino  Eugenio.  Tal  monumento  va  adorno  di 
un  bel  bassorilievo  il  quale  offreci  il  fanciullo  portato  al  cielo  da 
un  angelo;  egli  affettuosi  genitori,  che,  compresi  da  vivissimo 
dolore,  ne  deplorano  la  perdita. 

Nella*successiva  cappella,  il  santo  presepe,  rappresentato  nel 
quadro  dell’altare,  el’  affresco  a sinistra,  esprimente  l’adorazio- 
ne de’  Magi,  sono  lavori  del  Baglioni;  mentre  l’affresco  incontro 
a quelli  della  volta  spettano  a Carlo  Lorenese.  Vien  poi  la  cap- 
pella dedicata  a s.  Luigi  re  di  Francia,  eretta  dall’abbate  Elpidio 
Benedetti,  coi  disegni  di  Plautilla  Bricci,  romana,  che  eseguì  pu- 
re il  quadro  dell’altare,  rappresentandovi  quel  santo  re  di  Fran- 
cia; il  laterale  a destra  è del  Geminiani,  quello  a sinistra  di  M.r 
Niccolò  Pingon. 

Il  s.  Niccola,  nella  quarta  cappella,  fu  eseguito  dal  Muziano, 
e le  due  sante  ai  lati  dell’altare  sono  delMassei:  gli  affreschi  del- 
la volta  appartengono  al  Novara , ed  i laterali , come  pure  i due 
santi  nei  piè  ritti,  sostenenti  T arco  della  cappella,  sono  lavori 
di  Baldassare  Croce.  Il  ricordato  Massei  dipinse  il  s.  Sebastiano 
nell’ultima  cappella,  ove  si  osserva  il  sepolcro  del  card. De  Bor- 
nia, ambasciatore  di  Francia  in  Roma,  opera  di  Massimiliano 
Laboureur,  ed  incontro  v’è  quello  di  madama  Montmorin,  eret- 
tole dal  visconte  di  Chateaubriand,  a cui  appartiene  l’elegante 
epitaffio  che  vi  si  legge.  Sotto  il  pavimento  di  questa  cappella  è 
deposto  il  cuore  di  Francesco  Annibaie  duca  d’Estrées,  amba- 
sciatore di  Luigi  XIII  in  Roma,  morto  nel  1687  ; questo  cuore 
si  conservava  in  sacrestia  entro  una  cassetta  di  piombo,  e fu  qui 
sotterrato  nel  1832  per  cura  del  conte  Luigi  di  Saint-Aulaire. 

Quasi  di  prospetto  alla  detta  cappella  vuoisi  osservare  il  mo- 
numento eretto  dalla  nazione  francese  alla  memoria  di  Claudio 
Gelée,  detto  il  Lorenese,  ed  eseguito  dal  Lemoyne.  Finalmente 
sulla  faccia  del  penultimo  pilone  di  questa  navata  si  osserva,  in 
aitò,  la  memoria  sepolcrale  del  chiaro  avvocato  Bartolommeo 
Lasagni  di  Caprarola,  il  quale  colla  sua  sapienza  si  rese  ammi- 
rabile in  Francia  sino  ad  essere  innalzato  al  grado  di  presidente 
della  corte  di  cassazione  di  Parigi.  Esso  mori  in  Roma  nel  1857 
in  età  di  anni  85,  ed  in  questa  memoria  sepolcrale,  erettagli  nel 
1859  dai  suoi  nipoti  e dalla  sua  sorella  Anna,  si  osserva  il  di  lui 
ritratto  eseguito  ottimamente  in  musaico  dal  cav.  Barbèri. 

Questa  chiesa  è uffiziata  da  preti  francesi  i quali  abitano  l’an- 
nessa casa,  ed  in  ogni  anno,  durante  la  quaresima  e l’avvento, 
si  predica  nella  medesima,  in  lingua  francese. — Mettendosi  per 
la  grande  strada  che  conduce  diritto  alla  piazza  del  Popolo,  si 
trova  nella  seconda  via  a sinistra  la  piazza  e la 


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287 


Chiesa  di  s.  Agostino. 

CHIESA  DI  S.  AGOSTINO. 

Correndo  l’anno  1484,  il  card.  Guglielmo  d’Estouteville,  ve- 
scovo di  Ostia  e Velie  tri,  e camerlengo  ai  tempi  di  Sisto  IV, 
fece  edificare  questa  chiesa  con  architetture  di  Baccio  Pintelli; 
e sebbene  nello  scorso  secolo  venisse  ristaurata,  colla  direzione 
dei  Vanvitelli,  pur  tuttavia  ai  nostri  giorni  richiedeva  nuove  ri- 
parazioni. Laonde  i pp.  eremitani  agostiniani,  ai  quali  la  chiesa 
in  discorso  fu  concessa  fin  dall’  epoca  della  sua  prima  erezione , 
risolvettero,  nel  1855,  non  solo  di  rassodare  il  sacro  edifizio,  ma 
divisarono  eziandio  di  decorarne  splendidamente  l’interno,  e che 
vi  dovessero  soprattutto  figurare  grandi  affreschi,  per  l’ esecu- 
zione de’  quali  scelsero  l’ egregio  pittore  Pietro  Gagliardi,  a cui 
affidarouo  pure  la  direzione  della  parte  ornamentale. 

La  facciata  della  chiesa  in  discorso  è tutta  in  travertini,  che 
taluni  vogliono  fossero  presi  dal  Colosseo.  Essa  elevasi  sopra 
una  spaziosa  gradinata,  e presenta  un  insieme  svelto,  semplice 
ed  elegante.  La  cupola  poi  si  rende  in  certo  tal  modo  singolare, 
per  essere  la  prima  che  sia  stata  edificata  nella  moderna  Roma. 

L’interno  di  questo  sacro  tempio  sente  alcun  poco  «hello  stile 
gotico,  che  regnava  nei  tempi  precedenti  alla  sua  edificazione. 
Esso  ha  quattro  navate  compresavi  quella  di  crocera;  e le  tre 
navi  che  formano  il  corpo  della  chiesa  sono  fra  loro  divise  per 
mezzo  di  dodici  piloni  con  colonne  incassate,  sei  per  ciascun  lato. 

Entrando  per  la  porta  principale , 1’  occhio  dell’  intelligente 
osservatore  rimane  al  certo  sorpreso  ed  appagato  ad  un  tempo 
dalla  nuova  e splendida  decorazione,  in  cui  tanto  elegantemente 
brillano  le  dorature  frammiste,  con  bella  armonia,  agli  ornati  di 
ogni  specie,  agli  scelti  marmi  colorati,  ed  alle  belle  scagliole.  Ma 
ciò  che  la  rende  grandemente  interessante,  sono  appunto  gli 
stupendi  affreschi  del  Gagliardi,  che  principalmente  abbelliscono 
da  capo  a fondo  il  sacro  tempio. 

Di  tali  affreschi  osserveremo  primieramente  quelli  della  navata 
grande,  tutti  relativi  alla  Regina  de’  cieli,  incominciando  dalle 
dodici  grandi  composizioni,  che,  sei  per  parte,  decorano  l’atti- 
co, e rappresentano  i principali  fatti  della  vita  di  Lei.  E,  volen- 
done seguire  l’ordine  cronologico,  fa  duopo  incominciare  da 
quella  che,  nel  lato  sinistro,  osservasi  presso  l’arcone  pel  quale 
«la  questa  grande  navata  si  passa  in  quella  di  crocera.  In  questo 
primo  affresco  adunque  è rappresentata  la  nascita  della  madre 
del  divin  Redentore,  e nei  susseguenti  si  osserva:  la  presenta- 
zione di  Lei  al  tempio;  lo  sposalizio  della  medesima  con  s.  Giu- 


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288  , Quinta  Giornata. 

seppe;  l’annunciazione  di  Lei  ; Maria  che  visita  santa  Elisabetta, 
e la  stessa  santa  Vergine  che  adora  il  suo  divin  Figlio  allora  al- 
lora nato  nella  capanna  di  Betlem.  Nell’attico  dell’opposto  lato, 
incontro  a quest’ultimo  affresco,  vedesi  rappresentata  la  circon- 
cisione di  Gesù  in  presenza  di  Mariae  di  Giuseppe;  poi  seguono: 
P adorazione  de’  Magi;  Maria  che  presenta  Gesù  Bambino  al 
tempio;  la  fuga  in  Egitto;  la  santa  Vergine  che  ritrova  Gesù 
nel  tempio,  disputando  coi  dottori,  e il  transito  beato  di  Lei. 

I ricordati  affreschi  corrispondono,  due  per  due , al  disotto 
delle  sei  grandi  lunette  formate  dai  compartimenti  della  volta, 
in  ciascuna  delle  quali  si  aprono  due  finestre  arcuate,  ed  anche 
queste  lunette  sono  decorate  di  belle  pitture  a fresco.  Nella  par- 
te inferiore,  fra  le  due  finestre,  veggonsi  sei  eroine  dell’antico 
testamento,  le  quali  alludono  alla  gran  Vergine  madre  del  Sal- 
vatore, e sono:  Rebecca,  Ruth,  Giaele,  Ester,  Abigail  e Giu- 
ditta. Ciascuna  di  esse  è fiancheggiata  da  due  grandi  angeli  so- 
stenenti ognuno  un  cartello,  in  cui  leggonsi  dei  motti  relativi 
alle  eroine  stesse.  Al  disopra  sono  dipinti,  in  ciascuna  lunetta, 
alquanti  angeli,  che  portano  emblemi  ed  iscrizioni,  il  tutto  al- 
lusivo alla  Vergine  Maria.  Inoltre,  nei  sei  piloni  corrispondenti 
al  disotto  delle  suindicate  lunette,  veggonsi  rappresentati  quei 
profeti  che  predissero  Maria  Vergine  come  Madre  del  Redento- 
re, e tutti  hanno  il  loro  nome  scritto  al  disotto  in  lettere  di  me- 
tallo dorato. 

II  profeta  Isaia,  è opera  stupenda  di  Raffaello,  nella  quale  si 
crede  che  egli  volesse  rivaleggiare  con  Michelangelo,  imitando 
lo  stile  robusto  e grandioso  con  cui  questo  sommo  artista  aveva 
eseguito  i profeti  nella  cappella  Sistina  al  Vaticano;  ed  è certo 
che  il  Bonarruoti  stesso  lodò  assai  quest’opera  del  suo  giovane 
rivale.  Gli  altri  cinque  profeti,  cioè  Daniele,  Zaccaria,  Michea, 
Ezechiello  e Geremia,  apparteng-ono  al  Gagliardi,  e sono  degni 
di  ogni  elogio,  trovandosi  in  bella  armonia  con  quello  dipinto 
dal  Sanzio. 

La  volta  di  questa  navata  è principalmente  decorata  di  belli 
ornati  in  pittura  lumeggiati  d’oro,  eseguiti,  con  molta  maestria 
d’arte  e buon  gusto,  dall’abile  artista  Enrico  Marini,  e vi  figu- 
rano a maraviglia  due  grandi  affreschi  del  Gagliardi,  allusivi  al 
divin  Redentore  ed  alla  sua  santissima  Madre.  Uno  di  questi  af- 
freschi rappresenta  Abramo  in  atto  di  sacrificare  Isacco,  l’altro 
Davidde  intento  a suonare  l’arpa.  In  fine  merita  la  nostra  osser- 
vazione a piè  di  questa  navata,  in  una  nicchia  a lato  dell’in- 
gresso, una  statua  di  Maria  Vergine  con  Gesù  bambino,  scol- 


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» 


Chiesa  di  s.  Agostino.  289 

pita  da  Giacomo  Tatti,  detto  il  Sansovino,  opera  pregevole  per 
l’epoca  in  cui  fu  eseguita.  Questa  immagine  essendo  in  grande 
venerazione,  è arricchita  di  molta  copia  di  preziosissimi  doni, 
quasi  tutti  offerti  dalla  pietà  de’  fedeli  per  grazie  ricevute.  Il  pa- 
vimento della  descritta  navata  si  compone  di  marmo  bianco, 
frammisto  a diversi  marmi  colorati  assai  bene  disposti. 

Passando  ora  nella  nave  di  orocera  veggonsi  subito  gb  affre- 
schi coi  quab  il  Gagliardi  decorò  la  cupola  ed  i suoi  piloni.  In 
questi,  si  osservano  i quattro  principali  dottori  della  chiesa  la- 
tina, ed  altrettanti  santi  dell’ordine  Agostiniano.  Nei  peducci 
della  medesima  cupola  campeggiano,  sopra  fondo  dorato,  i 
quattro  Evangelisti;  nella  sua  calotta,  fra  i costoloni  elegante- 
mente condotti  ad  ornato  di  chiaroscuro,  si  osservano  i dodici 
Apostoli,  dipinti  sopra  fondo  azzurro  oltremarino,  sparso  di  lu- 
centi stelle,  e nella  volticella  della  lanterna,  spiccasi  a maravi- 
glia, sopra  fondo  dorato,  la  grandiosa  e stupenda  figura  del 
Salvatore. 

Volgendosi  ora  verso  la  cappella  propriamente  dedicata  al 
santo  titolare  della  chiesa,  che  rimane  in  fondo  al  destro  lato  di 
questa  navata  di  crocera,  si  ammirano  nelle  attigue  pareti  due 
grandi  affreschi  oblunghi,  rappresentanti  la  conversione  di  s. 
Agostino  e la  disputa  che  lo  stesso  santo  dottore  ebbe  a soste- 
nere in  Cartagine.  Al  disopra  di  questi  due  affreschi,  entro  gran- 
diosi medaglioni  con  fondo  azzurro,  sono  personificate  la  Fede 
e la  Speranza.  Nei  triangoli  poi  dell’arcone  che  circoscrive  l’in- 
dicata cappella  si  ammirano  la  Temperanza  e la  Fortezza  (1). 
L’altare  di  questa  cappella  va  ricco  di  quattro  rare  colonne  di 
marmo  affricano,  fra  le  quali  è collocato  un  superbo  quadro  di 
Guercino,  in  cui  è ritratto  s.  Agosfino  con  s.Gio.  Battista  e s. 
Paolo  primo  eremita:  alla  scuola  del  medesimo  celebre  artista 
appartengono  i laterali,  rappresentanti  due  storie  relative  alla 
vita  del  santo  dottore,  a cui  si  riferiscono  egualmente  i tre  af- 
freschi sulla  volta:  di  questi  dipinti,  quello  di  mezzo,  che  era  as- 
sai danneggiato,  è stato  nuovamente  colorito  dal  Gagliardi,  ed 
al  medesimo  si  deve  il  grande  affresco  della  parete  a destra, 
rappresentante  il  battesimo  di  s.  Agostino.  Nella  parete  oppo- 
sta osservasi  il  sepolcro  eretto  con  disegno  di  Paolo  Posi,  al 
card.  Renato  Imperiali:  le  statue  di  questo  magnifico  monu- 
mento furono  scolpite  da  Pietro  Bracci,  ed  il  ritratto  in  musai- 
co è lavoro  di  Pietro  Paolo  Cristofari. 

(1)  Nei  triangoli  dell’arcone  incontro  osserveremo  la  Prudenza  e la  Giustizia; 
come  pure  vedremo  la  Speranza  c la  Carità  nelle  attigue  pareti. 


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290  Quinta  Giornata. 

La  seguente  cappella,  sacra  a s.  Niccola  da  Tolentino,  è sta- 
ta anch’essa  abbellita,  in  gran  parte,  con  pitture  del  Gagliardi, 
il  quale  decorò  gli  angoli  delle  pareti  laterali,  effigiandovi  quat- 
tro beati  dell’ordine  Agostiniano,  e adornò  il  centro  delle  pare- 
ti stesse  e la  lunetta  a destra  con  alcune  storie  relative  al  santo 
titolare  della  cappella.  Nella  lunetta  rappresentò  il  santo,  il  qua- 
le, caduto  infermo  riceve  da  Maria  Vergine  il  pane  prodigioso, 
che  istantaneamente  lo  risanava:  il  sottostante  affresco  si  rife- 
risce alla  peste  del  1602  in  Cordova,  e ci  offre  agli  sguardi  la 
strage  derivata  dal  terribile  flagello,  la  processione  di  peniten- 
za col  trasporto  della  statua  del  Taumaturgo  da  Tolentino  e lo 
stupendo  prodigio  a cui  sussegui  la  cessazione  della  pestilenza. 
L’affresco  incontro  ha  per  soggetto  la  visione  del  Santo  quan- 
do in  Pesaro,  applicando  la  messa  che  celebrava  ad  un  estinto 
compagno  di  religione,  vide  l’anima  di  questo,  tolta  dal  purga- 
torio e portata  in  cielo  da  un  angelo.  Gli  altri  affreschi  sono  un 
residuo  di  quelli  che  ornavano  intieramente  questa  cappella, 
nella  quale  Gio.  Battista  da  Novara  aveva  dipinto  la  vita  del 
santo  titolare,  ed  Andrea  Lilio  da  Ancona  i quattro  dottori  del- 
la chiesa  latina,  che  tuttora  si  osservano  nella  volta.  Il  quadro 
dell’altare,  rappresentante  s.  Niccola,  si  deve  pure  al  pennello 
del  Gagliardi. 

L’altar  maggiore,  costruito  con  architettura  del  Bernini,  va 
adorno  di  belle  colonne  e di  fini  marmi,  avendo  al  disopra  del 
cornicione  due  angeli  eseguiti  da  Giuliano  Tinelli,  sui  modelli 
dello  stesso  Bernini:  i puttini  poi  che  scorgonsi  nei  lati  furono 
scolpiti  da  Marcantonio  Canini.  L’immagine  della  Madonna  ch’i- 
vi si  venera,  è una  di  quelle  che  i Greci  portarono  a Roma  da 
Costantinopoli  poco  dopo  che  i Turchi  ebbero  invasa  quella  cit- 
tà. Dietro  il  descritto  altare  rimane  il  coro,  ove,  a causa  del- 
l’eccessiva altezza  dell’altare  stesso,  fa  d’uopo  entrare  per  os- 
servare le  pitture  operatevi  dal  Gagliardi,  le  quali  formano,  la 
parte  più  rimarchevole  della  sua  decorazione.  Nell’apside,  e 
proprio  nella  calotta,  colori  vagamente,  dal  canto  destro  di  chi 
osserva,  il  paradiso  terrestre  effigiandovi  sull’alto  l’Eterno  Pa- 
dre che  maledice  al  serpente  e addita  la  Vergine  Immacolata 
che  dovrà  schiacciargli  il  capo;  nella  parte  inferiore,  dal  canto 
sinistro,  dipinse  la  terra  maledetta,  e Adamo  ed  Èva  nel  mo- 
mento d’esservi  introdotti  dall’angelo  che,  per  comando  di  Dio, 
li  discaccia  dall’Eden.  Nelle  pareti  laterali  esegui  due  grandi 
affreschi:  in  quello  del  lato  dell’epistola  ritrasse  l’assunzione  di 
Maria  Vergine,  nell’altro  la  coronazione  di  Lei  in  cielo.  Anche 


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291 


Chiesa  di  s.  Agostino. 

la  volta  ci  presenta  lavori  del  Gagliardi,  avendovi  egli  dipinto, 
in  quattro  tondi,  su  fondo  azzurro,  altrettanti  angeli  con  emble- 
mi allusivi  a Maria  SSma,  i quali  ne  rendono  maggiormente  va- 
ga la  ricchissima  decorazione  ornativa.  Altri  angeli  dipinse  in 
altre  parti  di  questo  coro,  campeggienti  anch’essi  sopra  fondo 
azzurro,  e tutti  in  varii  modi  atteggiati  ed  intenti  a festeggiare, 
con  istrumenti  diversi,  la  Regina  de’  cieli. 

Uscendo  dal  coro  si  ha  subito  a destra,  dopo  l’altar  maggio- 
re, la  cappella  dedicata  a s.  Monica,  madre  di  s.  Agostino.  In 
questa  cappella,  resa  veramente  elegante  nell’ultimo  instauro, 
si  conserva,  entro  una  bellissima  urna  di  verde  antico,  il  corpo 
della  santa,  trasportato  da  Ostia  a Roma  nel  1430.  L’altare,  de- 
corato di  due  ricche  colonne  di  giallo  antico,  ha  un  quadro  di- 
pinto da  Giovanni  Cottardi,  che  vi  rappresentò  la  santa  titolare. 
Gli  affreschi  della  volta,  esprimenti  alquante  storie  di  s.  Monica, 
sono  lavori  del  già  citato  Ricci  da  Novara,  e tutti  gli  altri  si  de- 
vono al  Gagliardi,  il  quale  ai  lati  dell’altare  effigiò  s.  Perpetua, 
sorella  di  s.  Agostino,  e s.Navigio  fratello  dello  stesso  santo, 
dipingendo  inoltre,  nella  lunetta  a destra,  la  Speranza,  e sulle 
pareti  laterali,  quattro  fatti  relativi  alla  vita  di  s.  Monica,  cioè: 
la  santa  consolata  da  un  vescovo , predicendole  che  il  figlio 
di  lei  Agostino  si  sarebbe  convertito  alla  fede  di  Cristo:  la  vi- 
sione che  ebbe  s.  Monica  sulla  futura  conversione  dell’amato  suo 
figlio:  il  medesimo  nel  momento  che  manifesta  alla  sua  madre 
la  risoluzione  presa  di  volere  abbracciare  la  religione  cristiana, 
ed  in  ultimo  la  morte  di  s.  Monica. 

Segue  la  magnifica  cappella  intitolata  a s.  Tommaso  da  Villa- 
nuova; ma  prima  di  parlare  della  medesima,  osserveremo  gli 
affreschi  che  ne  adornano  le  attigue  pareti,  e che  si  trovano  in 
bella  simmetria  con  quelli  già  accennati  nell’altra  estremità  di 
questa  navata  di  crocera.  Nef  due  quadri  oblunghi  vedesi  rap- 
presentato s.  Tommaso  da  Villanuova  nell’esercizio  di  quelle 
virtù  cristiane  nelle  quali  in  ispecial  modo  si  distinse:  uno  di 
tali  affreschi  ha  per  soggetto  il  santo  che  accoglie  caritatevol- 
mente i fanciulli  esposti;  l’altro  il  santo  stesso  tutto  intento  a 
prodigare  elemosine.  Nei  due  tondi  al  disopra  si  osservano  per- 
sonificate la  Carità  e la  Misericordia,  e nei  triangoli  dell’arcone 
sono  in  bel  modo  espresse  la  Prudenza  e la  Giustizia.  Sull’alta- 
re dell’accennata  cappella  è la  statua  del  santo  titolare,  abboz- 
zata, secondo  il  Pascoli,  da  Melchiorre  Cafà  e condotta  a termine 
da  Ercole  Ferrata:  nella  parete  sinistra  è rimarchevole  un  affre- 
sco del  Gagliardi  esprimente  l'estasi  dello  stesso  santo,  e a ri- 

13* 


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292  Quinta  Giornata. 

dosso  della  parete  incontro  osservasi  il  monumento  sepolcrale 
eretto  al  card.  Lorenzo  Imperiali  con  isculture  di  Domenico  Gui- 
di. Le  due  porte  sotto  questo  monumento  servono  d'ingresso  al- 
la cappella  sacra  ai  santi  Agostino  e Guglielmo  vescovi,  intie- 
ramente dipinta  da  Giovanni  Lanfranco,  la  quale  in  oggi,  per 
simmetria  architettonica,  si  tiene  sempre  chiusa. 

Nella  descritta  nave  di  crocera  sboccano,  lateralmente  alla 
navata  grande,  le  due  navi  minori,  ciascuna  delle  quali  contie- 
ne cinque  cappelle.  Anche  queste  navi  minori,  insieme  alle  cap- 
pelle, sono  state  ristorate  e rimesse  a nuovo.  Le  volte  di  ambe- 
due le  navi  sono  colorite  in  azzurro,  sparse  di  stelle  d’oro,  e vi 
si  osservano  degli  affreschi  rappresentanti  Banti  e sante  dell’or- 
dine Agostiniano. 

Entrando  dunque  nella  contigua  nave  minore,  la  prima  cap- 
pella che  trovasi,  contiene  un  quadro  in  cui  Giacinto  Brandi  ef- 
figiò s.  Giacinto  da  s.  Fecondo.  La  s.  Appollonia  nella  cappel- 
la appresso,  fu  dipinta  ad  olio  da  Girolamo  Muziano,  che  con- 
dussela  con  molta  accuratezza,  e gli  affreschi  appartengono  a 
Francesco  Rosa,  genovese,  scolare  di  Pietro  da  Cortona,  ma 
non  suo  imitatore.  La  seguente  cappella,  decorata  di  due  co- 
lonne di  marmo  bigio,  ha  un  quadro  di  Tommaso  Conca,  rap- 
presentante la  beata  Chiara  da  Montefalco. 

Nella  penultima  cappella,  architettata  dal  Bernini,  e dipinta  a 
fresco  da  Guido  Ubaldo  Abbatini,  si  ammira  un  gruppo  rappre- 
sentante s.  Anna  e Maria  Vergine  col  suo  divin  Figliuolo.  Que- 
sto stupendo  gruppo,  di  grandezza  poco  meno  che  naturale  e 
che  forma  l’ammirazione  degli  artisti,  venne  scolpito  da  Andrea 
Contucci  da  Monte  s.  Sovino,  e con  molta  ragione  gli  vennero 
tributati  grandi  elogi  dal  Vasari.  Finalmente  sull’altare  dell’ul- 
tima Cappella  si  osserva  un  bel  quadro  di  Michelangelo  da  Ca- 
ravaggio, in  cui  dipinse  la  Madonna  di  Loreto  con  due  pellegri- 
ni; e lo  stesso  altare  rimane  decorato  da  due  belle  colonne,  una 
delle  quali  è di  giallo  antico,  l’altra  di  porta  santa. 

Passando  ora  nell’altra  piccola  navata,  entro  la  cappella  pros- 
sima all’ingresso,  vedesi  la  coronazione  di  s.  Caterina,  dipinta 
ad  olio  sulla  parete  dell’altare,  opera  di  Marcello  Venusti,  al 
quale  spettano  pure  i santi  Lorenzo  e Stefano  dipinti  nei  lati.  La 
seconda  cappella  ha  sull’altare  la  Madonna,  detta  della  Rosa, 
copia  eseguita  sull’originale  di  Raffaello,  esistente  altre  volte  in 
Loreto,  e poscia  derubato  e smarrito:  gli  affreschi  sono  di  A- 
vanzino  Nucci.  L’architettura  della  cappella  susseguente  è di 
Giovanni  Battista  Contini;  ed  il  quadro  dell’altare,  rappresen- 


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Chiesa  di  s.  Agostino.  293 

tante  la  beata  Rita  da  Cascia,  appartiene  a Giacinto  Brandi;  gli 
affreschi  poi  della  volta,  ed  i quadri  laterali  furono  eseguiti  da 
Pietro  Locatelli,  allievo  di  Pietro  da  Cortona.  La  quarta  cappel- 
la contiene  un  gruppo  scolpito  in  marmo  da  Gio.  Battista  Casi- 
gnola^  esprimente  il  Salvatore  che  dà  a s.  Pietro  la  potestà  del- 
le chiavi,  e la  voltst  fu  dipinta  da  Giuseppe  Vasconio.  La  susse- 
guente cappella,  sacra  al  Crocefisso,  è celebre  nei  fasti  della 
chiesa,  perchè  venne  frequentata  da  s.  Filippo  Neri. 

La  descritta  chiesa,  già  ragguardevole  per  preziose  memorie 
religiose,  e per  insigni  monumenti  d’arte,  mercè  la  splendida  de- 
corazione, condotta  a termine  nel  1868,  nella  quale  il  Gagliardi 
diede  nuove  prove  della  sua  valentia,  merita  di  essere  annove- 
rata fra  le  più  belle  ed  importanti  chiese  di  Roma.  . 

Fra  gli  uomini  illustri  sepolti  in  questa  chiesa,  ricorderemo 
l’archeologo  Bartolommeo  Marliani,  Onofrio  Panvinio,  il  card. 
De  Noris,il  P.  Angelo  Rocca  dell’ordine  eremitano  di  8.  Agosti- 
no, fondatore  della  biblioteca  che  or  ora  indicheremo,  ed  Emi- 
liano Sarti,  romano,  che  fu  a’  nostri  giorni  dottissimo  nelle  an- 
tiche lingue  ed  in  molti  altri  studii. 

L’immenso  convento  de’  padri  agostiniani,  annesso  alla  de- 
scritta chiesa,  fu  riedificato  con  architettura  del  Vanvitelli.  In 
esso  esiste  una  pubblica  biblioteca,  la  più  rimarchevole  dopo  la 
Vaticana  e quella  della  Minerva,  e chiamasi  Angelica  in  memo- 
ria del  suo  fondatore.  In  essa  sono  raccolti  86,764  volumi,  fra’ 
quali  si  contano  2,945  manoscritti,  non  compresi  gli  opuscoli 
riuniti  nei  volumi  di  miscellanee.  — Uscendo  dalla  chiesa  e pi- 
gliando la  strada  che  corre  lungo  il  fianco  di  essa,  si  sbocca 
quasi  incontro  alla 

CHIESA  DI  S.  ANTONI  IVO  DEI  PORTOGHESI. 

Questa  chiesa  fu  riedificata  nella  prima  metà  del XVII  secolo, 
a spese  del  re  di  Portogallo,  coi  disegni  di  Martino  Longhi  il 
giovane.  Essa  è a croce  latina,  e la  profusione  dei  scelti  marmi 
di  colore,  e gli  stucchi  dorati  che  la  decorano,  le  danno  un’ap- 
parenza assai  gaia  e piacevole. 

La  prima  cappella  a destra  ha  un  bel  quadro  di  autore  inco- 
gnito, rappresentante  s.  Caterina  e due  altre  sante:  ivi  esiste  il 
monumento  sepolcrale  dell’illustre  portoghese  Alessandro  Sou- 
za,  morto  in  Roma  nel  1803.  Il  battesimo  di  Gesù  Cristo  nella 
seconda  cappella  è del  Calandrucci:  Niccolai  da  Lorena  dipinse- 
yi  la  natività  di  s.  Gio.  Battista;  il  Graziani  la  predicazione,  ed 


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294  Quinta  Giornata. 

il  suddetto  Calandrucci  esegui  le  pitture  nelle  due  lunette.  Il  bu- 
sto di  Giambattista  Cimini  è di  autore  incognito,  e non  di  An- 
drea Bolgi,  detto  il  Carrarino,  come  alcuni  pretesero. 

Il  quadro  dell’altar  maggiore,  espressavi  la  Madonna  con  s. 
Antonio  da  Padova,  è del  prefato  Calandrucci.  Sotto  l’altare,  a 
destra  della  crocera,  si  ammira  una  bell' urna ‘di  verde  egiziano, 
ed  il  quadro  sovr’esso,  rappresentante  s.  Elisabetta  regina  di 
Portogallo,  fu  eseguito  da  Luigi  Agricola.  La  Concezione,  sul- 
l’altare incontro,  è dello  Zoboli:  il  Bracci  scolpì  i due  depositi, 
dei  quali  quello  a diritta  è del  commendatore  Sampayo,  fondato- 
re di  questa  cappella:  l’urna  dell’altare  è di  bigio  brecciato,  mar- 
mo rarissimo. Nella  cappella  successiva  sono  tre  belli  quadri  del 
suddetto  Niccolai  da  Lorena,  rappresentanti,  l’Adorazione  de’ 
pastori,  il  Riposo  in  Egitto,  e l’Adorazione  dei  Magi.  II  dipinto 
nell’ultima  cappella  si  attribuisce  a Marcello  Venusti,  e rappre- 
senta s. Antonio  abbate,  s.  Vincenzo  e s.  Sebastiano. 

Questa  chiesa  è uffiziata  da  alquanti  sacerdoti  portoghesi,  che 
abitano  la  casa  annessavi,  ove  in  passato  era  un  ospizio  pei  po- 
veri pellegrini,  e per  gl’infermi  della  nazione.  — Uscendo  dalla 
chiesa  prendete  a destra,  entrate  quindi  nella  terza  strada  a si- 
nistra, denominata  via  dei  Gigli  d’oro,  e vi  troverete  sulla  piaz- 
za della 

CHIESA  DI  S.  A POLLI  VARE. 

Papa  Adriano  I,  nel  TJ2,  la  fece  erigere  sulle  rovine  di  un  an- 
tico tempio,  forse  di  Apollo.  Benedetto  XIV  la  riedificò  coi  di- 
segni del  Fuga,  il  quale  la  decorò  di  un  vestibolo  in  cui  esiste  la 
cappella  della  Madonna.  Sull’altare  di  questa  cappella  si  venera 
un’immagine  di  Maria  col  Bambino  Gesù  ed  i ss.  Pietro  ePaolo, 
pittura  che  credesi  di  Pietro  Perugino. 

L’interno  ha  una  sola  nave  con  sei  cappelle.  L’altar  maggio- 
re, ornato  di  belli  marmi,  ha  un  quadro  di  Ercole  Gennari,  rap- 
presentatavi la  consacrazione  del  santo  vescovo  di  Ravenna,  ti- 
tolare di  questa  chiesa.  Sull’altare  a destra  si  osserva  la  bella 
statua  di  s.  Francesco  Saverio,  lavoro  di  M.r  Le  Gros;  quella 
di  s.  Ignazio,  sull’altare  di  rimpetto,  fu  eseguita  da  Carlo  Mar- 
chionni,  ed  il  P.  Pozzi,  gesuita,  dipinse  raffresco  nella  volta  del 
sacro  tempio.  Gli  altri  quadri  appartengono  al  Mezzanti,  allo  Zo- 
boli ed  al  Costanzi. — Nell’edifizio  congiunto  a questa  chiesa  e- 
Bisteva  il  collegio  Alemanno-Ungherese,  ma  oggi  è occupato 
nella  maggior  parte  dal 


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Seminario  Romano. 

SEMINARIO  ROMANO. 


295 


Allorché  Leone  XII  volle  rendere  ai  padri  gesuiti  il  Collegio 
Romano,  trasferì  in  questo  palazzo  il  semiuario  vescovile  di  Ro- 
ma, ossia  il  seminario  pertinente  al  clero  secolare  ed  al  Papa , 
come  vescovo  della  capitale  del  mondo  cattolico.  Perciò  il  Cardi- 
nal "Vicario,  che  esercita  le  funzioni  vescovili  in  suo  luogo,  ne  ha 
le  direzione  e risiede  nel  palazzo  annesso.  Il  detto  seminario  ven- 
ne fondato  da  Pio  IY  nel  1565,  e s.  Carlo  Borromeo  diedene  i sa- 
vii  regolamenti.  Il  numero  degli  aitami  è di  circa  90:  fra  di  es- 
si, la  maggior  parte  di  quelli  che  aspirano  allo  stato  ecclesiasti- 
co, sono  istruiti  e mantenuti  gratuitamente;  gli  altri  pagano  u- 
na  pensione  di  lire  56  al  mese.  Tutti  sono  ammaestrati  da  valen- 
ti professori  nelle  belle  lettere  e nei  differenti  rami  della  filoso- 
fia, teologia  e legge.  Le  scuole  ove  vengono  istruiti  sono  anche 
d’uso  pubblico  per  tutti  coloro  che  vogliono  frequentarle,  for- 
mando così  un  liceo,  in  cui  si  possono  conseguire  i gradi  di  bac- 
cellierato, e licenziato,  come  pure  la  laurea  in  filosofia,  in  teo- 
logia ed  in  legge.  — In  questo  medesimo  edilìzio  è il 

SEMINARIO  PIO. 

Questo  seminario  venne  fondato  dal  pontefice  Pio  IX  allo  sco-  * 
po  di  aumentare  i mezzi  d’istruzione  religiosa  da  diffondersi  ne’ 
differenti  paesi  dello  stato  romano.  In  questo  seminario  si  am- 
mette, per  via  di  concorso,  un  giovane  di  ciascuna  diocesi,  il 
quale  deve  obbligarsi  con  giuramento  di  tornare,  dopo  termina- 
ti gli  studii,  a stabilirsi  nel  suo  paese,  ovvero  partire  per  le  mis- 
sioni straniere.  La  rendita  di  cui  il  fondatore  dotò  il  seminari^ 
basta  per  mantenere  circa  70  alunni,  i quali  non.hanno  altro  di 
comune  col  Seminario  Romano,  se  nonché  la  scuola  e la  chiesa. 

Quasi  incontro  all’edifizio  nel  quale  sono  gli  accennati  semi- 
narii, apresi  la  via  di  s.  Apollinare,  ove  si  trova  subito,  a de- 
stra, l’ingresso  del  palazzo  Altemps  (N.°  8).  Questo  palazzo  si 
crede  eretto  con  architettura  di  Martino  Longhi  il  vecchio,  ma 
al  certo  è più  antico,  giacché  si  pretende  che  i portici  intorno 
al  cortile  vi  fossero  aggiunti  sui  disegni  di  Baldassare  Peruzzi; 
laonde  Martino  Longhi  non  avrà  fatto  se  non  che  ristorare  e rin- 
novare in  parte  la  fabbrica  già  esistente.  Trovansiin  questo  pa- 
lazzo talune  statue  antiche,  dei  belli  marmi,  ed  una  cappella,  ove 
si  conserva  il  corpo  di  s.  Aniceto  papa,  morto  martire  nel  168. 


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296  Quinta  Giornata. 

Alla  via  di  s.  Apollinare,  sussegue,  nella  stessa  direzione,  la 
piazza  Fiammetta , e poi  la  via  della  Maschera  d'oro,  ove,  nel 
prospetto  di  una  casa  a sinistra  (N.°  7),  si  osserva  la  favola  di 
Niobe  dipinta  a chiaroscuro,  opera  del  celebre  Polidoro  da  Ca- 
ravaggio che,  essendo  stata  più  volte  ristaurata,  venne  a perde- 
re assai  del  suo  merito. 

Andando  più  avanti  si  sbocca  innanzi  al  palazzo  Lancellotti 
(N.°  18),  cominciato  ad  erigere  con  architetture  di  Francesco  da 
Volterra,  e compiuto  da  Carlo  Maderno.  Il  portico  è sorretto  da 
quattro  colonne  di  granito,  'ed  il  cortile  si  vede  decorato  di  sta- 
tue, di  busti  e di  bassorilievi  antichi.  Entro  il  portico  superiore, 
sostenuto  anch’esso  da  quattro  colonne  di  granito,  si  vedono,  un 
Mercurio,  ima  Diana  ed  altri  marmi  scolpiti.  — A lato  del  detto 
palazzo  rimane  la  via  de’ Coronari,  ove  dirigendosi  a destra, 
dopo  breve  cammino,  si  trova  l’ingresso  laterale  della 
* 

CHIESA  DI  8.  SALVATORE  IX  LAURO. 

La  denominazione  in  Lauro  deriva  dall’essere  qui  stato  il  fa- 
moso portico  di  Europa,  ove  era  un  boschetto  di  allori.  Il  primo 
fondatore  di  questa  chiesa  e dell’  annesso  monistero  fu  il  card. 
Latino  Orsino,  romano,  che  nel  1450  vi  stabilì  i canonici  rego- 
lari di  s.  Salvatore  in  Alga,  fatti  venire  da  Venezia.  Vi  resta- 
rono questi  per  lo  spazio  di  266  anni,  nel  qual  tempo  essendo 
stata  distrutta  da  un  incendio  la  primitiva  chiesa,  fu  da  essi  rie- 
dificata con  architettura  di  Ottavio  Mascherini.  Soppresso  in 
seguito  l’ordine  de’ nominati  canonici  da  Clemente  IX,  il  suo 
successore,  Clemente  X,  concesse  la  chiesa  e l’annesso  moni- 
Stero  ai  Marchigiani,  rappresentati  dalla  loro  confraternita,  che 
ebbe  origine  nel  1633  sotto  Urbano  Vili,  e poscia  dichiarata 
archiconfratemita  da  Clemente  XI,  nel  16T7.  Questa  confrater- 
nita diede  l’ultima  mano  all’  interno  del  sacro  tempio,  elevandovi 
anche  la  cupola,  coi  disegni  di  Gio.  Battista  Sassi,  e poi  dedicò 
la  chiesa  alla  Madonna  di  Loreto.  La  facciata  principale  però  era 
rimasta  sempre  incompleta  e rozza,  per  cui  gli  stessi  Marchigiani, 
nel  1862,  la  fecero  condurre  a termine  e decorare,  ed  in  pari 
tempo  ristaurarono  ed  abbellirono  anche  l’ interno  della  chiesa. 

La  nuova  facciata,  costruita  tutta  in  travertino , coi  disegni 
dell’architetto  cav.  Camillo  Guglielmotti,  ha' meritato  l’elogio 
" degl’intendenti,  essendo  grandiosa,  semplice  ed  imponente.  La 
porta  principale  vedesi  decorata  da  un  avancorpo  formato  da 
due  colonne  corintie  coi  loro  contropilastri,  sostenenti  il  corai- 


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Chiesa  di  s.  Salvatore  in  Lauro. 


297 


cione,  sopra  cui  è l’arme  del  pontefice  Pio  IX.  L’ attico  rimane 
coronato  da  un  bel  frontespizio  triangolare,  ed  abbellito  da  un 
gran  bassorilievo,  scolpito  in  marmo  bianco  dal  rinomato  artista 
Rinaldo  Rinaldi,  ed  esprimente  il  prodigioso  trasporto,  in  Lore- 
to, della  santa  casa  di  Maria  Vergine. 

L’interno,  decorato  dal  Mascberini  con  un  ordine  corintio  di 34 
colonne  di  opera  muraria,  fu  ristaurato  e ridotto,  come  oggi  si 
vede,  colla  direzione  dell’ architetto  cav.  Pietro  Lanciani. 

La  prima  cappella,  a destra  entrando,  ha  sull’  altare  una  Pietà 
dipinta  da  Giuseppe  Ghezzi , a cui  appartengono  anche  i due 
quadri  laterali.  Presso  questa  cappella,  a lato  della  porta  della 
chiesa,  vedesi  il  monumento  eretto  nel  1864  al  card.  Gaspare 
Bernardo  Pianetti,  morto  nel  1862.  Questo  gentil  monumento, 
in  marmo  bianco,  venne  eseguito  con  molta  grazia  e finezza  di 
lavoro  dallo  scultore  Ignazio  Jacometti  coi  disegni  dell’  archi- 
tetto Poletti;  ed  il  ritratto  dell’illustre  defunto  fu  dipinto  da 
Leopoldo  Palmerini.il  quadro  della  seconda  cappella  rappresen- 
tante Maria.  Vergine  con  s.  Carlo  Borromeo , e s.  Francesco,  è 
di  Alessandro  Turchi.  La  natività  di  N.  S.  nella  terza  cappella, 
è il  primo  saggio  di  pittura  che  diede  Pietro  da  Cortona.  L’al- 
tare della  crociata,  decorato  con  due  belle  colonne  di  cipollino, 
contiene  un  nuovo  quadro  del  cav.  Pietro  Gagliardi,  in  cui  è 
rappresentato  s.  Emidio,  coi  santi  Niccola  da  Tolentino  e Gia- 
como della  Marca.  La  statua  di  Maria  Vergine  che  si  venera 
sull’  aitar  maggiore  è fatta  a somiglianza  di  quella  esistente  nel 
santuario  di  Loreto.  Essa  è collocata  entro  una  piccola  nicchia 
contornata  d’angeli  in  istucco,  la. quale  risalta  egregiamente  su 
d’una  gloria  d’angeli  in  istucco  dorato. 

Nei  peducci  della  cupola  si  osservano  i profeti  Mosè,  David, 
Isaia,  ed  Ezechiello,  dipinti  a fresco,  nell’  ultimo  ristauro,  dal 
giovane  piceno  Luigi  Fontana.  Sull’altro  altare  della  crociata 
v’  è un  Crocefisso  simile  a quello  antichissimo  e miracoloso  che 
si  venera  in  Sirolo  presso  Ancona.  La  seguente  cappella  ha  un 
quadro  di  Angelo  Massarotti,  cremonese,  in  cui  dipinse  il  Sal- 
vatore e s.  Lutgarda.  La  penultima  cappella,  da  questo  lato, 
contiene  un  quadro  rappresentante  la  Madonna  col  Bambino:  si 
pretende  che  sia  opera  di  Antonio  Pollaiolo,  celebre  pittore  e 
scultore  fiorentino,  che  fiorì  al  finire  del  secolo  XV.  Sull’altare 
dell’ ultima  cappella  osservasi  un  quadro  di  Antiveduto  Gram- 
matica, in  cui  è rappresentato  s.  Pietro  liberato  dal  carcere. 

Sulla  piazza  che  s’apre  innanzi  al  prospetto  principale  della 
menzionata  chiesa,  è la  casa  eretta  da  Pio  VI  per  i fratelli  delle 

13‘* 


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298  Quinta  Giornata. 

scuole  cristiane,  fondati  in  Francia  dal  canonico  Gio.  Battista 
De  la  Salle,  ed  approvati  dal  pontefice  Benedetto  XIV.  Nella 
suddetta  casa  (N.°  10)  sono  le  scuole  dirette  da  essi  fratelli,  o 
frati,  che  v’insegnano  gratuitamente  a leggere,  a scrivere  e gli 
elementi  del  calcolo,  come  del  pari  viene  dai  medesimi  praticato 
nella  scuola  che,  ai  tempi  di  Pio  VII,  aprirono  sulla  via  Grego- 
riana, ed  in  quella  situata  presso  la  chiesa  della  Madonna  de ’ 
Monti.  — La  strada  che  corre  lungo  il  lato  della  ricordata  casa, 
shocca  vicino  alla  piazza  di  ponte  s.  Angelo,  e quasi  incontro  al 

TEATRO  DI  APOLLO,  DETTO  DI  TORDINONA. 

Questo  teatro  ha  pure  il  nome  di  Tordinona,  perchè  fin  dal 
medio  evo  ivi  era  una  gran  fabbrica  ed  una  torre,  detta  Torre 
di  Nona,  l’ una  e l’ altra  servendo  all’  uso  di  prigioni.  Innocen- 
zo X avendo  eretto  le  nuove  prigioni  in  via  Giulia,  nel  suddetto 
luogo  fu  edificato  un  teatro,  che  due  volte  arse,  e diede  argo- 
mento ad  un  poema  burlesco,  intitolato,  1’  incendio  di  Tordi- 
nona.  Il  principe  Alessandro  Torlonia  a cui  appartenne  sino  al 
1868,  epoca  in  cui  lo  vendette  al  Comune  di  Roma,  lo  rifece 
quasi  interamente,  nel  1830,  coi  disegni  del  Valadier:  e poscia, 
nel  1862,  volle  renderlo  anche  più  magnifico  e comodo,  serven- 
dosi dell’architetto  Niccola  Carnevali.  E questo  il  miglior  tea- 
tro di  Roma,  ed  in  esso  si  rappresenta  l’ opera  in  musica  seria, 
ed  il  ballo  grande. 

Tornando  sulla  piazza  di  s.  Salvatore  in  Lauro,  e di  quivi  pi- 
gliando a diritta  per  la  contigua  via  de’  Coronari,  la  penultima 
casa  che  si  trova  a man  sinistra,  distinta  col  N.t’124,  era  proprie- 
tà dell’ immortai  Raffaello  che  vi  abitò  alcun  tempo,  e lascio  Ila 
poi  in  legato  alla  chiesa  di s.  Maria  ad  Martyres  (il  Pantheon J, 
per  fondare  una  cappellani  alla  cappella  dellaMadonna,  ove  egli 
volle  esser  sepolto.  Per  onorare  la  memoria  del  sommo  pittore, 
Carlo  Maratta,  nel  1705,  fece  dipingere  il  ritratto  di  lui  a chia- 
roscuro nel  prospetto  della  casa  suddetta;  ma  quel  ritratto  è af- 
fatto scomparso.  — La  via  de’  Coronari  mette  in  quella  di  Pa- 
nico, di  dove  si  scorge  a destra  la  piazza  di  ponte  s.  Angelo,  di 
cui  diremo  in  seguito. 

In  vicinanza  di  detta  piazza  esisteva  anticamente  un  arco  eret- 
to agl’ imperatori  Graziano,  Valentiniano  II,  e Teodosio;  perciò 
è probabile,  che  le  colonne  di  verde  antico  e gli  altri  marmi  che 
si  rinvennero  allorché  fu  eretta  la  chiesa  de’  ss.  Celso  e Giuliano 
appartenessero  a quell’  arco,  di  cui  si  ha  memoria  sino  al  XIII 
secolo. 


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299 


Banco  di  santo  Spirito. 

• L’indicata  chiesa,  ristaurata  nel  decembre  del  1868,  è situata 
sulla  via  del  Banco  di  s.  Spirito,  la  quale  apresi  di  fronte  al 
ponte  s.  Angelo.  Presso  la  detta  chiesa  scorgesi  il  palazzo  Cic- 
ciaporci (N.°  12),  architettato  da  Giulio  Romano.  Il  prospetto 
di  questo  palazzo,  che  era  rimasto  incompleto,  fu  condotto  a 
termine  nel  1867,  seguendo  diligentemente  l’architettura  della 
parte  già  esistente.  Quasi  incontro  rimane  il  palqzzo  Niccolini 
(N.°  42),  eretto  coi  disegni  di  Giacomo  Sanso  vino,  valente  ar- 
chitetto fiorentino. 

La  fabbrica  che  poco  dopo  si  presenta  di  faccia  nel  mezzo  di 
un  bivio  è il  banco  di  santo  Spirito,  edificato  con  disegno  di 
Bramante  Lazzari.  Il  banco  dipende  dall’insigne  archiospedale 
di  s.  Spirito,  i beni  del  quale  servono  come  d’-ipoteca  per  coloro 
che  depositano  il  denaro  nel  banco  stesso,  senza  però  aver  di- 
ritto a ritrame  frutto. 

Andando  per  la  via  di  Banchi  Nuovi,  cioè  a sinistra  dell’indi- 
cata  fabbrica,  si  giunge  alla  piazza  dell’  Orologio  della  Chiesa 
Nuova,  ove,  in  fondo  alla  breve  strada  a sinistra,  rimane  il  pa- 
lazzo già  Orsini,  ora  Gabrielli,  eretto  su  d’un  monticello  arte- 
fatto, che  dal  secolo  XIII  in  poi  viene  chiamato  Monte  Giorda- 
no dal  nome  di  Giordano  Orsini  ch’ivi  aveva  la  sua  fortezza. 

La  via  de’ Filippini,  eli’ apresi  nella  suddetta  piazza,  conduce 
diritto  alla 

CHIESA  DI  S.  MARIA  IN  V ALIACELE  A 
DETTA  LA  CHIESA  NUOVA. 

In  una  piccola "convalle  che  qui  esisteva,  s . Gregorio  papa  fece 
erigere  una  chiesina  in  onor  di  Maria,  santuario  che,  per  l’indica^ 
ta  ragione,  fu  detto  s. Maria  inV allivella.  Nell575GregorioXIII 
la  concesse  a s.  Filippo  Neri,  il  quale,  mercè  la  generosità  di  esso 
pontefice,  e del  card.  Cesi,  fece  edificare  il  magnifico  tempio, 
che  venne  chiamato  Chiesa  Nuova,  e fu  consacrato  nel  1599. 
Il  prospetto  è murato  tutto  intero  in  travertini  con  disegno  di 
Martino  Longhi  il  vecchio,  elio  decornilo  con  due  ordini  di  pila- 
stri, corintii  e compositi;  e lo  stesso  architetto  esegui  il  restante 
della  chiesa  sul  disegno  stabilito  da  Giovan  Matteo  di  Città  di 
Castello. 

L’interno  è a tre  navi,  oltre  la  crocera,  e fu  decorato  in  segui- 
to assai  splendidamente  con  pitture  e stucchi  dorati,  coi  disegni 
di  Pietro  da  Cortona,  il  quale  dipinse  la  volta  della  navata  gran- 
de, la  cupola  ed  il  catino  della  tribuna'. 


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300  Quinta  Giornata. 

Il  Crocefisso , nella  prima  cappella  a destra  entrando  nella 
chiesa,  è una  bell’opera  di  Scipione  Gaetano.  Il  Cristo  portato 
al  sepolcro  nella  cappella  seguente,  è una  copia  sostituita  al  ce- 
lebre originale  di  Michelangelo  da  Caravaggio,  che  in  oggi  si 
ammira  nella  pinacoteca  V aticana , e fu  eseguita  da  Michele 
Keck.  Entro  la  terza  cappella  si  osserva  un’Ascensione,  lavoro 
di  Muziano.  La  coronazione  di  Maria,  espressa  nel  quadro  posto 
sull’altare  della  crocera,  venne  eseguita  dal  cav.  di  Arpino,  e 
Flaminio  Vacca  scolpì  le  statue  de’ ss.  Giov.  Battista,  ed  Evan- 
gelista. Il  quadro  con  Adamo  ed  Èva  collocato  sull’  arcone  della 
stessa  cappella  fu  condotto  da  Giuseppe  Ghezzi.  Viene  poscia 
la  cappella  Spada,  eretta  con  architetture  di  Carlo  Rainaldi,  e 
decorata  con  buoni  marmi  da  Carlo  Fontana.  Il  quadro  dell’al- 
tare, rappresentante  la  Madonna'  coi  santi  Carlo  ed  Ignazio,  fu 
eseguito  dal  Maratta:  il  Bonatti  vi  dipinse  la  peste  di  Milano,  e 

10  Scaramuccia  il  s.  Carlo  in  atto  di  fare  elemosina. 

L’ aitar  maggiore  va  ricco  di  quattro  colonne  assai  belle  di 
porta  santa.  La  tribuna  è abbellita  con  tre  quadri  del  Rubens; 
quella  dell’  aitar  maggiore  in  cui  campeggia  un’  immagine  di 
Maria,  rappresenta  una  gloria  d’angeli;  in  uno  dei  laterali  sono 
effigiati  i ss.  Gregorio,  Mauro,  e Papia,  e l’altro  esprime  s.  Do- 
mitilla  ed  i santi  Nereo  ed  Achilleo. 

La  seguente  cappella,  ornata  di  rari  marmi  e di  pietre  prezio- 
se, è dedicata  a s.  Filippo  Neri,  il  cui  corpo  riposa  sotto  l’altare. 

11  quadro  col  santo  è in  musaico,  e fu  copiato  dall’  originale  di 
Guido,  esistente  nelle  camere  superiori.  I principali  fatti  della 
vita  di  s.  Filippo,  dipinti  nella  detta  cappella,  Sono  lavori  di  Cri- 
stofaro Roncalli.  Sull’  altare  della  crocera  si  osserva  un  prege- 
vole dipinto  di  Federico  Barocci,  esprimente  la  Presentazione  al 
tempio.  Le  statue  laterali  de’ ss.  Pietro  e Paolo  vennero  scolpite 
dal  Valsoldo;  ed  il  Ghezzi  dipinse  il  final  giudizio  superiormente 
all’  arcone  della  cappella. 

Prossima  a questo  altare  rimane  la  porta  della  sacrestia,  ove 
■si  scorge  una  bella  statua  di  s.  Filippo,  opera  dell’Algardi,  e la 
volta  rimane  decorata  con  pitture  di  Pietro  da  Cortona.  In  una 
cappella  interna,  in  cui  il  santo  celebrava  la  messa,  osservasi 
sull’altare  un  bel  quadro  di  Guercino.  Da  questa  cappella  si 
ascende  nelle  camere  che  furono  abitate  da  s.  Filippo,  e vi  si  con- 
servano ancora  alcuni  dei  mobili  de’quali  egli  fece  uso;  ivi  si  può 
veder  anche,  una  volta  dipinta  da  Pietro  da  Cortona,  ed  il  qua- 
dro originale  di  Guido,  ricordato  sopra. 


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Chiesa  di  s.  Maria  in  Vallìcella. 


301 


Tornando  in  chiesa,  entro  la  prima  cappella  dopo  la  crocera, 
si  osserva  il  quadro  coll’  Annunziata,  opera  del  Pasignani.  La 
Visitazione  di  s.  Elisabetta  nella  successiva  cappella,  è del  Ba- 
rocci; e la  presentazione  di  Gesù  fanciullo  al  tempio,  entro  l’ulti- 
ma cappella,  appartiene  al  cav.  d’ Arpino.  I dipinti  che  decora- 
no le  pareti  della  nave  maggiore  sono  lavori  del  Parodi,  del  Pas- 
seri, del  Ghezzi,  e del  Baldi. 

Questa  chiesa  è uffiziata  con  ispecialissima  cura  dai  padri  del- 
l’Oratorio, così  denominati  perchè,  seguendo  una  istituzione  di 
s.  Filippo  Neri  loro  fondatore,  costumano  dare  nell'oratorio  con- 
giuntole, dei  pezzi  di  musica  sacra,  preceduti  da  alcun  sermone 
e da  preci.  Questi  pii  e piacevoli  esercizii  vennero  comunemente 
detti  Oratorii,  ed  essi  hanno  luogo  nelle  prime  ore  della  notte, 
quasi  in  tutte  le  feste  ricorrenti  dalla  prima  domenica  dell’  av- 
vento, fino  alla  domenica  delle  palme. 

L’architettura  di  quest’oratorio,  come  pure  quella  dell'annessa 
casa,  è del  Borromini.  La  facciata  di  esso  oratorio,  la  quale  ri- 
mane congiunta  a quella  della  chiesa,  presenta  un  disegno  biz- 
zarro, e la  grande  volta  piana  dell’  interno,  lunga  18  m.  e 50  c., 
larga  8 met.  e 20  c.,  è ammirabile  per  arditezza  di  costruzione. 

L’annessa  casa  de’padri  dell’Oratorio  contiene  una  biblioteca, 
ricca  di  manoscritti  greci,  latini,  italiani,  e di  opere  a stampa. 
Fra’primi  sono  rimarchevoli  parecchi  autografi  del  celebre  card. 
Baronio,  autore  degli  annali  ecclesiastici,  ed  una  bibbia,  già  di 
Alcuino,  maestro  di  Carlo  Magno. 

Uscendo  dalla  porta  principale  della  chiesa,  e mettendosi  per 
la  via  Sora,  che  si  apre  da  mano  sinistra,  si  sbocca  incontro  al 
palazzo  di  quel  nome,  costruito  coi  disegni  di  Bramante  Lazza- 
ri. Esso  venne  ristaurato  nel  1845,  e ridotto  ad  uso  di  caserma, 
senza  però  alterarne  l’architettura;  ed  in  tale  occasione  vi  fu  sco- 
perto l’ antico  musaico,  che  già  vedemmo  nel  palazzo  Latera- 
nense.  — Di  quivi,  pigliate  la  via  a sinistra,  detta  aneli’ essa  via 
di  Sora,  poscia  volgete  a diritta,  e tosto  troverete  dalla  vostra 
manca  la  via  di  Parione,  che  sbocca  di  rimpetto  alla 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DELLA  PACE. 

« 

Fu  essa  edificata  da  Sisto  IV,  con  architettura  di  Baccio  Pin- 
telli,  in  memoria  della  pace  conseguita  fra’principi  cristiani,  e 
venne  dedicata  alla  Madonna  della  Pace.  Alessandro  VII  la  fece 
ristorare  coll’opera  di  Pietro  da  Cortona,  che  ricostruì  la  bella 


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302  Quinta  Giornata. 

facciata  con  un  portico  semicircolare,  sorretto  da  colonne  do- 
riche di  travertino, 

L’ interno  della  chiesa  ha  una  sola  navata  con  una  cupola  ot- 
tagona  di  belle  forme.  Nella  prima  cappella  a destra  entrando, 
si  osserva  un  bassorilievo  in  bronzo,  esprimente  la  deposizione 
dalla  croce,  opera  di  Cosimo  Fancelli,  il  quale  scolpi  pure  la  8. 
Caterina  e gli  angeli  di  bassorilievo  a destra;  poiché  il  s.  Ber- 
nardino e gli  angeli  dall’opposto  lato,  sono  lavori  di  Ercole  Fere 
rata.  Superiormente  all’arco  di  detta  cappella  si  ammira  imo 
♦ stupendo  affresco  di  Raffaello  rappresentante  le  Sibille  Cuma- 

na,  Persica,  Frigia  e Tiburtina:  questo  dipinto  viene  giustamente 
annoverato  fra  le  opere  più  classiche  di  quel  sommo  maestro, 
giacché  vi  si  veggono  riuniti  lo  stile  grandioso  del  Bonarruoti, 
e la  grazia  dell’istesso  Urbinate,  il  quale  in  questo  lavoro  fu 
aiutato  dal  suo  scolare  e concittadino  Timoteo  Della  Vite:  tale 
affresco  venne  assai  bene  ristorato  colla  direzione  del  Camucci- 
ni.  I dipinti  superiormente  al  cornicione  appartengono  al  De 
Rossi,  fiorentino.  La  seguente  cappella  fu  eretta  coi  disegni  di 
Michelangelo,  e gl’  intagli  in  marmo,  che  la  decorano  all’estere 
no,  sono  un  pregevole  lavoro  di  Simone  Mosca.  Le  statue  de’ss. 
Pietro  e Paolo,  i profeti  di  bassorilievo,  ed  i due  sepolcri  che 
veggonsi  nella  cappella,  sono  buone  sculture  di  Vincenzo  De 
Rossi  da  Fiesole,  ed  a Carlo  Cesi  appartiene  il  quadro  dell’altare. 

Sotto  la  cupola  esistono  quattro  bei  dipinti,  uno  di  Carlo  Gen- 
tileschi, rappresentante  la  Visitazione  di  santa  Elisabetta;  il  se- 
condo, colla  Presentazione  di  Maria  al  tempio,  è un  capolavoro 
di  Baldassare  Peruzzi;  il  terzo,  che  esprime  la  nascita  della  Ma- 
donna, è del  Vanni,  e l’ultimo,  col  transito  beato  di  lei,  appar- 
tiene a Giammaria  Morandi. 

L’ aitar  maggiore,  eretto  coi  disegni  di  Carlo  Mademo,  ha 
una  decorazione  di  quattro  colonne  di  verde  antico,  di  sculture 
e di  pitture,  fra  le  quali,  alcune  che  abbelliscono  la  volta,  usci- 
rono di  mano  di  Francesco  Albani'  Il  quadro  esprimente  la  na- 
tività di  Gesù  Cristo,  posto  sull’altare  d’una  cappella  a sinistra, 
è una  bell’opera  del  Sermoneta.  Ritornando  nella  navata,  si  os- 
serva entro  l’ultima  cappella  un  bell’  affresco  di  Baldassare  Pe- 
ruzzi, in  cui  rappresentò  la  Nostra  Donna  con  s.  Brigida  e s. 
Caterina,  scorgendovi  pure  ritratto  Ferdinando  Ponzetti  fon- 
datore della  cappella  stessa,  nei  lati  della  quale  sono  le  sepoltu- 
re di  taluni  della  sua  famiglia. 

Questa  chiesa  e la  casa  annessale,  ov’è  un  chiostro  architet- 
tato da  Bramante,  appartennero  già  ai  canonici  regolari  Laten* 


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Chiesa  di  s.  Maria  deir  Anima.  303 

nensi,  ma  nel  1825  furono  donate  da  Leone  XII  ad  una  congre- 
gazione di  preti  secolari,  i quali  ivi  tengono  pubblico  insegna- 
mento di  Logica  e Metafisica,  di  Etica,  di  Algebra,  di  Geome- 
tria e di  Fisica  elementare,  scuole  trasferitevi  dall’Università 
romana.  — Uscendo  dalla  descritta  chiesa  ed  incamminandosi 
per  la  via  a sinistra,  avente  una  colonnina  all’ imboccatura,  do- 
po breve  cammino,  tenendosi  sempre  a destra,  si  sbocca  a lato 
della 

CHIESA  DI  8.  MARIA  DELL’ANIMA. 

Fu  incominciata  nel  1400  per  un  legato  di  certo  Giovan  Pie- 
tro, fiammingo,  e poi  ampliata  nel  primo  periodo  del  medesimo 
secolo  per  la  munificenza  della  nazione  tedesca,  a cui  appartie- 
ne. Questa  chiesa  venne  dedicata  alla  Vergine  santissima,  sotto 
l’invocazione  d e\V Anima,  perchè  nel  luogo  si  rinvenne  una  im- 
magine della  Madonna  sedente  con  due  fedeli  prostrati  a’suoi 
piedi,  simboleggianti  due  anime  che  pregano,  la  copia  della 
quale  si  osserva  nel  frontespizio  della  porta  maggiore.  Si  ritiene 
che  il  prospetto  fosse  edificato  coi  disegni  di  Giuliano  da  s.  Gal- 
lo, e le  tre  porte  di  esso  sono  di  bellissima  architettura. 

La  detta  chiesa  ha  tre  navi,  divise  fra  loro  da  pilastri  che  si 
elevano  fino  alla  volta,  alla  cui  altezza  s’ alzano  pure  gli  sfondi 
delle  cappelle.  Questo  sacro  tempio,  che  contiene  parecchi  buo- 
ni quadri,  quantunque  non  ampio,  tuttavia  sembra  vasto,  per- 
chè ad  una  sola  occhiata  tu  puoi  interamente  scorgerlo.  Nel 
1843  venne  ristaurato  ed  arricchito  di  un  organo,  opera  eccel- 
lente di  Giuseppe  Serassi  da  Bergamo. 

Si  ammira  entro  la  prima  cappella  a destra  un  bellissimo  qua- 
dro di  Carlo  Saraceni,  il  quale  espressevi  san  Bennone  operante 
il  miracolo  del  pesce.  Gli  affreschi  della  seconda  cappella  sono 
di  Francesco  Grimaldi,  e la  sacra  Famiglia  che  visi  osserva  sul- 
l’altare, è uno  dei  migliori  lavori  del  Gemignani:  il  sepolcro  a 
sinistra  appartiene  al  card.  Gauthier  Slosius,  celebre  letterato 
del  XVI  secolo,  ed  il  busto  di  lui  fu  scolpito  da  Ercole  Ferrata. 

I dipinti  a fresco  nella  cappella  del  Crocefisso,  furono  condotti 
dal  Sermoneta;  e la  Pietà  in  marmo,  posta  sopra  l’altare  dell’ul- 
tima cappella,  è una  copia  di  quella  del  Bonarruoti,  eseguita  da 
Nanni  di  Baccio  Bigio,  fiorentino. 

La  grande  cappella  dell’  aitar  maggiore  venne  rinnovata  con 
disegno  di  Paolo  Posi,  e le  due  pitture  a fresco  spettano  a Lui- 
gi Stern.  11  quadro  dell’altare,  rappresentante  la  Nostra  Donna 
ed  alcuni  santi,  è un  lavoro  riputatissimo  di  Giulio  Romano.  Nei  t ■ 


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304  Quinta  Giornata. 

lati  di  questa  grande  cappella,  si  osservano  due  magnifici  sepol- 
cri in  marmo:  quello  da  mano  destra  venne  eretto  a papa  Adria- 
no VI,  coi  disegni  di  Baldassare  Peruzzi,  e con  isculture  di  Mi- 
chelangelo da  Siena,  che  v’ebbe  in  aiuto  Niccola  Tribolo,  fioren- 
tino: l’altro  appartiene  al  duca  di  Cleves,  e fu  eseguito  da  Egi- 
dio de  Riviere,  fiammingo,  e da  Niccola  d’ Arras.  Su  questo  se- 
polcro eravi  un  bassorilievo  in  cui  Niccola  de  Mas  ebbe  rappre- 
sentato Gregorio  XIII,  in  atto  di  dare  al  duca  di  Cleves  lo  stoc- 
co, segnale  del  comando;  oggi  però  si  osserva  questo  bassori- 
lievo nell’andito  che  mette  alla  sacrestia.  Gli  affreschi  poi  nella 
volta  di  questa  sono  del  Romanelli;  ma  i fatti  della  vita  della 
Madonna,  rappresentati  nelle  pareti,  appartengono  al  Morandi, 
al  Bonetti,  e ad  Egidio  Alè  di  Liegi. 

Ritornando  in  chiesa  si  osservano  gli  affreschi  della  prima 
cappella  ed  il  quadro  dell’altare,  rappresentatovi  Cristo  morto, 
tutti  lavori  di  Cecchino  Salviati.  Allato  a detta  cappella  è posto, 
a diritta,  il  sepolcro  di  Luca  Olstenio,  olandese,  letterato  insi- 
gne e geografo  celebre  del  secolo  XVII.  Entro  la  successiva 
cappella  si  scorgono  gli  affreschi  del  fiammingo  Michele  Coel- 
lier,  rappresentanti  alcune  storie  di  s. Barbara.  Il  martirio  di  s. 
Lamberto  espresso  nel  quadro  dell’ultima  cappella,  è un  altro 
buon  lavoro  di  Carlo  Saraceni,  e gli  affreschi  sono  di  Giovanni 
Miei  di  Anversa.  La  sepoltura  del  card.  d’Austria,  di  fianco  alla 
porta  maggiore,  venne  condotta  da  Francesco  Quesnoy,  detto 
il  Fiammingo,  artefice  che  scolpì  in  modo  eccellente  i putti,  ed 
il  medesimo  fu  autore  eziandio  dell’altro  sepolcro  collocato  nel 
primo  pilone  a sinistra  presso  l’ aitar  maggiore,  eretto  alla  me- 
moria del  Vanden  di  Anversa. 

La  casa  congiunta  alla  chiesa  è un  ospizio  pe’  poveri  e per 
gl’infermi  della  nazione  alemanna,  e serve  in  pari  tempo  di  abi- 
tazione pei  cappellani  che  uffiziano  la  chiesa,  in  cui,  durante 
l’Avvento  e la  Quaresima,  si  predica  in  lingua  tedesca.  — Il  vi- 
colo incontro  alla  descritta  chiesa  conduce  alla 

PIAZZA  NAVONA. 

E questa  una  delle  più  imponenti  e vaste  piazze  di  Roma,  ed 
occupa  l’area  dell’antico  circo  di  Alessandro  Severo,  prossimo 
alle  terme  di  lui.  Essa  conserva  la  forma  del  circo,  giacché  le 
case  vennero  erette  tutte  all’intorno  sulle  fondamenta  delle  gra- 
dinate. Si  vuole  che  il  detto  circo  avesse  il  nome  di  Agonale , 
a causa  de’ giuochi  agonali  che  vi  si  celebravano,  e così  chia- 


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£L  C d?  in  V C1  un  <e  « 


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Piazza  Navona. 


305 


mati  dalla  voce  greca  <xyw  (agon),  che  significa  combattimen- 
to: ma  tale  denominazione  essendo  comune  ad  ogni  circo,  è 
molto  probabile  che  il  nome  di  Agone,  dato  alla  piazza  nel  me- 
dio evo,  originasse  così  fatta  opinione. 

Gregorio  XIII  decorò  questa  maravigliosa  piazza  con  due 
fontane,  una  delle  quali  è situata  presso  l’estremità  settentrio- 
nale, Scorgendosi  l’altra  verso  l’estremità  opposta.  Quest'ultima 
si  compone  di  due  grandi  vasche,  una  delle  quali  sì  erge  entro 
l’altra:  attorno  al  labbro  della  vasca  superiore  sono  collocati 
quattro  tritoni  che,  dando  fiato  alle  buccine,  versano  acqua  da 
esse,  e tali  tritoni  sono  intramezzati  da  mascheroni  gittanti  e- 
gualmente  acqua  nella  vasca  inferiore:  queste  sculture  furono 
eseguite  da  Flaminio  Vacca,  Leonardo  da  Sarzana , Siila  mila- 
nese e Taddeo  Landini.  Innocenzo  X,  Pamphily,  volendo  abbel- 
lire maggiormente  questa  fontana,  commise  al  Bernini  una  sta- 
tua da  dovervisi  collocare  nel  mezzo,  e quel  celebre  artefice  scol- 
pì il  bellissimo  tritone  che  ne  compiè  così  bene  la  decorazione. 
Esso  sta  in  piedi  e stringe  per  la  coda  un  delfino  che  versa  ac- 
qua, a foggia  di  ventaglio,  dalla  bocca  e dalle  narici. 

Il  sullodato  pontefice  fece  anche  erigere  la  stupendissima  fon- 
tana nel  mezzo  della  piazza,  con  disegno  del  Bernini  medesimo. 
La  fontana  in  discorso  si  compone  d’un  ampio  bacino  circolare 
in  marmo,  avente  23  met.  e 69  c.  di  diametro.  In  mezzo  ad  esso 
sorge  un  grande  scoglio,  forato  in  quattro  lati,  a foggia  di 
gròtta,  da  dove,  da  un  canto,  si  avanza  fra  copiose  acque  un 
ardente  cavallo  marino,  e dall'altro  scorgesi  un  leone  che  lam- 
bisce il  liquido  elemento,  opere  tutte  due  di  Lorenzo  Morelli. 
Superiormente  allo  scoglio,  alto  13  met.  e 50  c.,  ergesi  un  pie- 
distallo di  granito,  alto  5 met.  e 10  c.,  su  cui  si  eleva  un  obe- 
lisco in  granito  rosso  intagliato  a geroglifici,  avente  15  met.  e 
94  cent,  d’altezza.  Quest’obelisco  si  rinvenne  fuori  la  porta  s. 
Sebastiano  entro  il  circo  di  Romolo,  figlio  di  Massenzio,  detto 
volgarmente  circo  di  Caracàlla:  lo  stile  de’  geroglifici  ed  i nomi 
di  Vespasiano,  di  Tito  e di  Domiziano,  che  vi  si  leggono,  pro- 
vano ch’esso  fu  tagliato  e scolpito  sotto  l’ultimo  de’ ricordati 
imperatori. 

Ai  quattro  lati  del  suddetto  scoglio  siedono  quattro  statue 
colossali,  eseguite  in  marmo  sui  modelli  del  Bernini,  ed  esse  rap- 
presentano i quattro  fiumi  principali  del  mondo,  cioè:  Il  Gange 
con  in  mano  il  remo,  lavoro  di  M.r  Adamo;  il  Nilo,  opera  di 
Gio.  Antonio  Fancelli;  il  Rio  della  Piata,  scultura  di  Francesco 
Baratta,  ed  il  Danubio,  che  è il  migliore  di  tutti,  lavoro  di  An- 


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306  Quinta  Giornata. 

drea,  soprannominato  il  Lombardo.  Dallo  scoglio,  per  di  sotto  * 
alle  statue,  sgorgano  otto  abbondanti  masse  d’ acqua,  che  ca- 
dendo nel  vasto  bacino  rendono  vieppiù  singolare  l’opera  di  quel 
fervido  ingegno  che  seppe  immaginarla.  Oltre  le  descritte  fon- 
tane, avvene  ancora  un’  altra  pregiata  molto  per  la  gran  vasca 
di  marmo  d’un  sol  pezzo,  trovata  già  vicino  al  palazzo  della 
Cancelleria. 

Il  mercato  di  erbaggi  e frutta  ha  luogo  ogni  mattina  in  que- 
sta vastissima  piazza,  come  pure  vi  si  effettua,  nel  mercoledì  di 
ogni  settimana,  il  gran  mercato  di  Roma,  fin  dai  tempi  di  Sisto 
IV,  essendoché  antecedentemente  suoleva  eseguirsi  sulla  piazza 
d’ Araceli,  alle  radici  del  Campidoglio.  In  tutti  i sabati  ed  in 
tutte  le  domeniche  di  agosto  si  suole  inondare  questa  piazza, 
formandone  quasi  un  lago,  spettacolo  a cui  piglia  parte  il  popo- 
lo, per  passatempo  e per  refrigerio  contro  il  caldo  della  stagio- 
ne. — lino  de’principali  edilìzi  della  descritta  piazza  è la 

CHIESA  DI  9.  AGNESE. 

L’origine  di  essa  è antichissima,  e fu  eretta  sui  fornici  del 
circo,  ove,  secondo  una  pia  tradizione,  venne  esposta  al  ludi- 
brio pubblico  la  vergine  s.  Agnese.  I principi  Pampliily  la  rie- 
dificarono circa  la  metà  del  secolo  XVII,  e vi  ebber  mano  pa- 
recchi architetti.  Girolamo  Rainaldi  fece  Tintemo,  a forma  di 
croce  greca,  e portello  fino  al  cornicione;  il  Borromini  conti- 
nuolla  ed  eressene  il  prospetto  in  travertini,  ornato  con  colonne 
composite,  e con  due  campanili;  finalmente  fu  innalzata  la  cu- 
pola dal  figlio  di  Girolamo  Rainaldi.  ' 

L’interno  è tutto  di  marmo  bianco  fino  al  cornicione,  essendo 
abbellito  nel  rimanente  con  istucchi  dorati  e con  pitture,  ed  è 
pure  decorato  con  otto  grosse  colonne  di  marmo  di  Cottanello 
d’ ordine  corintio.  L’arcone  della  porta  maggiore  e quelli  delle 
tre  magnifiche  cappelle  formano  la  croce  greca;  e tanto  queste 
cappelle,  quanto  i quattro  altari,  eretti  inferiormente  ai  petti 
della  cupola,  hanno  o bassorilievi,  o statue  in  marmo,  lavori  de- 
gli artisti  più  celebri  di  quell’epoca.  La  cupola  è ornata  con  af- 
freschi di  Ciro  Ferri  e del  Corbellini  suo  scolare  il  quale,  com- 
piendo quelli  del  maestro,  dopo  la  sua  morte,  li  rinnovò  intera- 
i mente;  i quattro  petti  furono  dipinti  dal  Baciccio. 

Il  bassorilievo  del  primo  altare  a destra,  rappresentante  la 
morte  di  s.  Alessio,  avvenuta  in  un  sottoscale,  appartiene  a Fran- 
cesco De  Rossi.  S.  Agnese  in  mezzo  alle  fiamme,  entro  la  cap- 


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Chiesa  di  s.  Agnese.  307 

pella  di  crocera,  come  pure  il  bassorilievo  sull’altare  successi- 
vo, espressavi  la  lapidazione  di  s.  Emerenziana,  sono  opere  d’Èr- 
cole Ferrata.  L’ aitar  maggiore,  incrostato  di  Scelti  marmi,  e de- 
corato con  quattro  colonne  di  verde  antico,  contiene  un  basso- 
rilievo  colla  sacra  Famiglia,  scolpito  da  Domenico  Guidi;  gli 
angeli  per  di  sopra  al  frontespizio  sono  di  Giambattista  Maini. 
Il  bassorilievo  dell’altare  seguente,  rappresentatavi  la  morte  di 
s.  Cecilia,  è di  Antonio  Raggi,  ed  il  s.  Sebastiano  nella  cappella 
di  crocera  da  questo  lato,  è una  statua  antica,  ridotta  da  Paolo 
Campi  alla  rappresentanza  attuale.  L’ultimo  altare  contiene  un 
bassorilievo,  in  cui  scorgesi  s. Eustachio  esposto  ai  leoni,  mar- 
mo scolpito  da  Ercole  Ferrata.  Il  sepolcro  del  pontefice  Inno- 
cenzo .X,  collocato  sulla  porta  maggiore,  venne  eseguito  dal 
surricordato  Maini. 

A sinistra  della  cappella  di  s.  Agnese,  trovasi  una  scala  per 
cui  si  scende  nei  corridoi  che  sostenevano  le  gradinate  del 
circo.  In  questo  sotterraneo  avvi  un  altare  con  sopravi  un  bas- 
sorilievo esprimente  s.  Agnese  condotta  tutta  nuda  al  martirio, 
mentre  per  prodigio  rimase  interamente  coperta  dai  proprii  ca- 
pelli, opera  assai  bella  di  Alessandro  Algardi. 

Congiunto  alla  descritta  chiesa  esiste  il  collegio  Innocenziano, 
eretto  da  Innocenzo  X coi  disegni  del  Borromini,  entro  cui,  a 
spese  dell’illustre  famiglia  Doria-Pamphily,  sono  mantenuti  agli 
studii  alquanti  giovani,  in  gran  parte  nati  negli  antichi  feudi 
della  famiglia  stessa,  e d’ onde  uscirono  personaggi  distintissimi 
nelle  scienze  e nelle  lettere. 

Il  detto  collegio  occupa  in  ispecie  l’ edifizio  a destra  all’  uscir 
di  chiesa,  mentre  l’ altro  a sinistra  serve  di  abitazione  ai  cappel- 
lani che  uffiziano  la  chiesa  stessa.  Congiuntamente  al  collegio 
vedesi  il  magnifico  palazzo  Doria-Pamphily  (N.°  13),  fatto  erige- 
re da  Innocenzo  X nel  1650  con  architetture  di  Girolamo  Rainal- 
di.  L’immensa  volta  del  gran  salone  di  esso  palazzo  fu  dipinta 
in  pochissimo  tempo  da  Pietro  da  Cortona,  ed  è una  delle  mi- 
gliori opere  di  questo  artefice,  il  quale  vi  rappresentò  le  avven- 
ture di  Enea.  Nelle  altre  camere  meritano  d’ esser  veduti  i fregi 
coloriti  dal  Romanelli  e da  Gaspare  Pussino,  come  ancora  al- 
cune piccole  volte  dipinte  dall’ Allegrini. — Prossimo  al  suddetto 
palazzo  sulla  piazza  medesima,  elevasi  il  gran  palazzo  Braschi, 
il  cui  principale  ingresso  s’ apre  sulla  via  che  comunemente  ò 
detta  Papale,  e viene  distinto  col  N.°  9. 


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308  Quinta  Giornata. 

PALAZZO  BRASCHI. 

Sul  finire  dello  scorso  secolo,  il  pontefice  Pio  VI,  Braschi,  fece 
erigerlo  sontuosamente  perchè  vi  abitassero  i suoi  nipoti.  L’ ar- 
chitetto Cosimo  Morelli  diede  alla  fabbrica  un’  apparenza  seria 
ed  imponente.  La  grande  scala,  che  si  può  riguardare  come  la 
più  magnifica  dei  palazzi  di  Roma,  è riccamente  decorata  con 
belli  marmi,  con  antiche  statue,  e con  sedici  colonne  e pilastri 
di  granito  rosso  orientale.  In  altri  tempi  si  ammiravano  negli  ap- 
partamenti pregevoli  quadri,  e stimabili  sculture  antiche,  fra  le 
quali  si  annoverava  la  stupenda  statua  di  Antinoo,  che  vedremo 
nel  museo  Vaticano. — Uscendo  dal  palazzo  Braschi,  e dirigen- 
dosi a destra-  si  trova  subito  la 

PIAZZA  DI  PASQUINO. 

Ebbe  essa  il  nome  da  un’  antica  statua,  mutilata  e guasta  dal 
tempo,  posta  su  d’un  piedistallo  all’angolo  del  ricordato  pa- 
lazzo Braschi,  la  quale  fu  quivi  presso  scoperta  sul  principiare 
del  secolo  XVII.  Tale  statua  poi  fu  detta  di  Pasquino,  perchè 
nel  luogo  del  suo  discoprimento  vi  aveva  tenuto  bottega  un 
sarto  di  tal  nome;  e siccome  costui  era  uso  a satirizzare  e scher- 
nire quanti  passavano  innanzi  alla  sua  bottega,  per  tal  motivo  i 
satirici  cominciarono  ad  affiggere  al  piedistallo  di  essa  i loro 
scritti  mordaci , che  presero  il  nome  di  Pasquinate.  Quest’  an- 
tico torso  di  statua  appartenne  ad  un  gruppo  rappresentai! te  Me- 
nelao in  atto  di  sostenere  e difendere  il  èorpo  di  Patroclo,  ucciso 
da  Ettore.  Nel  museo  Vaticano  ed  in  Firenze  esistono  gli  avanzi 
di  due  altri  gruppi  simili , i quali  tutti  fecero  parte  di  altret- 
tante copie  di  alcun  capolavoro  di  greca  scultura.  E per  verità, 
quantunque  questa  copia  collocata  all’angolo  del  palazzo  Braschi 
sia  molto  danneggiata  dal  tempo,  tuttavia  si  può  giudicare,  da 
quello  che  ne  rimane,  eh’  essa  dovette  essere  una  delle  più  bello 
sculture  dell’ antica  Roma. 

La  piccola  chiesa  posta  su  questa  piazza,  è chiamata  degli 
Agonizzanti,  e racchiude  pitture  del  Garzi,  del  Gemiti  e del  Mel- 
chiorri,  a cui  spetta  il  quadro  dell’  aitar  maggiore,  il  quale  ere- 
desi  uno  de’ suoi  migliori  lavori.  La  facciata  di  questa  chiesetta 
fu  rinnovata  nel  1862  con  disegno  dell’architetto  Bonoli,  che 
diresse  pure  il  ristauro  dell’  interno  di  essa.  — L’altro  lato  del 
palazzo  Braschi  risponde  sulla  piazza  di  s. Pantaleo,  ove  appunto 
esiste  la 


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Chiesa  di  s.  Pantaleo. 


309 


CHIESA  DI  8.  PANTALEO. 

Fu  essa  edificata  da  Onorio  III  nel  1216,  e dopo  essere  stata 
in  cura  dei  preti  inglesi,  Gregorio  XV  diedela,  nel  1621,  a san 
Giuseppe  Calasanzio,  aragonese,  fondatore  de’padri  delle  scuole 
Pie,  i quali,  per  istituto,  istruiscono  gratuitamente  i giovanetti 
nel  leggere,  nello  scrivere , nell’  aritmetica,  e ne’  principii  della 
lingua  latina.  Questa  chiesa  fu  riedificata  coi  disegni  di  Gio- 
vanni Antonio  De  Rossi,  eccettuato  il  prospetto  che  venne  po- 
scia eretto  a spese  del  duca  Giovanni  Torlonia,  con  architetture 
del  Valadier.  Sotto  l’altar  maggiore  si  scorge  una  preziosa  urna 
di  porfido,  ornata  di  bronzi  dorati,  entro  cui  riposa  il  corpo  del 
ricordato  santo  fondatore,  il  quale  è rappresentato  nel  bassori- 
lievo dell’ altare,  lavoro  in  istucco  di  Luigi  Acquisti. 

In  questa  chiesa  si  leggono  due  interessanti  inscrizioni,  una 
delle  quali,  a lato  alla  porta,  fu  posta  alla  memoria  del  celebre 
Giovanni  Alfonso  Borelli,  che  scrisse  l’opera,  de  motu  animalium, 
e l’ altra  che  sta  murata  in  uno  de’  pilastri  dell’  andito  che  mette 
in  sacrestia,  consiste  iteli’  epitaffio  sepolcrale  di  Laudamia,  figlia 
di  Giovanni  Brancaleone,  uno  dei  tredici  guerrieri  italiani  che, 
comandati  da  Ettore  ’Fieramosca,  combatterono  e vinsero  in 
campo  chiuso  altrettanti  Francesi,  durante  l’assedio  di  Barletta 
nel  1503:  fatto  d’armi  cantato  dal  Vida  in  versi  latini,  e che 
porse  argomento  a Massimo  d’ Azeglio  pel  suo  romanzo  storico, 
intitolato,  Ettore  Fieramosca. 

Uscendo  dalla  chiesa  e pigliando  la  strada  a destra,  detta  del- 
la Cuccagna,  si  trova  il  palazzino  Lancellotti  (N.°  3),  costruito 
con  architetture  di  Pirro  Ligorio.  — Tornando  poi  sulla  piazza 
di  s. Pantaleo  e dirigendosi  a sinistra,  s’incontra  quasi  subito, 
a manca,  il  bel 

PALAZZO  MASSIMI. 

Questo  palazzo,  capolavoro  della  moderna  architettura,  venne 
fabbricato  coi  disegni  di  Baldassare  Peruzzi,  senese,  il  quale 
seppe  trarre  profitto  d' una  piccolissima  area,  per  decorarlo  di 
un  ottimo  portico  sorretto  da  sei  colonne  doriche,  e di  due  cor- 
tili, il  primo  de’  quali  va  adorno  di  bassorilievi  in  istucco,  di  an- 
tiche statue  e di  una  gentil  fontana.  Entro  l’appartamento  no- 
bile si  osservano  diversi  quadri,  ed  alquante  sculture  antiche , 
fra  le  quali  distinguesi  una  superba  statua,  scoperta  fra  le  mine 
de’  vetusti  orti  Lamiani  sull’  Esquilino,  la  quale  rappresenta  un 
Discobulo,  copia  di  quello  in  bronzo  del  celebre  Mirone.  Nel  se- 


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310  Quinta  Giornata. 

condo  piano  si  vede  una  camera,  mutata  in  cappella,  ove  s.  Filip- 
po Neri  risuscitò  Paolo  Massimi,  il  16  marzo  1584.  Il  prospetto 
posteriore  del  palazzo  è abbellito  con  pitture  a chiaroscuro,  con- 
dotte da  Daniello  da  Volterra,  ma  assai  danneggiate  dal  tempo. 

La  casa  congiunta  al  prospetto  principale,  pertinente  pure  ai 
principi  Massimi,  rendesi  osservabile,  perchè  in  essa  Corrado 
Sweynheim  ed  Arnoldo  Pannartz,  tedeschi,  fondarono  la  prima 
volta  in  Roma,  correndo  il  1467,  una  tipografia,  dopo  averla 
tenuta  per  alcun  tempo  in  Subisco.  La  prima  opera  che  fosse 
stampata  in  questa  casa,  e per  conseguenza  in  Roma,  fu  il  trat- 
tato  de  Civitate  Dei,  scritto  da  s.  Agostino,  per  lo  che  a piè  del 
frontespizio  si  legge,  in  domo  Petri  de  Maximi».  — Seguendo 
il  cammino  lungo  la  strada  medesima,  si  giunge  subito  ad  una 
piazza  ove  sorge  la 

CHIESA  DI  8.  ANDREA  DELLA  VALLE. 

Questa  chiesa  piglia  nome  dal  palazzo  Valle  che  rimane  quasi 
sulla  piazza  stessa.  Essa  venne  edificata  nel  1591  con  disegno  di 
Pietro  Paolo  Olivieri,  e rimase  compiuta  dall’  architetto  Carlo 
Mademo.  Il  prospetto,  uno  de’ più  imponenti  delle  chiese  di  Ro- 
ma, fu  eretto  con  architetture  di  Carlo  Rainaldi,  ed  è tutto  di 
travertini,  decorato  con  due  ordini  di  colonne,  corintie  e com- 
posite, e con  istatué  della  pietra  stessa,  scolpite  da  Domenico 
Guidi,  da  Ercole  Ferrata,  e da  Giacomo  Antonio  Fancelli. 

L’interno  di  questa  vasta  chiesa  è a croce  latina,  di  una  sola 
navata,  con  cappelle  sfondate.  La  prima  cappella,  a mano  de- 
stra entrando,  eretta  dai  Ginnetti  coi  disegni  di  Carlo  Fontana, 
oltre  che  è incrostata  di  buoni  marmi,  va  pure  ricca  di  otto  co- 
lonne di  verde  antico.  Il  bassorilievo  sull’altare,  rappresentante 
la  sacra  Famiglia,  venne  scolpito,  da  Antonio  Raggi  il  quale, 
assieme  ad  Alessandro  Rondoni,  condusse  i sepolcri  de’  due  car- 
dinali Ginnetti.  La  seconda  cappella,  proprietà  degli  Strozzi,  fu 
architettata  da  Michelangelo,  e credesi  che  imitasse  un  disegno 
di  Raffaello.  Questa  cappella  rimane  abbellita  da  dodici  preziose 
colonne  di  lumachella,  e da  quattro  urne  sepolcrali,  in  marmo 
detto  porta-oro.  Sull’altare  è un  gruppo  in  bronzo  rappresen- 
tante la  Pietà,  copia  di  quella  del  Bonarruoti,  esistente  nella  ba- 
silica Vaticana;  ivi  sono  anche  le  statue  di  Rachele  e di  Lia, 
pure  di  bronzo,  ricopiate  da  quelle  che  veggonai  al  sepolcro  di 
Giulio  II  in  s.  Pietro  in  vincoli;  e finalmente  due  candelabri  di 
bellissima  forma,  e fusi  parimenti  in  bronzo , compiono  la  ma- 


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311 


Chiesa  di  s.  Andrea  della  Valle. 

gnificenza  della  cappella.  Il  commendatore  Giuseppe  De  Fabris 
scolpì  il  sepolcro  della  contessa  Tornati  Robilant,  collocato  nella 
successiva  cappella.  Il  quadro  con  s.  Andrea  Avellino,  sull’  al- 
tare di  crocera,  è lavoro  del  Lanfranco,  e l’altro  sull’altare  in- 
contro, esprimente  s.  Gaetano,  venne  dipinto  dal  Camassei. 

La  cupola  e la  tribuna  sono  ornate  con  classiche  pitture  della 
scuola  bolognese.  La  cupola,  avente  un  diametro  di  16  met.  e 
45  c.,  fu  colorita  da  Lanfr.mco,  ed  è una  delle  migliori  opere  di 
quell’artista.  I quattro  evangelisti  nei  petti  della  cupola  stessa,  e 
le  pitture  nella  volta  della  tribuna,  rappresentanti  sei  Virtù  ed 
alcuni  fatti  della  vita  di  s.  Andrea  apostolo,  sono  pregiatissimi 
lavori  del  celebre  Domenichino.  I tre  grandi  affreschi  nella  pa- 
rete di  essa  tribuna,  esprimenti  soggetti  del  pari  relativi  alla 
* vita  di  quel  s.  apostolo,  appartengono  a Mattia  Preti,  detto  il 
Calabrese:  Carlo  Cignani  ed  il  Taruffi,  ambidue  bolognesi,  colo- 
rirono gli  altri  due  affreschi  minori.- 

Sull’alto  delle  pareti  della  navata  sono  murati  i sepolcri  di 
Pio  II  e di  Pio  III,  opere  di  Niccola  Della  Guardia  e di'  Pietro 
Paolo  da  Todi,  scolari  di  Paolo  Romano. 

Passando  dall’altro  lato,  il  s.  Sebastiano  sull’altare  della  cap- 
pella dopo  la  crocera,  è di- Giovanni  De  Vecchi.  A sinistra  os- 
servasi il  sepolcro  eretto  nel  1858  a monsig.  Boatti,  lavoro  dello 
scultore  Ceccarini,  da  cui  venne-  eseguito  per  ordine  dei  nipoti 
dell’illustre  defunto,  che  cessò  di  vivere  nel  1856.  Dei  due  mo- 
numenti incontro,  opere  di  Scipione  Tadolini,  uno  fu  posto  alla 
memoria  del  giureconsulto  Vincenzo  Cini,  morto  nel  1845,  e del 
figlio  di  lui  Raffaele;  l’altro  appartiene  a Pellegrina  Cini,  moglie 
del  medesimo  giureconsulto,  ed  a Luisa  loro  figlia.  Entro  la  se- 
guente cappella,  già  dei  Ruccellai,  ora  dei  Ruspoli,.  eretta  con 
disegno  .di  Matteo  da  Castello,  si  osserva  a sinistra  il  sepolcro 
di  monsig.  Giov.  Della  Casa,  insigne  letterato  del  secolo  XVI,  la 
cui  epigrafe  fu  dettata  da  Pier  Vettori,  altro  scrittore  famoso 
dell’epoca  stessa.  Il  card.  Maffeo  Barberini,  poscia UrbanoVIII, 
eresse  l’ultima  cappella  con  disegno  del  suddetto  Matteo  da  Ca- 
stello; e le  pitture  che  in  essa  si  veggono,  compresovi  il  quadro 
dell’ Assunta  sull’altare,  sono  tutti  lavori  di  Domenico  Pasigna- 
ni;  le  statue  poi  di  s.  Marta,  de’  ss.  Giovanni  Battista  ed  Evan- 
gelista, e di  s.  Maria  Maddalena,  furono  scolpite  dal  Mochi.dal 
Buonvicini,  da  Pietro  Bernini  e dallo  Stati,  il  quale  eseguì  pure 
la  statua  di  monsig.  Barberini,  collocata  entro  la  nicchia  da  man 
sinistra. 


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312  Quinta  Giornata. 

Presso  la  descritta  cappella  esisteva  già  una  cloaca  che,  nel 
secolo  XV II,  venne  confusa  con  quella  entro  cui  si  scoperse  il 
corpo  di  s.  Sebastiano.  Nell’  andito  fra  questa  cappella  e la  pre- 
cedente, si  osservano  due  busti  di  bassorilievo,  scolpiti  in  porfi- 
do da  Guglielmo  Della  Porta,  rappresentanti  i genitori  del  pon- 
tefice Urbano  Vili.  — La  descritta  chiesa'  venne  edificata,  in 
parte,  sulle  ruine  della  scena  del 

TEATRO  DI  POMPEO. 

» • 

Questo  magnifico  teatro  occupava  l’area  circoscritta  dal  pa- 
lazzo Pio , presso  Campo  di  Fiore,  e dalle  strade  dette  de’  Chia- 
ri ari,  e de’  Giupponari : la  scena  di  esso  rimaneva  nella  direzione 
della  prima  di  tali  strade,  cominciando  verso  la  tribuna  della  • • 
chiesa  di  s.  Andrea  della  Valle;  il  centro  poi  della  parte  semicir- 
colare è oggi  occupato  dal  suddetto  palazzo  Pio,  ove  era  il  tem- 
pio della  Vittoria,  o di  Venere  Vincitrice,  edificato  sulla  som- 
mità dèlie  gradinate  del  teatro.  Una  legge  dei  censori  aveva 
proibito  l’erezione  di  teatri  permanenti,  tanto  in  Roma,  quanto 
nelle  adiacenze;  Pompeo  quindi  fu  il  primo  a fabbricare  quello 
di  cui  si  tratta,  e per  eluder  la  legge,  annunziò  che  le  gradi- 
nate che  faceva  costruire  servivano  soltanto  acciocché  il  popo- 
lo con  più  agio  potesse  assistere  allo  spettacolo.  I più  cospicui 
avanzi  ancor  visibili  di  questo  edifizio,  ove  capivano  28,000 
spettatori,  sono  sotto  il  palazzo  Pio.  Lo  stesso  Pompeo  fece  e- 
rigere  presso  il  teatro  un  portico  imponente,  sorretto  da  ben 
cento  colonne,  perchè  il  popolo  avesse  un  ricovero  in  caso  di 
pioggia.  Questo  portico  occupava  lo  spazio  compreso  fra  la  stra- 
dadetta del  Monte  iella  Farina,  parallela  alla  scena  del  teatro, 
quella  del  Sudario,  quella  di  Argentina,  e quella  de’  Barbieri. 

Esso  conteneva  anche  una  sala,  in  cui  il  senato  si  adunava  nei 
giorni  di  spettacolo,  e che  chiamavasi  Curia  Pompeia ; e fu  ap- 
punto in  questa  sala  che  Giulio  Cesare  cadde  trafitto  dai  pugna- 
gnali  di  Bruto  e di  Cassio,  al  cospetto  de’  senatori  ivi  adunati, 
il  di  degl'idi  di  marzo,  ossia  il  15  di  tale  mese,  correndo  l’anno 
709  di  Roma,  cioè  44  anni  avanti  l’era  volgare. 

Il  palazzo  Pio,  del  quale  si  diede  cenno,  fu  eretto  dagli  Orsi- 
ni: il  cardinale  Condulmero  riedificollo  verso  il  1440,  ed  in  pro- 
cesso di  tempo  i principi  Pio  ne  ricostruirono  il  prospetto  con 
architetture  dell’Arcucci.  Esistevano  in  esso  molte  statue  anti- 
che, le  quali  vennero  comperate  da  Benedetto  XIV  per  arric- 
chirne il  museo  Capitolino.  II.  descritto  palazzo  divenne  proprie- 


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Palazzo  Vidoni. 


313 


tà,  a’  giorni  nostri,  del  eav.  Pietro  Righetti.  — Nella  via  del  Sar- 
da rio,  che  apresi  da  un  lato  della  chiesa  di  s.  Andrea  della  Val- 
le, trovasi  il 

PALAZZO  VIDONI  (N.°  13). 

Questo  mirabile  palazzo,  già  Caffarelli,  poi  Stoppani  ed  oggi 
della  famiglia  Vidoni,  venne  eretto  coi  disegni  di  Raffaello;  ma 
la  semplice  architettura  di  quel  sommo  maestro  rimase  alquanto 
sconciata  dall’attico  costruitovi  in  tempo  posteriore  dall'archi- 
tetto Niccola  Sansimoni.  A piedi  della  scala  si  osserva  una  sta- 
tua antica  dell’imperatore  M.  Aurelio,  ed  in  una  sala  del  palaz- 
zo si  conservano  gli  avanzi  de’  Fasti  sacri,  compilati  da  Verrio 
Fiacco,  e scoperti  nello  scorso  secolo  in  Preneste  ( Palestrina  ) 
dal  card.  Stoppani.  Nel  1824,  l’ultimo  card.  Vidoni  decoròque- 
sta  sala,  e fece  fare  una  novella  edizione  sui  ricordati  frammen- 
ti, incaricando  il  professore  Nibby  di  supplirne  le  parti  man- 
canti in  caratteri  rossi. 

Incontro  al  suddetto  palazzo  sono  due  chiesine;  una  del  Su- 
dario. spettante  ai  Piemontesi,  l’altra  di  s.  Giuliano  della  nazio- 
ne fiamminga;  e nella  strada  che  si  trova  a destra,  dopo  le  in- 
dicate chiesine,  incontrasi  il 

TEATRO  DI  TORRE  ARGENTINA. 

Fu  eretto,  nel  1732,  dal  duca  Sforza  Cesarmi  coi  disegni  del 
marchese  Girolamo  Teodoli,  e prese  il  nome  da  una  torre  pro- 
pinqua chiamata  Argentina,  perchè  era  congiunte  al  palazzo 
del  cardinale  vescovo  di  Argentina.  Nel  1830  ne  fu  rifabbricato  il 
prospetto  con  architetture  dell’Holl,  che  contemporaneamente 
vi  costruì  anche  il  vestibolo;  e poscia,  nel  1837,  venne  rinnova- 
ta la  decorazione  dell’interno  con  disegno  di  Pietro  Camporese. 
Finalmente,  nel  1861,  fu  decorato  di  nuovo  colla  direzione  del- 
l’architetto Carnevali,  a spese  del  principe  Alessandro  Torlo- 
nia,  che  erane  divenuto  proprietario,  e da  cui,  nel  1868,  fu  ven- 
duto al  comune  di  Roma.  Questo  teatro  è uno  de’  più  vasti  di 
Roma,  e la  costruzione  della  curva  della  sala  lo  rende  mirabil- 
mente armonico,  per  cui  gli  architetti  considerano  essa  curva 
come  il  modello  da  imitarsi  nella  costruzione  delle  sale  teatrali. 

Proseguendo  un  poco  il  cammino  sulla  sinistra,  viene  di  pro- 
spetto la  chiesetta  di  s.  Elena,  già  spettante  alla  confraternite 
de’  cuochi,  i quali  la  riedificarono  nel  1567,  ed  ora  appartenen- 
te alla  confraternite  di  Gesù  Nazareno.  Il  quadro  sull’altare  di 

14 


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314  Quinta  Giornata. 

s.  Caterina,  è opera  del  cav.  d’Arpino;  quello  dell’altar  maggio- 
re, rapprerentante  s.  Elena,  appartiene  alla  scuola  del  Poma- 
rancio, e quello  incontro  all'altare  di  s.  Caterina,  è di  Orazio 
Borgiani.  — Uscendo  dalla  descritta  chiesa,  e pigliando  la  via 
Florida,  si  giunge  subito  alla  piazzetta  dell  'Olmo,  di  dove,  vol- 
tando a sinistra,  si  perviene  alla  piazza  ed  alla 

CHIESA  DI  S.  BUCCOLA  A'  CESA» IVI 

Questa  chiesa,  attualmente  in  cura  dei  padri  carmelitani  calza- 
ti, fu  riedificata,  nello  scorso  secolo,  dai  padri  somaschi  ai  quali 
apparteneva.  Il  quadro  sul  secondo  altare  a diritta  è di  Avanzi- 
no Nuoci,  quello  dell’altare  incontro  spetta  a M.r  de  Troy,  ed  il 
s.  Carlo  sull’ultimo  altare  fu  condotto  da  Carlo  Ascenzi.  — Nel- 
l’annesso convento  sono  visibili  gli  avanzi  del 

TEMPIO  DI  ERCOLE  CUSTODE. 

Secondo  Ovidio,  lib.  VI  dei  Fasti,  e secondo  i calendarii  anti- 
chi, questo  tempio  fu  compiuto  sotto  Siila,  circa  il  669  di  Roma, 
il  12  di  agosto . V enne  dedicato  ad  Ercole  soprannomato  il 
Grande  ed  il  Custode  (Magnus  et  Custos),  imperocché  rima- 
nendo presso  le  carceri  del  circo  Flaminio,  erane  egli  come  il 
guardiano.  Esso  tempio  era  rotondo,  circondato  da  colonne  in 
tufa  incrostate  di  stucco  e scanalate,  ed  aventi  le  basi  attiche  in 
travertino.  Quattro  di  tali  colonne,  più  o meno  guaste,  sono 
ancora  in  piedi,  e si  possono  vedere  nel  cortile  e nelle  cantine 
del  convento. 

La  strada  a sinistra,  uscendo  dalla  chiesa  di  s.  Niccola,  met- 
te nella  via  de'  Cesarini,  ove,  avanzandosi  a destra,  si  trova  to- 
sto dalla  mano  stessa  la  via  dell'Arco  de'  Ginnasi,  che  porta  alla 
chiesina  di  s.  Lucia  alle  botteghe  oscure;  denominazione  che  ac- 
quistò la  contrada  in  cui  essa  trovasi,  allorché  nei  bassi  tempi 
vennero  tramutate  in  botteghe  le  arcuazioni  delle  volte  che  so- 
stenevano gli  avanzi  delle  gradinate  del  circo  Flaminio,  e sicco- 
me tali  botteghe  rimanevano  scarsamente  illuminate,  si  dissero 
botteghe  oscure. — Da  lato  alla  detta  chiesina  si  trova  la  via  di 
s.  Caterina  de’  Fun ari,  al  termine  della  quale  è il 

PALAZZO  MATTE!  (Bf.  58). 

Fu  edificato  dal  duca  Asdrubale  Mattei  con  architetture  di 
Carlo  Mademo,  ed  il  Milizia,  parlandone,  dice:  Il  Mademo  in 


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Palazzo  Mattei. 


315 


quest’opera  superò  se  stesso,  e quantunque  manchi  al  palazzo 
un  conveniente  cortile,  tuttavia  è uno  de’  più  belli  di  Roma;  es- 
so è grandioso,  ben  distribuito,  ed  ha  porte  e finestre  ben  pro- 
filate, come  pure  un  superbo  cornicione. 

, Nel  cortile,  lungo  le  scale,  e nel  portico  superiore  si  osserva- 
no molte  statue,  busti,  e bassorilievi  antichi;  meschini  avanzi 
della  raccolta  classica  che  ammiravasi  in  questo  palazzo. 

La  volta  delle  scale,  superiormente  ai  ripiani,  rimane  abbelli- 
ta con  ornati  in  istucco,  d’ottimo  stile.  Nel  primo  ripiano  si  scor- 
. ge  un  bassorilievo  rappresentante  una  caccia;  indi  si  osservano 
le  statue  di  Giove  e dell’Abbondanza:  segue  poi  un  altro  gran 
bassorilievo,  incontro  a cui  avvene  uno  con  una  caccia  dell’im- 
perator  Commodo:  vi  si  veggono  pure  alcuni  busti  e due  sedie 
marmoree,  trovate  presso  la  chiesa  de’  santi  Giovanni  e Paolo. 

Nel  portico  del  primo  piano  sono  alcuni  bassorilievi,  fra’  qua- 
li si  distinguono:  quello  rappresentante  un  console  che  fa  pu- 
nire un  reo;  l’altro  in  cui  è scolpita  una  baccante  che  va  al  tem- 
pio, e quello  in  cui  vedesi  il  sacrifizio  di  una  capra  fatto  a Pria- 
po:  v’è  pure  una  statua  di  Apollo  e diversi  busti.  Da  questo  por- 
tico si  possono  meglio  distinguere  i bassorilievi  murati  nelle  pa- 
reti del  cortile,  fra’  quali  indicheremo,  la  caccia  di  Meleagro,  il 
ratto  di  Proserpina,  le  tre  Grazie,  Peloo  e Teti,  da  taluni  cre- 
duto l’adulterio  di  Marte,  ed  il  sacrifizio  di  Esculapio.  Meritano 
osservazione  inoltre  i busti  di  Antonino  Pio,  di  Adriano,  di  Mar- 
co Aurelio,  di  Lucio  Vero,  di  Commodb  ecc. 

Una  copiosa  raccolta  di  scelti  quadri,  disposti  nel  grande  ap- 
partamento, compiva  la  ricchezza  di  questo  palazzo;  ma  oggi 
quell’appartamento  non  presenta  che  alquanti  affreschi  dipinti 
nelle  volte  di  alcune  camere,  ed  eccone  una  breve  indicazione. 

Nella  prima  anticamera,  Gaspare  Cebo  rappresentò,  con  fa- 
cile e largo  stile,  Moséche  rende  grazie  a Dio  pel  passaggio  del 
mar  rosso.  La  volta  della  prima  camera  a sinistra  è magnifica- 
mente ornata  con  istucchi  dorati,  e con  affreschi  del  Poinaran- 
cio,  che  vi  rappresentò  alcune  storie  di  Giuseppe  ebreo;  il  qua- 
dro però  esprimente  Giuseppe  venduto  ai  mercanti  ismaeliti, 
appartiene  a Giacomo  Triga.  Il  Grappelli  dipinse  nella  succes- 
siva camera,  Giuseppe  riconosciuto  dai  fratelli.  Nella  volta  del- 
la terza  camera  si  osserva  una  pittura  di  prospettiva.  Il  Lan- 
franco colorì  nella  quarta,  Giuseppe  tentato  dalla  moglie  di  Pu- 
tifarre,  e nella  quinta  rappresentò  lo  stesso  Giuseppe  che  spiega 
i sogni  nella  prigione.  La  volta  della  galleria  fu  dipinta  da  Pie- 
tro da  Cortona. 

14’ 


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316  Quinta  Giornata. 

Tornando  nella  prima  anticamera,  si  penetra  in  altre  tre  ca- 
mere. Il  soggetto  dell’affresco  espresso  nella  volta  della  prima  é 
il  momento  in  cui  Isacco  benedice  Giacobbe,  lavoro  di  Dome- 
nichino;  nella  seguente  camera  l’ Albani  dipinse  la  visione  di  Gia- 
cobbe; nella  terza  il  Domenicjiino  eseguì  Giacobbe  e Rachel^ 
che  pascolano  gii  armenti.  — Il  descritto  palazzo  fu  eretto  sul- 
le ruine  del 

CIRCO  FLAMINIO. 

Questo  circo  venne  edificato  dal  console  C.  Flaminio,  il  qua- 
le, durante  il  suo  secondo  consolato,  rimase  morto  alla  batta- 
glia del  Trasimeno.  Esso  occupava  l'intero  spazio  compreso  fra 
la  ‘piazza  dell'Olmo,  e quella  de’  Capizzucchi,  aldilà  della  piaz- 
za Mangana.  Ne’  tempi  di  mezzo  era  chiamato  Castellani  Au- 
reum  (Castello  d’oro),  e l’arena  serviva  allora  ai  fabbricatori  di 
funi,  da  cui  derivò  il  nome  della  strada,  che  chiamasi  appunto 
de’  Funari.  All’intorno  del  circo  sorgevano  parecchi  templi,  de’ 
quali,  ad  eccezione  di  quello  dedicato  ad  Ercole  Custode,  non  ci 
rimane  avanzo  alcuno;  e fra  questi  eravi  quello  di  Bellona,  e- 
retto  dal  console  Appio  Claudio  il  cieco,  nel  457  di  Roma.  Nel- 
l’area o piazza  che  aprivasi  innanzi  a detto  tempio  stava  la  co- 
lonna bellica,  così  chiamata  perchè  da  essa  i consoli  e gl’impe- 
ratori lanciavano  una  freccia  verso  il  paese,  cui  si  dichiarava 
guerra. 

Andando  sulla  vicina'  piazza  Mattel,  detta  piazza  delle  Tar- 
tarughe, si  osserva  la  gentil  fontana  denominata  delle  Tartaru- 
ghe, eseguita  coi  disegni  di  Giacomo  Della  Porta,  ed  ornata  con 
ottimefigure  in  bronzo,  fuse  sui  modelli  di  Taddeo  Landini,  buon 
artefice  fiorentino.  — Da  un  lato  dell’accennata  piazza  è il 

PALAZZO  COSTAGIITI  (N.°  10). 

Carlo  Lombardi  ne  diede  il  disegno,  e nelle  volte  di  sei  came- 
re del  primo  piano  si  ammirano  degli  affreschi  eseguiti  da  arti- 
sti celebri  del  primo  periodo  del  secolo  XVII.  Nella  prima  si 
scorge  Ercole  che  scocca  un  dardo  contro  il  centauro  Nesso, 
fuggente  assieme  a Deianira,  opera  dell' Albani;  la  volta  della 
successiva  camera  fu  dipinta  da  Domenichino,  il  quale  vi  rap- 
presentò Apollo  sul  suo  carro  accompagnato  da  parecchi  genii, 
ed  il  Tempo  che  scuopre  laVerità;  il  Guercino  colorì  nella  volta 
della  terza  camera  un  episodio  della  Gerusalemme  del  Tasso, 
quando  cioè,  Rinaldo  addormentato  sul  carro  tratto  da  due  dra- 


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Palazzo  Costaguti.  311 

ghi,  viene  riguardato  da  Armida;  lavoro  della  prima  maniera  di 
quell’  artefice,  singolare  per  il  robusto  colorito  con  cui  è con- 
dotto. Si  entra  poi  nella  galleria,  ove  si  vede  nella  volta  Vene- 
re con  Amore,  accompagnata  da  altre  divinità,  opera  del  cav. 
di  Arpino.  La  volta  della  seguente  camera  fu  dipinta  dal  Lan- 
franco, che  espressevi  la  Giustizia  e la  Pace;  finalmente  il  Ro- 
manelli condusse  con  molta  grazia,  nell’ultima  camera,  Arione 
sul  Delfino,  ed  una  nave  piena  di  marinari.  — Tornando  al  pa- 
lazzo Mattei,  si  trova  immediatamente  la 

CHIESA  DI  8.  CATERINA  DE’  FUNARI. 

L’origine  di  questa  chiesa  rimonta  per  lo  meno  al  secolo  XII, 
nel  qual  tempo  aveva  il  nome  di  Domina  Rosa.  Il  card.  Fede- 
rico Cesi,  nel  1564,  la  riedificò  con  architetture  di  Giacomo 
Della  Porta.  Entrandovi,  si  osserva  sul  primo  altare  a destra  u- 
na  s.  Margherita,  buona  copia  d’un  dipinto  d’ Annibaie  Caracci, 
eseguita  dal  Massari  scolare  di  lui;  e superiormente  lo  stesso 
Annibaie  colorì  la  coronazione  della  Madonna.  L’altare  della 
successiva  cappella,  architettata  dal  Vignola,  ha  un  quadro,  e- 
spressovi  Cristo  morto,  opera  del  Muziano  che  eseguì  pure  tut- 
ti gli  altri  dipinti  della  cappella  stessa,  eccettuati  quelli  dei  pi- 
lastri che  appartengono  a Federico  Zuccari.  L’Assunzione  di 
Maria,  sul  terzo  altare,  è un  bel  lavoro  di  Scipione  Gaetano;  il 
martirio  di  s.  Caterina,  rappresentato  nel  quadro  dell’ aitar 
maggiore,  fu  eseguito  da  Livio  Agresti,  il  quale  condusse  pure 
i due  laterali;  ed  a Federico  Zuccari  e Raffaello  da  Reggio  ap- 
partengono gli  affreschi.  Le  pitture  nella  cappella  di  s.  Giovanni 
Battista  si  attribuiscono  a Marcello  Venusti,  e l’ Annunziata  nel- 
l’ultima cappella  è di  Girolamo  Nanni.  — Uscendo  dalla  chiesa, 
la  seconda  via  a sinistra  conduce  subito  alla  piazza  ed  alla 

CHIESA  DI  8.  MARIA  IN  CAMPITKLLI. 

Fu  eretta  circa  il  1658,  coi  disegni  di  Carlo  Rainaldi,  a spese 
del  popolo  romano,  in  onore  di  una  miracolosa  immagine  di  No- 
stra Donna.  Il  soprannome  di  Campitela,  dato  a questa  chiesa, 
le  viene  dalla  Regione  ove  è posta,  ed  è una  corruzione  del  no- 
me di  Campidoglio,  che  risalisce  al  secolo  XIII.  Essa  viene  pu- 
re chiamata  in  portico,  perchè  prossima  al  portico  di  Ottavia. 
Il  suo  prospetto,  tutto  in  travertini,  va  ornato  di  due  ordini  di 
colonne,  corintie  e composite. 


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318  Quinta  Giornata. 

Ti’interno,  veramente  magnifico,  ha  una  decorazione  di  pila- 
stri e di  22  colonne  corintie  scanalate,  aventi  il  terzo  inferiore  in 
marmo . Il  quadro  della  seconda  cappella  a destra,  dedicata  a s. 
Anna,  fu  condotto  da  Luca  Giordano.  11  nuovo  quadro  della 
cappella  incontro,  postovi  provvisoriamente,  è lavoro  di  Mar- 
cello Sozzi,  e rappresenta  il  beato  Giovanni  Leonardi  in  atto  di 
fervida  preghiera  a piè  di  Maria  Vergine,  evi  si  osserva  s.  Gio. 
Battista  da  un  lato  (1).  Sull’altar  maggiore  si  venera  l’immagi- 
ne della  Vergine  santa,  in  onore  della  quale  la  chiesa  venne  e- 
retta:  tale  immagine  è rappresentata  col  divin  Figliuolo  in  grem- 
bo, seduta  fra  due  arboscelli,  e vi  si  scorgono  sull’alto  le  teste 
de’  ss.  Pietro  e Paolo,  ogni  cosa  scolpita  in  un  zaffiro,  o in  una 
pasta  che  lo  somiglia,  con  profili  in  oro.  In  una  finestra  della 
cupola  si  veggono  collocati,  a guisa  di  croce,  due  rocchi  d’un’an- 
tica  colonna  spirale  di  alabastro  cotognino. 

Sotto  di  essa  cupola,  nella  parete  a destra,  è il  monumento 
sepolcrale  del  card.  Bartolommeo  Pacca,  morto  nel  1844,  fat- 
togli erigere,  nel  1863,  dal  nipote,  monsig.  Bartolommeo  Pac- 
ca. Il  monumento,  tutto  in  marmo  di  Carrara,  ha  nei  lati  due 
pilastrini  ionici  sostenenti  la  trabeazione  e la  soprastante  lunet- 
ta. Su  di  un  letto  mortuario,  soprapposto  al  basamento,  giace  la 
figura  del  cardinale  vestita  dei  solenni  abiti  vescovili.  Un  ange- 
lo inginocchiato  (l’angelo  custode)  tiene  in  grembo  il  capo  del 
defunto,  e guardando  verso  la  Madre  di  Dio,  scolpita  nella  lu- 
netta col  divin  Figliuolo,  mostra  invocarla  a prò  dell’anima  del 
Porporato.  Entro  poi  un  cortinaggio  dischiuso,  fra  i due  pila- 
strini, si  osserva  un  bassorilievo  rappresentante  l’angelo  che  li- 
bera s.  Pietro  dal  carcere,  allusivo  alla  transitoria  deportazione 
del  pontefice  Pio  VII,  di  cui  il  cardinale  fu  compagno  nella 
sventura.  Questo  monumento,  eseguito  sullo  stile  de’  sepolcri 
del  XV  secolo,  è opera  dell’artista  alemanno  Ferdinando  Pet- 
trich.  — Uscendo  dalla  chiesa  e andando  pel  vicolo  a sinistra, 
detto  via  della  Tribuna  di  s. Maria  in  Campitela,  si  giuuge  alla 
Pescheria,  ove  si  scorgono  gli  avanzi  dell’ingresso  principale 
del  sontuoso 


(1)  Sopra  questo  altare  verrà  di  nuovo  collocato  il  quadro  del  Baciccio,  espri- 
mente la  nascita  del  Battista,  ora  situato  sotto  la  cupola,  ove  appunto  devesi  eri- 
pero  l’altare  sacro  al  beato  Giovanni  Leonardi,  fondatore  della  congregazione  de’ 
chierici  regolari  della  Madre  di  Dio,  ai  quali  appartiene  la  chiesa  di  cui  trattasi; 
e su  di  questo  altare  verrà  pósto  il  suindicato  quadro  del  Pozzi. 


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Portico  di  Ottaria. 

PORTICO  DI  OTTAVIA. 


319 


Ottaviano  Angusto,  fabbricato  ch’ebbe  il  teatro  ad  onore  di 
Marcello  suo  nipote,  mirando  a provvedere  al  comodo  del  popo- 
lo che  interveniva  agli  spettacoli,  fece  erigere  questo  gran  por- 
tico, in  cui  comprese  i templi  di  Giunone  e di  Giove,  e diedegli 
il  nome  di  sua  sorella  Ottavia. 

Era  esso  costituito  da  un  parallelogrammo  a doppia  fila  di  co- 
lonne sostenenti  un  cornicione  che,  sopra  agl’ingressi,  termi- 
nava in  frontespizio.  Aveva  il  portico  circa  750  piedi  romani  di 
lunghezza,  500  di  larghezza,  e racchiudeva  un  cortile  ove  sor- 
gevano i due  ricordati  templi.  Nei  frammenti  della  pianta  di 
Roma,  esistenti  in  Campidoglio,  avvene  uno  che  ne  presenta 
l’iconografia  dell’edifizio  in  discorso,  in  guisa  da  potersene  for- 
mare un’idea  esatta  circa  la  sua  estensione  e la  sua  forma.  Il 
portico  di  Ottavia  conteneva  celebratissimi  monumenti  dell’ar- 
te greca,  conforme  ne  fanno  fede  Plinio  e Pausania;  e allorché 
rimase  incendiato , ai  tempi  di  Tito,  come  abbiamo  da  Dione,  perì 
fra  gli  altri  capolavori,  il  famoso  Amore  di  Prassitele;  ivi  poi, 
nel  secolo  XVII,  fu  rinvenuta  l’insigne  statua,  conosciuta  col 
nome  di  Venere  de'  Medici.  Il  portico  ebbe  ristauri  da  Settimio 
Severo  e da  Caracalla,  come  è provato  dalla  iscrizione  in  quat- 
tro linee,  tuttora  esistente  nel  cornicione,  la  quale  dice: 

IMP.  CAE6.  L.  SEPTIMIVS  . SEVERVS  . PIVS  . PERTINAX  . AVG.  ARA- 
BIC.  ADIABENIC.  PARTHIC.  MAXIMVS. — TRIB.  POTEST.  XI.  IMP. 
XI.  COS.  III.  P.  P.  ET.  — IMP.  CAES.  M.  AVRELIVS  . ANTONINVS. 
PIVS  . FELIX  . AVG.  TRIB.  POTEST.  VI.  COS.  PROCOS.  — IN- 

CENDIO . CONSVMPTAM  . RESTITVERVNT. 

Venne  di  nuovo  ristorato  verso  il  V secolo,  cioè  all’epoca  del- 
la maggior  decadenza.  La  parte  meglio  conservata  che  ci  resta 
di  esso  portico,  è il  propilèo  che  ne  costituiva  l’ingresso  princi- 
pale, il  quale  aveva  due  prospetti  simili,  uno  interno  l’altro  e- 
sterno,  ornati  ambi  due  con  quattro  colonne  scanalate  di  marmo 
bianco,  e con  due  pilastri,  il  tutto  d’ordine  corintio.  Uno  di  tali 
prospetti  non  conserva  che  tre  colonne  ed  un  pilastro,  e dell’al- 
tro non  si  veggono  che  due  colonne  e due  pilastri,  stantechè 
verso  l’anno  442  dell’era  volgare,  venne  sostituito  un  arco  alle 
altre  due  colonne  che  di  già  mancavano;  ogni  cosa  poi  sorreg- 
ge un  cornicione  che  si  termina  in  un  frontespizio. 

Grandi  miglioramenti  vennero  procurati  nel  1868  e 69  agli 
avanzi  del  propilèo  del  descritto  portico,  colla  direzione  dell’abi- 


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320  Quinta  Giornata. 

le  architetto  ingegnere,  cav.  Alessandro  Bettocchi.  Tali  avanzi 
furono  diligentemente  riparati,  con  analoghe  costruzioni,  ove 
richiedeva  il  bisogno,  senza  alterarne  affatto  l’architettura.  Nel 
tempo  stesso,  mediante  la  riedificazione  del  prospetto  dell’ine- 
rente chiesa  di  s.  Angelo,  furono  isolate  le  due  colonne  dell’an- 
tico edifizio,  che  rimanevano  incastrate  nella  primitiva  facciata 
della  detta  chiesa,  come  pure  venne  scoperta  l’altra  colonna 
contigua,  la  cui  parte  inferiore  era  murata  nell’  ambulacro  della 
chiesa  stessa,  e la  parte  superiore  in  una  soprastante  casipola  ; 
dimodoché  la  faccia  interna  del  propilèo  in  discorso  può  dirsi 
tornata  a nuova  luce.  Inoltre  fu  praticata  una  utilissima  escava- 
zione  nell’interno  del  propilèo  medesimo,  mercè  della  quale  non 
solo  si  discoprirono  le  basi  delle  superstiti  colonne  coi  loro  pie- 
distalli, de’  quali  non  si  aveva  affatto  cognizione;  ma  rimase  an- 
che scoperto  il  piano  dell’antico  edifizio.  A causa  poi  di  tale  e- 
scavazione  si  ebbe  a costruire  un  piccolo  ponte  per  accedere  al- 
la sopraccennata  chiesa  di  s.  Angelo,  la  quale,  essendo  situata 
sulla  piazza  ove  si  tiene  il  mercato  del  pesce,  appellasi  s.  Angelo 
in  Pescheria. 

Questa  antichissima  chiesa,  sebbene  ristaurata  più  volte,  ai 
nostri  giorni  richiedeva  nuove  riparazioni,  come  ancora  richie- 
deva delle  modificazioni  architettoniche  e dei  miglioramenti  de- 
corativi. Laonde  nel  tempo  stesso  che  si  eseguivano  gli  accen- 
nati lavori  nell’aderente  propilèo,  non  solo  ne  fu  rinnovato  il  pro- 
spetto, ma  si  pose  mano  eziandio  a ristorarne  l’interno  da  capo  a 
fondo,  colla  direzione  del  surricordato  Bettocchi,  a cui  si  deve 
il  disegno  della  facciata. 

L’oratorio  de’  pescivendoli,  contiguo  ad  essa  chiesa,  ha  un 
dipinto  del  Ghezzi,  due  quadri  fiamminghi,  ed  uno  di  Lazzaro 
Baldi.  — Incamminandosi  per  la  via  della  Catena  di  Pescheria, 
che  rimane  a sinistra  uscendo  dalla  suindicata  chiesa,  si  trova 
subito,  a destra,  il 


TEATRO  DI  MARCELLO. 

Questo  imponente  teatro  fu  incominciato  da  Cesare  e compiu- 
to da  Ottaviano  Augusto,  che  lo  dedicò  a Marcello,  figlio  della 
sua  sorella  Ottavia.  Era  circondato  da  portici  che  si  crede  aves- 
sero tre  ordini;  ma  l’ordine  superiore  più  non  esiste,  e solo  ri- 
mane, dal  lato  della  piazza  Montanara,  una  parte  delle  arena- 
zioni de'  due  ordini  inferiori,  uno  dorico,  l'altro  ionico.  Questi 
due  ordini  architettonici  hanno  proporzioni  così  perfette,  che 


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Teatro  di  Marcello. 


321 


furono  presi  ad  esemplari  degli  ordini  stessi,  come  pure  se  ne  fa 
uso  quando  se  ne  vogliono  stabilire  le  proporzioni,  dovendo  es- 
ser collocati  uno  sull’altro. 

Il  teatro  di  Marcello  aveva  267  piedi  romani  di  diametro,  e 
nella  parte  esterna  era  costruito  in  grandi  massi  di  travertino, 
mentre  aH’interno  era  in  opera  reticolata.  Esso  poteva  contene- 
re fino  a 30,000  saettatori,  e fu  il  secondo  teatro  stabile  eretto 
in  Roma  per  gli  spettacoli  scenici. 

Nel  medio  evo  i Pier  leoni  lo  tramutarono  in  fortezza,  che  po- 
scia appartenne  ai  Savelli,  i quali,  in  progresso  di  tempo,  fecero 
ivi  erigere,  coi  disegni  di  Baldassare  Peruzzi,  il  gran  palazzo, 
ora  posseduto  da  un  ramo  della  famiglia  Orsini,  de’  duchi  di 
Gravina. 

Avanzandosi  sull’attigua  piazza  Montanara,  e quindi  traver- 
sando la  via  Savelli,  che  ivi  trovasi  in  un  angolo  a destra,  e po- 
scia voltando  sulla  stessa  mano  diritta  si  giunge  al  detto  palazzo 
per  mezzo  di  una  salita,  che  venne  a formarsi  dall’  innalzamento 
del  terreno  causato  dalle  ruine  dell’antico  edifizio. 

La  summenzionata  piazza  poi,  dicesi  Montanara,  perchè  ivi 
soglionsi  riunire  i montagnuoli,  operaj  coltivatori  che  lavorano 
nella  campagna  romana.  In  queste  vicinanze,  e proprio  verso  la 
metà  del  vicolo  della  Bufala,  che  rimane  in  un  angolo  di  detta 
piazza,  esisteva  la  porta  Carmentale  spettante  al  primo  recinto 
di  Roma,  così  chiamata  dal  nome  di  Carmenta,  madre  di  Evan- 
dro. — Fuori  di  essa  porta  era  il 

FORO  OLITORIO. 

Questo  Foro  pigliava  il  nome  dagli  erbaggi  foleraj  che  vi  si 
vendevano,  ed  era  ornato  da  tre  templi.  Sulle  rovine  dei  mede- 
simi venne  edificata  la  chiesa  di  s Niccola  in  carcere,  per  cui  in 
essa  se  ne  osservano  degli  avanzi.  Uno  di  tali  templi,  il  minore 
dei  tre,  era  dorico  e murato  in  travertini;  il  secondo,  che  era  il 
più  grande,  fu  d’ ordine  ionico  con  colonne  scanalate  di  pietra 
albana,  ossia  peperino;  l’ultimo  aveva  colonne  dell’  ordine  stesso, 
ma  senza  scanalature.  La  fronte  di  questi  tre  templi  guardava 
verso  il  Campidoglio:  il  più  grande  teneva  il  mezzo,  quello  do- 
rico stavagli  a manca,  e l’altro  ionico,  con  colonne  senza  sca- 
nalature, gli  sorgeva  a destra,  assai  prossimo  al  teatro  di  Mar- 
cello. Uno  di  essi  venne  eretto  e dedicato  alla  Speranza  da  Ca- 
latino,  circa  l’anno  500  di  Roma;  il  secondo  fu  dedicato  alla  Pie- 
tà da  Acilio  Glabrione  nel  559,  ed  il  terzo  a Giunone  Matuta, 

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322  Quinta  Giornata. 

nel  571.  Non  si  vuol  confondere  il  tempio  della  Pietà  nel  Foro 
Olitorio,  con  quello  fabbricato  nel  carcere  de’  decemviri,  ove  si 
compiva  l’atto  di  pietà  filiale,  conosciuto  col  nome  di  Carità 
Romana:  poiché  questo  tempio  al  pari  del  carcere,  erano  situati, 
secondo  Plinio  e Dione,  nel  luogo  stesso  ove  poi  venne  eretto  il 
teatro  di  Marcello. 

Nel  ricordato  Foro  sorgeva  una  colonna,  detta  columna  lacta- 
ria,  perchè  presso  di  quella  si  esponevano  i bambini  nati  fuori 
di  legittime  nozze,  allo  scopo  che  venissero  allattati.  Al  Foro 
medesimo  appartengono  eziandio  gli  avanzi  d’ un  portico,  esi- 
stenti sotto  l’albergo  della  Bu  fala,  posto  nel  vicolo  di  tal  nome, 
e già  da  noi  poco  prima  indicato.  Tali  avanzi,  tanto  per  lo  stile 
architettonico  quanto  per  la  loro  costruzione,  si  possono  credere 
opera  del  VI  secolo  di  Roma. 

Dalla  piazza  Montanara,  già  di  sopra  accennata,  incammi- 
nandosi per  la  strada  principale,  che  segue  la  direzione  della 
piazza  stessa,  dopo  pochi  passi  si  trova  a destra  la  piazzetta  e 
la  chiesa  di  s.  Niccolo  in  Carcere;  e l’ una  e l’altra  occupano, 
all’incirca,  l’area  stessa  sopra  cui  sorgevano  i tre  templi  de’quali 
abbiamo  tenuto  discorso. 

CHIESA  DI  S.tVICCOEA  I1V  CARCERE. 

Questa  chiesa,  eretta  nel  IX  secolo,  ebbe  parecchi  ristauri , 
in  ispecie  nei  tempi  a noi  vicini;  e siccome  a’ nostri  giorni  minac- 
ciava nuovamente  rovina,  così  il  pontefice  Pio  IX,  nel  1865,  fe- 
ccia ristaurare  a sue  spese , valendosi  dell’  architetto  Gaspare 
Servi.  Questi  pertanto,  dopo  che  ebbe  consolidato  il  sacro  tem- 
pio, ne  rinnovò  la  decorazione,  rifacendovi  anche  i soffitti  ed  il 
pavimento,  costruito  con  marmi  diversi.  Inoltre  vi  edificò  la  sal- 
erà Confessione,  il  battistero,  la  cappella  della  Concezione,  ed 
una  cantoria  entro  la  tribuna,  ove  rinnovò  pure  1’  aitar  mag- 
giore. 

L' interno  è diviso  in  tre  navate  da  14  colonne  antiche  di  mar- 
mi e di  ordini  diversi.  De  pareti  della  navata  di  mezzo,  adorne 
di  fregi  dorati  e dipinte  ad  imitazione  di  differenti  marmi,  sono 
abbellite,  tra  le  finestre,  con  10  affreschi  relativi  alla  vita  di 
s.  Niccola,  eseguiti  da  Guido  Guidi,  che  colorì  pure  i due  angeli 
sulla  fronte  dell’  arcone.  Di  questi  affreschi,  il  1°,  a destra  en- 
trando in  chiesa,  rappresentala  nascita  del  Santo;  il  2°, il  Santo 
che  viene  sorpreso  dai  parenti  di  tre  povere  sorelle  vergini  da 
esso  incognitamente  dotate;  il  3°,  il  Santo  che  risuscita  un  ma- 


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Chiesa  di  s.  Niccola  in  Carcere.  323 

rmaio,  caduto  morto  nella  nave  che  lo  conduceva  a Gerusalem- 
me; il  4°,  l’ apparizione  del  Salvatore  al  Santo  che  si  era  ritirato 
in  un  eremo  presso  Gerusalemme;  il  5°,  il  Santo  a cui  in  sogno 
viene  rivelato  che  sarebbe  vescovo.  Nel  6°,  sulla  parete  opposta, 
presso  l’ arcone,  osservasi  il  Santo  presentato  ai  vescovi,  che  lo 
elessero  arcivescovo  di  Mira;  nel  T",  vedesi  il  Santo  tradotto  in- 
nanzi al  preside  romano;  1’  8°,  rappresenta  il  Santo  che  essendo 
in  prigione  predica  ai  fedeli;  il  9°,  ha  per  soggetto  il  Santo  che 
risuscita  tre  fanciulli  da  un  empio  oste  uccisi,  poscia  da  esso  fatti 
in  pezzi,  e ridotti  a carne  salata;  finalmente  nel  10°,  è rappre- 
sentata la  morte  del  Santo. 

Nel  mezzo  della  tribuna,  elevasi , isolato , 1’  aitar  maggiore 
veramente  magnifico.  Quattro  angeli  in  bronzo  dorato  ne  so- 
stengono la  mensa,  sotto  cui  è collocata  una  pregiatissima  urna 
antica  di  porfido  verde;  e quattro  superbe  colonne  di  alabastro 
orientale,  con  basi  e capitelli  di  marmo  bianco,  sostengono  il 
ricco  baldacchino  che  lo  copre.  Al  disotto  di  quest’  altare  è la 
Confessione  in  cui  si  venerano  le  sacre  spoglie  dei  santi  martiri 
Severino  e Floro,  e si  scende  in  essa  per  marmorea  scala  a due 
rampe  cinta  da  una  balaustrata  costruita  con  iscelti  marmi.  Gli 
affreschi  dell’  apside,  eseguiti  dal  cav.  Vincenzo  Pasqualoni, 
esprimono  Cristo  glorificato  in  cielo  dalla  Chiesa  trionfante  e in 
terra  dalla  Chiesa  militante,  significata  misticamente  nella  parte 
superiore,  e storicamente  nella  inferiore,  vedendovisi  rappresen- 
tato il  primo  oncilio  niceno  a cui  intervenne  s.  Niccola  pronun- 
ciandovi l’anatema  contro  Ario.  Il  soffitto  di  questa  tribuna, 
suddiviso  in  grandi  compartimenti  ricchi  di  ornati  e di  doratu- 
re, è in  perfetta  armonia  con  quello  della  navata  grande,  nel 
quale  campeggia  l’arme  del  magnanimo  Pio  IX.  Nella  navata  a 
sinistra  trovasi  la  nuova  cappella  della  Concezione  che,  sebbene 
decorata  senza  sfoggio,  tuttavia  riesce  elegante  e bella.  Nel 
battistero,  che  rimane  pure  in  questa  navata,  come  ancora  nella 
nave  opposta,  veggonsi  alcuni  avanzi  dei  tre  surriferiti  templi 
di  Roma  pagana. 

Uscendo  o pigliando  a destra  per  la  via  che  le  corre  innanzi, 
trovasi  a dritta  la  chiesa  di  s.  Galla,  detta  altre  volte  s.  Maria 
in  Portico,  posta  presso  il  luogo  della  porta  trionfale  dello  mura 
di  Servio,  di  cui  fanno  menzione  Cicerone  e Giuseppe  Flavio. 

La  via  della  Consolazione,  che  rimane  a sinistra,  poco  prima 
di  giungere  alla  chiesa  di  s.  Galla,  conduce  diritto  di  faccia  alla 


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324  Quinta  Giornata. 

CHIESA  DI  8.  MARIA  DELLA  COXSOLAZIOXE. 

Il  popolo  romano  fece  edificar  questa  chiesa  in  onore  di  No- 
stra Donna,  la  cui  immagine  era  dipinta  in  un  muro  presso  il 
Campidoglio  ; e ciò  in  riconoscenza  di  molte  grazie  ricevutene, 
ed  il  novello  tempio  fu  consacrato  nel  1471.  Alessandro  VII 
volle  unirlo  hllo  spedale  di  s.  Maria  delle  Grazie,  aggiungendovi 
l’altro  spedale,  esistente  a quei  tempi  in  s.  Maria  in  Portico. 
L’architettura  della  chiesa  è di  Martino  Longhi,  ma  il  prospetto 
erane  rimasto  incompleto,  e solo  venne  terminato  nel  1827  coi 
disegni  del  Yaladier  mediante  un  legato  testamentario  del  card. 
Ercole  Consalvi. 

La  prima  cappella  a destra,  entrando  in  chiesa,  fu  dipinta  da 
Taddeo  Zuccari.  La  Madonna  nella  cappella  successiva  è lavoro 
di  Livio  Agresti.  La  terza  cappella  fu  architettata  da  Antonio 
Ferreri,  ed  abbellita  di  pitture  ad  olio  ed  a fresco  del  Baglioni. 
Sull’ aitar  maggiore  si  venera  l’immagine  di  Nostra  Donna,  ad 
onor  di  cui  erigevasi  la  chiesa,  ed  i quadri  laterali,  rappresentanti 
la  nascita  e l’assunzione  di  Maria,  furono  dipinti  dal  Roncalli. 
La  prima  cappella  dopo  l’ aitar  maggiore  venne  colorita  da  An- 
tonio Pomarancio.  La  seguente,  sacra  a s.  Andrea,  fu  dipinta  da 
Marzio  di  Colantonio.  Nella  cappella  che  vien  poi,  tanto  il  qua- 
dro dell’  Assunta,  quanto  gli  affreschi  sono  tutte  opere  del  Nap- 
pi; il  bassorilievo  sull’altare  dell’ultima,  è scultura  di  Raffaello 
da  Montelupo. 

Uscendo  per  la  porta  prossima  alla  tribuna,  si  trovano  i ri- 
cordati spedali,  ove  si  accolgono  i feriti,  e gl’infermi  per  frat- 
ture e per  altre  malattie  casuali  chirurgiche.  L’antico  spedale 
di  s.  Maria  delle  Grazie,  fondaco  nel  1085,  è quello  congiunto 
alla  chiesa  e vi  si  curano  gli  uomini,  mentre  l’altro  situato  in- 
contro, serve  per  le  donne.  — Ritornati  sulla  piazza  della  Con- 
solazione, e dirigendosi  per  la  via  di  s.  Giovanni  decollato,  si 
trova  subito  a sinistra  la 

CHIESA  DI  8.  ELIGIO  DE'FERRARI. 

Essa  ha  una  sola  nave,  ed  antecedentemente  fu  sacra  ai  santi 
Giacomo  e Martino.  Nel  1550  venne  concessa  alla  confraternita 
de’  ferrari,  cui  sono  congiunte  le  altre  corporazioni  di  mestieri 
somiglianti,  chiavari,  calderai,  ecc.  la  detta  confraternita  la  ri- 
storò nel  1563,  decorandola  di  marmi  scelti,  e dedicandola  a 
s.  Eligio  suo  protettore.  I quadri  degli  altari  laterali  sono  del 


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Chiesa  di  s.  Giovanni  Decollato.  325 

Vannini,  di  Terenzio  da  Urbino,  di  Scipione  Gaetano,  ecc.  Il 
quadro  dell’  aitar  maggiore,  rappresentante  la  Madonna  ed  i ss. 
Eligio,  Giacomo  e Martino,  è una  delle  migliori  pitture  del  Ser- 
moneta.  — Quasi  incontro  si  vede  la 

CHIESA  DI  8.  GIOVANNI  DECOLLATO. 

Antecedentemente  esisteva  qui  la  chiesa  di  s.  Maria  della  Fos- 
sa. Il  pontefice  Innocenzo  Vili,  Del  1487,  la  diede  alla  confra- 
ternita della  Misericordia  della  nazione  fiorentina,  che  riedificol- 
la.  Lo  scopo  di  questo  pio  istituto  è di  procurare  ogni  sorta  di 
aiuti  spirituali  ai  delinquenti  che  vanno  a subire  lapena  di  morte. 

La  chiesa  ha  una  sola  nave,  e va  adorna  di  buone  pittime. 
Giovanni  Zucca  colorì  il  quadro  del  primo  altare  a destra,  rap- 
presentandovi la  nascita  di  s.  Giovanni  Battista.  Uno  scolare  del 
Vasari  dipinse  a fresco  sull’altare  seguente  s.  Tommaso  in  atto 
di  toccar  le  piaghe  del  Redentore,  ed  il  Roncalli  condusse  la  vi- 
sitazione della  Madonna,  che  si  osserva  nel  terzo  altare . La  de- 
collazione del  Battista,  sull’  aitar  maggiore,  è un’  opera  eccel- 
lente del  Vasari:  dei  due  laterali  si  crede,  che  quello  rappresen- 
tante il  suindicato  soggetto  sia  una  copia  di  un  quadro  del 
Muziano,  e l’altro  con  Lazzaro  risuscitato  è del  Cosci,  che  co- 
lorì pure  i sei  santi  nella  parete  dell’arcone.  Dal  lato  opposto, 
il  quadro  del  secondo  altare  è del  Naldini,  e rappresenta  il  mar- 
tirio di  s.  Giovanni  Evangelista;  e Iacopino  Del  Conte  condusse 
il  quadro  dell’altare  seguente.  La  predicazione  del  Battista, 
espressa  nella  lunetta  superiormente  alla  porta  dell’  annesso  ci- 
miterio,  appartiene  al  suddetto  Cosci,  e la  pittura  che  si  scorge 
incontro,  rappresentante  il  battesimo  di  Cristo,  è di  Monanno 
Monanni,  fiorentino.  Gli  affreschi  delle  pareti  laterali  sono  dei 
nominati  Cosci,  Naldini  e Roncalli. 

Nell’attiguo  oratorio  si  osservano  bei  lavori  di  Giacomo  Del 
Conte,  di  Giambattista  Franco,  di  Pirro  Ligorio,  e di  France- 
sco Salviati.  — In  questi  dintorni  era  il  Foro  Piscario, così  detto 
dal  vendervisi  il  pesce. 


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326 


ITINERARIO 


DI  ROMA 


SESTA  GIORNATA 

DAL  VELABRO  AL  PONTE  FABRICIO. 


VELABRO. 

F ra  il  Palatino,  l’ Aventino  ed  il  Tevere  esisteva  già  una  palu- 
de originata  dalle  alluvioni  del  fiume,  dalle  sorgive  e dagli  scoli 
delle  colline.  Vicino  a tale  palude,  alle  radici  del  Palatino,  ven- 
nero esposti,  secondo  è tradizione,  Romolo  e Remo , e questa 
specie  di  concavità  naturale  fu  detta  Velabrum,  a vehendis  ra- 
tibus,  a senso  de’grammatici,  per  cagione  delle  barche  o zattere 
che  dovevansi  tirare  colle  funi  per  traversarla:  altri  etimologisti 
però  fanno  derivare  il  nome  di  Velabro  a velis,  cioè  dalle  vele, 
ossiano  tende  che  si  solevano  distendere  lungo  la  via,  allorquan- 
do il  cortèo  del  circo,  pampa  circcnsis,  passava  per  colà.  Sem- 
bra tuttavia  più  ragionevole  di  far  derivare  un  tal  nome  dalla 
voce  pelasgia  velus,  palude:  nome  che,  stando  a Dionigi,  costi- 
tuisce la  radice  della  parola  velia;  e velia  infatti  fu  la  denomi- 
nazione data  alla  punta  del  Palatino  che  dominava  questa  palu- 
de. Essa  venne  asciugata  dagli  ultimi  re  di  Roma  per  mezzo  del- 
la Cloaca  Massima,  e dell’argine  costruito  in  riva  al  Tevere; 
ma,  conforme  spesso  accade,  questo  luogo  e le  sue  adiacenze 
conservarono  sempre  il  loro  primo  nome.  — In  questi  contorni 
rimaneva  il 

FORO  BOARIO. 

Così  veniva  chiamata  la  piazza,  ove  soleva  tenersi  il  mercato 
de’ buoi,  alle  falde  del  Palatino,  e che  probabilmente  fu  il  Foro 
originario  di  Roma,  ove  si  vedeva  la  celebre  vacca  di  bronzo, 
lavoro  di  Mirone,  presa  nell’isola  di  Egina.  Vicino  a detto  Foro 
era  VAra  Maxima,  ossia  il  grande  altare,  eretto  da  Ercole  a sè 


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Foro  Boario. 


327 


medesimo , dopo  aver  ucciso  Caco , che  aveagli  rapito  i suoi 
buoi:  vi  era  anche  il  tempio  rotondo,  detto  di  Ercole  V endica- 
tore,  scoperto  nel  secolo  XV  e poi  demolito,  ed  ove  si  trovò  la 
statua  d’Èrcole  in  bronzo  dorato,  che  si  osserva  nel  museo  Ca- 
pitolino. Tacito  narra,  che  dalla  piazza  ove  poi  fu  il  Foro  Boa- 
rio, Romolo  cominciò  a tracciare  il  solco  del  recinto  della  no- 
vella sua  città,  il  giorno  21  aprile,  753  anni  prima  dell’  era  cri- 
stiana — Fra  gli  edilìzi  che  erano  presso  il  Foro  Boario,  de- 
vesi  annoverare  il 

GIANO  QUADRIFRONTE. 

È questo  il  solo  arco  rimastoci  di  quelli  che  i Romani  chia- 
mavano Giani,  e che  erigevano  nei  crocicchi  delle  vie  e nei  Fori 
a comodo  de’  mercanti,  perchè  avessero  un  ricovero  contro  il 
sole  e la  pioggia.  Quello  di  cui  parliamo  fu  eretto  pei  mercanti 
del  Foro  Boario,  ed  avendo  quattro  prospetti  entrava  fra  quelli 
detti,  Quadrifrontes.  E da  avvertire,  che  questi  ediflzi  nulla 
avevano  di  comune  col  tempio  di  Giano,  e non  erano  affatto  con- 
sacrati a questa  divinità;  infatti  Ovidio,  parlando  del  tempio  di 
Giano,  dice: 

Quum  tot  sint  Jani,  cur  stat  sacratus  in  uno? 

Perchè  fra  tanti  Giani,  egli  in  uno  solo  viene  adorato? 

Questo  monumento,  che  rimaneva  in  parte  sepolto,  venne  di- 
sotterrato nel  1810,  e quindi  reso  maggiormente  sgombro  nel 
1829,  venendo  atterrate  anche  le  costruzioni  erettevi  sopra  dai 
Frangipani,  allorché  nel  XIII  secolo,  essendo  eglino  signori  di 
questi  luoghi,  lo  mutarono  in  fortezza.  Convien  confessare  pe- 
rò, essere  questa  un’opera  di  pessimo  gusto,  poiché  l'insieme  è 
troppo  pesante,  e gli  ornati  soverchio  miseri.  Ciascuno  de’ pro- 
spetti, largo  23  met.  e 91  c.,  ha  un  arco  decorato  con  dodici 
nicchie  assai  meschine,  divise  in  due  ordini,  alcune  delle  quali 
appena  indicate,  e tutte  erano  fiancheggiate  da  piccole  colonne. 
I grandi  massi  marmorei  che  rivestono  da  ogni  lato  quest’arco, 
furono  presi  da  altri  edifizi,  conservando  segni  evidenti  dei  pri- 
mitivi ornati.  In  una  parola,  si  rileva,  che  l’arco  in  discorso  è un 
monumento  da  non  doversi  ascrivere  ad  un’  epoca  anteriore  al 
secolo  III  dell’era  volgare,  cioè  ai  tempi  di  Settimio  Severo  e di 
Caracalla.  I fori  che  vi  si  scorgono  nelle  commessure  dei  massi 
vennero  fatti  nel  medio  evo,  per  estreme  i perni  di  bronzo  ed  il 
piombo  che  collega  vanii,  conforme  si  vede  in  altri  antichi  edi- 
fizi. — Accanto  al  descritto  monumento  avvi  T 


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328 


Sesta  Giornata. 


ARCO  DI  SETTIMIO  SEVERO. 

Questo  piccolo  arco  in  marmo,  di  forma  quadra,  con  un  solo 
fornice,  venne  eretto  dai  banchieri  e mercanti  di  buoi  del  Foro 
Boario  ad  onore  dell’ imperatore  Settimio  Severo,  di  Giuba  sua 
moglie,  e de’loro  figli  Antonino-Caracalla,  e Geta.  Esso  è deco- 
rato di  bassorilievi  di  mediocre  scarpello,  ed  assai  danneggiati 
dal  tempo;  ma  sebbene  questo  monumento  sia  poco  pregevole 
per  l’esecuzione  delle  sculture  e per  lo  stile,  tuttavia  rendesi  in- 
teressante pei  soggetti  delle  cose  rappresentatevi.  Ai  lati  del- 
l’ iscrizione  vennero  figurate  le  divinità  tutelari  della  famiglia  di 
Settimio  Severo,  cioè,  Ercole  e Bacco,  il  secondo  de’ quali  rima- 
ne murato  nel  fianco  della  chiesa.  Nei  pilastrini  scorgonsi  scol- 
pite le  aquile  legionarie,  ed  insiememente,  negli  scudi,  le  imma- 
gini de’principi,  di  cui  non  rimangono  che  quelle  di  Severo  e di 
Caracalla,  essendoché  quella  di  Geta  fu  cancellata.  Frammezzo 
ai  pilastrini  eranvi  eziandio  delle  figure,  delle  quali,  quella  pres- 
so il  Giano-Quadrifronte  è appena  riconoscibile,  e l’altra  resta 
nel  muro  della  chiesa.  Per  di  sotto  al  fornice,  si  osserva,  a de- 
stra, Settimio  Severo  in  atto  di  offerire  sacrifizio  assieme  alla 
sua  moglie  Giulia,  la  quale  ha  in  mano  il  caduceo,  simbolo  della 
concordia;  e più  in  basso  è figurato  un  sacrifizio.  Incontro  a Set- 
timio e Giulia  vennero  scolpite  le  effigie  di  Caracalla  e Geta  sa- 
grificanti:  ma  quella  dell’ultimo  fu  cancellata  dopo  la  sua  mor- 
te, come  avvenne  del  nome  posto  nella  iscrizione.  Inferiormente 
scorgesi  un  altro  sacrifizio  in  gran  parte  guasto.  Dalla  parte  del 
Giano,  verso  l’alto,  sono  quattro  figure  aventi  fra  loro  un  can- 
delabro, e di  sotto  si  osservano  degb  schiavi  barbari  condotti 
da  soldati  romani,  mentre  più  inferiormente  avvi  un  bassorihe- 
vo,  assai  guasto,  rappresentante  dei  mercanti  che  conducono 
buoi,  alludendo  cosi  ad  una  delle  classi  di  coloro  che  eressero 
l’arco:  un  altro  bassorilievo  con  soggetto  simile  rimane  dal  can- 
to del  muro;  ed  è probabile  che  nella  faccia  murata  nella  parete 
della  chiesa  sia  scolpito  un  banchiere  colla  sua  mensa  argenta- 
na. — Ecco  l’iscrizione  ch’ivi  si  legge,  disposta  in  sei  linee: 


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Arco  di  Settimio  Severo. 


329 


IMP.  CAES.  L.  SEPT1MI0  . SEVERO  . PIO  . PERTINACI  . AVO.  ARAB1C. 
ADIABENIC.  PARTHIC.  MAX.  FORTISSIMQ  . FELICISSIMO  . — PONTIF. 
MAX.  TRIB.  POTEST.  XII.  IMP.  XI.  COS.  III.  PATRI  . PATRIAE . ET  — 
IMP.  CAES.  M.  AVRELIO  .ANTONINO.  PIO  . FELICI  . AVO.  TRIB.  PO- 
TEST. VII.  COS.  III.  P.  P.  PROCOS.  FORTISSIMO  . FELICISSIMOQVE  . 
PRINCIPI  . ET.  — IVLIAE.  AVG.  MATRI.  AVO.  N.  ET  . CASTRORVM  . 
ET  . SENATVS  . ET.  PATRIAE  .ET.  IMP.  CAES.  M.  AVRBL1I.  ANTONINI  . 
PII  . FELICIS  . AVG.  — PARTHICI  . MAXIMI . BRITTANN1CI  . MAXIMI  . 
— ARGENTARII  . ET  . NEGOTIANTES  . BOARII  . HVIVS  . LOCI . QVI  . IN- 
VEHENT  . DEVOTI  . NVMINI  . EORVM. 

L’arco  testé  descritto  rimane  congiunto  alla 

CHIESA  DI  S.  GIORGIO  IN  VELABRO. 

• 

Essa  dicesi  in  Velabro  dal  luogo  in  cui  si  trova  eretta,  ed  è 
antichissima,  risalendo  per  lo  meno  al  VI  secolo  dell’era  volga- 
re. S.  Zaccaria  papa  la  riedificò  nel  secolo  Vili,  ed  un  tale  Ste- 
fano Ex-Stella,  ch’erane  priore  nel  XIII  secolo,  ristaurolla  fa- 
cendo costruire  anche  il  portico  tuttora  esistente,  ove  si  legge 
l’iscrizione  relativa  a tale  ristauro,  la  quale  dice: 

Stephanus  Ex-Stella,  cupiens  captare  superna, 
Eloquio  rarus,  virtutum  lumine  clarus, 

Expendens  aurum  studuit  renovare  pronaulum: 
Sumptibus  ex  propriis,  tibifecit,  Sancte  Georgi, 
Clericus  hic  cujus  prior  ecclesiae  fuit  hujus: 

Hic  locus  ad  velum  prccnomine  dicitur  auri. 

Questa  chiesa  ha  tre  navi,  divise  da  16  colonne  prese  da  dif- 
ferenti edifizi,  quattro  di  paonazzetto  scanalate,  e dodici  di  gra- 
nito. — Il  sentiere  ch’apresi  incontro  all’arco  di  Settimio  Severo 
conduce  alla 

CLOACA  MASSIMA. 

Tarquinio  Prisco  imprese  a disseccare  il  Velabro  per  rendere 
salubre  l’aria  di  Roma,  aprendo  dei  canali  sotterranei  che  con- 
ducessero le  acque  al  Tevere.  Il  figlio  di  lui,  Tarquinio  Superbo, 
compì  quest’opera,  dando  lo  scolo  a questi  differenti  canali  in  un 
gran  canale  o chiavica,  ch’aveva  origine  nel  Foro  Romano,  e 
metteva  foce  nel  Tevere.  Questo  canale  fu  detto  Cloaca  Maxi- 
ma (la  grande  chiavica),  perchè  la  principale  fra  tutte. 

Questa  chiavica  serve  ancora  all’uso  primitivo,  e forma  l’ am- 
mirazione universale.  La  volta  di  essa  è formata  di  tre  strati  di 


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330 


Sesta  Giornata. 


grossi  massi  di  tufa,  collegati  tratto  tratto  da  massi  di  traver- 
tino, sempre  uniti  a contrasto  senza  calce  o altro  cemento.  L’ar- 
co ha  3 met.  e 88  c.  di  altezza,  ed  altrettanto  di  larghezza,  di 
guisachè  non  è esagerata  l’  asserzione  di  Plinio,  il  quale  dice, 
che  un  carro  colmo  di  fieno-  poteva  agevolmente  passare  sotto 
queU’ammirabile  volta.  Dal  Foro,  ove  questa  cloaca  ha  princi- 
pio, fino  al  Tevere,  seguendo  il  suo  corso,  ha  805  metri  di  lun- 
ghezza. Il  suo  sbocco  si  osserva  ancora  fra  il  tempio  di  Vesta 
ed  il  ponte  Palatino:  l’arco  in  questo  luogo  si  compone  di  tre 
strati  di  pietra  gabina,  specie  di  tufa  vulcanica  che  si  traeva 
dalle  vicinanze  di  Gabii.  Dionisio  d’Alicarnasso,  Strabone  e Pli- 
nio, dicono,  che  le  cloache,  gli  acquidotti  e le  strade  dei  Roma- 
ni, erano  monumenti  ch'appalesavano  la  supremazia  di  questo 
popola  su  tutte  le  nazioni  anche  più  incivilite. 

La  sorgiva  di  limpida  e salubre  acqua  che.  vicino  alla  chiesa 
di  s.  Giorgio,  entra  nella  cloaca  massima,  chiamasi  acqua  Ar- 
gentina, a causa  appunto  della  sua  limpidezza.  Taluni  suppon- 
gono, derivar  essa  dalla  sorgente  di  Mercurio,  presso  la  porta 
Capena,  alle  radici  del  Cebo;  altri  pretendono  sia  uno  scolo  del 
celebre  lago  di  Giuturna,  che  esisteva  nel  Foro:  ma  questa  opi- 
nione non  è per  certo  la  più  probabile. 

Uscendo  dalla  piazza  di  s.  Giorgio,  e seguendo  il  pendio  del 
Palatino,  si  entra  nella  via  d a’Cerchì,  cosi  chiamata  a causa  del- 
T antico  circo  Massimo  esistente  già  in  questa  valle.  — A sini- 
stra della  suddetta  strada  si  trova  quasi  subito  la 

CHIESA  DI  S.  ANASTASIA. 

Fu  essa  edificata  circa  il  300,  vicino  ail’Ara  Massima,  cfi  cui 
parlammo,  da  Appollonia,  matrona  romana,  perchè  servisse  di 
sepoltura  alla  vergine  e martire  romana,  Anastasia.  leeone  III 
ristaurolla  dalle  fondamenta  nel  195,  e nuovi  risarcimenti  le  pro- 
curarono Innocenzo  III,  Sisto  IV  ed  Urbano  Vili,  il  quale,  nel 
1636,  fece  riedificar  la  facciata  con  architetture  di  Luigi  Arri- 
gucci:  da  ultimo  i pontefici  Pio  VII  e Leone  XII  vi  apportarono 
altri  ristauri. 

L’interno  ha  tre  navi,  divise  da  12  belle  colonne,  sette  scana- 
late di  paonazzetto,  quattro  di  granito  rosso,  ed  una  di  affrica- 
no.  Il  card.  Costaguti,  nel  1103,  ne  ristorò  la  tribuna  decoran- 
dola con  affreschi  di  Lazzaro  Baldi.  La  statua  della  santa  tito- 
lare rappresentata  giacente,  che  scorgesi  nell’ aitar  maggiore, 
sotto  cui  riposa  il  corpo  di  lei,  è opera  di  Ercole  Ferrata.  Le  pit- 


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Chiesa  di  s.  Anastasia. 


331 


ture  delle  cappelle  sono  del  Mola,  del  Baldi,  del  Trevisani,  ecc. 
Il  soffitto  della  nave  grande  venne  fatto  a spese  del  card.  Cunha, 
portoghese,  e la  pittura  nel  mezzo  è del  Cerniti. 

Questa  chiesa  racchiude  i sepolcri  della  famiglia  Febei  e quel- 
lo del  Cardinal  Mai.  Questo  grandioso  e ricco  monumento  sepol- 
crale, eseguito  da  Gio.  Battista  Benzoni,  fu  eretto  alla  memoria 
di  quel  dottissimo  Cardinale,  correndo  l’anno  1857.  In  tale  oc- 
casione ebbe  luogo  una  importantissima  scoperta  archeologica; 
giacché,  scavando  per  gittare  le  fondamenta  del  citato  sepolcro, 
apparve  un  tratto  di  solidissime  mura,  che,  dalla  loro  costruzio- 
ne, si  riconobbe  appartenere  ad  un’  epoca  assai  remota  dell'  an- 
tica Roma.  Siffatta  scoperta  persuase  il  nostro  governo  ad  im- 
prendere in  questo  luogo,  cioè  al  disotto  della  chiesa,  conside- 
revoli scavi  (1).  Mediante  i lavori  di  sterro  ivi  eseguiti  furono 
discoperti,  non  solo  alcuni  altri  avanzi  delle  suindicate  mura  e 
di  una  torre  quadrata,  ma  vennero  eziandio  trovate  alquante  va- 
ste sale,  di  sorprendente  costruzione  in  mattoni;  alcune  delle 
arcuazioni  che  sostenevano  le  gradinate  del  circo  Massimo,  e 
• dei  brevi  tratti  di  una  strada  lastricata  con  poligoni  irregolari. 
La  più  interessante  perù  fra  tali  scoperte  è senza  dubbio  quella 
delle  summenzionate  mura,  circa  le  quali  siamo  d’accordo  coi 
più  distinti  archeologi,  che  le  attribuiscono  al  recinto  di  Roma 
costruito  da  Romolo.  Questi  avanzi,  benissimo  conservati,  si 
compongono  di  grandi  massi  di  tufa  vulcanica,  quali  quadrati, 
quali  quadrilunghi,  tutti  assai  bene  tagliati  ed  uniti  senza  ce- 
mento; e la  mirabile  conservazione  di  questi  tratti  di  mura,  de- 
vesi  attribuire  particolarmente  all’essere  stati  incastrati  nell’edi- 
fìcazione  delle  summenzionate  sale,  le  quali  crediamo  probabile 
possano  appartenere  al  circo  Massimo. 

Tornando  ora  sulla  piazza  di  s.  Anastasia,  diremo,  chè  in 
questi  luoghi,  oggi  occupati  da  fienili,  da  orti,  da  vigne,  e dal 
gazometro.  ammiravansi,  ai  tempi  della  floridezza  di  Roma,  ric- 
chi e superbi  edifizi.  — Nella  valle  poi,  chiamata  anticamente 
Murcia,  che  rimane  tra  i colli  Aventino  e Palatino,  innanzi  al 
palazzo  de’Cesari,  esisteva  il  . 

CIRCO  MASSIMO. 

Romolo  pel  primo  scelse  questa  valle  per  celebrarvi  magnifici 
giuochi  in  onore  di  Nettuno,  chiamato  Consus,  per  cui  tali  giuo- 

(1)  Coloro  che  amassero  visitare  le  scoperte  di  cui  si  tratta,  dovranno  dirigersi 
al  custode  della  chiesa. 


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332 


Sesta  Giornata. 


ghi  si  dissero  Consualia;  e fu  appunto  in  questo  luogo  che,  du- 
rante gli  stessi  spettacoli,  avvenne  il  ratto  delle  Sabine,  giac- 
ché a tale  effetto  vi  furono  per  la  prima  volta  celebrati.  A ri- 
cordo di  questo  memorabile  avvenimento  fu  eretta  poscia  nel 
circo  l’ara  sotterranea  di  Consus,  che  veniva  scoperta,  per  sa- 
crificarvi, ogni  volta  prima  di  dar  principio  ai  giuochi,  e poi  si 
tornava  a colmare  di  terra . 

Nel  luogo  medesimo,  Tarquinio  Prisco  eresse  in  seguito  il 
circo  che , a causa  della  sua  ampiezza,  ricevette  ne’successivi 
secoli  il  soprannome  di  Maximus.  Il  nome  Circus  derivava  dai 
diversi  giri  che  vi  si  facevano  coi  carri  e coi  cavalli,  ed  i giuo- 
chi in  esso  eseguiti  dicevansi  circenses.  Questi  erano  gli  spetta- 
coli più  amati  dai  Romani,  e sono  note  le  grida  che  la  plebe  in- 
dirizzava agl’  imperatori,  all’  epoca  del  maggiore  rilasciamento 
de’costumi,  ciò  è,  panem  et  circenses.  Si  fatti  giuochi  consiste- 
vano principalmente  in  corse  eseguite  con  carri  tirati  da  due  o 
da  quattro  cavalli;  in  quella  specie  di  cavalcata,  detta  il  giuoco 
di  Troia,  ludus  Troiae ; in  esercizi  atletici,  ed  in  altri  spettacoli 
ginnastici.  In  Roma,  oltre  il  circo  di  cui  trattasi,  ve  n’ erano  • 
molti  altri,  cioè:  il  Flaminio,  quelli  di  Flora,  di  Sallustio,  di  Ca- 
ligola, detto  anche  di  Nerone,  di  Adriano,  d’Eliogabalo,  ossia  di 
Vario,  di  Alessandro  Severo,  e di  Romolo  figlio  di  Massenzio, 
posto  sulla  via  Appia.  Quest’ultimo  essendo  il  più  conservato 
serve  a far  meglio  rilevare  le  parti  e la  distribuzione  degli  altri. 

Dionisio  d’ Alicarnasso,  che  vide  il  Circo  Massimo,  dopo»  il 
ristauro  e l’ingrandimento  fattovi  da  Giulio  Cesare,  ne  assicura 
che  esso  aveva  tre  stadii  e mezzo  di  lunghezza  (quasi  mezzo  mi- 
glio), e quattro  iugeri  di  larghezza,  corrispondenti  a 240  metri 
incirca.  Ai  tempi  del  ricordato  scrittore  poteva  contenere  150 
mila  spettatori,  ed  è noto  che  Augusto  vi  eresse  l’obelisco,  ora 
esistente  sulla  piazza  del  Popolo.  L’incendio  cagionato  da  Nero- 
ne apportò  gravi  danni  a questo  circo,  poiché  ebbe  origine  pro- 
priamente nella  regione  in  cui  era  posto.  Sembra  che  Vespasia- 
no lo  ristorasse  ed  ampliasse,  poiché  Plinio  dice  che,  a’  tempi  di 
quell’imperatore,  bastava  a contenere  250  mila  persone.  Anche 
Traiano  lo  ristaurò  ed  ampliò;  e sembra  che  sotto  Costantino 
venisse  di  nuovo  risarcito  e ingrandito,  stantechè  dopo  tal  epo- 
ca poteva  comprendere,  secondo  Vittore,  380  mila  spettatori,  e 
secondo  la  Notizia  dell'  Impero  405  mila.  Costanzo,  figlio  di 
Costantino,  decorò  questo  circo  di  un  secondo  obelisco.  Tale  o- 
belisco,  il  maggiore  fra  quanti  ebbene  Roma,  oggi  ammirasi  sul- 
la piazza  di  s.  Giovanni  in  Laterano,  ed  allorché  si  trattò  della 
medesima,  si  disse  quanto  ad  esso  risguarda. 


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Circo  Massimo. 


333 


La  figura  del  circo  in  discorso,  del  pari  a quella  degli  altri, 
era  oblunga;  una  delle  estremità  aveva  forma  circolare,  l’altra 
descriveva  una  curva  quasi  insensibile.  Dal  lato  semicircolare  si 
apriva  la  gran  porta  d’ingresso,  e dal  canto  opposto  erano  le 
carceri,  cioè  le  porte  da  dove  partivano  i carri  allorquando  si 
dava  il  segnale  della  corsa,  ed  in  questo  circo  le  carceri  erano 
verso  l’ovest,  e la  parte  semicircolare  rimaneva  verso  l’est.  Nel 
centro  dell’arena  distendevasi  la  spina,  cioè  un  piano  rialzato 
lungo  e stretto,  intorno  a cui  correvano  i carri.  Alcune  piccole 
are,  delle  statue,  delle  colonne  e due  obelischi  egizi  erano  col- 
locati lungo  la  spina,  mentre  alle  due  estremità  sorgevano  le 
mete.  Per  conseguire  il  premio  conveniva  compiere  sette  giri 
attorno  all’intera  spina,  volgendo  presso  le  mete. 

Tutta  l’area  del  circo,  eccettuata  la  parte  in  cui  erano  le  car- 
ceri, veniva  circondata  da  tre  ordini  di  portici,  uno  sull’altro, 
entro  i quali  esistevano  alquanti  ordini  di  gradini  per  comodo 
degli  spettatori,  come  nei  teatri  e negli  anfiteatri.  Il podium  e- 
ra  qui,  conforme  inoltri  edilìzi  destinati  pe’  pubblici  spettacoli, 
il  più  distinto  luogo,  e sotto  di  esso  si  trovava  un  canale  pieno 
d'acqua,  largo 3 metri  circa,  ed  altrettanto  profondo  chiamato 
euripo,  aggiuntovi  da  Giulio  Cesare  a sicurezza  degli  spettatori 
nei  giuochi  di  bestie  feroci.  Nerone,  volendo  ampliare  l’arena, 
fecelo  colmare,  e si  crede  venisse  rinnovato,  forse  da  Commodo 
o da  Caracalla. 

Quantunque  i circhi  fossero  fatti  per  le  corse  dei  carri  e dei 
cavalli  servivano  anche  per  la  lotta,  pel  pugillato,  per  le  corso 
a piedi,  e per  le  cacce  di  fiere,  come  pure  ad  altri  spettacoli  ac- 
conci ad  abituare  alla  guerra  la  romana  gioventù.  Fu  in  questo 
circo,  secondo  narra  Aulo  Gellio,  che  essendo  stato  esposto  al- 
le fiere  lo  schiavo  Androclo,  venne  riconosciuto  da  quel  leone, 
a cui  aveva  tratto  una  spina  dal  piede  in  Affrica,  e che  invece 
di  sbranarlo,  tolselo  a lambire,  difendendolo  dalle  altre  belve. 

Le  case,  i fienili  e le  stalle  occupanti  oggidì  le  radici  del  Pa- 
latino, sono  tutte  fabbriche  costruite  sugli  avanzi  dei  corridoi  e 
delle  volte  che  sostenevano  le  gradinate  del  circo,  ed  è per  ciò 
che  la  strada  conserva  l’antico  andamento  del  medesimo. 

Uscendo  di  quivi  si  osserva,  a sinistra,  il  luogo  ove  fu  il  Sep- 
titonium,  ossia  il  portico  in  colonne  a tre  ordini,  fatto  erigere 
da  Settimio  Severo  per  ornamento  del  palazzo  imperiale  in  que- 
st’angolo estremo.  Il  Settiionio  era  ancora  in  piedi  nella  massi- 
ma parte  nel  secolo  XVI,  allorquando  Sisto  V ne  ordinò  la  de- 
molizione per  adoperarne  il  materiale  nella  basilica  Vaticana. 


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Sesta  Giornata. 


Seguendo  la  grande  strada,  dopo  passato  su  d’ un  ponticello 
il  torrente,  detto  la  Marrana,  si  ha  subito  a destra  la  v io.  Antoni- 
na, detta  volgarmente  Antoniana,  nella  quale  si  trova  l’ingres- 
so (N.°2),  per  cui  si  entra  a vedere  i magnifici  avanzi  delle 

\ 

TERME  DI  C ARAC  ALL  A. 

Circa  il  212  dell'era  volgare,  l’imperatore  Antonino  Caracalla 
fece  edificare  queste  terme,  per  cui  vennero  chiamate,  Terme 
Antoniane,  nome  che  la  contrada  conserva  tuttora,  quantunque 
alterato,  in  quello  di  Antonina.  Il  medesimo  imperatore,  due 
anni  circa  prima  di  morire,  cioè  nel  216,  ne  compì  la  dedicazio- 
ne, bagnandovisi  egli  stesso,  ed  ammettendo  in  esso  il  popolo; 
ma  sembra  che  tale  dedica  avesse  luogo  prima  del  compimento 
dell’edifizio,  giacché  abbiamo  da  Lampridio,  che  i portici  ven- 
nero fatti  costruire  da  Eliogabalo  e da  Alessandro  Severo. 

Sparziano,  Lampridio,  Sesto  Vittore,  Eutropio  ed  Olimpio- 
doro  sono  gli  scrittori  i quali  ne  trattano  e qe  indicano  la  magni- 
ficenza; e l’ultimo  dice  che  vi  esistevano  1600  posti  per  bagnar- 
si. Non  si  conosce  con  certezza  l'epoca  in  cui  rimasero  abban- 
donate, ma  è probabile  assai  che  ciò  accadesse  nel  VI  secolo, 
durante  la  guerra  fra’  Goti  e Greci,  essendo  rimasto  imperato- 
re Giustiniano,  e particolarmente  dopo  le  distruzioni  di  Vitige. 
Fra  gli  oggetti  trovati  nelle  rovine  di  queste  terme,  mediante 
gli  scavi  praticativi  nel  secolo  XVI,  si  contano  il  famoso  torso 
di  Belvedere,  l’Èrcole  Farnese,  il  gruppo  noto  col  nomedi  To- 
ro Farnesiano,  e la  Flora  Farnesiana:  oggetti  tutti  ch’oggi  so- 
no in  Napoli,  eccettuato  il  torso  di  Belvedere,  esistente  nel  Mu- 
seo Vaticano.  In  altri  scavi  eseguiti  nel  secolo  XVII,  si  scoper- 
sero parecchie  centinaia  di  statue,  più  o meno  ben  conservate. 

Per  formarsi  un’idea  dell’ampiezza  e della  estensione  di  que- 
ste terme,  conviene  riflettere  che  la  loro  pianta  è un  quadrato  di 
337  metri  per  ciascun  lato,  equivalente  a 1,348  met.  di  circuito. 
Verso  il  centro  di  così  iipmenso  quadrato  si  rendono  osservabi- 
li gli  avanzi  di  un  sontuoso  edifizio  quadrilungo,  il  quale  aveva 
221  met.  e 40  c.  in  lunghezza,  e met.  144  e 35  c.  nel  punto  del- 
la sua  maggior  larghezza.  Una  specie  di  pianterreno,  o primo 
piano,  girava  all'intorno  da  per  tutto:  l’edifizio  centrale  però 
componevasi  di  due  piani,  rimanendo  interamente  staccato  ed 
isolato  dal  resto  per  mezzo  d'uno  sterminato  cortile,  serbato  ai 
differenti  esercizi  e divertimenti  popolari:  ed  è per  ciò  ch’ivi  esi- 
steva una  specie  di  teatro  con  gradinate  per  gli  spettatori,  ap- 


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Terme  di  Caracalla. 


335 


poggiato  alla  collina  clie  signoreggia  le  terme  verso  il  sud- 
ovest.  Il  prospetto  principale  deU’immensa  fabbrica  quadrata,  co- 
stituente la  cinta  di  esse  terme,  rimaneva  al  nord-est,  ove  di 
presente  si  trovano  multe  camere  separate  luna  dall'altra,  le 
quali  dovettero  servire  di  abitazione  ai  custodi  ed  agli  schiavi 
addetti  ai  bisogni  delle  terme  in  discorso.  Queste  camere  ave- 
vano l’ingresso  comune  in  un  corridoio,  o portico  costruito  in 
arcate,  ed  erroneamente  vengono  da  alcuni  riguardate  come 
celle  da  bagni.  Un’ampia  e magnifica  via,  detta  Via  Nova,  aper- 
ta da  Caracalla,  conduceva  al  ricordato  portico,  e sei  scale,  po- 
ste a distanze  diverse,  menavano  al  cortile  che  circondava  il 
suindicato  edifizio  centrale. 

Gli  scavi  praticati  in  questo  luogo,  vennero  a toglierenon  po- 
chi dubbii  circa  l’uso  cui  eran  serbate  le  parti  che  lo  compon- 
gono, e sparsero  molta  luce  sugli  altri  avanzi  di  terme  esistenti 
in  Roma,  quali  sono  quelle  di  Tito  e di  Diocleziano.  In  tali  scavi 
si  conobbe,  che  il  pavimento  di  esse  diverse  parti,  eccetto  la  sa- 
la centrale  e l’altra  che  le  sta  parallela  verso  il  nord-est,  era  in 
musaico,  di  una  esecuzione  piti  o meno  ricercata,  in  pietre  dure, 
ossia  porfido,  serpentino,  giallo  antico,  porta  santa,  lava  nera- 
stra, e marmo  bianco:  il  disegno  in  complesso  non  presenta  se 
non  scomparti  di  forme  diverse,  circolari,  ellittiche,  quadran- 
golari, romboidali,  ed  a foggia  di  squamme,  i cui  vivissimi  co- 
lori producono  un  mirabile  effetto.  Nulla  peraltro  pareggiava  la 
ricchezza  del  pavimento  delle  due  grandi  essedre  dei  cortili  di 
esercizi,  ove  furono  rappresentati  dei  ginnasiarchi  e degli  atleti 
in  finissimo  musaico,  i quali  determinano  gli  usi  a che  erano 
serbati  i due  cortili.  Così  fatti  pregiabilissimi  musaici  oggidì  si 
ammirano  nel  palazzo  Lateranense,  ove  già  se  ne  fece  parola. 

Fra  le  parti  componenti  questo  lato,  cinque  sono  le  più  rimar- 
chevoli, cioè:  due  cortili  attorniati  da  portici  con  colonne  di  gra- 
nito bigio,  destinati  agli  esercizi  ginnastici;  un’ampia  sala  cen- 
trale cui  si  dà  il  nome  di  Pinacoteca,  e che,  essendo  simile,  nel- 
la pianta,  a quella  delle  terme  Diocleziane,  era,  al  pari  di  essa, 
decorata  con  otto  enormi  colonne  di  granito,  delle  quali  si  scor- 
gono tuttavia  le  tracce  dei  posti  ove  sorgevano.  È noto  che  l'ul- 
tima di  tali  colonne  fu  trasportata  in  Firenze,  nel  secolo  XVI, 
dal  duca  Cosimo  de’  Medici  e collocata  innanzi  al  ponte  s.  Tri- 
nità, ove  osservasi  anche  al  presente,  sormontata  dalla  statua 
della  Giustizia.  Si  veggono  inoltre  gli  avanzi  duna  sala  roton- 
da, posta  nel  mezzo  del  lato  sud-ovest  incontro  al  teatro,  e fi- 
nalmente si  scorge  la  grande  piscina,  la  quale,  conforme  si  ri- 


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336 


Sesta  Giornata. 


conobbe  negli  ultimi  scavi,  non  ebbe  mai  volta;  quindi  rimane 
smentita  l’opinione  di  coloro  che  supposero  poter  essere  la  fa- 
mosa Cella  Solearis  di  cui  parla  Sparziano  trattando  di  queste 
terme,  il  quale  la  descrive  come  opera  maravigliosaperl’immen- 
sità  della  volta  che  la  ricopriva,  la  quale  era  rattenuta  da  spran- 
ghe di  bronzo  o di  rame:  e lo  stesso  scrittore  narra,  come  gl'in- 
gegneri de’  suoi  giorni  sostenessero,  che  sarebbe  stata  difficil 
cosa  costruirne  una  simile. 

Si  scorgono  ancora  nella  ricordata  piscina  le  nove  aperture 
per  le  quali  vi  entrava  l’ acqua  formandone  un  immenso  bacino, 
e si  vede  che,  per  rendere  l’ inferior  parte  de’  muri  impenetrabile 
all’  acqua,  fu  intonacata  di  quel  mastice,  chiamato  opus  signi- 
num.  Le  indagini  fatte  dal  Piranesi  circa  la  metà  dello  scorso 
secolo,  avevano  indotto  a credere  che  i bagni  pel  popolo  stes- 
sero nel  pianterreno  verso  il  sud-ovest,  vicino  al  cortile  ove, 
secondo  fu  detto,  il  popolo  si  esercitava;  ma  oggi  si  può  accer- 
tare, che  queste  non  sono  che  opere  di  sostruzione.  Alle  estre- 
mità di  detto  cortile  si  scorgono  i ruderi  di  due  dietae,  o sale 
ottagone,  la  meglio  conservata  delle  quali,  posta  nel  lato  sud- 
est, viene  chiamata,  senza  ragione,  tempio  di  Ercole.  Presso  di 
essa,  nel  1111,  si  trovarono  le  due  mirabili  bagnarole  di  basalte, 
oggi  esistenti  nel  museo  Vaticano.  — Ripigliando  la  via  princi- 
pale, si  trova  a breve  distanza  la 

CHIESA  DE'SS.  NEREO  ED  ACHILLEO. 

Il  pontefice  Giovanni  I,  verso  il  524,  eresse  questa  chiesa  che, 
nel  1596,  venne  riedificata  dal  card.  Baronio.  Il  baldacchino  che 
cuopre  l’ aitar  maggiore,  è sorretto  da  quattro  colonne  di  marmo 
affricano,  e vicino  al  detto  altare  si  scorgono  due  pulpiti  di  mar- 
mo, detti  amboni,  ove  si  leggevano  le  epistole  e gli  evangelii. 
Nella  tribuna  esiste  la  sedia  presbiteriale,  su  cui  sedendo  s.  Gre- 
gorio 1 recitò  al  popolo  la  XXVIII  delle  sue  omelie,  ima  parte 
della  quale  leggesi  incisa  nella  sedia  stessa.  — Quasi  incontro 
si  trova  l’ ingresso  (N .°  5)  del  cortile  che  precede  la 

CHIESA  DI  S.  SISTO. 

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Fin  dall’  Vili  secolo  si  ha  memoria  di  questa  chiesa,  dedicata 
al  pontefice  s.  Sisto  III.  Onorio  la  concesse  a s.  Domenico,  che 
vi  fondò  un  convento,  ove  dimorò  lungo  tempo.  Nulla  di  rimar- 
chevole presenta  l’ interno  di  essa  chiesa,  in  cui  riposano  i corpi 


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Chiesa  di  s.  Sisto. 


337 


dei  santi  pontefici  Zefirino,  Antero,  Lucio  e Felice,  insieme  a 
quelli  di  molti  altri  santi.  Di  fuori  si  ha  ingresso  ad  una  cappella 
dedicata  a s.  Domenico,  edificata  sul  luogo  stesso  in  cui  il  santo 
operò  i miracoli  che  veggonsi  dipinti  a fresco  nell’ interno,  il 
quale  è pure  abbellito  con  altre  pitture  relative  a quel  santo. 

L’ affresco  di  faccia  all’ingresso  rappresenta  s.  Domenico  nel- 
l’atto che  richiama  a vita  un  estinto  bambino  presentatogli  dalla 
madre,  resa  inconsolabile  per  la  dolorosa  perdita.  In  quello  che 
è a lato  vedesi  lo  stesso  santo  che  opera  un  somigliante  mira- 
colo, risuscitando  l’ illustre  giovane  Napoleone  Orsini  da  Fossa 
Nuova,  rimasto  morto  cadendo  da  cavallo.  Infine  nell’affresco 
incontro  è rappresentato  il  santo  che  ridona  la  vita  ad  un  infelice 
muratore,  il  quale  era  rimasto  schiacciato  da  un  masso  caduto 
nell’edificazione  del  convento.  Questa  cappella,  memorabile  nei 
fasti  della  chiesa,  fu  ristaurata  e decorata,  come  oggi  si  vede, 
nel  1858;  e tutti  gli  affreschi  che  la  decorano  sorto  lodevoli  la- 
vori del  R.  P.  domenicano  Giacinto  Besson,  francese. 

Uscendo  da  questa  cappella  e recandosi  sulla  strada,  si  ha  in- 
contro la  vigna  del  cav.  Guidi,  ispettore  onorario  degli  antichi 
monumenti,  la  quale  merita  d’essere  visitata,  esistendovi  una 

NOBILE  CASA  DELL’ ANTICA  ROMA. 

Non  ignorando  il  Guidi  che  in  questi  luoghi,  prima  che  fos- 
sero occupati  dalle  terme  di  Caracalla,  v’  erano  i famosi  giardini 
fondati  da  Caio  Asinio  Polhone,  celebre  oratore  romano  a’  tempi 
di  Augusto,  deliberava,  nel  1865,  intraprendere  degli  scavi  nella 
vigna  di  cui  parlasi,  ritenendo  di  potere  probabilmente  ridonare 
alla  luce  un  qualche  monumento  degli  orti  di  Asinio,  oppure 
delle  terme  di  Caracalla.  Infatti  il  Guidi  non  errò  nelle  sue  con- 
getture, giacché  dopo  eseguiti  alcuni  tasti  qua  e là,  fu  ben  lieto, 
sul  finire  del  1866,  di  vederne  i primi  risultati,  avendo  incomin- 
ciato a discoprire  gli  avanzi  di  un  nobile  edifizio.  Progredendo 
nei  lavori,  si  giunse  fino  al  piano  del  fabbricato,  il  quale  rimane 
circa  3 metri  più  basso  delle  suddette  terme,  ed  alla  considere- 
vole profondità  di  9 metri  sotto  il  suolo  attuale. 

Trovandosi  adunque  1’  edifizio  su  di  un  livello  tanto  inferiore 
a quello  delle  terme,  è evidente  che  appartenne  agli  orti  di  Asi- 
nio; giacché,  allorquando  Caracalla  estese  l’immensa  fabbrica 
fin  sopra  di  essi,  abbattendone  i magnifici  edifizi  che  li  arricchi- 
vano, ne  venne  per  conseguenza  il  rialzamento  del  suolo,  e sic- 
come sarebbe  stata  inutil  cosa  demolirli  da  capo  a fondo,  perciò 

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338 


Sesta  Giornata. 

furono  soltanto  rasi  sino  al  nuovo  livello  colmandone  le  super- 
stiti rovine  colle  macerie  della  demolizione.  Infatti,  tutte  le  ca- 
mere ed  altre  parti  sinora  scoperte  dell’  antichissimo  edifizio  si 
trovarono  ripiene  di  tali  macerie,  essendovi  frammisti  i frantu- 
mi de’  delicati  stucchi  che  ne  adornavano  le  pareti  e le  volte,  ed 
in  queste  ultime  furono  disgraziatamente  praticate  delle  grandi 
aperture,  per  più  agevolmente  colmare  di  macerie  le  rovine  in 
discorso.  Al  disopra  poi  delle  stesse  volte  si  osservano  gli  avanzi 
di  qualche  pavimento  in  musaico,  del  piano  superiore,  eoi  quale 
terminava  probabilmente  l’ edifizio;  e tali  musaici  sono  eseguiti 
in  bianco  e nero,  a guisa  di  eleganti  tappeti. 

Esaminando  ora  la  costruzione  della  fabbrica  di  cui  trattasi, 
siamo  di  parere  che  appartenga  o agli  ultimi  tempi  della  repub- 
blica, ovvero  ai  primi  tempi  dell’impero.  Riguardo  poi  alla  sua 
decorazione,  crediamo  assai  probabile  che  venisse  eseguita  per 
ordine  di  un  certo  C.  Ninfio  decurione  annale,  il  quale,  con- 
forme risulta  da  una  iscrizione,  trovato  nei  tempi  passati  in  que- 
sto vigna,  e riportato  dal  Donati  nella  sua  Roma,  all’  epoca  di 
Traiano  già  possedeva  gli  orti  di  Asinio.  E di  vero  con  tale  epoca 
si  accorda  lo  stile  delle  pitture  e dei  musaici  che  ornano  le  di- 
verse parti  finora  scoperte  del  superstite  pianterreno;  e fra  que- 
ste, le  più  rimarchevoli  sono:  V Atrio,  il  Ninfeo,  ed  il  Larario, 
vedendovisi  de’  preziosi  avanzi  delle  loro  decorazioni,  cioè  delle 
delicate  pitture  decorative  di  ogni  genere,  e dei  musaici  di  stu- 
penda esecuzione  in  bianco  e nero,  in  alcuni  de’  quali  figurano 
de’ Tritoni  cavalcati  da  Nereidi.  Niun  oggetto  rimarchevole  nè 
per  le  arti  nè  per  la  ricchezza  della  materia  è stato  finora  trovato 
in  questi  scavi,  giacché  non  può  dubitarsi  che  Caracalla  prima 
di  occupare  i ricordati  orti  colla  costruzione  delle  sue  terme , 
feceli  al  certo  spogliare  -di  tutti  gli  oggetti  preziosi  che  ne  ac- 
crescevano la  magnificenza. 

In  questa  vigna  esiste  anche  una  porzione  di  quel  portico, 
spettante  alle  menzionate  terme,  il  quale  fu  cominciato  da  Elio- 
gabalo,  e condotto  a termine  da  Alessandro  Severo. 

VALLE  DI  EGERIA. 

Questa  valle,  che  s’ apre  fra  il  Celio  ed  un'  altra  collina,  detta 
Monte  £ oro,  è la  rinomata  valle  di  Egeria  che,  alcuni  scrittori 
moderni,  contro  l’autorità  dei  classici  antichi,  collocarono  a tre 
miglia  di  qui  discosto.  Ponendo  però  a confronto  i passi  degli 
antichi  scrittori,  ed  in  ispecie  quello  di  Giovenale  dove  descrive 


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339 


Valle  di  Egeria. 

il  viaggio  di  Umbricio,  non  si  pùò  non  riconoscere  qui  quella 
celebre  valle,  ove,  secondo  la  tradizione  degli  antichi,  il  buon 
re  Numa  teneva  i suoi  colloqui  con  Egeria.  Essendoché  la  si- 
tuazione di  tale  valle  diviene  certa,  conoscendosi  quella  della 
porta  Capena,  presso  cui  trovavasi;  perciò  non  rimane  dubbio 
al  presente  circa  il  sito  della  detta  porta,  la  quale  pigliava  il  no- 
me, o dal  tempio  delle  Camene,  o dall’ esser  quella  per  cui  si 
andava  a Capua,  conforme  è più  verosimile;  essa  poi  rimaneva 
alle  radici  del  Cebo,  sotto  la  villa  già  Mattei.  La  strada  che  ne 
sboccava  (a  piccola  distanza,  secondo  Strabone)  dividevasi  in 
due;  quella  a sinistra  pigliava  nome  di  via  Latina,  perchè  tra- 
versava il  Lazio  e metteva  capo  al  ponte  di  Casihno,  presso  l’at- 
tuale Capua;  l’ altra  che  dirittamente  usciva  dalla  porta  Capena, 
e che  correva  a destra,  relativamente  alla  via  Latina,  era  la  via 
Appia:  ambedue  queste  strade  riunivansi  al  ponte  di  Casilino. 
Nell’ ampiamente  del  recinto  di  Roma  convenne  aprir  due  porte 
in  luogo  della  Capena,  per  dare  un’  uscita  a queste  due  strade 
dalle  quali  ebbero  il  nome,  la  porta  Latina,  oggi  chiusa;  e la 
porta  Appia,  conosciuta  attualmente  col  nome  di  s.  Sebastiano, 
la  quale  è tuttora  aperta,  e presto  ne  parleremo.  La  diramazione 
delle  due  strade  si  scorge  ancora,  poco  prima  di  giungere  alla 

i 

CHIESA  DI  S.  CESAREO  IN  PAEATIO. 

Essa  venne  così  denominata  a causa  delle  propinque  terme 
di  Caracalla,  poiché  nei  tempi  di  mezzo  tutti  i grandi  edilìzi  si 
dissero  Palatium.  Quivi  s.  Cesareo  seppellì  s.  Domitiba,  e quivi 
s.  Sergio  venne  eletto  papa.  Questa  chiesa,  dopo  molti  ristauri, 
fu  da  Clemente  Vili  ridotta  nello  stato  attuale.  La  confessione 
è decorata  con  quattro  belle  colonne  di  broccatello,  mentre  quat- 
tro colonne  di  marmo  bianco  e nero  adornano  gb  altari.  I mu- 
saici che  abbelbscono  l’ apside,  vennero  eseguiti  sui  cartoni  del 
cav.  d’  Arpino,  e sono  riguardati,  quanto  all’esecuzione,  come  i 
mighori  dopo  quelli  del  Cristofari.  Ivi  si  osserva  pure  un  pul- 
pito, o ambone,  incrostato  di  fini  marmi  e di  musaici. 

• A destra,  sulla  collina  che  signoreggia  la  descritta  chiesa, 
sorgeva  il  tempio  di  Marte,  detto  extramuraneus , perchè  rima- 
neva al  di  là  delle  mura  antiche:  vi  si  giungeva  dirittamente  per 
una  strada  eh’  aprivasi  a destra  sulla  via  Appia,  ed  a cui  si  dava 
il  nome  di  sahta  di ‘Marte  (Clivus  Martin).  — Proseguendo  il 
cammino  per  la  via  Appia,  prima  di  giungere  alla  porta  s.  Seba- 
stiano, si  trova  a sinistra  l' ingresso  di  una  vigna,  segnato  col 

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340  Sesta  Giornata. 

N.°  13,  su  cui  si  legge  l’ epigrafe  Sepulchra  Scìpionum,  ad  in- 
dicare che  in  essa  è il 

SEPOLCRO  DEGLI  SCIPIONI. 

Questo  rinomato  monumento  non  fu  scoperto  se  non  nel  1780, 
e fino  a tal  epoca  si  credette  che  il  sepolcro  degli  Scipioni  fosse 
quello  che  si  osserva  fuori  la  porta  s.  Sebastiano,  entro  una  vi- 
gna quasi  di  rimpetto  alla  chiesa  di  Domine  quo  vadis.  Il  monu- 
mento aveva  due  piani;  il  primo  di  essi,  ancora  esistente,  è un 
vasto  sotterraneo  scavato  nel  tufo,  e nulla  rimane  del  secondo 
che  doveva  essere  circondato  da  nicchie  contenenti  le  statue  de- 
gli Scipioni  e del  poeta  Ennio,  delle  quali  parla  Cicerone,  avendo 
inoltre  una  decorazione  in  mezze  colonne  ioniche,  conforme  si 
conobbe  dai  frammenti  trovati  sul  luogo.  Quando  il  sepolcro  fu 
scoperto,  vi  si  rinvennero  gli  oggetti  seguenti,  conservati  ora 
nel  museo  Vaticano:  un  sarcofago  in  peperino,  ossia  pietra  al- 
bana, e secondo  l’ iscrizione  che  vi  si  legge,  apparteneva  a Lu- 
cio Scipione  Barbato,  vincitore  de’Sanniti  e della  Lucania,  avanti 
la  prima  guerra  punica:  un  busto,  pure  in  peperino,  coronato 
di  alloro,  che  si  dice  del  poeta  Ennio,  ma  che  piuttosto  rappre- 
senta alcuno  degli  Scipioni:  un  busto  incognito  in  marmo  bian- 
co: molto  numero  d’iscrizioni,  delle  più  rimarchevoli  delle  quali 
furon  poste  le  copie  nel  luogo  ove  erano  gli  originali.  Le  ossa 
di  quelli  eroi  furono  raccolte  dalle  pietose  mani  del  senatore  ve- 
neziano, Angelo  Quirini,  il  quale  fecele  deporre  entro  una  mo- 
desta tomba,  eretta  all’  uopo  nella  sua  casa  di  campagna  di  Al- 
tichiero , presso  Padova.  E questo  il  monumento  più  memo- 
rabile e degno  d’  esser  veduto,  tanto  a causa  della  sua  antichità, 
quanto  per  essere  il  sepolcro  di  una  famiglia,  a cui  Roma  do- 
vette la  conquista  di  Cartagine.  — Nella  vigna  prossima,  se- 
gnata col  N.°  14,  esiste  il  f 

COLOMBARIO  DI  GNEO  POMPONIO  IIYLA 

E DI  POMPONIA  VIT ALINE. 

I Romani  chiamavano  r.olumbaria  certe  camere  serbate  a ri- 
cevere le  ceneri  di  molte  persone,  ed  in  ispecie  quelle  dei  servi 
e dei  liberti,  che  ordinariamente  venivano  sepolte  nelle  terre  dei 
loro  padroni,  e presso  i sepolcri  della  famiglia.  Queste  tombe 
avevano  la  forma  di  un  colombaio,  e da  ciò  derivava  il  loro  no- 
me, giacché  eranvi  parecchi  ordini  di  piccole  nicchie  ove  si  met- 


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Colombario  di  Gneo  Pomponio  Hyla.  341 

tevano  i vasi  follae)  contenenti  le  ceneri  e le  ossa  arse,  che  era- 
no state  raccolte  dal  rogo.  Innanzi  a tali  nicchie  spesso  si  po- 
nevano brevi  iscrizioni  (tituli),  indicanti  il  nome  delle  persone 
ivi  sepolte,  il  loro  grado,  la  professione,  ed  alcuna  volta  conte- 
nevano delle  espressioni  affettuose.  Esistevano  colombarii  in  gran 
numero,  soprattutto  lungo  le  grandi  strade,  ed  in  particolare  poi 
lungo  le  vie  Appi  a e Latina , ed  è proprio  presso  di  quest’ulti- 
ma  quello  di  cui  si  parla. 

Venne  esso  scoperto  nel  1830,  e fu  trovato  quasi  intatto.  Vi 
si  scende  per  l’ antica  scala,  e da  prima  vi  si  osserva  l’ iscrizione 
in  musaico  di  Gneo  Pomponio  Hyla  e di  Pomponia  Vitaline, 
forse  proprietarii  del  colombario.  Molte  altre  iscrizioni  appar- 
tengono a persone  della  corte  di  Augusto  e di  Tiberio,  le  quali 
danno  a conoscere  l’ epoca  di  questo  gentil  monumento,  che  si 
vede  però  essere  stato  in  seguito  ristorato.  Venne  lasciato  tal 
quale  fu  scoperto,  e solo  vi  si  praticarono  dei  lavori  indispen- 
sabili alla  sua  conservazione.  Ivi  si  lasciarono  ancora  tutti  gli 
oggetti,  eccettuato  un  bel  vaso  di  vetro  ch’oggi  si  vede  nella 
biblioteca  Vaticana.  — Tornando  sulla  via  Appia,  si  trova  1’ 

arco  di  druso. 

Lo  eresse  il  senato  romano  in  onore  di  Druso,  dopo  la  sua 
morte,  a ricordo  delle  vittorie  da  lui  riportate  sui  Germani , le 
quali  gli  procacciarono  il  soprannome  di  Germanico.  L’arco  ha 
un  solo  fornice,  ed  è costruito  in  travertini,  salvo  T archivolto  e 
l’imposta,  che  sono  in  marmo  bianco,  di  cui  fu  già  per  intero 
rivestito.  Era  esso  sormontato  dalla  statua  equestre  di  Druso, 
fra  due  trofei,  ed  all’intorno  si  leggeva  l’iscrizione:  nero  clav- 
pivs  drvs.  german.  IMP.  Ciascuno  dei  prospetti  veniva  decorato 
con  quattro  colonne  di  affncano,  due  delle  quali  tuttora  esisto- 
no; esse  sostenevano  un  cornicione  ed  un  frontespizio  di  marmo 
bianco.  Il  canale  che  si  osserva  nella  parte  superiore  dell’edifizio 
e gli  archi  in  mattoni  che  gli  stanno  da  sinistra,  indicano  la  pro- 
secuzione di  un  acquidotto,  cioè  a dire  che  Caracalla  si  servi  di 
questo  edifizio  per  farvi  passare  al  di  sopra  l’acqua  che  alimen- 
tava le  sue  terme:  a questa  seconda  epoca  appunto  si  devono  at- 
tribuire gli  ornati  attuali,,  che  sono  di  cattivo  stile,  e mediocris- 
simamente  eseguiti.  — Si  passa  quindi  sotto  la 


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342 


i Sesta  Giornata. 


PORTA  APPIA,  O 8.  SEBASTIANO. 

Essa  è una  di  quelle  che,  conforme  già  si  accennò,  furono  so- 
stituite all’antica  porta  Capena,  allorquando  fu  ampliato  il  re- 
cinto della  città,  ed  avendo  sofferto  danni  nella  guerra  gotica, 
venne  riedificata  da  Belisario  o da  Narsete.  Oggi  appellasi  porta 
s.  Sebastiano,  a causa  della  basilica  di  questo  santo,  che  ne  ri- 
mane discosta  quasi  due  miglia.  Fu  detta  anche  porta  Àppia,  a 
motivo  della  famosa  via  Appia,  la  quale  fu  fatta  lastricare  da 
Appio  Claudio,  censore,  con  grandi  massi  di  pietra,  fino  alla 
città  di  Capua,  correndo  l’anno  di  Roma  442.  Questa  via,  la  più 
magnifica  di  quante  ne  costruirono  i Romani,  era  fiancheggiata 
da  monumenti,  de’ quali  avremo  agio  di  osservare  degli  avanzi 
considerevoli,  scoperti  nella  massima  parte  ai  giorni  nostri,  fin 
presso  l’antica  città  di  Bovi  Ile.  Questa  medesima  via  fu  ristorata 
da  Augusto  quando  asciugò  le  paludi  pontine,  e gl’  imperatori 
Vespasiano,  Domiziano,  Nerva  e Traiano  vi  fecero  altri  r istauri. 
Le  invasioni  de’barbari  e le  guerre  civili  dei  tempi  di  mezzo  ri- 
produssero l’allagamento  delle  acque,  e la  via  Appia  rimarrebbe 
tuttora  sepolta  sotto  i paduli,  se  il  pontefice  Pio  VI  non  aves- 
seli  nuovamente  asciugati.  Sì  fatta  impresa  ridonò  all’agricol- 
tura la  maggior  parte  di  quelle  campagne,  e miglioronne  di  mol- 
to l’aria. 

Ad  un  quarto  di  miglio  fuori  della  porta,  nel  luogo  detto  Ac- 
quatacelo, si  passa  il  fiumicello  Almone,  formato  da  parecchie 
sorgive,  la  più  lontana  delle  quali  ò a cinque  o sei  miglia  da  Ro- 
ma: quel  fiumicello  mette  foce  nel  Tevere  a circa  mezzo  miglio 
fuori  la  porta  san  Paolo.  Nell’ Almone,  presso  il  suo  confluente 
col  Tevere,  a detto  di  Ovidio,  i sacerdoti  di  Cibele  costumavano 
di  lavare,  in  ogni  anno,  la  statua  di  quella  dea  e gl’ istrumenti 
del  culto  di  essa.  — Proseguendo  il  medesimo  cammino,  si  tro- 
va a sinistra  una  chiesetta,  appellata 

DOMINE  QUO  VADIS. 

Seguendo  un’antica  tradizione,  allorché  s.  Pietro  fuggiva  la 
persecuzione  di  Nerone  s’incontrò  nel  divin  Maestro,  proprio  in 
questo  luogo,  al  quale  il  santo  volse  . la  domanda  da  cui  questa 
chiesa  prese  la  sua  denominazione.  Tale  avvenimento  venne  egre- 
giamente espresso  dall’artista  cav.  Ercole  Ruspi,  romano,  me- 
diante le  due  figure  dipinte  a fresco  nelle  pareti  laterali,  lavoro 
eseguito  a spese  di  Maria  Cristina,  regina  vedova  di  Spagna,  al- 


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Domine  quo  vadis.  343 

lorchè  nel  1862  faceva  ristaurare  la  chiesetta  in  discorso.  La 
stessa  chiesa  chiamasi  pure  s.  Maria  delle  piante,  a cagione  di 
una  pietra  su  cui  il  Salvatore  essendosi  fermato,  vi  lasciava  l’im- 
pronta de’suoi  piedi:  la  detta  pietra  si  custodisce  nella  basilica 
di  s.  Sebastiano,  e qui  se  ne  vede  soltanto  una  copia.  Sull’ aitar 
maggiore  osservasi  un  affresco  della  Bcuola  di  Giotto  rappre- 
sentante Maria  Vergine  col  Bambino.  La  figura  del  Redentore, 
che  elevasi  nel  mezzo  della  chiesa,  è un  gesso  di  quella  scolpita 
in  marmo  da  Michelangelo,  esistente  in  s.  Maria  sopra  Minerva. 

Entro  una  vigna,  che  rimane  quasi  di  rimpetto  alla  descritta 
chiesa,  si  possono  vedere  gli  avanzi  d' un  sepolcro  che,  fino  al 
1-780,  fu  creduto,  come  si  disse,  quello  degli  Scipioni.  Esso  è 
privo  de’  suoi  ornati;  il  suo  basamento  quadrato  racchiude  una 
cella  sepolcrale;  l’ordine  secondo  di  architettura  è tondo,  d’opera 
reticolare,  e va  adorno  di  nicchie  nel  suo  circuito.  Una  iscrizione 
scoperta  nelle  vicinanze  fa  supporre  che  questo  fosse  il  monu- 
mento di  Priscilla,  moglie  di  Abascanto,  ricordato  da  Stazio  co- 
me esistente  in  questi  dintorni. 

Dopo  la  chietina  di  Domine  quo  vadis,  la  strada  si  divide  in 
due:  quella  a diritta  va  a raggiungere  l’ antica  via  Ardeatina, 
l’altra  forma  la  continuazione  della  via  Appia.  Proseguendo  ad 
andare  per  quest’ultima,  si  scorgono  dai  lati  molti  avanzi  di  an- 
ticlii  sepolcri.  Entro  la  prima  vigna  a sinistra,  dopo  il  vicolo  che 
conduce  alla  CaJ'arella,  s’incontra  un  Colombario  assai  grande, 
ma  molto  rovinato,  composto  di  tre  camere,  ed  a causa  di  talune 
iscrizioni  ivi  presso  trovate,  si  crede  che  appartenesse  ai  servi  di 
Augusto. 

Più  lungi,  entro  la  vigna  Casali,  vennero  scoperti,  nel  1826, 
alcuni  cippi  ed  alcune  iscrizioni  pertinenti  alla  famiglia  Volusia, 
una  delle  più  distinte  dell’antica  Roma:  questi  oggetti  si  trova- 
no ora  nel  museo  Vaticano.  Nella  vigna  di  rimpetto  si  fecero 
del  pari  molte  scoperte,  la  più  rimarchevole  delle  quali  è lo  stu- 
pendo sarcofago  in  marmo  bianco,  che  forma  oggi  l’ornamento 
più  splendido  della  seconda  sala  al  pianterreno  del  museo  Capi- 
tolino. 

Nel  sito  dove,  a sinistra,  si  dirama  una  strada  dalla  via  Appia, 
nel  1726,  entro  la  vigna  a manca,  fu  scoperta  un’altra  gran  ca- 
mera sepolcrale,  appartenente  ai  liberti  ed  ai  servi  di  Livia  Au- 
gusta, entro  cui  erano  racchiuse  molte  urne  e molti  vasi  cinera- 
rii  colle  loro  iscrizioni,  che  nel  maggior  numero,  si  conservano 
nella  galleria  del  museo  Capitolino.  Parecchi  moderni  scrittori 
credettero  che  la  strada  la  quale  ha  qui  origine,  da  mano  sini- 


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344  Sesta  Giornata. 

stra,  si  trovi  nella  direzione  dell’antica  via  Latina;  ma  conviene 
avvertire  esser  questa  una  strada  aifatto  moderna,  ampliata  da 
Pio  "VI,  la  quale  va  a rannodarsi  alla  strada  di  Albano  a quattro 
miglia  e mezzo  dalla  porta  s.  Giovanni,  e non  tocca  mai  la  via 
Latina,  la  quale  si  distende  a sinistra  della  via  Appia,  allonta- 
nandosene ognora  di  più,  dalla  piazza  di  s.  Cesareo,  conforme 
fu  superiormente  indicato.  — Continuando  il  cammino  sulla  via 
Appia,  poco  prima  di  giungere  alla  basilica  di  s.  Sebastiano,  si 
trova  a sinistra  la  vigna  Randanini,  la  quale  racchiude  1’ 

IPOGEO  ISDRAELITICO. 

Questo  Ipogeo  fu  incominciato  a discoprire  nel  186(L^le  iscri- 
zioni che  ne  vennero  estratte  provano,  che  negli  ajyRi  tempi 
costituiva  un  sepolcreto  di  ebrei  (1).  Infatti,  i cq^Kciuti  sim- 
boli, del  candelabro  a sette  lucerne,  della  pala re  del  corno 
che  in  esse  iscrizioni  si  osservano,  le  manifestai)®  sdraelitiche. 

Questo  Ipogeo  presenta  delle  tombe  quadrilunghe  scavate,  in 
più  ordini,  nelle  pareti  degli  anditi  sotterrane^pfapèiti  col  ferro 
nel  tufa.  L’andito  principale  ha  una  direzione  poco  divergente 
dalla  via  Appia.  Di  tratto  in  tratto  esso  si  dirama  in  cuniculi 
minori,  e dà  accesso  a celle,  o cubiculi,  destinati  fq^se  a conte- 
nere monumenti  di  persone  ricche.  In  alcune  di  queste  celle,  le 
quali,  d’ordinario,  furono  intonacate  e dipinte,  si  rinvennero  con- 
siderabili frammenti  di  sepolcri  in  marmo.  Fra  di  essi  merita  ri- 
cordo la  parte  anteriore  d’un  grandioso  sarcofago,  avente  nel 
mezzo  il  candelabro ; emblema  del  tempio  di  Gerusalemme,  e nei 
lati  la  palma,  cognitissimo  simbolo  della  Giudea. 

Sulla  stessa  via  Appia  s’incontra,  a poca  distanza  dall’Ipogeo, 
la  basilica  di  s.  Sebastiano,  incontro  alla  quale  osservasi  una  co- 
lonna fatta  erigere  da  papa  Pio  IX  in  onore  di  quel  santo  mar- 
tire. Nel  basamento  di  essa,  dal  lato  che  guarda  verso  la  via 
Appia,  si  legge  una  iscrizione,  che  ricorda  gli  scavi  praticati  in 
detta  via  (2). 

(1)  Giovenale  (satira  111,  verso  12  e seg.)  narra  con  indignazione,  che  gli  ebrei 
si  erano  stanziati  nel  luogo  ove  esisteva  il  bosco  di  Egeria,  fuori  la  porta  Capena. 
Non  fa  quindi  maraviglia  trovare  presso  il  secondo  miglio  della  via  Appia  un  se- 
polcreto giudaico.  QCiesto  ragguardevole  Ipogeo  fu  guasto  e spogliato  in  epoca  non 
molto  remota,  conforme  accadde  di  quello  scoperto  dal  Bosio  nel  1602  fuori  della 
porta  Portese,  anticamente  Portuetisis,  in  vicinanze  del  Tevere. 

(2)  Riguardo  a questi  scavi,  ed  a tutt'altro  che  rimane  a vedersi  lungo  l’antica 
via  Appia  e sue  vicinanze,  cl  riserbiarao  tenerne  discorso  alla  fine  dell'ottava  gior- 
nata di  questo  Itinerario,  per  non  discostarci  ora  di  soverchio  dalle  mura  di  Roma, 


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Basilica  di  s.  Sebastiano.  345 

BASILICA  DI  S.  SEBASTIANO. 

Questa  chiesa  è una  delle  sette  principali  basiliche  di  Roma, 
e fu  eretta  sul  cimiterio  di  s.  Calisto,  ove  Lucina  matrona  ro- 
mana ebbe  sepolto  il  corpo  di  s.  Sebastiano;  ed  ivi  furono  tenu- 
ti nascosti,  per  alcun  tempo,  i corpi  de’  santi  Pietro  e Paolo.  Si 
crede  che  la  basilica  fosse  edificata  da  Costantino,  e consacrata 
da  s.  Silvestro;  tuttavia  è certo  che,  nel  367,  essa  venne  rinno- 
vata da  s.Damaso  papa.  In  seguito,  Innocenzo  I la  dedicò,  per 
un  voto,  a s.  Sebastiano  martire;  Adriano  I,  ed  Eugenio  IV  la 
ristorarono,  e finalmente  il  cardinale  Scipione  Borghese  rifab- 
bricolla  nel  1611  con  architetture  di  Flaminio  Ponzio  e di  Gio- 
vanni Vasanzio,  al  quale  appartengono  la  facciata,  il  soffitto, 
ed  il  portico,  decorato  con  sei  belle  colonne  di  granito. 

La  basilica  ha  una  sola  nave,  e nel  primo  altare  a destra  si 
venerano  molte  insigni  reliquie.  Di  rimpetto  si  trova  la  cappella 
sacra  a s.  Sebastiano,  fatta  erigere  dal  card.  Barberini  coi  dise- 
gni di  Ciro  Ferri,  e l’altare  racchiude  la  statua  giacente  del  san- 
to titolare,  scolpita  da  Antonio  Giorgetti,  sul  modello  dato  dal 
Bernini.  Il  s.  Francesco  sull’ultimo  altare  da  questo  lato,  è pit- 
tura del  Muziano.  Incontro  si  scorge  la  oappella  della  famiglia 
Albani,  edificata  da  Clemente  XI,  con  disegno  di  Carlo  Fonta- 
na dedicandola  a s.  Fabiano.  Le  decorazioni  di  essa  vennero  e- 
seguite  da  Carlo  Maratta,  la  statua  del  santo  è opera  del  Papa- 
leo,  siciliano;  ed  in  quanto  ai  due  quadri  laterali,  quello  a destra 
fu  dipinto  dal  Passeri,  quello  a sinistra  dal  Ghezzi.  L’altar  mag- 
giore è ornato  di  quattro  preziose  colonne  di  verde  antico,  e vi 
si  osserva  un  affresco  d’Innocenzo  Tacconi,  scolare  dei  Caraeci. 
Sopra  le  tre  porte  della  chiesa  scorgonsi  tre  quadri  di  Antonio 
Caracci. 

Dalla  chiesa  si  scende  nelle  sottostanti  catacombe,  conosciute 
col  nome  del  santo  titolare  della  basilica.  Al  primo  ingresso  di 
queste  grotte  si  trova  una  cappella  in  cui  osservasi  un  bel  busto 
in  marmo  di  s.  Sebastiano,  scolpito  dal  Bernini,  e sotto  l’altare 
è un’urna  che  racchiude  il  corpo  di  s. Lucina.  I corridoi  di  que- 
ste catacombe,  le  quali  hanno  pochissima  estensione,  non  pre- 
sentano nè  pitture  nè  cappelle:  esse  poi  sono  aderenti  a quelle 
di  s.  Callisto,  le  quali  hanno  l’ingresso  sulla  via  Appia,  già  da 
noi  percorsa,  e si  trovano  mezzo  miglio  circa  prima  di  giungere 
alla  basilica  in  cui  siamo . 


15** 


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346 


Sesta  Giornata. 

CATACOMBE  DI  S.  CALLISTO. 


Queste  catacombe  furono  scavate,  del  pari  che  tutte  le  altre, 
da’  cristiani  de’  primi  secoli,  i quali  al  tempo  delle  persecuzioni, 
vi  si  ritiravano  per  attendere  all’esercizio  della  religione,  ed  ivi 
seppellivano  i loro  morti,  ed  in  ispecie  martiri.  Essi  deponevano 
i cadaveri  dei  seguaci  della  fede  di  Cristo,  entro  loculi  scavati  a 
tal  uopo  nelle  pareti  di  lunghi  e tortuosi  corridoi,  i quali  sono  a 
due  o a tre  piani,  uno  soprapposto  all’altro;  e questi  loculi veni- 
vano chiusi  ordinariamente  con  tegole,  e talvolta  con  lastre  di 
marmo.  Sopra  tali  coperture  usavano  disegnare,  o incidere  il 
nome  del  defunto,  e l’epoca  del  martirio,  se  aveva  dato  la  vita 
per  la  fede,  aggiungendovi  emblemi  sacri,  e sovente  simbolici 
della  religione.  Nell’interno  poi  delle  tombe  dei  martiri,  trovan- 
si  spesso,  presso  il  cadavere,  gli  strumenti  del  martirio  e ram- 
polla del  sangue  raccolto. 

Tutte  le  catacombe,  anche  dopo  le  persecuzioni,  rimasero  in 
grande  venerazione,  e molti  cristiani  desiderarono  che  le  loro 
ceneri  fossero  deposte  presso  i sepolcri  de’  martiri.  Queste  im- 
mense latomie,  nelle  quali  il  troppo  inoltrarsi  sarebbe  pericolo- 
so, presero  il  nome  di  catacombe,  e più  propriamente  di  coeme- 
terium,  quasi  dormitorium,  poiché  ivi  nel  sonno  della  pace  dor- 
mono tanti  prodi  sostenitori  della  fede  cristiana.  Sono  queste  le 
catacombe  più  vaste  di  tutte  le  altre,  e gli  autori  ecclesiastici 
narrano,  che  in  esse  furono  sepolti  14  papi,  e circa  170  mila 
cristiani. 

Alquanti  dotti  scrissero  sulle  catacombe,  fra’  quali  negli  ul- 
timi secoli  si  distinsero  Antonio  Bosio,  Paolo  Arringhi  ecc.;  ed 
ai  nostri  giorni  il  p.  Marchi  gesuita,  ed  ilcav.  Gio.  Battista  De 
Rossi.  Questi  cemeteri  sono  sotto  la  particolare  cura  della  Com- 
missione di  archeologia  sacra.  Alla  medesima  spetta  ordinare  e 
regolare  gli  scavi  pel  ritrovamento  de’ corpi  santi.  Non  tutti  i cor- 
pi che  quivi  rinvengonsi  sono  reputati  di  martiri,  ma  quelli  sol- 
tanto che  hanno  contrasegni  sufficienti  a denotare  la  certezza 
del  sofferto  martirio.  A quelli  che  trovansi  col  segno  del  marti- 
rio, ma  anonimi,  viene  imposto  un  nome  tolto  da  un  epiteto 
proprio  di  qualche  cristiana  virtù.  — Incamminandosi  per  la 
strada  che  si  apre  a lato  della  basilica  di  s.  Sebastiano,  6Ì  giun- 
ge, dopo  due  miglia,  alla 


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Basilica  di  s.  Paolo. 

BASILICA  DI  8.  PAOLO. 


347 


Si  crede  che  il  gran  Costantino  facesse  erigere  questa  chiesa 
in  un  tenimento  di  Lucina,  matrona  romana,  perchè  in  questo 
luogo  esisteva  un  antico  cimiterio  ove  era  stato  sepolto  l’aposto- 
lo s.  Paolo.  Nel  386,  gl’imperatori  V alentiniano  II,  Teodosio, 
ed  Arcadio  impresero  a riedificare  questa  basilica  in  proporzioni 
assai  più  vaste,  e fu  compiuta  da  Onorio  loro  successore,  con- 
forme ne  fanno  testimonianza  i versi  scritti  in  musaico  superior- 
mente all’arco  di  Placidia,  dal  canto  della  nave  grande.  In  pro- 
cesso di  tempo  molti  pontefici  la  ristaurarono  e l’ abbellirono. 
Negli  ultimi  tempi,  e particolarmente  sotto  il  pontificato  di  Pio 
VII,  sì  spese  non  poco  per  ristorarne  i tetti  e per  praticarvi  al- 
tre riparazioni;  allorquando  nella  notte  del  15  al  16  luglio  1823 
si  appiccò  il  fuoco  alle  travi  del  tetto,  che  in  poco  d’ora  crollò, 
e la  massima  parte  della  basilica,  specialmente  la  nave  maggio- 
re, la  nave  traversa  e le  porte  rimasero  affatto  distrutto  dall’in- 
cendio. In  si  fatta  guisa,  l’opera  di  parecchi  secoli,  la  basilica  più 
antica,  non  solo  di  Roma,  ma  dell’intera  cristianità,  ebbe  fine. 

Stato  antico.  — Questa  basilica  eraunadelle  quattro  che  aves- 
se la  porta  santa.  Il  prospetto  principale  aveva  un  portico  eretto 
da  Benedetto  XIII  coi  disegni  di  Antonio  Canevari  e veniva  sor- 
retto da  12  colonne  di  marmi  differenti  (1).  La  superior  parte  di 
esso  prospetto  si  vedeva  decorato  con  musaici  disegnati  ed  ese- 
guiti da  Pietro  Cavallini,  romano,  sul  principiare  del  secolo 
XIV,  per  ordine  del  pontefice  Giovanni  XXII.  La  gran  porta  di 
mezzo  era  di  bronzo,  ed  era  stata  eseguita  in  Costantinopoli  nel 
1070,  a spese  di  Pantaleone  Castelli,  console  romano.  Essadivi- 
devasi  in  iscompartimenti,  nei  quali  erano  state  incise  alquante 
figure  di  santi  profeti,  gli  apostoli,  e parecchi  fatti  del  nuovo 
testamento. 

La  più  cospicua  decorazione  di  questa  basilica  consisteva  in 
80  colonne  che  dividevano  il  corpo  della  chiesa  in  cinque  nava- 
te. La  nave  di  mezzo  ne  aveva  40,  20  per  lato,  perite  pressoché 
tutte  nell’incendio.  Nel  novero  di  esse  eranvene  24  più  delle  altre 
preziose,  in  marmo  paonazzetto.  Si  ritenne  da  taluni  che  fossero 
state  prese  dal  mausoleo  di  Adriano,  ma  verosimilmente  appar- 
tennero alla  basilica  Emilia  nel  Foro  Romano.  Queste  colonne, 

(1)  Innanzi  al  medesimo  prospetto  esisteva  anticamente  una  vasta  corte  quadra, 
che  Adriano  I fece  lastricare  di  marmo,  ed  un  magnifico  portico,  sorretto  da  grosse 
colonne,  giravagli  all’intorno.  La  basilica  aveva  anche  un  altro  portico  che  prolunga- 
vasi  sino  allaporta  s.  Paolo,  e del  quale  si  conservarono  le  tracce  sino  al  X secolo. 


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348 


Sesta  Giornata. 


d’ordine  corintio,  scanalate  per  due  terzi,  avevano  11  met.  e 36 
c.  di  altezza  compresa  la  base  ed  il  capitello,  e 3 met.  e 54  c. 
di  circonferenza.  Le  altre  16  colonne  erano  di  marmo  pario,  con- 
forme alle  40  delle  navi  minori,  le  quali  avevano  9 met.  e 30  c. 
di  altezza  su  2 met.  e 99  c.  di  circonferenza.  Due  sterminate  co- 
lonne ioniche  di  marmo  salino  sostenevano  l'arco  di  Placidia, 
che  tuttora  dà  adito  dalla  gran  nave  di  mezzo  a quella  traversa. 
Siffatte  colonne,  che  erano  alte  13  met.  e 80  c.,  ed  avevano  4 
met.  e 82  c.  di  circonferenza,  furono  spaccate  dal  fuoco. 

Il  pavimento  della  nave  maggiore  era  composto  di  frammen- 
ti di  marmo,  aventi  delle  iscrizioni.  Le  pareti  si  vedevano  deco- 
rate con  pitture  esprimenti  alquanti  fatti  dell’antico  e del  nuovo 
testamento,  ed  il  d’Angincourt  crede  che  fossero  state  eseguite 
nel  secolo  XI.  Per  di  sotto  a tali  pitture  si  scorgeva  la  serie  dei 
ritratti  dei  romani  pontefici,  incominciata  da  s. Leone  il  Grande, 
che  portolla  sino  a lui,  continuata,  nel  498,  das.  Simmaco  papa, 
e posteriormente  da  Benedetto  XIV,  il  quale  ordinò  pure  il  re- 
stauro dell'intera  cronologia,  in  seguito  proseguita  fino  a Pio 
VII,  e comprendeva  253  ritratti.  Sul  grande  arco,  detto  di  Pla- 
cidia, di  faccia  all’ingresso,  esisteva  il  musaico  che  in  oggi  ab- 
bellisce l’arco  stesso,  sebbene  nuovamente  costruito.  Un  ampio 
tetto  copriva  questa  grande  navata,  e singolari  ne  erano  le  in- 
cavallature a causa  della  straordinaria  lunghezza  delle  travi  di 
abete  di  cui  si  componevano.  Le  navi  minori  non  avevano  altari 
nè  alcuna  decorazione,  ed  il  pavimento,  nella  massima  parte,  era 
di  mattoni,  e nel  resto  somigliava  a quello  della  nave  grande. 

Per  cinque  gradini  si  ascendeva  alla  nave  di  crocera,  divisa  in 
due  da  otto  grosse  colonne,  una  di  cipollino  e sette  di  granito, 
alte  9 met.  e 63  c. , ed  aventi  3 met.  e 54  c.  di  circonferenza. 
Due  di  queste  ultime  sorreggevano  il  grand’  arco  che  aprivasi 
incontro  a quello  di  Placidia,  e le  altre  sei,  tre  per  lato,  soste- 
nevano il  muro  divisorio.  Quasi  tutto  il  pavimento  della  crocera 
veniva  formato  di  mattoni,  ed  il  suo  soffitto  era  stato  fatto  co- 
struire da  Sisto  V,  nel  1587.  Nel  centro  della  nave  prossima  al 
corpo  della  chiesa,  sorgeva  l’altar  papale,  di  cui  si  parlerà  in  se- 
guito. In  ciascuna  delle  due  estremità  della  crocera  eranvi  due 
altari,  ed  i quadri  di  essi,  tutti  fiancheggiati  da  quattro  belle  co- 
lonne di  porfido,  rappresentavano:  la  conversione  di  s.  Paolo,  il 
martirio  di  s.  Stefano,  l’Assunta,  e s.  Benedetto.  Nella  tribuna 
sorgeva  l’altar  maggiore,  eretto  coi  disegni  d’Onorio  Longhi,  e 
decorato  con  quattro  colonne  di  porfido:  su  di  esso  scorgevasi 
un  quadro  di  Ludovico  Civoli,  rappresentatovi  il  seppellimento 


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Basilica  di  s.  Paolo.  349 

di  s.  Paolo.  Dai  lati  poi  della  tribuna  eranvi  due  cappelle  che 
tuttora  sussistono. 

La  lunghezza  di  questa  basilica,  dalla  porta  grande  al  fondo 
della  tribuna,  ascendeva  a met.  124  e 65  centimetri.  Io  cinque 
navate  erano  lunghe  89  met.  e 23  c.,  e la  totale  larghezza  am- 
montava a 64  met.  e 65  centimetri.  La  navata  grande  aveva  in 
larghezza  23  met.  e 80  c.,  e met.  34  di  altezza.  La  nave  di  cro- 
cera  era  lunga  "0  met.  e 52  c.,  larga  met.  24,  alta  26  met.  e 63 
centimetri. 

Accennammo  già  che  questa  basilica  fu  preda  del  fuoco  nel 
luglio  1823;  e questo  sinistro  avvenimento  ebbe  luogo  negli  ul- 
timi giorni  di  vita  di  Pio  'V  II,  cosicché  se  ne  morì  senza  cono- 
scerlo. Leone  XII  suo  successore  volse  ogni  sua  cura,  affinchè 
la  basilica  Ostiense  risorgesse  dalle  sue  ceneri,  maestosa  e de- 
gna del  romano  splendore.  Egli  pertanto  indirizzò  un’enciclica 
a tutti  i vescovi  dell’orbe  cattolico,  invitandoli  a raccogliere  e 
mandare  in  Roma  le  offerte  de’  fedeli  per  l’erezione  del  novello 
tempio.  L’invito  del  pontefice  produsse  i desiderati  effetti,  ed  i 
doni  de’  fedeli,  uniti  alle  somme  considerevoli  assegnate  sull’e- 
rario pubblico,  incoraggirono  il  santo  padre  a riedificare  la  ba- 
silica con  maggior  munificenza  che  non  s’era  prefisso.  Quindi 
seguendo  il  parere  dell’insigne  accademia  romana,  denominata 
di  s.  Luca,  ed  il  desiderio  degli  eruditi,  comandò,  con  un  breve 
del  18  settembre  1825,  la  riedificazione  della  basilica,  nelle  di- 
mensioni e nella  forma  stessa  che  aveva  prima  dell’incendio. 
Tuttavia  nella  esecuzione,  fu  in  parte  derogato  a tali  prescrizio- 
ni, allo  scopo  di  rendere  il  novello  tempio  più  sontuoso  e mira- 
bile dell’antico. 

L’eseguimento  dell’opera  venne  affidato  agli  architetti  Pietro 
Bosio,  Pietro  Camporese,  e Pasquale  Belli,  come  direttore.  Mor- 
to poi  il  Belli,  nel  1833,  fu  nominato  architetto  direttore  il  com- 
mend.  Luigi  Poletti,  talché  si  può  dire  che  l’intera  architettura 
del  nuovo  edilizio  ad  esso  appartenga. 

Stato  attuale.  — La  nuova  basilica  ha  dal  lato  d’oriente  una 
facciata  con  innanzi  un  portico  sorretto  da  12  colonne  di  marmo 
greco  venato  ; e nella  parte  posteriore,  ossia  dietro  la  sua  tribu- 
na, ammirasi  il  sorprendente  campanile,  che,  tutto  in  traverti- 
ni, ed  in  gigantesche  proporzioni,  venne  eretto  coi  disegni  del 
citato  Poletti.  Dal  lato  poi  incontro  a settentrione,  rimane  il 
prospetto  principale  della  basilica,  il  quale,  nella  parte  superio- 
re, va  ad  essere  decorato  con  pitture  in  musaico,  eseguite  sugli 
originali  ad  olio,  condotti  dall’artista  Niccola  Consoni,  romano. 


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350 


Sesta  Giornata. 


In  siffatte  pitture,  che  fra  poco  saranno  condotte  a termina,  si 
vedranno  rappresentati,  il  Divin  Redentore,  i principi  degli  a- 
postoli,  ed  i profeti  Isaia,  Geremia,  Ezechiele  e Daniele,  signi- 
ficando in  tal  modo  rincrollabile  edilìzio  della  Chiesa  innalzato 
sopra  le  fondamenta  degli  apostoli  e de’  profeti.  Il  prospetto  stes- 
so (1)  ha  sette  porte,  tre  rispondenti  nella  navata  grande,  le  al- 
tre nelle  quattro  navi  minori  laterali;  ma  per  ora  non  si  può  en- 
trare nella  chiesa  se  non  che  dall’ingresso  che  apresi  nel  lato  di 
oriente,  il  quale  mette  nella  navata  traversa,  e da  essa  appunto 
incominceremo  la  descrizione  dell’interno  del  sacro  tempio. 

Questa  stupenda  ed  ampia  navata,  fu  riedificata  sull’area  stes- 
sa di  quella  antica,  ma  con  disegno  affatto  diverso.  Le  pareti 
sono  incrostate,  fino  al  cornicione,  di  marmo  di  Carrara,  e di 
rari  marmi  di  differenti  colori;  il  cornicione  poi  è costruito  in 
marmo  bianco  con  fregio  di  paonazzetto.  Esso  cornicione  viene 
sorretto  da  un  ordine  di  24  pilastri  corintii  scanalati,  formati 
cogli  avanzi  delle  colonne  di  paonazzetto  che  esistevano  nell’an- 
tica basilica,  ed  hanno  le  basi  ed  i capitelli  di  marmo  bianco.  In 
ciascuna  delle  due  testate  di  questa  nave  traversa  scorgesi  un 
altare  fiancheggiato  da  quattro  grosse  colonne  corintie,  formate 
pure  cogli  avanzi  suddetti,  le  quali  aggettano  dalle  pareti  per 
due  terzi  del  loro  diametro.-  Queste  colonne  sorreggono  il  pro- 
seguimento del  cornicione  che  gira  attorno  alla  nave;  il  quale, 
là  dove  ricorre  sopra  di  esse,  aggetta  maggiormente  dalle  pa- 
reti, e va  ricco  di  belli  ornati.  Superiormente  al  cornicione  sor- 
ge un  ordine  di  pilastri  compositi,  costruito  in  opera  muraria  e 
colorito  ad  imitazione  di  marmo  bianco  venato.  Frammezzo  a 
questi  pilastri  si  aprono  14  grandi  finestre  arcuate  con  vetri  a 
colori,  simili  a quelli  delle  finestre  nella  navata  grande,  e vi  si 
osservano  altrettanti  dipinti  a fresco,  condotti  dai  migliori  arte- 
fici della  capitale,  per  ordine  ed  a proprie  spese  del  sommo  pon- 
tefice Pio  IX,  al  pari  degli  altri  che  osserveremo  nelle  pareti  la- 
terali della  nave  maggiore;  e tutti  questi  affreschi,  in  numero  di 
36,  esprimono  fatti  cronologicamente  presi  dalla  vita  di  s.  Paolo. 

Facendoci  ora  ad  accennare  quelli  di  essi  affreschi  i quali  si 
osservano  nelle  pareti  della  nave  in  cui  siamo,  ragion. vuole  che 
s’ incominci  il  giro  dal  lato  ove  sono  le  cappelle  del  coro  e di 
s.  Benedetto,  le  quali  rimangono  a destra  di  chi  osserva  la  tri- 


(1)  Innanzi  a questo  prospetto  si  deve  edificare  un  grandioso  quadriportico  con 
colonne,  ad  imitazione  di  quello  che  vi  esisteva  anticamente;  e forse  anche  prima  che 
veda  la  luce  la  presente  e dizione  di  questo  nostro  Itinerario,  si  vedrà  innalzato  il 
braccio  inerente  al  prospetto  stesso.  , . 


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Basilica  di  s.  Paolo. 


&")1 

btina.  — 1°  affresco.  S.  Paolo  che  assiste  al  martirio  di  s.  Ste- 
fano. — 2°.  Conversione  di  s.  Paolo:  l’uno  e l’altro  del  cav. Pie- 
tro Gagliardi  (1).  — 3°.  S.  Paolo  visitato  da  Anania.  — 4°.  Ana- 
nia che  rende  la  vista  a s.  Paolo  e lo  battezza  : ambedue  ese- 
guiti dal  cav.  Francesco  Podesti. — 5°.  S.  Paolo  predicante  nelle 
sinagoghe.  — 6°.  Il  santo  calato  dalle  mura  di  Damasco  per 
opera  de’ suoi  discepoli:  tutti  due  di  Guglielmo  De-Sanctis.  — 
7°.  S.  Barnaba  che  presenta  s.  Paolo  agli  apostoli  (2).  — 8°.  La 
guarigione  del  padre  di  Publio,  allora  principe  di  Malta,  operata 
dal  santo:  ambedue  di  Niccola  Consoni.  — 9°.  L’incontro  dei 
fratelli  Romani  col  s.  apostolo  sulla  via  Appia.  — 10°.  San 
Paolo  predicante  la  fede  nella  sua  casa  in  Roma:  l’uno  e l’altro 
di  Carlo  Gavardini.  — 11°.  Il  santo  apostolo  rapito  al  terzo  cielo. 

— 12°.  Il  battesimo  dei  ss.  Processo  e Martiniano , custodi  del 
carcere  Mamertino:  opere  del  cav.  Francesco  Coghetti.  — 13°. 
S.  Paolo  che  abbraccia  s.  Pietro,  andando  ad  essere  martirizzati. 

— 14°.  Il  martirio  di  s.  Paolo:  ambedue  di  Filippo  Balbi. 

Inferiormente  agli  accennati  affreschi,  cioè  nel  basamento  del 

second’  ordine  architettonico,  si  scorgono  74  ritratti  in  musaico 
dei  papi  che,  da  s.  Pietro,  si  vennero  succedendo  fino  a Giovan- 
ni IV . I pilastri  poi  dell’  ordine  stesso  sorreggono  una  cornice 
terminata  da  mensole  sostenenti  il  soffitto,  diviso  in  cassettoni 
ricchi  di  ornati  messi  ad  oro;  e fra  questi  si  vedono  gli  stemmi 
di  Pio  VII  e quelli  de’  suoi  successori,  fino  a Gregorio  XVI,  da 
cui  questa  nave  traversa  venne  consacrata,  assieme  all’ aitar 
maggiore,  il  giorno  3 di  ottobre  1840. 

In  ciascuna  delle  due  testate  della  nave  in  discorso,  conforme 
fu  detto  di  sopra,  avvi  un  altare.  Questi  due  magnifici  altari, 
adorni  di  eleganti  metalli  dorati,  sono  incrostati  di  preziose  ma- 
lachite, le  quali,  da  Niccolò  I,  imperatore  delle  Russie,  furono 
inviate  in  dono  alla  santa  Sede,  nel  pontificato  di  Gregorio  XVI. 
Sopra  l’ altare  della  testata  orientale  si  osserva  un  quadro  rap- 
presentante la  conversione  di  s.  Paolo,  opera  del  Camuccini.  Le 
due  statue  semicolossali,  entro  le  nicchie  laterali,  rappresentano 


(1)  Per  di  sopra  a ciascuno  degli  affreschi,  si  veggono  due  putti  alati,  condotti 
pure  a fresco  dallo  stesso  artefice  che  eseguiva  il  quadro  sottostante,  i quali  ten- 
gono una  cartella,  in  cui  è scritto  un  motto  allusivo  al  soggetto  espresso  nel  di- 
pinto a cui  sta  sopra. 

(2)  Qui  si  noti,  che  siccome  1’  ordine  cronologico  dei  soggetti  dei  trentasci  affre- 
schi prosegue  nella  nave  grande;  cosi  essa  contiene,  come  vedremo,  quanto  a crono- 
logia. dall' ottavo  a tutto  il  ventesimonono  dipinto,  ripigliando  poscia  il  suo  corso, 
sino  alla  fine,  nell' altro  lato  della  nave  traversa,  che  ora  siamo  per  osservare. 


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352  Sesta  Giornata. 

s.  Gregorio  Magno,  lavoro  del  Laboureur,  e s.  Romualdo,  ese- 
guito dallo  Stocchi.  Il  quadro  sull’  altare  della  testata  occiden- 
tale, condotto  dal  cav.  Filippo  Agricola,  ha  per  soggetto  l’ as- 
sunzione di  Maria  Vergine:  delle  due  statue  nelle  nicchie  dai 
lati,  il  s.  Benedetto,  è del  Gnaccarini,  e la  s.  Scolastica,  del  Baini. 
Al  dipinto  dell’  Agricola  verrà  sostituito  il  gran  quadro  in  mu- 
saico, che  si  sta  lavorando  nel  rinomato  studio  dei  musaici,  esi- 
stente nel  Vaticano.  In  questo  quadro  si  vedrà  riprodotta,  in  più 
grandi  proporzioni,  la  coronazione  della  Madonna,  colorita  da 
Giulio  Romano  e da  Francesco  Penni  sul  cartone  di  Raffaello: 
pittura  classica,  che  ammirasi  nella  pinacoteca  Vaticana. 

Nel  mezzo  di  questa  navata  si  osserva  l’antico  altare  papale 
della  confessione,  eretto  nel  1280,  e ristorato  dai  guasti  sofferti 
nell’  incendio  della  basilica.  Esso  altare  ha  quattro  colonne  di 
bel  porfido  sorreggenti  un  baldacchino  di  architettura  gotica, 
foggiato  a guisa  di  piramide.  Sotto  quest’  altare  si  custodisce  la 
metà  dei  corpi  dei  ss.  apostoli  Pietro  e Paolo,  l’ altra  metà  essen- 
do nella  basilica  Vaticana,  e le  teste  in  quella  di  s.  Giovanni  in 
Laterano.  Per  di  sopra  all’istesso  altare  papale  fu  innalzato,  con 
disegno  del  Poletti,  un  baldacchino  retto  da  quattro  assai  pre- 
giate colonne  di  alabastro  orientale  (1);  e mediante  quest’ulteriore 
ornamento,  formato  di  preziosi  marmi  e di  metalli  dorati,  l’al- 
tare papale  acquistò  un  aspetto  nobile  e grandioso  corrispon- 
dente alla  magnificenza  del  nuovo  tempio. 

A corna  evangelii  del  descritto  altare  osservasi  il  marmoreo 
candelabro  dell’  epoca  primitiva  cristiana,  già  esistente  nell’  an- 
tica basilica,  e destinato  a reggere  il  cereo  pasquale.  Questo 
pregevole  monumento  per  la  storia  delle  arti,  rimonta  al  secolo 
XII,  ed  è foggiato  a guisa  di  colonna.  Esso  è abbellito  di  scul- 
ture dal  piede  alla  cima,  e conta  4 metri  di  altezza,  non  compreso 
il  moderno  basamento.  Le  sculture  che  ne  adornano  il  fusto  sono 
divise  in  cinque  sezioni:  nelle  tre  di  mezzo  si  vede  rappresen- 
tata la  storia  del  Redentore,  dal  momento  che  viene  condotto  in 
casa  di  Anna,  fino  alla  sua  risurrezione;  le  altre  due  sezioni  sono 
scolpito  ad  arabeschi  sparsi  di  animali  e frutta. 

Innanzi  al  detto  altare,  dal  lato  della  nave  maggiore,  si  apre 
il  novello  sotterraneo,  al  quale  si  scende  per  una  bella  scala  di 
marmo.  Esso  è interamente  incrostato  di  finissimi  marmi,  così 

(1)  I prandi  massi  coi  quali  si  fecero  queste  colonne,  come  pure  le  altre  due,  erette 
ai  lati  della  porta  principale  della  basilica,  vennero  donati  alla  santa  Sede,  sotto  il 
pontificato  di  Gregorio  XVI,  da  Mehemed-All,  viceré  di  Egitto,  affinchè  di  essi  si 
facesse  uso  nella  decorazione  di  quella  basilica. 


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Basilica  di  s.  Paolo. 


353 


richiedendo  l’arte  e la  santità  del  luogo,  venerato  specialmente 
pel  corpo  di  s.  Timoteo  martire,  chiuso  con  altre  reliquie  di  mar- 
tiri nell’altare  ivi  eretto. 

Incontro  all’  altare  papale  esiste,  nella  nave  traversa,  l’ antica 
tribuna  in  gran  parte  rinnovata,  alla  quale  si  ascende  per  due 
gradini  di  raro  granito  rosso  orientale.  Anche  in  essa  tribuna 
prosegue  lo  stesso  ordine  architettonico  della  navata,  e non  solo 
lo  somiglia  nelle  proporzioni,  ma  anche  nella  specie  dei  marmi. 
Sei  pilastri  aggettano  dalle  pareti  laterali,  e fra  questi  esistono 
altrettante  grandi  tavole  di  marmo  nelle  quali  sono  incisi  i no- 
mi di  tutti  i cardinali,  patriarchi,  arcivescovi  e vescovi  che  si 
trovarono  presenti  alla  consacrazione  di  questa  basilica.  La  par- 
te centrale  è decorata  di  quattro  colonne  coi  loro  contropilastri; 
ed  il  cornicione,  nella  parte  che  sovr’esse  ricorre,  è ricco  di  or- 
nati messi  ad  oro.  In  mezzo  alle  dette  colonne  sorge,  su  cinque 
gradini,  il  seggio  pontificale  tutto  di  marmo  bianco  con  ornati 
e bassorilievi  dorati,  e superiormente  si  osserva  un  bel  quadro 
del  Camuccini,  esprimente  s. Paolo  portato  in  cielo  dagli  angeli. 
La  volta  e la  facciata  della  tribuna  sono  abbellite  cogli  antichi 
musaici,  condotti  circa  il  1220,  sotto  papa  Onorio  III,  i quali 
però  vennero  risarciti  dai  guasti  cagionativi  dal  fuoco.  Il  pavi- 
mento di  questa  tribuna  è composto  di  assai  pregiati  marmi. 

Di  prospetto  alla  descritta  tribuna  si  apre  l’arco  di  Placidia, 
sulla  faccia  del  quale  si  osservano  dei  nuovi  musaici  rappresen- 
tanti i soggetti  stessi  che  vi  si  vedevano  in  passato  condotti 
egualmente  in  musaico. 

<Ai  lati  della  tribuna  sono  quattro  cappelle.  Di  esse,  quella 
più  vicina  all’altare  della  conversione  di  s.  Paolo,  è sacra  a s.  Ste- 
fano, e venne  eretta  con  architetture  del  ricordato  Poletti,  il 
quale  decoravala  con  un  ordine  di  pilastri  corintii  di  granito 
rosso  orientale,  aventi  le  basi  ed  i capitelli  di  marmo  bianco:  i 
detti  pilastri  si  elevano  sopra  un  grande  imbasamento  e sorreg- 
gono il  cornicione  pure  di  marmo  bianco  col  fregio  di  granito 
rosso;  la  volta  rimane  abbellita  da  uno  scomparto  di  cassettoni 
con  ornati  messi  ad  oro,  e le  pareti,  del  pari  che  il  pavimento, 
veggonsi  ricoperte  di  fini  marmi.  Ai  canti  dell’  altare  sono  due 
superbe  colonne  di  porfido,  il  palliotto  è dello  stesso  marmo.  La 
statua  del  Santo  che  vi  si  ammira  di  sopra  fu  scolpita  da  Rinal- 
do Rinaldi , con  molta  semplicità , e con  assai  nobile  e naturale 
espressione.  Dei  due  belli  quadri  laterali,  quello  a sinistra  è la- 
voro di  Francesco  Coghetti,  che  vi  espresse  s.  Stefano  condotto 
al  cospetto  del  Sinedrio;  l’ altro  fu  eseguito  da  Francesco  Pode- 
sti,  e rappresenta  il  martirio  del  Santo. 


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354 


Sesta  Giornata. 


La  seconda  è l’antica  cappella  dedicata  al  Crocefisso,  la  cui 
immagine  venne  scolpita  in  legno  dal  Cavallini,  e si  crede  par- 
lasse a s.  Brigida  ; una  statuina  della  quale,  sculta  in  marmo  da 
Carlo  Maderno,  si  vede  entro  una  nicchia.  Questa  cappella  ha 
un  ordine  di  pilastri  corintii  scanalati  di  marmo  bianco,  fra  i 
quali  s’aprono  otto  nicchie.  Le  pareti  sono  per  intero  incrostate 
di  marmi  colorati,  come  pure  il  pavimento:  la  volta  è abbellita 
da  alcuni  angeli  dipinti  di  chiaroscuro  entro  diversi  scomparti 
col  fondo  messo  a oro.  L’altare  è formato  da  una  bellissima 
urna  antica  di  granito  rosso  orientale. 

La  terza  cappella,  ossia  l’ antico  coro,  fu  architettata  dal  sud« 
detto  Maderno.  Anastasio  Fontebuoni,  fiorentino,  dipinsene  la 
volta,  e Giuseppe  Ghezzi  condusse  le  pitture  delle  pareti.  Sopra 
l’altare,  ornato  di  due  colonne  di  porfido,  si  vede  un  superbo 
quadro  del  surricordato  Cogbetti,  rappresentatovi  il  martino  di 
s.  Lorenzo:  il  pavimento  venne  rifatto  a nuovo  con  marmi  scelti. 

L’ultima  cappella,  sacra  a s. Benedetto,  fu  eretta  coi  disegni 
del  Poletti,  che  la  decorò  con  un  ordine  di  piccole  colonne  iso- 
late, sei  per  ogni  parte,  le  quali  sorgono  su  d’un  solido  imbasa- 
mento di  granito,  e sorreggono  la  volta  scompartita  in  casset- 
toni con  ornati  di  stucco  dorato.  Le  suddette  colonne  proven- 
gono dall’antico  Veio,  sono  di  marmo  bigio  con  basi  e capitelli 
di  marmo  bianco,  ed  hanno  i loro  contropilastri  simili.  L’altare, 
costrutto  per  intero  con  iscelti  marini  colorati,  ha  per  di  sopra 
la  statua  del  santo,  scolpita  dal  Tenerani,  ed  il  pavimento  della 
cappella  è di  marmo  bianco  e bardiglio. 

Prima  di  uscire  da  questa  navata,  il  cui  pavimento  è un  ar- 
monioso composto  di  marmo  bianco  frammisto  con  iscelti  marmi 
colorati,  ricorderemo  la  simbolica  acquasantiera,  scolpita  dal 
cav.  Pietro  Galli,  il  quale,  mediante  le  due  figure  sostenenti  la 
conca,  significò,  con  nobile  concetto,  quanta  potenza  abbia  l’ac- 
qua benedetta  contro  il  comune  nemico,  per  virtù  della  fede. 

Dirigendosi  quindi  verso  la  grande  navata  di  mezzo,  in  cui  si 
scende  per  tre  marmorei  gradini,  anche  prima  di  porvi  il  piede, 
si  rimane  sopraffatti  di  ammirazione  scoprendo  al  primo  sguardo 
l’immensità,  la  magnificenza  e l’armonia  architettonica  e deco- 
rativa dell’intero  corpo  della  basilica,  il  quale  rimane  diviso  in 
cinque  navate  da  80  pregiate  colonne  corintie  di  granito  del 
Bempione,  con  basi  e capitelli  di  marmo  bianco.  Le  navate  poi 
sono  coperte  con  sontuosi  soffitti;  ed  il  superbo  pavimento,  si- 
mile a quello  della  navata  di  crocera,  ne  accresce  lo  splendore. 
Quaranta  delle  suddette  colonne,  sono  le  più  grandi,  fianclieg- 


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Basilica  di  s.  Paolo. 


355 


giano  la  nave  di  mezzo,  20  per  lato:  le  altre  40,  di  minor  dimen- 
sione, servono  a dividere  le  quattro  navi  laterali.  Sopra  le  40 
colonne  della  navata  grande  gironsi  gli  archi  sostenenti  le  pa- 
reti, che  s’ innalzano  superiormente  al  cornicione,  costruito  in 
marmo  venato,  del  pari  che  gli  archi  stessi . 

La  decorazione  di  esse  pareti  è in  tutto  simile  a quella  dell’or- 
dine superiore  della  navata  di  crocera.  Fra  i pilastri  compositi, 
che  ne  costituiscono  l’ordine  architettonico,  si  aprono  20  fine- 
stre arcuate,  10  per  lato,  succedendosi  alternativamente  cogli 
affreschi  già  indicati,  e di  cui  quantoprima  si  terrà  discorso. 

La  facciata  poi  in  cui  si  apre  il  grande  arco  di  Placidia,  ri- 
mane decorata,  siccome  fu  accennato,  dall’antico  musaico,  il 
quale,  essendo  rimasto  intatto  nell'  incendio  del  1823,  venne  dili- 
gentemente staccato  e,  dopo  la  riedificazione  dell’arco  suddetto, 
rimesso  al  suo  posto.  Esso  rappresenta  il  Salvatore  coi  venti- 
quattro  seniori  dell’  Apocalisse,  gli  apostoli  Pietro  e Paolo,  ed 
i simboli  dei  quattro  Evangelisti.  Questo  musaico  fu  eseguito 
nel  440,  sotto  il  pontificato  di  s.  Leone  il  Gronde,  e si  crede  fa<- 
cessene  la  spesa  Placidia,  figlia  dell’ imperatore  Teodosio. 

Nei  lati  del  detto  arcone,  il  quale  viene  sorretto  da  due  smi- 
surate colonne  di  granito  del  Sempione,  sorgono,  sopra  magni- 
fici piedistalli,  due  belle  statue  colossali,  scolpite  in  marmo 
bianco,  rappresentanti  i principi  degli  apostoli  Pietro  e Paolo; 
il  primo  de'  quali  è opera  d’ Ignazio  Jacometti,  l’altro  fu  model- 
lato da  Salvatore  Revelli,  ed  eseguito  in  marmo  dallo  scolare, 
di  lui,  Gioachino  Doppieri,  dopo  la  morte  del  maestro. 

Passando  ora  ad  osservare  la  continuazione  degli  affreschi 
relativi  alla  vita  di  s.  Paolo,  coloriti  nelle  pareti  laterali  di  que- 
sta navata,  e volendone  seguire  1’  ordine  cronologico,  incomin- 
ceremo  da  quello  prossimo  all’arco  di  Placidia,  e che  rimane  a 
destra  di  chi  osserva  l’arco  stesso.  — Questo  1°  affresco  rap- 
presenta T imposizione  delle  mani  sui  santi  apostoli  Paolo  e Bar- 
naba, nella  chiesa  d’ Antiochia  (1).  — Il  2°,  ha  per  soggetto 
s.  Paolo  avanti  il  proconsole  Sergio  in  Pafo,  nel  punto  in  cui  il 
mago  Elima  rimane  cieco:  ambedue  questi  dipinti  sono  opera  di 
Cesare  Mariani.  — Il  3°,  offreci  s.  Paolo  e s.  Barnaba  che  impe- 
discono al  popolo  di  Listra  di  far  loro  sacrifizio,  lavoro  di  Ce- 
sare Marianicci.  — Il  4°,  dello  stesso  artefice,  figura  s.  Paolo 
trascinato  fuori  di  Listra  dai  Giudei,  credendolo  morto.  — 11  5° 


(1)  Questo  affresco,  come  accennammo  in  nota  alla  pag.  351,  in  ordine  cronolo- 
gico, è l’ottavo. 


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356  Sesta  Giornata. 

affresco  esprime  la  visione  che  ebbe  s.  Paolo  stando  nella  Troa- 
de,  lavoro  di  Luigi  Cochetti,  il  quale  condusse  pure  il  6°  dipinto, 
rappresentandovi  s.  Paolo  che  Ubera  dal  demonio  la  donna  che 
si  teneva  come  indovina.  — Il  7°  affresco,  opera  di  Vincenzo  Mo- 
rani,  figura  Paolo  e Sila,  battuti  colle  verghe  d’ ordine  del  ma- 
gistrato della  città  di  Filippi.  — L’  8°,  eseguito  da  Giuseppe 
Sereni,  offreci  la  liberazione  di  s.  Paolo  e di  Sila  dal  carcere  di 
FiUppi,  e la  conseguente  conversione  alla  fede  cristiana  del  car- 
ceriere e deUa  sua  famigUa. — Il  9°,  rappresenta  s.  Paolo  dispu- 
tante nell’areopago  di  Atene,  opera  di  Gio.  Battista  Pianello. — Il 
10°,  s.  Paolo  alloggiato  in  Corinto,  presso  Aquila  e Priscilla,  di 
Domenico  Toietti.  — L’  11°,  ultimo  affresco  di  questo  lato,  espri- 
me il  santo  apostolo  che  in  Efeso  brucia  i libri  riprovevoh,  la- 
voro di  Casimiro  De  Rossi.  — Il  12°,  ossia  il  primo  dell’opposto 
lato,  rappresenta  s.  Paolo  che  risuscita  Eutico  nella  Troade, 
opera  di  Paolo  Spezia.  — Il  13°,  s.  Paolo  esortante  i seniori  di 
Efeso  a vigilare  sul  governo  della  chiesa,  di  Marcello  Sozzi.  — 
Il  14°,  il  profeta  Acabo,  il  quale  annunzia  in  Cesarea  la  carce- 
razione di  s.  Paolo  che  avrebbe  effetto  in  Gerusalemme,  di  Ro- 
berto Bompiani. — Il  15°,  il  Santo  che  in  Gerusalemme  esponeva 
ai  seniori  i misteri  della  fede,  di  Cesare  Dies.  — Il  16°,  s.  Paolo 
trascinato  fuori  del  tempio  di  Gerusalemme  dal  popolo  conci- 
tatogU  contro,  di  Francesco  Grandi.  — Il  17°,  il  santo  apostolo 
condotto  fra  catene  alla  prigione  negli  accampamenti  vicini  a 
Gerusalemme,  dello  stesso  Grandi.  — Il  18°,  s.  Paolo  che  va 
esente  dalla  tortura  e dai  flagelli,  dichiarandosi  cittadino  romano, 
del  cav.  Natale  Carta.  — Il  19°,  l’apparizione  del  Redentore  a 
s.  Paolo  entro  il  carcere  degh  accampamenti,  di  Domenico  Bar- 
tolini.  — Il  20°,  il  Santo  innanzi  al  preside  di  Cesarea,  Felice, 
dello  stesso  Bartolini.  — Il  21°,  s.  Paolo  che,  assalito  dalla  tem- 
pesta presso  l’isola  di  Candia,  assicura  i compagni  di  viaggio, 
che  sarebbero  salvi,  lavoro  di  Achille  Scaccioni.  — 1122°,  san 
Paolo  che  coi  compagni  approdato  dopo  la  tempesta  in  Malta, 
nel  gittare  dei  sarmenti  sul  fuoco,  una  vipera  gh  si  attorciglia 
alla  mano  senza  nuocergli,  del  medesimo  Scaccioni  (1). 

Al  disotto  degli  affreschi  da  noi  osservati,  e proprio  nell’im- 
basamento  di  dove  elevasi  l’ordine  architettonico,  si  vede  il  pro- 
seguimento dei  ritratti  dei  papi,  condotti  in  musaico,  la  serie 


• (1)  Quest’ affresco,  nella  serie  cronologica,  è il  29°,  dopo  cui  la  serie  continua  e 
rimane  compiuta  nel  corrispondente  lato  della  nave  traversa,  come  si  accennò  in 
nota  alla  pag.  351 . 


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Basilica  di  s.  Paolo. 


357 

de’  quali  rimane  compiuta  sotto  le  navi  propinque.  Il  soffitto  di 
questa  navata  è diviso  anch’esso  in  cassettoni,  ricchi  di  ornati 
messi  ad  oro,  e nel  mezzo  campeggia  lo  stemma  del  pontefide 
Pio  IX,  che,  il  10  dicembre  del  1854,  consacrò  per  intero  la  ba- 
silica in  discorso.  A rendere  compiuta  la  descrizione  di  questa 
immensa  e sontuosa  navata,  accenneremo  la  splendida  decora- 
zione che  adorna  la  porta  di  mezzo.  Essa  rimane  fiancheggiata, 
conforme  si  disse  a suo  luogo,  dalle  due  superbe  colonne  di  a- 
labastro  orientale  con  basi  e capitelli  di  marmo  bianco,  e coi  lo- 
ro contropilastri  in  tutto  simib.  Le  dette  colonne  sostengono  un 
magnifico  architrave  con  sua  cornice,  avente  al  disopra  l’arme 
del  pontefice  Pio  IX,  retta  da  due  genii  alati,  dei  quali,  quello 
a destra  de’  riguardanti,  fu  scolpito  dal  Jacometti,  l’altro  dal 
Revelli. 

Passando  finalmente  nelle  navi  laterali,  in  esse  si  rende  so- 
prattutto rimarchevole  la  decorazione  delle  due  navi  estreme, 
ciascuna  delle  quali  va  adorna  di  22  pilastri  di  bel  cipollino,  i qua- 
li corrispondono  in  prospetto  alle  colonne  di  granito  del  Sem- 
pione  che  le  dividono  dalle  altre  due  navi  minori.  I detti  pilastri, 
che,  del  pari  alle  colonne,  hanno  basi  e capitelli  d’ordine  corin- 
tio in  marmo  bianco,  risaltano  mirabilmente  sulle  pareti  rivesti- 
te di  ricchi  e svariati  marmi,  e sostengono  gli  archi  fra’  quali 
si  scorgono  alternativamente  una  nicchia  ed  una  finestra,  quelle 
e queste  di  forma  arcuata. 

Le  dette  finestre,  in  numero  di  20,  hanno  cristalli,  dipinti  a 
smalto  dall’abile  artista  Antonio  Moroni  di  Ravenna,  e vi  figu- 
rano i dodici  apostoli,  quattro  principali  dottori  della  chiesa  la- 
tina, e quattro  della  chiesa  greca.  Gli  apostoli  furono  ritratti  da 
quelli  dipinti  a fresco,  sui  cartoni  di  Raffaello,  nella  chiesa  dei 
santi  Vincenzo  ed  Anastasio  alle  Tre  Fontane.  Anche  l’originale 
di  uno  dei  dottori  della  chiesa  latina,  cioè  di  s.  Agostino,  usci 
di  mano  di  quel  sommo  dipintore,  e gli  altri  tre  furono  copiati 
da  opere  classiche  di  altrettanti  celebri  maestri  de’  secoli  passa- 
ti. In  quanto  poi  ai  quattro  dottori  della  chiesa  greca,  sono  essi 
repliche  di  quelli  dipinti  dal  Domenicliino  nella  chiesa  dell’ab- 
bazia di  Grotta  Ferrata.  I soffitti  delle  descritte  due  navate,  co- 
me pure  delle  altre  due  ad  esse  contigue,  sono  in  bella  armonia 
con  quelli  della  navata  di  mezzo  e della  nave  traversa  (1). 

(1)  Sulla  basili^  Ostiense,  distrutta  dall'incendio  del  1823,  scrissero  dottamente 
monsig.  Niccola-Maria  Nicolai,  ed  altri  celebri  autori.  In  quanto  poi  alla  primiti- 
va basilica  Ostiense  edificata  da  Costantino,  ne  esiste  una  memoria  eruditamente 
scritta  daU'architetto  Paolo  ttelloni,  romano,  da  cui  venne  pubblicata  nel  1853, 
con  analoga  pianta. 


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Sesta  Giornata. 


358 

Congiunto  a questa  basilica  esiste  un  bel  chiostro  circondato 
d’arcate  sorrette  da  colonnine,  nella  massima  parte  incrostate  di 
musaici,  al  pari  del  cornicione.  Il  chiostro  fu  costruito  circa  il 
1215,  e sotto  i suoi  portici  si  osservano  alcuni  antichi  marmi,  e 
molte  iscrizioni  incassate  nei  muri.  — Uscendo  di  qui,  dopo  un 
miglio  circa,  si  trova  la 

CHIESA  DI  S . PAOLO  ALLE  TRE  FONTANE. 

Gli  antichi  cristiani  eressero  tre  chiese  in  questo  celebre  luo- 
go, denominato  ad  Aquari  Sa  Mas.  Di  esse,  quella  sacra  all’a- 
postolo s.  Paolo,  costruita  nel  luogo  stesso  ove  fu  decapitato, 
venne  rinnovata  nel  1590  dal  cardinale  Aldobrandini,  con  archi- 
tetture di  Giacomo  Della  Porta  che  diedele  una  bella  facciata. 
Nell’interno  sono  due  altari,  e vi  si  trovano  anche  le  tre  scatu- 
rigini d’acqua,  che  si  credono  miracolosamente  sgorgate  nei 
luoghi  ove  fece  i tre  salti  il  capo  troncato  del  santo  apostolo. 
Queste  fonti  sono  decorate,  a foggia  di  altari,  con  colonne  di 
verde  antico,  e vicino  alla  prima  avvi  una  colonna  a cui  si  vuole 
che  s.  Paolo  venisse  legato  prima  del  martirio.  Sopra  uno  dei 
due  sopraindicati  altari  si  osserva  un  quadro  rappresentante  la 
crocifissione  di  s.  Pietro,  copia  del  dipinto  di  Guido  Reni  che  si 
ammira  nel  Vaticano.  Sull’altro,  adorno  con  colonne  di  rarissi- 
mo porfido  nero,  si  vede  la  decollaziane  di  s.  Paolo,  opera  di 
Bernardino  Passerotto. 

Innanzi  alla  descritta  chiesa  si  trova  quella  dedicata  ai  santi 
Vincenzo  ed  Anastasio,  eretta  nel  624  dal  pontefice  Onorio  I, 
ristorata  nel  772  da  Adriano  I,  e rinnovata  poi  da  s.  Leone  III. 
Carlo  Magno  la  dotò  di  città,  castella,  ecc.  conforme  leggiamo 
nell’Ughelli  che  fu  abbate  di  questo  luogo.  L’architettura  di  es- 
sa è gotica,  ed  ha  tre  navate  divise  da  pilastri,  sui  quali  sono  di- 
pinti a fresco  i dodici  apostoli,  eseguiti  coi  disegni  di  Raffaello; 
ma  poscia  assai  deturpati  dai  pessimi  ristauri. 

L’altra  chiesa  fu  dedicata  alla  Madonna,  sotto  l’invocazione 
di  s.  Maria  Scala  Cali,  e venne  eretta  sul  cimiterio  di  s.  Zeno- 
ne. Il  cardinale  Alessandro  Farnese  la  fece  rinnovare  nel  1582 
coi  disegni  delVignola;  ma  fu  compiuta  dal  card.  Pietro  Aldo- 
brandini, colla  direzione  di  Giambattista  Della  Porta.  La  sua 
forma  6 ottagona,  terminata  da  una  cupola.  Nella  tribuna  si 
scorge  un  musaico  eseguito  da  Francesco  Zucca,  fiorentino,  sui 
cartoni  del  De  Vecchi,  e si  ritiene  come  la  prima  opera  in  mu- 
saico che  i moderni  conducessero  con  buon  gusto. 


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Porta  s.  Paolo. 


359 


Tornando  alla  basilica  di  s.  Paolo,  e mettendosi  per  la  gran- 
de strada  che  dirittamente  conduce  in  città,  fatto  un  miglio,  si 
trova  la 

TORTA  S.  PAOLO. 

Nell'ampliamento  del  circuito  di  Roma,  venne  essa  sostituita 
a parecchie  altre  porte  del  recinto  antico,  come  sono  la  Trige- 
mina, la  Minaci  a,  la  Navalis  e la  Lavernalis,  e fu  detta  Ostien- 
se, perchè  posta  sulla  via  di  Ostia;  ma  in  seguito  prese  il  nome 
attuale,  a causa  della  basilica  di  s. Paolo  a cui  conduce.  Belisa- 
rio riedificolla  sul  moderno  livello,  quasi  6 metri  più  alto  dell’an- 
tico; e la  porta  interna,  che  sembra  di  più  antica  data,  ha  due 
fornici.  Sì  fatte  porte  doppie,  che  tanto  spesso  si  trovano  nelle 
città  antiche,  servivano  forse  per  comodo  del  popolo  che  poteva 
uscire  dall’una,  ed  entrare  dall’altra.  — Nelle  mura  della  città,  a 
sinistra  entrando,  scorgesi  incastrata  la  grande 

PIRAMIDE  DI  CAIO  CESTIO. 

Questo  superbo  monumento  sepolcrale,  il  meglio  conservato 
fra  quelli  che  ci  pervennero  dall’antica  Roma,  è foggiato  a gui- 
sa di  piramide  quadrilatera,  ad  imitazione  delle  piramidi  di  Egit- 
to. Venne  esso  costruito  in  330  giorni  per  deporvi  il  cenere  di 
Caio  Cestio,  conforme  aveva  egli  ordinato  nel  suo  testamento, 
siccome  appunto  è indicato  nell’iscrizione  che  si  legge  nella  fac- 
cia che  guarda  la  strada,  per  di  sotto  ad  un’altra  iscrizione  po- 
sta in  onore  dello  stesso  Caio  Cpstio.  Questa  gxan  mole  è rive- 
stita di  grandi  massi  di  marmo  bianco.  L’altezza  della  piramide 
è di  36  met.  e 30  c.,  e ciascuna  delle  sue  facce  ha,  nella  base, 
28  met.  e 78  c.  di  estensione.  Essa  riposa  su  di  un  sodo  in  tra- 
vertini, ed  il  suo  nucleo  è murato  in  iscaglie  di  tufa  e d’altre 
pietre,  ed  ha  8 met.  di  spessezza  in  ogni  senso.  La  cella  sepol- 
crale, che  resta  a livello  del  basamento,  è lunga  5 met.  e 75  c., 
larga  4 met..  alta  4 met.  e 20  c.,  ed  ha  la  volta  a tutto  sesto. 
Le  pareti  di  essa  cella  erano  dipinte  a differenti  scomparti,  con 
candelabri  di  svelta,  ed  elegante  forma,  e vi  si  scorgevano  delle 
figure  con  tibie,  vasi,  ed  offerte;  la  volta  poi  era  abbellita  con 
alcuni  genii  alati.  Siffatte  pitture,  delle  quali  rimangono  appena 
le  tracce,  furono  pubblicate  dal  Falconieri,  illustre  archeologo 
del  secolo  XVII.  Caio  Cestio  fu  uno  dei  Septemviri  degli  epu- 
loni, che  apparecchiavano  le  epula,  cioè  i banchetti  per  gli  dei, 
in  ispecie  per  Giove,  la  qual  eeremonia  era  detta  Lee tis temimi , 


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360 


Sesta  Giornata. 


e soleva  aver  luogo  nei  templi  in  occasioni  di  segnalate  vittorie, 
o allorquando  la  repubblica  era  minacciata  da  qualche  grande 
calamità. 

Alessandro  VII  fece  ristorare  questa  piramide  che  aveva  sof- 
ferto assai:  ed  in  tale  occasione,  nell’ abbassare  il  terreno,  che  la 
copriva  in  alcun  punto  fino  a quasi  5 met.,  si  scopersero  due  ca- 
pitelli assai  bene  lavorati,  e due  colonne  scansiate  di  marmo, 
che  vennero  collocate  agli  angoli  occidentali  della  piramide. 
Furono  scoperti  ancora  due  piedistalli,  ed  un  piede  di  bronzo 
che  si  osserva  nel  museo  Capitolino,  il  quale  formava  parte  del- 
la statua  colossale  di  Caio  Cestio.  Que’  piedistalli  portano  am- 
bedue la  medesima  iscrizione,  da  cui  veniamo  a sapere  che  Caio 
Cestio  fu  contemporaneo  di  Agrippa. 

Vicino  alla  descritta  piramide  sono  due  cimiterii  per  gli  acat- 
tolici, ed  è per  ciò  che  ivi  si  osservano  molte  iscrizioni  sepolcra- 
li e parecchi  sepolcri,  alcuni  de’  quali  sono  costruiti  con  assai 
buon  gusto.  Scavando  la  fossa  di  recinto  del  vecchio  cimiterio 
si  scoperse  il  pavimento  dell’antica  strada  che  poneva  in  comu- 
nicazione la  primitiva  strada  di  Ostia  con  quella  di  Laureato,  e 
si  trovarono  anche  alquante  antichità,  la  memoria  delle  quali  fu 
conservata  in  una  iscrizione  sul  muro  del  fosso.  — Non  lungi 
da  questa  piramide  si  osserva  il 

MONTE  TE8TACCIO. 

Questo  monte  ebbe  il  nome  di  testaceo  (per  corruzione  testac- 
cio) dalla  sua  formazione,  poiché  si  compone  di  frammenti  di 
vasi  di  creta  cotta,  chiamati  testa  in  latino,  e s’ignora  la  sua  o- 
rigine,  non  essendovi  autorità  antica  che  ne  faccia  ricordo.  Esso 
ha  52  metri  di  altezza  e 1,448  di  circopferenza.  H silenzio  degli 
autori  antichi  ed  i sepolcri  che  furono  scoperti  sotto  questa  col- 
linetta, i quali  erano  pieni  di  frammenti  dei  vasi  suddetti,  rendo- 
no probabile  l’opinione  che  essa  venisse  formata  nell’epoca  della 
decadenza.  Si  sa  che  in  Roma  si  faceva  grand’uso  di  vasi  di  cre- 
ta cotta,  per  mantener  fresca  l’acqua  e per  conservare  il  vino, 
Folio  e le  ceneri  dei  defunti,  ed  anche  per  altri  usi.  A piedi  di 
questa  collinetta  artificiale  furono  aperte  tutt’intorno  delle  grot- 
te, che  essendo  freschissime,  sono  eccellenti  per  conservare  il 
vino.  Dalla  vetta  di  questo  monte  si  gode  una  bellissima  veduta 
delle  vicinanze  di  Roma,  ed  il  Pussino  seppe  trarne  assai  buon 
partito. 

Uscendo  dal  recinto  di  Testaccio,  si  scorge  di  prospetto,  sul- 
l’ Aventino,  la  faccia  di  un  bastione  che  forma  parte  delle  forti- 


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Navalia. 


361 

ficazioni  che  Paolo  III  voleva  erigere  per  render  sicura  questa 
parte  della  città.  L’esècuzione  di  questa  grande  opera,  non  mai 
compiuta,  venne  affidata  all’architetto  Antonio  Picconi  da  s. 
Gallo.  Altre  vestigia  di  questa  linea  di  fortificazioni  esistono 
sotto  la  chiesa  di  s.  Saba;  e un  gran  bastione  denominato  di  San- 
gallo,  e di  cui  si  fa  menzione  nella  storia  dell'architettura  milita^ 
re  moderna, sussiste  tuttora  fra  la  porta  s.  Paolo,  e la  portas.  Se- 
bastiano, congiunto  alle  mura  della  città. 

Proseguendo  il  cammino  per  la  via  maestra,  s’incontra  un  ar- 
co in  mattoni,  detto  di  s.  Lazzaro  a cagione  del  romitorio  che 
gli  stadi  fianco.  Quest’arco,  sebbene  ristourato,  palesa  colla  sua 
costruzione  che  formava  parte  eh  un  edifizio  dell’epoca  del  deca- 
dimento delle  arti,  e forse  apparteneva  ai  granaj  pubblici  che 
erano  in  questi  dintorni.  Fra  quelli  di  essi  granaj,  che  Vittore 
accenna  come  esistenti  in  questo  quartiere,  quivi  potevano  esse- 
re quelli  di  Aniceto. 

Si  perviene  poi  al  piazzale  aperto  da  Leone  XII  pel  deposito 
de’  marmi  che  si  sbarcano  dal  Tevere.  Da  questo  piazzale,  in- 
camminandosi lungo  la  riva  del  fiume,  e seguendone  il  corso, 
dopo  mezzo  miglio  circa  si  giunge  al  luogo,  ove,  a lato  della 
vigna  già  Cesarini,  oggi  Torlonia,  si  discoprirono  gli  antichi 

NAVALIA. 

Con  questo  nome  era  chiamato  anticamente  il  luogo  ove  ap- 
prodavano le  navi  che  risalivano  il  Tevere,  ed  ove  venivano  sbar- 
cate le  tnerei  di  cui  erano  cariche.  Tito  Livio,  narrando  reiezio- 
ne di  Cincinnato,  dice,  che  questo  luogo  rimaneva  sulla  riva  si- 
nistra del  fiume,  e non  sulla  diritta,  come  erroneamente  prete- 
sero alcuni  scrittori  moderni.  Altri  passi  del  medesimo  storico 
confermano  questb  fatto,  e provano  che  i Navalìa  esistevano 
fuori  della  porta  Trigemina,  la  quale  rimaneva  alle  radici  del- 
l’ Aventino,  cioè  vicino  agli  odierni  magazzini  del  sale.  Nella 
suindicata  vigna  Cesarini-Torlonia  esistono  dei  ruderi  assai  con- 
siderevoli, che  sembrano  appartenenti  al  principio  del  VII  seco- 
lo di  Roma,  e sono  costruiti  con  piccoli  poligoni  di  tufa;  costru- 
zione che  gli  antichi  chiamavano  opus  incertum.  I più  dotti  ar- 
cheologi furono  di  parere  che  questi  ruderi  appartenessero  al- 
l’antico arsenale,  inerente  ai  Navalia.  Entro  la  suddetta  vigna 
si  trovarono,  in  più  volte,  molti  massi  di  marmi  diversi,  alcuni 
de’  quali  colla  data  della  trasmissione;  e nella  contigua  riva  del 
Tevere,  in  seguito  di  un’alluvione  straordinaria,  avvenuta  sotto 

16 


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362 


Sesia  Giornata. 


il  pontificato  di  Gregorio  XVI,  ebbe  luogo  il  discoprimento  del- 
le due  superbe  colonne  di  paonazzetto  che,  in  passato,  arricchi- 
vano il  museo  Lateranense.  Tali  scoperte  provarono  ad  eviden- 
za che  quivi  era  il  deposito  di  marmi  trasmessi  a Roma  dalle  di- 
verse regioni  dell’impero;  per  cui  questa  contrada  appellasi  via 
della  Marmorata.  Le  stesse  scoperte,  appoggiate  dai  passi  di 
Tito  Livio,  sopra  citati,  indussero  a credere  che  non  lungi  da 
questo  luogo  dovessero  essere  gli  antichi  N avalla.  Ad  onta  pe- 
rò di  quanto  abbiamo  accennato,  giammai  si  pensò  di  praticare 
appositi  scavi  sui  luoghi  delle  ricordate  scoperte,  per  conoscere, 
precisamente,  almeno  la  posizione  dei  Navalia  dell’antica  Roma. 

Il  munifico  pontefice  Pio  IX  peraltro  ad  insinuazione  del  ba- 
rone Ercole  Visconti,  commissario  delle  antichità,  ordinava,  allo 
scopo  suindicato,  che,  lungo  la  riva  del  Tevere,  rispondente  a 
lato  della  surricordata  vigna  Cesarini-Torlonia,  venissero  ese- 
guiti degli  scavi,  da  essere  condotti,  conseguentemente,  colla 
direzione  del  Visconti. 

Infatti  mediante  tali  scavi , incominciati  nel  1867,  non  solo 
si  venne  a conoscere  il  luogo  preciso  dei  Navalia  in  discorso; 
ma  ne  tornarono  eziandio  in  luce  alcuni  scali,  benissimo  conser- 
vati, munito  ciascuno  di  un  grande  blocco  di  travertino,  forato, 
per  l’ormeggio  delle  navi;  ed  in  uno  di  essi  scali,  cioè  in  quel- 
lo destinato  per  lo  sbarco  del  vino,  si  è conservata  la  relativa 
insegna  di  un’anfora  in  bassorilievo.  Si  scoprirono  anche  gli 
accessi  pe’ quali  dagli  scah  si  passava  all’interno  dell’emporio. 
Inoltre,  nella  bassa  ripa  del  fiume,  si  scoperse  un  largo  gradino 
solidamente  costruito,  e munito  di  finimenti  in  pietra  tiburtina, 
che  per  lungo  tratto  sono  di  perfetta  conservazione.  Alla  sco- 
perta poi  delle  accennate  costruzioni,  vuoisi  aggiungere  il  ri- 
trovamento di  oltre  a 100  blocchi  di  pregiati  marmi,  cioè:  affri- 
cano,  caristio,  milesio  ecc.  Nel  tempo  stesso  si  rinvennero  più 
di  500  pezzi  fra  giallo  antico  e serpentino;  grande  quantità  di 
pezzi  di  rosso  antico,  di  alabastri,  di  brecce,  di  verde  antico  ecc . ; 
come  ancora  si  trovò  gran  parte  di  una  colonna  di  affricano  del 
diametro  di  un  metro  e mezzo,  avendone  quasi  sei  in  lunghezza. 

Nel  medio  evo  questa  riva  del  Tevere  ebbe  il  nome  di  Ripa 
Graeca  (riva  greca),  mentre  la  opposta  chiama  vasi  Ripa  Ro- 
maea  (riva  romana). 

Tornando  al  piazzale  ove  oggi  è lo  sbarco  dei  marmi,  veg- 
gonsi  a piè  del  monte  Aventino , presso  il  Tevere , degli  altri 
avanzi  di  antichi  granaj,  forse  appartenenti  aneli’ essi  a quelli 
di  Aniceto,  già  sopra  indicati,  i quali  sembra  occupassero  tutto 


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Ponte  Subitelo.  363 

quest’angolo  della  collina.  — Da  questo  luogo,  allorquando  le 
acque  del  Tevere  sono  basse,  si  scorgono  i ruderi  del 

PONTE  SLBLICIO.  • 

♦ 

Fu  questo  il  primo  ponte  eretto  sul  Tevere.  Anco  Marzio  fe- 
celo  costruire,  e siccome  era  interamente  di  legno,  cosi  a causa 
de’travi  che  lo  componevano,  si  disse  Pons  Sublicius.  Fu  su 
questo  ponte  che  avvenne  l’azione  memoranda  di  Orazio  Coelite, 
che  solo  tenne  fronte  all’  esercito  di  Porsenna  re  di  Etruria,  fino 
a tanto  che  fosse  stato  dietro  di  lui  disfatto  il  ponte,  dopo  di 
che  egli  lanciossi  nel  Tevere,  ed  a nuoto  guadagnò  la  sponda. 
La  tema  di  nuovamente  incorrere  in  simil  pericolo  persuase  a 
ricostruire  il  ponte  senza  usare  chiodi,  allo  scopo  di  poterlo  dis- 
fare con  maggior  prontezza.  In  seguito,  distrutto  da  una  inon- 
dazione, venne  riedificato  in  pietra  da  M.  Emilio  Lepido,  ultimo 
censore  ai  tempi  di  Augusto,  ed  allora  si  appellò  ponte  Emilio. 
Ebbe  poi  un  ristauro'  da  Antonino  Pio,  ma  nel  180  dell’era  cri- 
stiana fu  di  nuovo  in  gran  parte  distrutto  da  una  escrescenza  del 
Tevere.  Gli  avanzi  di  esso  furono  quasi  al  tutto  demoliti  nel 
pontificato  di  Niccolò  V,  l’anno  1454,  e se  ne  adoperarono  le 
pietre  a formar  palle  da  cannone.  Narra  la  storia  che  da  questo 
ponte  furono  gittati  nel  Tevere  i corpi  degl’ imperatori  Com- 
modo ed  Eliogabalo. 

Andando  più  avanti,  trovasi  il  magazzino  ove  viene  purificato 
e venduto  il  sale,  e nel  luogo  medesimo  esistettero  gli  antichi 
magazzini  di  simil  derrata,  chiamati  Saline,  e la  porta  Trige- 
mina del  recinto  di  Roma,  fatto  da  Servio  Tullio. 

In  questo  luogo  eravi  un  arco  dell’anno  VII  dell’ era  volgare, 
con  una  iscrizione  portante  i nomi  dei  consoli  surrogati  Publio 
Cornelio  Lentulo  e Tito  Quinto  Crispino  Valeriano,  ma  nel  1480 
venne  distrutto  da  Sisto  IV  per  ridurre  in  palle  da  cannone  i 
travertini  di  cui  era  formato.  Quest’arco  era  stato  eretto  per 
servire  d’ingresso  a’  magazzini  del  sale,  ed  è molto  probabile  che 
fosse  situato  nel  luogo  stesso  ove  si  osserva  un  arco  moderno 
che  serve  di  passaggio  in  questa  parte  della  città.  — La  collina 
che  qui  vedesi  dominare,  è il 

MONTE  A VENTI  NO. 

Può  somigliarsi  la  detta  collina  ad  un  pentagono  di  10,800 
piedi  antichi  in  circonferenza,  senza  tener  conto  di  alcune  pic- 

10' 


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Sesta  Giornata. 


3(54 

4 

cole  irregolarità;  di  guisa  che  si  deve  ritenere  per  giusta  la  mi- 
sura di  18  stadii,  ossia  11,259  piedi  che  ad  essa  assegna  Dionigi 
d’ Alicamasso.  La  sua  elevazione  di  42  metri  al  disopra  del  li- 
velle del  mare,  fa  prova  eh’ esso  è il  più  basso  de’ sette  colli  di 
Roma.  Negli  antichi  scrittori  s’incontrano  parecchie  etimologie 
del  nome  di  questo  colle,  e qualcuno  lo  fa  derivare  da  ab  ad- 
ventu,  cioè  a dire  dall’  arrivo  de’  popoli  latini  al  tempio  di  Diana 
erettovi  da  Servio  Tullio;  mentre  altri  lo  fanno  derivare  dal  do- 
vervisi  recare  in  barca,  perchè,  trovandosi  anticamente  attor- 
niato da  paludi,  rimaneva  affatto  disgiunto  dagli  altri  colli;  o pure 
ab  avibus,  ossia  dagli  uccelli  di  cui  Remo  si  valse  per  prendere 
gli  augurii.  Finalmente,  credono  alcuni  che  Romolo  avendo  as- 
segnato questo  monte  per  dimora  ai  Sabini  che  aveva  accolti, 
questi  lo  chiamassero  Aventino,  dal  nome  del  fiume  Avente  nel 
territorio  di  Rieti.  Tuttavia,  fra  tanto  numero  di  etimologie,  la 
meglio  fondata  è quella  che  fa  derivare  questo  nome  da  Àven- 
tino,  re  di  Alba,  che  fu  sepolto  in  esso  colle,  il  quale  in  antece- 
denza era  detto  Murcus,  o Murciae,  antico  nome  dato  dai  La- 
tini a Venere,  derivante  da  Murtus  ossia  Myrtus , pianta  a lei 
sacra,  e di  cui  era  rivestito  in  parte  il  monte  stesso. 

Anco  Marzio  lo  comprese  nella  città,  e lo  destinò  per  dimora 
delle  popolazioni  del  Lazio  da  lui  soggiog-ate,  e soprattutto  de- 
gli abitanti  di  Politorio,  Tellene  e Ficana;  non  fu  compreso 
peraltro  nel  pomoerium  prima  del  regno  di  Claudio,- conforme 
abbiamo  da  Tacito  e da  Aulo  Gellio.  Su  questo  monte  vennero 
successivamente  eretti  grandi  edifizi,  all’  epoca  dei  re,  in  quella 
della  repubblica,  e sotto  l’impero.  Fra  tali  edifizi  primeggiava- 
no: il  tempio  di  Diana,  quelli  di  Giunone  Regina,  della  dea  Bona 
e di  Minerva:  T Armilustro,  il  portico  della  Libertà,  il  palazzo 
di  Sara,  e quello  di  Traiano  quando  era  privata  persona,  e le 
terme  di  Varo  e di  Decio.  Ad  onta  di  ciò,  oggidì  è questo  il  più 
deserto  dei  sette  colli  di  Roma,  e gli  edifizi  che  lo  adornavano 
scomparvero  in  guisa  tale,  che  appena  si  può  assegnare,  all’ in- 
circa, il  luogo  delle  più  celebri  fra  le  ricordate  fabbriche.  Nel 
novero  degli  avanzi  che  si  scorgono  su  questo  colle,  credesi  che 
quelli  sui  quali  sorge  la  chiesa  di  s.  Prisca  appartengano  al  pa- 
lazzo di  Sura,  e che  gli  altri  di  prospetto  alla  porta  s.  Paolo  sia- 
no gli  avanzi  delle  terme  di  Varo. 

Al  presente  si  ascende  alla  collina  por  quattro  diverse  strade, 
che  seguono  l’andamento  delle  antiche  vie,  colle  quali  comuni- 
cavano tutti  gli  altri  sentieri  antichi.  La  prima  strada  rimane 
incontro  alla  porta  di  Testaccio , nella  direzione  della  antica  porta 


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Chiesa  di  s.  Maria  Aventinense.  365 

Navale;  la  seconda  conduce  a s.  Prisca;  la  terza,  esistente  vicino 
alle  carceri  del  circo  Massimo,  corrisponde  all’antico  clivus  Pu- 
blicius,  ove  si  riunisce  anche  la  quarta  strada,  e per  questa  ap- 
punto ascenderemo  sulla  collina.  Essa  oggi  appellasi  via  di  s. 
Salina:  ha  origine  presso  la  chiesetta  di  s.  Anna  che  si  trova  a 
destra,  poco  dopo  oltrepassati  gli  attuali  magazzini  del  sale,  già 
da  noi  accennati,  e conduce  alla 

CHIESA  DI  S.  MARIA  AVENTINENSE. 

Essa  viene  anche  detta  del  Priorato,  perchè  spetta  al  priore 
de’  cavalieri  di  Malta  in  Roma.  Trovasi  in  posizione  assai  bella, 
e dalla  piazza  che  le  sta  innanzi  si  ha  una  stupenda  veduta  di 
Roma  e delle  vicinanze.  La  fondazione  di  questa  chiesa  è sicu- 
ramente anteriore  al  secolo  XIII,  e fu  ristorata  da  s.  Pio  V.  Ver- 
so il  1765  il  card.  Rezzonico  la  ridusse  nello  stato  attuale  con 
architetture  del  Piranesi,  il  quale  riunì  nella  decorazione  di  essa 
quanto  egli  sapeva  in  fatto  d’ ornato  antico,  per  cui  risultò  di 
uno  stile  sopraccarico  d’ornamenti  e capricciosissimo.  Nell’in- 
terno si  osserva  un  sarcofago  antico  su  cui  sono  rappresentate 
le  Muse,  e serve  di  sepolcro  ad  un  vescovo  Spinelli. 

Un  grazioso  giardino  rimane  congiunto  alla  chiesa,  e di  quivi 
si  passa  su  d’ una  piazza  ornata  bizzarramente  dal  suddetto  Pi- 
ranesi. La  strada  a destra  conduce  al  bastione  di  Paolo  III,  ri- 
cordato sopra,  e fra  questa  strada  e la  piazza  che  s’ apre  innanzi 
a s.  Maria  del  Priorato,  sul  ciglio  della  collina,  esisteva  il  tem- 
pio della  dea  Bona,  reso- celebre  dagli  scritti  di  Cicerone.  — A 
sinistra  del  giardino  del  Priorato  avvi  la 

CHIESA  DI  S.  ALESSIO. 

In  queste  vicinanze  eravi  l’ Armilustro,  ove,  secondo  Plutar- 
co, venne  sepolto  Tàzio , ed  il  cui  nome  deriva  dall’esercizio 
delle  armi  che  ivi  facevano  i soldati,  e dai  giuochi  che  essi  vi 
celebravano  nei  giorni  stabiliti  ad  onore  di  Marte  e di  Tazio.  Si 
pretende  che  quivi  fosse  la  casa  di  Eufemiano  senatore,  padre  di 
s.  Alessio,  il  quale  dopo  aver  vissuto  diciassette  anni  incognito 
e mendico  nella  casa  paterna,  morì  sotto  una  scala,  cioè  in  quel- 
l’ andito  meschino  eh’  eragli  stato  concesso  per  dimora.  I mira- 
coli eh’  egli  operò  dopo  morto  diedero  causa  all’  erezione  di  que- 
sta chiesa,  anteriore  certo  al  secolo  IX.  Ai  tempi  di  Leone  III 
era  essa  una  diaconia,  e nel  975  divenne  una  delle  venti  abbazie 


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366 


Sesta  Giornata. 


di  Roma.  Martino  V la  concesse  ai  monaci  girolamini.  e nel  1744 
venne  considerevolmente  risarcite  dal  card.  Quirite.  — Poco 
discosto  di  quivi  rimane  la 

CHIESA  DI  S.  SABINA. 

Venne  edificate  nel  luogo  ove  fu  la  casa  patema  di  essa  santa, 
vicino  al  tempio  di  Giunone  Regina,  eretto  da  Camillo  dopo  la 
presa  di  Veio.  La  sua  fondazione  si  ripete  da  un  prete  dell’Illi- 
ria,  di  nome  Pietro,  vissuto  ai  tempi  di  Celestino  I,  verso  il  425, 
conforme  si  legge  in  una  iscrizione  in  musaico  sulla  porte  prin- 
cipale della  chiesa.  Ebbe  essa  un  ristauro  nell’  anno  824,  da  Eu- 
genio II;  ed  in  seguito,  nel  1238,  da  Gregorio  IX,  che  tornò  a 
consacrarla.  Vi  furono  fatti  nuovi  ristouri  ed  abbellimenti  dal 
card.  Cesarmi,  nel  1541,  e da  Sisto  V,  nel  1587.  Queste  chiesa 
si  compone  di  tre  navate,  divise  da  24  colonne  di  marmo  bianco 
scanalate,  d’ordine  corintio.  Nella  cappella  in  fondo  alla  minor 
nave  a destra  entrando,  è un  quadro,  capolavoro  di  Sassoferrato, 
rappresentante  la  Madonna  del  Rosario,  s.  Domenico  e s.  Cate- 
rina da  Siena. 

Uscendo  da  queste  chiesa  si  vedono  a sinistra  gli  avanzi  del 
recinto  del  castello,  che  papa  Onorio  III  fece  edificare  su  que- 
ste parte  dell’ Aventino  ove  egli  abitava. — Discendendo  perla 
strada  a destra,  e volgendo  a diritta,  si  giunge  alla 

CHIESA  DI  S.  PRISCA. 

Essa  è antichissima , giacché , secondo  una  pia  tradizione , 
venne  eretta  sul  luogo  ove  era  la  casa  della  santa  titolare,  nella 
quale  dicesi  che  l’apostolo  s. Pietro  la  battezzasse  unitamente 
ad  altri  pagani,  dopo  averli  convertiti  alla  fede.  S.  Eutichiano 
papa  la  consacrò  nel  280.  Adriano  I e Callisto  III  la  ristorarono, 
ed  il  card.  Benedetto  Giustiniani  fece  erigere  la  facciata  coi  di- 
segni di  Carlo  Lombardi,  che  ne  ridusse  l’interno  come  oggi  si 
vede.  Nel  1798  rimase  in  abbandono,  ma  in  seguito  venne  risar- 
cite di  nuovo.  Essa  è divisa  in  tre  navi  da  quattordici  colonne 
antiche:  vi  si  scorgono  alcuni  affreschi  del  Fontebuoni,  ed  il 
Passignani  colorì  il  quadro  dell’ alter  maggiore.  • 

Incontro  a queste  chiesa,  nella  vigna  già  Sculteis,  esisteva  il 
rinomato  tempio  di  Diana,  edificato  da  Servio  Tullio,  come  cen- 
tro della  confederazione  latina.  A lato  al  detto  tempio  era  quello 
di  Minerva,  soprannomata  Aventinensis,  a causa  del  colle  su  cui 
sorgeva  il  tempio  a lei  sacro. 


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Chiesa  di  s.  Maria  in  Cosmedin.  367 

Nella  vigna  a sinistra  della  chiesa  stessa  si  veggono  gli  avan- 
zi dell’acquidotto  e del  castello  dell’ acquaClaudia,  fatti  costruire 
da  Traiano  allorquando  condusse  una  porzione  di  tale  acqua  sul- 
1’  Aventino.  — Tornando  al  Clivus  Publicius , si  scende  per 
esso  alla 

CHIESA  DI  S.  MARIA  IX  COSMEDIX. 

Questa  chiesa  fu  eretta  sugli  avanzi  d’uu  antico  tempio  che 
da  taluni  fu  creduto  quello  della  Pudicizia  Patrizia,  e da  altri 
della  Fortuna  o di  Matuta;  ma  sulle  autorità  di  Dionisio  d’ Ali- 
carnasso,di  Vitruvio,  di  Tacito  e di  Plinio,  è forza  convenire  che 
gli  avanzi  del  tempio  ancora  visibili,  sopra  i quali  sorge  la  chie- 
sa, appartengano  al  tempio  di  Cerere  e di  Proserpina,  edificato 
nel  secolo  III  di  Roma.  Si  vede  tuttora  una  parte  della  cella  co- 
strutta in  grandi  massi  di  travertino,  e si  scorgono  otto  colonne 
del  peristilio,  di  marmo  bianco,  scanalate,  d’ordine  composito, 
ed  aventi  2 met.  e 25  cent,  di  circonferenza.  Sei  di  tali  colonne 
sono  incassate  nei  muri  della  chiesa,  le  altre  due  veggonsi  in 
una  specie  di  stanza  che  precede  la  sacrestia  ; e dall’  intaglio 
de’  capitelli  si  conosce  che  il  tempio  fu  riedificato  quando  le 
belle  arti  erano  in  fiore,  cioè  ai  tempi  di  Tiberio,  il  quale,  a detto 
di  Tacito,  lo  consacrò. 

Il  pontefice  Adriano  I,  nel  782  rifabbricò  la  chiesa  di  cui  si 
tratta,  la  ornò  anche  assai  riccamente,  e per  ciò  le  fu  aggiunto 
l’appellativo  in  Cosmedin,  parola  derivante  dalla  voce  greca, 
y.oapoj,  che  suona  ornamento.  Veniva  detta  eziandio  in  Schola 
graeca,  perchè  una  scuola,  o confraternita  greca  eravi  annessa. 
Al  presente  il  volgo  la  chiama  la  Bocca  della  Verità,  a causa 
d’una  gran  pietra  rotonda  di  marmo  venato,  posta  sotto  il  por- 
tico e foggiata  a guisa  di  una  maschera  del  dio  Pane:  essa  ha 
la  bocca  e gli  occhi  forati,  e si  suol  dire  ai  fanciulli  che,  ponendo 
la  mano  in  quella  bocca,  se  essi  avessero  proferito  delle  menzo- 
gne, non  potrebbero  ritraimela.  Siffatto  marmo,  essendo  conca- 
vo, deve  aver  servito  d’imbocco  a qualche  cloaca. 

L’interno  di  questa  chiesa  è diviso  in  tre  navi  da  12  antiche 
colonne  di  differenti  marmi,  con  capitelli  gli  uni  dissimili  dagli 
altri,  ed  il  suo  pavimento  si  compone  d’una  specie  di  musaico 
in  pietre  dure,  che  chiamasi  opus  Alexandrinum.  Vi  si  veggo- 
no gli  amboni  di  dove  anticamente  si  leggevano  le  epistole  e gli 
evangelii,  come  pure  si  vede  nella  tribuna  un  seggio  papale  in 
marmo,  conforme  se  ne  osservarono  altri  in  parecchie  chiese 
antic'ie.  Nell’alto  della  tribuna  avvi  un’immagine  di  Maria,  di 


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368 


Sesta  Giornata. 


quelle  che  vennero  portate  dalla  Grecia  in  Boma.  L’altar  mag- 
giore sorge  isolato,  ed  è coperto  da  nn  baldacchino  sostenuto 
da  quattro  colonne  di  granito:  sotto  l’altare  è un’urna  pure  di 
granito,  in  cui  sono  racchiuse  alcune  reliquie.  Inferiormente  al- 
la tribuna  esiste  l’antica  confessione,  la  quale,  dopo  essere  ri- 
masta incognita  per  circa  due  secoli,  fu  scoperta  nel  1747,  ed 
allora  fti  ridotta  nello  stato  attuale.  In  questa  antica  basilica, 
correndo  il  1118,  Gelasio  II  fu  eletto  papa,  e vi  fu  proclamato 
l’antipapa  Benedetto  XII. 

Vuoisi  osservare  sulla  piazza,  in  cui  trovasi  la  descritta  chie- 
sa, la  bella  fontana  fatta  erigere  da  Clemente  XI  coi  disegni  di 
Carlo  Bizzaccheri,  la  quale  si  compone  d’un  ampio  bacino  nel 
cui  mezzo  sorge  uno  scoglio  sormontato  da  due  Sirene  che  reg- 
gono una  conchiglia  da  dove  sgorga  l’acqua  in  un  zampillo. 

Da  un  lato  della  piazza  si  ammira  il 

TEMPIO  DI  VESTA. 

Fra  le  opinioni  che  si  posero  in  campo  circa  la  vera  denomi- 
nazione di  questo  tempio,  la  più  verosimile  è quella  che  lo  ascri- 
ve a Vesta,  quantunque  non  si  deve  credere  che  sia  il  celebre 
tempio  eretto  da  Numa  a tale  divinità,  ed  ove  era  custodito  il 
Palladio , poiché  si  fece'  osservare  che  questo  sorgeva  nel  Foro, 
alle  radici  del  Palatino.  Sembra  dunque  che  quello  di  cui  si  par- 
la entri  nel  novero  di  que’  templi  di  Vesta  che  esistevano  in  o- 
gni  Curia,  conforme  fh  istituito  da  Numa.  Questa  opinione  si 
basa  principalmente  sopra  la  forma  rotonda  del  tempio,  sulla  di- 
rezione della  porta,  rivolta  verso  l’est,  sulla  denominazione  di 
s.  Maria  del  Sole  che,  fin  dai  tempi  di  mezzo,  fu  data  alla  chie- 
sa, e finalmente  su  d’una  antica  tradizione.  Stando  allo  stile, 
sembra  che  il  tempio  fosse  rifatto  sul  cadere  del  II  secolo  del- 
l’impero, e dalla  costruzione  se  ne  rileva  la  magnificenza.  L’an- 
tico muro  della  cella,  di  forma  circolare,  è tutto  di  marmobian- 
co ed  i massi  sono  assai  bene  congiunti;  le  19  colonne  corintie 
scanalate,  di  marmo  bianco,  le  quali  sono  all’esterno,  sorgono 
su  parecchi  gradini,  costituendo  un  portico  circolare  di  178  pie- 
di antichi  di  circonferenza:  manca  l’edilìzio  di  una  colonna,  del- 
l’intero cornicione  e dell’antica  copertura.  Il  diametro  della  cel- 
la è di  28  piedi,  quello  delle  colonne  di  3,  e la  loro  altezza, com- 
presi la  base  ed  il  capitello,  ascende  a 36  piedi. 

In  riva  al  Tevere,  dietro  il  tempio  diVesta,  si  scorge  lo  sboc- 
co della  Cloaca  Massima,  da  noi  osservatasi  Velabro,  e nella 
strada  a destra  di  chi  guarda  il  tempio  stesso,  si  trova  il 


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TCEMIPE©  IBI  VESIA 


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Tempio  della  Fortuna  Virile. 


369 


TEMPIO  DELLA  FORTUNA  VIRILE. 

Antichissima  è l’origine  di  esso  tempio,  essendo  stato  eretto 
da  Servio  Tullio,  sesto  re  di  Roma,  il  quale  fu  specialmente  de- 
voto al  culto  della  Fortuna,  perchè,  sebbene  nato  schiavo,  ave- 
vaio innalzato  al  trono.  In  seguito  il  detto  tempio,  dopo  i danni 
ricevuti  da  un  incendio,  venne  ristorato.  Esso  ha  32  met.  e 10 
c.  in  lunghezza,  su  16  met.  e 5 c.  di  larghezza,  ed  è costruito 
con  gran  parsimonia  di  materiali,  essendo  intieramente  in  pietra 
del  paese.  Vi  si  osservano  quattro  colonne  in  prospetto,  sette  di 
lato,  delle  quali,  due  solamente  erano  isolate  al  pari  delle  quat- 
tro di  prospetto;  ma  allorquando  il  tempiovenne  mutato  in  chie- 
sa, gl’intercolunnii  rimasero  chiusi.  Le  ricordate  colonne,  aven- 
ti 8 met.  e 97  c.  di  altezza,  sono  di  ordine  ionico,  scanalate:  so- 
pra di  esse  ricorre  un  cornicione  in  travertino,  il  cui  fregio  era.  * 
ornato  di  festoni  sorretti  da  genii,  e tramezzati  da  bucranii  e da 
candelabri,  ogni  cosa  in  istucco,  e perciò  perita.  Il  frontespizio 
che  corona  la  facciata,  e l’altro  dall’opposto  lato,  hanno  assai 
belle  proporzioni.  Il  tempio  si  eleva  su  d’un  alto  basamento,  al- 
tre volte  interrato,  e che  venne  scoperto  nel  1830  fino  a livello 
dell’antica  strada. 

Questo  antico  edifizio,  circa  l’anno  872,  fu  ridotto  a chiesa, 
dedicandola  alla  Madonna.  Il  quadro  dell’ aitar  maggiore  è di 
Federico  Zuccari  che  vi  rappresentò  s.  Maria  Egiziaca,  essen- 
doché, fin  dal  secolo  XVI,  la  chiesa  fu  intitolata  a questa  santa 
penitente. — Incontro  al  prospetto  del  descritto  tempio,  si  os- 
serva la 

CASA  DETTA  DI  COLA  DI  RIENZO. 

Questa  vecchia  fabbrica  presenta  un  ammasso  capriccioso  di  ' . ■ 
frammenti  antichi  di  ogni  epoca,  ed  un  esempio  dell’architettu- 
ra romana  del  secolo  XI:  essa  appartenne  a Niccola,  figlio  d> 
Crescenzio,  la  cui  famiglia  era,  di  quel  tempo,  potentissima  in 
Roma.  Al  di  sopra  dell’antica  porta,  oggi  murata,  e che  rimane 
nell’angusta  via  della  Fontanella,  si  legge  un'iscrizione  del  XII 
secolo,  composta  in  versi  latini  rimati,  la  quale  dice,  che  Nic- 
cola,  figlio  di  Crescenzio  e di  Teodora,  donò  questa  casa  a Da- 
vid suo  figlio.  Sia  che  il  nome  che  vi  si  legge  di  Niccola  figlio 
di  Crescenzio,  desse  origine  di  attribuirla  a 'Niccola,  figlio  di  Lo- 
renzo o di  Rienzo,  tribuno  di  Roma,  sia  perchè  veramente  que- 
sto tribuno  ne  divenisse  possessore  circa  tre  secoli  dopo,  cioè 
nel  1347,  certo  è che  essa  oggi  viene  comunemente  detta  la  ca- 

16** 


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370 


Sesta  Giornata. 


sa  di  Niccola  di  Rienzo,-  Casa  di  Cola  di  Rienzo,  sebbene  dal 
volgo  si  conosca  pure  col  nome  di  Casa  di  Pilato.  — Non  lun- 
gi da  essa,  si  osserva  in  riva  al  Tevere  un  ponte  in  filo  di  ferro 
appoggiato,  da  un  lato,  agli  avanzi  del 

PONTE  PALATINO,  DETTO  PONTE  ROTTO. 

Nei  primi  sei  secoli  di  Roma,  questa  non  aveva  che  due  ponti, 
il  Sublicio  cioè,  ed  il  Palatino,  e quest’ultimo  fu  il  primo  co- 
struito in  pietra.  Fu  incominciato  dal  censore  M. Fulvio  Nobi- 
liore,  e compiuto  da  Scipione  Affricano  e da  Lucio  Mummio 
parimenti  censori.  Questo  ponte  era  chiamato  Palatino,  a causa 
del  colle  di  questo  nome  da  cui  è poco  lontano.  Alcuni  scrittori 
del  medio  evo  e dell’epoca  del  risorgimento  delle  lettere  lo  chia- 
marono Senatorio,  nome  che  rimane  affatto  sconosciuto  nei 
classici.  La  Notizia  lo  designa  col  nome  di  Pons  Probi,  lo  che 
rende  manifesto,  come  questo  ponte  venisse  riedificato  da  quel- 
l'imperatore, il  quale  regnò  dall’anno  276  al  281  dell’era  cri- 
stiana. L’alluvione  del  Tevere,  avvenuta  nel  1230,  essendo  papa 
Gregorio  IX,  lo  fece  rovinare  di  nuovo,  per  cui  questo  pontefi- 
ce ebbelo  riedificato.  In  progresso  di  tempo,  trovandosi  assai 
malconcio  per  vetusti!,  Giulio  III,  nel  1552,  portò  a fine  la  rin- 
novazione del  ponte,  incominciata  dal  suo  predecessore  Paolo 
III,  il  quale  avevane  incaricato  Michelangelo  Bonarruoti  ; ma 
decorsi  appena  cinque  anni  una  piena  straordinaria  del  Tevere 
ne  distrusse  nuovamente  gran  parte:  e ciò  non  sarebbe  forse 
accaduto,  se  l’opera  fosse  stata  condotta  a termine  da  quel  ce- 
lebre artefice  a cui,  conforme  narra  il  Vasari,  sul  più  bello  del 
lavoro,  venne  sostituito,  dai  chierici  dicamera,  Nanni  di  Baccio 
Bigio,  col  quale  avevano  pattuito  un  cottimo,  pel  compimento 
dell’opera.  Esso  però,  in  luogo  di  assodare  il  ponte,  come  aveva 
incominciato  Michelangelo,  rifondandone  primieramente  i piloni: 
lo  indebolì  di  molto,  assottigliandolo  e scaricandolo  di  peso,  per 
vendere,  a proprio  vantaggio,  buona  parte  dei  travertini,  coi  qua- 
li anticamente  era  stato  rinfiancato,  ed  anche  lastricato  per  gra- 
varlo e renderlo  più  gagliardo  e stabile. 

Regnando  Gregorio  XIII,  essendo  imminente  l’anno  santo, 
venne  ricostruita  la  parte  caduta  del  ponte  in  discorso,  dirigen- 
do il  lavoro  Matteo  da  Castello,  architetto  idraulico,  e rimase 
compiuto  l’anno  del  giubileo  del  1575,  conforme  si  rileva  dalla 
lapide  ancora  esistente.  La  nuova  riedificazione  non  rimase  in 
piedi  che  23  anni,  poiché  andò  in  rovina,  causa  l’alluvione  del 


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371 


Ponte  Palatino,  detto  Ponte  Rotto. 

Tevere  nel  1598,  la  quale  fu  la  maggiore  di  quante  si  abbia  ri- 
cordo. La  rovina  avvenne  il  24  dicembre,  pochi  momenti  dopo 
che  sul  ponte  era  passato  l’insigne  cardinale  Pietro  Aldobrandi- 
ni,  nipote  a Clemente  Vili,  recandosi  ad  apportare  soccorsi  agli 
abitanti  del  Trastevere,  circondati  dalle  acque  straripate  dal  fiu- 
me. Dal  1598  in  poi,  il  descritto  ponte  non  fu  più  ristorato,  per 
cui  ebbe  il  nome  di  Ponte  Rotto,  che  ancora  conserva.  Nel  1853 
però,  venne  di  nuovo  reso  praticabile,  mediante  un  ponte  sospe- 
so di  filo  di  ferro,  congiunto  coi  superstiti  archi  di  pietra;  ed  in 
tal  modo  fu  riaperta,  da  questo  lato,  una  più  breve  comunicazio- 
ne col  Trastevere.  I lavori  furono  eseguiti  a spese  di  una  socie- 
tà francese,  che  ne  gode  il  diritto  del  pedaggio  per  99  anni. 

Da  questo  ponte  si  gode  d’una  stupenda  veduta  che  compren- 
de ad  un  tempo  parecchi  monumenti  celebri,  e ricorda  non  po- 
chi avvenimenti  classici.  È di  quivi,  infatti,  che  si  scorgono,  gli 
avanzi  del  ponte  Sublimo;  la  parte  scoscesa  dell’ Aventino,  ove 
esisteva  la  caverna  di  Caco;  il  luogo  dell’accampamento  di  Por- 
senna,  e dei  prati  di  Sccvola  ( Prata  Mutia),  lo  sbocco  della 
Cloaca  Massima,  il  tempio  di  Vesta,  l’isola  di  Esculapio,  il  pon- 
te Fabricio,  quello  di  Graziano,  il  Gianicolo,  ecc.:  tantoché  si 
crederebbe,  ivi  stando,  di  aver  presente  agli  sguardi  la  scena 
delle  principali  epoche  della  storia  romana,  dai  re  fino  al  decli- 
nare dell’impero  d’occidente. 


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372 

ITINERARIO 

DI  ROMA 


SETTIMA  GIORNATA 

DAL  PONTE  FABRICIO  AL  PONTE  ELIO. 


1^ er  seguire  I’  ordine  progressivo,  dopo  il  ponte  Palatino  di 
cui  parlammo,  conviene  far  passaggio  nel  Trastevere , cioè, 
nel  quartiere  della  città  che  rimane  sulla  destra  del  Tevere,  e 
che  contiene  del  pari  monumenti  ed  oggetti  degni  d’ essere  os- 
servati, e meritevoli  dell’attenzione  dei  forastieri.  Una  parte  di 
questo  quartiere  fu  fortificata  ed  unita  alla  città  da  Anco  Mar- 
zio, quarto  re  di  Roma,  allo  scopo  di  respingere  le  incursioni 
degli  Etruschi;  e primi  ad  abitarla  furono  alcuni  popoli  del  La- 
zio, che  quel  re  aveva  conquistati.  Augusto  vi  pose  a stanza  i 
soldati  della  flotta  che  aveva  a Ravenna,  e per  questo  motivo, 
il  quartiere  fu  alcuna  volta  designato  col  nome  di  città  dei  Ra- 
vennati. — Uno  dei  ponti  che  si  passa  per  recarsi  nel  Tras- 
tevere, è il 

PONTE  FABRICIO,  DETTO  QUATTRO  CAPI. 

Secondo  le  antiche  iscrizioni  che  esistono  sugli  archi  di  esso 
ponte,  e stando  alla  storia  di  Dione,  fu  costruito  nell’  anno  690 
di  Roma  da  Fabricio,  (curator  viarum)  soprintendente  alle  stra-  , 
de.  Prese  il  moderno  nome  di  ponte  Quattro  Capi,  a causa  delle 
erme  a quattro  teste  di  Giano,  che  in  passato  servivano  di  pila- 
stri alle  balaustrate  di  bronzo  formanti  i parapetti;  due  delle 
quali  erme  veggonsi  incassate  negli  attuali  parapetti  di  opera 
muraria.  Il  ponte  in  discorso  ha  tre  archi  costruiti  in  travertino 
ed  in  peperino,  due  grandi  ed  uno  piccolo:  esso  conduce  all’ 


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Isola  Tiberina. 

ISOLA  TIBERINA. 


373 


Dopo  l’espulsione  di  Tarquinio  il  Superbo,  il  senato  romano 
concedette  tutti  i beni  di  quel  re  al  popolo,  il  quale,  ad  isfogare 
il  suo  sdegno  contro  quel  tiranno,  gittò  nel  Tevere  i covoni  delle 
biado  mietute  nel  campo  di  lui,  che  rimaneva  lungo  il  fiume, 
chiamato  poi  Campo  di  Marte.  La  quantità  dei  covoni  fu  si 
grande  che,  la  forza  della  corrente  non  potendo  trasportarli,  do- 
po essersi  arrestati  in  qualche  banco  di  arena,  formarono  un’iso- 
letta,  che  in  seguito  fu  consolidata  con  costruzioni  artificiali,  e 
da  quel  tempo  venne  abitata,  come  lo  è al  presente. 

Nell’  anno  461  di  Roma,  la  peste  menando  stragi  in  questa 
città,  il  senato,  dopo  aver  consultati  i libri  sibillini,  mandò  de- 
putati al  tempio  di  Esculapio  in  Epidauria,  ove  ebbero  un  serpe, 
simbolo  vivente  di  quella  divinità,  e recarono  quel  rettile  in  Ro- 
ma, il  quale  scomparve  in  quest’isola.  Per  lo  che  in  tal  luogo 
eressero  un  tempio  in  onore  di  Esculapio,  ed  uno  spedale  per 
gl’infermi.  Allora  quest’isola  venne  fortificata  e resa  solida  con 
grandi  massi  quadri  di  travertino,  e le  fu  data  la  forma  d’ un 
vascello,  in  memoria  di  quello  su  cui  era  stato  portato  il  ser- 
pente in  Roma.  Si  fece  anche  scolpire  sul  corpo  del  vascello'il 
busto  di  Esculapio  col  suo  attributo  del  serpe  attorcigliato  ad 
una  verga,  del  quale  si  veggono  ancora  delle  tracce  sotto  il 
giardino  attinente  alla  chiesa  di  s.  Bartolommeo.  Nell’isola  stes- 
sa, oltre  il  tempio  di  Esculapio,  che  occupava  la  poppa  del  navi- 
glio, v’eran  quelli  di  Fauno  e di  Giove  Licaonio,  e quest’  ultimo 
fece  dare  all’isola  il  nome  di  Licaonia.  Nel  mezzo  poi  di  essa 
sorgeva  un  obelisco  egizio  a foggia  d’ albero  di  nave,  un  fram- 
mento del  quale,  esisteva  nella  villa  già  Albani,  ed  ora  trovasi 
in  Parigi.  — Sugli  avanzi  del  tempio  di  Esculapio  fu  eretta  la 

CHIESA  DI  S.  BARTOLOMMEO. 

L’origine  di  detta  chiesa  risalisce  ad  un’epoca  assai  lontana, 
poiché  esisteva  già  nel  1019,  e si  crede  che  fosse  fabbricata  da 
Ottone  HI  ad  onore  di  s.  Adalberto  per  ivi  conservarne  le  reli- 
quie. Si  crede  ancora  che  quell’imperatore  facesse  in  seguito 
collocare  nella  bellissima  urna  di  porfido,  che  costituisce  la  men- 
sa dell’altar  maggiore,  i corpi  dei  ss.  Bartolommeo,  Paolino,  E- 
snperanzio,  Marcello  e Teodoro,  che  esso  stesso  aveva  recati  in 
Roma,  per  cui  ebbe  il  nome  de’  ss.  Adalberto  e Paolino,  e po- 
scia de’  ss.  Adalberto  e Bartolommeo,  e finalmente  di  s.Barto- 


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374 


Settima  Giornata. 


lommeo.  Nell’architrave  della  porta  principale  si  legge  un’iscri- 
zione dell’anno  1113,  da  cui  si  rileva,  che  sotto  Pasquale  II,  es- 
sa chiesa  venne  ristorata  ed  ornata,  lo  che  distrugge  l’assertiva 
che  fosse  riedificata  da  Gelasio  II,  conforme  si  trova  in  qualche 
descrizione  di  Roma.  Alessandro  III  la  decorò  di  una  nuova  con- 
fessione adorna  di  sculture  eseguite  daNiccolò  D’Angelo,  e con- 
sacrò nuovamente  la  chiesa.  Questa  confessione  fu  rovesciata 
dalla  straordinaria  inondazione  del  Tevere  nel  1557,  ed  in  que- 
sta occasione  crollarono  anche  la  navata  destra  e la  facciata  del- 
la chiesa  abbellita  di  musaici.  Cosi  fatte  ruine  vennero  riparate 
dai  cardinali  Santorio,  e di  Treio,  coi  disegni  di  Martino  Longhi 
il  vecchio,  il  quale  riedificò  la  facciata,  decorandola  con  quattro 
colonne  di  granito,  ricostruì  la  navata  destra,  ed  ornò  l’altar 
maggiore  con  un  baldacchino  sostenuto  da  quattro  mirabili  co- 
lonne di  porfido.  Questo  baldacchino  venne  rimosso  nel  1829,  e 
le  colonne  furono  trasferite  al  Vaticano. 

Questa  chiesa  appartiene  ai  padri  minori  osservanti,  i quali 
nel  1863  impresero  a ristaurarla,  particolarmente  nella  parte 
decorativa.  I lavori  furono  diretti  dal  padre  Goffredo  di  Sarde- 
gna, abile  pittore,  appartenente  all’ordine  suddetto;  e nel  1868 
rimase  compiuta  la  nuova  e brillante  decorazione. 

L’interno  è diviso  in  tre  navate  da  14  colonne,  che  si  crede 
appartenessero  all’antico  tempio  di  Esculapio,  ma  che  certamen- 
te hanno  troppo  meschine  proporzioni:  tredici  di  esse  sono  di 
granito,  una  di  cipollino.  La  navata  di  mezzo  è stata,  ora  per  la 
prima  volta,  splendidamente  arricchita  di  dorature,  come  pure 
di  una  grandiosa  cantoria  sopra  l’ingresso.  Inoltre,  il  soffitto 
venne  decorato  di  tre  nuovi  quadri  del  suddetto  padre  Goffredo, 
rappresentanti:  s.  Francesco  d’ Assisi,  l’Immacolata  Concezione, 
e s.Bartolommeo,  che  nel  principal  tempio  di  Albanopoli,  nel- 
l'Armenia Maggiore,  alla  presenza  del  re  e della  sua  corte,  e- 
voca  il  demonio,  imponendogli,  in  nomedi  Dio,  di  andare  a spez- 
zare tutti  gl'idoli  di  quella  città,  come  infatti  avvenne. 

Passando  nella  piccola  nave  a destra,  il  quadro  della  seconda 
cappella,  rappresentante  s.  Carlo  Borromeo,  come  ancora  gli  af- 
freschi, tutti  relativi  alla  vita  di  questo  santo,  sono  lavori  di  An- 
tonio Caracci.  La  cappella  seguente  ha  sull’altare  un  quadro 
del  P.  Carlini  da  Siena,  dei  minori  osservanti,  in  cui  dipinse  s. 
Francesco  e s. Bonaventura;  i due  laterali  esprimenti  la  morte 
di  s.  Francesco,  ed  il  momento  in  cui  riceve  le  sacre  stimmqte, 
appartengono  a Domenico  Antonio  Fiorentini. 

Ascendendo  alla  tribuna,  scorgesi  l’apside  intieramente  deco- 
rato di  nuove  pitture  a fresco.  Innanzi  ad  esso  elevasi  l’altar 


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Chiesa  di  s.  Bartolommeo. 


375 


maggiore,  che  si  compone  dell’antica  urna  sopra  citata,  conte- 
nente le  sacre  reliquie  de’  santi  martiri  pur  da  noi  accennati,  i 
quali,  insieme  a s.  Adalberto,  sono  rappresentati  nella  calotta 
dell’apside,  ove  è colorita  eziandio  la  figura  del  Salvatore.  Infe- 
riormente, di  prospetto  all’altare  maggiore,  si  vede  il  martirio 
di  s.  Bartolommeo,  e nei  lati  sono  dipinte  le  figure  di  s.  Fran- 
cesco e di  s.  Chiara.  Anche  il  soffitto  di  questa  tribuna  è stato 
rimesso  a nuovo  ed  abbellito  con  tre  quadri,  rappresentanti: 
l’Annunziazione  di  Maria,  i martiri  del  Giappone,  ed  i martiri 
Gorcomiensi.  In  questa  tribuna,  lateralmente  all’apside,  sono 
due  cappelle;  delle  quali,  quella  a destra,  in  cui  si  conserva  il 
ss.  Sacramento,  va  adorna  di  belli  affreschi  di  Gio.  Battista  Mer- 
cati, relativi  alla  vita  della  Madonna.  Superiormente  agli  archi 
di  queste  cappelle  veggonsi  due  quadri  ad  olio:  mio  di  essi  rap- 
presenta il  divin  Redentore  che  ordina  agli  apostoli  la  propaga- 
zione del  vangelo  nelle  regioni  dell’universo;  l’altro,  s.  Barto- 
lommeo predicante  in  Albania.  Questi  due  quadri,  del  pari  che 
quelli  del  soffitto  e gli  affreschi  dell’apside,  sono  tutti  lavori  del 
già  ricordato  padre  Goffredo.  Scendendo  nell’altra  navata  late- 
rale si  osservano  altri  affreschi  del  sunnominato  Caracci.  Nella 
cappella  del  Crocefisso  colorì  alcuni  tratti  della  vita  di  Gesù 
Cristo,  ed  in  quella  appresso  dipinse  diverse  storie  della  vita  di 
Maria  Vergine.  Il  Baglioni  parlando  degli  affreschi  eseguiti  da 
Antonio  Caracci  in  questa  chiesa,  li  loda  particolarmente  per  il 
corretto  disegno  e perii  colorito;  ma  l’umidità  del  luogo  ed  i re- 
stauri li  hanno  grandemente  danneggiati. 

Quasi  di  prospetto  alla  chiesa  da  noi  osservata,  avvi  quella 
sacra  a s.  Giovanni  Calabita,  o di  Dio.  Essa  venne  eretta  nel 
1640  dai  padri  ospitalieri,  detti  fratelli  di  s.  Giovanni  di  Dio,  o 
Benf rateili,  ai  quali  tuttora  appartiene. 

Annesso  a questa  chiesa  è uno  spédale  diretto  ed  assistito  dai 
padri  suddetti,  i quali  lo  edificarono  nel  1583,  e dove  si  ricevo- 
no soltanto  gli  uomini  presi  da  malattie  acute.  Nel  1865,  per  un 
lascito  di  Francesco  Amici,  romano,  fu  aggiunta  a questo  spe- 
dale una  sala  capace  di  venti  letti,  molto  bella  e decente,  da 
servire  a persone  nobili  e di  civile  condizione,  ridotte  in  meschi- 
no stato  di  fortuna.  La  costruzione  di  essa  venne  diretta  dall’ar- 
chitetto Francesco  Azzurri,  il  quale  nulla  trascurò  perchè  riu- 
scisse, sotto  ogni  riguardo,  acconcia  veramente  all’uso  cui  è 
destinata.  — Da  quest’isola  si  passa  nel  Trastevere  mediante  il 


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376 


Settima  Giornata. 

PONTE  GRAZIANO. 


L’iscrizione  che  si  vede  in  mezzo  ad  uno  dei  parapetti,  del  pari 
che  quella  la  quale  si  legge  nelle  fasce  esterne  del  ponte;  la  co- 
struzione di  esso  e la  testimonianza  di  Simmaco,  prefetto  della 
città,  ci  assicurano  che  fu  eretto  circa  il  367  dell’era  cristiana, 
dagl’imperatori  Yalentiniano,  Valente  e Graziano,  e che  prese  il 
nome  di  quest’ultimo,  leggendovisi:  Pontis  f elide  nominis  Gra- 
ti ani.  Oggi  è chiamato  di  s.  Bartolommeo,  a causa  della  chie- 
sa ad  esso  santo  dedicata,  della  quale  fu  parlato  di  sopra. 

Procedendo  per  la  strada  che  si  apre  in  prospetto  a questo 
ponte,  e volgendo  per  la  via  della  Longarina,  che  è la  seconda 
a sinistra,  si  raggiunge  il  ponte  Palatino,  o ponte  Rotto,  di  cui 
si  tenne  discorso.  — Di  quivi  dirigendosi  per  la  via  dei  V ascel- 
lari (corruzione  di  Vasellari),  si  trova  a destra  la 

CHIESA  DI  8.  CECILIA. 

Si  crede  che  questa  chiesa,  osservabile  per  la  sua  antichità  e 
per  la  venerazione  in  cui  è tenuta,  fosse  eretta  da  Urbano  I cir- 
ca il  230  nel  luogo  ove  esistè  la  casa  di  s.  Cecilia.  Questa  chie- 
sa, verso  l’anno  821,  venne  ricostruita  da  Pasquale  II;  ed  in  se- 
guito Clemente  VII  diedela  alle  religiose  benedettine,  le  quali 
vi  hanno  un  gran  monastero  annesso.  Nel  1599  fu  rinnovata 
dal  cardinale  Sfrondato;  nel  secolo  XVIII  ebbe  ristauri  ed  ab- 
bellimenti dai  cardinali  Acquaviva;  e finalmente,  il  card,  tito- 
lare Giorgio  Doria,  nel  1823,  la  ristorò  colla  direzione  dell’ar- 
chitetto Salvi,  il  quale  stimò  necessario  di  chiudere  entro  opere 
murarie  le  24  colonne  di  granito  che  dividevano  le  tre  navate, 
formandone  altrettanti  pilastri. 

Nel  cortile  innanzi  la  chiesa,  si  osserva  un  gran  vaso  di  mar- 
mo, di  quelli  ch’erano  detti  canthari,  i quali  decoravano  il  cen- 
tro delle  corti  avanti  le  chiese  cristiane,  e servivano  di  fonti  per 
l’abluzione  dei  fedeli.  Il  portico  è ornato  di  quattro  colonne, 
due  di  granito  rosso,  e due  di  affricano,  ed  i musaici  del  fregio 
appartengono  al  IX  secolo. 

Ponendo  il  piede  nella  chiesa  si  scorgono,  a lato  dell’ingresso, 
due  antichi  sepolcri.  Quello  a sinistra,  entrando,  venne  eretto 
al  card.  Niccolò  Fortiguerra,  morto  nel  1473,  il  quale  fu  co- 
mandante dell’armata  pontificia  contro  Sigismondo  Pandolfo, 
vicario  di  Rimino.  L’altro  appartiene  al  card.  Adam  Eston,  in- 
glese, morto  nel  1398.  Il  Crocefisso  nella  cappellina  a diritta  è 
un  affresco  del  XV  secolo. 


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Chiesa  di  s.  Cecilia. 


377 


Passando  nella  navata  destra,  si  trova  subito  un  corridoio  che 
mette  alla  cappella  di  s.  Cecilia,  eretta  ove  anticamente  era  una 
stufa,  che  si  crede  appartenesse  alla  casa  della  santa,  e nei  mu- 
ri esistono  ancora  i condotti  pe’  quali  passava  il  calorico.il  qua- 
dro col  martirio  di  s.  Cecilia  è della  scuola  di  Guido,  ed  i paesi 
nell’attiguo  corridoio  sono  pitture  di  Paolo  Brilli.  Uscendo,  si 
scorge  il  monumento  del  card.  Sfrondato,  ricco  di  marmi  colo- 
rati, e con  isculture  di  autore  incognito.  Il  s.  Andrea  sull’altare 
prossimo  è del  Baglioni.  Viene  poi  la  cappella  delle  reliquie,  e 
quindi  l’altare  della  Maddalena,  il  cui  quadro  si  crede  opera  del 
suddetto  Baglioni.  Sull’altare  della  cappella  in  fondo  alla  nava- 
ta si  vede  una  Madonna  di  bassorilievo,  scultura  del  XV  secolo: 
da  un  lato  avvi  un  affresco  del  secolo  IX,  che  esisteva  nell’an- 
tica chiesa,  rappresentante  l’apparizione  di  s.  Cecilia  a Pasqua- 
le I,  ed  il  momento  in  cui  il  corpo  di  essa  viene  collocato  nel- 
l’urna: il  Bosio  ne  pubblicò  l’incisione. 

La  parte  più  ricca  di  questa  chiesa  è senza  dubbio  la  tribuna 
coll'altar  maggiore,  decorato  duna  bella  balaustrata.  L’altare 
è coperto  da  un  baldacchino  di  marmo  in  istile  gotico,  sorretto 
da  quattro  stupende  colonne  di  marmo  d’Aquitania,  detto  vol- 
garmente bianco  e nero.  Per  di  sotto  è il  magnifico  sepolcro  di 
s.  Cecilia,  adorno  di  marmi  rari  e di  pietre  preziose,  come  è pu- 
re il  pavimento  che  lo  circonda.  La  statua  della  santa  è un’ope- 
ra sorprendente  di  Stefano  Maderno,  che  la  rappresentò  legger- 
mente vestita  e giacente,  giusto  nel  modo  come  si  rinvenne  il 
suo  corpo  nell’urna  ove  ebbelo  collocato  Pasquale  I,  allorquan- 
do, nel  1599,  ne  venne  estratto  per  deporlo  nella  nuova  urna. 
Nella  tribuna,  ornata  con  un  musaico  del  IX  secolo,  si  osserva 
un  quadro  della  scuola  di  Guido,  esprimente  il  martirio  della 
santa  titolare.  La  cappella  sotterranea,  ossia  confessione,  con- 
tiene quattro  altari. 

L’altare  in  fondo  all’altra  navata,  ha  un  dipinto  dello  stesso 
Baglioni,  esprimente  i ss. Pietro  e Paolo.  Sugli  altari  seguenti  si 
scorgono,  il  martirio  di  s.  Agata,  d’autore  incognito;  un  s.  Be- 
nedetto del  Ghezzi,  ed  un  quadro  coi  ss.  Stefano  e Lorenzo  del- 
lo stesso  Ghezzi.  In  questa  navata  è il  monumento  sepolcrale  e- 
retto  nel  1855  al  card.  Brignole,  morto  nel  1853:  questo  elegan- 
te monumento  fu  eseguito  dal  Re  velli,  d’ordine  dei  nipoti  del- 
l’illustre defunto . La  coronazione  della  Madonna , nella  volta 
della  navata  grande,  viene  attribuita  al  Conca.  — Uscendo  dal- 
la porta  laterale,  posta  quasi  al  fine  della  navata  destra,  si  vol- 
ga a sinistra  a lato  alla  chiesa,  e dopo  aver  oltrepassato  un  edi- 


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Settima  Giornata. 


tìzio  che  ha  il  prospetto  a guisa  d’una  c hiesa,  si  troverà  subito, 
a diritta,  la  magnifica  , 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DELL’  ORTO. 

Una  miracolosa  immagine  di  Maria  ch’era  dipinta  sull’ingres- 
so d’un  orto,  diede  origine  e nome  a questa  chiesa,  che  fu  eret- 
ta nel  1512  con  architetture  di  Giulio  Romano:  la  facciata  però 
è di  Martino  Longhi  il  giovane,  e nel  1762  vi  furono  sconcia- 
mente aggiunte  le  piccole  piramidi  che  vi  si  vedono. 

L’interno  ha  tre  navate,  oltre  la  crocera,  divise  con  bell’arte 
da  pilastri  ed  archi,  ed  è riccamente  ornato  con  belli  marmi,  con 
pitture  e con  istucchi  dorati.  Nella  prima  cappella  a destra  os- 
servasi un’ Annunziata,  dipinta  a fresco  da  Taddeo  Zuccari;  ed 
a Federico,  fratello  di  lui,  appartengono  i tre  quadri  della  cap- 
pella appresso,  rappresentanti  s.  Pietro,  8.  Paolo,  e lo  sposalizio 
di  s.  Caterina.  Al  Baglioni  spetta  Taffresco  sull’altare  della  ter- 
za cappella:  e sono  di  Niccolò  da  Pesaro  le  pitture  ch’ornano  la 
cappella  a destra  nella  crocera. 

I dipinti  della  tribuna,  esprimenti  alcuni  fatti  della  vita  della 
Madonna,  sono  lavori  del  Baglioni,  del  Parodi,  del  Garzi  e de- 
gli Zuccari.  L’altar  maggiore,  architettato  da  Giacomo  Della 
Porta,  contiene  l’immagine  di  Maria  da  noi  ricordata  sopra.  Del- 
le pitture  che  abbelliscono  la  volta  della  crocera,  la  Concezio- 
ne e le  quattro  figure  nei  triangoli  sono  degli  Odazzi;  la  risur- 
rezione di  Gesù  è opera  del  Calandrucci,  ed  il  s.  Francesco,  spet- 
ta a Mario  Garzi 

Gli  affreschi  nella  cappella  a sinistra  della  stessa  crocera  ven- 
nero condotti  da  Niccolò  da  Pesaro.  Nella  successiva  cappella 
si  osservano  tre  quadri  del  Baglioni,  cioè,  una  Madonna  con  di- 
versi santi,  s.  Carlo  Borromeo  e s.  Ambrogio.  Nella  penultima 
cappella,  il  battesimo  del  Redentore  appartiene  a Corrado  Gia- 
quinto,  ed  i due  laterali,  esprimenti  la  decollazione  del  Battista, 
e lo  stesso  santo  che  predica  nel  deserto,  sono  lavori  delRanuc- 
ci.  Finalmente  il  ricordato  Baglioni  dipinse  il  s.  Sebastiano  sul- 
l’altare dell’ultima  cappella,  ed  a lui  vengono  pure  attribuiti  il 
s.  Bonaventura  ed  il  s.  Antonio  dipinti  nei  lati.  L’Assunta  nella 
volta  della  navata  grande  venne  eseguita  dal  Calandrucci. 

Uscendo  dalla  cliiesa,  dirigetevi  per  la  via  di  prospetto,  quin- 
di volgete  a manca,  poi  incamminatevi  pel  primo  vicoletto  a de- 
stra, e giungerete  immediatamente  al 


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Porto  di  Ripa  Grande. 

PORTO  DI  RIPA  GRANDE. 

Innocenzo  XII,  circa  il  1692,  fece  edificare  questo  porto,  o- 
ve  approdano  i bastimenti  provenienti  dal  mare,  risalendo  il  Te- 
vere, dalla  sua  foce  di  Fiumicino,  pel  corso  di  circa  24  miglia. 
Lo  stesso  papa  fece  anche  erigere  la  dogana  con  architetture  di 
Mattia  De  Rossi,  che  la  decorò  d’un  bel  portico;  e,  regnando 
Pio  VII,  vi  fu  eretta  la  lanterna,  che  da  Gregorio  XVI  venne 
ridotta  nello  stato  attuale.  Da  questo  porto  si  gode  d’una  pitto- 
resca veduta  del  colle  Aventino;  e vogliamo  richiamare  alla 
mente  che  Porsenna,  re  d'Etruria,  era  accampato  in  queste  vi- 
cinanze, allorquando  Muzio  Scevola  .tentò  ucciderlo,  e che  non 
essendovi  riuscito,  si  lasciò  ardere  la  mano  alla  presenza  di  lui. 
Quest’atto  eroico  indusse  il  senato  a donargli  il  terreno  ove  Por- 
senna s’era  accampato,  e da  ciò  fu  dato  poi  allo  stesso  campo  il 
nome  di  prata  Mutia.  Quivi  presso,  Clelia,  giovinetta  di  nobil 
famiglia  romana,  traversò  il  Tevere  a nuoto,  a capo  delle  sue 
compagne,  per  isfuggire  agli  Etruschi,  presso  i quali  erano  in 
ostaggio.  — Fa  prospetto  a tutta  l’estensione  di  questo  porto, 
il  grande  edifizio  cui  si  dà  il  nome  di 

OSPIZIO  DI  S.  MICHELE. 

La  fondazione  di  questo  pio  istituto  si  deve  a D.  Tojnmaso 
Odescalclii,  nipote  d’ Innocenzo  XI.  Dopo  averlo  fatto  erigere, 
lo  apri  nel  1689,  e vi  trasferì  circa  80  fanciulli  che  alcuni  anni 
prima  aveva  raccolti.  In  seguito,  sotto  Innocenzo  XII,  vi  furono 
ammessi  i poveri  fanciulli  che  si  trovavano  nel  palazzo  del  Lu- 
terano, ed  anche  quelli  detti  i Letterati,  che  erano  stati  da  prin- 
cipio riuniti  nel  1582,  per  le  cure  caritative  di  Gio.  Leonardo 
Ceruso:  tutti  questi  fanciulli,  in  numero  di  circa  300,  vennero 
affidati  alla  direzione  dei  padri  delle  scuole  Pie. 

L’  edifizio  fu  ampliato  da  Clemente  XI  con  architetture  di 
Carlo  Fontana,  ed  il  medesimo  pontefice  vi  riunì  i vecchi  d’am- 
bo i sessi  dell’ospizio  di  Sisto  V.  Egli  inoltre  fecevi  costruire  il 
carcere  correzionale  per  li  giovanetti  colpevoli,  i quali  oggi  so- 
no ritenuti  in  una  prigione  eretta  a bella  posta  d’ ordine  di  Leo- 
ne XII,  presso  le  Carceri  Nuove  in  via  Giulia.  Il  ricordato 
pontefice  Clemente  XI  volle  anche  che  fosse  proseguita  la  fab- 
brica Odescalchi,  collocando  nel  piano  superiore  le  scuole  del- 
le arti,  e l’opificio  degli  arazzi.  Clemente  XII,  nel  1735,  fece 
erigere,  fra  questo  edifizio  ed  il  suindicato  carcere  correzionale, 


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380 


Settima  Giornata. 


la  casa  di  punizione  per  le  donne  di  mala  vita,  le  quali  sono  oggi 
recluse  altrove.  Pio  VI , nel  1190 , aggiunsevi  il  conservatorio 
per  le  giovanotte,  costruito  coi  disegni  di  Niccola  Forti,  e vi 
vennero  trasferite  dal  palazzo  Lateranense,  ove  da  prima  abita- 
vano: quindi  diede  ad  un  prelato  la  presidenza  dell’ospizio.  La 
facciata  principale  di  quest’  edilìzio  si  estende  per  ben  345  me- 
tri, avendone  80  di  profondità,  e 25  nella  massima  sua  altezza: 
il  suo  circuito  oltrepassa  mezzo  miglio  romano. 

Questo  stabilimento,  oltre  ad  offrire  un  asilo  caritativo  ai  po- 
veri d’ambo  i sessi  resi  infermi  dalla  vecchiezza,  come  pure  ai 
giovanetti  ed  alle  giovanette,  può  dirsi  un’ampia  scuola  d’indu- 
stria. Infatti  ivi  si  apprendono  dai  giovanetti  le  arti  meccaniche 
e le  arti  liberali:  quelli  che  accudiscono  alle  prime  hanno  nello 
stesso  ospizio  i loro  opificii  di  stampatori,  di  legatori  di  libri,  di 
sarto,  di  cazolaio,  di  cappellaio,  di  tintore,  di  sellaio,  di  falegnar 
me,  di  ebanista,  ecc.  Quelli  che  si  occupano  delle  seconde,  sotto 
la  direzione  di  abili  maestri,  danno  opera  alla  fabbricazione  dei 
tappeti  ed  arazzi  del  genere  di  quelli  dei  Gobelins,  come  pure 
all’intaglio  in  legno,  alla  pittura,  alla  scultura,  all’incisione  in 
cammei,  di  medaglie  ed  in  rame;  quest’  ultima  in  ispecie  ha  dato 
artisti  d’alta  rinomanza,  quali  sono  un  Mercuri,  un  Calamafc- 
ta,  ecc.  Alcuni  fra  gli  alunni  sono  impiegati  negli  uffizii  dell’am- 
ministrazione, e tutti  hanno  i principii  delle  lettere.  Sonovi  an- 
che scuole  del  disegno  di  figura,  di  architettura,  di  ornato,  di 
geometria,  di  meccanica  applicata  alle  arti,  come  ancora  la 
scuola  di  musica  vocale. 

A quest’  ospizio  si  dà  il  nome  di  s.  Michele  a causa  della  chiesa 
annessavi,  la  quale  è sacra  al  s.  Arcangelo,  e nel  giorno  della 
festa  di  esso,  ha  luogo  una  esposizione  pubblica  dei  prodotti 
delle  manifatture  e delle  opere  di  belle  arti. 

Gli  alunni  educati  in  questo  ospizio,  vi  rimangono  fino  all’età 
di  21  anno,  ed  uscendone  ricevono  dall’  ospizio  un  soccorso  di  30 
scudi,  eguali  a lire  161:  25.  Le  fanciulle  vi  sono  tenute  fino  a 
tanto  ebe  non  si  maritino,  o si  facciano  monache:  maritandosi, 
viene  largita  loro  una  dote  di  scudi  100,  pari  a lire  537: 50;  mo- 
nacandosi, di  scudi  200,  ossieno  lire  1075.  — Dirigendosi  per 
la  strada  che  rimane  fra  1’  ospizio  e la  dogana,  si  trova  a sini- 
stra la 

PORTA  PORTESE. 

Essa  venne  sostituita  all'antica  porta  Portuensit,  cosi  chia- 
mata perchè  si  usciva  dalla  medesima  per  recarsi  al  porto  di 


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Porta  Portese. 


381 


Roma:  essa  rimaneva  a circa  120  passi  oltre  la  città,  ed  era  dop- 
pia, cioè  a due  arcate  come  la  Ostiense.  Secondo  l’ iscrizione  che 
vi  si  leggeva,  fu  opera  degl’ imperatori  Arcadio  ed  Onorio,  i 
quali  la  edificarono  allorché  ricostruirono  le  mura  della  città 
nel  402.  Il  pontefice  Urbano  Vili  fu  quegli  che,  allorquando 
nel  1643  circondò  il  Trastevere  di  nuovi  baluardi,  fece  demolire 
l’antica  porta,  e costruì  quella  attuale  che  rimase  compiuta  da 
Innocenzo  X.  — Rientrando  in  città,  e pigliando  la  strada  a si- 
nistra, si  giunge  alla 

CHIESA  DI  S.  FRANCESCO  A RIPA. 

Nel  1229  questa  chiesa  fu  data  ai  padri  dell’ordine  di  s.  Fran- 
cesco d’ Assisi.  Allora  essa  venne  riedificata  da  Rodolfo,  conte 
dell’ Anguillara,  e poscia  fu  rinnovata  dal  card.  Lazzaro  Palla- 
vicini, coi  disegni  di  Mattia  De  Rossi.  L’ interno  ha  tre  navi, 
divise  da  pilastri.  Nella  seconda  cappella  a destra,  Domenico 
Maria  Muratori  dipinse  i laterali  ed  il  s.  Giovanni  da  Capistrano. 
La  Madonna  con  s.  Giuseppe,  nella  successiva  cappella,  è opera 
di  Stefano  Legnani.  Nell’ultima,  pertinente  alla  famiglia  Palla- 
vicini, il  Chiari  dipinse  il  s.  Pietro  d’ Alcantara  con  s.  Pasquale 
Baylon,  ed  anche  i due  piccoli  ovali;  i sepolcri  poi  dei  Pallavicini 
furono  condotti  dal  Mazzuoli.  L’architettura  dell’altar  maggiore 
come  pure  dei  due  piccoli  altari  nei  lati,  è di  Girolamo  Rainaldi. 

Nella  cappella  Altieri,  incontro  a quella  dei  Pallavicini,  si 
rende  osservabile  un  buon  quadro  del  Baciccio,  rappresentatavi 
la  Nostra  Donna  col  santo  Bambinp  e s.  Anna.  Il  Cebo  dipinse 
la  cupoletta,  ed  il  Bernini  scolpì  la  statua  giacente  della  beata 
Ludovica  Albertoni.  Il  s.  Michele  nella  cappella  seguente,  fu 
sostituito  ad  un  maraviglioso  dipinto  di  Annibaie  Caracci  espri- 
mente la  Pietà,  il  quale  si  ammira  oggi  in  Parigi.  L’ Annunziata 
nella  cappella  appresso  è del  Salviati,  e le  altre  pitture  sono  del 
Novara.  Passando  all'  ultima  cappèlla,  la  Concezione  fu  dipinto 
da  Martino  De  Vos;  la  Natività,  da  Simone  Vouet,  ed  il  qua- 
dro incontro,  da  Pietro  della  Cornia.  Il  sepolcro  nella  nave  gran- 
de, eretto  a Gioacchino  Costo,  fu  scolpito  dal  Pistrucei. 

Nel  convento  si  vede  la  camera  ove  abitò  il  santo  titolare, 
oggi  mutata  in  cappella,  in  cui  si  venerano  preziose  reliquie. 

Di  faccia  alla  descritta  chiesa,  apresi  un’  ampia  via,  che  ap- 
pellasi lo  stradone  di». Francesco  Alla  metà  circa  del  detto  stra- 
done si  trova,  a destra,  la  spaziosa  contrada,  aperto  nel  1862, 
a cui  forma  bella  prospettiva  la  fabbrica  dei  tabacchi,  eretto 


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Settima  Giornata. 


382 

nel  1864,  per  ordine  del  pontefice  Pio  IX,  coi  disegni  dell’ar- 
chitetto cav.  Antonio  Sarti.  Questo  grandioso  edifizio,  degno 
di  Roma,  elevasi  in  fondo  ad  una  vasta  piazza,  decorata  nel 
mezzo  da  una  fontana,  costruita  colla  direzione  dell’  architetto 
Busiri,  al  quale  si  devono  pure  i disegni  delle  nuove  fabbriche, 
le  quali  attorniano  la  suddetta  piazza. 

Tornando  nello  stradone  di  s. Francesco,  s’incontra  subito,  a 
destra,  la  chiesa  dedicata  a s.  Pasquale  ed  ai  santi  quaranta  mar- 
tiri. Poscia  si  passa  innanzi  a quella  di  s.  Callisto;  questa  rimane 
a sinistra  e va  congiunta  al  monistero  de’ padri  benedettini. 

Di  qui  si  sbocca  sulla  piazza  di  s.  Maria  in  Trastevere , ornata 
d’una  bella  fontana,  fattavi  erigere  da  Innocenzo  XII. 

CHIESA  DI  9.  MARIA  IIV  TRASTEVERE. 

In  questo  luogo  esisteva,  anticamente,  la  Taberna  Meritoria, 
ossia  una  specie  di  ospizio  per  quei  soldati  che,  ben  servendo 
alla  patria,  si  erano  resi  invalidi  o per  età,  o per  le  ferite  ripor- 
tate in  guerra.  Quell  edifizio,  essendo  stato  abbandonato,  venne 
còncesso,  dall’imperatore  Alessandro  Severo,  a s.  Calbsto  I. 
Questo  santo  pontefice,  nel  222  dell’era  cristiana,  ivi  eresse  una 
chiesetta,  la  quale  fn  la  prima  in  Roma  dedicata  a Maria  Vergi- 
ne, e la  prima  in  cui  i cristiani  poterono  esercitare  pubblicamen- 
te il  loro  culto.  S.  Giulio  I,  papa,  nel  349  rifabbricolla,  e dopo 
essere  stata  instaurata  più  volte,  Innocenzo  II,  nel  1139,  rifecela 
dalle  fondamenta,  decorandone  la  facciata  coi  musaici  che  tut- 
tora esistono,  esprimenti  la  Madre  di  Dio  colle  cinque  vergini 
prudenti  e le  cinque  stolte,  delle  quali  parla  il  vangelo.  In  se- 
guito fu  instaurata  da  Niccolò  V colla  direzione  di  Bernardo  Ros- 
sellini,  e finalmente  Clemente  XII  vi  eresse  il  portico  attuale, 
che  è sorretto  da  quattro  colonne  di  granito,  e contiene  interes- 
santissime iscrizioni  antiche. 

L’interno  di  questa  chiesa  è ammirabile,  e fra  poco  si  vedrà 
rimesso  totalmente  a nuovo  nella  parte  decorativa,  essendo  già 
parecchi  anni  che  vi  si  lavora  all’uopo,  colla  direzione  del  rino- 
mato architetto  Virginio  Vespignani,  il  quale  stimò  opportuno 
di  rinnovarne  anche  il  pavimento,  facendo  eseguire  quello  della 
navata  grande  in  opera  Alessandrina,  attenendosi  precisamente 
al  disegno  dell’antico . Esso  interno , oltre  la  nave  di  crocera  ha  tre 
navate,  divise  per  mezzo  di  21  grossa  colonna  di  granito,  senza 
contare  le  altre  due  sostenenti  il  grand’arco.  Talune  di  queste 
colonne  hanno  i capitelli  d’ordine  ionico,  ed  altre  d’ordine  coriu- 


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Chiesa  di  s.  Maria  in  Trastevere. 


383 


tio;  i primi  sono  d’uno  stile  assai  ricco  e provengono  certo  da 
qualche  tempio  d’Iside  e Serapide,  poiché  si  scorgono  le  figure 
di  tali  divinità  e quella  di  Arpocrate,  scolpite  tanto  nelle  volute 
quanto  nel  fiore.  Nel  mezzo  del  magnifico  soffitto  della  navata 
grande  si  osserva  un’ Assunta,  opera  bellissima  di  Domenichino. 

Tutti  gli  affreschi  che  decorano  questa  navata  appartengono 
all’accennato  ristauro,  diretto  dal  Yespignani.  Quelli  nella  fac- 
cia dell’arcone  si  devono  a Luigi  Cochetti,  il  quale,  nella  parte 
superiore,  effigiò  Maria  Vergiue  col  Bambino  fra  alquanti  an- 
geli, ed  inferiormente  ritrasse,  negli  angoli,  il  divin  legislatore 
Mosè,  ed  il  patriarca  Noè.  Nelle  pareti  laterali  veggonsi,  tra  le 
finestre,  16  grandi  figure  di  santi  e sante,  eseguite  a fresco,  ot- 
to per  parte,  da  altrettanti  artisti.  Tali  figure  rappresentano:  la 
1.*,  a destra  dei  riguardanti  e prossima  all’arcone,  il  pontefice 
s.  Gregorio  III,  di  Luigi  Chiari;  la  2.*,  s.  Biagio  vescovo  e mar- 
tire, di  Silverio  Capparoni;  la  3.*,  s.  Asterio  martire,  di  Ales- 
sandro Marini;  la  4.°,  s.  Simplicio  martire,  del  cav.  Y incenzo 
Morani;  la  5.*,  s.  Privato  martire,  di  Roberto  Bompiani;  la  6.*, 
s.  Appollonia  verginee  martire,  di  Francesco  Grandi;  lai.*, 
s.  Bonosa  vergine  e martire,  di  Pietro  Minoccoli;  la  8.*,  s.  Fran- 
cesca Romana,  di  Cesare  Fracassini;  la  9.*,  nella  parete  oppo- 
sta, s.  Brigida,  di  Cesare  Mariani;  la  10.*,  s.  Rufina,  di  Luigi 
Fontana;  la  11.*,  s.  Cecilia  vergine  e martire,  di  Marcello  Soz- 
zi; la  12.“,  s.  Dorotea  vergine  e martire,  di  Achille  Scaccioni; 
la  13.*,  s.  Mario  martire,  del  Bartolommei;  la  14.*,  s.  Palmazio 
martire,  del  Serejii;  la  15.*,  s.  Calepodio  martire,  di  Michele 
Wi timer;  la  16.*,  s.  Quirino  vescovo  e martire,  del  Cortis.  Nei 
cristalli  delle  tre  finestre  al  disopra  della  porta  principale,  figu- 
rano i santi  pontefici  Giulio,  Callisto  e Cornelio,  dipinti  a smal- 
to dal  Moroni,  sugli  originali  del  sunnominato  Grandi. 

L’altar  maggiore  è isolato,  e va  adorno  d’un  baldacchino  sor- 
retto da  quattro  colonne  di  porfido.  La  tribuna  è abbellita  con 
musaici:  quelli  nella  parte  superiore,  rappresentanti  Gesù  Cri- 
sto, la  Madonna  e diversi  santi,  vennero  eseguiti  nel  1143;  gli 
altri  al  di  sotto,  esprimenti  alcuni  fatti  della  vita  di  Maria  Ver- 
gine, e questa  stessa  in  mezzo  ai  ss.  apostoli  Pietro  e Paolo,  so- 
no lavori  condotti  da  Pietro  Cavallini  circa  il  1290.  La  cappella 
in  fondo  alla  piccola  navata  a destra  venne  eretta  coi  disegni  del 
surricordato  Domenichino,  ed  in  uno  scomparto  della  volta  di 
essa,  dipinse  questi  un  grazioso  putto  spargente  fiori.  Fra  i se- 
polcri, si  osservano  pure  quelli,  del  Lanfranco  e di  Ciro  Ferri, 
rinomati  pittori,  e l’altro  di  Giovanni  Bottari,  uomo  assai  noto 


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Settima  Giornata. 


nella  repubblica  letteraria.  Si  crede  ancora,  che  il  celebre  anti- 
quario, Famiano  N ardirli,  il  quale,  fra  altre  opere,  scrisse  pure 
la  descrizione  di  Roma  antica,  sia  sepolto  in  questa  chiesa. 

Incontro  ad  essa  s’aprono  due  strade:  pigliando  per  quella  a 
sinistra  si  trova  sulla  dritta,  a breve  distanza,  lo  spedale  di  s. 
Maria  e Gallicano,  eretto  d’ordine  di  Benedetto  XIII  co’disegni 
di  Filippo  Rauzzini,  ed  è destinato  agl’infermi  di  malattie  cuta- 
nee. Poscia,  dalla  stessa  parte,  s'incontra  subito  la 

CHIESA  DI  9.  CMSOGONO. 

Si  crede  che  la  primitiva  origine  rimonti  ai  tempi  di  Costan- 
tino il  Grande.  Nel  740  fu  ristorata  da  Gregorio  III,  e quindi 
rinnovata  nel  1623  dal  card.  Scipione  Borghese,  con  architet- 
ture di  Gio.  Battista  Sorla,  il  quale  decorò  l’ingresso  principale 
con  un  portico  sorretto  da  4 colonne  doriche  di  granito  rosso. 

L’ interno  di  questa  chiesa,  grave  ad  un  tempo  ed  elegante, 
somiglia  molto  a quello  di  s.  Maria  in  Trastevere.  Esso  ha  tre 
navate  divise  da  22  colonne  di  granito,  tratte  da  antichi  edifizi, 
ed  aventi  capitelli  ionici  moderni.  L’arcone  della  tribuna  viene 
sorretto  da  due  superbe  colonne  corintie  di  porfido,  e T aitar 
maggiore  è decorato  d’un  baldacchino  sostenuto  da  quattro  co- 
lonne di  alabastro  assai  raro.  Nel  mezzo  del  soffitto  della  navata 
grande  si  vede  la  copia  di  un’eccellente  pittura  di  Guercino,  rap- 
presentante s.  Crisogono  portato  in  cielo  dagli  angeli  : questa 
copia  fa  ben  desiderare  che  l’originale  non  fpsse  mai  stato  tra- 
sferito in  Inghilterra.  Il  pavimento  di  questa  chiesa  è di  bell’o- 
jìera  Alessandrina.  — Uscendo  dalla  porta  principale  della  chie- 
sa, ed  incamminandosi  per  la  strada  a destra,  si  trova  subito,  a 
sinistra,  la  piazzetta  di  Monte  di  Fiore , ove  fu  scoperta  la 

STAZIONE  DELLA  VII  COORTE  DE'VIGILI. 

Questa  scoperta  si  deve  ai  Sigg.  Giuseppe  Gagliardi  ed  An- 
tonio Ciocci,  i quali,  sul  finire  del  1866,  aprirono  quivi  uno  sca- 
vo allo  scopo  di  discoprirvi  delle  antichità.  Infatti,  non  appena 
incominciati  i lavori  di  escavazione  apparve  un  muro,  forse  dei 
tempi  di  Adriano,  essendosi  trovati,  presso  lo  stesso  muro,  dei 
mattoni  con  bolli  di  quell’epoca.  Proseguendo  a scavare,  venne 
scoperto,  alla  profondità  di  8 metri  dal  suolo,  un  pavimento  in 
musaico  bianco  e nero,  nel  cui  centro  elevasi  una  vasca  di  for- 
ma esagona,  con  lati  curvilinei,  rivestita  di  un  intonaco  assai 


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Stazione  della  VII  coorte  de'  Vigili. 

duro  e compatto,  onde  renderla  impenetrabile  all’acqua.  Questo 
pavimento,  che  si  estende  8 metri  circa  per  ogni  lato,  ricopre 
l'area  di  un  impluvium,  ossia  di  un  cortile  del  fabbricato;  e nei 
superstiti  avanzi  dei  muri  che  lo  racchiudono,  veggonsi  alquan- 
te porte,  alcune  delle  quali  sono  murate,  e le  altre  danno  ac- 
cesso a diverse  parti  dell’edifizio.  Una  di  esse,  di  bellissima  co- 
struzione, è decorata  con  due  pilastri  corintii  d’opera  laterizia, 
con  basi  e capitelli  di  terra  cotta,  sostenenti  un  frontespizio  di 
egual  materia  con  modenature  abbellite  d’intagli.  Ter  questa 
porta  si  entra  in  una  piccola  camera  ornata  di  pitture  decorati- 
ve di  diverso  genere.  Nel  pavimento,  già  da  noi  accennato,  so- 
no rappresentati  tritoni,  ninfe,  pesci  e fantastici  mostri  del  ma- 
re; ed  essendo  tali  rappresentanze  soggetto  assai  comune  nei 
luoghi  da  bagno,  facilmente  si  sarebbe  creduto  che  l’edifizio  a- 
vesse  già  servito  a tale  uso.  Come  però  i discoperti  muri  si  an- 
davano spogliando  della  terra  che  v'era  rappresa,  apparvero 
sull’intonaco  di  alcuno  di  essi  delle  iscrizioni  eseguite  a graffito, 
dalle  quali  si  conobbe  che  il  fabbricato  incominciato  a discopri- 
re servì  evidentemente  di  stazione  alla  VII  coorte  de’  Vigili, 
corpo  di  milizia  «istituito  da  Augusto,  per  invigilare,  durante 
la  notte,  la  sicurezza  pubblica,  e per  apportare  soccorsi  in  casi 
d’incendio.  In  questi  graffiti  si  leggono  dei  pensieri,  dei  voti, 
delle  acclamazioni,  dei  fatti,  e delle  memorie  di  una  quantità  di 
militi  che  abitarono  l’edifizio  di  cui  riattasi,  chiamando  talvolta 
sè  stessi  della  coorte  settima  dei  Vigili.  In  alcuni  di  questi  graf- 
fiti apparisce  l’epoca  in  cui  furono  scritti,  e questi  rimontano  al 
primo  periodo  del  terzo  secolo  dell’era  cristiana. 

Tornando  indietro  e pigliando  la  via  incontro  alla  porta  late- 
rale di  8.  Maria  in  Trastevere,  dopo  oltrepassata  una  chiesina, 
si  trova  a manca  la 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DELLA  SCALA. 

Il  card.  Cosimo,  nel  1592,  fece  erigere  questa  chiesa  per  cu- 
stodirvi una  miracolosa  immagine  della  Madonna  che  esisteva 
nella  scala  d’una  casa  propinqua  a questo  luogo,  dal  che  prese 
la  chiesa  il  nome  di  s.  Maria  della  Scala.  L’architettura  della 
facciata  è di  Ottavio  Mascherini,  e quella  dell’ interno,  di  Fran- 
cesco da  Volterra. 

Nella  prima  cappella  a destra  osservasi  la  decollazione  di  san 
Gio.  Battista,  opera  stupenda  di  Gherardo  Delle  Notti.  L’  ulti- 
ma cappella  da  questa  parte,  sacra  a santa  Teresa,  venne  ridotta 

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Settima  Giornata. 


nell’  attuale  stato  coi  disegni  del  Pannini,  che  la  ornò  di  marmi 
preziosi  e con  quattro  superbe  colonne  di  verde  antico.  Dei  due 
bassorilievi,  a forma  di  medaglioni,  quello  che  rappresenta  la 
santa  titolare  è lavoro  di  Filippo  Valle,  e l’altro  di  M.r  Slodtz. 
Il  quadro  sull’altare,  espressavi  s.  Teresa,  fu  dipinto  da  Fran- 
cesco Mancini. 

Sopra  l’altar  maggiore  avvi  un  magnifico  tabernacolo,  incro- 
stato di  pietre  preziose  e decorato  con  16  colonnine  di  diaspro 
orientale.  Le  statue  di  s.  Giuseppe  e di  santa  Teresa,  sulle  porte 
del  coro,  sono  della  scuola  del  Bernini,  e nel  detto  coro  si  scor- 
ge una  Madonna,  del  cav.  d’ Arpino.  Sull’altare  della  seguente 
cappella  dall’altro  lato,  si  venera  la  sacra  immagine  di  Maria 
Vergine,  di  cui  si  parlò  sopra.  Nella  successiva  cappella  è un  s. 
Giovanni  della  Croce  con  alcuni  angeli,  opera  dello  scultore  Pa- 
paleo,  siciliano.  Il  transito  della  Madonna,  nella  cappella  die 
viene  dopo,  è lavoro  di  Carlo  Saraceni,  ed  i due  laterali  appar- 
tengono al  Conca. 

Questa  chiesa  è affidata  ai  padri  carmelitani  scalzi,  i quali 
hanno  nel  convento  annesso  una  ragguardevole  farmacia,  ove 
si  vende  anche  la  rinomata  acqua  antipestilenziale,  detta  acqua 
della  Scala,  o acqua  de'  Carmelitani.  — L’ampia  strada  delle 
Fornaci,  che  si  trova  immediatamente  a sinistra,  conduce  al 

MONTE  GIANICOLO. 

Questo  monte  piglia  il  nome  da  Giano  re  degli  Aborigeni,  il 
quale  vi  eresse  una  città,  detta  Antipoli,  dal  lato  rivolto  al  Cam- 
pidoglio, ove  si  crede  che  allora  abitasse  Saturno.  Anco  Marzio 
eongiunse  a Roma  una  parte  di  questo  monte,  che  si  distende 
fino  al  Vaticano.  Tito  Livio  ne  fa  sapere,  che  si  scopersero  alle 
ìadici  del  Gianicolo  due  sarcofaghi  di  pietra  con  iscrizioni,  so- 
pra uno  de’  quali  si  leggeva  che  in  esso  era  racchiuso  il  corpo 
di  Numa  Pompilio,  morto  535  anni  prima  di  tale  scoperta,  ma 
ivi  entro  nulla  fu  trovato;  sull’altro  erano  indicati  i libri  che 
conteneva,  composti  sulla  religione  da  quello  stesso  re.  Infatti 
vi  furono  trovati  sette  libri  in  latino  e sette  in  greco,  scritti  su 
scorze  papiracee,  che  vennero  bruciati  dal  senato,  come  conte- 
nenti dottrine  perniciose.  Questo  monte  è detto  Montorio,  cor- 
ruzione di  Monte  d'oro,  nome  che  gli  fu  dato  a causa  delle  are- 
ne gialle  delle  quali  si  compone  in  gran  parte. 

Salendo  il  Gianicolo,  dopo  breve  cammino,  si  giunge  ad  una 
specie  di  piazza,  ove  a destra,  si  vede  l’ingresso  al  Bosco  Par- 


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Monte  Gianicolo. 


387 


rasto,  segnato  col  N.°  33.  In  questo  delizioso  luogo  gli  arcadi 
tengono,  nell’estate,  le  loro  adunanze  letterarie.  — La  spaziosa 
salita  che  quivi  corre  innanzi,  conduce  alla  vetta  del  Gianicolo, 
d’onde  si  scopre  uno  stupendo  panorama  dell’intera  città  di  Ro- 
ma e delle  sue  vicinanze,  ed  ove  si  trova  la  chiesa  di  s.  Pietro  in 
Montorio . 

Nel  1867,  ricorrendo  il  centenario  del  martirio  del  santo  apo- 
stolo, in  onore  del  quale  fu  edificata  la  detta  chiesa,  come  me- 
glio si  dirà  in  seguito,  venne  dato  alla  suindicata  salita  un  an- 
damento affatto  diverso  dall’antico,  rendendola  agevole  e como- 
da, affinchè,  in  tale  occasione,  anche  il  Santo  Padre  col  suo  cor- 
teggio potesse,  volendolo,  recarsi  senza  disagio  a visitare  un  cosi 
insigne  santuario.  I lavori  furono  lodevolmente  eseguiti,  nel  1 
breve  termine  di "50  giorni,  attenendosi  alla  pianta  data  all’uopo 
dall’ingegnere  comunale  Federico  Le  Arcangelis. 

CHIESA  DI  S.  PIETRO  IN  MONTOIUO. 

Questa  chiesa,  creduta  d’origine  Costantiniana,  venne  anche 
detta  in  castro  aureo,  perchè  ivi  si  vedevano  gli  avanzi  della 
rocca  Gianicolense,  Arx  Janiculensis,  eretta  da  Anco  Marzio. 

Si  pretende  che  fosse  edificata  sul  luogo  ove  l’apostolo  s.  Pie- 
tro subì  il  martirio,  e che  per  questa  ragione  venisse  ad  esso  de- 
dicata. Rimasta  poscia  in  abbandono,  fu  data,  nel  1472,  ai  frati 
minori  osservanti,  a vantaggio  de’  quali  Ferdinando  IV,  re  di 
Spagna,  la  riedificò  sul  finire  del  XV  secolo,  con  architetture 
di  Baccio  Pintelli;  ed  al  cominciare  del  corrente  secolo  venne 
ristorata  dai  danni  sofferti  nel  1798. 

Essa  chiesa  ha  una  sola  navata,  e contiene  belle  pitture.  Gli 
affreschi  nella  prima  cappella  a destra,  ove  è rappresentata  la 
flagellazione  di  Gesù,  furono  condotti  da  Sebastiano  Del  Piom- 
bo, sui  cartoni  del  Bonarruoti.  Nella  seconda  si  venera  un’im- 
magine miracolosa  della  Madonna,  detta  della  Lettera.  La  pic- 
cola volta  di  questa  cappella  è ornata  d’un  affresco  di  buona 
scuola,  ed  esprime  la  coronazione  di  Maria  Vergine.  Il  quadro 
della  quarta  cappella  offreci  la  conversione  di  s.  Paolo,  pittura 
del  Vasari,  nella  quale  introdusse  il  suo  ritratto:  Bartolommeo 
Ammannato  scolpi  le  statue  della  Religione  e della  Giustizia;  e 
sul  disegno  del  Vasari  condusse  in  marmo  i due  sepolcri  della 
famiglia  Del  Monte,  come  pure  le  sculture  della  balaustrata. 
Nella  tribuna,  in  cui  ora  si  vede  una  copia  della  crocifissione  di 
s. Pietro  di  Guido  Reni,  ammiravasi  in  passato  la  Trasfigurazio- 

17* 


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388  Settima  Giornata. 

ne  di  N.  S. , lavoro  classico  del  sommo  Kaffaello,  che  osserve- 
remo nella  galleria  de’ quadri  al  Vaticano,  ove  venne  posto,  do- 
po che  la  Francia  ebbelo  restituito,  in  seguito  del  trattato  di 
pace  del  1815. 

Il  quadro  della  prima  cappella  dall’altro  lato,  dopo  l’altar 
maggiore,  rappresentante  il  Battista  in  atto  di  battezzare  il  Re- 
dentore, si  crede  sia  opera  di  Daniello  da  Volterra:  la  volta  ven- 
ne dipinta  da  Leonardo,  milanese,  suo  scolare,  e le  statue  de’ 
ss.  Pietro  e Paolo  sono  di  scultore  ignoto.  La  seguente  cappella 
venne  ridotta  come  ora  si  vede  coi  disegni  del  Bernini,  che  la 
decorò  di  gentili  stucchi.  I quadri  ch’ivi  si  veggono  sono  lavo- 
ri assai  pregiati  di  Leonardo,  fiammingo,  e rappresentano  la  de- 
posizione di  croce,  ed  altri  fatti  della  passione  di  Cristo.  Sull’al- 
tare della  terza  cappella,  osservasi,  dipinta  a fresco,  la  Madon- 
na col  Bambino  Gesù  e s.  Anna,  e nella  volta  è figurato  il  Pa- 
dre Eterno:  pitture  tutte  d’autore  incognito  , ma  di  buona  scuo- 
la. L’architettura  della  quarta  cappella  è del  ricordato  Bernini: 
il  bassorilievo  dell'altare,  esprimente  s.  Francesco  sostenuto  da- 
gli angeli,  come  ancora  i due  sepolcri  laterali,  sono  lavori  di 
Andrea  Bolgio  e Francesco  Baratta.  Gli  affreschi  deH'ultima 
cappella,  ne’  quali  è espresso  s.  Francesco  in  atto  di  ricevere  le 
sacre  stimmate,  appartengono  a Giovanni  De  Vecchi.  Il  grazio- 
so monumento  sepolcrale  vicino  all'ingresso,  da  questo  lato,  ven- 
ne scolpito  da  Giovanni  Dosio. 

La  porta  dopo  la  terza  cappella  a destra,  mette  al  chiostro 
dell’attiguo  convento,  ove  si  osserva  un  tempietto  rotondo  con 
una  cupola  forse  troppo  elevata  in  proporzione  del  diametro. 
Esso  è decorato  all’estemo  con  dodici  colonne  di  granito  bigio, 
sostenenti  il  cornicione  sormontato  da  una  balaustrata.  Questo 
tempietto  contiene  due  cappelline,  delle  quali,  quella  sotterra- 
nea è magnificamente  decorata.  Il  surricordato  Ferdinando  IV 
lo  fece  erigere  coi  disegni  di  Bramante,  sul  luogo  in  cui,  secon- 
do l’antica  tradizione,  s.  Pietro  conseguì  la  palma  del  martirio. 

Questo  convento  e l’annessa  chiesa,  rimanendo  poco  lungi 
dalla  porta  s.  Pancrazio,  ove  ebbero  luogo  le  principati  opera- 
zioni militari  nel  1849,  delle  quali  fra  poco  daremo  un  cenno, 
dovettero  inevitabilmente  rimaner  danneggiati  dai  tiri  delle  bat- 
terie d’assedio.  Cessate  le  ostilità  vi  si  fecero  le  necessarie  ripa- 
razioni, ed  il  campanile,  minacciante  rovina,  fu  riedificato. 

Proseguendo  a satire  il  Gianicolo  per  la  strada  accanto  alla 
chiesa,  si  giunge  alla 


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Fontana  Paolina. 
FONTANA  PAOLINA. 


389 


Questa  fontana,  la  più  abbondante  d’acqua  fra  quelle  di  Ro- 
ma, fu  fatta  erigere  da  Paolo  V Borghese,  nel  1612.  coi  disegni 
di  Gio.  Fontana  e di  Stefano  Mademo,  valendosi  all’  uopo  dei 
materiali  presi  dal  Foro  di  Nerva.  Essa  è ornata  con  sei  colonne 
ioniche  di  granito  rosso,  sulle  quali  posa  un  attico,  sormontato 
dall’arme  del  suddetto  pontefice,  ed  avente  nel  mezzo  una  gran- 
de iscrizione.  Fra  le  colonne  si  aprono  cinque  nicchie,  due  pic- 
cole e tre  assai  prandi;  e da  queste  ultime  appunto  sgorgano  im- 
petuosi torrenti  d'acqua  che,  spumeggiando,  vanno  a cadere 
con  fragore  in  una  immensa  marmorea  vasca.  Nelle  altre  due 
nicchie  si  veggono  dei  draghi  (parte  degli  stemmi  di  Paolo  V), 
gettanti  acqua  anch’essi  nell'ampio  bacino.  È questa  l’antica  ac- 
qua Traiana,  e non  l’Alseatina,  come  viene  detta,  per  errore, 
nell’iscrizione.  L’imperatore  Traiano  fecela  condurre  in  Roma 
per  uso  del  Trastevere,  ed  essa  pigliò  il  nome  di  acqua  Paola 
da  papa  Paolo  V,  il  quale,  dopo  averne  fatto  risarcire  gli  anti- 
chi condotti,  vi  aggiunse  una  porzione  dell’acqua  del  lago  di 
Bracciano  ossia  Sabatino;  ed  ultimamente,  per  aumentarne  il  vo- 
lume, fu  ad  essa  unita  l’acqua  del  lago  di  Martignano,  ossia 
l’Alseatina.  L’acquidotto  ha  un  corso  di  35  miglia,  e le  acque 
suddette  passando  dipoi  in  diversi  condotti,  fanno  agire  mole, 
cartiere,  gualchiere  ecc. 

A destra  di  chi  osserva  la  fontana  da  noi  descritta  si  scorge, 
poco  lungi  e su  di  un’altura,  il  casino  Savorelli.  Esso  fu  rico- 
struito in  gran  parte  stante  che,  durante  l’assedio  di  Roma  del 
1849,  il  Garibaldi,  uno  de’  generali  repubblicani,  ivi  aveva  po- 
sto il  suo  quartier  generale,  e per  conseguenza  il  luogo  fu  bat- 
tuto dalle  artiglierie  dell’armata francese,  spedita  a ristabilire  in 
Roma  il  governo  pontificio.  — Proseguendo  a salire  il  Granico- 
lo, si  perviene,  dopo  breve  cammino,  alla 

PORTA  8.  PANCRAZIO. 

Apresi  questa  porta  nellacortina  avendo,  a sinistra  nell'  usci- 
re, il  VII  bastione  verso  il  Tevere,  ed  alla  destra  l’VIII,  dal  lato 
del  Vaticano.  Essa  anticamente  fu  detta  Janiculcnsis,  dal  no- 
me del  monte  in  vetta  a cui  si  apre;  ma  dal  tempo  di  Procopio 
aveva  già  preso  la  denominazione  attuale  dalla  chiesa  di  s.  Pan- 
crazio, che  si  trova  a circa  mezzo  miglio  più  oltre.  Urbano  Vili, 
quando  circpudò  il  Trastevere  di  nuove  mura,  la  fece  ricostruire 


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390  Settima  Giornata. 

coi  disegni  di  Antonio  De  Rossi;  e siccome  durante  l’assedio  di 
Roma,  ricordato  sopra,  la  sua  decorazione  esterna,  in  travertini, 
rimase  molto  danneggiata  dalle  batterie  francesi,  cosi,  al  co- 
minciare del  1854,  venne  per  intero  atterrata,  e rifatta  di  nuovo 
con  architetture  di  Virginio  Vespignani,  il  quale  diresse  pure  la 
nuova  decorazione  fatta  a questa  porta,  nel  1856,  nella  faccia 
rivolta  verso  Roma. 

Fu  da  questa  parte  della  città  che  l’esercito  francese,  il  30  a- 
prile  1849,  diede  un  assalto  senz’esito,  e che,  dopo  un  mese  di 
tregua,  rincominciate  le  ostilità,  esso  s’impadronì  il  3 giugno, 
dopo  vigorosa  resistenza,  della  villa  Pamphily,  della  chiesa  di 
s.  Pancrazio,  della  villa  già  Giraud,  congiunta  all’edifizio  detto 
il  Vascello,  come  pure  del  casino,  detto  de’  Quattro  Venti,  che 
esisteva  incontro  alla  porta  s.  Pancrazio.  Nei  successivi  giorni 
l’esercito  suddetto,  dopo  aver  posto  delle  batterie  in  alcuni  dei 
punti  de’  quali  s’era  reso  padrone,  cominciò  a battere  in  breccia 
le  mura,  fra  il  VI  ed  il  IX  bastione,  ed  a rispondere  alle  batte- 
rie piantate  dai  repubblicani  sui  medesimi  bastioni,  sull’ Aventi- 
no e sul  monte  Testaccio;  luoghi  che  già  furono  da  noi  veduti 
dall’altro  lato  del  Tevere.  In  pari  tempo  quell’esercito  eseguì  dei 
movimenti  strategici  in  altri  punti  intorno  alla  città,  e diede 
principio  alle  trincere,  per  così  approssimarsi  alla  piazza  asse- 
diata. Compiuti  i lavori,  e riconosciute  praticabili  le  brecce,  gli 
assedienti  montarono  all’assalto,  prima  per  quelle  aperte  nel  VI 
e VII  bastione,  durante  la  notte  del  21  al  22  giugno;  e poi,  la 
mattina  del  30,  montarono  per  l’altra  dell’ Vili  bastione.  In  tal 
guisa  le  soldatesche  francesi  presero  Roma  d’assalto,  e vi  si  sta- 
bilirono il  3 luglio,  avendo  gli  assediati  cessato  dalle  difese. 

Pochi  giorni  dopo,  la  commissione  provvisoria  municipale  si 
occupò  della  riparazione  delle  mura,  nei  luoghi  ove  erano  state 
abbattute  o danneggiate,  e l’iscrizione  latina,  posta  nel  V ba- 
stione verso  la  porta  Portese,  ricorda  si  fatto  lavoro.  Qui  poi 
torna  acconcio  dire,  che  dopo  aver  oltrepassato  l’ Vili  bastione, 
dal  canto  del  Vaticano,  si  scorge  un’edicola  quadra  in  traverti- 
ni, che  contiene  la  statua  di  s.  Andrea.  Tale  edicola  venne  eret- 
ta nel  1848  d’ordine  del  pontefice  Pio  IX,  nel  luogo  stesso  ove 
si  rinvenne,  nella  sua  integrità,  la  preziosa  reliquia  della  testa 
di  quel  santo,  da  sagrilega  mano  involata  alla  basilica  Vaticana 
nel  suddetto  anno,  e pochi  giorni  prima  del  suo  ritrovamento. 

Osservati  i risarcimenti  delle  mura  e tornando  alla  porta 
s.  Pancrazio,  si  piglia  per  la  via  che  le  rimane  incontro,  ed  a po- 
ca distanza  si  scorgono,  a destra,  le  rovine  dell’edifizio  detto  il 


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391 


Villa  Pam]/  h ily-Do  ria . 

Vascello,  accennato  sopra.  Esso  fu  costruito  nel  secolo  XVII 
da  un  abbate  Benedetti,  incaricato  di  Luigi  XIV  presso  la  san- 
ta Sede,  coi  disegni  di  Basilio  Bricci,  e di  Plautilla  Bricci  sua 
sorella,  l’uno  e l'altra  pittori,  i quali  immaginarono  dargli  la  for- 
ma di  un  vascello.  La  galleria  del  piano  superiore  venne  ornata 
di  pitture  da  Pietro  da  Cortona,  dall’ Allegrini,  dal  Grimaldi,  dal 
Lauretti  e dalla  menzionata  Bricci.  — Presso  il  Vascello,  nel 
bivio  delle  due  strade  corrispondenti  alle  antiche  via  Aurelia  e 
Vitellia,  si  trova  il  nuovo  ingresso  della 

VILLA  PAMPHILY-DORI*. 

Questa  villa,  la  più  ampia  ed  amena  di  quante  se  ne  hanno 
presso  Roma,  fecela  formare  il  principe  Pamphily,  sotto  Inno- 
cenzo X,  colla  direzione  di  Gio.  Battista  Falda,  e di  Alessandro 
Algardi,  che  somministrò  pure  i disegni  del  gran  palazzo.  Og- 
gi appartiene  all’illustre  famiglia  Doria,  la  quale  pose  ogni  cu- 
ra a renderla  ognor  più  splendida  e bella;  ed  il  principe  D.  Fi- 
lippo Andrea,  volendola  rendere  anche  più  comoda  e vasta,  vi 
aggiunse  la  villa,  o per  meglio  dire  vigna  Corsini,  ove  esistè  il 
casino,  detto  de’  Quattro  Venti,  e fu  da  esso  a tale  effetto  com- 
perata dal  principe  D.  Tommaso  Corsini.  Quindi  dopo  averla  ri- 
dotta come  oggi  si  vede,  profittando  dello  stesso  ingresso  che 
metteva  nella  medesima  vigna  Corsini,  dava  alla  villa  in  discor- 
so, nel  1860,  un  accesso  assai  più  comodo  dell’antico,  il  quale 
distava  più  di  mezzo  miglio  dalla  porta  s.  Pancrazio. 

Non  appena  entrati  nella  deliziosa  villa  che  siamo  per  visitare, 
scorgesi  in  fondo  al  gran  viale  che  viene  subito  di  fronte,  un  e- 
difizio  foggiato  a guisa  di  arco  trionfale,  il  quale,  fiancheggiato 
da  altrAinaloghe  costruzioni  e da  eleganti  cancellate  di  ferro, 
forma  un  secondario,  ed  assai  magnifico  accesso  alla  villa  stes- 
sa. L’accennato  edifizio,  decorato  di  antiche  statue,  fu  fatto  co- 
struire, nel  1859,  dal  surricordato  principe  Doria,  coi  disegni 
dell’architetto  Busiri,  ed  elevasi  sull’area  stessa,  ed  anzi  su  qual- 
che avanzo  del  surricordato  casino  de’  Quattro  Venti,  il  quale 
era  rimasto  quasi  intieramente  distrutto,  nel  1849,  durante  le 
operazioni  militari  dell’assedio  di  Roma. 

Appena  oltrepassato  il  suindicato  arco,  dirigendosi  a destra, 
si  scorge  suU’istessa  mano,  ma  dall’altro  lato  della  pubblica  stra- 
da che  passa  per  di  sotto,  il  casino  della  villa  già  Giraud,  la 
quale  oggi  appartiene  alla  casa  Doria,  che  fecelo  ristaurare  e 
ridurre  all’eleganza  in  cui  il  vediamo.  Dopo  si  trova,  sull’istes- 


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392 


Settima  Giornata. 


so  lato,  un  palazzino  adorno  di  alquanti  ritratti  eseguiti  di  rilie- 
vo; e poscia,  lasciando  a destra  ed  a sinistra  gli  avanzi  di  anti- 
chi colombarii,  come  ancora  lasciando  l’acquidotto  dell’acqua 
Traiano-Paola,  che  prolung-asi  sul  lato  destro,  si  entra  nell’an- 
tica villa  Pamphily,  ove  si  hanno  ombrosi  ed  estesi  viali,  bo- 
schetti, giardini,  graziose  fontane,  un  bel  lago  con  cadute  d’ac- 
qua, ed  un  semicircolo  adorno  di  piccole  fontane,  di  statue  e di 
bassorilievi  antichi.  Nel  centro  poi  di  questo  emiciclo  trovasi  li- 
na camera  rotonda,  in  cui  altre  volte  era  un  Fauno  in  marmo 
che  suonava  la  pastorale  zampogna,  e nel  tempo  stesso  vi  si  u- 
diva  suonare  una  specie  di  organo:  tali  dilettevoli  armonie  ve- 
nivano effettuate  mercè  una  macchina  mossa  dall’acqua;  ma  o- 
gni  cosa  venne  distrutta  nelle  vicende  politiche  del  1849. 

Il  magnifico  palazzo  di  questa  villa  conteneva  marmi  antichi, 
fra  i quali  ve  n’ erano  degli  stimati  molto:  oggi  però  non  ve  ne 
restano  che  de’  mediocri,  e vi  si  osservano  pure  alquanti  qua- 
dri. Le  volte  de’  pianterreni  sono  decorate  con  istucclii  di  squi- 
sito stile,  condotti  sui  disegni  dell’Algardi. 

A breve  distanza  dal  palazzo  è da  osservare  la  nuova  cappella 
di  forma  circolare,  eretta  nel  1858  con  architetture  del  sunno- 
minato Busiri,  che  la  decorò  con  otto  colonne  di  marmi  diversi, 
sostenenti  l’elevazione  centrale:  al  di  sotto  v’è  l’annessa  sacre- 
stia, ed  ivi  ha  origine  un  corridoio  sotterraneo,  mediante  il  qua- 
le il  nuovo  edifizio  rimane  in  comunicazione  col  palazzo. In  fine, 
vogliamo  pure  accennare,  che  nel  viale  il  quale  si  estende  di 
fronte  al  palazzo  stesso,  trovasi  la  tomba  in  cui  il  surricordato 
principe  Filippo  Andrea  fece  deporre  le  ceneri  di  quei  soldati 
francesi  che  quivi  perirono  combattendo  nell’  assedio  di  Roma 
del  1849.  L’avello  è sormontato  da  una  specie  di  tempietto  iso- 
lato, di  forma  quadrata,  in  cui  vedesi  una  bella  statuii#  di  Ma- 
ria Vergine,  e va  adorno  di  quattro  colonne  di  marmo  venato, 
che  ne  sostengono  la  volticella  che  lo  ricopre. 

Gli  scavi  fatti  in  questa  villa,  produssero  la  scoperta  di  pa- 
recchi sepolcri  e colombarii  assai  ben  conservati.  Talune  iscri- 
zioni rinvenute  in  que’  colombarii  ed  altre  che  già  esistevano, 
vennero  raccolte  entro  un  boschetto  presso  il  luogo  del  loro  ri- 
trovamento; e fra  esse  avvene  qualcuna  assai  interessante.  Tali 
sepolcri  segnano  l’andamento  della  via  Aurelia,  e presentano 
non  poco  d’interesse  tanto  rapporto  alla  bella  costruzione,  quan- 
to all’uso  funebre  che  ne  facevano  gli  antichi.  Questa  villa  inol- 
tre, mercè  il  summenzionato  ingrandimento,  oggi  racchiude  pu- 
re una  delle  uscite  del  cimitene  di  Calepodio,  la  cui  principale 
entrata  trovasi  sotto  la 


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Chiesa  di  s.  Pancrazio.  393 

CHIESA  DI  S.  PANCRAZIO. 

Essa  trovasi  dopo  fatto  mezzo  miglio  circa  sulla  strada  a de- 
stra di  chi  esce  dal  nuovo  ingresso  della  descritta  villa;  e tale 
strada  rimane  nella  direzione  dell'antica  via  Yitellia,  menzionata 
da  Svetonio,  ed  aperta  dagli  antenati  dell'imperatore  Yitellio. 
L’erezione  della  detta  chiesa  si  fa  risalire  al  secolo  III,  giacché 
dicesi  che  il  pontefice  s.  Felice  I l’ebbe  fondata  nel  274  sul  ci- 
mi terio  di  Calepodio , e che  poscia  venisse  ampliata  da  F elice  III . 
Tuttavia  è indubitato  che  fu  san  Simmaco  papa  quegli  che  nel 
500  fece  costruire  originariamente  la  chiesa  attuale,  dedicandola 
ai  ss.  Pancrazio  vescovo,  Pancrazio  soldato  e Yittore,  martiri,  i 
corpi  de’  quali  riposano  sotto  l’altar  maggiore,  assieme  ad  altre 
reliquie.  Onorio  I rinnovò  questa  chiesa  sul  principio  del  VII  se- 
colo; Adriano  I ristorolla  nel  secolo  successivo,  ed  in  fine  Luigi 
Torres  di  Monreale,  cardinale  titolare,  la  riedificò,  correndo  l’an- 
no 1609  ; ma  venne  compiuta  nel  1673  dai  padri  carmelitani 
scalzi,  cui  fu  data  da  Alessandro  VII.  Circa  il  finire  dello  scorso 
secolo  rimase  abbandonata  e deserta  per  parecchi  anni,  di  guisa 
che  era  prossima  a cadere  in  ruina;  ma  dal  1815  si  cominciò  a 
ristorarla,  e ad  onta  della  perdita  d’alcun  prezioso  ornamento  in 
porfido,  oggi  si  trova  in  assai  buono  stato  di  conservazione.  In 
detta  chiesa  si  vedeva  l’epitaffio  del  rinomato  Crescenzio,  con- 
sole romano,  rampollo  della  nobile  famiglia  dei  Crescenzi,  la 
quale,  durante  i secoli  X ed  XI,  ebbe  sì  gran  potere  in  Roma. 
Non  si  sa  cosa  sia  stato  di  tale  importante  monumento  per  la 
storia  di  Roma,  ma  è probabile  che  scomparisse  quando  la  chie- 
sa fu  rinnovata  dal  card.  Torres  nel  1609,  giacché  il  Martinelli, 
il  quale  scriveva  nel  1653,  non  ne  fa  parola. 

In  questa  chiesa,  Innocenzo  III  coronò  Pietro  re  di  Aragona, 
ed  in  essa  Giovanni  XXII  ricevette  Luigi  re  di  Napoli.  Di  quivi 
si  può  scendere  nelle  catacombe  o cimiterio  di  Calepodio,  uno 
de’  più  celebrati  nella  storia  ecclesiastica  e negli  atti  de’  martiri . 

Rientrando  in  città  per  la  porta  s.  Pancrazio,  e scendendo  alla 
falda  del  Gianicolo,  si  trova  subito , a sinistra,  la  porta  Setti- 
miana.  Si  suppone  che  essa  tragga  il  nome  dall'imperatore  Set- 
timio Severo,  e fu  riedificata  da  Alessandro  YI;  ma  divenne  inu- 
tile allorquando  Urbano  Vili  ebbe  ampliato  le  mura  della  città 
per  racchiudervi  il  rimanente  del  Gianicolo.  Da  questa  porta  ha 
origine  la  bella  ed  estesa  strada  detta  la  Lungara,  al  principio 
della  quale  signoreggia,  a sinistra,  il  gran 


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Settima  Giornata. 
PALAZZO  CORSINI  (N.°  IO) 


La  illustre  casa  Corsini,  sotto  il  pontificato  di  Clemente  XII, 
nella  prima  metà  dello  scorso  secolo,  comperò  questo  palazzo, 
spettante  già  ai  Riari,  e reso  celebre  dalla  dimora  che  vi  fece  la 
regina  CriBtina  Alessandra,  figlia  di  Gustavo  Adolfo  re  di  Sve- 
zia, la  quale  vi  mori  nel  1689. 1 principi  Corsini,  facendone  l’ac- 
quisto, lo  cambiarono  e lo  ampliarono  in  guisa  da  renderlo  uno 
dei  più  grandi  e dei  più  magnifici  palazzi  di  Roma.  L’architetto 
Fuga,  ch’ebbe  l’incarico  di  quest’opera  da  Clemente  XII,  adon- 
ta de’  difetti  di  stile  proprii  del  suo  secolo,  superò  se  stesso,  per 
cosi  dire,  e riparò  gli  errori  di  dettaglio,  coll’  ampiezza  della 
massa,  la  giustezza  della  pianta  e la  magnificenza  dell’effetto,  in 
ispecie  nel  pianterreno  e nelle  scale,  che  non  si  saprebbero  forse 
imitare  in  tal  sorta  di  edifizi. 

Lo  stupendo  vestibolo  di  questo  gran  palazzo  si  rende  più  sor- 
prendente ancora  per  mezzo  della  veduta  deliziosa  della  villa  che 
vi  è congiunta;  veduta  che  si  offre  agli  sguardi  fra  le  due  mae- 
stose rampe  di  scala  che,  riunendosi  in  una,  mettono  alla  gran 
sala  dei  servi,  da  dove  s’entra  nelle  sale  che  racchiudono  una 
preziosa  collezione  di  quadri,  de’  quali  accenneremo  soltanto 
quelli  di  maggior  pregio. 

prima  sala. — Il  gran  quadro  in  mezzo  alla  parete  ov’è  la 
porta  d’ingresso,  è opera  di  Domenico  Maria  Muratori,  e rap- 
presenta s.  Francesco  llegis,  il  quale,  in  un  paese  del  Delfinato, 
straziato  dalla  peste,  conforta  i moribondi  amministrando  loro  la 
Eucaristia.  Nei  lati  si  scorgono,  una  sacra  F amiglia, del  Barocci , 
e lo  sposalizio  di  s.  Caterina,  di  Carlo  Maratta.  De’  cinque  qua- 
dri di  paese  situati  in  basso,  quello  ovale  ov’è  figurata  la  con- 
versione di  s.  Paolo,  è di  Francesco  Laar:  quelli  ai  lati  appar- 
tengono al  Locatelli,  e gli  ultimi  due  all’Orizzonte. 

I due  grandi  quadri  sulla  parete  incontro  alle  finestre,  sono 
dello  Zoboli,  e rappresentano  la  predicazione  di  s.  Vincenzo  di 
Paola  e l’estasi  di  s.  Caterina.  Di  sotto  sono  vi  quattro  bamboc- 
ciate del  Locatelli,  ed  una  veduta  dell’isole  Borromee  del  Van- 
vitelli.  Qui  si  vede  un  sarcofago  antico  ornato  di  bassorilievi, 
rappresentanti  Tritoni  e Nereidi. 

II  gran  quadro  sulla  seguente  parete,  il  cui  soggetto  è la  co- 
munione di  s.  Giuliana  Falconieri,  è lavoro  del  Ghezzi:  le  due 
vedute  di  Venezia  appartengono  al  Canaletto,  ed  il  quadretto 
ovale,  posto  in  mezzo  ai  suddetti,  è di  scuola  bolognese.  Fra  le 
finestre  è una  veduta  del  portico  di  Ottavia,  del  Pannini. 


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Palazzo  Corsini. 


395 


seconda  sala.  — Nell’angolo  a sinistra,  entrando,  si  osser- 
va una  sacra  Famiglia,  di  Giacomo  Bassano,  e di  sopra  un  ana- 
coreta, di  Francesco  Mola.  Dopo  la  porta  murata  si  trova  una 
Madonna,  di  Elisabetta  Sirani,  ed  inferiormente  sono  collocati 
tre  quadri  con  frutti,  i due  più  piccoli  de’  quali  sono  d’autore 
incognito,  e l’altro  di  Mario  de’  Fiori.  Dopo  l’altra  porta  si  scor- 
ge una  Pietà,  di  Ludovico  Caracci,  e quindi  un  grande  quadro 
di  Marco  Benefiale,  rappresentante  la  miracolosa  apparizione  di 
Gesù  a s.  Caterina  da  Genova:  i due  quadretti  di  sotto  sono  del 
Cerquozzi,  e rappresentano  Adamo  ed  Èva  che  piangono  la  mor- 
te di  Abele,  ed  il  figliuol  prodigo  del  vangelo. 

Sulla  seguente  parete  si  vedono  due  paesi  del  Monpère,edue 
vedute  del  Pannini,  cioè,  il  tempio  di  Vesta,  ed  il  Pantheon.  — 
La  porta  a destra  mette  nella 

terza  sala.  — I più  osservabili  quadri  di  questa  sala  sono 
collocati  sulla  parete  sinistra;  ed  appena  entrati,  gli  sguardi  de- 
gli osservatori  si  fermano  subito  sul  sublime  dipinto  di  Guerri- 
no, rappresentante  YEcce  Homo,  mezza  figura  che  esprime  ad 
un  tempo,  ed  in  modo  speciale,  la  nobiltà,  il  dolore  e la  più  pro- 
fonda rassegnazione.  Di  sopra  si  ammira  un  quadro  stimato  as- 
sai, di  Carlo  Dolci,  figuratavi  la  Nostra  Donna,  col  santo  Bam- 
bino: più  in  alto  si  scorge  una  sacra  Famiglia,  di  Francesco  Ges- 
si, ed  incontro  &\YEcce  Homo  di  Guercino,  se  ne  osserva  un  al- 
tro, dipinto  da  Carlo  Dolci. 

Tornando  sulla  sinistra,  si  vedono,  dopo  la  porta,  due  belle 
burrasche,  del  Peters;  una  sacra  Famiglia,  d’Innocenzo  da  Imo- 
la,  e la  natività  di  Maria  Vergine,  di  Ludovico  Caracci.  Vengo- 
no successivamente:  una  Madonna  col  Bambino,  di  Andrea  del 
Sarto;  due  paesetti,  del  Wandernhere;  un  piccolo  dipinto  ovale 
rappresentante  Tamar  e Giuda,  di  Ludovico  Caracci;  un  altro 
d’uguale  forma,  con  pastori  ed  armenti,  del  Bonder;  una  sacra 
Famiglia,  del  Barocci;  un  s.  Girolamo  ed  una  Lucrezia,  di  Guer- 
cino; una  bella  Madonna,  di  Caravaggio;  una  Madonnina,  attri- 
buita ad  Andrea  Del  Sarto;  due  paesetti,  di  Salvatore  Rosa,  fra’ 
quali  avvene  uno  grande,  di  Paolo  Brilli;  un  presepe,  creduto 
del  Van-Dyck;  s.  Pietro,  del  Mola;  un  orizzonte,  di  Paolo  Both; 
un  venditore  di  frutta,  di  scuola  fiamminga,  ed  un  paesetto,  di 
Giacomo  Locatelli.  Da  un  lato  della  finestra  che  rimane  di  pro- 
spetto, vuoisi  osservare  la  V anità,  di  Carlo  Saraceni. 

Vengono  quindi:  una  sacra  Famiglia,  stupendo  lavoro  di  frate 
Bartolommeo  da  s.  Marco;  s.  Pietro  che  paga  il  tributo,  di  Mi- 
chelangelo da  Caravaggio;  una  bambocciata  del  Tóniers;  un’al- 


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39(5  Settima  Giornata. 

tra,  simile  di  scuola  fiamminga;  un  paesino,  del  Locatelli;  s. 
Bartolommeo,  di  Mattia  Preti,  detto  il  Calabrese;  la  fuga  in  E- 
gitto,  sullo  stile  di  Pietro  Perugino;  un  quadretto  rappresen- 
tante alcuni  giuocatori,  attribuito  al  Rubens;  una  festa  campe- 
stre, creduta  del  Breugliel;  una  bambocciata,  del  Cerquozzi;  una 
sacra  Famiglia,  della  maniera  di  Benvenuto  Garofalo;  un’altra 
bambocciata,  del  Cerquozzi;  Apollo  e Mercurio,  dell’ Albani;  il 
martirio  di  due  santi,  di  Carlo  Saraceni;  due  quadrettini  di  Lu- 
dovico Caracci,  rappresentanti  il  Redentore  tradito  da  Giuda,  e 
la  coronazione  di  spine;  un  quadro  della  maniera  di  Rubens, 
rappresentatavi  una  banda  di  assassini;  un  paese  con  cacciatori, 
del  Wouwermans;  il  famoso  ritratto  di  Giulio  II,  sorprendente 
ripetizione  di  Raffaello;  la  natività  di  Maria  Vergine,  di  Pietro 
da  Cortona;  due  quadretti  d’autori  incogniti,  ed  un  altro  qua- 
drettino, attribuito  al  Téniers. 

Dopo  la  porta  si  osservano:  una  s.  Appollonia,  di  Carlo  Dol- 
ci; il  ritratto  di  Filippo  II,  re  di  Spagna,  opera  d'alto  merito  di 
Tiziano,  e Gesù  Bambino  con  s.  Gio.  Battista,  di  Carlo  Cignoni. 
Da  un  lato  della  finestra  a rimpetto,  si  ammira  un  bel  quadro 
del  Téniers,  rappresentatovi  un  beccaio  nella  sua  bottega. 

quAUTA  sala.  — Sulla  porta  d'ingresso  è un  quadro  di  Guido, 
della  sua  maniera  fo  rte,  esprimente  Amore  che  dorme.  Sopra 
la  medesima  parete  si  scorgono:  una  mezza  figura  di  Androme- 
da, del  Furini;  una  caccia  di  bestie  feroci,  del  Rubens;  la  cele- 
brata Erodiade,  di  Guido;  Omero,  del  Mola;  una  Madonna  sullo 
stile  di  Guido,  ed  un  presepe,  di  Giacomo  Bussano. 

Nella  seguente  parete  si  vede  per  primo  s.  Andrea  condotto 
al  martirio,  di  Andrea  Sacelli;  e vengono  poi:  la  crocefissione 
di  s.  Pietro,  di  Guido;  s.Gio.  Battista  al  deserto,  di  Guercino: 
un  Noli,  me  tangere,  del  Barocci;  un  s.  Girolamo,  creduto  di 
Tiziano,  ed  un  quadro  con  due  teste  colossali,  di  Ludovico  Ca- 
racci. Sulla  porta  è un  bel  quadro  di  Lanfranco,  rappresentante 
s.  Pietro  elio  risana  le  ferite  di  s.  Agnese;  ivi  presso  si  scorge 
un  quadretto  con  quattro  teste,  lavoro  del  Parmigianino. 

Sotto  i descritti  quadri,  sonovene  dodici  piccoli  di  Giacomo 
Callot,  aventi  per  soggetto  la  vita  del  soldato.  Frammezzo  ad 
essi  si  vedono,  due  prospettive  gotiche,  del  Noefs;  due  campi 
di  battaglia,  del  Vandervert,  e due  paesi,  della  Sirani,  posti 
sotto  l’Erodiade  di  Guido. 

Nel  mezzo  dell’altra  parete  è degno  di  particolare  osservazio- 
ne, un  bel  ritratto  di  donna  dipinto  da  Giulio  Romano,  che  si 
vuole  sia  quello  della  Fornarina  di  Raffaello;  delle  due  mezze 


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Palazzo  Corsini.  397 

figure  laterali,  quella  rappresentante  una  pittrice , è rii  Carlo 
Maratta,  che  vi  delineò  l'efiigie  di  sua  figlia;  l’altra  è di  Guido; 
ed  al  suddetto  Maratta  appartiene  la  sacra  Famiglia  posta  al  di 
sopra.  Nell’angolo  si  vede  un  quadretto  con  un  coniglio,  opera 
assai  commendevole  di  Alberto  Durerò:  vi  è anche  una  Mad- 
dalena, creduta  di  Carlo  Dolci,  ed  una  Vestale,  del  Maratta. 

Nella  successiva  parete  voglionsi  osservare:  il  giudizio  di  Pa- 
ride, di  Giulio  Romano;  il  quadro  fra  le  finestre,  dello  Spagno- 
letto, rappresentante  la  morte  di  Adone;  ed  ivi  stesso,  i due  qua- 
dri dell’ Albani,  che  vi  espresse  Venere  con  alcuni  Amorini.  Nel-  • 
l’angolo  dopo  la  finestra  è un  Cristo  morto,  del  Gennari,  e so- 
novi  pure,  una  deposizione  di  croce,  di  Ludovico  Caracci,  ed  un 
quadro  con  alcuni  suonatori,  del  Cigoli. 

I due  Amorini  in  marmo  che  si  osservano  in  questa  sala  sono 
lavori  del  Tenerani,  e l’antica  sedia  curule,  pure  di  marmo,  or- 
nata con  bassorilievi,  fu  scoperta  vicino  alla  basilica  Lateranense. 

quinta  sala.  — ■ A sinistra,  entrandovi,  e dopo  il  pilastro,  si 
vedono:  una  s.  Agnese,  di  Carlo  Dolci,  ed  una  mezza  figura  e- 
sprimente  la  Giustizia,  del  Gennari.  Seguono  quindi:  un’ Annun- 
ziata, mirabile  opera  di  Carlo  Maratta;  una  veduta  delle  terme 
Diocleziane,  del  Pannini;  una  sacra  Famiglia,  dello  Schidone; 
due  stupende  vedute  boscarecce,  di  Agostino  Tassi,  ed  una  sa- 
cra Famiglia,  del  Rosso,  fiorentino. 

La  parete  in  prospetto  alle  finestre  contiene:  un  quadro  di 
Lanfranco,  con  Ulisse  che  si  sottrae  dalle  mani  di  Polifemo;  una 
Madonna  col  santo  Bambino  ed  alcuni  angeli,  di  Carlo  Maratta; 
un  quadretto  collo  sposalizio  di  s.  Caterina,  creduto  di  Domeni- 
clnno;  la  Samaritana  al  pozzo,  di  Guercino;  una  Madonna  col 
Bambino,  dell’ Albani;  un  presepe,  di  Gherardo  Delle  Notti;  una 
Madonna  col  suo  divin  Figlio,  bella  pittura  di  Sassoferrato;  una 
piccola  sacra  Famiglia,  dello  Schidone;  un  presepe,  di  Guerci- 
no, ed  il  Redentore  con  s.  Pietro,  di  Luca  Giordano. 

Sulla  parete  accanto,  seguono  immediatamente:  un  ritratto, 
colorito  da  Simone  Cantarmi  da  Pesaro;  ed  una  sacra  Famiglia, 
del  Parinigianino.  Si  osservano  poi:  una  testa  dell’arcangelo 
Gabriello,  di  Guercino;  una  veduta  del  Foro  Romano,  del  Panni- 
ili;  due  quadretti  di  forma  ovale,  con  del  bestiame,  di  Bloemen; 
un’Addolarata,  un  Ecce  Homo,  ed  un  s.  Giovanni  Evangelista, 
lavori  tutti  di  Guido;  il  ritratto  di  Simone  Cantarini,  dipinto  da 
se  stesso,  epresso  la  porta  vedesi  una  s. Famiglia,  del  Bonarruoti. 

Dei  tre  quadretti  presso  la  finestra,  quello  con  alcuni  calafati 
che  giuocano,  è di  Salvatore  Rosa;  l’altro,  rappresentante  uno 


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398  Settima  Giornata. 

scultore,  è di  Marcello  Venusti,  ed  il  terzo,  in  cui  è dipinta  la 
deposizione  dalla  croce,  appartiene  ad  Annibaie  Caracci. 

sesta  sala.  — Sulla  porta  d’ingresso: — 13.  Ritratto  di  un 
card.  Barberini,  di  Simone  Cantorini  da  Pesaro. — 14.  Ritratto 
del  Barocci,  dipinto  da  se  stesso. — 15.  Una  testo  di  vecchio,  del 
Rubens. — 16.  Ritratto  d’incognito,  del  Pontormo. — 17.  Ritratto 
d’incognito,  di  Ludovico  Caracci. — 18.  Ritratto  d’incognito,  di 
autore  incerto. — 19.  Tre  belli  ritratti,  dipinti  dall’Holbein. — 20. 
Ritratto  del  celebre  monsig.  Ghiberti,  il  cui  nome  si  legge  a 
traverso  di  un  libro  che  ha  nella  destra,  opera  sorprendente  di 
Giulio  Romano. — 21.  Ritratti  dei  due  figli  di  Carlo  V,  Ferdi- 
nando I e Filippo  II,  di  Tiziano. — 22.  Ritratto  d’incognito,  cre- 
duto del  Rembrandt. — 23.  Ritratto  d’incognito,  di  Giorgione. — 
24.  Altro  ritratto  simile,  dipinto  da  Guido  sulla  maniera  cara- 
vaggesca.— 25.  Ritratto  d’incognito,  del  Rubens. — 26.  Altro 
ritratto  d’incognito,  del  Murillo. — 27.  Ritratto  d’incognito,  del 
Rubens. — 28.  Altro  ritratto  sconosciuto,  del  Moroni. — 29.  Una 
Madonna,  del  Barocci. — 30.  Ritratto  d’incognito,  diDomenichi- 
no. — 31.  Ritratto  eseguito  dall’Holbein,  e credesi  sia  della  mo- 
glie di  Martino  Lutero. — 32.  Ritratto  assai  bello,  condotto  dal 
Van-Dyck. — 33.  Ritratto  d’un  cardinale,  bel  lavoro  di  Domeni- 
chino. — 34.  La  natività  di  Maria  Vergine,  attribuite  ad  Alberto 
Durerò. — 35.  Ritratto  colorito  dall’Holbein,  riguardato  come 
quello  di  Martino  Lutero.— 36.  Ritratto  d’un  card.  Savelli,  di 
Scipione  Gaetano. — 37.  Ritratto  del  Rembrandt,  dipinto  da  se 
stesso. — 38.  S.  Giuseppe,  del  Barocci. — 39.  Ritratto  d’incogni- 
to, del  Rubeng. — 40.  Il  card.  Dovizio  da  Bibiena,  del  Bronzino. 
— 41.  Ritratto  d’incognito,  creduto  opera  del  Van-Dyck. — 42. 
Testo  di  s.Gio.  Battista,  di  Guido. — 43.  Bel  ritratto  d’un  cardi- 
nale, di  Alberto  Durerò. — 44  e 45.  Due  ritratti  d’incogniti,  di 
Antonio  Torri. — 46.  Altro  ritratto  d’incognito,  del  Barocci. — 
47.  Ritratto  di  Rubens,  eseguito  da  Gio.  Domenico  Campiglia. 
— 48.  Un  doge  di  Venezia,  di  Tintoretto.—  49.  Ritratto  d’inco- 
gnito, di  Guido  Reni. — 50.  Ritratto  del  card.  Alessandro  Far- 
nese, di  Tiziano. — 51.  Ritratto  d’incognito,  del  Moroni. — 52.  Al- 
tro ritratto  d’incognito,  di  Scipione  Gaetano.  — 68.  Ritratto 
del  Cardinal  Neri  Corsini,  del  Baciccio. — 69.  Ritratto  di  Fulvio 
Testi,  del  Mola. 

settima  sala.  — Nella  parete  ov’è  la  porto  d’ingresso,  si 
scorge,  a destra  entrando,  una  Madonna  col  Bambino,  bellissi- 
ma opera  del  Murillo.  Vengono  dopo:  uno  stupendo  paese  di 
Gaspare  Pussino,  ed  un  s.  Sebastiano,  quadro  pregevole  del  Ru- 


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Palazzo  Corsini. 


399 


ben?.  In  alto  è un  dipinto  del  Solimeua,  esprimente  l’ ingresso 
del  Redentore  in  Gerusalemme,  e sonovi  pure  due  battaglie  del 
Borgognone,  il  quale  condusse  eziandio  quella  che  rimane  sulla 
porta  per  cui  entrammo. 

Incontro  alle  finestre  si  osserva  un  gran  quadro  di  Luca  Gior- 
dano, rappresentante  la  disputa  di  Gesù  coi  dottori:  di  sotto  so- 
novi tre  quadretti  creduti  di  frate  Gio.  Angelo  da  Fiesole,  e due 
paesi,  di  Gaspare  Pussino:  da  un  canto  si  vede  Gesù  che  porta 
la  croce,  di  Garofalo,  e dall’altro,  è un. dipinto  di  Ludovico  Ca- 
racci,  col  martirio  di  s.  Bartolomineo. 

Nella  successiva  parete  si  scorge  un  bel  quadro  di  Tiziano,  in 
cui  dipinse  la  donna  adultera:  i due  paesi  laterali  sono  dell’Oriz- 
zonte, e la  battaglia,  sopra  la  porta,  appartiene  al  Borgognone. 

ottava  sala.  — A sinistra  entrando,  si  veggono  prima,  un 
paese  con  delle  vacche,  sullo  stile  di  Claudio  Lorenese;  il  Reden- 
tore innanzi  a Pilato,  che  credesi  del  Van-Dyck,  ed  il  s.  Gio. 
Battista,  di  sopra,  appartenente  al  Caravaggio.  Vengono  quindi: 
s.  Pietro  che  nega  il  Divin  Maestro,  del  Valentin;  una  sacra  Fa- 
miglia, di  Niccolò  Pussino;  un  s.  Giorgio,  d’Èrcole  Grandi,  fer- 
rarese; una  bella  mezza  figura  di  Guido  Reni,  esprimente  la  Con- 
templazione, ed  un  disegno  all’acquerello,  di  Polidoro  da  Cara- 
vaggio, in  cui  rappresentò  la  favola  di  Niobe:  ai  lati  del  dise- 
gno si  osservano  due  paesi  della  scuola  di  Gaspare  Pussino.  Nel- 
l’angolo sono:  una  marina,  di  Salvatore  Rosa;  Giuditta,  di  Ghe- 
rardo Delle  Notti;  e Susanna  nel  bagno,  di  Domenichino. 

Il  s.  Girolamo,  sulla  seguente  parete,  è un  buon  dipinto  di 
Guercino:  i due  paesi  di  sotto,  sono  di  scuola  del  Pussino;  la 
morte  di  Seneca  appartiene  al  Caravaggio,  e la  mezza  figura  di 
s.  Girolamo  è un  bel  lavoro  dello  Spagnoletto. 

Sull’opposta  parete  si  osserva  un  quadro  in  musaico  d’autore 
incognito,  rappresentante  Clemente  XII,  Corsini,  col  card.  Neri 
della  stessa  famiglia:  i due  paesi  posti  in  basso,  nei  lati,  sono  di 
Gaspare  Pussino. 

nona  sala.  — I)a  sinistra,  entrandovi,  si  vede  subito  un  bel 
quadro  del  Tériiers,  che  presenta  l’interno  d’una  casa  campestre; 
ivi  è pure  una  Pietà,  di  Ludovico  Caracci.  In  mezzo  alla  parete 
si  scorge  un  eccellente  dipinto  di  Salvatore  Rosa,  espressovi 
Prometeo  cui  l’ avoltoio  rode  il  fegato.  Il  superbo  ritratto  d’In- 
nocenzo  X,  Pamphily,  appartiene  a Diego  Velasquez;  la  predi- 
cazione del  Battista,  posta  al  di  sotto,  è del  Cerquozzi,  e la  Mad- 
dalena, dall’altro  lato,  spetta  al  Gennari.  Si  vedono  in  basso, 
una  Madonna  col  santo  Bambino,  di  Andrea  Comodi;  due  paesi, 


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400 


Settima  Giornata. 


del  Cerquozzi,  che  vi  rappresentò  Erminia,  in  armatura  di  guer- 
riero,  chiedendo  asilo  al  pastore,  e la  medesima  che  fa  pascere 
il  gregge;  il  paese  che  viene  dopo,  è di  Giovanni  Miei. 

Nel  centro  della  parete  incontro  alle  finestre,  voglionsi  osser- 
vare: una  piccola  marina  di  Salvatore  Rosa;  una  tela  rotonda, 
del  Giorgione.  ed  una  deposizione  dalla  croce,  di  Domenichino. 
Di  sotto  si  vedono  due  battaglie  del  Borgognone,  e le  altre  due 
si  ritiene  siano  di  Salvatore  Rosa.  Il  ritratto  a sinistra  fu  colo- 
rito da  Bronzino,  e quello  che  si  scorge  nell’angolo  viene  attri- 
buito al  Tiziano. 

Seguono,  sull’altra  parete,  tre  bambocciate,  di  Giovanni  Miei; 
un  quadro  di  Luca  da  Olanda,  rappresentante  uno  sposalizio; 
una  sacra  Famiglia,  di  Simone  Cantarmi  da  Pesaro,  ai  lati  della 
quale,  si  scorgono  due  quadri  del  Wander,  rappresentanti  l'ado- 
razione dei  Magi,  e l’adorazione  dei  Pastori,  e di  sopra  avvi  un 
paese,  di  Salvatore  Rosa.  In  seguito  si  hanno:  lo  sposalizio  di  s. 
Caterina,  dello  Scarsellino:  un  ritratto,  dipinto  da  Giorgione,  et! 
un  quadro  con  satiri  e ninfe,  creduto  di  Tiziano. 

In  questo  palazzo  esiste  anche  una  celebre  biblioteca,  fondata 
dal  card.  Neri  Corsini  nella  prima  metà  del  XVIII  secolo.  Essa 
si  compone  di  nove  sale,  talune  delle  quali  sono  magnificamente 
decorate.  Questa  biblioteca  si  fa  distinguere  fra  tutte  le  altre  di 
Roma  per  una  mirabile  raccolta  di  libri  stampati  nel  XV  secolo, 
e per  una  quantità  di  manoscritti  in  diverse  lingue,  riferibili,  la 
più  parte,  alla  storia  del  medio  evo:  il  più  interessante  di  tutti  è 
la  cronaca  di  Giovanni  Villani.  Quello  però  che  rende  singolare 
questa  biblioteca,  è la  celebre  e rara  collezione  delle  stampe  in- 
cise in  rame,  la  quale  rivaleggia  con  quelle  più  famose,  in  tal  ge- 
nere, esistenti  in  Europa.  La  biblioteca  rimane  sempre  affidata 
alle  cure  d’un  bibliotecario  letterato,  ed  è aperta  al  pubblico  in 
certe  tali  ore  dopo  il  mezzogiorno. 

La  villetta  annessa  a quésto  palazzo  si  distende  sul  pendìo  del 
Gianicolo,  e nel  punto  più  elevato  si  trova  un  casino  eh  dove 
si  scopre  l’intera  città  di  Roma.  Si  crede  che  in  questo  luogo 
esistesse  la  famosa  casa  villereccia  di  Giulio  Marziale,  stando  a 
quanto  ne  dice  il  suo  cugino  Marziale  il  satirico,  cioè:  Hinc  se- 
j)tem  domino s videro  montes,  et  tot  am  licet  /estimare  Romam. 
Giuseppe  Vasi,  che  ebbe  nel  suo  studio  il  celebre  incisore  Pira- 
nesi,  di  quivi  prese  il  disegno  della  sua  veduta  generale  di  Ro- 
ma, che  poseia  incise  in  12  tavole.  — La  suindicata  villetta  è 
prossima  alla 


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401 


Villa  già  Lante. 

VILLA,  GIÀ'  LANTE. 

A detto  del  Vasari,  verso  il  1524,  il  celebre  pittore  Giulio  Ro- 
mano eresse  questa  graziosa  casa  di  campagna  per  monsig.  Bal- 
dassarre Turini  da  Pescia,  che  fu  datario  di  papa  Leone  X,  ed 
uno  de'più  distinti  prelati  della  corte  di  Clemente  VII.  L’immor- 
tale Raffaello,  amico  intimo  del  Turini,  lo  scelse  per  suo  esecu- 
tore testamentario,  conforme  si  legge  nella  iscrizione  posta  nel 
Pantheon.  Questo  casino  di  delizia,  situato  in  amenissimo  luo- 
go, era  mirabile  non  solo  per  la  comodità  degli  appartamenti, 
ma  anche  per  la  squisitezza  degli  ornati  in  istuceo.  Ivi  si  vede- 
vano eziandio  degli  affreschi  condotti  o dall’artista  medesimo,  o 
dai  suoi  scolari  sui  cartoni  di  lui  e sotto  la  sua  direzione:  essi 
affreschi  vennero  incisi  dai  più  celebri  artisti  del  XVI  secolo, 
fra  i quali  ricorderemo  Marcantonio,  ed  Agostino  Veneziano. 

Questa  villa  fu  posta  a ruba  e devastata  dalle  soldatesche  del 
contestabile  di  Bourbon,  nel  1527,  e dopo  morto  monsig.  Turini, 
passò  in  altre  mani.  Dall’ultimo  secolo  in  poi  appartenne  ai  du- 
chi Lante,  i quali  nel  1824  la  vendettero  al  principe  Borghese. 
Oggi  è proprietà  delle  suore  del  sacro  Cuore  di  Gesù,  residenti 
alla  Trinità  de’Monti,  e che  quivi  tengono  il  loro  noviziato. 

Scendendo  di  nuovo  nella  via  della  Lungara,  si  trova,  quasi 
incontro  al  palsizzo  Corsini,  l’ingresso  al  cortile  che  precede  il 
bel  casino  detto  la 

FARNESINA. 

Questo  palazzo  Riedificato  con  architetture  di  Baldassarre  Pe- 
ruzzi  per  Agostino  Chigi,  famoso  banchiere  nel  pontificato  di 
Leone  X.  Egli  morì  nel  1520,  pochi  giorni  dopo  Raffaello,  di 
cui  era  amico,  e lasciò  circa  800  mila  scudi  romani,  somma  enor- 
me a que’ tempi;  e dalla  famiglia  del  detto  banchiere  derivò  la 
principesca  casa  che  ne  porta  il  nome.  Dopo  la  metà  del  XVI 
secolo  questo  palazzo  fu  venduto  ai  Farnesi,  ed  estinta  questa  , 
famiglia,  nel  1731,  passò  in  dominio  della  corona  di  Napoli:  at- 
tualmente appartiene  al  duca  di  Ripalda,  principe  di  s.  Lucia, 
che  nel  1861  lo  prese  in  enfiteusi  per  99  anni. 

Quello  che  rende  in  ispecie  interessante  questo  palazzo  è la 
favola  di  Amore  e Psiche,  dipinta  a fresco  nella  volta  del  primo 
salone,  per  mano  di  Giulio  Romano  e di  altri  fra’migliori  sco- 
lari di  Raffaello,  il  quale  ne  diede  i disegni:  la  Galatea  però,  che 
forma  un  altro  de’preziosi  ornamenti  del  luogo,  venne  condotta 
da  quel  sublime  maestro.  Tali  pitture,  avendo  assai  sofferto,  fu- 


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402  Settima  Giornata. 

rono  ristorate  da  Carlo  Maratta  con  molta  diligenza;  ma  ad  onta 
di  ciò,  il  colorito  di  esse  divenne  un  poco  carico  e duro. 

La  favola  di  Psiche,  tolta  da  Apuleio,  è distribuita  come  ap- 
presso: nei  due  quadri  in  mezzo  alla  volta  vennero  rappresentati 
i due  soggetti  principali  della  favola,  contenendo,  il  primo,  il 
consiglio  degli  Dei,  in  cui  Amore  e Venere  informano  Giove, 
come  giudice  della  loro  causa;  e Mercurio  che  , prevedendo  il 
giudizio  del  padre  dei  Numi,  senza  attendere  che  lo  abbia  pro- 
nunziato, offre  a Psiche  la  coppa  dell’ambrosia  per  farla  parte- 
cipe dell’immortalità:  questo  affresco  è di  Giulio  Romano.  Il  se- 
condo dei  detti  quadri,  condotto  da  Gio.  Francesco  Penui,  detto 
il  Fattore,  rappresentale  nozze  di  Amore  e Psiche,  celebrate 
nell’Olimpo,  in  mezzo  al  convito  degli  Dei. 

Intorno  alla  volta,  in  dieci  dipinti  triangolari,  fu  espressa  tut- 
ta l’orditura  di  questa  favola,  fino  al  momento  delle  nozze.  — 
Nel  1°  dipinto,  il  quale  rimane  nel  lato  sinistro  della  sala,  èVe- 
nere  che  mostra  Psiche  a suo  figlio,  cui  comanda  di  farla  arde- 
re d’amore  pel  più  vile  de’  mortali,  in  punizione  d’essersi,  con- 
tro il  suo  divieto,  innamorata  di  lui.  — Il  2°  figura  Amore  che 
addita  Psiche  alle  tre  Grazie  compagne  di  Venere,  quasi  volesse 
dare  a conoscer  loro  la  singolare  bellezza  della  fanciulla,  suppo- 
sta dall’artefice  all’infuori  del  quadro.  Lo  stesso  Raffaello  lavorò 
molto  in  questa  pittura,  e soprattutto  sul  dosso  d’una  delle  Gra- 
zie, la  quale  è mirabilmente  condotta.  — Nel  3°  dipinto  si  vede 
Venere  che  si  diparte  da  Giunone  e da  Cerere,  le  quali  a lei  par- 
lano in  favore  della  sventurata  Psiche.  — Nel  4°  si  scorge  Ve- 
nere sdegnata,  entro  al  suo  carro  tirato  da  quattro  colombe, 
mentre  si  reca  presso  Giove  a pregarlo  di  spedir  Mercurio  alla 
ricerca  di  Psiche  fuggitiva,  per  isfogar  su  di  essa  il  suo  sdegno. 
— Il  5°  offraci  Venere  che  prega  Giove  ad  inviar  Mercurio  in 
traccia  di  Psiche.  — Il  6°  rappresenta  Mercurio  che  pubblicagli 
ordini  di  Giove,  e le  ricompense  promesse  da  Venere  a chi  con- 
segni Psiche.  — Il  7°  esprime  Psiche  bellissima,  che  torna  dal- 
l’inferno, sorretta  da  tre  Amorini,  e portante  con  sè  il  vaso  del 
belletto  donatole  da  Proserpina,  per  calmar  con  esso  l’ira  di  Ve- 
nere.— Nell’80  dipinto  si  scorge  la  stessa  Psiche  che  offre  quel 
vaso  a Venere  indignata. — Il  soggetto  del  9°  rappresenta  A- 
more,  il  quale  si  lamenta  con  Giove  della  crudeltà  di  sua  madre, 
chiedendogli  nel  tempo  stesso  le  nozze  di  Psiche:  e si  osserva 
Giove  che,  baciandolo  in  fronte,  gli  concede  la  grazia.—  Il  10“ 
dipinto  finalmente  offreci  Psiche  condotta  al  cielo  da  Mercurio, 
per  isposare  Amore.  Si  scorgono  inoltre  14  dipinti  triangolari 


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Farnesina. 


403 


che  fiancheggiano  i già  descritti,  ne’  quali  sono  rappresentati  i 
Genii  di  tutti  gli  Dei,  o piuttosto  degli  Amorini,  i quali,  quasi  a 
trionfo,  tengono  i loro  attributi  a guisa  di  trofei,  simboleggian- 
do cosi  il  potere  di  Amore,  che  tutto  sfida  e vince. 

Nella  camera  attigua  si  ammira  la  celebrata  Galatea,  che  il 
sommo  Raffaello  dipinse  a fresco  di  propria  mano.  Essa  è in 
piedi  entro  una  conchiglia  tirata  da  due  delfini,  preceduta  da 
una  Nereide,  e seguita  da  un’altra  portata  da  un  Tritone.  I 
due  quadri  nella  volta  di  questa  stanza,  uno  de’  quali  rappresen- 
ta Diana  sul  suo  carro  tirato  da  buoi,  e l’altro  la  favola  di  Me- 
dusa, appartengono  a Daniello  da  Volterra.  Gli  affreschi  delle 
lunette  spettano  a Sebastiano  Del  Piombo.  Gaspare  Pu asino  di- 
pinse i paesi,  e Baldassarre  Peruzzi  non  solo  eseguì  tutte  le  altre 
pitture  che  adornano  la  volta  di  questa  sala,  ma  abbellì  eziandio 
le  pareti  di  ornati  frammisti  con  figure  a chiaroscuro,  ad  imita- 
zione di  bassorilievi.  La  magnifica  testa  colossale,  disegnata  col 
carbone  in  una  lunetta  della  stanza,  è opera  di  Michelangelo , 
eseguita,  non  già  come  volgarmente  si  dice,  per  riprendere  Raf- 
faello della  piccolezza  delle  sue  figure,  ma  sì  per  non  restarsene 
in  ozio  mentre  attendeva  il  suo  scolare  Daniello  da  Volterra,  le 
cui  opere  erasi  ivi  recato  ad  osservare. 

Nel  piano  superiore  sonovi  pure  due  stanze  con  affreschi.  I 
dipinti  di  prospettiva  nella  prima  sono  di  Baldassarre  Peruzzi,  e. 
lafuoina  di  Vulcano,  che  si  vede  sul  caminetto,  come  anche  i 
fregi,  appartengono  alla  scuola  del  Sanzio.  Nella  seconda  stan- 
za, l’affresco  incontro  alle  finestre  rappresentante  Alessandro  il 
Grande  in  atto  di  offerire  una  corona  a Rossane,  come  pure  l'al- 
tro affresco  nella  parete  a destra,  vennero  eseguiti  dal  Sodoma: 
quello  poi  fra  le  finestre  spetta  alla  scuola  raffaellesca. 

Uscendo  da  questo  palazzo , e proseguendo  per  la  via  della 
Lungara,  veggonsi  subito,  a destra,  gli  avanzi  delle  scuderie 
di  Agostino  Chigi,  erette  coi  disegni  del  Sanzio,  le  quali  rima- 
sero in  piedi  fino  al  cominciare  del  corrente  secolo,  essendosi 
dovute  abbattere  nel  1808,  giacché  minacciavano  rovina.  Que- 
sta era  una  delle  più  belle  fabbriche  moderne,  non  solo  per  la 
massa,  ma  anche  pei  dettagli,  siccome  rilevasi  dalle  modanature 
del  basamento  che  tuttora  esiste. 

Di  prospetto  rimane  la  chiesa  di  s.  Croce  della  Penitenza,  sul 
cui  aitar  maggiore  è un  Crocifisso  dipinto  da  Francesco  Troppa.  * 
L’ Annunziata  sull’altare  a destra  è dell'autore  stesso,  ed  il  qua- 
dro a sinistra,  colla  Maddalena,  è lavoro  di  Ciccio  da  Napoli. 


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404 


Settima  Giornata.  . 


Quasi  incontro  alla  suddetta  chiesa,  v’è  quella  sacra  a s.  Gia- 
como, edificata  nel  1628  dal  card.  Francesco  Barberini,  e sul  cui 
aitar  maggiore  si  osserva  un  quadro  rappresentante  quell’apo- 
stolo, lavoro  del  Romanelli.  I quadri  degli  altari  laterali,  colla 
Maddalena  e s.  Agostino,  vennero  condotti  da  Francesco  Troppa. 

Proseguendo  il  cammino,  s’incontra  dopo  pochi  passi,  a mano 
sinistra,  la  chiesa  di  s . Maria  Regina  Cali.  Essa  fu  eretta  con  di- 
segno di  Francesco  Contini,  nel  1654,  da  Anna  Colonna  princi- 
pessa romana,  moglie  di  Taddeo  Barberini,  e vi  si  osserva  il  se- 
polcro di  lei  col  busto  di  bronzo  dorato.  Il  dipinto  sull’  aitar 
maggiore  colla  Presentazione  di  Maria  Vergine  al  tempio,  è del 
Romanelli,  che  condusse  anche  quello  di  santa  Teresa;  l’altro 
rappresentante  s.  Anna  appartiene  a Fabrizio  Chiari. 

Si  giunge  poscia  alla  chiesa  di  s. Giuseppe,  edificata  nel  1732 
con  architetture  di  Luigi  Rusconi  Sassi.  Il  quadro  sull’ aitar 
maggiore  è di  Filippo  Frigiotti:  la  sacra  Famiglia,  sull'altare  a 
sinistra,  spetta  a Girolamo  Pesci,  e la  deposizione  dalla  croce  fu 
eseguita  da  Niccola  Ricciolini. 

Andando  più  avanti,  si  trova  a destra  il  ponte  sospeso  di  fer- 
ro, costruito  nel  1863  da  una  società  anonima,  a cui  il  nostro 
Governo  accordò  il  diritto  di  godei*e  del  pedagio  per99anni.Gli 
opportuni  disegni  vennero  somministrati  da  M.r  Oudry,  inge- 
gnere di  ponti  e strade  in  F’rancia,  e l’esecuzione  dei  lavori  fu 
diretta  dall’  ingegnere  Cavi,  già  capitano  nel  corpo  del  genio 
delle  truppe  pontificie. — Incontro  all’aceennato  ponte,  sorge  il 

PALAZZO,  GIÀ’  SALVIATI  (!V.0  83). 

Esso  fu  fatto  erigere  dal  card.  Bernardo  Salviati  coi  disegni 
di  Nanni  di  Baccio  Bigio,  architetto  fiorentino,  per  alloggiarvi 
Enrico  III  re  di  Francia.  11  ricordato  architetto  fu  contempora- 
neo di  Rafiaello , e molti  artisti  della  fiorita  scuola  del  Sanzio, 
solevano  riunirsi  nel  suo  studio.  Il  Milizia  critica  questo  palazzo 
come  troppo  mastino,  ma  ne  loda  il  grandioso  scomparto,  le  fi- 
nestre, il  cortile,  e la  magnificenza  dell’insieme. 

In  questo  palazzo,  divenuto  poscia  proprietà  del  Governo, 
venne  collocato  l’Archivio  Urbano,  contenente  le  copie  auten- 
tiche degli  atti  pubblici  di  tutti  i Notari  di  Roma.  Nel  1863  il 
detto  archivio  fu  trasportato  nell’Ospizio  di  s.  Michele  a Ripa; 
nel  tempo  stesso  furono  operati  grandi  ristauri  nel  palazzo  in  di- 
scorso, e vi  fu  stabilita  una  caserma.  Il  giardino  annesso  a que- 
sto edilìzio,  venne  mutato,  fin  dal  1820,  in  orto  botanico,  dipen- 


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Chiesa  di  s.  Onofrio.  407» 

dente  dall’Università  Romana.  — La  piccola  strada  a lato  del  de- 
scritto palazzo  conduce  alla 

CHIES  I DI  S.  ONOFRIO. 

Questa  chiesa  fu  eretta  nel  1439,  sotto  il  pontificato  di  Euge- 
nio IV,  dal  beato  Niccola  da  Forca-Palena,  diocesi  di  Sulmona, 
per  i padri  eremiti  della  congregazione  di  s.  Girolamo . 

Sotto  il  portico  si  vedono  tre  lunette,  ove  sono  rappresentati 
alcuni  tratti  della  vita  di  s.  Girolamo,  dipinti  da  Domenichino, 
il  quale  condusse  pure  la  Madonna  col  santo  Bambino  che  si  os- 
serva superiormente  alla  porta  della  chiesa.  In  questo  stesso 
portico  esiste  la  memoria  sepolcrale  del  fondatore  dell’ordine,  e 
vi  si  scorgono  anche  due  Sibille  colorite  dal  Buglioni. 

Questa  chiesa  ha  una  sola  nave,  con  cinque  cappelle,  due  a 
destra,  tre  a sinistra.  La  prima  di  queste  ultime  fu  ampliata  e 
decorata  magnificamente,  come  oggi  si  vede,  d’ordine  del  som- 
mo pontefice  Pio  IX,  per  ivi  collocare  l’elegante  monumento  se- 
polcrale di  Torquato  Tasso,  scolpito  dal  commend.  Giuseppe 
De  Fabris,  ed  eretto  mediante  le  offerte  degli  ammiratori  del 
sublime  cantore  di  Goffredo.  Sorge  questo  monumento  a destra 
del  vestibolo  formante  parte  della  cappella  in  discorso.  Sul  gran- 
de basamento  è scolpita  in  bassorilievo,  la  funebre  pompa  con 
cui  venne  onorato  il  sommo  poeta  dopo  morto.  In  esso  furono 
rappresentati  gli  amici  del  defunto  ed  i più  famosi  dotti  che  se- 
guirono il  suo  feretro,  cioè,  Antonio  Decio,  il  Guarino,  Virgi- 
lio Cesarmi,  Giulio  Guastarmi,  il  Barga,  l’Attendolo,  il  Manso, 
T Antonelli  ed  altri.  La  grande  nicchia  che  apresi  al  disopra, 
contiene  la  statua  del  Tasso,  maggiore  del  vero;  essa  presentaci 
il  grande  poeta  nel  punto  di  volgere  gli  armoniosi  suoi  versi  al- 
la Regina  de’  cieli,  che  apparisce  nel  fondo  deH'arcuatanicchia 
in  mezzo  ad  un  coro  di  angeli.  La  nicchia  poi  è abbellita,  all'e- 
sterno,  da  due  Fame  colla  tromba  e con  corone,  e da  eleganti 
ornati,  frammistivi  graziosi  genietti  ed  emblemi  poetici. 

Gli  avanzi  mortali  del  sommo  cantore  della  Gerusalemme 
furono  trasferiti  nei  nuovo  mausoleo,  dopo  essere  stati  estratti 
dal  modesto  sepolcro  erettogli  dal  card.  Bevilacqua,  ferrarese, 
e tuttora  esistente  a lato  all’  ingresso  della  chiesa.  Il  trasporto 
delle  ceneri  del  Tasso  fu  eseguito  con  pompa  veramente  solenne 
alla  presenza  delle  autorità  governative,  dei  rappresentanti  di 
tutte  le  Accademie  di  Roma,  e di  grande  folla  di  popolo.  La  ce- 
rimonia ebbe  luogo  il  25  aprile  1857,  giorno  anniversario  della 


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406 


Settima  Giornata. 


morte  del  sublime  poeta  epico,  il  quale,  in  età  di  anni  «56  finiva 
la  vita  nell’annesso  convento,  correndo  l’anno  1595  (1):  nella 
parete  incontro  al  monumento  si  legge  una  iscrizione  che  ricor- 
da il  memorando  avvenimento.  L’affresco  nella  lunetta  di  sopra 
è lavoro  di  Filippo  Balbi,  che  vi  rappresentò  il  Tasso  moribon- 
do, assistito  dai  padri  eremiti  di  s.  Girolamo,  e confortato  dalla 
presenza  del  card.Cinzio  Aldobrandini,il  quale,  in  quegli  estremi 
momenti,  gli  fu  mandata  da  Clemente  "Vili  perchè  dessegli  l’a- 
postolica  benedizione.  Il  medesimo  Balbi  condusse  pure  gli  altri 
affreschi  di  questo  vestibolo,  quelli  nella  volta  della  cappella  ed 
il  quadro  ad  olio  sull’altare,  in  cui  ritrasse  s.  Girolamo  nel  de- 
serto. La  descritta  cappella  venne  decorata  colla  direzione  del- 
l’architetto Carlo  Piccoli. 

Sull’altare  della  successiva  cappella  è un  dipinto  del  Trevisa- 
ni, rappresentante  il  beato  Pietro  da  Pisa.  Nella  parete  a destra 
sono  due  depositi,  uno  del  card.  Luigi  Frezza,  morto  nel  1837, 
l’altro  eretto  al  celebre  poeta  lirico,  Alessandro  Guidi,  che  fio- 
riva sul  cominciare  del  XVIII  secolo:  questo  deposito  esisteva 
già  nel  luogo  ove  fu  posto  quello  del  Tasso.  Nel  pavimento  del- 
la cappella  seguente  si  legge  l’umile  iscrizione  sepolcrale,  posta 
alla  memoriadel card. Mezzofante, bolognese, mancato  ai  vivi  nel 
1849,  il  quale  si  rese  celebre  per  la  cognizione  che  avevadi mol- 
tissime lingue. 

La  tribuna  è interamente  abbellita  con  affreschi,  i quali,  quan- 
tunque maltrattati  dai  ristauri,  non  lasciano  di  conservare  il  lo- 
ro grande  merito.  Quelli  di  essi  affreschi  che  scorgonsi  sotto  la 
cornice,  sono  lavori  di  Baldassarre  Peruzzi;  gli  altri  di  sopra,  ap- 
partengono a Pinturiccliio  Volgendosi  verso  l’altro  lato  della 
navata,  si  vede  subito  un  bel  monumento  sepolcrale,  lavoro  del 
XVI  secolo.  Nella  cappella  che  viene  dopo,  decorata  di  belli 
marmi  e di  stucchi  dorati,  si  osservano  due  monumenti  eretti  ai 
cardinali  Mandruzzi:  il  quadro  dell’altare,  rappresentante  la  Ma- 
donna di  Loreto,  fu  dipinto  da  Annibaie  Caracci,  e gli  affreschi 
sono  del  Ricci  da  Novara,  eccetto  la  coronazione  della  Madon- 
na, che  è di  uno  scolare  del  medesimo  Caracci. 

In  un  corridoio  del  convento  si  ammira  una  Madonna  dipinta 
a fresco  dal  famoso  Leonardo  da  Vinci,  ed  entro  l’attiguo  orto 


(1)  In  tutti  i giorni,  fattane  domanda  nella  sacrestia,  si  possono  visitare  le  stan- 
ze che  abitò  il  Tasso,  nelle  quali  si  veggono  conservati  alcuni  suoi  autografi,  ed  al- 
quanti oggetti  di  cui  faceva  egli  uso:  vi  si  osservn  pure  la  maschera  del  sommo  poe- 
ta. formata  sul  cadavere  di  lui,  appena  spirato 


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407 


Torta  s.  Spirito. 

si  vedeva  la  querce  secolare,  detta  querce  del  Tasso,  perchè 
questi  soleva  sedervisi  all’ombra.  Tale  albero  venne  atterrato  nel 
1842  da  un  uragano,  ma  tuttora  ne  rimane  un  troncone.  Questo 
luogo,  il  quale  conserva  ancora  le  anfiteatrali  gradinate  ove  s. 
Filippo  intertenevasi  colle  sue  pie  adunanze,  offre  una  delle  più 
belle  vedute  di  Roma  e delle  sue  vicinanze,  fino  al  mare.  — La 
grande  strada  che  s’apre  di  faccia  alla  chiesa  già  descritta,  ri- 
conduce alla  via  della  Lmgara,  ove  si  trova  subito,  a sinistra,  la 

PORTA  S.  SPIRITO. 

Allorquando,  circa  l’anno  850,  il  pontefice  s.  Leone  IV  fece 
circondar  di  mura  il  Vaticano,  cui  allora  si  diede  il  nome  di  Cit- 
tà Leonina , fra  le  porte  ch’egli  fece  costruire,  quella  corrispon- 
dente alla  porta  attuale  in  discorso  fu  chiamata  porta  s.  Spirito. 
Nella  ricostruzione  delle  mura  di  Borgo,  Paolo  III  fecela  rifab- 
bricare con  ottime  architetture  di  Antonio  da  Sangallo,  a cui  le 
inimicizie  e la  morte  non  permisero  di  compierla.  In  seguito,  a- 
vendo  Urbano  Vili  ampliato  le  mura  per  comprendere  nella  cit- 
tà il  rimanente  del  Gianicolo,  la  porta  di  cui  si  parla  divenne 
inutile,  al  pari  della  porta  Settimiana-,  ed  aneli’  oggi  chiamasi 
porta  s.  Spirito,  per  la  vicinanza  della  chiesa  di  tal  nome. 

Tornando  indietro  per  la  via  della  Lmgara,  si  trova  da  sini- 
stra, subito  dopo  la  porta  s.  Spirito,  l’ospedale  de’ pazzi,  eretto 
da  Benedetto  XIII.  Questo  spedale  fu  alquanto  ampliato  da  Leo- 
ne XII;  ed  in  seguito,  per  munificenza  del  pontefice  Pio  IX, 
venne  talmente  ingrandito  e migliorato  in  ogni  sua  parte , che 
può  reggere  al  paragone  dei  più  rinomati  manicomii  di  Europa; 
di  guisa  che  se  ne  deve  molta  lode  anche  all’  architetto  cav . 
Francesco  Azzurri,  il  quale  diresse  i lavori. 

Recandosi  di  nuovo  alla  porta  Settimiana,  e pigliando  per  la 
strada  a sinistra  dopo  la  suddetta  porta,  appena  fatti  pochi  passi, 
si  trova,  dalla  stessa  mano,  la  casa  (N .°  20)  in  cui  abitava  la  gio- 
vane Fornarina  tanto  amata  da  Raffaello;  sotto  la  detta  casa  sus- 
siste ancora,  da  quell’epoca,  la  bottega  ad  uso  di  forno.  Poi  s’in- 
contra dallo  stesso  lato  la  chiesa  di  s.Dorotea,clie  fu  riedificata 
verso  la  metà  dello  scorso  secolo  coi  disegni  di  Giov.  Battista 
Nolli;  quel  medesime*  che  fece  la  gran  pianta  di  Roma  moderna. 

Pochi  passi  dopo  viene  di  prospetto  la 


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408 


Settima  Giornata . 


CHIESA  DI  S.  GIOVANNI  DETTO  DELLA  MALVA. 

I 

Fin  dal  secolo  Vili  esisteva  in  questo  luogo  una  chiesa  dedi- 
cata ai  ss.  Gio.  Battista,  ed  Evangelista.  A quell’epoca  era  detta 
in  mica  aurea  (e  corrottamente  della  malva)  a causa  della  co- 
stumanza di  dispensare  in  ogni  anno  ai  poveri  dei  pani  aventi 
sopra  una  croce  dorata. 

Questa  chiesa,  trovandosi,  nel  1818,  in  istato  di  rovina,  ven- 
ne atterrata  affatto  del  pari  che  l’annesso  convento,  spettante  ai 
padri  ministri  degl’infermi,  i quali  n’ erano  in  possesso  fin  dai 
tempi  di  Clemente  XI.  L’attuale  chiesa  fu  riedificata,  nel  1851, 
dalla  baronessa  Anna  Grazioli,  e dal  suo  figlio  baron  Pio,  con 
architetture  di  Giacomo  Moraldi. 

L’ interno  è preceduto  da  un  anti-tempio,  da  cui  rimane  divi- 
so per  mezzo  di  due  colonne  corintie.  Un  ordine  di  pilastri,  pure 
eorintii,  forma  la  decorazione  della  nuova  chiesa,  a croce  greca,, 
con  tre  altari  e sua  cupola.  — Di  qui  si  raggiunge  il  Tevere,  il 
quale  si  passa  sul 

PONTE  SISTO. 

Non  si  conosce  ancora  da  chi  fosse  eretto  questo  ponte  ; ma 
sembra  che  sotto  l’impero  avesse  il  nome  di  Janiculensis , poi- 
ché Vittore  cosi  lo  chiama.  Negli  Atti  dei  martiri  è detto  Anto- 
nino, forse  a motivo  di  qualche  ristauro  fattovi  da  alcuno  degli 
Antonini  : e non  perciò  dobbiamo  assolutamente-  credere  fosse 
Antonino  Pio,  conforme  si  asserisce.  Esso  aveva  il  nome  di  Gia- 
nicolense,  a causa  della  vicinanza  del  monte  Gianicolo,  ed  in  se- 
guito fu  chiamato  Sisto,  dal  pontefice  Sisto  IV  che  nel  1474  lo 
fece  rifabbricare  da  Baccio  Pintelli.  — Viene  poi  la 

FONTANA  DI  PONTE  SISTO. 

Questa  bella  fontana,  alimentata  dall’acqua  Paola,  rimane  in- 
contro alla  via  Giulia,  e fu  fatta  costruire  da  Paolo  V,  coi  dise- 
gni di  Giovanni  Fontana.  La  sua  decorazione  consiste  in  due  co- 
lonne ioniche,  sorreggenti  un  attico,  ed  in  una  grande  nicchia 
ove  è un’apertura  da  cui  sbocca  un  profluvio  di  acqua,  che  cade 
prima  in  una  tazza  e poscia  precipita  in  un  ampio  bacino.  — In- 
camminandosi per  la  via  de’  Pettinavi . che  rimane  incontro  al 
ponte  Sisto,  s’incontra,  a destra,  la  piazza  in  cui  é la 


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409 


Chiesa  della  T/inità  de'  Pellegrini. 

CHIESA  DELLA  TRINITÀ'  DE'  PELLEGRINI. 

Fu  questa  edificata  nel  1614  coi  disegni  di  Paolo  Maggi,  sul 
luogo  ove  in  passato  esisteva  la  chiesa  denominata  di  s.  Bene- 
detto in  arenula.  Un  tal  Giambattista  De  Rossi  vi  fece  erigere 
la  facciata  con  disegno  di  Francesco  De  Sanctis,  la  quale  è in 
travertini,  adorna  con  colonne  corintie  e composite,  e colle  sta- 
tue degli  Evangelisti,  scolpite  da  Bernardino  Ludovisi 

Questa  chiesa  fu  interamente  rinnovata,  nel  1853,  colla  dire- 
zione dell’architetto  Antonio  Sarti.  In  si  fatto  ristauro  venne  ar- 
ricchita di  dorature,  e le  colonne,  i pilastri  ed  altre  parti  di  essa 
furono  coperte  di  scaiola  imitante  scelti  marmi,  per  cui  a primo 
sguardo,  sembra  sia  decorata  con  marmi  di  colori  diversi,  giallo 
antico  in  ispecie. 

All’occasione  medesima,  tutti  i quadri  delle  cappelle  e tutti 
gli  affreschi  che  l’ abbelliscono  vennero  ristaurati  : ma  quelli 
della  seconda  cappella  a destra,  al  pari  che  il  quadro  dell’altare, 
furono  fatti  di  nuovo  da  Filippo- Bigioli:  il  detto  quadro  rappre- 
senta s.  Filippo  Neri  e la  Madonna,  egli  affreschi  esprimono  al- 
cuni passi  della  vita  di  quel  santo.  L’ Annunziata,  sull’altare  del- 
la terza  cappella,  appartiene  al  Ricci  da  Novara,  e la  statua  di 
s.  Matteo,  posta  sopra  l’altare  a destra  nella  crocera,  è scultura 
del  Cope,  fiammingo;  l’angelo  però  fu  scolpito  dal  Ferrucci. 

Si  ammira  sull’ aitar  maggiore  un  dipinto  di  Guido  Reni,  rap- 
presentante la  ss.  Trinità,  ed  è riguardato  come  una  delle  mi- 
gliori opere  che  uscissero  di  mano  di  sì  celebre  artefice,  il  quale 
dipinse  pure  il  Padre  Eterno  nel  lanternino  della  cupola.  I qua- 
dri delle  tre  cappelle  dall'opposto  lato  rappresentano:  s.  Grego- 
rio, opera  di  Baldassarre  Croce;  la  Madonna  coi  ss.  Francesco 
ed  Agostino,  lavoro  del  cav.  d’Arpino,  ed  una  Madonna  con  al- 
cuni santi,  pittura  del  Borgognone. 

A questa  chiesa  è congiunto  un  grande  ospizio  pei  convale- 
scenti d’ambo  i sessi,  che  escono  dagli  ospedali  di  Roma,  e pei 
pellegrini,  egualmente  dell’  uno  e dell’  altro  sesso,  che  si  recano 
a visitare  i santuari  della  capitale  del  mondo  cattolico. 

Questo  pio  istituto  venne  fondato  nel  1548  da  taluni  sacerdoti 
e laici,  assieme  a s.  Filippo  Neri.  I convalescenti  vi  sono  mante- 
nuti da  3 a 6 giorni;  i pellegrini  per  soli  3 giorni,  e vi  si  ricevo- 
no di  ogni  nazione  ed  in  qualunque  siasi  numero.  La  media  dei 
convalescenti  si  può  calcolare  a circa  80  per  giorno.  Fra  le  me- 
morie dei  pontefici  che  si  veggono  nell’interno , ricorderemo  il 
busto  di  Urbano  Vili,  del  Bernini,  e quello  d’innocenzo  X,  del- 

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410 


Settima  Giornata. 


l’Algardi.  — La  strada  che  rimane  quasi  di  fronte  alla  descritta 
chiesa,  sbocca  sulla  piazza  del  Monte  di  Pietà,  sulla  quale  rima- 
ne la  facciata  principale  della  gran  fabbrica  destinata  a tale  pio 
instituto. 

MONTE  DI  PIETÀ’. 

L’origine  di  questo  instituto  di  sussidii  risalisce  all’anno  1549, 
e si  deve  al  padre  Giovanni  Calvo,  generale  de’  frati  minori  di 
s.  Francesco,  il  quale,  coll’approvazione  di  Paolo  III,  fondò  una 
società  di  agiate  persone,  allo  scopo  che,  mediante  pegno,  pre- 
stassero il  loro  denaro  ai  poveri.  In  processo  di  tempo,  i ponte- 
fici presero  cura  speciale  di  questo  pio  instituto,  e Clemente  Vili 
lo  collocò  ove  oggi  si  trova.  In  esso,  secondo  la  primitiva  isti- 
tuzione, si- presta  denaro  su  pegno. 

L’edifizio  racchiude  una  cappella  decorata  con  buoni  marmi, 
e con  belle  sculture.  Essa  fu  cominciata  ad  erigere  coi  disegni 
di  Gio.  Antonio  De  Rossi,  e rimase  compiuta  dall'architetto  Car- 
lo Bizzaccheri.  Il  bassorilievo  rappresentante  la  ss.  Trinità  è la- 
voro di  Domenico  Guidi,  quello  che  esprime  Tobia  fu  scolpito 
da  Pietro  Le  Gros,  e l’altro  dal  Teudon.  Le  statue  della  Carità 
e dell’Elemosina,  la  Fede  e la  Speranza  spettano  a valenti  arti- 
sti, fra’ quali  si  annovera  il  Mazzuoli,  autore  della  prima. 

L’edifizio  di  cui  parlammo  si  congiunge,  per  mezzo  d’un  arco 
traversante  la  strada,  con  un’altra  fabbrica  ove,  al  piano  terre- 
no, esiste  il  Monte  dei  depositi,  così  chiamato  perchè  vi  si  rice- 
ve gratuitamente  in  deposito  il  denaro  di  quelli  che  vogliono 
porlo  in  sicuro.  — Dalla  piazza  del  Monte  di  Pietà  incammi- 
nandosi per  la  via  de’  Specchi , appetta  percorsa  la  detta  via,  si 
trova  a destra  quella  che  conduce  tosto  alla  piazza  ed  alla 

CHIESA  DI  S.  MADIA  IN  MONTICELLI. 

L’origine  di  questa  chiesa  rimonta  tra  il  IV  e l’VIII  secolo . 
Essa  dividesi  in  tre  navate,  e nei  tempi  di  mezzo  si  appellò  s. Ma- 
ria in  Arenula,  perchè  il  rione  in  cui  trovasi,  attualmente  detto 
Regola,  era  in  allora  distinto  con  quella  denominazione.  Si  ha 
memoria  del  suo  ristauro  prima  del  1101,  in  cui  fu  consacrata 
da  Pasquale  II,  e lo  stesso  fece  Innocenzo  II  nel  1143.  In  segui- 
to, cioè  sotto  Clemente  XI,  venne  ristaurata  per  intero  coi  di- 
segni di  Matteo  Sassi.  In  tale  occasione  vi  fu  eretto  il  portico 
ed  il  prospetto  attuale;  e nel  1725  Benedetto  XIII  concessela  ai 
padri  dottrinari. 


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Chiesa  di  s.  Maria  in  Monticelli.  411 

La  chiesa  in  discorso  venne  in  fine  splendidamente  risarcita 
nel  1860  per  cura  dei  suddetti  padri,  colla  direzione  dell’  archi- 
tetto Francesco  Azzurri;  e quindi  non  solo  fu  di  nuovo  decora- 
ta con  affreschi,  condotti  dal  Ruspi  e dal  Mariani,  ma  fu  pure 
arricchita  di  scelti  marmi  e di  scagliole,  e venne  eziandio  cor- 
retto in  molte  parti  il  ristauro  operatovi  dal  Sassi. 

. Incominciando  pertanto  la  descrizione  del  sacro  tempio  dalla 
navata  grande,  ricorderemo  che  la  calotta  della  tribuna  fu  già 
adorna  di  pitture  in  musaico,  delle  quali  però  non  restava  che 
una  testa  esprimente  il  Salvatore;  perciò  tutto  il  rimanente  del 
dipinto  fu  condotto  a fresco  imitando  quella  reliquia  di  antico  la- 
voro. Tale  opera,  rappresentante  il  divin  Redentore  con  alcuni 
santi  martiri,  si  deve  ad  Ercole  Ruspi,  il  quale  condusse  pure  i 
ss.  Pietro  e Paolo  nei  lati  dell’altar  maggiore,  ed  i quattro  evan- 
gelisti nelle  estremità  della  nave  in  cui  siamo.  Nelle  pareti  late- 
rali del  presbitero,  veggohsi  due  dipinti  di  Cesare  Mariani:  uno 
di  essi  rappresenta  Gesù  che  insegna  nell’atrio  del  tempio;  l’al- 
tro esprime  il  passo  del  vangelo  nel  quale  si  parla  di  quelle  ma- 
dri che  presentarono  i loro  figli  al  Redentore  perchè  li  benedi- 
cesse. Nella  volta  poi  di  questa  navata  e nei  triangoli  sulla  can- 
toria vennero  condotti  dallo  stesso  Mariani  alquanti  soggetti  al- 
lusivi a Maria  Vergine;  perciò  nelle  lu  nette  della  volta  veggon- 
si  ritratte  sei  eroine  dell’antico  testamento,  cioè  Debora,  Giaele, 
Bersabea,  Ester,  Abigail  e Giuditta,  e nei  suindicati  triangoli 
scorgonsi  Mosè  prostrato  innanzi  al  roveto  ardente,  e Giacobbe 
che  fugge  lo  sdegno  di  Esaù.  Finalmente  il  davanti  dell’accen- 
nata  cantoria  va  adorno  di  belli  e gentili  gruppi  di  angeli  con 
s.  Cecilia  nel  mezzo,  il  tutto  eseguito  a chiaroscuro  dal  ricorda- 
to Mariani  coi  disegni  di  Tommaso  Minardi . 

Passando  ora  nella  navata  minore,  a diritta,  entrando  in  chie- 
sa, sul  primo  altare  presso  l’ingresso  si  osserva  un  quadro  di 
Odoardo  Vicinelli,  esprimente  l’orazione  all’orto.  L’altare  suc- 
cessivo ha  un  affresco  rappresentante  la  flagellazione  di  Gesù: 
questa  pittura,  che  credesi  di  Anfc.  Caracci,  tornò  a nuova  luce 
in  quest’ultimo  ristauro,  mentre  in  quello  operatovi  regnando 
Clemente  XI  era  stata  ricoperta  con  opera  muraria.  Sul  me- 
desimo altare  poi,  si  venera  anche  quell’immagine  di  Gesù  Na- 
zareno, che  già  apriva  gli  occhi  nell’  anno  1854,  prodigio  com- 
provato con  decreto  del  card,  vicario.  Sul  terzo  altare  avvi  un 
quadro  del  Puccetti,  espressavi  s. Ninfa.  Sugli  altari  dell’altra 
navata  minore  si  osservano:  un  s.  Gio.  Battista  predicante,  del 
suddetto  Puccetti;  un  Crocefisso  in  legno,  attribuito  al  Cavalli- 

18* 


412 


Settima  Giornata. 


ni,  ed  una  bella  flagellazione  alla  colonna,  del  Vanloo  di  Aix. 
, Uscendo  dalla  chiesa  e dirigendosi  a sinistra , dopo  breve 
cammino,  si  sbocca  quasi  di  faccia  alla 

CHIESA  DI  S.  CARLO  A'  CATINARI. 

Essa  fu  edificata  nel  1612  per  cura  dei  padri  barnabiti,  ad  o- 
nore  del  loro  patrono  s. Carlo  Borromeo,  concorrendo  larga- 
mente alla  spesa  il  card.  Giovanbattista  Leni,  e fu  detta  d Ca- 
li» ari,  perchè  la  contrada  in  cui  si  trova  era  abitata  dai  fabbri- 
catori di  catini  Ai  legno.  L’interno  venne  costruito  coi  disegni 
del  Rosati  da  Macerata,  architetto  e scultore,  il  quale  lo  decorò 
con  un  ordine  di  pilastri  corintii,  dando  alla  chiesa  una  bella  for- 
ma di  croce  greca,  con  maestosa  cupola  nel  mezzo.  L’architet- 
tura della  facciata  è di  Giov . Battista  Soria,  ed  ha  una  decora- 
zione di  due  ordini  di  pilastri,  uno  corintio,  l’alto  composito. 

Questa  chiesa  entra  aneli’ essa  nel  novero  di  quelle  che,  in  que- 
sti ultimi  tempi,  vennero  rinnovate  considerevolmente,  di  guisa- 
chè  l’interno,  mediante  il  ristauro  apportatovi  con  molto  buon 
gusto  dall'architetto  Virginio  Vespignani,  d’ordine  dei  sunno- 
minati padri  barnabiti,  e compiuto  nel  1861,  acquistò  una  splen- 
didezza che  mai  non  ebbe  fino  ai  giorni  nostri.  Fra  i molti  cam- 
biamenti, ed  i lavori  ivi  eseguiti,  furono  rinnovate  quasi  tutte  le 
dorature  degli  ornati  in  istucco , aggiungendovene  de’  nuovi, 
come  richiedeva  l’arte.  I pilastri  che  costituiscono  l’ordine  ar- 
chitettonico della  chiesa,  i quali  erano  d’opera  muraria,  sono 
oggi  di  bel  giallo  di  Verona:  il  cornicione,  costruito  in  traver- 
tini, fu  ridotto  a figurare  di  marmo  bianco,  osservandovisi  il  fre- 
gio dipinto  ad  imitazione  del  giallo  suddetto:  grinterpilastri  e 
gli  altri  intervalli  dei  muri,  furono  incrostati  con  marmi  colo- 
rati, e negli  spazi  ove  non  se  ne  adoperarono  dei  veri , vennero 
essi  imitati  da  abile  pennello.  Oltre  a tuttociò,  fu  rinnovato  il 
pavimento  con  marmo  bianco  e bardiglio;  si  diede  a taluni  dei 
monumenti  sepolcrali,  esistenti  in  questa  chiesa,  una  collocazio- 
ne migliore  di  quella  che  avevano  in  passato,  e finalmente  ven- 
ne essa  pure  arricchita  di  nuove  pitture  a fresco,  condotte  dal 
rinomato  artista  Francesco  cav.  Coghetti,  delle  quali  parleremo 
a suo  luogo,  poiché,  secondo  il  nostro  sistema,  cominceremo  la 
breve  descrizione  di  questo  sacro  tempio  dalla  prima  cappella  a 
destra  entrando  in  esso. 

In  questa  cappella  si  osserva,  sull’altare,  l’Annunziazioue  di 
Maria,  eseguita  da  Lanfranco.  Procedendo  nella  nave  di  eroce- 


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Chiesa  di  s.  Carlo  a'  Catinari. 


413 


ra  si  scorge,  sull’altare  a destra,  un  dipinto  di  Giacinto  Brandi, 
rappresentante  il  martirio  di  s.  Biagio,  opera  delle  più  stimate  di 
quel  pittore.  Ivi  si  vogliono  rimarcare,  nelle  lunette  laterali  al- 
la finestra  che  si  apre  di  sopra,  due  buoni  affreschi  del  ricorda- 
to Coghetti , esprimenti  s.  Biagio  soprappreso  dai  sicarii  nella 
grotta  del  monte  Argeo,  per  trascinarlo  al  supplizio;  e lo  stesso 
santo  che  prodigiosamente  risana  un  fanciullo  ridotto  a morte, 
causa  una  spina  attraversataglisi  nella  gola.  Nelle  pareti  late- 
rali sono  due  sepolcri:  quello  a destra,  di  gentile  lavoro,  fu  e- 
retto  alla  memoria  del  poeta  Gio.  Gherardo  De  Rossi,  della  mo- 
glie di  lui,  e del  loro  figlio  Giov.  Francesco;  l’altro,  a sinistra, 
venne  posto  a Luigia  Carlotta  duchessa  di  Sassonia,  dal  conte 
Giovanni  Vimercati  consorte  di  lei. 

Passando  nella  tribuna  si  scorge  l’altar  maggiore,  eretto  con 
biasimevole  architettura  di  Girolamo  Rainaldi , che  lo  decorò 
con  quattro  colonne  di  raro  porfido  rosso,  aventi  basi  e capi- 
telli di  bronzo  dorato.  Sopra  l’altare  è un  bel  quadro  di  Pietro 
da  Cortona,  espressavi  la  solenne  processione  di  penitenza  fatta 
in  Milano  da  s.  Carlo  Borromeo,  allorquando  quella  città  era  de- 
solata dalla  peste.  Gli  affreschi  che  abbelliscono  la  detta  tribu- 
na sono  del  Lanfranco,  lavoro  poco  accurato  degli  ultimi  suoi 
anni.  Tali  affreschi  rappresentano  le  tre  Virtù  teologali,  e s. 
Carlo  ricevuto  nella  gloria  celeste  dalla  Regina  degli  angeli,  la 
quale  lo  presenta  al  trono  della  Triade  saritissima.  Le  statue  in 
gesso , rappresentanti  gli  apostoli  Pietro  e Paolo,  donate  dal 
pontefice  Pio  IX  e quivi  poste  entro  nicchie  aperte  dal  Yespi- 
gnani,  vennero  formate  sui  modelli  eseguiti  dal  Tadolini  e dal 
De  Fabris,  e sono  appunto  i gessi  su  cui  essi  scolpirono  in  mar- 
mo le  statue  ohe  si  veggono  innanzi  al  prospetto  della  basilica 
Vaticana.  Di  sopra  si  scorgono  i ritratti  di  s.  Francesco  di  Sales, 
e del  beato  Alessandro  Sauli,  condotti  dal  cav.  Ercole  Ruspi. 
Presso  la  tribuna,  or  ora  descritta,  si  aprono  due  cappelle,  una 
incontro  all’altra.  Quella  a destra,  sacra  a s.  Cecilia,  ha  un  qua- 
dro di  Antonio  Gherardi,  che  vi  ritrasse  la  santa:  l’altra  cappel- 
la, a sinistra,  è dedicata  ai  santi  martiri  Mario,  Marta,  Audifa- 
ce  ed  Abaco,  i quali  costituiscono  il  soggetto  del  quadro  dell’al- 
tare, dipinto  dal  Romanelli.  Gli  affreschi  nelle  due  lunette, at- 
tribuiti al  Camassei,  alludono  all’  imprigionamento  ed  al  marti- 
rio dei  sunnominati  santi. 

Nei  petti  della  cupola  sono  figurate  le  quattro  Virtù  cardi- 
nali, sorprendenti  lavori  di  Domenicliino,  il  quale  intramezzò  a- 
gli  attributi  di  esse  gli  stemmi  di  famiglia  del  santo  titolare  della 


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414 


Settima  Giornata. 


chiesa.  Questi  affreschi,  mirabili  sotto  ogni  riguardo  artistico , 
furono  con  molta  diligenza  ristorati  da  Luigi  Scalzi.  Nella  vol- 
ticella  della  lanterna  si  scorge  la  maestosa  figura  dell’  Eterno 
Padre,  opera  del  Coghetti,  a cui  si  devono  pure  i graziosi  an- 
geli, coloriti  per  di  sotto  agli  arconi. 

Volgendosi  ora  dall’altro  lato  della  nave  di  crocera,  si  ammi- 
ra sull’altare  uno  dei  capi  lavori  di  Andrea  Sacchi,  rappresen- 
tante la  morte  di  s.  Anna.  Anche  gli  affreschi  nelle  due  lunette 
al  disopra  di  questo  altare  appartengono  al  Coghetti,  ed  espri- 
mono lo  sposalizio  di  s.  Anna,  e la  presentazione  di  Maria  Ver- 
gine altempio.  Dei  due  monumenti  sepolcrali  posti  a ridosso 
delle  pareti  laterali,  quello  da  mano  destra  ricorda  ai  posteri  la 
memoria  del  card.  Gerdil,  barnabita,  reso  celebre  dai  suoi  scritti 
a prò  della  cattolica  religione:  l’altro  monumento,  a sinistra,  fu 
posto  al  sapientissimo  card.  Fontana,  anche  egli  barnabita.  L’ul- 
tima cappella  merita  di  essere  osservata,  a motivo  della  sua  son- 
tuosa decorazione,  eseguita  nel  1739  coi  disegni  dell’architetto 
Mauro  Fontana,  che  l’arricchl  di  preziosi  marmi,  di  stucchi  do- 
rati e di  pitture  condotte  da  Filippo  Mondelli,  il  quale  abbellì  la 
cupola  con  graziosi  gruppi  di  angeli,  e dipinse  ad  olio  ne’  due 
medaglioni,  altrettanti  fatti  della  vita  di  s. Paolo.  Il  quadro sul- 
l’ altare,  fiancheggiato  da  due  belle  colonne  di  verde  antico,  è 
opera  di  autore  incerto,  e rappresentail  beato  Alessandro  Sau- 
li,  a cui  questa  cappella  è sacra. 

Porremo  fine  alla  breve  descrizione  di  questa  chiesa,  accen- 
nando gli  affreschi,  che  si  osservano  al  disopra  delle  tre  porte 
che  ad  essa  danno  adito.  I due  sulle  porte  minori,  eseguiti  da 
Mattia  Preti,  detto  il  cav.  Calabrese,  aiutato  nel  lavoro  dal  suo 
fratello  Gregorio,  rappresentano  s:  Carlo  Borromeo  in  atto  di 
fare  elemosina  durante  la  peste  di  Milano,  ed  il  medesimo  san- 
to, che  ordina  al  padre  Domenico  Boerio,  barnabita,  di  recarsi 
fra’  Grigioni  per  ivi  combattere  l’eresia.  Gli  affreschi  delle  due 
lunette  sopra  la  porta  maggiore  esprimono  Gesù  che  dà  le  chia- 
vi a s.  Pietro , e la  decollazione  di  s.  Paolo.  Cosiffatti  dipinti 
spettano  al  più  volte  nominato  Coghetti,  il  quale,  in  tutti  gli  ac- 
cennati lavori,  sostenne  la  rinomanza  di  cui  a buon  diritto  gode. 

Finalmente,  non  si  vuol  passare  in  silenzio  che  nel  coro  hav- 
vi  un  bel  ritratto  di  s.  Carlo  Borromeo,  condotto  a fresco  da 
Guido  Reni  in  mezza  figura  colossale;  ritratto  che  in  altri  tempi, 
stava  sulla  facciata  della  chiesa. 

Uscendo  da  questa,  e pigliando  la  strada  a destra,  si  entra 
nella  via  dei  Giubbonari,  la  quale  sbocca  sulla  piazza  di  Campo 


» 


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• Palano  della  Cancelleria.  415 

di  Fiore ; e di  quivi,  proseguendo  sempre  sulla  diritta,  dopo  al- 
quanti passi,  si  trova  dal  medesimo  lato  la  piazza  ed  il 

PALAZZO  DELLA  CANCELLERIA. 

Questo  superbo  palazzo  fu  fatto  cominciare  dal  card.  Mezza- 
rota,  e rimase  compiuto  dal  card.  Riario,  nipote  di  Sisto  IV. 
Nella  sua  costruzione  si  adoperarono  moltissime  pietre  del  Co- 
losseo ed  i marmi  dell’arco  di  Gordiano,  che  venne  scoperto  cir- 
ca quel  tempo.  Il  rinomato  Bramante,  architetto  del  palazzo,  ne 
ornò  il  cortile  con  due  portici  l’uno  sull’altro,  sostenuti  da  44 
colonne  di  granito,  che  si  crede  appartenessero  al  portico  di 
Pompeo.  Il  salone  fu  dipinto  da  Giorgio  Vasari,  che  vi  rappre- 
sentò diversi  fatti  della  vita  di  Paolo  III.  — Al  medesimo  pa- 
lazzo è congiunta  la 

CHIESA  DE'  SS.  LORENZO  E DAMASO, 

DETTA  DI  8.  LORENZO  IN  DAMASO. 

Questa  chiesa,  priva  di  facciata,  ha  la  sua  porta  principale  nel 
prospetto  del  descritto  palazzo.  Essa  fu  edificata  nel  1495  coi 
disegni  del  ricordato  Bramante,  per  ordine  del  suddetto  card. 
Riario,  dal  quale  venne  dedicata  ai  ss.  Lorenzo  e Damaso  ; egli 
fece  pertanto  demolire  l’antica  basilica  di  s.  Lorenzo  quivi  pres- 
so eretta  da  s.  Damaso  papa  fin  dall’anno  380.  La  chiesa  in  di- 
scorso, minacciando  rovina,  fu  interamente  rinnovata,  nel  1820, 
con  architetture  di  Giuseppe  Valadier,  per  cui  della  primitiva 
edificazione  della  medesima  non  rimane  che  la  porta  principale, 
costruita  con  bel  disegno  del  Vignola,  e l’insieme  del  suo  in- 
terno. 

Questo  è preceduto  da  un  vestibolo;  la  sua  pianta  può  dirsi 
quadrata  ed  ha  una  navata  all’intorno,  meno  che  nel  lato  della 
tribuna.  Presso  la  cappella  del  coro,  esistente  sotto  la  nave  de- 
stra, si  osservano  due  belli  sepolcri  eretti  alla  memoria  di  due 
personaggi  della  nobile  famiglia  de’  principi  Massimo.  Uno  di 
essi,  consistente  solo  in  un  busto  di  donna,  fu  scolpito  dal  com- 
mendator  Tenerani,  e l’altro  da  Filippo  Gnaccarini.  Viene  quin- 
di il  monumento  sepolcrale  del  card.  Francesco  Saverio  Massi- 
mo, col  ritratto  di  lui  in  musaico.  Poco  di  poi  si  scorge  la  sta- 
tua di  s.  Ippolito,  vescovo  di  Porto,  fatta  a similitudine  di  quella 
esistente  nel  museo  Lateranense,  e nella  base  v’è  inciso  il  ciclo 
pasquale.  Vicino  a questa  statua  sorge  il  sepolcro  eretto  alla 


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416 


Settima  Giornata. 


memoria  del  conte  Pellegrino  Rossi,  chiaro  economista  e giu- 
reconsulto italiano,  il  quale,  fu  pari  di  Francia  ed  ambasciatore 
di  essa  nazione  presso  la  santa  Sede,  e finalmente  ministro  del- 
l’interno del  pontefice  Pio  IX.  Fu  egli  proditoriamente  ucciso 
sotto  il  portico  inferiore  del  palazzo  testò  descritto,  la  mattina 
del  15  novembre  1848,  nel  momento  che  si  recava  ad  aprire  la 
nuova  sessione  della  camera  dei  deputati,  che  adunavasi  nelle 
stanze  di  esso  palazzo.  Anche  questo  monumento,  in  cui  osser- 
vasi il  busto  del  defunto,  venne  scolpito  dal  Tenerani,  e visi  leg- 
ge la  seguente  iscrizione: 

QVIETI  . ET  . CINERIBVS 
PEREGRINI  . ROSSI  . COM.  DOMO  . CARARIA 
QVI  . AB  . INTERNIS  . NEGOTIIS  . PII  . IX  . PONT.  MAX. 
IMPIORVM  . CONSILIO  . MEDITATA  . CAEDE  . OCCVBVIT 
XVII  . KAL.  DEC.  AN.  MDCCCXLVIII 
AETAT.  ANN.  LXI  . M.  IIII  . D.  XII 

CAVSAM  . OPTIMAM  . MIHI  . TVENDAM  . ASSVMPSI 
MISEREBITVB  . DEVS 

Nella  sacrestia  scorgesi  una  statua  di  s.  Carlo  Borromeo,  di 
Stefano  Maderno,  e nell’attinente  cappellinasi  osserva  una  bella 
pittura  in  tavola  del  Pomarancio,  esprimente  Maria  Vergine  fra 
alquanti  angeli.  Annibaie  Caro,  uno  de’  più  illustri  poeti. del  se- 
colo XVI,  celebratissimo  nella  letteratura  italiana,  venne  sepol- 
to in  questa  chiesa,  ove  si  vede  il  suo  sepolcro  col  ritratto  di  lui, 
scolpito  dal  Dosio. 

Ponendosi  per  la  via  che  s’apre  incontro  alla  descritta  chiesa, 
si  trova  un  piccolo  edilìzio  detto  la  Farnesina  (N.°  9),  la  cui  ar- 
chitettura è assai  pregiata  dai  conoscitori  dell’arte.  Questa  gra- 
ziosa fabbrica  fu  architettata  dal  gran  Raffaele  per  monsignor 
dell’Aquila. 

Dì  quivi  si  passa  nella  via  de’  Bau  Ilari,  di  dove,  pigliando  a 
destra,  si  perviene  sulla  piazza  Farnese,  la  quale  è decorata  con 
due  fontane,  alle  quali  servono  di  bacini  due  sorprendenti  urne 
di  granito  egizio  scopèrte  nelle  terme  di  Caracalla:  esse  hanno 
5 met.  e 46  c.  in  lunghezza,  ed  1 met.  e 44  c.  in  altezza;  e sono 
ornate  con  teste  leonine.  — Di  fronte  alla  via  de’  Bauilari  sor- 
ge il  gran 

PALAZZO  FARNESE. 

Questo  palazzo  è senz’  alcun  dubbio  il  più  bello  e maestoso  di 
Roma,  sia  per  la  sua  magnificenza,  sia  per  la  sua  ottima  archi- 


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Palazzo  Farnese.  417 

tettura.  Paolo  III,  mentre  era  cardinale,  lo  fece  incominciare  coi 
disegni  di  Antonio  Sangallo,  da  cui  fu  elevato  fin  sotto  il  cor- 
nicione; ed  il  card.  Alessandro  Farnese,  nipote  a quel  papa,  lo 
compì  colle  architetture  del  Bonarruoti.  Poscia  fece  egli  erige- 
re, dal  celebre  Tignola,  la  parte  ove  trovasi  la  galleria  dipinta 
dal  Caracci,  ed  infine  costruì  il  prospetto  rispondente  sulla  via 
Giulia,  valendosi  dell’architetto  Giacomo  Della  Porta.  Per  la  co- 
struzione di  questo  palazzo  furono  adoperati  i travertini  caduti 
dal  Colosseo.  Anche  questo  palazzo  fece  parte  dei  beni  che  cad- 
dero in  eredità  dei  re  di  Napoli,  dopo  estinti  i Farnesi. 

La  pianta  di  questo  palazzo  è quasi  quadra:  ciascuno  dei  suoi 
prospetti  ha  tre  ordini  di  finestre,  ed  in  mezzo  a quello  sulla  via 
Giulia,  si  apre  un  doppio  loggiato.  L’ingresso  principale  intro- 
duce in  un  vestibolo  decorato  con  12  colonne  doriche  di  granito, 
poste  su  d’un  elevato  zoccolo,  e gl’intendenti  dell’  arte  hanno  in 
molto  pregio  l’architettura  di  esso  vestibolo.  Da  questo  si  passa 
in  un  cortile  di  forma  quadrata,  superbamente  decorato  con  tre 
ordini  architettonici  che  si  elevano  imo  sull’altro.  I due  primi  si 
compongono  d'arcate  abbellite  con  mezze  colonne,  doriche  nel- 
l’uno, ioniche  nell’altro.  le  arcate  dell’ordine  primo,  essendo 
aperte,  formano  un  magnifico  portico  quadrilatero,  ed  in  ogni 
arco  del  second’ordine  s’apre  una  bella  ed  ampia  finestra.  L’or- 
dine terzo  ha  una  decorazione  in  pilastri  corintii,  fra  i quali  sono 
piccole  finestre.  Il  cortile  fu  già  adorno  di  statue,  fra  le  quali  si 
ammiravano  il  celebrato  Ercole,  di  Glicone  ateniese,  e la  Flora; 
sculture  che  oggi  si  trovano  in  Napoli  unitamente  agli  altri  mar- 
mi antichi  e pregevoli  contenuti  in  questo  palazzo,  ed  in  ispecie 
assieme  al  gruppo  di  Dirce,  conosciuto  col  nome  di  Toro  Far- 
nese, il  quale  stava  situato  nel  secondo  cortile.  Nel  cortile  prin- 
cipale non  rimangono  ora  che  due  sarcofaghi:  quello  a sinistra 
proviene  dalle  terme  di  Caracalla;  l’altro  fu  scoperto  nel  sepol- 
cro di  Cecilia  Metella  a Capo  di  Bove,  e probabilmente  contenne 
le  ceneri  di  lei. 

Salendo  al  primo  appartamento  per  un’ampia  e stupenda  sca- 
la, si  trova  di  faccia  la  porta  del  salone,  ove  si  osservano  parec- 
chie sculture  antiche,  trovate,  la  più  parte,  nel  palazzo  de’Cesari 
sul  Palatino,  e le  altre  nelle  terme  di  Caracalla.  Quivi  si  vede 
anche  il  bellissimo  gesso  della  suddetta  statua  di  Ercole,  ed  ai 
lati  del  camminetto  sono  duo  figure  giacenti,  la  Carità  e l’Ab- 
bondanza; statue  che  furono  scolpite  da  Guglielmo  Della  Porta 
pel  sepolcro  di  Paolo  III,  eretto  nella  basilica  Vaticana,  ma  che 
non  vi  furono  poste,  perchè  il  monumento  non  venne  più  collo- 

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418  Settima  Giornata. 

cato  in  isola  conforme  era  il  primo  pensiero . Finalmente  sulla 
parete  ov’è  l’ingresso  si  osservano  tre  affreschi  di  Domenichino, 
rappresentanti:  Narciso  che  si  specchia  in  limpide  acque;.  Apollo 
e Giacinto;  Venere  che  trova  Adone  lacerato  dal  cinghiale. 

La  sala  contigua  fu  dipinta  a fresco  da  Francesco  Salviati,  da 
Taddeo  Zuccari  e da  Giorgio  Vasari.  L’affresco  sulla  parete  ov’è 
la  porta  d’ ingresso,  rappresenta  la  pace  firmata  fra  Carlo  V e 
Francesco  I,  re  di  Francia,  e vi  si  scorge  anche  Martino  Lutero 
che  disputa  con  monsignor  Caetani.  Gli  altri  dipinti  alludono 
alle  imprese  guerresche  dei  Farnesi.  La  statua  equestre  di  Ca- 
ligola, situata  in  questa  saia,  proviene  dalle  terme  di  Caracalla. 

Uscendo  da  queste  sale,  si  passa  nella  imponente  galleria,  lun- 
ga 20  metri  e 9 centimetri,  larga  5 e 92,  la  quale  fu  dipinta  a 
fresco  da  Annibaie  Caracci:  sono  questi  i lavori  più  belli  di  quel 
rinomato  maestro,  e vengono  giustamente  annoverati  fra  le  ope- 
re classiche  della  pittura.  Gli  affreschi  della  volta  di  questa  gal- 
leria sono  divisi  in  undici  quadri  di  grandezze  diverse  ed  in  otto 
piccoli  tondi;  oltre  di  che  vi  si  osservano  colorite  alquante  figure 
accademiche,  molti  termini  dipinti  a chiaroscuro,  e degli  ornati 
architettonici  ombreggiati  ad-imitazione  di  stucchi. 

Il  gran  quadro  di  mezzo  rappresenta  il  trionfo  di  Bacco  e di 
Arianna,  e vi  si  veggono  ambidue  collocati  su  carri  diversi  che 
camminano  del  pari:  il  carro  di  Bacco,  che  è d’oro,  viene  tirato 
da  due  tigri;  quello  di  Arianna,  in  argento,  è tratto  da  due  can- 
didi becchi.  Attorno  ad  essi  si  scorgono  Fauni,  Satiri,  Baccanti; 
e Sileno,  che  su  d’un  giumento  precede  la  pompa,  forma  il  mi- 
gliore episodio  del  dipinto. 

Nei  due  quadri  laterali  al  già  descritto,  scorgesi  il  dio  Pane 
che  offre  a Diana  la  lana  delle  sue  capre,  e Mercurio  che  dà  il 
pomo  d’oro  a Paride. 

Uno  dei  quattro  grandi  quadri  che  stanno  attorno  a quelli  che 
occupano  il  mezzo  della  volta,  esprime  Galatea,  la  quale,  circon- 
data da  ninfe,  da  amorini  e da  tritoni,  scorre  il  mare  sopra  un 
mostro  marino,  mentre  uno  degli  amorini  scocca  contro  lei  un 
dardo.  Il  quadro  incontro  figura  l’Aurora  sul  suo  carro,  in  atto 
di  rapir  Cefalo;  il  terzo  rappresenta  Polifemo  suonante  la  sam- 
pogna  per  allettar  Galatea,  il  quarto  oflfreci  il  Ciclope  stesso  che 
scaglia  un  macigno  contro  Aci,  mentre  sen  fugge  con  Galatea. 

lì  primo  de’ quattro  dipinti  quadrati,  quello  cioè  che  rimane  a 
sinistra  incontro  alle  finestre,  figura  Giove  in  atto  di  accogliere 
Giunone  nel  talamo  nuziale.  Si  vede  nel  secondo  Diana  accarez- 
zante Endimione,  mentre  due  amorini  nascosti  in  un  cespuglio, 


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Palazzo  Farnese. 


419 


sembra  gioiscano  della  vittoria  da  essi  riportata  sulla  dea.  Il  ter- 
zo quadro,  che  sta  di  faccia,  ha  per  soggetto  Ercole  e Jole,  e vi 
si  scorge  quell’eroe,  il  quale,  vestito  cogli  abiti  della  sua  aman- 
te, suona  il  sistro  per  divertirla,  mentre  ella  indossa  la  pelle  del 
leone  Nemeo,  e si  appoggia  alla  clava  di  Ercole.  Nel  quarto  os- 
serviamo Anchise,  che  scioglie  uno  dei  calzari  di  Venere. 

I due  quadretti  al  di  sopra  delle  figure  di  Polifemo,  rappresen- 
tano Giacinto  rapito  da  Apollo,  e Giove  che  sotto  le  forme  di 
un’aquila  rapisce  Ganimede. 

Osservando  gli  otto  medaglioni  dipinti  a bronzo,  e comincian- 
do da  quello  a sinistra  del  quadro  con  Ercole  e Jole,  si  scorgo- 
no: Leandro  che  annegasi  nell’ Ellesponto;  Siringa  trasformata 
in  canna;  Ermafrodito  sorpreso  da  Salmace;  Amore  che  lega  un 
Satiro  ad  un  albero;  Apollo  che  squoia  Marsia;  Borea  che  rapi- 
sce Orizia;  Euridice  richiamata  all’inferno,  e Giove  che  in  forma 
di  toro  rapisce  Europa. 

• Gli  otto  quadretti  superiormente  alle  nicchie  ed  alle  finestre 
esprimono:  Arione  cavalcante  un  delfino;  Prometeo  che  anima 
la  statua  da  lui  formata;  Ercole  che  uccide  il  drago  guardiano 
degli  orti  delle  Esperidi;  lo  stesso  eroe  che  libera  Prometeo,  tra- 
figgendo con  una  freccia  l’avvoltoio  che  gli  rodeva  il  fegato;  la 
caduta  d’ Icaro  in  mare;  Calisto  scoperta  incinta  nel  bagno;  la 
medesima  ninfa  mutata  in  orsa,  e Febo  che  riceve  la  lira  da  Mer- 
curio. Nei  quattro  piccoli  ovali  sono  dipinte  altrettante  Virtù. 

II  quadro  che  sta  sopra  alla  porta  d’ingresso  fu  condotto  a fre- 
sco da  Domenichino,  sul  cartone  di  Annibaie  Caracci,  ed  espri- 
me una  giovanetta  che  accarezza  un  liocorno,  impresa  della  ca- 
sa Farnese. 

Finalmente,  uno  dei  grandi  affreschi,  nelle  estremità  della 
galleria,  rappresenta  Andromeda  che,  legata  allo  scoglio,  viene 
da  Perseo  liberata  dal  mostro  marino;  e da  un  lato  veggonsi  i 
parenti  della  fanciulla  che  si  desolano:  l’altro  esprime  Perseo 
nell'atto  di  petrificare  Fineo  ed  i suoi  compagni,  mostrando  loro 
la  testa  di  Medusa. 

Questa  galleria  venne  decorata,  nel  1862,  coi  busti  dei  dodici 
Cesari,  di  antica  scultura,  i quali  sino  alla  detta  epoca  si  osser- 
vavano nel  palazzo  di  Caprarola,  formante  parte  anch’esso  del- 
l’eredità dei  Farnesi,  già  sopra  accennata. 

In  un  piccolo  appartamento  avvi  un  gabinetto  dipinto  pure 
da  Annibaie  Caracci,  il  quale,  in  un  quadro  ad  olio  posto  nella 
volta,  espresse  Ercole  al  bivio,  fra  il  Vizio  e la  Virtù.  L'originale 
pittura  venne  trasportata  altrove,  sostituendole  la  copia  eh’  ora 


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420 


Settima  Giornata-. 


ivi  si  vede.  Lo  stesso’  artefice  rappresentò  nella  parete  incontro 
alle  finestre,  Ercole  sorreggente  il  globo  celeste;  Perseo  che  tron- 
ca il  capo  a Medusa,  ed  Anapo  ed  Anfinomo  che  trasportano  i 
loro  genitori  sulle  spalle,  per  salvarli  dalle  fiamme  dell’Etna.  In 
un  quadro  dell’opposta  parete  egli  colorì  Ercole  combattente  il 
leone  Nemeo,  esprimendo  nólle  pareti  laterali  Ulisse  che,  fattosi 
legare  all’  albero  della  sua  nave,  trapassa  l’isola  delle  Sirene,  e 
lo  stesso  eroe  che  libera  i suoi  compagni  dalle  insidie  di  Circe, 
e delle  Sirene. 

Il  ricordato  Caracci,  coll’aiuto  del  suo  fratello  Agostino,  di 
Domenicliino  e di  alcun  altro  dei  suoi  scolari,  impiegò  nove  anni 
per  eseguire  tutti  i descritti  lavori;  ma  per  le  maligne  insinua- 
zioni di  un  perfido  cortigiano  spagnuolo,  Don  Giovanili  de  Ca- 
stro, non  ricevette  dal  card.  Farnese,  che  glieli  aveva  ordinati, 
se  non  che  la  meschinissima  mercede  di  scudi  500  ; per  lo  che 
preso  il  Caracci  da  tetra  malinconia,  risoluto  aveva  di  non  più 
trattare  i pennelli,  la  quale  risoluzione  però  non  mandò  ad  ef- 
fetto. — Uscendo  dal  descritto  palazzo  e dirigendosi  a destra, 
cioè  pel  vicolo  de’  Venti,  si  trova  subito,  sulla  diritta,  il 

PALAZZO  SPADA  (]V.°  18). 

Fu  esso  edificato  sotto  Paolo  III  dal  card.  Girolamo  Capo  di 
Ferro,  da  cui  venne  il  nome  alla  piazzetta  ove  rimane,  e ne  fu 
architetto  Giulio  Mazzopi,  scolare  di  Daniello  da  Volterra.  Il 
prospetto  è decorato  di  statue  e di  ornati  frammisti  a dei  basso- 
rilievi,  ogni  cosa  in  istucco;  e nella  stessa  guisa  sono  decorate 
le  quattro  facciate  rispondenti  nel  cortile.  In  seguito  questo  pa- 
lazzo appartenne  ai  Mignanelli,  dai  quali,  sotto  Urbano  Vili, 
passò  al  card.  Bernardino  Spada,  che  fecelo  ristaurare  dal  Bor- 
romini,  a cui  si  deve  la  bella  e comoda  scala. 

Salendo  al  primo  piano,  si  scorge  nella  prima  anticamera  la 
statua  colossale  di  Pompeo  il  Grande.  Questa  celebratissima  sta- 
tua in  marmo  fu  scoperta,  ai  tempi  di  Giulio  III,  nel  1552  o 1553, 
nel  vicolo  dei  Leutari , vicino  alla  Cancelleria,  e si  crede  sia 
quella  stessa  che  esisteva  nella  Curia  presso  il  teqtro  di  Pompeo, 
a piedi  della  quale  cadde  trafitto  Cesare  dai  colpi  de’ congiurati. 

Questa  statua  si  trovò  giacente  sotto  le  fondamenta  ih  due 
case,  giacché  il  muro  divisorio  posava  propriamente  sul  collo  di 
essa.  Sorgeva  per  ciò  una  lite  fra’ proprietarii,  i quali,  come 
sembra,  facevano  gran  conto  degli  oggetti  antichi.  I giudici  pe- 
rò, innanzi  a cui  si  agitò  la  causa,  poco  forse  versati  nella  sto- 


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421 


Palazzo  Spada. 

ria  di  Pompeo  e meno  ancora  nell’ antiquaria,  sentenziarono  che 
la  statua  fosse  segata,  e che  ognuno  dei  proprietarii  litiganti 
ne  avesse  il  pezzo  giacente  sotto  la  propria  casa.  Il  Cardinal 
Capo  di  Ferro,  conosciuta  la  sentenza*  stranissima,  fecene  subito 
rapporto  al  papa,  il  quale,  comperando  la  statua  per  500  scudi 
(2687  franchi  e 50  cent.),  impedì  che  il  gran  Pompeo  avesse  moz- 
zo il  capo  anche  in  effigie,  e fecene  dono  al  cardinale  suddetto, 
che  la  collocò  nel  proprio  palazzo,  ove  tuttora  si  ammira. 

Nella  seconda  anticamera  si  osservano  dieci  belli  affreschi 
della  scuola  di  Giulio  Romano,  e di  quivi  si  passa  a vedere  le 
quattro  sale  che  contengono  una  raccolta  di  quadri,  de’ quali  ac- 
cenneremo soltanto  i più  pregevoli. 

prima  sala.  — 9.  Battaglia,  del  Borgognone. — 10.  Bel  ri- 
tratto di  Giulio  III,  dipinto  ad  olio  sul  muro  da  Scipione  Gae- 
tano, e poi  trasportato  sulla  tela. — 11.  Gran  quadro  del  Casti- 
glioni,  in  cui  primeggiano  con  bell’  effetto,  frutta  e cacciagio- 
ni.— 14.  Altra  battaglia,  del  Borgognone. — 21.  La  morte  di 
Cleopatra,  del  Romanelli. — 28.  Ritratto  del  card.  Girolamo  Ca- 
po di  Ferro,  del  Baciccio. — 32.  Caino  che  uccide  Abele,  di  Lan- 
franco.— 34.  Ritratto  di  donna  con  un  compasso  nella  destra, 
di  Michelangelo  da  Caravaggio. — 37.  Il  Tempo  che  rapisce  la 
Gioventù,  del  Romanelli. — 38.  Il  Tempo  che  scopre  la  Verità, 
scuola  dell’ Albani. — 41 . Ritratto  di  un  cardinale  dell’illustre  fa-, 
miglia  Patrizi,  del  Camuccini. — 42.  Gran  quadro  con  frutta  e 
fiori,  tela  in  cui  ben  si  riconosce  il  franco  e vivace  pennello  del 
Castiglioni. — 45.  David  colla  testa  di  Golia,  di  Guercino. — 46. 
Maria  Vergine  col  Bambino,  di  Andrea  Verocchio. — 50.  Un  bel 
ritratto  dipinto  sul  rame,  che  credesi  opera  di  Tiziano. — 55.  Una 
brigata  festevole  in  campagna,  del  Bassano. — 59.  Bella  mezza 
figura,  abbozzata  da  Annibaie  Caracci. — 60.  Altra  bella  mezza 
figura,  avente  in  testa  un  berretto  con  piume,  di  Michelangelo 
da  Caravaggio. 

seconda  sala.  — 1.  La  visitazione  di  s.  Elisabetta,  di  Andrea 
Del  Sarto. — 2.  Ritratto  del  card.  Fabrizio  Spada,  di  Tiziano. — 
3.  Una  bella  burrasca,  di  Vernet. — 5. Paese,  di  Gaspare  Pussi- 
no. — 8.  Il  Battista  che  predica  alle  turbe  nel  deserto,  di  Breu- 
ghel. — 9.  Giuditta,  opera  di  Guido  Reni  nella  sua  maniera  for- 
te.— 10.  Scena  di  un  saccheggio,  di  Breughel. — 15.  Ritratto 
del  card.  Bernardino  Spada,  di  Guercino. — 16.  Un  astronomo, 
di  Tiziano. — 17.  Gesù  che  disputa  coi  dottori,  opera  attribuita  a 
Leonardo  da  Vinci. — 18.  Madonna  col  Bambino,  che  credesi  di 
Murillo. — 31.  Ritratto  di  donna,  del  Giorgione. — 32.  San  Gio- 


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422  - Settima  Giornata. 

vanni  evangelista,  di  Quercino. — 33.  Mezza  figura  veduta  di 
schiena,  rappresentante  s.  Lucia,  di  Guercino. — 35.  Effigie  di 
Seneca,  di  Salvator  Rosa.  — 36.  Lucrezia,  di  Guido  Reni. — 37. 
S.  Girolamo,  di  Cecchino* Salviati. — 40.  Due  mezze  figure  in  ca- 
ricatura, del  Caravaggio.— 42.  Il  mercato  di  Napoli,  di  Miche- 
langelo Cerquozzi. — 44.  La  rivoluzione  di  Napoli,  suscitata  da 
Masaniello,  del  suddetto  Cerquozzi. 

terza  sala. — 1.  Latona  che  converte  i pastori  m ranocchi,  di 
Francesco  Chiari. — 2.  S.  Gio.  Battista,  di  Giulio  Romano. — 5. 
Maria  Vergine  con  s.  Anna,  del  Caravaggio. — 7.  Il  giudizio  di 
Paride,  di  Paolo  Veronese. — 9.  Ritratto  di  un  avvocato,  delMo- 
roni.  — 13  e 14.  Opere  del  Borgognone.  — 17,  Un  filosofo  che 
medita  su  di  un  teschio  umano,  di  Alberto  Durerò. — 18.  Paese, 
di  Salvator  Rosa. — 24.  Ritratto  del  card.  Paolo  Spada,  che  di- 
cesi opera  di  Tiziano. — 27.  Gesù  che  porta  la  croce,  del  Mante- 
gna. — 28.  Il  Padre  Eterno ( del  suddetto. — 31.  Ritratto  di  un 
vecchio,  del  Moroni. — 33.  Ritratto,  dipinto  da  Van-Dyck. — 35. 
S.  Girolamo,  dello  Spagnoletto. — 43.  Paese,  di  Salvator  Rosa. 
-^-46.  Bozzetto  eseguito  dal  Baciccio  per  dipingere  la  volta  della 
chiesa  del  Gesù  in  Roma. — 48.  Didone  sul  rogo,  opera  assai 
stimata,  di  Guercino. — 49.  David  trionfante  di  Golìa,  del  Cara- 
vaggio.— 55  e 56.  Due  belle  marine  fiamminghe. — 57.  Un  pae- 
se, di  Breughel.  — 64.  L’adorazione  di  Gesù  Bambino,  di  M.r 
Valentin. — 65,  66  e 67.  Marine,  di  Vernet. — 68.  La  strage  de- 
gl’innocenti, di  Pietro  Testa.  — 69.  Banchetto  di  Marcantonio 
con  Cleopatra,  del  Trevisani. — 70.  Marina,  di  Vernet. 

quarta  sala.  — 1 . La  cattura  del  Redentore,  di  Gherardo 
Delle  Notti. — 2.  Bacco  ed  Arianna,  di  Francesco  Chiari.— 3.  S. 
Maria  Maddalena,  di  Guido  Cagnacci. — 4.  Gesù  deposto  dalla 
croce,  pittura  di  Annibaie  Caracci,  ammirabile  per  l’intelligenza 
dello  scorcio. — 10.  La  donna  adultera  alla  presenza  del  Reden- 
tore, di  scuola  veneziana. — 11.  La  Vestale,  di  Pietro  da  Corto- 
na. — 12.  Teste  di  cherubini  sulla  maniera  del  Coreggio.  — 18. 
Ritratto  di  Paolo  III  Farnese,  di  Tiziano. — 22.  Testa  di  un  fan- 
ciullo, del  Caravaggio. — 23.  Ritratto  del  card.  Bernardino  Spa- 
da, di  Guido  Reni. — 24.  Stupenda  nevata,  di  Téniers. — 27.  Ri- 
tratto di  donna,  di  scuola  francese. — 32.  Il  sacrifizio  d’Ifigenia, 
di  Pietro  Testa. — 33.  Ritratto  di  donna,  creduto  di  Tiziano. — 
37.  La  nascita  di  Bacco,  di  Francesco  Chiari. — 39.  La  Madda- 
lena, di  Guercino. — 43  e 45.  Due  disegni  del  suddetto. — 47.  S. 
Cecilia,  del  Caravaggio. 


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423 


. Palazzo  Spada. 

In  due  camere  al  piano  terreno  si  veggono  parecchie  sculture 
antiche,  fra  le  quali  si  distinguono,  una  statua 'di  Aristotile  se- 
dente, e gli  otto  bassorilievi  trovati  presso  la  chiesa  di  s.  Agne- 
se fuori  delle  mura,  ai  tempi  di  Paolo  V.  Questi  superbi  basso- 
Yilievi  rappresentano:  Paride  pastore,  con  allato  Amore:  l’eroe 
Bellerofonte  che  abbevera  il  cavallo  Pegasèo;  Apollo  e Mercu- 
rio; il  giovanetto  Archemore  divorato  dal  serpente;  Paride  ed 
Elenain  procinto  d’imbarcarsi;  Ulisse  e Diomede  che  rapiscono 
il  Palladio;  Meleagro,  guerriero  e cacciatore  rinomato;  Pasifae' 
e Dedalo. 

In  un  piccolo  cortile  di  questo  palazzo  si  osserva  un  portico 
costruito  in  prospettiva  con  colonne  doriche,  il  quale,  per  la  bel- 
la gradazione,  apparisce  di  lunghezza  assai  maggiore  di  quello 
che  non  è in  fatto:  questo  portico  venne  eseguito  coi  disegni  del 
Borromini,  e si  crede  che  il  Bernini  ne  cavasse  il  concetto  della 
scala  regia  da  lui  costruita  nel  Vaticano.  — Tornando  verso  il 
palazzo  Farnese,  e pigliando  per  la  prima  strada  a sinistra,  detta 
del  Mascherone,  a causa  d'una  gran  maschera,  di  marmo,  che 
serve  di  fontana  in  prospetto  alla  strada  stessa,  si  trova  a man- 
ca la 

CHIESA  DEI  SS.  GIOVANNI  EVANGELISTA, 

E PETRONIO  DEI  BOLOGNESI. 

Questa  chiesa  era  altre  volte  dedicata  a s.  Tommaso,  denomi- 
nato della  Catena,  e venne  posseduta  dagli  Spagnuoli . Nel  1575, 
papa  Gregorio  XIII  la  diede  ai  Bolognesi  che  la  rifabbricarono, 
consacrandola  ai  ss.  Giov.  Evangelista,  e Petronio.  Sull’ aitar 
maggiore  si  vedeva  un  bel  quadro  di  Domenichino,  rappresen- 
tante la  Madonna  coi  due  santi  titolari:  questo  quadro  fu  traspor- 
tato in  Milano,  per  cui  in  suo  luogo  ve  n’è  una  copia.  Las. Ca- 
terina da  Bologna  è opera  di  Giuseppe  Del  Sole,  ed  il  transito  di 
s. Giuseppe  appartiene  a Francesco  Gessi,  scolare  di  Guido. 

Uscendo  dalla  chiesa  e procedendo  verso  la  fontana  del  Ma- 
scherone, s’entra  nella  via  Giulia,  una  delle  più  belle  di  Roma. 
Essa  venne  ampliata  e grandemente  migliorata  sul  cominciare 
del  secolo  XVI  da  papa  Giulio  II,  che  diedele  il  suo  nome,  e vo- 
leva renderla  la  più  magnifica  della  città.  L’arco  che  attraversa 
questa  via  doveva  porre  in  comunicazione  il  palazzo  Farnese  col- 
la Farnesina  dall’altro  lato  del  Tevere,  transitando  il  fiume  in 
barca.  Dopo  l’arco  suddetto  segue  la 


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Settima  Giornata. 


CHIESA  DI  S.  MARIA  DELL’ORAZIONE, 

DELLA  CONFRATERNITA  DELLA  MORTE. 

Venne  essa  eretta  nel  1575  da  una  confraternita  il  cui  instituto 
è quello  di  rendere  gli  ultimi  doveri  a coloro  che  muoiono  ab-» 
bandonati  nelle  campagne  prossime  a Roma,  de’ quali  vanno  a 
prendere  i corpi  dove  si  trovino.  La  Madonna  a cui  è dedicata 
si  chiama  dell’  Orazione,  a causa  delle  preghiere  che  vi  si  fanno 
innanzi  al  ss.  Sacramento  esposto  durante  40  ore  ogni  terza  do- 
menica del  mese:  esercizio  pio  che  in  seguito  si  è propagato  in 
tutte  le  altre  chiese  di  Roma,  alternativamente  in  ogni  giorno 
dell’anno.  Questa  chiesa  fu  riedificata  sotto  Clemente  XII  coi  di- 
segni dell’architetto  Fuga.  Correndo  poi  il  1867  venne  splendi- 
damente arricchita  di  dorature,  e le  colonne  di  opera  muraria, 
le  quali  formano  l’ordine  architettonico  della  chiesa,  furono  ri- 
vestite di  marmoridea  con  perfetta  imitazione  del  granito  bigio. 
Oltre  a questi  e ad  altri  abbellimenti  apportativi,  erigevasi  una 
ampia  cantoria,  sopra  la  porta  che  mette  in  chiesa,  dandone  i 
disegni  l’architetto  Augusto  Navona,  che  diresse  l’accennata 
ristorazione. 

Lo  sposalizio  di  s.  Caterina,  sul  primo  altare  a destra  entrando, 
è di  autore  incognito.  Si  osserva  sul  secondo  una  copia  del  s. 
Michele  di  Guido  Reni,  già  da  noi  veduto  nella  chiesa  dei  cap- 
puccini. Il  Crocefisso  suU’altar  maggiore  è un  bel  quadro  di  Ci- 
ro Ferri.  La  s.  Giuliana  Falconieri,  sul  primo  altare  dal  lato  op- 
posto, è del  Ghezzi,  e la  sacra  Famiglia  che  osservasi  sull’altare 
appresso,  spetta  a Lorenzo  Masucci.  I due  affreschi  sui  muri  fra 
le  cappelle,  come  pure  quello  sopra  la  porta  maggiore,  appar- 
tengono al  Lanfranco,  il  quale  condusse  anche  l’altro  che  si  vede 
sulla  porta  dell’oratorio  annesso  alla  chiesa.  In  essa  è sepolto  l’ar- 
chitetto Fuga,  ed  anche  il  Ceruso  che,  pel  primo,  in  Roma,  rac- 
colse i poveri  fanciulli  abbandonati,  procurando  loro  una  edu- 
cazione religiosa  e morale . 

Accanto  a questa  chiesa  è il  palazzo  Falconieri  (N.°l),  rico- 
struito nel  secolo  XVII  dal  Borromini.  Ivi  abitò  il  card.  Fesch, 
che  vi  aveva  formato  una  galleria  di  quadri  cosi  considerevole 
che,  per  le  opere  fiamminghe,  era  al  certo  la  prima  di  Roma. 

La  via  della  Carità,  che  si  apre  incontro  al  suddetto  palazzo, 
conduce  alla  piazzetta  ov’è  la  chiesa  di  s.  Caterina  della  Rota, 
dipendente  dal  capitolo  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  — A destra  di 
questa  piazza  è la 


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Chiesa  di  s.  Girolamo  della  Carità.  42ò 

CHIESA  DI  S.  GIROLAMO  DELLA  CARITÀ’. 

Si  ritiene  che  fosse  questa  eretta  nel  luogo  ove  esisteva  la  casa 
di  s.  Paola,  matrona  romana,  in  cui  s.  Girolafno  ebbe  dimorato 
mentre  soggiornava  in  Roma,  chiamatovi  da  san  Damaso  papa^ 
nel  382.  Clemente  VII  diede  essa  chiesa  ad  una  congregazione 
di  cui  fu  il  fondatore , la  quale , essendo  in  ispecie  destinata  a 
provvedere  ai  più  urgenti  bisogni  dei  poveri  di  ogni  condizione, 
e particolarmente  degl’  infelici  reclusi  nelle  prigioni,  prese  il  ti- 
tolo della  Carità.  S.  Filippo  Neri  dimorò  per  33  anni  nell’an- 
nessa casa,  e nel  1558  vi  fondò  il  suo  instituto.  La  chiesa  in  di- 
scorso fu  rifabbricata  nel  1660  coi  disegni  di  Domenico  Castelli, 
salvo  il  prospetto  che  appartiene  a Carlo  Rainaldi. 

L’architettura  della  prima  cappella  a destra,  bizzarramente 
decorata,  è delBorromini.  Le  sculture  ch’ivi  si  vedono  a diritta 
sono  di  Ercole  Ferrata,  quelle  a manca,  di  Cosimo  Fancelli,  e gli 
angeli  sostenenti  il  panneggio  in  pietra,  che  forma  la  balaustra- 
ta, vennero  scolpiti  dal  Gior getti.  Il  quadro  nella  cappellina 
presso  l’altar  maggiore,  è di  Durante  Alberti,  ed  il  sepolcro  che 
ivi  accanto  si  osserva  venne  eretto  coi  disegni  di  Pietro  da  Cor- 
tona, ad  Asdrubale  dei  conti  di  Montalto.  L’  aitar  maggiore  fu 
architettato  da  Carlo  Rainaldi;  e su  di  esso  si  ammirava  il  cele- 
bre quadre!  di  Domenichino,  rappresentante  la  comunione  di 
s.  Girolamo,  che  osserveremo  nel  Vaticano:  la  bella  copia  che 
ora  si  vede  in  suo  luogo  è lavoro  del  Camuccini.  La  statua  di 
s.  Filippo  Neri,  nella  seguente  cappellina,  è scultura  di  M.r  Le 
Gros.  Nelle  altre  due  cappelle  si  osservano,  un  s.  Carlo,  di  Pie- 
tro Barbieri,  e la  podestà  delle  chiavi,  del  Muziano. 

Seguendo  la  via  di  Mone  errato,  s’ incontra  subito,  a destra, 
il  collegio -inglese  (N.°  45),  fondato  da  Gregorio  XII,  che  lo 
fornì  di  rendile.  Gli  alunni  sono  diretti  da  un  rettore  della  loro 
nazione,  e frequentano  le  scuole  pubbliche.  Questo  collegio  con- 
teneva una  chiesina  dedicata  a s.  Tommaso,  vescovo  di  Cantor- 
bery.  La  detta  chiesina  fu  demolita  nel  principio  di  questo  se- 
colo, ma  attualmente  si  sta  riedificando,  in  più  vaste  dimensioni, 
coi  disegni  dell’architetto  Virginio  Vespignani,  e quantoprima  si 
vedrà  compiuta.  — Pochi  passi  più  avanti  si  trova,  a sinistra,  la 

CHIESA  DI  S.  MARIA  DI  MOtfSERRATO. 

Nel  1350  fu  eretto  in  questo  luogo  uno  spedale  per  gli  Ara- 
gonesi, Valenziani  e Catalani.  L’attuale  chiesa  vi  fu  annessa 


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426 


Settima  Giornata. 


nel  1495,  dandone  il  disegno  Antonio  Sangallo,  e poi  si  costruì 
la  facciata  con  architetture  di  Francesco  da  Volterra;  ma  essen- 
do rimasta  incompiuta  nella  superior  parte,  venne  terminata  in 
questi  ultimi  tempi.  Dopoché  fu  abbandonata  l’altra  chiesa  della 
nazione  spagnuola  in  piazza  Navona,  sacra  a s.  Giacomo,  perchè 
minacciava  ruina,  quella  di  cui  trattasi  venne  rinnovata,  colla 
direzione  dell’architetto  Pietro  Camporese,  e fu  arricchita  coi 
più  prègiati  dipinti,  con  alcuni  monumenti  sepolcrali,  e con  altri 
oggetti  d’arte  già  esistenti  nella  chiesa  di  s. Giacomo.  • 

L’interno,  composto  d’una  sola  navata,  ha  tre  cappelle  da 
ogni  lato.  Sull’altare  della  prima,  a destra,  si  osserva  un  bel  di- 
pinto di  Annibale  Caracci  rappresentante  s.  Diego,  col  Reden- 
tore sull’ alto.  L’ Annunziata  e gli  affreschi  della  seconda  sono 
di  Francesco  Nappi,  ed  il  quadro  sull’altare  della  terza,  decorata 
con  belli  marmi,  è opera  di  Carlo  Saraceni,  il  quale  vi  espresse 
la  Madonna  coi  ss.  Giacomo  e Vincenzo  Ferreri:  l’ Assunta,  da 
un  lato,  fu  eseguita  da  Francesco  di  Città  di  Castello,  e la  Con- 
cezione, dall’altro,  è di  autore  incognito. 

Sull’ aitar  maggiore  ammirasi  un  Crocefisso,  con  ai  piedi  la 
Madonna  e s.  Giovanni,  opera  molto  pregiata  di  Girolamo  Sic- 
ciolante  daSermoneta.  I due  belli  coretti  laterali,  sorretti  da  co- 
lonne e pilastri  di  granito  dell’  Elba,  vennero  eretti  con  disegno 
del  Lavina,  architetto  spagnuolo.  La  cappella  successiva,  dal- 
l’opposto lato,  ha  sull’ altare  la  statua  di  s.  Giacomo,  scolpita 
dal  Sansovino  ancor  giovane.  A destra  si  scorge  il  sepolcro  di 
Antonio  Vargas,  ambasciatore  di  Spagna  presso  la  santa  Sede, 
morto  nel  1824,  ed  il  ritratto  del  defonto  venne  scolpito  dallo 
spagnuolo  Alvarez;  il  monumento  incontro  fu  eretto  a Felice 
d’ Aguirre,  che  mori  nel  1832,  ed  è opera  delcav.  Solà.  Per  di 
sotto  a tali  monumenti,  due  se  ne  veggono  del  XV  secolo,  qui 
trasferiti  dalla  chiesa  di  s.  Giacomo.  Gli  affreschi  nella  cappella 
che  segue  sono  del  Ricci  da  Novara,  ed  il  martirio  di  s.Eulalia 
nell’ultima  cappella,  è del  pittore  Spagnuolo  Palmerola. 

Nella  sacrestia  si  osservano  le  due  belle  teste  esprimenti  l’ani- 
ma beatale  l’anima  dannata,  sculture  molto  pregevoli  del  Ber- 
nini, ed  in  un  portichetto  contiguo  esistono  alcuni  sepolcri  ed 
altre  sculture  di  quelle  che  erano  già  in  s.  Giacomo. 

Questa  chiesa  è uffiziata  da  preti  spagnuoli  dimoranti  nell’an- 
nessa casa,  ove  si  trova  pure  lo  spedale  pei  poveri  infermi  della 
nazione  spagnuola.  Questo  spedale  fu  rinnovato  ed  ingrandito, 
nel  1862,  per  munificenza  d’isabella  II,  regina  di  Spagna. 


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Chiesa  di  s.  Caterina  da  Siena. 


427 


Voltando  per  la  piccola  via  a lato  della  chiesa,  si  torna  sulla 
strada  dulia,  ove  corrisponde  il  citato  spedale,  presso  cui  è la 
chiesa  di  s.  Caterina  da  Siena. 

Questa  chiesa  fu  edificata  nel  1526  da  una  confraternita  di  Se- 
nesi, che  fecela  decorare  con  affreschi  da  Timoteo  Della  Vite, 
celebre  scolare  di  Raffaello,  e da  Antiveduto  Grammatica;  ma 
essendo  stata  rimessa  a nuovo  nel  1760,  nulla  rimane  di  quelle 
pitture.  L’apside  ha  un  affresco  del  Pecheux:  lo  sposalizio  di 
s..  Caterina  è del  Lapis,  ed  a Tommaso  Conca  appartiene  l’ As- 
sunta. Gli  altri  dipinti  sono  del  Monosilio,  del  Corvi,  dell’Ange- 
letti,  del  Costantini  e del  Lapiccola.  Il  ricordato  pittore  Gram- 
matica è sepolto  in  questa  chiesa.  . 

Tornando  indietro , nella  prima  strada  a'  manca  si  trova  la 
chiesa  di  s.  Eligio  degli  orefici.  Essa  venne  eretta  nel  1509  , 
sotto  Giulio  II,  da  una  confraternita  di  orefici,  coi  disegni  di 
Bramante;  e nel  1601  fu  riedificata  mantenendo  le  primitive  sue 
forme.  L’adorazione  de’ Magi  sull’altare  a destra,  è del  Roma- 
nelli, che  condusse  pure  le  due  figure  sull’  arco.  Il  quadro  del- 
l’ aitar  maggiore,  rappresentante  la  Madonna  e diversi  santi,  è 
opera  di  Matteo  da  Lecce;  la  nascita  del  Redentore  sull’ aitale  a 
manca,  è di  Giovanni  De  Vecchia,  ed  il  quadro  con  s.  Andro- 
nico e s.  Anastasia,  fu  eseguito  da  Filippo  Zucchetti.  — Tornan- 
do nella  via  Giulia,  si  vede  subito  a sinistra  la 

CHIESA  DELLO  SPIRITO  SANTO  DE’  NAPOLITANI. 

Questa  chiesa  venne  eretta  nel  1572,  e poscia  fu  riedificata, 
quasi  per  intero,  coi  disegni  di  Carlo  Fontana. 

Inoltre,  correndo  l’ anno  1854,  Ih  reale  corte  di  Napoli  ordi- 
nava che  fosse  interamente  ristaurata,  e resa  splendida  e bella 
in  ogni  sua  parte.  Infatti  l’ architetto  napolitano  Antonio  Cipol- 
la, che  ebbene  l’incarico,  diede  alla  chiesa  un  nuòvo  e grazioso 
prospetto,  decorandolo  con  due  ordini  di  pilastri  ionici,  imitanti 
lo  stile  del  seccai  XV  ; e sopra  T ingresso  venne  eseguito  un  af- 
fresco da  Pietro  Gagliardi,  che  vi  rappresentò  l’effigie  dello 
Spirito  Santo  in  mezzo  ad  una  splendente  gloria  di  angeli  e di 
serafini.  ' . 

L’interno  del  sacro  tempio  ebbe  una  nuova  ed  assai  bene  in- 
tesa decorazione  dal  suddétto  Cipolla,  che  ne  corresse  anche  i 
difetti  architettonici,  e vi  aggiunse  l’apside,  e la  comoda  canto- 
ria che  rimane  per  di  sopra  alla  porta  d’ingresso.  La  chiesa  in 


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428 


Settima  Giornata. 


discorso  lia  ima  sola  navata,  adorna  con  pilastri  dipinti  a foggia 
di  giallo  antico,  e contiene  cinque  cappelle. 

Il  s.  Francesco  di  Paola  nella  prima  cappella  a diritta,  è opera 
di  Bonaventura  Lamberti.  Segue  il  grandioso  monumento  sepol- 
crale, eretto  al  celebre  card.  De  Luca,  lavoro  di  Domenico  Guidi, 
che  nelle  due  statue  laterali  figurò  la  Giustizia  e la  Prudenza, 
essendo  appunto  le  virtù  in  cui  maggiormente  si  distinse  l’ illu- 
stre defonto.  Sull'altare  della  successiva  cappella  ammirasi  Gesù 
in  croce,  dipinto  a fresco  dal  ricordato  Gagliardi.  Il  medaglione 
sulla  porta  finta  che  viene  dopo,  e l’altro  incontro  sopra  la  porta 
della  sacrestia,  contengono  due  bassorilievi  di  autore  incognito, 
allusivi  alla  vita  di  s.  Franoesco  di  Paola. 

La  fronte  dell’  arfcone  innanzi  alla  tribuna  rimane  bellamente 
fregiata  con  un  grandioso  affresco  del  Gagliardi,  espressavi  la 
venuta  dello  Spirito  Santo,  nel  cenacolo.  I quattro  piè  ritti  degli 
archi  sui  quali  elevasi  la  cupola  che  sovrasta  alla  tribuna,  fra 
molti  e ricchi  ornati,  hanno,  nelle  facce  interne,  le  figure  a fre- 
sco delle  sante  Cristina  e Teresa,  e dei  santi  Ferdinando  e Fran- 
cesco di  Paola,  lavori  dello  stesso  Gagliardi.  La  volta  della  cu- 
pola conserva  l’antica  pittura  di  Giuseppe  Passeri,  che  vi  figurò 
la  ss.  Trinità,  circondata  da  una  gloria  di  angeli  e di  santi . I quat- 
tro Evangelisti  poi  entro  i medaglioni  nei  peducci  della  stessa 
cupola  spettano  parimenti  al  Gagliardi,  da  cui  fu  eseguito  anche 
il  quadro  a fresco  coll’ Annunziata,  che  osservasi  nel  centro  della 
parete  dell’apside  dietro  l’altar  maggiore. 

. Tornando  nella  navata,  il  quadro  col  martirio  di  s.  Gennaro, 
nella  prima  cappella  dopo  la  porta  della  sacrestia,  è opera  di 
Luca  Giordano.  La  Madonna,  detta  del  fulmine,  nella  seconda 
cappella,  è un  dipinto  di  antidlscuola;  ed  il  s. Tommaso  d’ Aquino 
sull’altare  dell’ultima  cappella  fu  colorito  dal  Muratori. 

Quasi  di  prospetto  alla  descritta  chiesa  sorge  il  palazzo  Ricci 
(N.°  146),  opera  di  Nanni  di  Baccio  Bigio,  architetto  fiorentino: 
e la  facciata  principale  va  adorna  di  pitture  a chiaroscuro  di 
mano  di  Polidoro  e di  Maturino  da  Caravaggio# 

Presso  la  descritta  chiesa  avvi  il  collegio  Ghislieri  (N.°  38), 
fondato  nel  1630  da  Giuseppe  Ghislieri,  celebre  medico  romano. 
Vf  possono  capire  circa  24  alunni,  che  non  vi  sono  ammessi  se 
non  appartengono  a nobili  case,  o almeno  a famiglie  civili,  e vi 
sono  educati  con  tutta  cura. 

Si  lascia  quindi  sulla  sinistra  la  chiesina  di  s.  Niccola  degl  In- 
coronati, sul  cui  aitar  maggiore  è un  quadro  dello  Zucchetti, 
rappresentante  quel  santo.  Trovasi  poscia,  a destra,  la  chiesina 


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Chiesa  di  s.  Lucia  del  Gonfalone.  429 

di  s.  Filippo  Neri,  l’unica  che  s a dedicata  ad  esso  santo  in  Roma. 

Si  passa  poi  innanzi  al  grande  edifizio  delle  carceri  criminali, 
dette  Carceri  Nuove,  eretto  da  Innocenzo  X ed  ampliato  da 
Alessandro  VII;  Leone  XII  vi  aggiunse  il  carcere  di  correzione. 

Nella  piccola  strada,  che  si  apre  immediatamente  a destra,  ■ . 
detta  Via  delle  Carceri  Nuove,  si  trova  la  porta  laterale  della 

CHIESA  DI  S.  LUCIA  DEL  GONFALONE. 

Venne  essa  edificata  tra  il  fine  del  secolo  XIII,  ed  il  principio 
del  XIV,  dall’ antichissima  .Archiconfraternita  del  Gonfalone, 
alla  quale  tuttora  appartiene.  La  stessa  confraternita  sul  princi- 
piare del  secolo  XVI  la  costruì  di  nuovo;  in  seguito  la  ristorò 
più  volte, -e  nel  n65  riedificolla  dalle  fondamenta  coi  disegni 
dell’architetto  Marco  David.  Inoltre  gli  stessi  confratelli  avendo 
grandemente  a cuore  il  decoro  del  sacro  tempio,  nel  1863  divi- 
sarono di  renderlo  al  sommo  appariscente  e magnifico.  A tale 
effetto  si  valsero  dell’ architetta  Francesco  cav.  Azzurri,  il  quale 
corrispose  mirabilmente  al  loro  nobile  divisamente;  ed  allorché, 
nel  J86'7,  fu  riaperta  la  chiesa  al  culto  de’ fedeli,  venne  giusta- 
mente lodata  la  decorazione  di  cui  il  sacro  tempio  era  stato 
splendidamente  abbellito. 

L’ interno  della  chiesa  ha  una  sola  navata  con  tre  cappelle  per 
parte,  e la  nuova  decorazione,  ricca  di  fini  marmi,  di  dorature 
e di  altri  analoghi  ornamenti,  risalta  egregiamente  per  le  belle 
pitture  a fresco,  eseguitevi  da  Cesare  Mariani,  allusive  alla  Re- 
gina de’ cieli  ed  alla  storia  della  Compagnia. 

Nella  calotta  dell’  apside  vedesi  dipinta  con  bell’  effetto  di  co- 
lorito, la  visione  di  s.  Bonaventura,  donde  la  Compagnia  ebbe 
il  principale  incremento.  E siccome  essa,  ad  imitazione  dei  padri 
della  Mercede  e dei  Trinitarii,  erasi  pur  dedicata  a redimere  i 
cristiani  fatti  schiavi;  perciò  l'egregio  dipintore  introdusse,  in 
un  lato  della  composizione,  i santi  fondatori  di  quei  due  ordini 
religiosi,  fra’  quali  effigiò  Giacomo  re  di  Aragona  che  protesse 
l’istituzione  dei  padri  della  Mercede.  Inferiormente  elevasi  il 
nuovo  e sontuoso  aitar  maggiore,  sopra  cui  si  venera  una  im- 
magine di  Maria  V ergine,  detta  la  Madonna  della  Mercede,  ed 
ai  lati  dell’  altare  si  osservano  due  grandi  affreschi  con  soggetti 
relativi  ai  fasti  della  Compagnia.  Di  questi  affreschi,  quello  a 
destra  ricorda  il  fatto  de’  200  schiavi  da  essa  redenti  e presentati 
a Sisto  V,  mentre  pontificava  solennemente  nella  basilica  Libe- 
riana. L’altro  allude  alla  liberazione  di  Roma,  oppressa  da  fa- 


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430 


Settima  Giornata. 


zioni,  operata  dai  confratelli,  allorché,  alla  testa  del  popolo  ro- 
mano, elessero  a governatore  della  città  Giovanni  Cerrone,  il 
quale  scorgesi  rappresentato  nel  dipinto,  nell’atto  che  in  Cam- 
pidoglio viene  approvato  e confermato  dal  vicario  del  papa,  e 
presta  solenne  giuramento.  Nel  centro  dell’archivolto  di  questa 
tribuna,  entro  una  cornice  orbicolare,  Sono  coloriti  tre  graziosi 
angeletti.  Due  di  essi  recano  in  mano  una  corona  di  dodici  stelle 
per  cingerne  la  fronte  alla  Regina  dell’ universo,  che  quivi  si  ve- 
nera; mentre  l’altro  mostra  di  deliziarsi  in  rimirarla.  Altri  an- 
geli seduti  sopra  finto  cornicione,  sostengono  grandi  mazzi  di 
frutta  intrecciati  a fogliame,  lavoro  dei  sigg.  Friguglia  e Rotani. 

Volgendo  ora  lo  sguardo  alla  grande  volta,  tra  gli  affreschi 
dipinti  nel  suo  scompartimento,  condotto  assai  bene  in  prospet- 
tiva e con  bell’  effetto  di  chiaroscuro,  figurano  dodici  schiavi  cri- 
stiani avvinti  in  ceppi.  Essi  siedono  sopra  finto  cornicione  in 
differenti  compassionevoli  movenze,  e poggiano  due  a due  sul 
dosso  a sei  medaglioni  coloriti  a bronzo,  rappresentanti  l’istitu- 
zione e i fasti  della  Compagnia.  Nel  centro  della  volta  scorgonsi, 
entro  un  ottagono,  due  graziosi  angeletti  che  portano  legger- 
mente librato  in  aria  lo  stemma  del  Gonfalone,  mentre  altri  due, 
coloriti  negli  ottagoni  a capo  ed  in  fondo,  dando  nelle  loro 
trombe , mostrano  di  presentare  ai  dodici  suindicati  schiavi  il 
Gonfalone  della  redenzione.  Tra  le  finestre  poi,  che  si  aprono 
nei  fianchi  della  volta,  veggonsi  quattro  belle  figure  muliebri,  le 
quali  ricordano  le  principali  virtù  dell’insigne  Compagnia,  cioè: 
la  Perseveranza,  la  Carità,  la  Fede,  la  Liberalità;  e nelle  pettine 
delle  stesse  finestre  sono  dipinti  a chiaroscuro,  con  grande  illu- 
sione di  rilievo,  gli  stemmi  di  quei  papi  dai  quali  fu  largamente 
beneficata  la  Compagnia. 

Nei  piloni  che  dividono  le  cappelle  veggonsi  effigiati  quattro 
grandi  personaggi  del  popolo  d’ Isdraele,  i quali  alludono  in 
varie  guise  a quanto  operò  la  Compagnia  a vantaggio  dei  cri- 
stiani caduti  in  ischiavitù;  e dai  motti  scritti  nelle  bende  che  leg- 
giadramente dispiegano  gli  angeli  dipintivi  al  disopra,  si  rileva 
che  rappresentano  Geremia,  Neemia,  EsdraeZorobabele.  Altri 
due  angeli  additano  nella  stessa  guisa  le  altre  due  figure,  cioè 
Tobia  e Daniele,  colorite  nei  due  mezzi  piloni  presso  la  porta 
de^la  chiesa.  In  fine,  la  parete  in  fondo  a questo  sacro  tempio 
venne  decorata  con  quattro  grandi  figure:  due  di  esse,  colorite 
ai  lati  della  finestra,  rappresentano  Debora  e Giuditta,  allegoria 
alla  Madonna  della  Mercede;  colle  altre  due  si  volle  siguificare 
la  storia  del  Gonfalone  e T arte  cristiana,  per  indicare  appunto 


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Chiesa  di  s.  Lucia  del  Gonfalone.  431 

che  in  tutto  l’ operato  l’ arte  eseguiva  ciò  che  la  storia  dettava. 

Anche  le  cappelle  furono  rimesse  a nuovo  con  molta  eleganza 
e buon  gusto,  conservandovi  soltanto  i primitivi  altari  coi  loro 
quadri,  opere  tutte  del  secolo  XVII.  Nella  prima  cappella  a de- 
stra, entrando  in  chiesa,  osservasi  un  quadro  di  Salvatore  Mo- 
nosilio,  rappresentante  s.  Francesco  di  Sales  e s.  Tommaso  da 
Villanova.  Sull’altare  della  cappella  appresso,  entro  un’edicola . 
di  marmo  bianco,  abbellita  di  gentili  ornati  messi  ad  oro,  è una 
statua  semicolossale,  scolpita  in  marmo,  rappresentante  la  santa 
titolare  della  chiesa.  È questa  una  bell’  opera  dell’  egregio  scul- 
tore Scipione  cav.  Tadolini,  in  cui  egli  seppe  riunire,  con  molto 
ingegno,  le  grazie  dell’arte  con  quelle  della  natura;  le  due  fi- 
gure dipinte  nei  lati,  la  Purità  e la  Carità,  si  devono  al  surri- 
cordato Mariani.  La  terza  cappella  ha  un  quadro  in  cui  Mariano 
Rossi,  siciliano,  rappresentò  i santi  apostoli  Pietro  e Paolo.  Il 
quadro  sull’altare  della  cappella  incontro,  effigiatovi  s. France- 
sco di  Assisi,  appartiene  al  pittore  moscovita  Giorgio  Gaspare 
De-Prener.  Nella  cappella  che  segue  si  venera  un  antico  Cro- 
cefisso scolpito  in  legno;  quindi  con  bella  analogia,  da  un  lato 
v’è  stata  colorita  Maria  Vergine  desolata,  dall’ altro  s.  Giovanni 
Evangelista;  ed  ambedue  questi  affreschi  si  devono  a Paolo  Mei, 
allievo  del  Mariani.  Sull’altare  dell'ultima  cappella  scorgesiun 
dipinto  di  Eugenio  Porretti,  di  Arpino,  rappresentante  s.  Carlo 
Borromeo  ed  il  beato  Gregorio,  card.  Barbarigo.  Il  pavimento 
della  descritta  chiesa,  fu  rinnovato  in  marmo  bianco  e bardiglio, 
ed  ha  uno  scomparto  rispondente  a quello  della  volta. 

Uscendo  dalla  descritta  chiesa,  e rientrando  nella  via  Giulia, 
s’incontra  a sinistra  la  chiesa,  detta  di  s.  Maria  del  Suffragio, 
fabbricata  circa  il  1615  colla  direzione  di  Carlo  Rainaldi.  Essa 
fu  abbellita  dai  migliori  pittori  del  tempo,  quali  furono,  Giam- 
battista Natali,  Giuseppe  Ghezzi,  Girolamo  Troppa  ed  altri. 

Il  vicolo  che  viene  poi,  conduce  alla  chiesa  de’ Bresciani,  de- 
dicata ai  ss.  Faustino  e Giovita,  la  quale  rimane  presso  quel  luogo 
ove  Giulio  II  voleva,  coi  disegni  di  Bramante , erigere  un  gran 
palazzo,  per  riunirvi  i diversi  tribunali  civili  e criminali  di  Roma, 
le  cui  fondamenta  si  scorgono  sotto  le  case  in  vicinanza. — Tor- 
nando sulla  via  Giulia  si  ha  subito  a sinistra  la 

CHIESA  DI  S.  BIAGIO,  DETTO  DELLA  PAGNOTTA. 

Essa,  in  altri  tempi,  era  annessa  ad  una  abbadia,  che  dicevasi 
di  s.  Biagio- in  Canta  Secato.  S’ignora  l’epoca  della  sua  ere- 


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432  Settima  Giornata. 

zione;  ma  da  una  iscrizione  in  marmo , esistente  nella  chiesa  stes- 
sa, rilevasi  che  venne  instaurata  sotto  il  pontificato  di  Alessan- 
dro n,  cioè  nel  1072;  ed  in  seguito  ne  fu  rinnovato  il  prospetto 
con  architettura  di  Giovanni  Antonio  Perfetti.  Gregorio  X\  I 
concessela,  nel  1832,  colle  case  annesse,  agli  Armeni  cattolici , 
che  avevano  un  ospizio  presso  s.  Maria  Egiziaca.  I medesimi , 

. valendosi  dell’architetto  Filippo* NaVona,  la  ristamparono  intera- 
mente, e vi  aggiunsero  il  nuovo  apside.  Inoltre  eressero  pure  il 
contiguo  ospizio  per  loro  dimora  e per  comodo  de’  connazionali . 
La  chiesa  viene  ufficiata  in  rito  armeno,  e tre  volte  all’  anno  vi 
si  celebra  solenne  pontificale  nel  rito  stesso;  cioè,  il  giorno  della 
festa  di  s.  Gregorio  Illuminatore,  il  sabato  santo  alle  ore  quattro 
circa  pomeridiane,  ed  il  giorno  della  festa  di  s.  Biagio,  nella 
quale  ricorrenza  si  distribuisce  ancora  un  piccolo  pane  benedetto, 
come  praticavasi  anticamente;  e da  siffatta  ceremonia  derivò  il 
nome  di  j.  Biagio  della  Pagnotta.  In  fine  crediamo  cosa  utile 
far  conoscere,  che  spesse  volte  il  pontificale  del  sabato  santo 
■tfiene  celebrato  in  altra  chiesa,  e che  in  tali  circostanze  si  sce- 
glie, quasi  sempre,  la  chiesa  di  s.  Maria  de’ miracoli  sulla  piazza 
del  popolo. 

Nel  medio  evo  questa  parte  di  Roma,  che  era  una  delle  più 
frequentate  della  città,  appellavasi  de  Canta  Secato,  e dava  no- 
me ad  una  piccola  porta  delle  mura  di  Roma,  situata  quivi  pres- 
so, la  quale  ehiamavasi  la  Postema  de  Canta  Secato,  o di  s.  Bia- 
gio, a motivo  della  sopra  descritta  chiesa.  Immediatamente  dopo 
la  chiesa  di  s.  Biagio,  segue  il  palazzo  Sacchetti  (N.#  66),  inco- 
minciato con  architetture  di  Antonio  SangaUo,  e compiuto  da 
Nanni  di  Baccio  Bigio,  -r-  Proseguendo  il  cammino,  si  trova, 
pure  a sinistra,  il  ponte  di  ferro,  di  cui  si  fece  parola,  peroor- 
rendo la  via  della  Langara.  la  quale  costeggia  la  riva  destra  del 
Tevere,  ove  appunto  il  detto  ponte  sbocca,  e con  cui  si  è voluto 
in  qualche  modo  supplire  all’  antico  ponte  Vaticano,  del  quale  si 
terrà  discorso  quando  avremo  visitato  la  prossima 

CHIESA  DI  8.  GIOVANNI  DE' FIORENTINI. 

Una  società  di  Fiorentini  eresse  questa  magnifica  chiesa  nel 
1588,  con  architetture  di  Giacomo  Della  Porta.  Clemente  XII 
fecevi  innalzare  la  facciata  da  Alessandro  Galilei,  costruita  tutta 
in  travertini,  e decorata  con  due  ordini  di  colonne  corintie. 

L’interno,  di  recente  ristaurato.  ha  belle  proporzioni  archi- 
tettoniche  e rimane  diviso  in  tre  navate  da  piloni  adorni  di  pila.— 


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Chiesa  di  s.  Giovativi  de'  Fiorentini.  433 

stri  corintii;  e le  cappelle  sono  abbellite  con  buone  pitture.  Il 
quadro  nella  prima  di  esse  a destra,  rappresenta  s.  Vincenzo  Fer- 
reri,  e si  crede  del  Pasignani.  Il  s.  Filippo  Benizi,  in  quella  che 
viene  dopo,  è di  scuola  fiorentina.  Il  dipinto  sull’  altare  della 
terza  è lavoro  del  Titi,  che  vi  espresse  s.  Girolamo,  e dei  due  la- 
terali, uno  spetta  al  Cigoli,  l’ altro  al  Pasignani.  Sopra  l’ altare 
della  crocera  si  ammira  una  bellissima  pittura  di  Salvator  Eosa, 
in  cui  espresse  il  martirio  dei  santi  Cosma  e Damiano,  condan- 
nati alle  fiamme.  Sulle  porte  laterali  si  veggono  due  sepolcri, 
uno  di  monsig.  Ottavio  Corsini,  scolpito  dall’ Algardi ; l’altro 
dell’ Acciaiuoli,  eseguito  da  Ercole  Ferrata.  I due  quadri  nei  lati 
della  cappella  seguente,  sono  di  Agostino  Fontebuoni,  e rap- 
presentano la  nascita  ed  il  transito  della  Madonna;  le  rimanenti 
pitture  vennero  condotte  dal  Ciampelli. 

L’ aitar  maggiore,  decorato  con  iscelti  marmi,  fu  eretto  a spese 
dei  Falconieri,  coi  disegni  di  Pietro  da  Cortona;  ma  venuto  a 
morte  esso  artefice  fu  terminato  da  Ciro  Ferri.  Ivi  si  vede  un 
gruppo,  scolpito  da  Antonio  Raggi,  e rappresenta  il  battesimo 
del  Redentore.  Dai  lati  si  osservano  due  imponenti  sepolcri  so- 
pra uno  de’  quali  è la  statua  della  Carità,  lavoro  di  Domenico 
Guidi,  e sull’altro  quella  della  Fede,  opera  di  Ercole  Ferrata. 

Viene  poi  la  cappella  del  Crocefisso,  decorata  con  buone  pit- 
ture di  Lanfranco;  ed  il  Crocefisso  ch’ivi  si  venera  venne  ese- 
guito in  metallo  da  Paolo  Sanquirico,  sul  modello  di  Prospero 
Bresciano.  Il  quadro  colla  Maddalena,  sull’altare  della  crocera, 
fu  dipinto  da  Baccio  Carpi.  Entrando  nella  piccola  navata  si 
scorgono  subito  due  sepolcri  posti  uno  incontro  all’altro:  quello 
di  monsig.  Samminiati  spetta  a Filippo  Valle,  e quello  del  mar- 
chese Capponi,  a Michelangelo  Slodtz.  Sull’ altare  della  prima 
cappella  si  vede  un  quadro  del  suddetto  Titi,  che  vi  espresse 
s.  Francesco,  e le  altre  pitture  sono  del  Pomarancio.  Il  s.  Antonio 
Abbate,  nella  seconda  cappella,  è pittura  del  Ciampelli,  ed  i la- 
terali, rappresentanti  la  conversione  di  s.  Paolo  ed<il  Salvatore 
che  chiama  a sè  s.  Pietro,  appartengono  a Giovanni  Antonio  Ca- 
nini; gli  affreschi  nella  volta,  tutti  relativi  alla  vita  di  s.  Lorenzo, 
uscirono  di  mano  del  Tempesta.  Il  quadro  con  s.  Maria  Madda- 
lena de’ Pazzi,  nella  penultima  cappella,  è di  Francesco  Corrado, 
e gli  affreschi  sono  del  Cosci.  Il  s.  Sebastiano  nell’ ultima  cap- 
pella venne  eseguito  da  Giambattista  Vanni.  — Uscendo  dalla 
chiesa  e pigliando  a sinistra,  si  giunge  al  Tevere,  nel  luogo  ove 
appunto  era  il 


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434 


Settima  Giornata. 


PONTE  VATICANO. 

L' origine  di  questo  ponte  rimane  ignota,  ma  il  nome  clie  por- 
tava provengagli  dal  monte  verso  cui  conduceva,  come  i ponti 
Palatino  e Gianicolense  erano  così  chiamati,  perchè  mettevano 
al  Palatino  ed  al  Gianicolo.  Taluno  pretese  che  Caligola  lo  eri- 
gesse per  passare  ai  suoi  giardini  del  "V  aticano,  ma  ciò  senza  so- 
stegno di  autori  classici.  Sembra  che  dal  V secolo  fosse  in  rovi- 
na, giacché,  dopo  Vittore,  che  ne  fa  ricordo  e che  lo  chiama  poli- 
te Vaticano,  non  se  ne  fa  più  parola  negli  scrittori,  e si  può  anche 
accertare  che , fra  gli  antichi , Vittore  è l’ unico  che  ne  faccia 
menzione.  I moderni  lo  appellarono  arbitrariamente  ponte  trion- 
fale, seguendo  l’erronea  opinione,  che  coloro  i quali  aspirava- 
no al  trionfo  dovevano  sempre  far  accampare  le  loro  truppe  nella 
pianura  Vaticana,  e passare  per  mezzo  di  questo  ponte  sulla  riva 
sinistra  del  Tevere.  Gli  avanzi  de’muri  del  medio  evo  che  si  scor- 
gono in  mezzo  al  fiume,  posano  sui  ruderi  dell  antico  ponte, 
una  parte  dei  quali  venne  demolita  nel  1812  per  migliorale  la 
navigazione  del  Tevere.  Giulio  II  ebbe  l’idea  di  ricostruirlo  dan- 
dogli il  nome  della  strada  che  percorremmo,  la  quale  avrebbe 
ad  esso  condotto  dirittamente. 


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435 

ITINERARIO 

DI  ROMA 


OTTAVA  GIORNATA 

DAL  PONTE  ELIO  AL  MONTE  MARIO. 


P er  finire  di  visitare  le  rarità  di  Roma  non  ci  rimane  a vedere 
che  la  regione  del  Vaticano.  L’origine  del  nome  Vaticano,  dato 
al  monte  che  muove  dalla  catena  del  Gianieolo , deriva  proba- 
bilmente dai  vaticina,  ossia  dagli  oracoli  che  ivi  rendevansi  fin 
dal  tempo  ch’era  in  potere  degli  Etruschi -Veienti,  ai  quali  fu 
tolto  da  Romolo.  Esso  negli  antichi  tempi  rimase  sempre  fuori 
del  recinto  di  Roma,  al  pari  che  la  pianura  giacente  fra  il  monte 
stesso  ed  il  Tevere.  Conforme  si  disse,  fu  Leone  TV  il  quale  circa 
l’anno  850,  per  garantire  la  basilica  di  s.  Pietro  dalle  incursioni 
dei  Saraceni,  lo  circondò  di  mura,  per  cui  questa  parte  della 
città  ebbe  il  nome  di  Città  Leonina.  Tuttavia,  venne  ognora  ri- 
guardato come  una  parte  separata  da  Roma  propriamente  detta, 
fino  al  finire  del  XV  secolo,  epoca  in  cui  Alessandro  VI,  atter- 
rando le  mura  di  divisione,  congiunselo  al  rimanente  della  città. 
Gli  rimase  peraltro  la  denominazione  di  Borgo,  e dai  tempi  di 
Sisto  V costituisce  con  tale  nome  il  XIV  Rione  di  Roma.  — Per 
giungervi  si  passa  il  Tevere  sul 

PONTE  ELIO,  ORA  S.  ANGELO. 

Questo  ponte  fu  eretto  nel  136  dell’era  cristiana  dall’impera- 
tore Publio  Elio  Traiano  Adriano,  per  dare  un  accesso  degno  e 
magnifico  al  suo  mausoleo  ed  ai  giardini  imperiali  attinenti,  ove 
fece  anche  costruire  un  circo.  Il  ponte  ebbe  il  nome  di  Elio,  ma 
all’epoca  della  decadenza  fu  detto  Pone  Uragani,  Pom  Adriani, 
e quindi  Pons  s.  Petri,  a causa  della  sua  vicinanza  colla  basilica 

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436 


Ottava  Giornata . 


di  s. Pietro;  e finalmente  nel  secolo  XV  cliiamossi  ponte  s.  An- 
gelo, a motivo  del  castello  di  tal  nome  da  cui  è dominato. 

In  origine  il  ponte  in  discorso  si  componeva  di  cinque  archi, 
con  controforti  su’quali  erano  delle  statue,  come  vi  si  osservano 
oggi.  Infatti  si  distinguono  quei  cinque  archi  antichi  per  mezzo 
d’una  cornice  nella  fronte  dell’archivolto,  giacché  il  sesto  arco, 
dal  lato  del  castello,  venne  aperto  successivamente;  di  modo 
che  esso  ponte,  eccettuato  quest’ultimo  arco,  i parapetti  e ta- 
lun'altra  riparazione  moderna,  è al  tutto  antico. 

Uno  dei  ristauri  ebbe  luogo  nel  1450,  stantechè  tornando  il 
popolo  dalla  basilica  Vaticana,  dove  si  era  mostrato  il  Sudario, 
e dove  il  papa  Niccolò  V aveva  dato  la  solenne  benedizione,  av- 
venne la  terribile  sciagura  che  per  la  calca  si  ruppero  le  sponde 
del  ponte,  senza  dubbio  mal  conce,  e perirono  172  persone  ca- 
dendo nel  fiume;  per  la  qual  cosa,  essendo  stato  ristaurato  da 
quel  papa,  si  legge  sopra  uno  dei  piloni  N.  P.  P.  V.  Lo  stesso 
pontefice  inoltre,  affinchè  non  si  rinnovasse  una  simile  sventura, 
facendo  atterrare  alcune  case  prossime  che  impedivano  lo  sboc- 
co del  ponte,  aprì  la  piazza  di  ponte  s.  Angelo.  In  seguito  Cle- 
mente VII  fece  porre  alla  testata  di  esso  ponte,  dal  lato  dell’ac- 
cennata  piazza,  le  statue  de’ ss.  Pietro  e Paolo,  la  prima  scolpita 
da  Lorenzetto,  la  seconda  da  Paolo  Romano.  Finalmente  nel 
XVII  secolo  Clemente  IX,  colla  direzione  del  Bernini,  mise  que- 
sto ponte  nello  stato  attuale,  facendovi  costruire  le  balaustrate 
in  travertini,  munite  di  belle  inferriate,  e ponendo  di  nuovo  sui 
controforti  le  statue  in  marmo  che  vi  si  scorgono  al  presente. 
Esse  rappresentano  dieci  angeli  con  in  mani  gl’istrumenti  della 
passione,  e vennero  scolpite  dagli  scolari  del  Bernini,  meno  quel- 
la dell’angelo  col  titolo  della  croce,  che  fu  eseguita  da  lui  stes- 
so, ed  è una  delle  opere  più  ammanierate  di  quell’artefice. 

Il  ponte  s.  Angelo,  così  decorato,  è senza  dubbio  il  più  bello 
di  quanti  ne  sono  in  Roma.  — Di  rimpetto  sorge  il 

MAUSOLEO  DI  AMMANO. 

L’imperatore  Adriano,  al  tempo  stesso  che  costruì  il  descritto 
ponte,  fece  erigere  anche  questo  magnifico  mausoleo  ad  imita- 
zione di  quello  di  Augusto,  perchè  servisse  di  sepoltura  a sé  ed 
ai  suoi  successori. 

Il  sontuosissimo  mausoleo  componevasi  di  un  imbasamento 
die  si  estendeva  88  met.  e 34.  c.  por  ogni  lato,  su  cui  sorgeva 
una  grandiosa  mole  rotonda,  la  quale  restringendosi  di  mano  in 


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Mausoleo  di  Adriano . 


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mano  che  si  elevava,  rimaneva  compiuta  da  alquanti  scaglioni; 
ed  il  nucleo  di  essa,  quantunque  oggi  sia  diminuito,  pure  ha  64 
met.  e 22  c.  di  diametro,  e costituisce  il  maschio  del  castello. 
Secondo  Procopio,  la  parte  esteriore  di  questo  monumento  era 
rivestita  di  grandi  lastre  quadre  di  marmo  pario:  il  basamento 
rimaneva  fregiato  di  festoni  e bucranii,  e fra  questi  ornamenti 
stavano  collocate  le  iscrizioni  in  onore  degl’imperatori  che  vi 
erano  sepolti.  Ai  quattro  angoli  poi  dello  stesso  basamento  si 
vedevano  altrettanti  gruppi  d'uomini  con  cavalli,  il  tutto  in  bron- 
zo dorato  e d’ una  grandezza  forse  più  colossale  che  non  quella 
dei  gruppi  che  si  osservano  sulla  piazza  del  Quirinale. 

A detto  del  medesimo  scrittore,  l’edifizio  rotondo  era  decorato 
con  pilastri  sostenenti  il  loro  cornicione,  sormontato  in  giro  da 
statue  di  squisito  lavoro;  e per  formarsi  un'idea  della  loro  subli- 
mità, basti  sapere  che  fra  esse  contavasi  il  celebre  Fauno  de’Bar- 
berini,  al  presente  in  Baviera,  il  quale  fu  trovato  ivi  presso  ai 
tempi  di  Urbano  Vili.  Sulla  cima  sorgeva  la  statua  colossale  di 
Adriano,  la  cui  testa,  ch’ora  si  ammira  nella  gran  sala  rotonda 
del  museo  Vaticano,  fu  del  pari  scoperta  presso  il  forte,  nel  pon- 
tificato di  Alessandro  VI.  La  porta  aveva  le  imposte  di  bronzo, 
e rimaneva  di  prospetto  al  ponte,  aprendosi  nel  basamento  del- 
l’edifizio. 

Essa  nel  1825  fu  data  a terra,  ma  poscia  murata  di  nuovo,  ed 
essendo  stato  sterrato  il  corridoio  in  cui  metteva,  si  giunse  di- 
rettamente ad  un  niccliione,  presso  il  quale  ha  principio  una  lar- 
ga via  spirale  che,  con  dolce  salita,  conduce  prima  alla  stanza 
sepolcrale  divisa  in  quattro  nicchie,  e poscia  fino  alla  cima  del 
monumento.  Si  conobbe  che  le  pareti  del  corridoio  e quelle  della 
prima  parte  della  via  spirale,  furono  già  incrostate  di  fini  marmi, 
e che  il  pavimento  era  in  musaico.  La  prima  parte  della  via  stes- 
sa, illuminata  da  quattro  trombini  piramidali,  ora  ostrutti,  servi 
di  prigione  tristissima  nei  tempi  bassi,  e dai  trombini  vi  venivano 
calati  i rei.  Benvenuto  Celimi,  nella  minuta  descrizione  che  fa  di 
questo  spaventevole  sotterraneo,  vorrebbe  far  credere  ch’egli 
stesso  vi  si  trovasse  rinchiuso  nel  1539. 

Il  monumento  di  cui  trattiamo  era  circondato  da  una  cancel- 
lata di  bronzo  con  pilastri  simili,  sui  quali  posavano  dei  pavoni 
in  metallo  dorato;  e due  di  essi,  gli  unici  giunti  fino  a noi,  si 
veggono  nel  giardino  Vaticano.  Eravi  anche  un  toro  in  bronzo, 
e taluni  pretendono  che  le  24  preziose  colonne  di  paonazzetto, 
già  esistenti  nella  basilica  di  s. Paolo  sulla  via  Ostiense,  fossero 
appartenute  a questo  mausoleo;  ma  simile  opinione  è tacitamente 


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Ottava  Giornata. 


esclusa  da  s.  Leone  il  Grande,  e manifestamente  da  Procopio,  il 
quale  ci  lasciò  molte  particolarità  circa  quest’edifizio,  oltre  di  che 
la  loro  proporzione  non  sarebbe  stata  corrispondente  coll’immen- 
sità del  monumento. 

Esso  restò  nel  primitivo  suo  stato  di  conservazione  fino  ai  tem- 
pi di  Onorio,  ed  è probabile  che  questo  imperatore,  nel  formare 
il  nuovo  recinto  di  Roma,  profittasse  di  questo  mausoleo  per 
farne  la  difesa  della  città.  Ad  ogni  modo  si  sa,  seguendo  Proco- 
pio, che  fino  al  537  il  mausoleo  rimase  intatto  nella  sua  decora- 
zione esteriore;  ma  essendo  stato  assalito,  nell’anno  stesso,  dai 
soldati  di  Vitige,  che  non  poterono  impadronirsene,  i Greci  che 
lo  difendevano,  avendo  esaurito  ogni  mezzo  di  difesa,  ruppero 
le  statue  per  «cagliarne  i pezzi  sugli  assalitori.  Fu  questo  il  pri- 
mo danno  arrecato  a questo  monumento,  il  quale  durante  il  VI 
secolo  rimase  un  posto  permanente  di  difesa.  Nei  secoli  VII, 
Vin  e IX,  sebbene  tale  edifizio  proseguisse  a formar  parte  delle 
difese  di  Roma,  sembra  che  non  venisse  adoperato  nè  come  for- 
tezza nè  come  carcere,  e ciò  può  essere  a motivo  della  venera- 
zione ispirata  da  una  cappella  eretta  sul  maschio  da  Bonifacio 
IV,  e dedicata  a s.  Michele  arcangelo  in  memoria  di  essere  mira- 
colosamente apparso  a s.  Gregorio  I,  mentre  questo  santo  ponte- 
fice passava  sul  ponte  (detto  poscia  s.  Angelo),  recandosi  pro- 
cessionalmente  alla  basilica  Vaticana  per  ottener  da  Dio  la  ces- 
sazione della  pestilenza  che  desolava  Roma. 

Nel  successivo  secolo  però  le  cose  mutarono  aspetto,  giacché 
nel  923  questo  castello  venne  in  mano  a Marozia  e ad  Alberico 
suo  marito;  e da  quest’epoca,  fino  al  declinare  del  XTV  secolo, 
divenne  quasi  sempre  ed  alternativamente  l’ asilo  dei  faziosi  che 
straziarono  Roma.  Nel  974  era  esso  in  potere  di  Crescenzio,  no- 
bile Romano,  ed  allora  fu  detto  Castel  Crescenzio.  Il  monumen- 
to quindi  venne  interamente  smantellato  e quasi  affatto  rovinato, 
e se  fu  sottratto  alla  completa  distruzione,  ciò  si  dovette  alla  sua 
estrema  solidezza,  ed  alla  straordinaria  spessezza  delle  sue  mura. 

In  seguito  rimase  quasi  sempre  in  potere  dei  papi,  e Bonifa- 
zio IX  fece  ristorare  la  parte  circolare  nel  modo  che  si  vede 
oggi.  Nel  1499,  Alessandro  Vi  ne  accrebbe  le  difese,  e lo  pose 
in  comunicazione  col  palazzo  Vaticano,  mediante  un  corridoio 
coperto,  costruito  nella  parte  settentrionale  delle  mura  della  città 
Leonina.  Per  questo  corridoio,  nel  1527,  Clemente  VII  potè  ri- 
covrarsi  nella  fortezza,  allorquando  Roma  fu  posta  a sacco  dalle 
orde  del  contestabile  di  Bourbon.  Nel  pontificato  di  Paolo  III  il 
castellano  Tiberio  Crispo,  poscia  cardinale,  fece  dipingere  da 


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Mausoleo  di  Adriano.  439 

Pierin  del  Vaga  alcune  camere  e la  gran  sala,  ove  espresse  al- 
cuni fatti  della  storia  romana,  e contemporaneamente  venne  po- 
sta sul  culmine  dell’  edifizio  una  statua  marmorea  di  s.  Michele 
arcangelo,  scolpita  daRaffaello  di  Montelupo.  Nel  1626,  Urba- 
no Vili  fece  aggiungere  al  castello  le  opere  esteriori  colla  dire- 
zione di  Marcantonio  De  Rossi,  facendovi  eziandio  aprire  il  fosso 
all’ intorno,  e da  quel  tempo  l’ edifizio  prese  l'aspetto  attuale. 
Finalmente  Benedetto  XIV,  togliendo  via  la  suindicata  statua  di 
marmo,  fecevi  porre  quella  che  ora  vi  si  osserva,  fusa  in  bronzo  da 
Fran.  Girardini,  sul  modello  di  Pietro  Verschaffelt,  fiammingo. 

In  questo  castello,  Guido,  secondo  marito  della  ricordata  Ma- 
rozia,  fece  tradurre  da’ suoi  satelliti  il  pontefice  Giovanni  X,  il 
quale  indi  a poco  fu  fatto  morire  soffocato,  conforme  si  dice,  con 
un  guanciale  premutogli  sulla  bocca. 

Dietro  al  descritto  mausoleo  esisteva,  conforme  si  accennò,  il 
circo  di  Adriano.  Nel  pontificato  di  Benedetto  XIV  ne  venne 
scoperta  una  porzione  dal  lato  delle  carceri,  ed  alla  profondità 
di  3 met.'e  20  cent,  si  scopersero  gli  ambulacri  o corridoi,  e le 
volte  che  sostenevano  le  gradinate  ove  sedevano  gb  spettatori. 

Oltrepassati  i bastioni  del  castello,  si  viene  a sboccare  nella 
piazza  Pia,  decorata  di  eleganti  fabbriche,  e di  una  fontana  rin- 
novata nel  1861,  dandone  il  disegno  l’architetto  Filippo  Marti- 
• nucci.  Di  tali  fabbriche,  oltre  il  prospetto  del  nuovo  braccio  del- 
l’ospedale di  s.  Spirito,  fatto  edificare  dal  pontefice  Pio  IX  con 
architetture  di  Francesco  Azzurri,  ci  piace  indicare  anche  quella 
a destra  della  piazza,  essendo  la  scuola  fondata  dal  suddetto 
. pontefice  nel  ricordato  anno,  col  proprio  peculio,  allo  scopo  di 
accrescere  i mezzi  d’ istruzione  a favore  dei  fanciulli  di  famiglie 
indigenti,  dimoranti,  in  ispecie,  nella  città  Leonina.  Fu  eretto 
questo  edifizio  coi  disegni  dell’architetto  cav.  Busiri;  e la  scuola 
è diretta  dai  fratelli  della  Congregazione  di  Nostra  Donna  della 
misericordia,  i quali  insegnano  leggere,  scrivere,  aritmetica,  ele- 
menti di  disegno  e di  musica. — La  surricordata  fontana  è posta 
all’imbocco  delle  due  strade,  dette  Borgo  nuovo  e Borgo  vec- 
chio, le  quali  mettono  capo  sulla  piazza  della  basilica  Vaticana: 
nella  terza  strada,  a sinistra,  Borgo  s.  Spirito,  si  trova  1’ 

OSPEDALE  DI  S.  SPIRITO. 

Innocenzo  III  lo  fece  erigere  verso  il  1198,  coi  disegni  di  Mar- 
chionne  d’ Arezzo,  e fu  detto  in  Sassia  o in  Saxia,  a causa  che 
venne  fabbricato  vicino  al  luogo  ove  Ina,  re  dei  Sassoni,  aveva 
edificato  un  ospizio  per  quelli  della  sua  nazione,  correndo  il  717. 


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Ottava  Giornata. 


Compiuto  l’ edifizio,  il  papa  ne  affidò  la  cura  a Guido  di  Mont- 
pellier, il  quale  aveva  fondato  in  Francia  un  ordine  di  frati  spe- 
dalieri,  denominati  dello  Spirito  Santo,  e da  ciò  prese  il  nome  lo 
spedale  di  cui  trattasi.  Innocenzo  III  volle  che  fosse  diretto  ed 
assistito  da  que’  frati,  e da  alcune  suore  che,  seguendo  la  regola 
di  Guido,  avevano  in  cura  gl’infermi  ed  i bambini  esposti. 

Questo  stabilimento,  eretto  da  Innocenzo  III,  ed  ampliato  da 
Innocenzo  IV,  trovavasi  assai  mal  ridotto  ai  tempi  di  Sisto  IV, 
talché  questo  papa,  nel  1471,  ordinò  fosse  riedificato  con  archi- 
tetture di  Baccio  Pintelli,  il  quale  vi  fece  una  sala  lunga  120 
met.  e 66  cent.,  alta  14  metri,  larga  12,  di  modo  che  può  con- 
tenere tre  file  di  letti  da  ogni  parte;  ma  tale  riedificazione  non 
rimase  compiuta  se  non  sotto  Innocenzo  Vili.  Si  crede  che  An- 
drea Palladio  erigesse  in  seguito  nella  suddetta  sala  la  cupola 
ed  il  sottostante  altare,  e sarebbe  questa,  in  Roma,  l’ unica  opera 
di  quel  grande  artefice.  Il  quadro  sopra  esso  altare,  esprimente 
il  santo  Giobbe,  è pittura  di  Carlo  Maratta.  Paolo  III,  valendosi 
dell’architetto  Sangallo,  aggiunse  allo  stabilimento  un  nuovo 
braccio;  Benedetto  XIV  vi  fece  costruire  un’altra  gran  sala  dal 
Fuga,  ed  infine  Pio  VI  ordinò  l’ erezione  dell’  ampio  edifizio  che 
rimane  nella  stessa  via  di  Borgo  s.  Spirito,  di  prospetto  al  pri- 
mitivo stabilimento.  Questo  edifizio  venne  poscia  destinato  a ser- 
vire di  ospedale  militare,  facendo  sempre  parte  del  grande  sta-  * 
bilimento;  ma  il  pontefice  Pio  IX,  dopo  averlo  migliorato,  ren- 
de vaio  anche  indipendente  da  quello,  e vi  stabilì  le  Suore  della 
Carità  per  l’assistenza  de’ malati. 

Lo  spedale  di  s.  Spirito  è in  modo  speciale  serbato  per  la  cura 
degli  uomini  febbricitanti,  e vi  si  ricevono  d' ogni  età,  d’ ogni 
paese,  d’ogni  condizione,  d’ogni  religione.  Ivi  sono,  fra  grandi 
e piccole,  dodici  sale  che  possono  contenere  fino  a 1600  letti.  In 
dette  sale  gl’  infermi  sono  distribuiti  a seconda  delle  specie  delle 
loro  malattie,  cioè,  le  febbri,  lo  scorbuto,  le  infermità  croniche, 
l’etisia,  ecc.  Avvi  anche  una  scuola  medico-clinica  fondata  da 
Pio  VII,  a cui  furono  assegnate  due  sale,  una  con  dodici  letti 
per  gli  uomini,  una  di  sei  per  le  donne.  Gl’infermi  di  queste  due 
sale  sono  posti  sotto  la  cura  alternativa  annua  di  due  professori 
dell’  Università,  i quali  vi  ammaestrano  eziandio  gli  allievi  già 
laureati  in  medicina.  Le  donne  sono  guardate  da  due  serventi,  e 
gli  uomini  da  quattro  giovani  che  studiano  medicina  nel  luogo,  i 
quali  compiono  il  loro  uffizio  in  turno,  annotando  la  natura  ed 
il  procedere  d’ogni  malattia. 

Lo  spedale  ha  quattro  medici  primarii,  e due  chirurghi  simili; 
ogni  medico  ha  un  assistente,  ed  ogni  chirurgo  un  sostituto , i 


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441 


Ospedale  di  s.  Spirito. 

quali  abitano  nello  stabilimento  stesso.  Il  numero  degl’infermieri 
ed  altri  assistenti  varia  secondo  il  numero  degl’infermi,  ma  si 
può  calcolare  che  ascenda  a 150  individui  permanenti.  La  cifra 
media  annua  dei  malati  è di  12  mila  circa. 

Questo  spedale,  il  più  vasto  di  quanti  ne  esistono  in  Roma,  ha 
un  teatro  anatomico,  una  magnifica  sala  incisoria,  una  copiosa 
raccolta  d’ istrumenti  chirurgici,  una  considerevole  farmacia,  ed 
una  ricca  biblioteca  di  opere  mediche,  detta  Lancisiana,  perchè 
fu  di  pertinenza  del  celebre  medico  Giovanni  Maria  Lancisi. 

A questo  pio  stabilimento,  altri  due  se  ne  congiungono,  go- 
vernati sotto  lo  stesso  regime.  1}  primo,  che  risalisce  all’epoca 
della  fondazione  dello  spedale,  è destinato  ai  fanciulli  esposti,  i 
quali  ivi  sono  nutriti,  o mandati  in  città  o nei  paesi  circonvicini, 
per  l’oggetto  stesso;  ed  il  numero  annuale  di  questi  è di  circa 
800.  L’ altro  stabilimento,  già  da  noi  accennato  percorrendo  la 
via  della  Lungara,  è destinato  ai  maniaci-  d’ ambo  i sessi,  e può 
contenerne  più  di  500. 

Il  palazzo  annesso  allo  spedale  di  s.  Spirito  fu  eretto  da  Gre- 
gorio XIII  coi  disegni  di  Ottavio  Mascherini,  ed  è congiunto  alla 
chiesa  dedicata  allo  Spirito  Santo.  ^Questa  chiesa,  dipendente 
dallo  spedale,  fu  fabbricata  da  Paolo  III  nel  1538  con  architet- 
ture di  Antonio  Sangallo,  meno  la  facciata  che  è disegno  del 
suddetto  Mascherini. 

Pigliando  la  via  incontro  al  descritto  spedale,  si  entra  in  quel- 
la di  Borgo  Nuovo,  che  conduce  dirittamente  alla  basilica  Vati- 
cana. — In  quest’ ultima  via  si  trova  subito,  a destra,  la 

CHIESA  DI  S.  MARIA  IN  TRASPONTINA. 

Il  nome  di  essa  deriva  dal  trovarsi  collocata  di  là  dal  ponte 
s.  Angelo , e fu  edificata  nel  1563  coi  disegni  del  Paparelli  e 
del  Mascherini,  meno  la  facciata  che  è di  Gian-Sallustio  Peruzzi. 
Il  quadro  con  s.  Barbara,  nella  prima  cappella  a diritta,  venne 
eseguito  dal  cav.  d’ Arpino,  e quelli  delle  altre  cappelle  sono  del 
cav.  Perugino,  del  Melchiorri,  del  Ricci  da  Novara  ecc. 

In  questa  chiesa  è sepolto  Niccola  Zabaglia,  soprastante  degli 
operaj  della  basilica  Vaticana,  detti  Sampietrini:  egli  fu  uno  dei 
straordinarii  meccanici  del  suo  tempo,  e morì  nel  1750.  Questo 
uomo  senza  cultura,  ma  di  potente  ingegno,  inventò  le  macchine 
per  mezzo  delle  quali  si  può  lavorare  nelle  parti  le  più  difficili  ed 
inaccessibili  della  detta  basilica.  I disegni  di  tali  macchine  ven- 
nero incisi  in  rame,  e pubblicati  per  cura  dell’  economato  di  san 
Pietro,  e si  riguardano  come  capolavori  di  meccanica. 

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442  Ottava  Giornata. 

Presso  il  luogo  ove  esiste  il  fonte  battesimale,  era  una  pira- 
mide, ohe  nel  medio  evo  veniva  chiamata  Sepolcro  di  Romolo, 
ma  si  pretende  che  veramente  lo  fosse  di  Scipione  Emiliano,  il 
distruttore  di  Cartagine.  Papa  Dono  I fecela  spogliare  dei  massi 
quadrati  di  marmo  che  la  rivestivano,  per  lastricare  l’atrio  dell’an- 
tica basilica  Vaticana.  Alessandro  VI  distrusse  il  nucleo  di  que- 
sto monumento,  verso  il  fine  del  XV  secolo,  per  rendere  più  tu- 
telato il  castel  s.  Angelo. 

Proseguendo  il  cammino  per  la  strada  stessa,  si  giunge  alla 
piazza  di  s.  Giacomo  Scossacavalli,  ornata  di  una  fontana  e de- 
corata dal  bel  palazzo  Giraud  (N.°  130),  eretto  con  architetture 
del  celebre  Bramante,  ed  oggi  appartenente  al  principe  Alessan- 
dro Torlonia. 

Da  un  lato  della  stessa  piazza,  si  scorge  un  altro  grande  pa- 
lazzo (N.#  66),  già  dei  signori  Spinola  di  Genova,  dai  quali  passò  • 
al  card.  Castaldi  nel  1685,  che  morendo  lasciollo  in  legato,  per- 
chè fosse  ridotto  ad  uso  di  ospizio  per  quelli  che  chiedevano 
d’abbracciare  la  religione  cristiana,  per  cui  è detto  il  palazzo  dei 
Convertendi.  Spesso  venne  confuso  questo  edifizio  con  quello 
costruito  coi  disegni  di  Bramante,  ove,  sotto  Innocenzo  Vili, 
Carlotta,  regina  di  Cipro,  fini  la  vita  correndo  il  1490,  ed  ove 
cessò  di  vivere  Raffaello  il  giorno  6 aprile  1520.  Il  palazzo  per- 
altro edificato  da  Bramante  rimase  atterrato  nell’  ultima  metà 
del  XVn  secolo,  allorquando  il  pontefice  Alessandro  VII  fece 
erigere  dal  Bernini  il  colonnato  della  piazza  di  s. Pietro. 

Più  oltre,  si  vede  a destra  una  graziosa  casa  ( N.°  103)  che  si 
crede  fabbricata  con  architettura  di  Raffaello,  e per  verità  essa 
presenta  tutto  il  carattere  dello  stile  di  quel  famosissimo  arte- 
fice; ma  le  riparazioni  che  vi  furono  apportate  nel  1827  altera- 
rono alquanto  la  forma  del  bugnato  nel  pianterreno,  rendendolo 
troppo  pesante. — Eccoci  finalmente  giunti  al  maraviglioso  tem- 
pio Vaticano,  ma  prima  d’ imprendere  la  descrizione  di  esso, 
crediamo  opportuno  di  dame  un  breve  cenno  istorico. 

CENNI  STORICI 

INTORNO  LA  BASILICA  VATICANA  (t). 

Questo  celebrato  ed  ammirabile  tempio  è posto  nel  campo 
V aticano,  da  cui  deriva  la  sua  denominazione;  ed  in  questo  cam- 

(1)  Molte  opere  furono  pubblicate  intorno  a questa  meravigliosa  basilica,  fra  le 
quali  però  si  distingue,  in  ispecial  modo,  quella  data  alla  luce  per  cura. di  Agostino 
Valentini,  essendo  corredata  di  stupende  tavole,  disegnate  ed  incise  in  rame  da  eccel- 


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Cenni  storici  intorno  la  Basilica  Vaticana. 


443 


po  appunto  erano  gli  orti  ed  il  circo  di  Nerone,  ove  quel  tiranno, 
siccome  narra  Tacito,  fece  grande  massacro  di  cristiani,  i corpi 
de’  quali  vennero  seppelliti  dai  fedeli  in  una  grotta  prossima  al 
circo  stesso.  In  siffatto  cimiterio,  poco  dopo,  ebbe  pure  sepoltura 
il  principe  degli  apostoli,  per  cui  in  seguito  s.  Anacleto  papa  vi 
eresse  sopra  un  piccolo  oratorio  in  onore  dell’  apostolo  medesi- 
mo. Poscia  correndo  T anno  326,  Costantino  il  Grande,  a pre- 
ghiera di  s.  Silvestro,  conforme  è comune  opinione,  vi  fece  eri- 
gere una  maestosa  basilica,  divisa  in  tre  navate  da  un  grande 
numero  di  colonne,  come  ancora  vedevasi  nel  secolo  XV. 

L’  edilizio  ancorché  fosse  stato  più  volte  ristaurato , nulla- 
dimeno  minacciava  rovina;  perciò  Niccolò  V risolvette  riedifi- 
carlo, ampliandone  anche  i limiti.  Quindi  verso  l’anno  1450,  ser- 
vendosi degli  architetti  Bernardo  Rossellini  e Leon  Battista  Al- 
berti, diè  principio  al  suo  nobile  divisamente,  cominciando  una 
tribuna  molto  più  vasta;  ma,  alzata  appena  di  qualche  metro, 
sopravvenne  la  morte  di  Niccolò  e rimase  sospesa  T opera  sino  al 
pontificato  di  Paolo  II,  il  quale  impiegò  soli  5 mila  scudi  (quasi 
27  mila  franchi)  per  la  continuazione  della  fabbrica.  Nel  1503 
assunto  al  pontificato  il  magnanimo  Giulio  II  invitò  i più  rino- 
mati architetti  de’  suoi  tempi  a presentargli  disegni  per  la  nuova 
basilica.  Molti  gliene  furono  recati,  e fra  questi  scelse  quello  del 
celebre  Bramante  Lazzari,  che  presentava  la  forma  di  una  croce 
greca  con  una  immensa  cupola  nel  mezzo,  decorata  esternamen- 
te con  tre  ordini  di  colonne,  e con  due  campanili  alle  estremità 
della  facciata.  Quindi  fu  incominciato  subito  a mandare  ad  effèt- 
to il  disegno  del  Lazzari  ponendo  mano  a’  quattro  enormi  piloni 
della  cupola,  tantoché  il  giorno  18  aprile  1506  lo  stesso  Giulio  II 
gittò  la  prima  pietra  delle  fondamenta  del  pilone  poscia  detto 
della  Veronica,  e tosto  si  videro  alzati  essi  piloni  sino  al  corni- 
cione, e girati  gli  archi  che  sostener  doveano  la  cupola  la  più 
grande  del  mondo.  • 

Mancato  a’  vivi  Giulio  II  nel  1513,  e dopo  un  anno , anche 
Bramante;  Leone  X,  succeduto  a Giulio,  incaricò  per  la  conti- 

lenti  artisti,  i quali  eseguirono  eziandio  i disegni  e le  incisioni  per  le  stampe  che  arric- 
chiscono le  illustrazioni  delle  basiliche Lateranense  e Liberiana,  pubblicate  egualmen- 
te dal  Valentini.  — Queste  opere  in  foglio,  meritarono  la  medaglia  d' incoraggiamento 
dall'insigne  Accademia  romana  di  belle  arti,  detta  di  s.  Lwa;  medaglia  che,  sino  ad 
oggi,  un'altra  opera  soltanto  fu  meritevole  di  ottenere. 

L’Illustrazione  della  Basilica  Vaticana,  è corredata  di  240  incisioni.  — Quella 
della  Basilica  Lateranense  ne  contiene  136. — L’illustrazione  poi  della  Basilica  Li- 
beriana ne  ha  103.  — Le  dette  opere  si  trovano  presso  i principali  libraj  e negozianti 
di  stampe,  e nella  tipografia  e libreria  poliglotta  di  Propaganda  Fide. 


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Ottava  Giornata. 


nuazione  dell’opera  Giuliano  da  San  Gallo,  fra  Giocondo,  e Raf- 
faello  da  Urbino,  il  quale  fece  un  nuovo  disegno  a croce  latina, 
conservatoci  dal  Serbo.  Ma  sopravvenuta  la  morte  del  tìangallo, 
seguita  nel  1520  quella  dell’Urbinate,  e partitosi  da  Roma  frate 
Giocondo,  non  fu  mandata  ad  effetto  alcuna  delle  variazioni 
proposte,  essendosi  consumato  il  tempo  in  rafforzare  i piloni 
giudicati  non  abbastanza  sobdi  per  sostenere  tanta  mole.  Essen- 
done perciò  stato  eletto  architetto  Baldassarre  Peruzzi , questi 
senza  guastar  nulla  adottò  la  pianta  a croce  greca,  colla  confes- 
sione nel  mezzo.  Ma  la  morte  di  Leone  X,  nel  1521,  e l’abban- 
dono quasi  totale  in  cui  soggiacque  la  fabbrica  ne’  pontificati  di 
Adriano  VI  o di  Clemente  VII,  successori  di  Leone,  fecero  si, 
che  il  disegno  del  Peruzzi  non  sortisse  pieno  effetto. 

Sahto  al  trono  Paolo  III,  affidi  l’ edilizio  ad  Antonio  Picconi 
da  San  Gallo,  il  quale  immaginò  di  bel  nuovo  la  pianta  a croce 
latina,  e quando,  nel  1546,  con  grave  dispendio  terminato  aveva 
il  modello  in  legname,  del  suo  pensiero,  cessò  di  vivere.  Allora 
lo  stesso  pontefice  invitò  il  Bonarruoti  da  Firenze  ad  assumere  la 
direzione  di  opera  così  importante,  nel  quale  onorevole  incarico, 
da  esso  accettato,  venne  successivamente  confermato  dai  papi 
Giulio  III,  Marcello  II,  Paolo  IV,  e Pio  IV.  Il  Bonarruoti  per- 
tanto nel  brevissimo  spazio  di  15  dì  fece  un  nuovo  disegno  dando 
alla  chiesa  la  forma  di  croce  greca;  ingrandì  la  tribuna  e b due 
bracci  della  nave  traversa,  ed  immaginò  la  cupola  a doppia  volta 
con  disegno  del  tutto  nuovo,  rafforzandone  i piloni;  e questa  tro- 
vavasi  condotta  sino  al  tamburo  allorché  quel  genio  terribile  se 
ne  moriva  in  età  di  anni  89,  correndo  il  1564.  Il  medesimo  aveva 
immaginato  di  decorare  la  basilica  con  un  prospetto  sullo  stile 
di  quello  del  Pantheon,  ma  per  la  morte  di  lui  questa  subbme 
idea,  di  cui  vedesi  un  affresco  nel  salone  della  bibboteca  V ati- 
cana,  restò  senza  esecuzione. 

Pio  IV  sostituì  al  defonto  architetto,  Giacomo  Barozzi  da  Vi- 
gnola  e Pirro  Ligorio,  imponendo  loro  di  attenersi  strettamente 
ai  disegni  ed  al  modello  del  Bonarruoti.  Il  Ligorio  però  sde- 
gnando di  seguire  gb  altrui  pensieri  voleva  far  novità  nella  fab- 
brica; per  cui  s.  Pio  V,  succeduto  a Pio  IV,  il  bcenziò  ; ed  al 
Barozzi,  che  usci  di  vita  nel  1573,  regnando  Gregorio  XIII,  si 
devono  le  due  belle  cupole  laterah  a quella  del  Bonarruoti.  Fu  al- 
lora surrogato  Giacomo  Della  Porta,  il  quale  prima  d’ ogni  .altri» 
condusse  a termine  la  cappella  Gregoriana. 

Eletto  papa  il  card.  Pcretti,  nel  1585,  col  nome  di  Sisto  V, 
volle  che  I edifizio  progredisse  rapidamente;  quindi  servendosi 


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Cernì  storici  intorno  la  Basilica  Vaticana.  445 

del  medesimo  Della  Porta,  in  soli  22  mesi  fu  girata  in  volta  la 
gran  cupola  sino  all’  occhio  della  lanterna,  la  quale  fu  eretta  nei 
primi  1 mesi  del  pontificato  di  Gregorio  XIV,  ed  il  tutto  venne 
eseguito  sul  modello  del  Bonarruoti.  Il  Della  Porta  stesso,  sotto 
Clemente  Vili,  successore  di  Gregorio,  diede  l’ultima  mano 
all’  ornato  esterno  della  cupola;  colla  sua  direzione  fu  abbellita 
eziandio  con  musaici  nella  faccia  interna,  ed  ultimò  la  cappella 
Clementina,  attenendosi  sempre  a’ disegni  del  Bonarruoti,  come 
pur  fatto  aveva  nella  cappella  Gregoriana;  inoltre  decorò  la  vol- 
ta con  istucchi  dorati,  e lastricò  il  pavimento  con  uno  spartito  di 
differenti  marmi. 

Ma  allorché  il  subbine  parto  di  quell’  incomparabile  ingegno 
era  per  giungere  al  pieno  compimento,  salito  al  trono  Paolo  V, 
fattosi  persuadere  da  Carlo  Maderno,  ridusse  la  basilica  a croce 
latina,  aggiungendovi  3 cappelle  per  parte  dal  lato  dell’ingresso 
principale,  e cosi  si  ebbe  s.  Pietro,  quanto  in  realtà  più  grande, 
tanto  minore  allo  sguardo  e men  bello.  Oltre  di  ciò  lo  stesso 
Paolo  V,  servendosi  sempre  del  Maderno,  fecevi  costruire  il  pro- 
spetto ed  il  vastissimo  portico;  questi  lavori  però  vennero  in 
buona  parte  terminati  dal  Bernini,  regnando  Gregorio  XV,  Ur- 
bano Vili,  ed  Innocenzo  X.  Il  medesimo  Bernini,  per  ordine  di 
Alessandro  VII,  diè  principio,  nel  1661,  al  famoso  colonnato 
della  piazza  elbttica,  che  compì  sotto  Clemente  IX.  Infine  il 
pontefice  Pio  VI  condusse  questa  basilica  alla  sua  perfezione 
facendovi  costruire  la  magnifica  sacrestia  con  architetture  di 
Carlo  Marchionni 

Per  formarsi  un’idea  delle  somme  enormi  occorse  per  l’edifica- 
zione di  questo  immenso  edifizio,  basta  considerare  i pontefici  e 
gli  architetti  che  se  ne  occuparono,  e lo  spazio  di  circa  tre  secoli 
e mezzo  impiegatovi  per  condurlo  a termine.  Seguendo  il  cal- 
colo fatto  da  Carlo  Fontana  nel  1693,  la  spesa  già  ammontava 
a non  meno  di  46  milioni  e mezzo  di  scudi  romani  (25Ò  miboni 
di  franchi).  Da  quel  tempo  in  poi  è facile  comprendere  quali  al- 
tre somme  vi  siano  state  profuse  per  le  nuove  dorature,  e per 
mettere  in  musaico  quasi  tutte  le  pitture,  ed  in  fine  per  l’edifi- 
cazione della  nuova  sacrestia,  che  costò  circa  un  milione  di  scu- 
di, ossia,  circa  cinque  milioni  di  franchi. 

Tutte  le  arti  hanno  contribuito  alla  decorazione  di  questo  ma- 
ravighoso  tempio,  il  quale  è,  senza  dubbio,  il  monumento  il  più 
sorprendente  non  solo  di  Roma,  ma  del  mondo  moderno.  La  pit- 
tura, la  scultura,  l’architettura,  il  musaico,  l’arte  di  fondere  i 
bronzi  e di  dorare  vi  hanno  profuso  le  loro  ricchezze,  ed  i più 


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446 


Ottava  Giornata. 


grandi  artefici  vi  hanno  sviluppato  i loro  talenti:  dimodoché,  se 
in  Roma  non  vi  fosse  altro  da  vedere  che  questo  solo  tempio, 
sarebbe  cosa  degna  che  ognuno  vi  si  recasse  per  ammirarne  la 
impareggiabile  magnificenza. 

PIAZZA  DI  8.  PIETRO  IN  VATICANO. 

Allorché  lo  straniero  pone  il  piede  per  la  prima  volta  in  que- 
sta piazza,  non  può  non  sentirsi  l’ animo  commosso  e compreso 
da  alto  stupore  vedendo  tante  maraviglie  riunite  in  un  sol  colpo 
di  vista,  e perciò  si  accorge  subito  trovarsi  al  cospetto  del  tem- 
pio maggiore  che  sia  nell’universo. 

Apresi  un’area  immensa,  lunga  356  metri,  divisa  in  tre  sezio- 
ni, la  prima  delle  quali  chiamasi  Piazza  Rusticucci.  Questa,  pri- 
va di  ornamenti,  viene  circoscritta  da  decenti  caseggiati,  ed  è 
lunga  metri  80,  larga  67.  Essa  introduce  nella  magnifica  piazza 
ellittica,  edificata,  come  si  accennò,  con  disegno  del  Bernini  re- 
gnando Alessandro  VII  e Clemente  IX,  ed  è il  capo  d’opera  del- 
l’architettura di  Roma  moderna.  Questa  piazza  rimane  accer- 
chiata da  due  bracci  curvilinei  di  colossale  colonnato;  nel  suo 
centro  sorge  uno  stupendo  obelisco  di  granito  di  Egitto,  e nei 
lati  scorgonsi  due  maravigliose  fonti,  le  quali  tanto  bellamente 
ne  accrescono  la  magnificenza.  Ciascun  braccio  del  colonnato 
si  compone  di  quattro  file  di  colonne,  che  formano  tre  spaziosi 
ambulacri,  de’quali,  quello  di  mezzo,  ch’è  il  più  largo,  dà  como- 
damente passaggio  a due  carrozze  di  fronte.  Questo  colonnato, 
tutto  in  travertini,  di  un  ordine  misto  che  può  dirsi  dorico,  si 
compone  di  284  colonne  e di  88  pilastri,  i quali  ne  ornano  i ma- 
gnifici prospetti;  il  cornicione  poi,  che  su  vi  si  eleva  in  giro,  vie- 
ne coronato  da  una  balaustrata  sopra  cui  sorgono  96  statue  ese- 
guite colla  direzione  del  Bernini,  e rappresentano  l’effigie  di  al- 
trettanti santi  e sante. 

L’area  di  questa  seconda  sezione  ascende  a 196  metri  nell'asse 
maggiore,  ed  a 148  nel  minore.  Il  colonnato  è largo  17  met.  e 
44  c.,  alto  18  e 60,'  non  compresa  l’altezza  delle  statue,  che  è di 
3 met.  e 14  centimetri. 

La  terza  sezione  è di  forma  quadrata  irregolare,  fiancheggiata 
da  due  vasti  ambulacri  salienti,  i quali  congiungono  i bracci  del 
colonnato  a’vestiboli  della  basilica.  Ciascuno  di  essi,  nel  lato  che 
guarda  la  piazza,  è decorato  con  22  pilastri  fra’ quali  apronsi  11 
grandi  finestre;  questi  ambulacri  conservano  il  medesimo  ordine 
architettonico  del  colonnato,  e sulla  balaustrata  vi  sono  44  sta- 


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(t.  LtrUatàirì'  tlù"  tfl  vtcr&r . Iloma  pt^A.  nMMM 


Piazza  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  447 

tue  fattevi  collocare  da  Clemente  XI.  Ciascuno  de’ descritti  am- 
bulacri ha  una  porta  fiancheggiata  da  due  superbo  colonne  di 
paonazzetto,  e superiormente  v’è  una  pittura  in  musaico;  di  tali 
pitture,  quella  nell’ ambulacro  a destra,  avanzandosi  verso  la  ba- 
silica, rappresenta  la  Vergine  cogli  apostoli  Pietro  e Paolo,  la- 
voro del  Calandra  sul  disegno  del  cav.  d’ Arpino;  l’altra  espri- 
me il  Redentore  che  chiama  a sè  s.  Pietro,  opera  dello  Spagna 
sull’originale  di  Ciro  Ferri. 

Questa  terza  sezione,  nella  sua  maggior  larghezza,  ch’è  verso 
il  prospetto  della  basilica,  conta  119  metri,  e nella  minore,  cioè 
dove  si  unisce  alla  piazza  ellittica,  ne  ha  98  e 30  cent.;  dal  vivo 
poi  del  prospetto  della  chiesa  al  limite  della  curva  esterna  della 
piazza  ellittica  (figurandola  continuata),  evvi  la  distanza  di  276 
metri;  gli  ambulacri,  nell’interno,  sono  larghi  5 met.  e 17  cen- 
timetri. 

OBELISCO  VATICANO. 

Quest’obelisco  non  ha  geroglifici,  ma  è il  maggiore  di  tutti- 
quelli  di  Roma,  dopo  il  Lateranense,  ed  è il  solo  fra  i grandi 
obelischi  che  siasi  conservato  intiero  . Alcuni  credono  che  lo  fa- 
cesse tagliare  Nuncoreo  re  di  Egitto,  e quindi  erigere  in  Elio- 
poli;  ma  non  avendo  geroglifici,  contro  l’uso  costante  praticato 
in  quelli  che  furono  realmente  eretti  dagli  antichi  re  di  Egitto, 
non  cade  dubbio  che  l’obelisco  di  cui  trattasi,  venisse  tagliato 
da’Romani  ad  imitazione  di  quello  di  Sesostri  Nuncoreo.  Cali- 
gola  lo  fece  trasportare  a Roma  sopra  una  nave  di  tanta  smisu- 
rata grandezza,  che  poi,  colata  a fondo,  servi  per  gittare  le  fon- 
damenta del  molo  del  suo  porto  Ostiense.  Esso  imperatore  fe- 
celo  innalzare  nel  suo  circo  edificato  nel  campo  Vaticano,  poscia 
detto  Circo  di  Nerone,  e restò  in  piedi  nel  luogo  stesso  finché 
Sisto  V,  con  meccanismo  di  Domenico  Fontana,  facendolo  di  là 
rimuovere,  lo  volle  eretto  ove  il  vediamo;  e per  tale  traslocazio- 
ne furono  spesi  scudi  40  mila  (215,000  franchi).  Nel  sito  poi  da 
dove  venne  tolto,  cioè  presso  la  sacrestia  di  s.  Pietro,  fu  posta 
nel  suolo  una  pietra  nella  quale  si  legge:  sito  ielT obelisco  sino 
all'anno  1586. 

Per  lo  innalzamento  di  un  masso  cosi  enorme,  che  si  calcolò 
ascendere  a un  milione  e mezzo  di  libbre,  vi  furono  impiegati  40 
argani,  140  cavalli,  ed  800  operaj.  Quest’ ardita  operazione,  di 
cui  vedesi  un  affresco  nella  biblioteca  Vaticana,  venne  esegui- 
ta alla  presenza  del  suddetto  pontefice  il  10  settembre  del  1586; 
ed  il  Fontana  ne  ebbe  splendide  largizioni,  ed  onori  non  comuni. 


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448 


Ottava  Giornata. 


L’obelisco  in  discorso  posa  su  di  un  piantato  quasi  interamente 
di  granito,  ed  ha  sulla  cima  una  croce  la  quale  elevasi  su  di  una 
stella  che  sovrasta  i monti,  il  tutto  in  metallo,  della  qual  mate- 
ria sono  pure  i quattro  leoni  che  sembrano  sostenerlo  sul  dorso, 
i quali  del  pari  che  la  stella  sopra  i monti  alludono  allo  stemma 
di  Sisto  V.  L’obelisco  di  cui  si  tratta  serve  di  gnomone  ad  una 
meridiana  segnata  nell’area  della  piazza  ellittica  in  cui  esso  sor- 
ge, ove  si  vede  pure  lavorata  in  marmo  la  rosa  de’venti;  e in  due 
lati  del  medesimo  si  legge  la  dedicazione  fattane  da  Caio  Cali- 
gola  ad  Augusto  ed  a Tiberio. 

Il  descritto  obelisco  è alto  25  met.  e 13  c.;  da  piedi  è largo  2 
met.  e 66  c.;  da  capo  1 met.  e ti  centimetri:  il  suo  piantato, 
compresivi  i tre  gradini  di  travertino  ed  i leoni,  è alto  10  met. 
e 35  c.;  e l’altezza  complessiva  della  croce,  dei  monti  e della 
stella,  ascende  a 5 met.  e 75  c.;  quindi  dalla  sommità  della  cro- 
ce al  suolo  vi  sono  met.  41  e 23  centimetri. 

FONTANE  E SCALINATA. 

Delle  due  stupende  fonti,  che  tanto  bene  decorano  la  piazza 
ellittica,  quella  a destra  fu  eretta  da  Innocenzo  "Vili,  poscia  così 
ridotta  dal  Maderno  per  ordine  di  Paolo  V : l’altra  eressela  Carlo 
Fontana  sotto  Clemente  X . Esse,  simili  fra  loro,  sono  alte  7 met. 
e 75  c.:  il  gitto  saliente  dell’  acqua  è di  5 met.  e 54  c.:  la  tazza 
in  cui  cade  l’acqua,  ch’è  di  un  solo  pezzo  di  granito,  ha  16  metri 
di  circonferenza;  e la  gran  vasca  in  travertino  di  forma  ottago- 
na,  entro  cui  ricade  quella,  conta  27  metri  e 90  centimetri  di 
giro.  La  massa  dell’acqua  è di  once  300  per  ciascuna  e proviene 
da  Bracciano. 

La  magnifica  scala  per  cui  si  ascende  alla  basilica  è formati! 
di  22  gradini  di  travertino  ed  è divisa  in  tre  ripiani . Paolo  V la 
fece  costruire:  ma  in  seguito  fu  ridotta,  come  oggi  si  vede,  da 
Alessandro  VII  coi  disegni  del  Bernini,  il  quale  vi  adattò,  nella 
parte  media,  l’amplissimo  padiglione  di  travertino,  a 16  cordoni, 
avente  in  mezzo  una  larga  lista  di  granito.  Le  statue  colossali 
de’ ss.  Pietro  e Paolo,  erette  a piè  di  questa  scalinata,  furono 
scolpite  per  la  basilica  Ostiense;  ma  il  pontefice  Pio  IX  fecele 
qui  innalzare,  togliendo  via  quelle  di  Mino  da  Fiesole,  le  quali 
ora  si  osservano  nel  vestibplo  della  sacrestia.  La  statua  di  s.  Pie- 
tro è lavoro  del  De  Fabris,  l’altra  è scultura  di  Adamo  Tadolini. 
La  scala  si  protrae  in  avanti  della  facciata  61  met.  e 66  c.,  e 
compresovi  il  padiglione,  met.  70  e 30  centimetri. 


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Basilica  dì  s.  Pietro  in  Vaticano.  449 

FACCIATA  DELLA  BASILICA. 

Questa  facciata,  tutta  in  travertini,  quantunque  non  vada  pri- 
va di  talune  sconcezze  d’arte,  purtuttavia  riesce  maestosa  ed 
imponente,  e nel  gran  fregio  leggesi  che  Paolo  V Borghese  fe- 
cela  edificare  in  onore  del  principe  degli  apostoli. 

Il  Moderno,  che  ne  fu  l’ architetto,  la  decorò  di  otto  colonne 
corintie,  di  quattro  pilastri,  e di  sei  mezzi  pilastri;  e tanto  quelle 
quanto  questi  sostengono  il  gran  cornicione.  Nella  parte  inferiore 
apronsi  due  nicchie  e sette  vani,  cinque  de’quali  introducono  nel 
portico.  Per  di  sopra  vi  sono  nove  balconi;  e sotto  quello  di  mez- 
zo v’è  un  bassorilievo  di  Ambrogio  Buonvicini,  esprimente  la 
podestà  delle  chiavi.  Quest’ordine  principale  del  prospetto  so- 
stiene un  attico  terminato  da  una  troppo  meschina  balaustrata 
su  cui  stanno  13  statue  colossali,  rappresentanti  il  Salvatore  con 
a destra  il  Battista,  e gli  apostoli  disposti  a’iati,  meno  la  statua 
di  s.  Pietro.  Sopra  l’attico  stesso,  nelle  estremità  della  facciata, 
sono  i due  orologi  fattivi  collocare  da  Pio  VI,  i quali  sorgono 
nel  luogo  ove,  secondo  il  disegno  del  Mademo,  dovevano  innal- 
zarsi due  campanili.  Al  medesimo  pontefice  si  deve  la  smisurata 
campana,  avente  circa  7 metri  e mezzo  di  circonferenza,  posta 
nella  stanza  sotto  l’orologio  a sinistra.  Tale  campana  venne  fusa 
da  Luigi  Valadier,  padre  di  Giuseppe,  il  quale  somministrò  il  di- 
segno per  gli  ornamenti  in  travertino  dei  suddetti  orologi.  La 
gran  cupola  poi  del  Bonarruoti  e le  due  minori  cupole  laterali 
del  Barozzi  danno  un  sorprendente  compimento  al  prospetto,  ri- 
sultandone un  bell’insieme  piramidale. 

Questa  facciata  ha  di  altezza,  dal  ripiano  della  scala , met.  45 
e 44  c.,  non  comprese  le  statue  che  sono  alte  5 met.  e 65  c.,  ed 
è larga  114  met.  e 69  c.:  le  colonne  hanno  2 met.  e 66  c.  di  dia- 
metro, e met.  28  e 34.  c.  di  altezza,  compresi  base,  zoccolo,  e 
capitello;  e dal  pavimento  della  chiesa  all’estremità  della  croce 
della  gran  cupola  si  contano  135  met.  e 28  centimetri.  La  palla 
poi  sulla  quale  elevasi  la  suddetta  croce,  ancorché  dalla  piazza 
non  sembri  molto  grande,  può  contenere  sedici  persone. 

La  descritta  facciata  colle  tre  cupole  ed  il  colonnato,  produ- 
cono un  effetto  singolare  a lume  di  luna,  e molto  più  ancora 
quando  il  tutto  viene  illuminato,  da  prima  con  4400  lanternoni, 
e poi  in  un  subito,  al  tocco  della  campana  dell’ora  prima  dopo 
YAve  Maria,  da  790  fiaccole;  e siffatte  illuminazioni  hanno  luo- 
go ogni  anno  nella  sera  di  Pasqua  ed  in  quella  de’ 28  giugno  in 
onore  dei  santi  Pietro  e Paolo:  per  eseguire  tale  spettacolo  6’im- 
piega  l’opera  di  365  uomini. 


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Ottava  Giornata. 


rOBTICO. 

Per  cinque  ingressi,  tre  de’quali  decorati  di  belle  colonne,  en- 
trasi nel  portico,  che,  per  la  sua  vastità  e magnificenza,  può 
ben  gareggiare  con  qualunque  de’più  splendidi  edifizi  moderni. 
Un  ordine  di  pilastri  ionici  ne  decora  le  pareti:  la  volta  è ricca- 
mente abbellita  con  ornati  di  stucco  dorato,  e con  bassorilievi 
di  simile  lavoro  relativi  agli  atti  degli  apostoli,  e vi  si  vede  pure 
l’arme  gentilizia  di  Paolo  V,  a cui  si  deve  la  costruzione  del  por- 
tico, servendosi,  come  si  disse,  del  Maderno.  Ambrogio  Buon- 
vicini,  diretto  dal  Ferrabosco,  condusse  i suindicati  stucchi,  ed 
eseguì  eziandio  in  istucco  le  32  statue  di  santi  pontefici,  poste 
nelle  lunette  al  di  sopra  del  cornicione,  le  quali  vengono  da  al- 
cuni erroneamente  attribuite  all’  Algardi.  Il  pavimento  fu  co- 
struito in  belli  marmi,  d’ordine  di  Clemente  X,  con  disegno  del 
ricordato  Bernini. 

Nelle  estremità  apronsi  due  vestiboli,  ove  sono  due  statue  eque- 
stri, una  di  Carlo  Magno,  mediocre  lavoro  del  Cornacchini,  l’al- 
tra di  Costantino  il  Grande,  scolpita  dal  Bernini.  Queste  due 
statue,  tanto  convenientemente  collocate,  producono  una  vista 
maravigliosa.  Sulla  porta  di  mezzo  vedesi  un  grande  bassori- 
lievo in  marmo  del  sunnominato  Bernini,  rappresentante  Gesù 
che  affida  il  suo  ovile  a s.  Pietro.  Incontro  ammirasi  il  celebre 
musaico  della  Navicella  di  s.  Pietro,  eseguito  nel  1298  da  Giotto 
daBondone,  coll’aiuto  del  suo  scolare  Pietro  Cavallini,  nell’atrio 
dell’antica  basilica.  Questo  musaico  venne  ristaurato  sotto  Paolo 
V da  Marcello  Provenzale,  il  quale  vi  aggiunse  i quattro  santi 
sull’alto;  ma  è falso  che  vi  aggiungesse  pure  il  pescatore.  Fra  i 
pilastri  della  parete  incontro  leggonsi  tre  iscrizioni,  cioè:  la  bolla 
di  Bonifacio  Vili  per  la  pubblicazione  del  Giubileo;  i versi  ele- 
giaci in  onore  di  Adriano  1,  che  attribuisconsi  a Carlo  Magno; 
e la  donazione  fatta  da  s.  Gregorio  Magno  di  39  oliveti  pel  man- 
tenimento delle  lampade  della  basilica. 

Ai  cinque  ingressi  del  portico  corrispondono  le  cinque  prin- 
cipali porte  del  tempio.  Tre  di  esse,  cioè  la  media  e le  due  estre- 
me, sono  fiancheggiate  da  superbe  colonne  di  paonazzetto:  delle 
medesime,  quella  murata  avente  una  croce  di  metallo  nel  mez- 
zo, chiamasi  la  Porta  Santa,  perchè' apresi  soltanto  nell’anno 
santo.  Tutte  poi  le  suddette  cinque  porte  hanno  un  ricco  fron- 
tespizio di  marmo,  abbellito  di  gentili  intagli. 

Le  imposte  della  porta  di  mezzo  sono  di  bronzo,  ornate  di  ara- 
beschi e di  otto  bassorilievi,  quattro  maggiori  e quattro  minori: 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  451 

Eugenio  IV  fecele  fare  verso  l’anno  1445  per  l’antica  basilica, 
da  Antonio  Filarete,e  da  Simone,  fratello  di  Donato.  I quattro 
grandi  bassorilievi  rappresentano:  il  Salvatore  e la  Vergine;  gli 
apostoli  Pietro  e Paolo,  con  Eugenio  IV  genuflesso  innanzi  al 
primo;  la  decollazione  di  s.  Paolo,  e la  crocefissione  di  s. Pietro. 
Le  fasce  intermedie  contengono  i quattro  bassorilievi  minori. 
Nella  fascia  inferiore  a sinistra,  osservasi  Eugenio  IV  che  coro- 
na l’imperatore  Sigismondo,  e la  cavalcata  dei  medesimi,  dopo 
seguita  la  ceremonia.  Quello  a destra  offreci  l’ingresso  in  Roma 
di  un’  ambasceria  orientale,  ed  Eugenio  IV  che,  in  Firenze,  dà 
la  formula  della  fede  al  capo  dell’ambasceria  stessa.  Nella  fascia 
superiore  a sinistra,  è rappresentato  l’ imperator  Paleologo  nel 
momento  che  parte  da  Costantinopoli  per  recarsi  da  Eugenio 
IV,  ed  allorché  è ricevuto  dal  papa.  Nell’ultima  fascia,  vedesi  il 
Paleologo  al  concilio  di  Firenze,  e quando  s’imbarca  per  tornar- 
sene in  Costantinopoli.  Il  fregio  che  circonda  le  imposte,  forse 
fu  copiato  da  qualche  antico  lavoro,  senza  badare  quanto  fosse 
male  appropriato  al  luogo,  essendovi  frammiste  alquante  cose 
mitologiche.  Sebbene  quest’opera  del  Filaretenon  possa  contar- 
si fra  le  migliori  che  uscirono  di  sua  mano,  nulladimeno  il  fregio 
ed  i quattro  piccoli  bassorilievi,  in  ispecie,  sono  in  buona  par- 
te lodevoli. 

Il  descritto  portico  è alto  18  met.  e 60  c.,  largo  12  e 84,  lun- 
go 70  e 40,  non  compresi  i vestiboli;  giacché  dalla  statua  di  Co- 
stantino a quella  di  Carlo  Magno  v’è  la  distanza  di  138  met.  e 60 
centimetri.  La  porta  di  bronzo  è alta  6.  met.  e 92.  centimetri. 

• 

IDEA  GENERALE  SULL’INTERNO  DEL  TEMPIO. 

La  giusta  proporzione  e l’armonia  che  regna  in  ciascuna  parte 
di  quest’immenso  edifìzio,  ne  fanno  comparire  l’ insieme,  al  pri- 
mo sguardo,  meno  grande  di  quello  ch’è  realmente,  e perciò  ap- 
pena entrasi  in  esso  se  ne  giudica  esagerata  la  fama  di  sua  gran- 
dezza; ma  quando  si  esamina  parte  a parte,  allora  sì  che  si  resta 
sorpresi  trovando  ogni  sua  parte  e ciascun  oggetto  di  dimensioni 
tanto  gigantesche  quanto  niuno  giammai  figuravasi.  Che  esso 
poi  sia  il  tempio  il  più  vasto  del  mondo  non  ne  cade  alcun  dub- 
bio, e ciò  rilevasi  appunto  dalle  misure  segnate  sul  pavimento 
della  navata  maggiore , relative  a’più  grandi  templi  che  esista- 
no, e sono: 

S.  Sofia  di  Costantinopoli,  lunga  ....  metri  108  c.  93 
S.  Paolo  sulla  via  Ostiense  in  Roma  ....  » 126  » 64 
S.  Petronio  in  Bologna » 131  » 73 


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452 


Ottava  Giornata. 


Il  Duomo  di  Milano metri  134  c.  17 

La  Metropolitana  di  Firenze ■ . . » 148  » 12 

S.  Paolo  di  Londra » 157  » 20 

La  Basilica  Vaticana  dalla  porta  di  bronzo  alla 

cattedra » 185  » 37 

Per  quattro  porte  principali  si  entra  nella  basilica.  Tre  di  que- 
ste rispondono  nella  nave  grande,  e su  di  ciascuna  è una  grande 
iscrizione  in  marmo:  di  esse,  quella  di  mezzo  ricorda  gli  orna- 
menti fatti  eseguire  in  questo  tempio  da  Innocenzo  X;  quella  a 
destra  allude  alla  consacrazione  fattane  da  Urbano  Vili  nel  1636; 
e l'ultima  indica  la  giunta  operatavi  da  Paolo  V . I due  orologi 
collocati  superiormente  al  cornicione,  si  devono  a Pio  VI. 

Questo  tempio  è a croce  latina  ed  ha  quattro  navate,  compre- 
sa quella  di  crocera.  Nella  navata  grande,  dall’ingresso  sino  alla 
tribuna,  apronsi  sei  arconi  per  ogni  banda,  a’  quali  fanno  soste- 
gno gagliardi  piloni:  di  tali  archi,,  i primi  tre  di  ciascun  lato  ser- 
vono di  passaggio  alle  navi  minori,  e corrispondono  di  faccia  ad 
altrettante  cappelle  che  sono  in  esse;  il  quarto  a destra  rimane 
di  prospetto  alla  cappella  Gregoriana,  e quello  a sinistra  alla 
Clementina;  per  il  quinto  arcone  di  ciascun  lato  (sono  i più  gran- 
di) vi  passa  la  nave  traversa;  e dove  appunto  questa  s’interseca 
colla  nave  grande,  sorge  la  gran  cupola;  in  fine  il  sesto  di  essi 
archi  a destra  rimane  di  faccia  all’altare  di  s.  Michele,  ed  il  sini- 
stro a quello  della  Madonna,  detta  della  Colonna;  e sopra  la 
cornice  del  loro  sesto,  giusto  ne’rinfianchi,  sono  collocate  su  di 
ciascuno  (meno  che  su  quelli  sostenenti  la  gran  cupola)  due  sta- 
tue colossali  in  istucco,  alte  6 metri,  rappresentanti  altrettante 
Virtù.  Tanto  nella  navata  grande  quanto  in  quella  di  crocera  re- 
gna un  ordine  di  grandi  pilastri  corintii  scanalati,  che  dal  pavi- 
mento vanno  a sostenere  il  cornicione  da  cui  si  spicca  la  gran 
volta  tutta  abbellita  con  cassettoni  ricchi  di  stucchi  dorati.  Fra 
questi  pilastri  apronsi  due  ordini  di  nicchie,  che  contengono  26 
statue  scolpite  in  marmo,  alte  non  meno  di  4 met.  e 20  c.,  rap- 
presentanti F effigie  di  alquanti  santi  fondatori  e di  alcune  sante 
fondatrici  di  ordini  religiosi:  queste  statue  occupano  tutte  le  nic- 
chie dell’  ordine  inferiore,  e parecchie  dell’ordine  superiore. 

Passando  alle  navate  minori,  diremo  che  ciascuna  componesi 
di  tre  arcate,  sostenuta  ognuna  da  quattro  colonne  di  marmo 
cottanello:  fra  un’arcat  a e l’altra  apresi  una  cappella,  sovrastata, 
all’innanzi  da  una  cupola  di  forma  ovale,  e sotto  di  ogni  arcata 
sonovi  due  monumenti  sepolcrali,  uno  per  parte.  Le  pareti  di 
queste  navate,  come  pure  le  fiancate  dei  piloni  che  sostengono 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano. 


453 


gli  archi,  pe’quali  dalla  navata  grande  si  passa  in  esse,  sono  tut- 
te incrostate  di  pregiati  marmi,  ed  ornate,  complessivamente,  di 
56  medaglioni  sorretti  da  putti  e contenenti  ritratti  di  santi  pon- 
tefici; e fra  questi  medaglioni  osservansi  altri  putti  che  portano 
triregni,  chiavi  ecc.:  il  tutto  fu  eseguito  in  bassorilievo  con  di- 
segno del  Bernini,  regnando  Innocenzo  X,  al  cui  stemma  appar- 
tengono le  colombe  che  ivi  si  veggono  scolpite. 

Oltre  le  sei  minori  cupole  testé  imlicate,  altre  quattro  ve  ne 
sono  di  forma  rotonda:  queste  apronsi  sulle  quattro  cappelle  che 
occupano  i quattro  angoli  del  gran  quadrato  della  croce  greca, 
ed  esse  cappelle  ancora  sono  intieramente  incrostate  di  scelti 
marmi.  Il  pavimento  di  questo  tempio,  fin  là  dove  ebbe  origine 
la  giunta  fatta  da  Paolo  V,  cioè  dall’ingresso  sino  a tutto  il  terzo 
arcone,  fu  eseguito  colla  direzione  del  Bernini,  uniformandosi  al 
disegno  del  pavimento  già  costruito  nella  croce  greca  da  Gia- 
como Della  Porta. 

Detto  così  in  succinto  dell’edifizio,  prima  di  passare  a descri- 
verlo parte  a parte,  stimiamo  opportuno  di  metterne  sott’ occhio 
le  sue  principali  dimensioni,  ed  eccole: 


Dall’ingresso  principale  alla  tribuna 

Larghezza  della  navata  di  mezzo,  nella  giunta  di  Pao- 
lo V 

Idem  nella  croce  greca 

Lunghezza  della  navata  di  crocera 

Larghezza  della  suddetta  navata 

Lunghezza  delle  navate  minori  . * . . . . . . 

Larghezza  delle  medesime,  presa  da  vivo  a vivo  delle 

arcate  

Larghezza  totale  della  navata  di  mezzo  e delle  due  la- 
terali, compresavi  la  grossezza  de’ piloni  che  le 
dividono;  presa  dalla  cappella  della  Pietà,  al  Bat- 
tistero   

Altezza  de’  pilastri  che  sostengono  il  gran  cornicione, 

compresivi  base  e capitello 

Dal  pavimento  al  piano  del  cornicione 

Dal  pavimento  alla  sommità  della  volta,  nella  giunta 

di  Paolo  V . 

Idem,  nella  croce  greca 

Dal  pavimento  alla  volticella  della  lanterna  della  gran 

cupola 

Idem  sino  alla  sommità  della  croce  della  cupola  sud- 
detta   


metri 

c. 

185 

31 

26 

38 

23 

78 

134 

89 

23 

78 

87 

5 

10 

18 

58 

— 

24 

80 

30 

77 

46 

05 

44 

50 

118 

90 

135 

28 

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454 


Ottava  Giornata. 


metri  c. 


Diametro  interno  dell’istessa  cupola 42  7 

Idem  preso  all’esterno 58  90 


Luce  degli  arconi  che  sopportano  la  gran  cupola;  altezza,  met. 

44  e 72  c.,  larghezza,  met.  23  e 89  centimetri. 

Luce  degli  archi  della  navata  grande  e di  quella  di  croeera;  al- 
tezza, met.  22  e 86  c.,  larghezza,  met.  13  e 12  centimetri. 

NAVATA  GRANDE. 

A ridosso  del  primo  pilone,  presso  l’ingresso,  tanto  a destra 
quanto  a sinistra,  v’è  una  grande  acquasantiera  di  giallo  di  Sie- 
na, foggiata  a guisa  di  conchiglia,  e sostenuta  da  due  angeli  in 
marmo  bianco,  alti  2 metri  incirca.  Il  Liberati  scolpì  gli  angeli, 
ed  il  Lironi  fece  le  conche  ed  i panneggi  di  bigio  antico  che  le 
arricchiscono. 

La  statua  di  s.  Teresa,  nella  nicchia  inferiore  del  primo  pilone 
a destra,  è di  Filippo  Valle;  s.  Pietro  d’ Alcantara,  nella  nicchia 
incontro,  è di  Francesco  Bergara:  s.  Vincenzo  de  Paoli,  di  Pie- 
tro Bracci:  s.  Camillo  de  Lollis,  di  Pietro  Pacilli:  s.  Filippo  Neri, 
di  Gio.  Battista  Maini:  s.  Ignazio,  di  Giuseppe  Rusconi:  s.  Fran- 
cesco di  Paola,  del  suddetto  Maini. 

Incontro  a quest’ultima  statua  sorge  su  d’un  ricco  piedistallo, 
il  simulacro  di  s.  Pietro  fuso  in  bronzo,  rappresentato  sedente  in 
atto  di  benedire,  e con  un  piede  sporto  in  fuori,  che  i fedeli  ba- 
ciano in  venerazione  del  principe  degli  apostoli.  Questa  statua, 
secondo  il  Torrigio,  fu  fatta  fare  da  s.  Leone  I per  la  vecchia  ba- 
silica; ma  in  alcuni  però  sussiste  la  sciocca  credenza  che  sia  una 
antica  rappresentanza  di  Giove,  e che  anzi  sia  quella  identifica  di 
Giove  Capitolino;  bisogna  però  essere  digiuni  affatto  di  storia 
per  ammettere  tale  asserzione,  giacché  si  sa  che  quella  era  di  oro 
massiccio,  mentre  questa  è di  bronzo.  t 

ALTARE  MAGGIORE. 

In  mezzo  alla  crociata,  ove  appunto  grandeggia  la  smisurata 
cupola,  e giusto  superiormente  alla  Confessione  di  s.  Pietro , 
sorge,  sopra  sette  gradini  di  marmo  bianco,  l’ aitar  maggiore, 
isolato  e rivolto  verso  oriente  secondo  l’ uso  antico.  Esso  fu  fatto 
erigere  da  Clemente  Vili,  racchiudendovi  quello  su  cui  celebra- 
va il  pontefice  s.  Silvestro. 

L’altare  di  cui  trattasi  rimane  coperto  da  un  magnifico  bal- 
dacchino sorretto  da  quattro  superbe  colonne  spirali  d’ordine 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  . 455 

composito,  scanalate  nel  terzo  inferiore,  e nel  rimanente  ornate 
con  ramoscelli  di  alloro,  api,  e graziosi  puttini  modellati  da  Fran- 
cesco Quesnoy,  detto  il  Fiammingo,  artefice  abilissimo,  in  ispe- 
cie,  per  scolpire  i putti.  Tali  colonne  sorreggono  un  cornicione, 
negli  angoli  del  quale  sono  quattro  angeli  in  piedi,  alti  3 met. 
e 32  cent.,  e d’onde  muovono  quattro  costoloni,  i quali  si  riuni- 
scono nel  centro,  sostenendo  un  globo  sormontato  dalla  croce. 

Questa  magnifica  e grandiosa  mole,  tutta  in  bronzo  con  dora- 
ture, la  quale,  sebbene  di  bizzarro  stile,  riesce  tanto  acconcia  al 
luogo,  da  destare  ammirazione,  commisela  Urbano  Vili  al  ce- 
lebre Bernini,  ed  è alta  28  metri  e 78  centimetri.  In  quest’  opera 
non  fu  adoperata  se  non  che  una  porzione  del  bronzo  tolto  dal 
portico  del  Pantheon  per  ordine  del  ricordato  pontefice.  La  do- 
ratura ed  il  lavoro,  di  per  sè  soli,  costarono  scudi  romani  100 
mila  ( 537,500  fianchi  ),  ed  il  peso  del  bronzo  ascende  a lib- 
bre 186,392. 

CONTESSIONE. 

Chiamasi  Confessione  di  s.  Pietro  il  sepolcro  in  cui  si  custo- 
disce porzione  de'  corpi  de’  principi  degli  apostoli;  e fu  decorata 
come  si  vede  da  Paolo  V,  con  disegno  del  Maderno. 

Il  vacuo  che,  in  forma  di  essedra,  rimane  innanzi  alla  Confes- 
sione e quindi  all’altare  papale,  è cinto  da  una  balaustrata  co- 
struita di  scelti  marmi,  attorno  alla  quale  ardono  di  continuo  87 
lampade  sorrette  da  cornucopi  di  metallo  dorato;  e nel  centro 
di  essa  apresi  il  passaggio  che,  per  mezzo  di  doppia  marmorea 
scala,  dà  accesso  al  ripiano  della  Confessione,  dove  ammirasi  la 
statua  genuflessa  di  Pio  VI,  opera  assai  commendevole  del  Ca- 
nova, la  quale  costituisce  il  sepolcro  di  quel  papa. 

Il  prospetto  della  Confessione  va  adorno  delle  statue  in  bronzo 
dorato  de’ ss.  Pietro  e Paolo,  e di  quattro  rare  colonne  di  alaba- 
stro, che  fiancheggiano  la  porta,  pure  di  bronzo  dorato,  della 
sacra  nicchia,  propriamente  detta  la  Confessione  di  s.  Pietro, 
perchè  forma  parte  dell’antico  oratorio  eretto  da  s.  Anacleto 
papa  sulla  tomba  del  principe  degli  apostoli.  La  detta  nicchia  è 
abbellita  di  antichissimi  musaici,  rappresentanti  il  Salvatore  ed 
i ss.  Pietro  e Paolo.  Il  piano  poi  della  nicchia  stessa  è coperto 
da  una  lamina  di  bronzo  dorato,  sotto  cui  sono  appunto  custo- 
dite le  suddette  sacre  spoglie  di  quei  santi  apostoli.  I due  can- 
celli nei  lati  dell'  essedra  chiudono  gli  aditi  che  mettono  nell’an- 
tica basilica,  oggi  sotterraneo. 


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Ottava  Giornata. 

PILONI  DELLA  GRAN  CUPOLA. 


456 


Essi  sono  di  figura  pentagona  irregolare,  ciascuno  della  cir- 
conferenza di  70  met.  e 85  centimetri.  La  loro  faccia  principale, 
cioè  quella  che  guarda  il  centro,  è decorata  con  due  grandi  nic- 
chie, una  al  disopra  dell’altra,  fra  due  pilastri  simili  a tutti  quelli 
del  resto  della  basilica.  Queste  otto  nicchie  furono  aperte , re- 
gnando Urbano  Vili,  con  disegno  del  Bernini , che  le  adornò 
come  oggi  si  vedono.  Le  nicchie  inferiori  contengono  quattro 
statue  in  marmo,  alte  circa  5 metri.  S.  Longino  è del  Bernini; 
s.  Elena  del  Bolgio;  la  Veronica  del  Mochi;  e la  bellissima  sta- 
tua di  s.  Andrea,  è opera  del  Quesnov,  detto  il  Fiammingo.  Le 
suddette  nicchie  sono  cinte  da  una  balaustrata,  la  quale  serve 
di  riparo  alle  scale  che  conducono  direttamente  al  sotterraneo , 
cioè  alle  grotte  vaticane.  • 

In  ciascun  pilone  il  medesimo  Bernini  praticò  una  scala  a 
chiocciola,  per  salire  alle  nicchie  superiori,  le  quali  hanno  forma 
di  logge  con  balaustrate.  Ciascuna  di  esse  è decorata  con  gra- 
ziosi angeli,  con  un  bassorilievo  allusivo  alla  statua  sottostante, 
e con  due  colonne  spirali,  o vitinee,  di  marmo  bianco.  Nella  nic- 
chia corrispondente  sopra  la  statua  della  Veronica  si  custodi- 
scono reliquie  insigni,  cioè,  porzione  della  ss.  croce,  la  sacra 
lancia,  ed  il  volto  santo  ; tali  reliquie  si  mostrano  al  popolo  in 
alcuni  dì  solenni. 

GRAN  CUPOLA. 

Essa  forma  al  certo  la  parte  più  mirabile  della  basilica,  e,  con- 
forme già  si  disse,  è dovuto  a Bramante  Lazzari  il  concetto  d'in- 
nalzare la  maggior  cupola  che  fosse  mai  stata  al  mondo.  Egli 
quindi  per  sostenerla  gittò  i quattro  enormi  piloni,  già  descritti, 
e su  questi  girò  i quattro  smisurati  archi.  In  seguito  Michelan- 
gelo avendo  immaginato  nuovi  disegni  di  tutto  1’  edifizio,  fece 
il  modello  di  questa  cupola  con  tanto  ingegno  ed  arte,  che  pre- 
tese in  certo  modo  sorpassare  gli  antichi,  elevando,  per  così  di- 
re, il  Pantheon  di  Agrippa  alla  considerevole  altezza  di  44  met. 
e 72  cent.,  quale  è appunto  quella  degli  arconi  su’ quali  posa; 
ed  infatti  il  diametro  interno  di  questa  cupola,  ascendente  a 42 
met.  e 7 cent.,  non  è che  soli  44  centimetri  minore  di  quello  del 
Pantheon.  Devesi  inoltre  rimarcare  che  questa  cupola  è doppia, 
e che  fra  i due  muri,  della  spessezza  di  circa  4 metri  e mezzo, 
v’è  praticata  una  scala  per  ascendere  sino  alla  palla:  in  ciò  sor- 
passa qualunque  meccanismo  usato  negli  antichi  edifizi;  ed  in 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  457 

conseguenza  della  doppia  volta,  il  diametro  esterno  di  essa  cu- 
pola, ascendente  a 58  met.  e 90  cent.,  supera  il  diametro  ester- 
no del  Pantheon  di  7 met.  e 53  centimetri. 

Al  di  sopra  del  cornicione  che  corona  i quattro  piloni  nascono 
i quattro  petti  o triangoli  della  cupola,  ne’ quali,  in  altrettanti 
tondi  del  diametro  di  8 met.  e 40  cent.,  veggonsi  effigiati,  in  mu- 
saico, i quattro  evangelisti:  il  De  Vecchi  somministrò  i disegni 
per  i santi  Giovanni  e Luca  (la  penna  di  questo  è alta  2 met. 
e 10  cent.  ),  il  Nebbia  diedeli  per  i santi  Marco  e Matteo , ed  il 
Pomarancio  per  i putti  ed  i triregni. 

Superiormente  a’detti  triangoli  ed  alla  sommità  dei  quattro  ar- 
cani elevasi  il  cornicione  che  forma  la  corona  della  cupola,  e nel 
suo  fregio,  a lettere  cubitali,  alte  1 met.  e 40  cent.,  si  legge  que- 
sto passo  del  vangelo:  Tu  es  Petrus,  et  super  hanc  petram  aedi - 
ficabo  Ecclesiam  meam,  et  tibi  dabo  claves  regni  Coelorum.  (1). 
Sulla  cornice  poi,  che,  munita  di  ringhiera  di  ferro,  serve  di  am- 
bulacro, ha  origine  il  tamburo  della  gran  cupola,  ornato  di  32 
pilastri  corintii  alti  12  met.  e 40  cent.,  che  due  per  due  fian- 
cheggiano 16  grandi  finestre:  questi  sostengono  un  cornicione 
( anch’  esso  serve  di  ambulacro  ) sul  quale  è l’ imbasamento  da 
cui  spiccasi  in  giro  l’ immensa  volta,  ripartita  da  16  costoloni 
che  vanno  a finire  all’occhio  della  lanterna.  Fra  questi  costoloni 
sono  vi  sei  ordini  di  pitture  in  musaico,  rappresentanti  il  Salva- 
tore, la  Vergine,  gli  apostoli,  alquanti  santi  vescovi,  ed  una 
moltitudine  di  angeli.  Sorge  finalmente  il  lanternino  in  cui  apron- 
si  32  finestre  divise  in  due  ordini,  e nella  sua  volticella  vedesi 
effigiato  l’ Eterno  Padre , eseguito  in  musaico  sul  disegno  del 
cav.  d’ Arpino,  il  quale,  regnando  Clemente  Vili,  diede  ezian- 
dio i disegni  di  tutti  gli  altri  accennati  musaici. 

Nel  1868  furono  rinnovate  tutte  le  dorature  della  descritta  cu- 
pola e de’ suoi  petti,  e nel  tempo  stesso  vennero  ripulite  e ripor- 
tate al  loro  primiero  splendore  anche  le  pitture  in  musaico,  che 
compiono  la  magnificenza  della  cupola  stessa. 

Inoltrandosi  verso  la  tribuna,  si  osservano  quattro  statue,  po- 
ste entro  altrettante  nicchie,  che  apronsi,  due  per  lato,  trai  pi- 
lastri. Le  due  nicchie  in  alto  contengono  s.  Francesco  di  Sales, 
di  Adamo  Tadolini,  e santa  Francesca  romana,  del  cav.  Pietro 


(1)  Tale  iscrizione,  eseguita  di  musaico  color  nero,  risalta  assai  bene  su  di  un 
fondo  di  musàico  ad  oro,  e quindi  adorna  mirabilmente  l'accennato  fregio.  Laonde, 
nel  1869,  si  risolvette  di  abbellire  in  egual  modo  anche  1* intero  fregio  dell' ordine 
architettonico  della  basilica,  e ri  si  leggerando  altri  passi  egualmente  tratti  dal 
vangelo. 

20 


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Ottava  Giornata. 


-158. 

Galli.  In  quelle  in  basso  scorgonsi  s.  Elia,  del  Montauti,  e s.Be- 
nedetto,  del  Cornacchini. 

Sotto  a queste  due  nicchie,  e sotto  alle  altre  due  che  apronsi 
pure  inferiormente  nella  tribuna , furono  murate  quattro  iscri- 
zioni'in  marmo.  Una  di  esse  ricorda,  che  il  giorno  8 dicembre 
1854,  il  pontefice  Piò  IX  pronunziò  solennemente  in  questa  ba- 
silica la  dogmatica  definizione  dell’immacolata  concezione  di 
Maria  Vergine:  le  altre  contengono  i nomi  dei  cardinali,  arcive- 
scovi e vescovi,  i quali  presero  parte  a questa  augusta  e solenne 
cerimonia. 

TRIBUNA  E C ATTERRA  RI  8.  PIETRO. 

Per  due  rarissimi  gradini  di  porfido,  che  già  appartennero  al- 
l'antica basilica,  si  ascende  alla  magnifica  tribuna  costruita  coi 
disegni  del  Bonarruoti,  che  termi nolla  in  forma  di  emiciclo.  Nel 
fondo  di  essa  tribuna  signoreggiano,  nella  parte  inferiore,  quat- 
tro figure  colossali  di  bronzo,  quasi  interamente  dorate,  le  quali 
fanno  mostra  di  sorreggere  la  cattedra  di  s.  Pietro.  Esse  si  eleva- 
no su  di  un  grandioso  iinbasamento  tutto  incrostato  di  scelti  mar- 
mi, come  è pure  l’altare  che  ivi  ergesi  nel  centro.  Due  di  queste  fi- 
gure, cioè  quelle  sul  davanti,  rappresentano  i santi  Ambrogio  ed 
Agostino , dottori  della  Chiesa  latina,  e sono  alte  5 metri  e 32 
centimetri,  compresa  la  mitra:  nelle  altre  due,  alte  4 metri  e 43 
centimetri,  sono  effigiati  i santi  Atanasio  e Giovanni  Crisosto- 
mo, dottori  della  chiesa  greca. 

La  gran  cattedra  di  bronzo  vagamente  abbellita  con  ornati  e 
bassorilievi  messi  a oro,  ha  nei  lati  due  angeli  ritti  in  piedi,  men- 
tre altri  due  di  minor  grandezza  sono  collocati  sulla  sommità 
della  spalliera,  sostenendo  il  triregno  e le  chiavi.  In  essa  è rac- 
chiusa, quale  sacra  reliquia,  la  sedia  di  legno,  ornata  con  in- 
tarsii  e bassorilievi  in  avorio,  che  già  servi  di  cattedra  a s.  Pietro 
ed  a molti  de’ suoi  successori.  Ma  ciò  che  rende  vieppiù  magni- 
fico il  tutto  insieme,  è per  l’appunto  quella  sorprendente  gloria 
che  le  si  apre  di  sopra,  tutta  in  istucco  dorato,  ove  una  moltitu- 
dine di  angeli  frammisti  a grandiose  masse  di  nuvole  e di  lucenti 
raggi,  fanno  corona  alla  simbolica  immagine  del  Paracleto , fi- 
gurata nel  centro  su  di  un  campo  trasparente  di  color  giallo;  ed 
in  tal  modo  quel  fervido  ingegno  del  Bernini  seppe  profittare  di 
un’incomoda  finestra  per  dare  egregio  p pittorico  compimen- 
to a questa  incantevole  opera,  di  cui  fu  l’ autore  per  ordine  di 
Alessandro  VII.  Giovanni  A-retusi  da  Piscina  fuse  la  massa  me- 
tallica, il  cui  peso  ascende  a libbre  219,101,  e tutta  l’opera  co- 
stò scudi  107,551  (578,086  franchi ). 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  459 

Il  catino  della  tribuna  è abbellito  con  ornati  e bassorilievi  in 
istucco  dorato,  eseguiti  da  Gio.  Battista  Maini.  Il  bassorilievo 
di  mezzq,  esprimente  la  podestà  delle  chiavi,  fu  tratto  da  un  di- 
segno di  Raffaello:  la  crocifissione  di  s.  Pietro  venne  ricavata 
dal  dipinto  del  Reni  esistente  nella  pinacoteca  Vaticana,  e la  de- 
collazione di  s.  Paolo  è copia  di  un  bassorilievo  dell’ Algardi. 

Dai  lati  della  tribuna  sorgono  due  magnifici  sepolcri.  Quello 
a sinistra  fu  eretto  a Paolo  III  Farnese,  che  morì  nel  1549,  ed  è 
pregiatissimo  lavoro  di  Guglielmo  Della  Porta,  eseguito  colla 
direzione  del  Bonarruoti.  Maestosa  riesce  la  statua  del  papa  fusa 
in  bronzo  e sedente  sull’  alto;  e con  purgato  e bello  stile  sono 
scolpite  in  marmo  la  Prudenza  e la  Giustizia,  in  bel  modo  ada- 
giate nei  lati  dell’ imbasamento:  questa  ultima  era  affatto  nuda, 
ma  Urbano  Vili  fecela  coprire  dal  Bernini  con  un  panneggio  di 
bronzo  tinto  in  bianco,  conforme  oggi  la  vediamo. 

Il  monumento  incontro,  eretto  ad  Urbano  Vili  Barberirii,  che 
uscì  di  vita  nel  1644,  è opera  del  Bernini.  Anche  in  questo  se- 
polcro la  statua  del  papa  è fusa  in  bronzo  e sta  seduta  sull’alto. 
La  Carità  e la  Giustizia,  scolpite  in  marmo,  fiancheggiano  la 
superba  urna  di  giallo  e nero,  su  cui  scorgesi  il  genio  della 
morte  in  bronzo,  che  va  registrando  nel  fatale  suo  libro  il  no- 
me dell’ estinto. 

La  statua  di  s.  Domenico,  posta  nella  nicchia  presso  questo 
monumento,  è una  bell’opera  di  M.r  Le  Gros,  ed  il  s.  Francesco^ 
Caracciolo,  in  quella  di  sopra,  è di  Massimiliano  Laboureur:  in- 
contro veggonsi,  s.  Francesco  d’ Assisi,  di  Carlo  Monaldi,  e s.  Al- 
fonso di  Liquori,  del  Tenerani. 

Avendo  osservato  la  nave  di  mezzo  e la  gran  cupola,  ci  fare- 
mo a descrivere  le  altre  parti  del  sacro  tempio.  Prima  però  d’im- 
prendere tale  descrizione  si  vuole  accennare  che  tutti  i quadri 
degli  altari,  ad  eccezione  di  due,  sono  in  musaico,  copiati  da 
originali  di  rinomati  artefici,  e che  ragguagliatamente  costa- 
no circa  27  mila  scudi  ciascuno  (145  mila  franchi  circa);  che  tutte 
le  pitture  delle  10  minori  cupole  e delle  attigue  lunette  sono 
pure  in  musaico,  come  eziandio  tutti  i paliotti  degli  altari;  e fi- 
nalmente che  nella  basilica  sono  vi  22  monumenti  sepolcrali,  molti 
ile’ quali  costarono  sino  a 27  mila  scudi  per  ciascuno. 

PARTE  MERIDIONALE  DELLA  BASILICA. 

Appena  scesi  dalla  tribuna,  incamminandosi  sotto  l’arcone  a 
destra,  ci  si  presenta  subito,  da  mano  sinistra,  un  altare  decorato 

20* 


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460  Ottava  Giornata. 

con  due  grosse  colonne  di  granito  bigio  orientale,  fra  le  quali  os- 
servasi un  quadro  in  musaico  esprimente  s.  Pietro  che  risana  lo 
storpio  alla  porta  speciosa  del  tempio . Questo  musaico  fu  copia- 
to da  un  originale  di  Francesco  Mancini. 

Incontro  v’  è il  sepolcro  di  Alessandro  Vili  Ottoboni,  morto 
nel  1691.  Il  card.  Pietro  Ottoboni,  suo  pronipote,  fecelo  erigere 
con  disegno  del  conte  Arrigo  da  s.Martino,  servendosi  dello  scul- 
tore Angelo  De  Rossi.  La  statua  del  papa  è fusa  in  bronzo:  quel- 
le della  Religione  e della  Prudenza  sono  scolpite  in  marmo,  del 
pari  che  il  bel  bassorilievo  nello  zoccolo,  esprimente  la  canoniz- 
zazione di  cinque  santi,  fatta  nel  1690  da  quel  pontefice. 

Segue  l’altare  di  s.  Leone  Magno,  su  cui,  in  mezzo  a due  co- 
lonne di  granito  rosso  orientale,  si  ammira  un  grande  bassori- 
lievo dell’  Algardi , rappresentante  quel  santo  pontefice , che 
mossosi  ad  incontrare  Attila  re  degli  Unni,  sceso  a devastare 
l’Italia,  gli  fa  abbandonare  il  divisamente  di  avvicinarsi  a Roma, 
additandogli  nell’  aria  gli  apostoli  Pietro  e Paolo , minacciosi 
contro  lui.  L’incontro  avvenne  prèsso  Govemolo,  ove  il  Mincio 
mette  capo  nel  Pò. 

Avanti  a questo  altare  si  vede  nel  pavimento  la  memoria  se- 
polcrale di  Leone  XII,  in  cui  leggesi  la  modesta  iscrizione  da 
lui  stesso  dettata  pochi  giorni  prima  di  morire. 

Sull’  altare  successivo , decorato  con  quattro  colonne , due 
grandi  di  granito  nero  e due  piccole  di  alabastro,  si  venera 
un'antica  immagine  della  Madonna,  detta  della  Colonna,  per- 
chè fu  dipinta  sopra  una  colonna  di  porta  santa,  già  esistente 
nell’antica  basilica. 

I musaici  della  cupola  (1),  lavorati  sui  disegni  dello  Zoboli, 
presentano  emblemi  allusivi  a Maria  Vergine.  Nei  triangoli 
sono  espressi,  s.  Bonaventura,  s.  Tommaso  d’ Agnino,  s.  Ger- 
mano, e s.  Giovanni  Damasceno,  eseguiti  sui  cartoni  del  Succhi  e. 
del  Lanfranco.  Nelle  lunette  sull'  altare  della  Madonna  vedesi 
la  Vergine  col  Bambino,  ed  il  sogno  di  s.  Giuseppe ; nelle  altre 
due,  David  e Salomone ; ed  i disegni  di  questi  musaici  diedeli 
il  Romanelli. 

Segue  la  porta  laterale  della  chiesa,  al  disopra  della  quale 
venne  eretto  il  monumento  sepolcrale  di  Alessandro  VII  Chigi, 

(1)  Conoscendo  che  taluni  amano  occuparti  soltanto  delle  cose  principali  che 
adornano  gli  edilizi,  perciò  nella  descrizione  de’ musaici  che  abbelliscono  le  10 
minori  cupole,  e le  contigue  lunette,  abbiamo  adoperato  i caratteri  corsivi,  ac- 
ciocché, chi  volesse  tralasciare  quei  dettagli,  possa , ad  un'occhiata,  risparmiami 
la  lettura ; e cogli  stessi  caratteri  abbiamo  descritto  alcune  altre  cose  di  poca 
entità. 


» 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano. 


461 


morto  nel  1667.  Benché  questa  sia  l’ultima  opera  del  Bernini, 
che  visse  82  anni,  pure  l’invenzione  è poetica  e piena  di  spirito. 
La  porta  che  fu  obbligato  conservare  rimane  nel  piantato  del 
monumento,  quasi  dia  ingresso  al  medesimo.  Da  questa  cade 
un’ampia  coltre  di  diaspro,  la  quale  viene  sollevata  da  uno  sche- 
letro fuso  in  bronzo,  figurante  la  Morte,  che  mostra  al  pontefice 
un  oriuolo  a polvere,  ad  indicargli  esser  giunta  l’ ora  estrema. 
Il  papa  è rappresentato  genuflesso,  avente  presso  di  sè,  nell’in- 
dietro,  la  Giustizia  e la  Prudenza,  rimanendo  sull’  innanzi  del  se- 
polcro la  Carità  e la  V erità. 

Sull’altare  incontro,  adorno  di  due  colonne  di  cottanello,  si 
scorge  il  quadro  colla  caduta  di  Simon  Mago,  pittura  su  lava- 
gne, di  Francesco  Vanni  da  Siena:  di  tale  dipinto  vedesene  una 
copia  in  s.  Maria  degli  Angeli  alle  terme  Diocleziane.  — Si  pas- 
sa quindi  nel 

BRACCIO  MERIDIONALE  DELLA  NAVE  DI  CROCERA. 

Il  Bonarruoti,  da  cui  il  tempio  era  stato  ridotto  a croce  greca, 
diè  ai  due  bracci  della  nave  di  crocera  le  dimensioni  stesse  della 
parte  superiore  della  navata  grande,  terminandoli  come  quella 
in  emiciclo  ed  a guisa  di  tribuna. 

In  ciascuno  di  questi  bracci,  giusto  nell’  emiciclo,  vi  sono  tre 
altari  tutti  adorni  di  quattro  belle  colonue  di  pregiati  marmi  co- 
lorati, due  piccole  e due  assai  più  grandi,  le  quali  contano  6 met. 
e 53  cent,  di  altezza,  non  compresi  la  base  ed  il  capitello.  L’al- 
tare che  qui  occupa  il  mezzo,  contiene  la  crocifissione  di  s.  Pie- 
tro, posta  in  musaico  sull’originale  di  Guido  Reni.  Il  quadro 
con  s. Francesco  di  Assisi,  sull’altare  a sinistra,  fu  copiato  in 
musaico  dall’  originale  di  Domenichino , esistente  nella  chiesa 
de’ cappuccini.  Il  terzo  altare  ha  un  quadro,  pure  in  musaico, 
espressovi  s.  Tommaso  che  pone  il  dito  nel  costato  del  Salvatore, 
copia  eseguita  sul  dipinto  del  Camuccini. 

La  volta  che  rimane  superiormente  all'  emiciclo  di  questo 
braccio  di  crocera,  venne  abbellita  dal  Maini  con  ornati  e bas- 
sorilievi in  istucco  dorato.  Le  composizioni  dei  bassorilievi 
trassele  dai  celebri  arazzi  di  Raffaello,  ed  esprimono:  la  mi- 
racolosa pesca  nel  lago  di  Qenesaret;  la  punizione  di  Anania, 
e gli  apostoli  Pietro  e Giovanni  alla  porta  speciosa  del  tempio. 

Le  statue  entro  le  due  nicchie  prossime  ai  suddetti  altari , 
rappresentano  s.  Norberto , del  Cavaceppi,  s.  Pietro  Nolasco, 
del  Campi.  Nelle  altre  due  nicchie,  in  basso,  si  vedono  le  statue 


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462 


Ottava  Giornata. 


di  s.  Giovanni  di  Dio,  di  Filippo  Valle,  e di  a.  Giuliana  Falco- 
nieri, del  suddetto  Campi.  La  atatua  poi  di  a.  Angela  Merici, 
nella  nicchia  superiore,  è opera  del  cav.  Pietro  Galli. 

Sotto  la  contigua  arcata,  si  trova  la  porta  che  dà  adito  alla 
sacrestia,  e sopra  di  essa  porta  osservasi  il  monumento  sepol- 
crale di  Pio  Vili,  eseguito  dal  Tenerani.  Sull’  alto  del  monu- 
mento domina  la  statua  sedente  del  Salvatore;  in  basso,  più  in 
avanti,  è quella  del  defunto  pontefice,  in  atto  di  preghiera.  Nei 
lati,  fra  queste  due  principali  figure,  si  elevano  le  statue  de'santi 
apostoli  Pietro  e Paolo;  e nel  grande  imbasamento  veggonsi  due 
altorilievi  rappresentanti  la  Giustizia  e la  Prudenza.  Questo  mo- 
numento fu  eretto  nel  1866,  mediante  un  lascito  del  cardinale 
Albani,  che  fu  segretario  di  stato  di  quel  pontefice,  durante  il 
breve  pontificato  del  medesimo. 

Il  quadro  in  musaico  dell'altare  incontro,  fiancheggiato  da 
due  colonne  di  granito  bigio,  rappresenta  Saffira  che  alla  pre- 
senza degli  apostoli  Pietro  ed  Andrea,  cade  morta  in  pena  di 
aver  mentito,  come  appunto  era  stato  punito,  poco  prima,  Ana- 
nia sposo  di  lei.  Questo  musaico  fu  copiato  dall’originale  del 
Roncalli,  che  vedesi  nella  ricordata  chiesa  di  s.  Maria  degli  An- 
geli. — Segue  la 

CAPPELLA  CLEMENTINA. 

Viene  così  chiamata  perchè  fu  condotta  a termine  sotto  Cle- 
mente Vili;  il  disegno  è del  Bonarruoti,  ed  è simile  alla  cap- 
pella Gregoriana  che  le  rimane  incontro. 

Entrando  in  essa,  l'occhio  si  arresta  sul  mausoleo  di  Pio  VII, 
opera  del  Thorwaldsen.  L’artefice  rappresentò  il  buon  Pio,  assiso 
sull’  alto,  fra  due  genii  alati,  ed  innanzi  al  grandissimo  imbasa- 
mento collocò  la  Fortezza  e la  Sapienza,  statue  scolpite  con  pur- 
gato e severo  stile.  Questo  monumento,  eretto  a spese  del  ce- 
lebre cardinale  Ercole  Consalvi,  che  fu  primo  ministro  di  quel 
pontefice,  costò  scudi  27  mila  ( 145  mila  franchi ). 

L’ altare,  ricco  di  quattro  pregevoli  colonne,  ha  un  quadro  in 
musaico  copiato  da  un  dipinto  di  Andrea  Sacchi,  che  osservasi 
nella  pinacoteca  Vaticana.  Esso  ricorda  il  miracolo  operato  da 
s.  Gregorio  Magno,  per  convincere  gl’  increduli  sulla  venera- 
zione de’  brandei,  facendo  uscire  vivo  sangue  da  uno  di  essi. 
Sotto  questo  altare  riposa  il  corpo  di  quel  santo  pontefice. 

Fra  gli  ornati  della  cupola  vedesi  lo  stemma  di  Clemente 
Vili ; nei  triangoli  osservansi  i santi  dottori,  Ambrogio,  Ago- 
stino, Giovanni  Crisostomo,  e Atanasio;  nelle  lunette  sull’ a l- 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  463 

tare,  venne  espressa  la  visitazione  di  s.  Elisabetta;  e nelle  altre 
due  lunette  sono  rappresentati  Malachia  e Daniele.  Tutti  que- 
sti musaici  furono  eseguiti  sui  cartoni  del  Pomarancio. — Di  qui 
si  entra  nella 

NAVATA  MINORE  MERIDIONALE. 

« 

Ciascuna  delle  minori  navate  della  basilica  si  compone,  come  ' 
già  si  disse,  di  tre  arcate  decorate  con  colonne  quasi  tutte  di 
cottanello. 

A questa  navata  forma  magnifico  prospetto  l’ altare  addos- 
sato alla  faccia  orientale  di  uno  dei  piloni  della  grande  cupola. 

Su  di  esso  altare,  fiancheggiato  da  due  colonne  di  cottanello.  si 
osserva  la  copia  in  musaico  del  celebre  quadro  di  Raffaello,  rap- 
presentante la  Trasfigurazione  di  Cristo  sul  Tabor. 

Sotto  la  prima  arcata  che  apresi  di  fronte  al  nominato  altare, 
scorgesi  a destra  il  sepolcro  di  Leone  XI,  Medici,  il  quale  non 
regnò  che  soli  ‘ZI  giorni,  e mori  nel  1605.  L’ Algardi  scolpì  la 
statua  del  papa  ed  il  bassorilievo,  in  cui  rappresentò  l’abiura 
di  Enrico  IV,  re  di  Francia.  Delle  due  statue  laterali,  la  For- 
tezza è di  Ercole  Ferrata,  l’Abbondanza  del  Peroni. 

Di  rimpetto  v’è  il  sepolcro  d’ Innocenzo  XI,  Odescalclii,  morto 
nel  1689,  lavoro  di  Stefano  Monot.  La  figura  del  pontefice  siede , 
sull’  alto:  la  Religione  e la  Giustizia  sono  ai  lati  della  sottostante 
urna;  e sulla  faccia  dell’ imbasamento  della  statua  del  pontefice 
vedesi  scolpita  la  liberazione  di  Vienna  dall’assedio  de’ Turchi; 
vittoria  dovuta  a Giovanni  III  Sobiescki,  re  di  Polonia. 

Inoltrandosi  verso  le  porte  principali  della  chiesa,  s’ incontra- 
no le  tre  cappelle  aggiunte  da  Paolo  V,  la  prima  delle  quali  è la 

CAPPELLA  DEL  CORO. 

* 

In  questa  magnifica  cappella,  chiusa  con  cancellata  di  ferro 
adorna  di  bronzi  dorati,  si  aduna,  ogni  giorno,  il  capitolo  della 
basilica  per  celebrare  i divini  uffizi;  perciò  sono  vi  tre  ordini  di 
stalli  di  noce  fregiati  di  belli  intagli,  e l’antico  organo  del  cele- 
bre Mosca.  La  volta  è riccamente  abbellita  con  ornati  e basso- 
rilievi  in  istuceo  dorato,  eseguiti  dal  Ricci  da  Novara  sui  disegni 
di  Giacomo  Della  Porta:  tali  bassorilievi  esprimono  alquanti  fatti 
del  vecchio  e nuovo  testamento.  Il  quadro  dell’ altare,  in  cui  è 
espressa  la  Concezione  con  alcuni  santi,  venne  posto  in  musaico 
sull’originale  di  Pietro  Bianchi,  ora  esistente  in  s.  Maria  degli 
Angeli  alle  terme  Diocleziane. 


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464  Ottava  Giornata. 

Nella  cupola  che  apresi  alt  invanii  della  descritta  cappella, 
è rappresentato  V Eterno  Padre,  fra  gli  spiriti  beati,  sostenu- 
to dai  quattro  misteriosi  animali  dell’ Apocalisse;  e nei  trian- 
goli sono  effigiati  Ab  acucco.  Daniele,  David,  e Giona.  Nelle  lu- 
nette di  prospetto  si  veggono,  Mosi  sul  Sinai,  e Samuele  che 
rimprovera  Saul ; in  quelle  a destra  Geremia  piangente,  e De- 
bora con  Barac;  in  quelle  a sinistra,  Debora  che  manda  a chia- 
mare Barac;  e Giuditta  col  reciso  capo  di  Oloferne.  I disegni 
per  i musaici  che  abbelliscono  la  cupola  li  dii  Ciro  Ferri,  per  i 
triangoli  il  Maratta,  e per  le  lunette  furono  somministrati  dal 
Ricciolini  e dal  Franceschini. 

Sotto  la  successiva  arcata,  si  osserva,  a sinistra,  il  sepolcro 
d' Innocenzo  Vili  Cibo,  morto  nel  1491  ; monumento  con  iscul- 
ture  e gentili  ornati  in  bronzo,  di  Pietro  ed  Antonio  Poliamoli. 
Due  sono  le  figure  del  defonto  pontefice:  una  in  basso,  giacente 
sul  letto 'di  morte,  l’ altra  al  di  sopra,  sedente,  e con  in  mano  il 
ferro  di  una  lancia,  che  allude  a quella  con  cui  venne  forato  il 
costato  di  Nostro  Signore,  mandata  in  dono  ad  esso  pontefice 
da  Bajazzette  II . Le  piccole  figure  in  bassorilievo,  che  adornano 
la  superior  parte  del  monumento,  rappresentano  le  Virtù  cardi- 
nali e teologali.  — Segue  la 

CAPPELLA  DELLA  PRESENTAZIONE. 

Nel  quadro  dell’  altare,  adorno  di  due  grosse  colonne  di  porta 
santa,  è in  bel  modo  espressa  la  presentazione  di  Maria  Vergine 
nel  tempio,  lavoro  di  musaico,  copiato  dal  dipinto  di  Francesco 
Romanelli,  che  osservammo  in  s.  Maria  degli  Angeli  alle  ricor- 
date terme. 

Nella  cupola  vedesi  effigiata  Maria  Vergine,  e la  caduta  de- 
gli angeli  ribelli:  nei  triangoli  sono  espressi  Aronne,  Noi  col- 
l’arca, Gedeone,  e Balaam:  nelle  lunette  sulT altare,  veggonsi 
Giuditta  che  ha  troncato  il  capo  ad  Oloferne,  e Giaele  che  tra- 
figge Sisara:  le  lunette  a destra  ci  mostrano  Giosuè,  ed  Isaia: 
quelle  a sinistra,  Mosi  al  roveto  ardente,  e Maria  sorella  di  lui, 
giuliva  pel  felice  passaggio  del  mar  Rosso.  Tutti  questi  musai- 
ci furono  eseguiti  sui  cartoni  di  Carlo  Maratta. 

Di  sotto  all’ultima  arcata  trovasi  la  porta  che  mette  alle  parti 
superiori  del  tempio,  e su  di  essa  è collocato  il  monumento  se- 
polcrale di  Maria  Clementina  Sobiescki  Stuard,  regina  d’Inghil- 
terra, morta  in  Roma  nel  1735.  Da  una  pregevole  urna  di  por- 
fido cade  grandiosa  coltre  di  alabastro,  e sopra  sta  assisa  la  Ca- 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  4<iT> 

rità,  virtù  nel  cui  esercizio  specialmente  si  distinse  la  defunta, 
.a  quale  venne  effigiata  in  musaico  dal  cav.  Cristofari,  in  quel 
medaglione  sostenuto  da  un  genio  alato.  Questo  monumento, 
eretto  a spese  della  fabbrica  di  s.  Pietro,  costò  18  mila  scudi 
(96,  750  franchi),  e venne  eseguito  da  Pietro  Bracci  con  disegno 
di  Filippo  Barigioni. 

Incontro  al  descritto  mausoleo  sorge  da  terra  quello  degli 
Stuardi,  cioè  di  Giacomo  III,  re  d’Inghilterra,  morto  in  Roma 
nel  1766,  e de’suoi  figli  Carlo  III  ed  Enrico  IX.  Il  Canova,  au- 
^ tore  di  questo  monumento,  lo  foggiò  a guisa  di  torre,  ponendo 
al  di  sopra  della  porticina,  figurante  l’ ingresso  alla  cella  mor- 
tuaria, i ritratti  dei  tre  defunti  principi,  ed  ai  lati  di  essa  scolpi 
di  bassorilievo  due  genii  alati,  i quali,  piangenti  ed  in  atteggia- 
mento esprimente  dolore,  si  appoggiano  alle  faci  arrovesciate, 
simbolo  della  vita  spenta.  Questi  due  genii,  che  possono  anno- 
verarsi fra  i più  belli  lavori  di  quel  sommo  artefice,  erano  inte- 
ramente nudi,  oggi  però  si  vedono  in  parte  coperti  con  un  pan- 
neggio. — Si  trova  quindi  a destra  la 

CAPPELLA  DEL  FONTE  BATTESIMALE. 

E questa  la  prima  cappella  a sinistra,  entrando  nella  basilica 
per  una  delle  porte  principali.  Il  fonte  battesimale  viene  formato 
di  una  superba  conca  di  porfido,  lunga  3 met.  e 76  c.,  larga  un 
met.  e 88  e.,  la  quale  servì  già  di  coperchio  al  sarcofago  di  Ot- 
tone II,  morto  in  Roma  nel  974.  Il  magnifico  coperchio  di  que- 
sta conca,  tutto  in  bronzo  dorato  e fregiato  di  arabeschi,  piglia 
un  aspetto  piramidale  da  un  basamento  che  elevasi  nel  mezzo  e 
su  cui  riposa  il  simbolico  agnello;  nei  lati  poi  di  tal  basamento 
sono  quattro  angeletti,  due  de’quali  sostengono  un  medaglione 
in  cui  è espressa  la  ss.  Trinità;  l’ opera  intera  fu  eseguita  nel 
1698  somministrandone  il  disegno  Carlo  Fontana. 

La  cappolla  medesima  contiene  tre  quadri  in  musaico:  quello 
di  mezzo  rappresentali  battesimo  di  Cristo,  copiato  dall’origi- 
nale di  Carlo  Maratta,  esistente  in  s.  Maria  degli  Angeli:  il  qua- 
dro a sinistra  esprime  s.  Pietro  che  battezza  i santi  Processo  e 
Martiniano  nel  carcere  Mamertino,  e fu  lavorato  su  di  un  dipinto 
di  Giuseppe  Passeri:  il  terzo  in  fine  rappresenta  l’apostolo  sud- 
detto battezzante  Cornelio  centurione,  e venne  copiato  da  un 
originale  di  Pietro  Procaccini. 

Le  pitture  che  adornano  la  cupola  che  apresi  air  innanzi  di 
questa  cappella,  alludono  al  battesimo  di  acqua,  di  sangue,  e di 

20" 


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Ottava  Giornata. 


desiderio ; e nei  triangoli  sono  rappresentate  le  principali  parti 
del  mondo,  per  alludere  alla  rigenerazione  dell'  umana  stirpe , 
recata  in  ciascuna  delle  parti  del  globo  terraqueo per  mezzo  del 
battesimo.  Nelle  lunette  ancora  veggonsi  tutti  soggetti  allusivi 
al  sacramento  rigeneratore,  cioè,  in  quelle  sull' ingresso  della 
cappella,  il  Salvatore  che  battezza  s.  Pietro;  e s.  Silvestro  bat- 
tezzante V imperatore  Costantino:  nelle  lunette  a destra,  Mosè 
che  colla  verga  fa  scaturire  V acqua  dalla  rupe,  e Noè  coll’iri- 
de, simbolo  della  pace:  in  quelle  a sinistra,  il  Centurione  bat- 
tezzato da  s.  Pietro,  e s.  Filippo  diacono  che  battezza  l'eunuco  V 
della  regina  Candàce.  I disegni  per  gl'  indicati  musaici  diedeli 
il  Trevisani. 

. Passiamo  ora  alla  parte  settentrionale  della  basilica,  incomin- 
ciando il  giro  dall’altra  navata  minore,  e precisamente  dalla  cap- 
pella della  Pietà,  la  quale  rimane  di  faccia  a quella  testé  descritta . 

NAVATA  MINORE  SETTENTRIONALE. 

CAPPELLA  DELLA  PIETÀ’. 

Questa  cappella  viene  detta  della  Pietà  perchè  sull’altare  è 
collocato  un  gruppo  in  marmo,  rappresentante  Maria  V ergine 
avente  sui  ginocchi  il  morto  corpo  del  divin  suo  Figlio.  Questa 
opera  bellissima  è il  primo  parto  deH’ingegno  del  Bonarruoti,  e 
venne  da  lui  eseguita  nell’età  di  soli  24  anni  pel  card.  Giovanni 
Yilliers,  abbate  di  s.  Dionigi  in  Parigi,  il  quale  ne  fece  dono  alla 
basilica  Vaticana.  Il  Cicognara  scorge  in  questo  gruppo  quella 
dolcezza  di  esecuzione,  che  Michelangelo  abbandonò  poscia  qua- 
si del  tutto.  Il  Vasari  a ragione  loda  l’opera  del  marmo,  e la  be- 
ne intesa  anatomia  del  corpo  morto  di  Gesù;  ma  il  Milizia  non 
a torto  riprende  la  giovinezza  soverchia  di  Maria,  la  poca  espres- 
sione del  suo  volto,  e i panneggiamenti  troppo  avviluppati. 

La  volta  di  questa  cappella  rimane  abbellita  da  un  affresco  di 
Lanfranco,  esprimente  il  trionfo  della  croce.  Gli  affreschi  poi 
negli  archivolti  e nelle  lunette  laterali,  tutti  allusivi  alla  passione 
del  Redentore,  sono  di  autore  incerto. 

Dalla  descritta  cappella  si  ha  ingresso  in  due  cappelline, 
una- per  lato.  Quella  a destra  è detta  della  Colonna  Santa, per- 
chè racchiude  una  colonna  a cui,  dicesi,  s’ appoggiasse  Gesù 
Cristo  allorquando  nel  tempio  disputava  coi  dottori.  Contiene 
pure  un  sarcofago  del  IV  secolo  dell'era  volgare,  adorno  di 
bassorilievi,  ed  era  questo  il  sepolcro  di  Probo  Anicio,  prefet- 
to di  Roma:  quest’urna  tenne  luogo,  per  lungo  tempo,  di  fonte 
battesimale  nell  antica  basilica. 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano. 

L'altra  cappellina  è dedicata  al  Crocejisso  ed  a s.  Niccola.  Es- 
sa è di forma  ellittica,  e fu  così  ridotta  dal  Bernini;  ma  in  se- 
guito decorata  dal  Van  vitelli  per  collocarvi,  in  sei  belli  armadi 
alquante  ss.  reliquie  che  posseggonsi  dalla  basilica.  Il  Croce- 
fisso, scolpito  in  legno,  è del  Cavallini,  ed  il  quadro  con  s. Nic- 
cola fu  eseguito  in  musaico  dal  Cristofari,  sull' originale  esi- 
stente in  Bari. 

Le  pitture  della  cupola,  che  corrisponde  innanzi  alla  cappel- 
la della  Pietà,  esprimono  un  tratto  dell' Apocalisse  allusivo  al- 
la s.  Croce,  cioè  allorché  gli  angeli  segnano  la  fronte  a tutti 
coloro  che  dovevano  rimanere  illesi  dai  minacciati  flagelli:  nei 
triangoli  sono  efiigiati  Noè,  Abramo  con  Isacco,  Mosè,  e Gere- 
mia: nelle  lunette  di  prospetto,  veggonsi  le  sibille  Frigia  e Cu- 
mana:  in  quelle  a destra,  i profeti  Osea,  ed  Isaia,  ed  in  quelle 
a sinistra,  Amos,  e Zaccaria.  Tali  musaici  vennero  condotti  sui 
disegni  di  Pietro  da  Cortona. 

Al  di  sopra  della  porta  santa  scorgesi  una  mezza figura  dis. 
Pietro,  lavorata  in  musaico  sull'  originale  del  cav.  d'Arpino. 

Sotto  la  prima  arcata  di  questa  nave  minore  veggonsi  due 
sepolcri,  del  pari  che  nelle  due  susseguenti  arcate.  Di  essi,  quel- 
lo che  qui  osservasi  a destra,  lavoro  del  commend.  Giuseppe  De 
Fabris,  fu  eretto  da  Gregorio  XVI  al  pontefice  Leone  XII  Della 
Genga,  che  cessò  di  vivere  nel  1829.  Quello  incontro  fu  fatto 
erigere  da  Innocenzo  XII,  con  disegno  di  Carlo  Fontana,  a Cri- 
stina Alessandra  regina  di  Svezia,  figlia  di  Gustavo  Adolfo,  « 
morta  in  Roma  nel  1689.  Nel  gran  medaglione  di  bronzo  dora- 
to, si  scorge  il  ritratto  della  defunta,  e nel  bassorilievo  dell’  ur- 
na, scolpito  da  Giovanni  Teudon,  francese,  vedesi  rappresentata 
l’abiura  fatta  da  Cristina  del  luteranismo  nella  cattedrale  d’ In- 
spruck.  I putti  sull’urna  sono  sculture  di  Lorenzo  Ottone. — Vie- 
ne quindi  la 

CAPPELLA  DI  S.  SEBASTIANO. 

♦ 

I • 

L’altare  di  questa  cappella,  adorno  di  due  belle  colonne  di 
porta  santa,  ha  un  musaico  esprimente  il  martirio  di  s.  Sebastia- 
no, eseguito  sul  famoso  affresco  di  Domenichino  che  qui  ammi- 
ravasi,  il  quale  dopo  eèsere  stato  segato  dal  muro,  venne  tras- 
portato ed  allogato  dal  celebre  Zabaglia,  nel  1736,  in  s.  Maria 
, degli  Angeli. 

I musaici  della  cupola  esprimono  la  visione  riferita  nell'Apo- 
calisse, cioè  l'Eterno  Padre  con  a destra  il  misterioso  agnello , 
e gli  spiriti  beati  che  a lui  tributano  gloria:  nei  triangoli  si 


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Ottava  Giornata. 


osservano  Abele,  Isaia,  Zaccaria,  ed  Eiechiello:  nelle  lunette 
sul!  altare  veggonsi  i sette  fratelli  Maccabei  colla  loro  genero- 
sa madre,' e Matatia  che  uccide  l'ebreo  idolatra : nelle  lunette  a 
destra,  Daniele  nel  serraglio  dei  leoni,  ed  i tre  fanciulli  nella 
fornace  di  Babilonia:  in  quelle  a sinistra,  due  donne  ebree  pre- 
cipitate dalle  mura  di  Gerusalemme,  ed  Eleatzaro  condannato 
a morte.  Questi  musaici  vennero  eseguiti  sui  cartoni  di  Pietro 
da  Cortona  e dell' Abbatini. 

Nella  successiva  arcata  scorgesi,  a destra,  il  sepolcro  d’Inno- 
cenzo  XII  Pignatelli,  morto  nel  lì 00.  Il  pontefice  è rappresen- 
tato sedente,  ed  ha  nei  lati,  ritte  in  piedi,  la  Carità  e la  Giusti- 
zia. Questo  monumento,  fregiato  di  scelti  marmi,  è lavoro  di 
Filippo  Valle. 

Di  faccia  al  descritto  sepolcro,  avvi  quello  della  contessa  Ma- 
tilde,  morta  nel  1115,  erettole  da  Urbano  Vili,  il  quale  fecevi 
trasportare  il  corpo  di  lei  dal  monistero  di  s.  Benedetto  presso 
Mantova,  ov’ era  stata  sepolta.  Il  cav.  Lorenzo  Bernini  diede  il 
disegno  di  questo  monumento  e scolpì  la  testa  della  statua  rap- 
presentante la  defonta.  Stefano  Speranza  condusse  il  bassori- 
lievo nella  faccia  dell’urna,  esprimendovi  l’assoluzione  data,  nel 
1077,  ad  Enrico  IV  dal  pontefice  s. Gregorio  VII,  alla  pj^senza 
della  contessa  Matilde  e di  altri  illustri  personaggi.  Dei  due  putti 
sull’urna,  quello  a destra  è del  Bolgio,  l’altro  spetta  a Luigi  Ber- 
nini, il  quale  eseguì  il  rimanente  del  monumento.  — Segue  la 

CAPPELLA  DEL  SACRAMENTO. 

Sull’altare  principale  di  questa  cappella,  magnifica  al  pari  di 
quella  del  coro,  alla  quale  rimane  incontro,  è il  ricco  ciborio, 
eseguito  con  disegno  del  Bernini,  per  ordine  di  Clemente  X.  Es- 
so è di  forma  rotonda  con  12  colonnine  corintie  all’  intorno  so- 
stenenti il  cornicione,  sul  quale  sorgono  le  statue  de’ 12  apostoli, 
e sulla. cima  della  cupola  si  estolle  la  statua  del  Redentore  risor- 
to. Questo  tabernacolo,  tutto  m bronzo  dorato,  alto  4 met.  e 74 
c.,  è gentilmente  abbellito  di  lapislazzuli,  e le  12  colonnine  sono 
interamente  rivestite  di  tale  pregiatissima  pietra.  Nei  lati  poi 
veggonsi  duo  grandi  angeli,  pure  di  bronzo  dorato,  in  atto  di 
adorazione.  Il  quadro  dell’altare,  in  cui  è espressa  la  ss.  Trinità, 
è un  beU’affresco  di  Pietro  da  Cortona. 

Questa  cappella  contiene  un  altro  altare,  e su  di. esso  vedesi 
una  copia  in  musaico  della  famosa  deposizione  di  croce  del  Ca- 
ravaggio, che  osserveremo  nella  pinacoteca  Vaticana.  Le  due 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  469 

colonne  spirali  o vitinee,  di  marmo,  che  decorano  quest’altare, 
sono  simili  a'  quella  racchiusa  in  una  delle  due  cappelline  atti- 
nenti alla  cappella  della  Pietà,  ed  alle  altre  otto  che  adornano 
le  logge  dei  piloni  della  gran  cupola  (1). 

Innanzi  al  descritto  altare  è il  sepolcro  in  bronzo  di  Sisto  IV 
Della  Rovere,  morto  nel  1484.  Antonio  Pollaiolo,  autore  di  que- 
st’opera, immaginò  una  gran  cassa  quadrilunga,  ricca  di  ornati 
d’ogni  sorta,  e di  bassorilievi  rappresentanti  Virtù  e Scienze  ca- 
ratteristiche di  quel  pontefice,  la  cui  effigie  in  bassorilievo  scor- 
gesi  sul  coperchio  della  cassa  stessa. 

I bassorilievi  in  istucco  dorato,  che,  frammisti  ad  ornati  di  si- 
mile lavoro,  decorano  la  volta  di  questa  cappella,  rappresentano 
alquanti  fatti  del  vecchio  e nuovo  testamento,  e furono  condotti 
da  Giacomo  Perugino  coi  disegni  di  Pietro  da  Cortona  II  can- 
cello di  ferro,  ricoo  di  bronzi  dorati,  che  chiude  la  descritta  cap- 
pella, fu  ideato  dal  Borromini. 

Nella  cupola  che  precede  la  cappella  stessa,  si  osserva  rap- 
presentato il  mistero  dell’  Eucaristia,  tratto  dall' Apocalisse. 
Vedesi  pertanto  un  altare  con  fuoco  ardente,  e all’ intorno  santi 
adoratori,  aventi  nelle  mani  vasi  di  profumi.  I triangoli  e le 
lunette  contengono  pure  soggetti  allusivi  al  mistero  stesso.  Nei 
triangoli  vediamo,  Melchisedecco  che  offre  a Dio  il  pane  ed  il 
vino;  Elia  ristorato  col  cibo  dalV angelo;  un  sacerdote  ebreo  che 
dispensa  i pani  di  proposizione,  ed  Aronne  che  riempie  un  vaso 
di  manna  per  riporlo  nell' arca  del  testamento.  1 musaici  nelle 
lunette  sulla  cancellata,  esprimono  un  sommo  sacerdote  che  of- 
fre le  primizie  del  grano,  e Caleb  e Giosuè,  due  dei  dodiciesplo- 
ratori della  terra  promessa.  Nelle  lunette  a destra , veggonsi 
Giovata  che  gusta  il  miele  nella  foresta,  contro  il  divieto  del 
padre,  e l'idolo  di  Dagon,  caduto  in  pezzi  presso  l'arca  del  pat- 
to; in  quelle  a sinistra.  Isaia  a cui  un  angelo  monda  le  labbra 
con  un  carbone  ardente,  ed  Oza  colpito  da  Dio  colla  morte,  nel- 
l'atto di  voler  sostenere  l’arca  del  testamento.  I disegni  pe' de- 
scritti musaici  vennero  somministrati  dal  ricordato  Pietro  da 
Cortona,  e da  Raffaele  Vanni  da  Siena. 

Di  sotto  alla  terza  ed  ultima  arcata  di  questa  nave  minore,  è 
collocato,  sulla  destra,  il  monumento  sepolcrale  di  Gregorio 

(1)  Tntte  le  indicate  colonne,  insieme  ad  una  che  manca,  esistevano  già  nel- 
l'antica basilica,  e decoravano  la  cancellata  che  circondava  il  luogo  in  cui  esiste- 
va l’altare  sacro  a s. Pietro  unitamente  alla  Confessione:  su  di  essa  erano  collocate 
altrettante  statue  di  argento,  che  si  crede  rappresentassero  i dodici  apostoli.  Vuoisi 
che  le  suddette  colonne  appartenessero  al  tempio  di  Salomone;  ma  taluni  credono 
che  Costantino  le  facesse  trasportare  dalla  Grecia  a Roma. 


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•no 


Ottava  Giornata. 


XIII  Buoncompagni,  morto  nel  1685,  lavoro  di  Camillo  Rusconi. 
Il  pontefice  è rappresentato  sedente  in  atto  di  benedire,  e nei 
lati  della  sottostante  urna  veggonsi  le  statue  della  Religione  e 
della  Fortezza,  la  quale  va  alzando  il  lembo  d’una  gran  coltre, 
quasi  per  mostrare  ai  riguardanti  una  delle  più  utili  e grandi  im- 
prese operate  da  quel  papa,  la  riforma,  cioè,  del  calendario,  alla 
quale  allude  il  bassorilievo  scolpito  sulla  faccia  dell’urna. 

Incontro  osservasi  il  sepolcro  di  Gregorio  XIV  Sfrondati, 
mancato  ai  vivi  nel  1591.  Esso  va  adorno  di  due  statuine  in  mar- 
mo, cioè  la  Fede  e la  Giustizia,  mentre  il  resto  del  monumento 
è lavorato  in  iscagliola. 

Sboccando  da  questa  arcata,  viene  di  faccia  mi  altare  decorato 
con  due  colonne  di  cottanello,  su  cui  osservasi,  eseguito  in  mu- 
saico, il  capo  d’opera  di  Domenichino,  ossia  la  Comunione  di  s. 
Girolamo,  che  ammireremo  nella  pinacoteca  Vaticana.  — A de- 
stra si  pone  il  piede  nella 

CAPPELLA  GREGORIANA,  O DELLA  MyiON’NA. 

Questa  cappella,  ricca  di  preziosi  marmi,  fu  terminata  da  Gia- 
como Della  Porta,  regnando  Gregorio  XIII,  coi  disegni  lasciati 
dal  Bonarruoti.  L’altare  va  adorno  di  quattro  superbe  colonne, 
due  di  aflfricano  e due  di  verde  antico,  e vi  si  venera  un’  antica 
immagine  della  Madonna,  denominata  del  Soccorso. 

Alla  destra  di  questa  cappella  si  osserva  il  sepolcro  di  Grego- 
rio XVI,  eretto  a spese  dei  cardinali  da  lui  creati,  ed  eseguito 
dallo  scultore  Luigi  Amici,  romano.  La  statua  sull’alto  rappre- 
senta il  pontefice,  e le  due  collocate  lateralmente  per  di  sotto 
esprimono  la  Prudenza  e la  Sapienza.  Il  bassorilievo  ricorda  la 
concessione  di  missionarii,  fatta  da  esso  papa,  ad  alcuni  paesi 
infedeli,  per  la  propagazione  della  fede. 

I musaici  della  cupola,  rappresentanti  emblemi  allusivi  a 
Maria  Vergine,  diresseli  il  Monosilio.  I santi  dottori  Gregorio 
Magno,  Girolamo,  Gregorio  Naztanteno  e Basilio,  che  veggonsi 
nei  triangoli,  furono  eseguiti  in  musaico  sui  cartoni  di  Niccolo 
La-Piccola.  I disegni  poi  per  V annunciazione  di  Maria  Ver- 
gine , espressa  nelle  lunette  sull'  altare,  e per  i profeti  Ezechiello 
ed  Isaia,  nelle  lunette  a destra,  diedeli  il  Mudano. 

Procedendo  verso  la  navata  di  crocera,  s’ incontra  a destra  i^ 
grandioso  deposito,  fregiato  di  belli  marmi  colorati,  eretto  a 
Benedetto  X IV  Lambertini,  che  usci  di  vita  nel  1158.  La  statua 
del  papa,  che  ritta  sulla  persona  è in  atto  di  benedire,  riesce  di- 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  471 

gnitosa  ed  animatissima,  e ti  fa  conoscer  tosto  l’ indole  risoluta 
di  Benedetto,  e gli  alti  e generosi  suoi  spiriti;  e siccome!'  fu  sa- 
pientissimo e disinteressato,  perciò  appunto  il  Bracci,  autore  di 
questo  monumento,  vi  collocò  nei  lati  le  statue  di  esse  Virtù, 
delle  quali  però,  quella  rappresentante  il  Disinteresse  fu  scolpita 
da  Gaspare  Sibilla. 

Incontro  a questo  sepolcro  si  trova  l'altare  di  s.  Basilio  Magnò, 
il  cui  quadro  in  musaico,  fiancheggiato  da  due  colonne  di  mar- 
mo bigio  affricano,  fu  copiato  sul  dipinto  del  Subleyras  che  os- 
servammo in  s.  Maria  degli  Angeli.  — Di  quivi  si  entra  nel 

BRACCIO  SETTENTRIONALE  DELLA  NAVE 

DI  CROCERA.  , 

In  fondo  a questo  braccio  della  crocera,  esistono  tre  altari  in 
tutto  simili  a quelli  del  braccio  opposto.  Il  quadro  in  musaico 
dell’altare  di  mezzo  rappresenta  il  martirio  dei  ss.  Processo  e 
Martiniano,  di  M.r  Valentin.  Quello  dell’altare  a sinistra  offreci 
il  martirio  di  s.  Erasmo,  del  Pussino;  e gli  originali  di  ambedue 
questi  musaici  sono  nella  pinacoteca  Vaticana.  I,’  altare  a destra 
contiene  un  musaico  copiato  da  un  originale  di  Angelo  Caro- 
selli, ed  ha  per  soggetto  s.  Venceslao  re  di  Boemia. 

La  grande  volta  sotto  cui  trovansi  i suindicati  altari,  è deco- 
rata come  quella  che  ricopre  l’ emiciclo  dell’altro  braccio  di  que-  . 
sta  nave  di  crocera.  Le  composizioni  dei  bassorilievi  furono  tratte 
dagli  arazzi  di  Raffaello  nel  Vaticano,  ed  esprimono  s.  Pietro 
nella  prigione  liberato  dall’angelo;  s.  Paolo  predicante  nell’Areo- 
pago, ed  i ss.  Paolo  e Barnaba  presi  per  Dei  dal  popolo  di  Listri. 

Le  due  statue  situate  nelle  nicchie  presso  i ricordati  altari, 
rappresentano  s.  Girolamo  Emiliani,  del  Bracci,  e s.  Giuseppe 
Calasanzio,  dello  Spinazzi.  Nelle  altre  due  nicchie  veggonsi  le 
statue  di  s.  Gaetano,  del  Monaldi,  e quella  di  s.Brunone,  di  M.r 
Slodtz,  la  quale  è degna  di  molta  lode,  sì  per  la  sua  espressione 
e naturalezza,  e sì  ancora  pel  bello  stile  con  cui  è condotta. 

Sotto  l’arcone,  pel  quale  di  quivi  si  passa  agli  altari  di  s.  Pe- 
tronilla e di  s.  Michele,  signoreggia  sulla  destra  il  maraviglioso 
mausoleo  di  Clemente  XIII,  Rezzonico,  morto  nel  1769,  opera 
del  celebre  Canova.  In  questo  monumento  primeggiano  tre  gran- 
di statue,  cioè:  il  pontefice  ginocchioni  in  atto  di  fervida  pre- 
ghiera, la  Religione  colla  croce,  ed  il  genio  della  Morte,  seduto 
allato  all’urna  sepolcrale.  Nello  specchio  di  questa  Bono  scol- 
pite di  bassorilievo  due  figure  sedenti,  la  Carità  e la  Fortezza: 


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Ottava  Giornata. 


in  fine  si  ammirano  due  leoni,  accovacciati  sullo  zoccolo,  sim- 
boleggianti  la  vigorìa  d’animo  del  pontefice,  e sono  i più  belli 
leoni  che  si  abbiano  di  moderna  scultura. 

Incontro  al  descritto  monumento  avvi  un  altare,  decorato  con 
due  colonne  impellicciate  di  giallo  di  Siena.  Su  di  esso  scorgesi 
un  musaico  copiato  da  un  affresco  di  Lanfranco,  rappresentante 
la  navicella  di  s.  Pietro  sul  punto  di  sommergersi,  e Gesù  che  si 
fa  in  aiuto  di  quell’  apostolo. 

Passando  ora  nell’  ultima  cappella,  viene  di  prospetto  l’ alta- 
re di  s.  Petronilla,  il  quale  va  adorno  di  due  pregevoli  colonne 
di  granito  rosso.  Il  quadro  in  musaico  che  su  di  esso  ammirasi 
esprime,  nella  parte  inferiore,  il  disotterramento  del  corpo  della 
santa  per  mostrarlo  a Fiacco  che  aveala  chiesta  in  isposa;  e nella 
parte  superiore,  rappresenta  la  santa  stessa  accolta  in  gloria  dal 
divin  Redentore.  In  questo  musaico,  eccellente  lavoro  del  cav. 
Fabio  Cristofari,  è così  ben  conservato  il  carattere  e lo  stile  dello 
stupendo  dipinto  di  Quercino,  che  par  di  vedere  l’originale  stes- 
so che  osservammo  nella  galleria  del  Campidoglio,  ed  è senza 
dubbio  il  più  bello  dei  musaici  del  tempio  Vaticano. 

L’altare  a destra,  ricco  di  quattro  belle  colonne,  due  assai 
grandi  di  granito  bigio  e due  minori  di  porta  santa,  ha  per  di 
sopra  la  copia  in  musaico  del  celebre  s.  Michele  arcangelo  di 
Guido  Reni,  esistente  nella  chiesa  de’ cappuccini. 

I musaici  della  soprastante  cupola  furono  eseguiti  suidisegni 
del  Ricciolini  e rappresentano  alquanti  angeli  sostenenti  meda- 
glioni. Nei  triangoli  veggonsi,  s. Leone  I,  del  Romanelli;  s. Ber- 
nardo, del  Pellegrini;  s.  Dionigi,  dell'  Abbatini,  e s.Flaviano, 
del  Socchi;  tutti  condotti  in  musaico  dal  Calandra.  Nelle  lu- 
nette sull'  altare  di  s.  Michele  sono  rappresen  tati,  Elia  risto- 
rato col  cibo  da  un  angelo , e Tobia  guidato  dall' arcangelo  Raf- 
faele. Nelle  altre  due  lunette  si  osserva  s.  Pietro  che  battezza 
s.  Petronilla,  e s.Nicodemo  che  la  comunica:  ì disegni  di  questi 
musaici  appartengono  al  Benefiale  ed  al  Lamberti. 

Finalmente  sotto  l’ arcone  pel  quale  da  questo  lato  si  va  alla 
tribuna,  incontrasi  a destra  il  sepolcro  di  Clemente  X Altieri, 
mancato  ai  vivi  nel  1676;  monumento  eseguito  da  diversi  artefici 
sul  disegno  di  Mattia  Rossi.  La  statua  sedente  del  papa  è di  Er- 
cole Ferrata,  la  Clemenza,  del  Mazzuoli,  la  Benignità,  del  Mo- 
relli, ed  il  bassorilievo,  esprimente  l’apertura  della  porta  santa 
nel  giubileo  del  1675,  è del  Loti. 

II  quadro  in  musaico  dell’altare  incontro  al  descritto  monu- 
mento, ci  presenta,  con  grandiosa  composizione,  un  miracolo 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  "Vaticano . 473 

operato  da  s.  Pietro,  cioè  quando  risuscitò  in  loppe  la  vedova 
Tabita:  tale  musaico,  fiancheggiato  da  due  colonne  di  granito 
bigio,  fu  copiato  sull'  originale  di  Placido  Costanzi,  che  vedesi 
nella  Chiesa  di  a.  Maria  degli  Angeli. 

SOTTERRANEO  DELLA  BASILICA  (I). 

Allorquando  venne  costruita  la  nuova  basilica,  fu  comandato 
agli  architetti  di  non  toccare  il  pavimento  dell’antica.  Si  lasciò 
quindi  uno  spazio  di  circa  3 metri  e mezzo  fra  l’ antico  ed  il  nuo- 
vo pavimento  della  basilica,  e per  sostenere  quest’ultimo  si  eres- 
sero archi  e piloni:  è appunto  l’indicato  spazio  quello  che  viene 
detto  il  Sotterraneo  o le  Grotte  di  s.  Pietro. 

In  questo  sotterraneo  sono  quattro  cappelline  rispondenti  ai 
quattro  piloni  della  gran  cupola,  le  quali  vennero  erette  coi  di- 
segni del  Bernini,  ed  i loro  altari  hanno  i quadri  in  musaico, 
copiati  dagli  originali  di  Andrea  Sacchi. 

Entrando  nel  corridoio  circolare  si  osserva  la  cappella  della 
Confessione,  foggiata  a guisa  di  croce  latina,  e rispondente  sotto 
l’altar  maggiore  della  nuova  basilica.  Clemente  Vili  fece  deco- 
rare questa  cappella  con  fini  marmi,  con  istucchi  dorati,  e con 
‘ÌA  bassorilievi  in  bronzo , esprimenti  parecchi  tratti  della  vita 
dei  santi  Pietro  e Paolo  ; e sull’  altare  si  venerano  le  antiche 
immagini  di  essi  apostoli,  dipinte  su  lastre  di  argento.  Questo 
altare  è in  venerazione  somma,  perchè  sta  collocato  Bui  sepolcro 
del  principe  degli  apostoli. 

In  tutto  il  rimanente  di  questo  vastissimo  sotterraneo  si  veg- 
gono molti  sepolcri,  fra’  quali  distinguonsi  quelli  dell’imperatoré 
Ottone  II,  di  Carlotta  regina  di  Gerusalemme  e di  Cipro , d’un 
gran  maestro  dell’  ordine  di  Malta,  di  Giacomo  III,  Stuardo,  re 
d’Inghilterra,  e dei  papi  Adriano  IV,  Bonifacio  Vili,  Niccolò  V, 
Urbano  VI,  e Pio  II.  Vi  si  osservano  anche  molte  statue,  al- 
quanti bassorilievi,  musaici,  pitture,  iscrizioni'  ed  altri  monu- 
menti sacri,  preziosi  avanzi  dell’antica  basilica,  che  rendono 
queste  grotte  assai  ragguardevoli  ed  interessanti.  — Facendo 
ritorno  nella  chiesa^  passeremo  ad  osservare  la 

SACRESTIA  DELLA  DESCRITTA  BASILICA. 

Questo  sontuoso  edilìzio  fu  eretto  pei*  ordine  di  Pio  VI,  con 
architetture  di  Carlo  Marchionni.  Entrandovi  dalla  porta  che  ri- 

(1)  Per  essere  condotti  a viaitare  questo  iotterraneo  fa  d'uopo  dirigersi  nella  sa- 
crestia della  basilica. 


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474 


Ottava  Giornata. 


mane  presso  la  cappella  Clementina,  e sopra  cui  già  osservammo 
il  sepolcro  di  Pio  Vili,  si  trova  subito  un  grazioso  vestibolo  de- 
corato con  quattro  colonne  e due  pilastri  di  granito  rosso  orien- 
tale. In  esso  si  osserva  la  marmorea  statua  colossale  di's.  An- 
drea, la  quale  era  posta  nell’  antica  basilica,  e dai  lati,  presso 
l’ingresso,  veggonsi  le  statue  dei  ss.  Pietro  e Paolo,  scolpite  da 
Mino  da  Fiesole  per  comando  di  Pio  II,  che  fecele  collocare  in- 
nanzi all’  antica  basilica.  Furono  esse  dipoi  situate  agli  angoli 
della  scala  per  cui  si  ascende  alla  nuova  chiesa,  ove  rimasero 
fino  a che  vennero  loro  sostituite  le  altre  già  da  noi  osservate. 
Dal  vestibolo  si  passa  in  tre  belle  gallerie,  adorne  con  colonne 
di  marmo  bigio  e pilastri  di  verde  affricano,  e nelle  quali  esistono 
diverse  iscrizioni  antiche  e moderne,  come  pure  alquanti  busti  di 
papi.  La  prima  delle  suddette  gallerie,  conducente  alla  sacrestia 
de’ benefiziati,  comunica  colla  seconda,  in  mezzo  a cui  sono  due 
porte,  delle  qiiali,  quella  a destra  mette  nella  sacrestia  comune, 
l’ altra  in  prospetto  conduce  in  istrada  mediante  una  bella  scala 
a due  rampe , nel  cui  ripiano  è collocata  la  statua  di  Pio  VI , 
scolpita  da  Agostino  Penna.  Dalla  seconda  galleria  si  entra  nella 
terza,  parallela  alla  prima,  e che  conduce,  a diritta,  nella  sacre- 
stia dei  canoiiici,  ed  a sinistra,  nella  cappella  del  coro. 

Sacrestia  comune.  — Questa  Bacrestia,  che  rimane  nel  mezzo, 
è di  forma  ottagona,  ha  15  met.  e 50  cent,  di  diametro,  e co- 
munica colle  altre  due  sacrestie  già  suindicate.  Essa  ha  la  sua 
cupola , e rimane  decorata  da  8 pilastri  piegati  e scanalati  di 
giallo  di  Siena, *e  da  8 colonne  di  bigio  antico,  pure  scanalate. 
La  cappella  di  questa  sacrestia  ha  quattro  colonne  scanalate  di 
bardiglio  di  Carrara;  ed  il  quadro  dell’altare,  rappresentante  la 
deposizione  di  croce,  fu  colorito  da  Lorenzo  Sabatini  sul  dise- 
gno del  Bouarruoti.  — A sinistra  è la  porta  della 

Sacrestia  de'  canonici.  — Essa  contiene  bellissimi  armadi  im- 
pellicciati di  legno  del  Brasile;  e sull’altare  dell’annessa  cap- 
pella, decorato  Con  due  colonne  di  alabastro,  si  ammira  un  qua- 
dro del  Fattore,  scolare  di  Raffaello,  rappresentante  la  Madonna 
col  Bambino,  s.  Anna,  ed  i ss.  Pietro  e Paolo.  Incontro  all’al- 
tare si  vede  un  bel  dipinto  di  Giulio  Romano,  esprimente  la  No- 
stra Donna,  Gesù  Bambino  e s.  Giovanni.  'Superiormente  alla 
porta  ed  alla  finestra  sono  due  pitture  di  Ant.  Cavallucci. — Uscen- 
do dalla  cappella  si  passa  nella 

Sala  capitolare.  — Ri  questa  sala,  oltre  una  statua  di  s.  Pie- 
tro scolpita  in  marmo,  veggonsi  alquanti  belli  dipinti  a fresco  e 
ad  olio.  I primi  appartengono  a Melozzo  da  Forlì,  o secondo  al- 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  475 

tri  al  Mantegna,  o quasi  tutti  rappresentano  angeli  che  suonano 
istrumenti  diversi.  Gli  altri  sono  pregiatissimi  lavori  di  Giotto 
da  Bondone,  eseguiti  d’ordine  del  card.  Stefaneschi.per  l’ antica 
basilica.  — Tornando  nella  sacrestia  comune,  passeremo  a ve- 
dere nell’altro  lato  la 

Sacrestia  dei  benefiziati.  — Questa  è in  tutto  simile  a quella 
de' canonici;  e sull’altare  della  cappella  si  scorge  un  quadro  di 
Girolamo  Muziano,  rappresentatavi  la  podestà  delle  chiavi.  In- 
contro è collocata  l’antica  immagine  della  Madonna,  detta  della 
Febbre , che  si  venerava  entro  la  sacrestia  antica.  Le  pitture  sulla 
porta  e sulla  finestra  sono  di  Antonio  Cavallucci. 

Dopo  questa  sacrestia  viene  la  sala  del  vestiario  dei  chierici 
benefiziati,  nella  quale  veggonsi  alcuni  quadri;  opere  dell’  Ab- 
batini, del  Muziano,  e di  Ugo  da  Carpi.  Una  parete  poi  di  que- 
sta sala  rimane  occupata  da  un  immenso  armadio  fatto  fare  da 
Clemente  XI  per  custodirvi  le  ricche  argenterie  che  possedevansi 
dalla  basilica.  Il  descritto  edifizio,  indipendentemente  da  un  gran- 
de numero  di  altre  camere,  destinate  ad  usi  diversi,  comprende 
un  magnifico  alloggio  pei  canonici  e pei  benefiziati,  ove  ciascu- 
no di  essi  ha  parecchie  camere  a propria  disposizione.  — Rien- 
trando in  chiesa,  e passando  per  la  porta  che  apresi  sotto  il  se- 
polcro della  regina  d’Inghilterra,  si  ascende  alle 

PARTI  SUPERIORI  DELLA  BASILICA  VATICANA. 

Niuno  può  certamente  formarsi  una  giusta  idea  dell'immenso 
edifizio  di  questa  basilica,  senza  visitarne  le  parti  superiori.  La 
scala  a chiocciola  per  cui  si  ascende  agiatamente  fino  al  vastis- 
simo ripiano  o lastrico  che  cuopre  la  basilica,  si  compone  di  142 
cordoni,  alti  appena  pochi  centimetri. 

.L’osservatore,  giunto  al  suddetto  ripiano  si  trova,  per  così 
dire,  in  una  città  pensile.  Egli  osserva  da  vicino  l'opera  la  più 
ardimentosa  e la  più  sorprendente  della  moderna  architettura, 
cioè,  la  grande  cupola,  ideata  da  Michelangelo,  la  quale,  secondo 
il  concetto  di  quel  sovrano  ingegno,  doveva  essere  ornata  con  16 
statue  di  profeti,  collocate  sui  controforti  del  tamburo,  la  fronte 
de’  quali  rimane  decorata  di  due  colonne  corintie  in  travertino, 
della  qual  pietra  è intieramente  rivestito  esso  tamburo.  Dai  lati 
della  cupola  grande  sorgono  le  due  minori  cupole  ottagone, 
opere  del  Yignola,  da  cui  vi  furono  aggiunte  a solo  oggetto  di 
comporre,  coila  grande  cupola  ed  il  prospetto,  un  bell’insieme 
piramidale,  non  corrispondendo  affatto  nell’interno  della  basilica. 


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Ottava  Giornata. 


Le  due  cupole  minori  si  elevano  dal  grande  ripiano  per  ben  44 
met.  e 50  c.,  e dal  piano  stesso  sino  alla  cima  della  croce  che 
sormonta  l’opera  gigantesca  del  Bonarruoti,,si  contano  93  metri. 

Entrando  nei  corridoi  praticati  nel  basamento  della  gran  cu- 
pola, si  giunge  subito  al  primo  cornicione,  largo  2 metri  circa, 
e munito  con  ringhiera  di  ferro,  il  quale  forma  la  corona  della 
cupola  stessa.  Di  quivi  l’ osservatore  può  spingere  gli  sguardi 
nell’interno  del  tempio,  nè  può  astenersi  da  un  nuovo  moto  di 
sorpresa,  per  non  dire  di  paura.  Si  ascende  poi  al  secondo  cor- 
nicione, e quindi  si  comincia  a salire  fra  la  doppia  superficie  della 
calotta  della  cupela,  sino  a che  siasi  pervenuti  all’  esterna  rin- 
ghiera che  gira  intorno  alla  lanterna.  Da  cori  elevato  luogo  lo 
sguardo  degli  osservatori  si  stende  su  tutta  la  campagna  roma- 
na, fino  al  mare.  Tuttavia  si  prosegue  a salire,  e si  giunge  ad 
una  piccola  galleria  circolare  sottostante  al  collo  della  palla;  la 
quale  galleria  rimane  circondata,  all’esterno,  da  una  balaustrata 
adorna  di  candelabri,  e dicesi  giro  dei  candelabri.  Ivi  esiste  una 
scala  perpendicolare,  mediante  la  quale  si  può  ascendere  fin  den- 
tro la  palla  di  bronzo,  che  ha  2 met.  e 44  c.,  di  diametro,  e 
può  contenere  sino  a 16  persone.  Al  di  fuori  di  essa  v’è  una  sca- 
letta di  ferro  per  andare  sino  alla  sommità  della  croce,  la  quale 
è alta  4 met.  e 20  c.,  compresovi  il  piede. 

Si  discende  in  seguito,  e si  va  nella  sala  detta  dei  modelli,  per 
ivi  osservare  il  modello  in  legno  della  gran  cupola  di  Michelan- 
gelo, come  pure  quello  dell’intera  basilica  Vaticana,  conforme 
ebbela  immaginata  Antonio  da  s.  Gallo. 

Tornando  in  chiesa  ed  uscendone  per  la  porta  detta  di  s.  Mar- 
ta, che  si  apre  sotto  il  sepolcro  di  Alessandro  VII,  si  scorge  la 
magnifica  struttura  esteriore  della  basilica,  rivestita  interamente 
di  travertini.  Sopra  uno  zoccolo  sorgono  76  pilastri  intieri  e 152 
mezzi  pilastri  di  un  ordine  misto,  ma  con  capitelli  corintii;  e la 
loro  altezza,  compresivi  la  base  ed  il  capitello,  ascende  a27  met. 
e 45  centimetri.  I diversi  piani  rimangono  divisi  da  nicchie,  da 
logge,  e da  ampie  finestre,  e,  secondo  l’idea  di  Michelangelo,  che 
diede  il  disegno  di  questa  decorazione,  una  balaustrata  doveva 
coronare  l’intero  edilìzio.  — Ivi  presso  è la  chiesa  di  s Marta, 
come  pure  si  trovano  il  seminario  di  s.  Pietro  e la  zecca. 

Quantunque  compiuta  la  descrizione  della  basilica  Vaticana, 
stimiamo  a proposito  porre  qui  sott’occhio  l’enumerazione  com- 
plessiva de’suoi  altari  e delle  principali  sue  decorazioni: 


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Basilica  di  s.  Pietro  in  Vaticano.  477 

ALTARI. 

Nella  basilica N.®  30 

Nella  chiesa  sotterranea » 11 

Nella  sacrestia » 3 

Totale.  . . N.®  * 44 

COLONNE  DI  MARMI  DIVERSI. 

Entro  la  basilica N.°  144 

Nel  sotterraneo.  . . ; » 16 

Nel  portico  » 26 

Alle  porte  dei  portici  salienti » 4 

Alla  statua  equestre  di  Carlo  Magno » 1 

Nella  sacrestia  e suoi  annessi » 38 


Totale.  . . N.°  229 
Fra  tutte  queste  colonne  le  più  pregiate  sono:  10  di  alabastri 
diversi,  16  di  cipollino,  44  di  cottanello,  10  di  giallo  antico,  28  di 
granito  bigio  orientale,  10  di  granito  rosso,  pure  orientale,  12  di 
paonazzetto,  4 di  porfido  rosso,  4 di  verde  antico,  ed  8 di  diffe- 
renti specie  di  porta  santa. 

COLONNE  DI  TRAVERTINO. 

• 

Al  colonnato  della  piazza  ellittica N.*  284 

Alla  facciata  della  basilica » 8 

Alla  loggia  di  Carlo  Magno » 4 

Ai  balconi  esterni » 56 

Alla  loggia,  detta  della  benedizione » 4 

Ai  vestiboli  della  suddetta  loggia » 8 

All’esterno  della  gran  cupola ‘ . » 64 

Idem  delle  cupole  minori '.  . » 48 

Idem  della  sacrestia 27 

Totale.  . . N ° 503 

COLONNE  DI  BRONZO. 

Colonne  spirali  all’altar  maggiore N 4 

Colonne  incrostate  di  lapislazzuli  al  tabernacolo  » 12 

Totale.  . . N.®  16 

Riunite  insieme  tutte  le  suddette  colonne,  ascen- 
dono a N.®  748 


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478  Ottava  Giornata. 

STATUE. 

Di  bronzo N.®  40 

» marmo  .......  » 98 

» travertino » 161 

» .stucco » 90 


Totale.  . . N.°  389 

In  fine  le  lampade  che  ardono  di  continuo  nella  basilica,  com- 
presevi quelle  nelle  grotte,  ascendono  a 121. 

• • 

PALAZZO  DEL  VATICANO. 

È cosa  certa,  che  Carlomagno  dimorò  lungamente  nel  palazzo 
congiunto  alla  chiesa  di  s.  Pietro,  allorquando  ricevette  la  co- 
rona imperiale  per  mano  di  s.  Leone  III;  ma  non  si  sa  l’epoca 
precisa  in  cui  questo  palazzo  venne  eretto  in  origine.  È proba- 
bile, che  dal  tempo  di  Costantino,  il  quale  fece  fabbricare  la  ba- 
silica, fosse  dato  al  papa  alcuno  degli  edifizi  dei  giardini  di  Ne- 
rone, perchè  gli  servisse  di  abitazione,  quando  doveva  uffiziare 
nella  chiesa  stessa.  Sembra  che  questo  primitivo  palazzo  si  tro- 
vasse in  istato  di  rovina  nel  secolo  XII,  giacché  papa  Celestino 
111  fecelo  riedificare,  circa  il  1192.  Niccolò  III  lo  ampliava  di 
molto,  nel  1278.  Gregorio  XI,  avendo  riportato  in  Roma,  da  Avi- 
gnone, il  seggio  pontificale,  abitò  esso  palazzo,  ed  ivi  si  tenne, 
la  prima  volta,  conclave  nel  1378.  Nel  novero  dei  papi  che  in- 
grandirono ed  abbellirono  quest’  edilìzio,  vuoisi  ricordare  in  ispe- 
cie  Giulio  II,  il  quale  chiamò  da  Firenze  Raffaello  da  Urbino,  e 
gli  commise  di  dipingere  quattro  camere,  da  tutti  conosciute 
perchè  pigliano  il  nome  dal  celebre  artefice.  Leone  X,  succes- 
sore di  Giulio,  fece  erigere  nel  cortile,  detto  di  s.Damaso,  dal 
lato  che  guarda  la  città,  i tre  ordini  di  portici  con  architetture 
del  medesimo  Raffaello,  il  quale  li  ornò  di  stucchi  e di  pitture, 
per  cui  furono  chiamati  Logge  di  Raffaele.  Paolo  III,  Pio  IV  e 
Gregorio  XIII  procurarono  l’ampliamento  di  questo  palazzo.  Si- 
sto V vi  fece  costruire  il  corpo  principale  della  biblioteca  attuale, 
come  pure  quella  parte  del  palazzo  che  forma  l’ala  orientale  del 
cortile  di  san  Damaso,  la  quale  rimase  compiuta  da  Clemente 
Vili  e da  Paolo  V.  Da  quel  tempo  altri  papi  vi  apportarono  di- 
versi ristauri  ed  abbellimenti;  ma  si  può  affermare  che  tale  edi- 
fizio  non  ebbe  il  suo  perfezionamento  se  non  che  dai  papi  Pio  VI, 
e VII;  giacché  il  primo  di  essi  v’accrebbe  un  superbo  fabbricato 


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479 


Palano  del  Vaticano. 

per  ampliare  il  museo,  cominciato  da  Clemente  XIV,  e l’altro, 
dopo  avere  ingrandita  questa  stupenda  fabbrica,  e dopo  averla  • 
maggiormente  arricchita  di  antichi  monumenti,  vi  aggiunse  una 
magnifica  galleria,  conosciuta  col  nome  di  Braccio  Nuovo.  Gre- 
gorio XVI  formò  due  altri  musei,  uno  pei  monumenti  etruschi, 
l’altro  per  quelli  egizi. 

Questo  immenso  edifizio  può  dirsi  una  riunione  di  parecchi 
palazzi,  e quantunque  la  sua  architettura  non-eia  nè  simmetrica, 
nè  regolare,  essendo  stato  eretto  in  epoche  diverse,  tuttavia  si 
rende  osservabilissimo  come  quello  che  comprende  l’opera  di  , 
molti  celebri  architetti,  fra’quali  sono  Bramante,  Raffaello,  Pirro 
Ligorio.  Domenico  Fontana,  Carlo  Maderno,  Bernini  e lo  Sterri. 

Tale  edifizio  ha  tre  piani  che  contengono  parecchi  apparta- 
menti, un  infinito  numero  di  grandi  sale,  di  camere,  di  gallerie, 
d’ampie  cappelle,  di  corridoi  immensi,  una  magnifica  biblioteca, 
uno  sterminato  museo  fed  un  vaghissimo  giardino;  di  più  com- 
prende in  sè  venti  cortili,  otto  grandi  scale,  e circa  duecento 
altre  minori  per  gli  usi  interni.  Si  pretende  poi  che  il  palazzo 
abbia  undicimila  camere. 

Dopo  questi  pochi  cenni  intorno  alla  edificazione  di  qifesto 
immenso  palazzo  Vaticano,  ci  faremo  ad  osservarne  le  parti  prin- 
cipali, cominciando  dalla  scala  maggiore,  detta  comunemente 
Regia,  la  quale  rimane  nel  fondo  del  grande  ambulacro  saliente, 
che  forma  seguito  al  colonnato,  a destra  di  chi  procede  verso  la 
basilica.  La  porta  per  cui  si  entra  in  questo  ambulacro  ha  le  im- 
poste di  bronzo. 

SCALA  REGIA. 

Questa  scala  nobile  principia  da  uno  dei  due  vestiboli  che  si 
aprono  nelle  estremità  del  portico  della  basilica,  cioè  da  quello  in 
cui  esiste  la  statua  equestre  di  Costantino.  Essa  conduce  al  primo 
piano  del  palazzo,  e viene  chiamata  Regia,  perchè  mette  capo 
direttamente  al  grande  salone  di  onore,  detto  Sala  Begia,  che 
serve  come  di  vestibolo  alle  cappelle  Sistina  e Paolina  (1).  La 
scala  in  discorso,  eretta  dal  Bernini,  d'ordine  di  Alessandro  VII, 
è un  capolavoro  di  quel  grande  ingegno,  giacché  egli,  di  mezzo 
a vecchi  edifizi  ed  entro  uno  spazio  assai  angusto,  seppe  ritrarre 
un  mirabile  partito.  La  scala  ha  due  branchi,  il  primo  de’ quali, 
che  rimane  fiancheggiato  da  colonne  ioniche  isolate,  forma  una 

(1)  L'ingresso  che  da  questa  parte  mette  direttamente  alla  Sala  Begia,  non  è 
aperto  se  non  che  alcuni  giorni  di  grandi  solennità. 


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480  Ottava  Giornata. 

stupenda  prospettiva:  il  secondo  branco  è decorato  di  pilastri,  e 
questi  e quelle  sostengono  la  volta  elegantemente  ornata  con 
un  bello  scomparto  di  cassettoni. 

Tornando  a piè  dell’ambulacro  saliente  per  dove  già  passam- 
mo, troveremo  da  un  lato  la  grandiosa  e bella  scala  fatta  co- 
struire, nel  1860,  dal  pontefice  Pio  IX,  con  architetture  di  Fi- 
lippo Martinucci.  Questa  scala  conduce  al  cortile,  detto  di  x. 
Damaso,  circondato  dalle  logge  di  Raffaello,  ove  in  passato  si 
giungeva  per  una  incomoda  cordonata  scoperta,  è quindi  espo- 
sta al  sole  ed  alla  pioggia. 

LOGGE  DI  RAFFAELE. 

Appena  si  entra  nel  cortile  di  s.  Damaso,  non  si  può  non  ri- 
manere sorpresi  all’aspetto  imponente  che  presentano  le  tre  ale 
del  palazzo  Vaticano,  coi  loro  tre  bellissimi  ordini  di  logge,  che 
circondano  con  tanta  eleganza  i tre  lati  del  medesimo  cortile,  il 
quale  può  dirsi  veramente  maestoso  e sorprendente. 

Papa  Paolo  II  aveva  fatto  decorare,  da  Giuliano  da  Maiano, 
comportici  a più  ordini  il  prospetto  del  palazzo  in  discorso  dalla 
parte  cha  guarda  verso  la  città.  Il  sublime  genio  però  di  Giulio 
II,  trovando  che  tale  decorazione  riusciva  meschina,  la  fece  de- 
molire, e commise  al  celebre  Bramante  di  erigere  ima  nuova 
facciata;  ma,  mancato  ai  vivi  quel  pontefice,  e seguita  indi  a po- 
co la  morte  di  Bramante,  il  nobile  divisamente  fu  mandato  ad 
effetto  dalla  munificenza  di  Leone  X,  che  ordinò  a Raffaello  di 
erigere  l’edifizio  colla  maggior  possibile  magnificenza,  decoran- 
dolo con  pitture  e stucchi.  Il  sublime  artefice  pertanto  fu  que- 
gli che  inalzò,  dal  lato  verso  la  città,  e superiormente  al  piano 
terreno  già  fabbricato,  i tre  ordini  di  logge.  I primi  due  di  essi 
si  dividono  in  arcate  con  pilastri,  dorici  nell’  ordine  primo,  e io- 
nici nel  secondo;  il  terz’ordine  è decorato  con  colonne  composi- 
te, sorreggenti  un  architrave.  In  seguito  Gregorio  XIII  ed  i suoi 
successori  fecero  erigere  le  altre  due  ale,  seguendo  l’elegante 
architettura  di  quella  edificata  coi  disegni  di  Raffaello,  ed  è per 
ciò  che  tutte  tre  le  ale  hanno  la  denominazione  di  Logge  di  Raf- 
faele. All’esterno  sono  esse  costrutte  per  intero  in  travertino: 
ciascuno  dei  due  primi  ordini  è diviso  in  32  arcate,  13  delle  quali 
costituiscono  l’ala  che  guarda  la  città,  8 spettano  all’ala  incon- 
tro, ed  11  a quella  di  mezzo.  L’ordine  terzo,  sebbene  non  pre- 
senti le  arcate  come  i due  precedenti,  nulladimeno  conserva  an- 
ch’esso  la  soprindicata  divisione.  Le  grandi  vetrate  le  quali  chiu- 


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Logge  di  Raffaele.  481 

dono  esse  logge  si  debbono,  quasi  per  intero,  alla  munificenza 
del  pontefice  Pio  IX,  che  fece  pure  costruire  il  portico  del  quar- 
to, lato  di  questa  corte,  ossia,  quel  portico  a pian  terreno  ove 
sbocca  la  scala  per  cui  siamo  venuti. 

Il  cortile  racchiuso  fra  tali  logge,  è detto  di  s.Damaso  a causa 
di  una  fontana  d’ acqua  eccellente,  le  cui  sorgive,  esistenti  a cir- 
ca un  miglio  fuori  la  moderna  porta  Cavalleggeri,  vennero  al- 
lacciate in  un  acquidotto  da  papa  s.Damaso  I. 

Fimi’  ORDINE  DELLE  LOGGE  DI  RAFFAELE. 

Per  dire  ora  due  parole  sulla  decorazione  di  questo  prim’  or- 
dine di  logge,  faremo  osservare  innanzi  tutto,  che  la  prima  ala, 
quella  cioè  che  prospetta  la  grande  galleria  delle  iscrizioni,  fu 
ornata,  sotto  Leone  X,  con  differenti  pitture  decorative  eseguite 
da  Giovanni  da  Udine,  coi  disegni  di  Raffaello.  Essi  dipinti  con- 
sistono, nelle  volte  delle  arcate,  in  superbi  scomparti  di  casset- 
toni, ora  quadri,  ora  romboidi:  in  mirabili  prospettive  archi- 
tettoniche;  in  magnifici  cocchi  di  verdure,  ove  appariscono  fiori 
ed  uve  le  più  svariate,  ed  uccelli  di  ogni  specie.  Le  pareti  poi, 
le  lunette  ed  i pilastri  furono  abbelliti  di  delicatissimi  ornati;  ma 
di  tutte  queste  pitture  non  restavano  se  non  che  quelle  delle  lu- 
nette, assai  guaste  e deteriorate  dal  tempo,  perciò  il  pontefice 
Pio  IX  ordinava  che  la  decorazione  di  quest’  ala  di  logge  fosse 
rimessa  interamente  a nuovo.  A tal’uopo  venne  scelto  il  rinomato 
artista  Alessandro  Mantovani,  il  quale  mandò  lodevolmente  ad 
effetto  il  divisamente  del  Santo  Padre,  ristaurando  gli  affreschi 
nelle  volte  delle  arcate,  e decorando  di  nuove  pitture  ornative 
tutte  le  altre  parti  di  quest’ala  di  logge:  in  tale  occasione  vi  fu 
posto  il  busto  di  Gio.  da  Udine,  scolpito  in  marmo  dalLuceardi. 

L’ ala  seguente  venne  abbellita  ai  tempi  di  Gregorio  XIII,  da 
artisti  diversi,  diretti  »el  lavoro  da  Cristofaro  Roncalli  e dal  P. 
Ignazio  Danti,  domenicano;  e venne  imitata  la  parte  decorativa 
dell’ala  precedente. 

Anche  questa  seconda  ala  fu  ristorata  dal  Mantovani  per  vo- 
lere di  papa  Pio  IX . Inoltre,  amando  il  pontefice  stesso  che  ve- 
nisse compiuta  la  decorazione  di  quest’  ordine  di  logge,  incari- 
cava poscia  il  medesimo  artista  di  adornarne  con  pitture  deco- 
rative l’ala  terza,  la  quale  era  sempre  rimasta  priva  di  qualsiasi 
abbellimento;  perciò,  in  oggi,  anche  quest’ ultima  ala  in  cui  sia- 
mo, si  vede  abbellita  in  armonia  colle  due  precedenti. 

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Ottava  Giornata. 


m 

ORDINE  SECONDO  DELLE  LOGGE  DI  RAFFAELE. 

In  questo  second’ ordine  di  loppe,  l’ala  che  guarda  la  città 
può  dirsi,  a ragione,  di  Raffaello,  giacché  ivi  si  ammirano  i ri- 
nomati affreschi  inventati  da  quel  sublime  maestro,  per  cui  vi  si. 
osserva  il  busto  di  lui  scolpito  in  marmo.  I pilastri  ed  i contro- 
pilastri sostenenti  le  13  arcate  di  quest’  ala  di  logge,  si  veggono 
adorai  con  eleganti  arabeschi  frammisti  di  bassorilievi  in  istucco, 
e le  pareti,  le  volte,  ed  i sottarchi  presentano  ovunque  la  più 
squisita  e la  più  variata  decorazione  che  possa  mai  desiderarsi; 
di  guisachè,  questo  superbo  lavoro  decorativo,  si  bene  imma- 
ginato e si  mirabilmente  distribuito,  basterebbe  di  per  sé  solo  ad 
attirare  l’ammirazione  universale.  Quello  peraltro  che  avvi  in 
questo  loggiato  di  superiormente  osservabile  sono  i quattro  af- 
freschi condotti  nella  volta  di  ciascuna  delle  arcate,  in  numero 
di  52,  e rappresentanti  i principali  fatti  dell’  antico*  e del  nuovo 
testamento.  Tornerebbe  superfluo  far  qui  rilevare  il  raro  merito 
e le  grandi  bellezze  di  questi  dipinti,  tanto  circa  la  composizione, 
quanto  circa  il  disegno,  il  panneggiare,  ecc.;  hasterà  quindi  ri- 
cordare ohe  furono  essi  inventati  da  Raffaello,  e condotti  dai 
suoi  migliori  scolari,  quali  furono  Giulio  Romano,  Francesco 
Penili,  Pellegrino  da  Modena,  Raffaellino  Del  Colle,  Pierino  Del 
Vaga  e Giovanni  da  Udine:  pittori  tutti  di  alta  rinomanza,  l’ul- 
timo de’ quali  esegui  la  parte  decorativa. 

Tuttavia  Raffaello  stesso  condusse  di  sua  mano  quello  dei  sud- 
detti dipinti  che  rimane  sulla  porta  d’ingresso,  rappresentandovi 
l’Onnipotente  in  atto  di  scomporre  il  caos.  In  mezzo  a tale  di- 
pinto, e fra  dense  nubi  e spessi  lampi,  si  ammira  la  tremenda 
figura  del  Creatore  operante,  slanciata  in  terribile  movenza,  e 
spirante  tanta  maestà  e vivezza  da  dare  non  dubbia  idea  del  suo 
illimitato  potere  è della  grand’opera  della  creazione. 

Il  Vasari,  quantunque  parco  lodatore  delle  opere  del  Sanzio, 
fu  costretto  a scrivere,  parlando  degli  affreschi  de' quali  trat- 
tiamo: « che  non  si  potrebbe  fare,  nt  immaginare  di  fare  un’ope- 
ra più  bella  » (1).  Tutti  questi  affreschi,  sventuratamente,  fu- 


(1)  L’editore  proprietario  di  questo  Itinerario  pubblicò,  in  41  tavola  incisa  a 
contorno  con  poca  macchia,  le  pittore  di  quest’ala  di  logge  di  Raffaello,  tanto  dei 
quadri  figurati,  quanto  degli  ornati,  accompagnandole  con  un'analoga  descrizione 
di  Filippo-Maria  Gerardi.  La  suddetta  opera,  in  un  volume  in  foglio  legato  alla 
Bodoniana,  si  trova  vendibile,  al  prezzo  di  franchi  ventisette,  presso  i principali 
negozianti  di  stampe  in  via  de' Condotti,  sulla  piazza  di  Spagna,  sulla  piazza  di 
Sriarra , ecc.,  e nella  tipografia  e libreria  poliglotta  di  Propaganda  Fide. 


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483 


Logge  di  Raffaele. 

rono  maltrattati,  primieramente,  nel  1527,  dai  soldati  del  Bor- 
bone, nel  sacco  di  Roma,  poscia  dai  cattivi  ristauri  di  frate  Se- 
bastiano Del  Piombo,  che  li  alterò  assaissimo  nel  colorito. 

Le  decorazioni  dell’ala  successiva  furono  fatte  eseguire  da 
Gregorio  XIII.  Negli  scomparti  delle  volte  sono  rappresentate 
alcune  storie  del  nuovo  testamento,  dipinte  dal  Mascheri™,  dal 
Sermoneta,  dal  Nogari,  ecc.  I grotteschi  e gli  arabeschi,  so- 
praccarichi di  figurine,  vennero  condotti  da  Marco  da  Faenza. 
Quest’  ala  di  logge  fu  parimenti  ristorata,  d’ ordine  del  pontefice 
Pio  IX,  dal  surricordato  Mantovani. 

La  decorazione  dell’ala  terza  era  rimasta;  in  gran  parte,  in- 
compiuta sino  ai  giorni  nostri.  Il  pontefice  Pio  IX  però,  a cui 
tornava  sgradito  vederla  in  tale  stato,  risolvette,  nel  1859.  farla 
rinnovare  per  intero  da  valenti  artefici.  In  conseguenza  di  ciò, 
il  Mantovani  ebbe  il  carico  di  colorire  gli  arabeschi;  Niccola 
Consoni  di  condurre  i quadretti  storici,  rappresentandovi  sog- 
getti presi  dal  nuovo  testamento;  ed  allo  scultore  Pietro  Galli 
furono  dati  da  eseguire  i bassorilievi  in  istucco  frammezzo  agli 
arabeschi.  Quest’opera,  nella  quale  i ricordati  artisti  seppero 
conservare  la  loro  meritata  fama,  vuol  essere  annoverata  fra  le 
migliori  opere  esistenti  nel  Vaticano. 

TERZ’ORDIIVE  DELLE  LOGGE  DI  RAFFAELE. 

La  prima  ala  di  quest’ordine  di  logge,  cioè  quella  rivolta  verso 
la  città,  fu  decorata  dai  papi  Leone  X e Pio  IV.  Le  pareti,  nella 
parte  inferiore,  furono  ornate  di  carte  geografiche  dipinte  dal 
P.  Ignazio  Danti,  cosmografo  pontificio,  e nella  parte  superiore 
vennero  abbellite  con  paesi,  dal  Brilli.  Gli  scomparti  della  volta 
presentano  soggetti  allegorici.  Nel  pontificato  diGregorioXVI, 
quest’ala  di  logge  ebbe  un  pieno  ristauro,  dirigendo  il  lavoro 
il  pittore  Filippo  Agricola. 

L’ala  seconda,  venne  ornata  da  Gregorio  XIII,  e nella  parte 
inferiore  delle  pareti  si  osservano  pure  carte  geografiche  ese- 
guite dal  suddetto  P.  Danti.  Gli  affreschi  nella  parte  superiore 
sono  del  Tempesta,  e rappresentano  la  processione  del  Corpus 
Domini,  in  Roma,  colla  veduta  delle  fabbriche  innanzi  alle  quali 
passava  in  quei  tempi. 

I dipinti  nella  volto  presentano  composizioni  allegoriche;  e 
tanto  questi,  quanto  quelli  da’ quali  è decorata  la  volta  dell’ala 
precedente,  vennero  eseguiti  dai  due  Pomarancio,  dal  Nogari, 
daGio.  Battista  della  Marca,  dal  Roncalli,  e dal  cav.  d’Arpiuo. 

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484 


Ottava  Giornata. 


La  terza  ala  di  quest’  ordine  di  logge  non  ebbe  mai  decora- 
zione alcuna.  — In  questo  terz’  ordine  di  logge  si  trova  l’ ingres- 
so alla 

GALLERIA  DEI  QUADRI. 

Questa  insigne  collezione  di  opere  dei  più  celebri  pittori  dei 
Secoli  passati,  si  deve  quasi  interamente  al  pontefice  Pio  VII,  il 
quale  volle  che  venissero  raccolti  in  un  solo  locale  tutti  quei 
capolavori  di  pittura  restituiti  dalla  Francia,  dopo  la  pace  del 
1815.  Egli  ebbe  la  nobile  idea  di  così  riunirli,  non  solo  per- 
chè fossero  custoditi  colla  massima  cura  possibile,  ma  eziandio 
allo  scopo  di  agevolare  ai  giovani  artisti  il  modo  di  studiare  su 
di  essi.  Questi  quadri  furono  allora  collocati  nelle  sale  dell’ap- 
partamento Borgia,  e dopo  aver  subito  parecchie  traslocazioni , 
vennero  posti  da  ultimo  nel  luogo  ove  sono  attualmente,  corren- 
do il  1857,  per  comando  del  pontefice  Pio  IX. 

prima,  sala. — Parete  da  sinistra  entrando. — 1. — S.  Girola- 
mo. Il  pontefice  Pio  IX  aggiunse  alla  pinacoteca  questa  prege- 
vole mezza  figura,  abbozzata  da  Leonardo  da  Vinci. 

16.  — S.  Giovanni  Battista.  È un  bel  lavoro  di  Guercino, 
per  cui  non  manca  in  esso  quella  vigorìa  di  pennello,  che  costi- 
tuisce uno  dei  principali  pregi  di  quell’artefice. 

4.  — I Misteri.  Questa  tavola,  già  grado  di  un  altare,  è opera 
di  sommo  pregio,  condotta  da  Raffaello  nella  sua  prima  manie- 
ra: in  essa  si  rappresentano,  l’ Annunziata,  l’adorazione  dei  Ma- 
gi, e la  presentazione  al  tempio. 

12.  — l' incredulità  di  s.  Tommaso.  E questa  una  tela  che  si 
fa  distinguere  in  mezzo  a quelle  della  più  bella  maniera  del  sud- 
detto Guercino. 

5.  — La  Pietà,  di  Andrea  M antenna.  Questa  tavola,  cono- 
sciuta col  suindicato  nome,  presentaci  Gesù  dopo  crocefisso,  e 
la  pietosa  Maddalena  la  quale  sparge  balsami  sulle  piaghe  di 
lui,  trovandosi  presenti  all’  atto  Nicodemo  e Giuseppe  di  Ari- 
matèa. 

7.  — La  Nostra  Donna  col  Bambino  e s.  Girolamo.  France- 
sco Francia,  quell’artista  famoso,  avuto  in  moltissima  stima 
dallo  stesso  Raffaello , dipinse  questa  sorprendente  tavola:  il 
pontefice  Pio  IX  acquistolla  per  viemeglio  arricchire  con  essa  la 
pinacoteca  Vaticana. 

Frammetto  alle  finestre.  — 11.  — Gesù  morto,  del  Crivelli. 
Il  pianto  espresso  nei  volti  di  s.  Giovanni  e della  Maddalena  rie- 
sce certamente  esagerato  ; ma  la  testa  della  Madonna  esprime 


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Galleria  dei  Quadri. 

mirabilmente  l’intenso  dolore  da  cui  è penetrata.  Lo  stile  di  que- 
sto dipinto  non  va  esente  da  quella  secchezza,  propria  del  tempo 
in  cui  visse  il  Crivelli. 

Parete  incontro  alle  finestre.  — 6.  — Nascita  e miracoli  dì 
s.  Niccolò  di  Bari.  Questi  due  preziosi  quadretti  del  beato  An- 
gelico da  Fiesole,  riuniti  entro  una  sola  cornice,  sono  ammire- 
voli non  solo  per  la  semplicità  di  stile  e per  la  diligente  esecu- 
zione, ma  anche  per  la  storia  dell’  arte,  e per  le  fogge  di  vestire 
del  secolo  XV. 

3.  — Miracoli  di  s.  Giacin  to.  In  questa  antica  tavola,  che  forse 
ornò  la  predella  di  qualche  altare,  si  scorge  una  bell’  opera  di 
Benozzo  Gozzoli,  scolare  del  beato  Angelico. 

2.  — I tre  santi  di  Pietro  Perugino.  Mirabile  riesce  la  purga- 
tezza del  disegno,  la  diligente  esecuzione,  e la  divota  espres- 
sione di  queste  tre  mezze  figure  condotte  dal  Perugino:  in  esse 
sono  effigiati  i santi,  Benedetto,  Placido,  e Flavia,  sorella  a 
quest’ultimo. 

Gli  altri  tre  quadri  che  si  osservano  su  questa  parete  deb- 
bonsi  alla  munificenza  del  pontefice  Pio  IX,  il  quale  donolli  a 
questa  pinacoteca.  Sono  questi  tre  sublimi  lavori  del  celebre  pit- 
tore spagnuolo,  Bartolonuneo  Murillo,  e rappresentano:  l’ado- 
razione dei  pastori,  il  figliuolo  prodigo  del  vangelo,  e Maria 
Vergine  con  in  grembo  Gesù  Bambino,  il  quale  pone  l’anello 
dottorale  nel  dito  di  s.  Caterina  d’ Alessandria. 

Parete  in  cui  è V ingresso  alla  seconda  sala.  — 8. — Le  virtù 
teologali.  In  questo  grazioso  quadretto, *colorito  di  chiaroscuro 
da  Raffaello,  si  vedono  espresse,  separatamente,  la  Fede,  la  Spe- 
ranza e la  Carità,  simboleggiata  ognuna  da  due  leggiadri  puttini . 

10.  — Sacra  Famiglia.  Quest’ opera  di  Benvenuto  Garofalo 
è.  stimata  assai,  non  solo  per  la  sua  grazia  e pel  vigoroso  colo- 
rito, ma  anche  pel  bello  stile  di  panneggiare,  e per  la  purga- 
tezza di  disegno . 

seconda  sala. — 19.  — La  Trasjigur azione  di  Cristo  sul  Ta- 
bor.  Questo  dipinto  in  tavola  il  più  mavaviglioso  che  sia  al  mon- 
do , capolavoro  di  pittura  moderna,  fu  l’ ultima  opera  condotta 
da  Raffaello,  il  quale,  rapito  dalla  morte  in  età  di  soli  37  anni, 
non  potè  compierne  la  parte  inferiore;  di  modo  che,  Giulio  Ro- 
mano, il  più  valente  fra  gli  scolari  del  Sanzio,  terminò  la  figura 
dell’  ossesso,  come  pure  quelle  del  padre  e della  sorella  di  esso, 
la  quale  sta  in  atto  di  accennarlo  agli  apostoli.  Questo  classico  ed 
impareggiabile  dipinto  fu  condotto  da  Raffaello  per  commissio- 


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Ottava  Giornata. 


ne  del  card.  Giulio  de’Medici,  poscia  Clemente  VII,  il  quale  ador- 
nava con  esso  la  chiesa  di  s.  Pietro  in  Montorio,  sul  Gianicolo. 

17.  — La  Comunione  di  s.  Girolamo.  E questo  il  capolavoro 
di  Domenichino.  In  esso  vedesi  rappresentato  il  santo  dottore  il 
quale,  vicino  a morte,  riceve  il  pane  eucaristico.  Il  quadro  in  di-' 
scorso  può  ritenersi,  forse,  come  il  solo  che  si  possa  paragonare 
alle  opere  migliori  di  Raffaello,  giacché  in  esso  tutto  è puro, 
studiato,  nobile  ed  espressivo.  Domenico  Zampieri  condusse  un 
sì  maraviglioso  lavoro,  in  età  di  33  anni,  per  la  chiesa  di  s.  Gi- 
rolamo della  Carità , e gli  venne  pagato  la  misera  somma  di 
scudi  sessanta  (322  franchi  e 50  cent.). 

18.  — La  Madonna  di  Foligno.  Il  medesimo  Raffaello,  con- 
tando appena  27  anni,  condusse  quest’  opera,  ed  è certo,  che 
egli,  pel  gusto  del  colorito,  non  ne  produsse  altra  più  vaga. 
Viene  detta  la  Madonna  di  Foligno , perchè  il  quadro  esisteva 
in  quella  città.  Sull’alto  si  vede  la  Nostra  Donna  con  in  grembo 
il  Bambino;  gruppo  su  cui  rocchio  si  ferma  come  incantato:  di 
sotto,  fra  tre  santi,  si  osserva  la  effigie  del  committente  il  qua- 
dro, che  fu  Sigismondo  Conti  da  Foligno,  segretario  intimo  di 
Giulio  II;  esso  é rappresentato  ginocchioni,  in  abito  di  came- 
riere segreto  del  papa. 

terza,  sala.  — A destra  dell'  ingresso.  — 20.  — La  Madonna 
con  alcuni  santi.  Tiziano,  quel  sommo  ed  impareggiabile  colo- 
ritore, condusse  questo  grande  quadrò:  il  celebre  artefice  posevi 
il  proprio  nome,  lo  che  indica  ch’egli  rimase  soddisfatto  del- 
l’opera sua;  e per  verità,  il  s.  Sebastiano,  tutto  nudo,  è colorito 
con  tale  squisitezza  che  non  dipinto,  ma  vivo  e spirante  lo  diresti. 

(Senza  numero)  S.  Margherita  da  Cortona.  Questa  stupenda 
tela,  dipinta  da  Guercino  nella  sua  seconda  e più  bella  maniera, 
rappresenta  la  santa  in  abito  del  terz'  ordine  di  s.  Francesco. 
Anche  questo  quadro,  che,  sino  alla  fine  del  secolo  passato, 
vedevasi  nella  chiesa  de'  cappuccini  di  Cesena,  si  deve  alla  mu- 
nificenza di  papa  Pio  IX . 

21.  — Ritratto  di  un  Doge  di  Venezia.  Anche  questo  è un 
lavoro  del  sommo  Tiziano,  in  cui  si  ammira  la  testa  animatissi- 
ma del  personaggio  rappresentatovi. 

22.  — La  Maddalena.  Lo  stile  in  questo  dipinto  di  Guercino 
è facile  e largo;  robuste  sono  le  tinte,  corretto  il  disegno,  e la 
testa  della  santa  esprime  assai  bene  la  pietà  ed  il  dolore. 

23.  — Coronazione  di  Maria  Vergine.  Fu  essa  eseguita  da 
Piuturicchio  colla  più  scrupolosa  diligenza:  niuno  negherà  che 


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Galleria  dei  Quadri.  481 

una  tale  opera  pecchi  di  secco,  ma  non  tanto,  quanto  è asserito 
dal  Vasari . 

24.  — Risurrezione  di  Cristo.  In  quest’opera  di  Pietro  Peru- 
gino, il  Sanzio  condusse  di  propria  mano  il  ritratto  del  suo  mae- 
stro, nella  figura  di  quel  soldato  che  fugge;  ed  il  Perugino  ri- 
trasse la  effigie  del  suo  scolare  Raffaello,  in  quell’  altri)  soldato 
il  quale,  dormendo,  appoggiali  capo  sul  braccio  destro. 

25.  — La  Coronazione  della  Madonna,  ossia  la  Madonna  di  • 
Monte  Luce.  Il  disegno  di  questo  pregevolissimo  quadro  ap- 
partiene a Raffaello.  Dopo  la  morte  di  lui,  lo  colorivano  Giulio 
Romano  e Francesco  Pernii,  detto  il  Fattore,  ambidue  eredi  e 
scolari  prediletti  del  Sanzio,  conducendo  Giulio  la  parte  infe- 
riore, ed  il  Penni  la  superiore. 

26.  — Il  Presepe.  Questa  bella  tavola  venne  eseguita  da  tre 
grandi  maestri.  Raffaello  dipinse  i due  più  leggiadri  angeli,  i re 
Magi,  e la  testa  di  s.  Giuseppe;  il  Pinturicchio  colorì  i tre  angeli 
librati  sulle  ali;  il  rimanente  è lavoro  di  Pietro  Perugino. 

27.  — La  Coronazione  di  Nostra  Donna.  Questa  pittura,  della 
seconda  maniera  di  Raffaello,  è un’opera  che  t’innamora  al  solo 
guardarla,  per  la  grazia  somma  e per  la  squisita  finitezza  colle 
quali  è condotta. 

28.  — La  Madonna,  coi  santi  Lorenzo,  Luigi,  Er colano,  e 
Costanzo.  È una  delle  migliori  pitture  di  Pietro  Perugino,  im- 
perocché il  colorito  n’  è vigoroso,  le  figure  hanno  molta  nobiltà 
e grazia,  e l’ opera  non  sente  di  quel  secco  che  quasi  sempre  si 
scorge  nei  dipinti  di  quell’  artefice. 

29.  — La  Madonna  col  Bambino.  Appartiene  questo  quadro, 
assai  bello,  a Gio.  Battista  Salvi,  detto  Sassoferrato:  il  pontefice 
Pio  IX  donollo  alla  pinacoteca. 

30.  — Gesù  Cristo  portato  al  sepolcro.  Questo  capolavoro  di 
Caravaggio,  eseguito  con  maniera  larga  e con  sorprendente  ef- 
fetto di  chiaroscuro,  ne  presenta  la  perfetta  imitazione  della  na- 
tura, non  però  la  gentile  e delicata. 

In  mezzo  alla  parete  ove  sono  le  finestre,  si  osserva  un  affre- 
sco di  Melozzo  da  Forlì,  rappresentante  Sisto  IV  che  dà  udienza 
al  Platina,  il  quale  dal  medesimo  pontefice  venne  creato  pre- 
fetto della  biblioteca  Vaticana.  In  esso  sono  pure  effigiati  i car- 
dinali Riario,  e Della  Rovere,  che  fu  poi  Giulio  II,  ed  anche  i 
loro  fratelli,  tutti  quattro  nipoti  di  Sisto  IV.  L’affresco  in  di- 
scorso esisteva  già  su  di  una  parete  dell’  antica  biblioteca  Vati- 
cana, e Leone  XII  fecelo  trasportare  in  tela. — I due  quadri  late- 
rali, ossiano  i due  grandi  trittici,  sono  lavori  di  Niccolò  Alunno 


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Ottava  Giornata. 


da  Foligno,  di  cui  si  conoscono  altre  opere  colla  data  originale 
dal  1458  al  1499;  perciò  può  dedursi  che  quest’artefice  nascesse 
negli  ultimi  tempi  di  Masaccio,  il  quale  cessò  di  vivere  nel  1443. 

quarta  sala.  — A destra  dell'  ingresso.  — 32.  — Martirio 
dei  santi  Processo  e Martiniano . E questo  il  capolavoro  del 
Valentin,  francese,  il  quale,  studiando  in  Roma,  si  appigliò  alla 
maniera  della  scuola  italiana,  seguendo  lo  stile  di  Caravaggio. 

33.  — La  crocefissione  di  s.  Pietro.  Si  deve  a Guido  Reni  que- 
sto bel  dipinto  sulla  maniera  di  Caravaggio,  che  primeggiava 
in  quel  tempo.  In  esso  si  scorge  una  composizione  immaginata 
con  molta  verità,  atteggiamenti  variati  e naturali,  intelligenza 
di  disegno,  espressione  nelle  teste,  ed  in  ispecie  in  quella  del 
santo,  veramente  ammirabile. 

34.  — Martirio  di  s.  Erasmo.  La  bella  composizione,  il  pur- 
gato disegno,  la  vivace  espressione  dei  volti  ed  un  bene  inteso 
contrapposto  di  chiari  e di  ombre,  rendono  pregevolissimo  que- 
sto lavoro  di  Niccolò  Pussino. 

35.  — L’ Annunziazione  di  Maria.  A sentenza  degl’intendenti, 
è questa  l’ opera  più  bene  condotta,  e meglio  intesa  fra  quante 
ne  eseguisse  Federico  Barocci:  egli  stesso  c ompiacendosene  la 
incise  all’acqua  forte. 

36.  — S.  Gregorio  Magno.  In  questo  dipinto,  condotto  da 
Andrea  Sacchi  con  robusto  colorito,  si  vede  rappresentato  quel 
santo  pontefice  allorquando,  a convincere  gl’increduli  circa  la 
venerazione  dovuta  ai  brandei  (pannilini  che  i fedeli  ponevano 
sulle  sepolture  dei  martiri),  fa  sgorgare  vivo  sangue  da  uno  di 
essi,  al  solo  toccarlo  con  uno  stile. 

37.  — S.  Michelina.  È senza  dubbio  uno  do’  più  belli  lavori  di 
Federico  Barocci,  e si  ammirava  già  in  Pesaro  nella  chiesa  di 
s.  Francesco. 

(Senza  numero).  La  Nostra  Gonna  coi  santi  Girolamo  e Bar- 
tolommeo,  detta  la  Madonna  della  'pera.  Questo  prezioso  dipin- 
to del  Bonvicino,  soprannomato  il  Moretto  da  Brescia,  fu  accre- 
sciuto nella  pinacoteca  dal  pontefice  Pio  IX . 

38.  — S.  È lena.  In  questo  quadro  del  celebre  pittore  Paolo 
Veronese,  tutto  riesce  gaio,  tutto  magnifico,  e le  carni  sono  co- 
lorite con  tale  verità  che  sembrano  vive  e palpitanti. 

39. —  La  Madonna  coi  santi  Giovanni  Evangelista  e Giro- 
lamo. E una  bell’ opera  di  Guido  Reni,  ma  non  delle  migliori. 

40.  — La  Madonna  della  cintura.  Cesare  da  Sesto  dipinse 
questa  bella  tavola,  rappresentandovi  la  santa  Vergine,  coi  santi 
Agostino  e Giovanni  Evangelista. 


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Galleria  dei  Quadri. 

41.  — Il  Salvatore  sulF  iride.  In  questa  figura  nobilissima, 
piena  di  soavità  e bene  disegnata,  si  trova  anche  un  colorire 
dolce  e trasparente:  a causa  'di  sì  fatti  pregi  si  crede  comune- 
mente che  sia  questa  un’opera  condotta  da  Coreggio,  in  età 
giovanile;  non  mancano  però  di  quelli  che  opinano  sia  lavoro  di 
Annibaie  Caracci,  sullo  stile  di  quel  sommo  maestro. 

42.  — S.  Romualdo.  Il  soggetto  di  questo  dipinto,  capolavoro 
di  Andrea  Sacelli,  è il  santo  che  va  ragionando  coi  suoi  compa- 
gni d’una  scala  prodigiosa  da  lui  veduta  in  visione,  per  la  quale 
i monaci  defunti,  del  suo  ordine,  salivano  al  cielo.  Il  Sacelli  si 
mostrò  in  quest’opera  non  solo  valente  disegnatore,  ma  anche 
accorto  coloritore,  poiché  mediante  l’ ombra  gittata  da  un  gran- 
de albero,  diede  alla  sua  composizione  il  più  bell’  effetto  che  im- 
maginare si  possa.  — Uscendo  da  queste  sale,  e discendendo  al 
second’  ordine  delle  logge  già  da  noi  vedute,  si  entra  nelle 

CAMERE  DI  RAFFAELE. 

Queste  camere,  ove  tutti  gli  ammiratori  delle  arti  belle  cor- 
rono in  folla,  furono  dipinte  dall’immortale  Raffaello,  e dai  mi- 
gliori fra’  suoi  scolari.  Tali  pitture  sarebbero  i più  belli  affreschi 
del  mondo , se  la  poca  cura  che  ebbesene  negli  scorsi  tempi , 
l’umidità  del  luogo  e qualche  disgraziato  accidente  non  le  aves- 
sero danneggiate.  IJsse  sono  annerite,  le  tinte  sono  quasi  scom- 
parse, e per  conseguenza  l’effetto  ed  il  gusto  sono  andati  per- 
duti: è perciò,  che  d’ordinario  si  rimane  sorpresi,  al  primo  ve- 
derle, che  non  corrispondano  al  concetto  che  erasene  formato; 
tuttavia,  passato  il  primo  momento,  e quando  l’occhio  sia  giunto 
a tenere  a calcolo  le  cause  che  le  deturpano,  si  osservano  con 
ammirazione  ; ed  in  fino  si  rimane  convinti  del  loro  alto  merito. 

La  maggior  parte  di  queste  camere  erano  state  dipinte,  sotto 
Giulio  II,  da  Pietro  Del  Borgo,  da  Bramante  di  Milano,  da  Luca 
Signorelli  e da  Pietro  Perugino.  Questi  artefici  attendevano  an- 
cora a tali  lavori,  allorquando  il  ricordato  pontefice,  a persua- 
sione di  Bramante  Lazzari  da  Urbino,  chiamò  da  Firenze  il  som- 
mo Raffaello,  per  dipingere,  unitamente  agli  altri,  una  parete, 
in  cui  ordinavagli,  rappresentasse  la  disputa  del  Sacramento. 
Compiuto  questo  lavoro,  il  papa  ne  rimase  talmente  maraviglia- 
to, che  fece  sospendere  tutti  i lavori  degli  altri  pittori,  e volle 
di  più,  che  quanto  avevano  essi  fatto  fosse  cancellato,  commet- 
tendo a quell’  impareggiabile  maestro  di  dipingere  tutte  le  ca- 
mere. Cionullostante  Raffaello,  per  rispetto  verso  Pietro  Peru- 

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Ottava  Giornata. 


gino,  da  cui  aveva  imparato  1*  arte,  si  adoperò  affinchè  rimanes- 
se intatta  una  volta  colorita  da  questo,  la  quale  vedremo  in  se- 
guito. — Le  camere  che  ci  facciamo  a descrivere  sono  quattro;  e 
noi  cominceremo  dal 

SALONE,  DETTO  DI  COSTANTINO. 

Dopo  eseguiti  i cartoni  pei  dipinti  di  questa  sala,  Raffaello 
fece  spalmare  d’ olio  la  parete  su  cui  vediamo  rappresentata  la 
vittoria  conseguita  da  Costantino  su  Massenzio,  vicino  al  ponto 
Molle ; ma  sorpreso  da  morte  non  potè  condurre  a termine  se 
non  che  le  due  figure. ai  lati  della  parete  stessa,  cioè,  la  Giusti- 
zia e la  Clemenza.  Giulio  Romano,  il  migliore  fra  gli  scolari  del 
Sanzio,  fatto  toglier  via  l’ apparecchio  postovi  per  dipingere  ad 
olio,  ivi  condusse  l’affresco  che  vi  si  ammira,  d’ordine  di  Cle- 
mente VII,  lasciando  intatte  lè  due  "Virtù  dipinte  da  Raffaello. 
Egli  eseguitale  affresco  con  tanto  magistero  d’arte,  che  fu  di 
gran  luce  a quelli  i quali,  in  seguito,  condussero  opere  di  simil 
sorta. 

Il  medesimo  Giulio  Romano  dipinse  anche,  con  molta  bravura 
e con  molto  sentimento,  l’altro  quadro  rappresentante  l’ appari- 
zione della  croce  a Costantino,  mentre  stava  arringando  il  suo 
esercito,  prima  di  condurlo  alla  battaglia  contro  Massenzio. 

Nel  quadro  incontro  si  vede  espresso  Co^antino  che  riceve  il 
battesimo  dalla  mano  del  pontefice  s,  Silvestro.  In  questo  dipin- 
to, lavoro  di  Francesco  Penni,  detto  il  Fattore,  formano  assai 
bella  e maestosa  scena,  il  corteggio  dell’  imperatore  e quello  del 
papa,  presenti  all’atto  solenne  che,  come  si  crede-,  si  compiva  nel 
battistero  Lateranense. 

Raffaellino  dal  Collo  espresse  nell’ uh  ima  parete,  fra  le  fine- 
stre, la  donazione  di  Roma  fatta  alla  Chiesa  da  Costantino.  Il 
grande  atto  è rappresentato  nella  basilica  Vaticana,  al  cospetto 
della  corte  papale  e del  popolo  romano;  e vi  si  scorge  Costantino 
il  quale,  prostrato  innanzi  al  pontefice  s.  Silvestro,  gli  porge  un 
simulacro  di  oro,  rappresentante  Roma.  Questo  dipinto,  al  pari 
degli  altri  tutti,  venne  eseguito  sui  cartoni  di  Raffaello. 

Gli  otto  santi  pontefici  che  sono  ai  lati  dei  descritti  quadri, 
furono  condotti  da  Giulio  Romano;  ed  i belli  chiaroscuri  nello 
zoccolo  appartengono  a Polidoro  da  Caravaggio.  La  volta  fu 
dipinta  molto  tempo  dopo  dai  fratelli  Zuccari , ma  la  prospet- 
tiva nel  mezzo  di  essa , espressavi  l’ esaltazione  della  Fede , è 
opera  di  Tommaso  Laureiti,  palermitano.  La  magnificenza  di 


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Camere  di  Raffaele. 

questa  sala  ebbe  il  suo  compimento  dal  pontefice  Pio  IX,  il  qua- 
le volle  che  se  ne  abbellisse  il  pavimento  coll’ampio  musaico 
scoperto  nel  1854  al  Laterano,  vicino  alla  Scala  Santa.— S iene 
poscia  la 

CAMERA  DELL' ELIODORO. 

Il  primo  quadro  di  essa  camera  rappresenta  Eliodoro,  pre- 
fetto di  Seleuco  Filopatore,  re  di  Siria,  il  quale,  176  anni  avanti 
l’era  cristiana,  fu  da  questo  principe  inviato  a saccheggiare  il 
tempio  di  Gerusalemme.  Mentre  egli  però  si  apprestavi  ad  effet- 
tuare tale  sacrilegio,  Dio,  a preghiere  del  sommo  sacerdote  Onia, 
che  si  scorge  in  fondo  al  dipinto  in  atto  di  orare,  mandavagli 
contro  un  cavaliere  e due  angeli  armati  di  sferze,  i quali  Fattu- 
rarono, e lo  scacciarono  dal  tempio.  Per  un  anacronismo,  assai 
comune  ai  pittori  di  quel  tempo,  Raffaello  introdusse  nella  com- 
posizione il  pontefice  Giulio  II.  I cartoni  del  descritto  dipinto 
furono  eseguiti  dal  Sanzio,  il  quale  colorì  il  primo  gruppo;  l’al- 
tro, ove  sono  alquante  donne,  è lavoro  di  Pietro  da  Cremona, 
scolare  di  Coreggio,  e tutto  il  rimanente  appartiene  a Giulio 
Romano. 

L’affresco  di  rimpetto  a quello  pur  ora  descritto,  rappresenta 
il  pontefice  s.  Leone  il  Grande,  il  quale,  seguito  dalla  sua  corte, 
si  fa  incontro  ad  Attila  re  degli  Unni,  sceso  a devastare  l’Italia, 
e gli  fa  dimettere  il  pensiere  di  recarsi  su  Roma,  additandogli, 
nell’aria,  i santi  apostoli  Pietro  e Paolo  minacciosi  contro  lui. 
In  questa  sublime  composizione,  la  maestosa  pacatezza  del  santo 
pontefice  e del  suo  seguito,  forma  contrasto  mirabile  colla  co- 
sternazione e collo  scompiglio  dai  quali  è invaso  l’esercito  bar- 
baro, vedendo  il  suo  re  arrestarsi  d’improvviso,  e dare  segni  non 
dubbi  di  spaventoso  terrore.  In  questo  stupendo  dipinto,  ese- 
guito da  Raffaello  per  comando  di  Leone  X,  si  vede  ritratto  esso 
pontefice  nella  figura  di  s.  Leone,  e si  scorge  effigiato  Pietro  Pe- 
rugino in  quella  d’un  mazziere. 

Il  terzo  affresco  di  questa  camera  ricorda  il  miracolo  del  cor- 
porale, avvenuto  in  Bolsena,  ai  tempi  di  Urbano  IV,  quando, 
cioè,  un  sacerdote  che  dubitava  della  presenza  reale  di  Cristo 
nell’  ostia  consacrata,  vide  stillare  vivo  sangue  da  questa  sopra 
i!  corporale.  Piacque  al  Sanzio  introdurre  nel  dipinto  la  figura  di 
Giulio  II,  in  atto  di  ascoltare  la  messa  assieme  ad  alquanti  della 
sua  corte.  Il  compungimento  del  sacerdote,  la  divota  curiosità 
di  molto  popolo  cristiano,  la  maraviglia  destata  dal  prodigio,  ed 
il  rispetto  che  incute  la  santità  del  luogo,  sono  le  differenti  e- 


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Ottava  Giornata. 


spressioni  dell’ interno  sentire,  colle  quali  Raffaello  seppe  cosi 
egregiamente  avvivare  questa  sua  composizione. 

Nel  quadro  incontro,  si  scorge  s.  Pietro  nel  carcere  di  Erode, 
liberato  dall’angelo.  Anche  questa  è un’opera  singolare  del  San- 
zio, e non  si  può  guardare  senza  ammirazione.  Egli  espressevi 
a maraviglia  ben  quattro  differenti  effetti  di  luce,  cioè,  quella 
prodotta  dall’angelo  entro  il  carcere,  quella  cagionata  dall’an- 
gelo stesso  al  di  fuori,  l’altra  derivante  dalla  luna,  e quella  di 
una  face  ardente  tenuta  da  un  soldato,  lo  splendore  della  quale 
riflette  mirabilmente  sulla  propria  armatura:  questo  lavoro  fu 
condotto  dall’Urbinate,  prima  che  Gherardo  Honthorst,  detto 
ielle  Notti,  fosse  venuto  in  Roma,  essendo  egli  nell’età  di  anni31 . 

Il  medesimo  Raffaello  dipinse  di  chiaroscuro  la  volta  di  questa 
camera,  rappresentandovi:  Dio  che  apparisce  a Mosè  di  mezzo 
al  roveto  ardente;  Abramo  in  atto  di  sacrificare  il  suo  predi- 
letto figliuolo  Isacco;  l’Onnipotente  che  promette  ad  Abramo 
numerosa  progenie;  e la  visione  della  mistica  scala,  avuta  da 
Giacobbe  mentre  dormiva. 

Le  figure,  a foggia  di  cariatidi,  che  si  veggono  nel  basa- 
mento, furono  eseguite  da  Pierino  Del  Vaga,  ed  i bassorilievi  in 
pittura,  ad  imitazione  di  bronzo  dorato,  sono  lavori  di  Polidoro 
da  Caravaggio.  — Di  quivi  si  ha  accesso  nella 

CAMERA  DELLA  SCUOLA  DI  ATENE. 

La  scuola  di  Atene,  ossia  quella  dei  filosofi  antichi,  è al  certo 
uno  dei  capolavori  dell’Urbinate.  La  scena  del  dipinto  presenta 
un  magnifico  portico  ove,  per  di  sopra  a quattro  spaziosi  gradi- 
ni, primeggiano  nel  mezzo,  attorniati  dai  loro  discepoli,  Platone 
ed  Aristotile,  che  si  distinguono,  alla  prima,  al  loro  portamento 
grave  e maestoso.  Dal  destro  lato,  frammezzo  ad  altre  figure, 
si  scorge  Socrate  a discorso  con  Alcibiade,  rappresentato  in  un 
giovane  bellissimo  vestito  di  armatura.  Diogene  è disteso  nel 
mezzo  del  secondo  gradino,  avente  in  mani  un  libro,  e presso  di 
sè  la  sua  ciotola;  di  sotto,  a destra,  è Pittagora  seduto,  in  atto 
di  scrivere  sopra  un  volume,  e fra  i discepoli  suoi  che  lo  circon- 
dano, avvene  uno  che  tiene  una  tavoletta  su  cui  sono  notate  le 
consonanze  armoniche. 

Il  sommo  artefice  diede  a taluni  dei  savii  le  fisonomie  degli  uo- 
mini di  maggior  grido  che  fiorivano  ai  suoi  tempi.  Sotto  le  for- 
me di  Archimede,  che  chinato  verso  una  tavoletta,  su  di  essa  va 
tracciando  col  compasso  una  figura  esagona,  è rappresentato 


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Camere  di  Raffaele.  493 

Bramante  Lazzari,  celebre  architetto,  parente  di  Raffaello.  Que- 
gli che,  piegato  a terra  un  ginocchio,  mostra  di  osservare  quel 
disegno  con  attenzione,  è il  ritratto  di  Federico  II  duca  di  Man- 
tova. Le  due  figure  vicino  a Zoroastro,  vestito  di  regio  manto  e 
col  globo  elementare  nella  sinistra  mano,  sono  le  effigie  di  Pietro 
Perugino  e dello  stesso  Raffaello  scolare  di  lui,  avente  in  capo  un 
berretto  nero,  ed  il  cui  volto  spira  dolcezza.  Finalmente  la  figura 
d’un  giovane,  ritto  sulla  persona  presso  Pitagora  e tenentesi  una 
mano  sul  petto,  rappresenta  Francesco  Maria  Della  Rovere,  duca 
di  Urbino  e nipote  a Giulio  IL  Questo  stupendo  dipinto  contiene 
52  figure,  le  quali  offrono  veramente  una  completa  e maravi- 
gliosa  scuola  di  pittura. 

Il  quadro  di  prospetto  alla  scuola  di  Atene,  rappresenta  la  di- 
sputa intorno  al  ss.  Sacramento.  E desso,  come  già  si  disse,  il  pri- 
mo affresco  condotto  dall’ Urbinate  nelle  camere  in  discorso,  e 
vuoisi  riguardare  come  uno  de’ più  beffi  lavori  di  quel  sublime 
maestro,  sì  per  l’egregia  composizione,  sì  per  la  purgatezza  di 
disegno,  e sì  per  la  bontà  del  colorito.  In  mezzo  al  quadro  si 
scorge  un  altare  sul  quale  è un  ostensorio  entro  cui  è colorita 
l’ostia  sacramentale.  In  aria  si  vedono  la  Triade  augustissima, 
la  Madonna  e s.  Gio.  Battista,  ai  lati  de’ quali  allargasi  un  coro 
di  padri  e di  santi  del  vecchio  e del  nqovo  testamento,  assisi 
sulle  nuvole.  Ai  lati  dell’altare  stanno  i quattro  dottori  della  chie- 
sa latina,  assieme  ad  altri  santi  padri,  e molti  santi  del  vecchio  e 
del  nuovo  testamento;  e tutti  sono  intenti  a disputare  altamen- 
te sul  profondo  mistero  eucaristico. 

Il  terzo  quadro  a destra,  al  disopra  della  finestra,  è pure 
opera  del  Sanzio,  che  vi  rappresentò  il  monte  Parnaso;  ove  si 
scorgono,  in  diversi  gruppi,  le  nove  muse,  con  in  mezzo  Apollo 
in  atto  di  suonare  il  violino,  in  luogo  della  cetra;  e si  ritiene  che 
il  pittore  ciò  facesse  per  onorare  un  celebre  suonatore  di  violino 
dei  tempi  suoi.  Si  veggono  anche  sparsi  pel  monte  ed  alle  radici 
di  esso  molti  poeti,  sì  antichi  e sì  moderni,  fra  i quali  si  distin- 
guono, Omero,  Orazio,  Virgilio,  Ovidio,  Ennio,  Properzio,  Dan- 
te, Boccaccio,  Sannazzaro,  e vi  si  scorge  pure  la  poetessa  Saffo. 

Il  quarto  dipinto,  superiormente  alla  finestra,  appartiene  del 
pari  a Raffaello,  ed  esprime  la  Giurisprudenza,  la  quale  viene 
rappresentata-  nelle  tre  Virtù  compagne  della  Giustizia,-  cioè, 
Prudenza,  Temperanza  e Fortezza.  Nei  lati  della  finestra  stessa 
sono  due  fatti  storici:  quello  a destra  rappresenta  l’ imperatore 
Giustiniano  che  consegna  il  Digesto  a Triboniano;  l’altro,  il  pon- 
tefice Gregorio  IX  in  atto  di  consegnare  le  decretali  ad  un  av- 
vocato concistoriale. 


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494  Ottava  Giornata. 

Le  pitture  che  abbelliscono  la  volta  di  questa  camera  sono  di- 
vise in  nove  quadri,  circondati  da  un  ornato  di  chiaroscuro  su 
fondo  di  oro.  Nel  quadro  di  mezzo  si  osservano  parecchi  ange- 
letti  sostenenti  l’arme  della  chiesa:  i quattro  tondi  corrispondenti 
ai  quattro  grandi  quadri  sottostanti,  figurano  la  Filosofia,  laGiu- 
stizia,  la  Teologia  e la  Poesia:  i quattro  dipinti  oblunghi  presen- 
tano, la  Fortuna,  il  Giudizio  di  Salomone,  Adamo  ed  Èva  ten-  ^ 
tati  dal  serpe,  e Marsia  squoiato  da  Apollo.  I suddetti  quattro 
tondi  furono  coloriti  da  Raffaello,  il  quale  diede  eziandio  i dise- 
gni del  rimanente,  che  venne  eseguito'  da  Baldassarre  Peruzzi . 

1 chiaroscuri  nel  basamento  di  questa  camera  sono  di  Polidoro 
da  Caravaggio.  — Viene  in  seguito  la 

CAMERA  DELL  INCENDIO  DI  BORGO. 

II.  più  pregevole  affresco  di  questa  camera  è l’incendio  del 
borgo  s.  Spirito , avvenuto  nell’anno  847,  regnando  s.  Leone 
IV,  il  quale  s’intravede  in  fondo  alla  scena  del  dipinto,  in  atto 
di  benedire  dall’alto  della  loggia  dell’antica  basilica.  In  questa 
stupenda  pittura,  ove  tutto  è movimento,  tutto  è orgasmo,  tutto 
è naturalezza,  sembra  che  il  sommo  Raffaello  venisse  ispirato 
dalla  poetica  descrizione  che  si  ha  in  Virgilio,  dell’ incendio  di 
Troia,  giacché  egli  introdusse  nella  sua  composizione,  fra  gli  al- 
tri episodii,  un  gruppo  di  figure  che  si  potrebbe  ritenere  per 
quello  di  Enea  recantesi  sulle  spalle  il  vecchio  padre  Anchi- 
se,  e seguito  dalla  sua  consorte  Creusa.  Questo  superbo  gruppo 
venne  colorito  da  Giulio  Romano,  ed  il  resto  è opera  del  Sanzio. 

Il  dipinto  sopra  la  finestra  rappresenta  la  giustificazione  di  s. 
Leone  III,  avvenuta  nella  basilica  V africana,  alla  presenza  di  Car- 
lo Magno,  de’cardinali  e degli  arcivescovi:  per  lo  che  vi  si  scor- 
ge il  santo  pontefice  il  quale,  ponendo  le  mani  sugli  evangelii. 
giura  d'essere  innocente  delle  accuse  appostegli . 

Nella  terza  parete  si  osserva  rappresentata  la  vittoria  che  s. 
Leone  IV  riportò  sui  Saraceni  al  porto  di  Ostia.  Nell’indietro  del 
dipinto  si  vedono  i cristiani  combattere  l’ armata  nemica  presso 
il  porto,  e nell’  innanzi  si  scorgono  i prigionieri  i quali,  messi  a 
terra  e stretti. da  catene,  vengono  condotti  alla  presenza  di  s. 
Leone  IV,  ivi  rappresentato  assiso  in  trono,  in  attedi  ringraziare 
Dio  della  conseguita  vittoria:  nei  volti  dei  barbari  si  scorgono  a 
maraviglia  espressi  la  rabbia,  il  dolore,  e la  paura  della  morte. 

Finalmente,  nella  parete  .incontro  è rappresentata  la  coronazio- 
ne di  Carlo  Magno,  fatta  da  s.  Leone  III  nella  basilica  Vaticana, 


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• Camere  di  Raffaele.  49”) 

correndo  l'anno  800.  In  questa  composizione  tutto  riesce  magni- 
fico, tutto  spira  maestà,  di  guisa  che  ogni  cosa  concorre  a far  co- 
noscere la  grandezza  della  ceremonia  che  si  va  compiendo. 

Le  pitture  della  volta  di  questa  camera  sono  di  Pietro  Peru- 
gino. Raffaello,  conforme  fu  accennato,  pel  rispetto  che  aveva 
verso  il  suo  maestro,  non  permise  che  siffatte  pitture  venissero 
cancellate,  come  accadde  di  quelle  di  altri  pittori.  Il  basamento 
della  stessa  camera  è dipinto  di  chiaroscuro  da  Polidoro  da  Ca- 
ravaggio. — Da  questa  ultima  camera  di  Raffaele  si  passa  nella 

SALA  DELLA  CONCEZIONE. 

Il  pontefice  Pio  IX  volendo  perpetuare  la  memoria  della  defi- 
nizione del  dogma  dell’  immacolata  concezione  della  santa  Ver- 
gine, che  ebbe  luogo  nel  nono  anno  del  pontificato  di  lui,  ordinò 
che  nella  sala  di  cui  si  parla  si  rappresentassero  a fresco  i prin- 
cipali fatti  di  quella  solennissima  ceremonia.  La  grandiosa  opera 
venne  affidata  al  professore  cav.  Francesco  Podesti,  il  quale  fe- 
licementeia  condusse  a termine.  Il  medesimo  somministrò  pure 
i disegni  della  parte  ornamentale  della  sala,  e ne  diresse  l’ ese- 
cuzione. 

Il  Podesti,  attenendosi  alle  indicazioni  dategli  dal  munifico 
Pio  IX.  rappresentò  in  una  delle  pareti  la  generale  adunanza  dei 
supremi  dignitarii  della  Chiesa  di  ogni  nazione,  convocati  dal 
pontefice  per  deliberare  e stabilire  la  definizione  del  dogma  di 
cui  si-  tratta.  La  scena  di  questo  grande  affresco,  è una  immensa 
sala  che  mette  ad  altre  sale,  tutte  di  assai  nobile  prospettiva  ar- 
chitettonica. Nel  mezzo  della  prima  arcata  è la  statua  della  Con- . 
cezione.  Vicino  ad  essa  si  osservano  molti  svariatissimi  gruppi 
composti  di  cardinali,  di  arcivescovi,  vescovi,  e capi  di  ordini 
monastici  e religiosi,  tanto  di  rito  greco,  quanto  di  rito  latino.  I 
personaggi  dei  gruppi,  sono  intenti  o a discutere,-  od  a scrivere 
intorno  al  dogma  che  forma  argomento  dell’adunanza,  oppure 
stanno  immersi  in  gravi  considerazioni.  Altri  poi,  inginocchiati 
innanzi  alla  s.  Vergine,  vivamente  la  pregano  ad  ispirarli  nel  pro- 
nunziamento  del  loro  voto.  In  basso  è rappresentata  la  Teologia 
coi  suoi  attributi:  essa  si  atteggia  come  se  invitasse  gli  spetta- 
tori ad  osservare  la  veneranda  adunanza  (1). 

(1)  Quivi  faremo  osservare,  che  tutte  le  teste  dei  principali  personaggi,  intro- 
dotti in  questo  grande  affresco,  come  ancora  nei  due  susseguenti,  furono  ritratte 
dal  naturale,  c perciò  ci  presentane  le  efligie  dei  principali  dignitarii  civili  ed  ec- 
clesiastici che  ebbero  parte  o furono  presenti  alla  solenne  ceremonia  della  defini- 
zione del  dogma. 


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496  Ottava  Giornata.  . 

Nella  parete  incontro  alle  finestre  è rappresentata  la  solenne 
proclamazione  del  dogma,  fatta  nella  basilica  Vaticana  dal  pon- 
tefice JPio  IX.  La  scena  del  dipinto,  in  cui  l’artista  introdusse  ol- 
tre 150  personaggi,  è la  magnifica  tribuna  di  s.  Pietro,  nel  cui 
mezzo  sorge  il  trono  papale.  A piè  di  esso  stanno  inginocchiati 
i cardinali  postillatori  della  definizione  del  dogma,  ed  il  Cardinal 
decano,  in  piedi,  ne  legge  la  domanda.  Il  pontefice,  in  atto  d’ in- 
spirazione celeste,  si  leva  e proclama  solennemente  la  definizio- 
ne del  dogma  stesso.  Dai  lati  del  trono  assistono  gli  alti  digni- 
tari della  chiesa,  e le  autorità  prelatizie  e civili,  solite  ad  inter- 
venire alle  grandi  cappelle  papali.  Negli  stalli  sono  i cardinali, 
i yescovi,  i canonici.  Nella  superior  parte  dell’affresco  si  osserva, 
nel  mezzo,  la  ssma. Trinità  e la  s.  Vergine,  ai  cui  lati  stanno  gli 
apostoli  Pietro  e Paolo.  Il  gruppo  che  segue,  a sinistra  dei  ri- 
guardanti, è composto  di  dottori  della  chiesa,  e della  figura  della 
Fede:  di  sotto  si  scorgono  degli  angeli  che  annunziano  al  mon- 
do cattolico  il  fausto  avvenimento  della  definizione  del  dogma 
dell’Immacolata.  Il  gruppo  dal  lato  opposto  è formato  di  patriar- 
chi e profeti,  e delle  figure  di  Adamo  e di  Èva.  Inferiormente  si 
osserva  una  schiera  di  angeli  che  sterminano  gli  eresiarchi. 

L’altro  grande  affresco,  in  prospetto  del  primo  da  noi  descritto, 
rappresenta  la  coronazione  della  effigie  della  Concezione,  esi- 
stente sull’altare  del  coro  nella  basilica  Vaticana.  Ivi  si  vede  il 
Pontefice,  in  abiti  solenni,  il  quale,  stando  su  d’un  palco,  con- 
forme in  quella  occasione  fu  costruito,  dopo  aver  coronata  la 
effigie  della  s.  Vergine,  le  si  prostra,  incensandola.  Ai  lati  del 
Pontefice  sono,  a sinistra  dei  riguardanti,  alquanti  cardinali  dia- 
coni con  indosso  i sacri  paramenti,  a destra,  il  Principe  assi- 
stente al  soglio,  ed  il  Senatore  di  Roma.  Negli  stalli  dei  cano- 
nici, si  osservano,  a destra  di  chi  guarda,  il  Maestro  del  sacro 
ospizio,  alquanti  cardinali  vescovi,  molti  prelati,  i dignitari  della 
corte  e delle  guardie  nobili.  A piè  dell’altare,  sono:  il  crocifero 
fra  gli  accoliti,  dei  vescovi  e dei  monaci  latini,  greci,  ed  armeni. 

L’  affresco  fra  le  finestre  presenta:  nella  parte  superiore  la 
Chiesa  trionfante  che  accoglie  sotto  di  sè  le  diverse  nazioni  del 
mondo;  più  in  basso  le  Sibille  che  predissero  il  nascimento  del- 
l’immacolata Vergine.  Dai  lati  delle  finestre,  verso  le  pareti  la- 
terali , si  osservano , in  alto , dei  gruppi  di  angeli  con  insegne 
pontificali,  ed  in  basso,  le  quattro  virtù  cardinali,  aggruppate 
due  per  lato. 

I sei  affreschi  che  si  vedono  fra  gli  scomparti  della  volta,  ricca 
di  gentili  stucchi  dorati,  esprimono:  la  Fede,  la  Dottrina,  Giu- 


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Sala  della  Concezione.  497 

♦ 

ditta,  Ester,  un  episodio  del  diluvio  universale,  e Giaele  clic  uc- 
cide Sisara.  Nel  centro  della  volta  scorgesi  l’arme  del  ponte- 
fice Pio  IX.  Nello  zoccolo,  si  veggono  i busti  dei  dodici  apostoli, 
di  chiaroscuro , ed  alquante  istoriette , in  pittura  mouocroma , 
esprimenti  la  natività  di  Maria  Vergine,  il  solenne  concilio  per 
la  definizione  del  dogma  dell’Immacolara,  e la  distribuzione  fatta 
dal  Pontefice,  ai  divoti,  delle  medaglie  rappresentanti  l’ Imma- 
colata Concezione. 

Il  -pavimento  del  salone  si  compone  di  una  parte  del  superilo 
musaico,  scoperto  nei  recenti  scavi  di  Ostia.  Le  porte  e gli  spor- 
telli delle  finestre  sono  di  noce,  e si  rendono  osservabili  pei  deli- 
cati intagli  che  li  abbelliscono,  eseguiti  dal  Marchetti,  dal  Seri, 
e dal  Retrosi. 

Seguono  due  sale,  divise  dalla  cappella  privata  di  s.  Pio  V . 
In  queste  sale  veggonsi  alquanti  quadri  ad  olio,  eseguiti  dai  più 
rinomati  pittori  di  questa  capitale.  Tali  quadri  rappresentano 
alcun  fatto  della  vita  di  parecchi  santi  e beati,  i quali  furono 
beatificati  o canonizzati  dal  pontefice  Pio  IX  che,  ricevutili  in 
dono,  come  è costume,  dai  postulatoli  delle  cause  di  essi  santi  e 
beati,  ne  volle  fare  un  presente  al  Vaticano,  quasi  per  fondare 
una  galleria  di  pitture  moderne. 

• Tornando  alla  sala  di  Costantino  ( indirizzandosi  ad  alcuno  dei 
custodi] si  passa  a vedere  la  cappella  di  Niccolò  V,  il  quale  fece- 
la  dipingere  a fresco  dal -beato  Angelico  da  Fiesole,  e la  dedicò 
a s.  Stefano.  Le  mirabili  pitture  di  essa,  riputate  le  migliori  di 
quel  celebre  artista,  scolare  di  Masaccio,  si  dividono  in  più  qua- 
dri, rappresentanti  alcuni  fatti  della  vita  di  s.  Stefano  e di  s.  Lo- 
renzo; ed  ecco  primieramente  l’indicazione  de’  soggetti  riferibili 
n‘s.  Stefano,  dipinti  due  a due,  in  tre  grandi  lunette,  nella  parte 
superiore  delle  corrispondenti  pareti:  — l.°  Il  santo  che  viene 
consacrato  diacono  da  s.  Pietro, — 2.°  S.  Stefano  in  atto  di  di- 
stribuire elemosine  ai  poveri  cristiani.  — 3.°  La  disputa  del  me- 
desimo coi  Giudei.  — 4.°  S.  Stefano  tradotto  innanzi  al  sommo 
sacerdote.  — 5.”  Quando  il  santo  viene  condotto  al  martirio. — 
6.°  La  lapidazione  del  medesimo. 

Gli  affreschi  relativi  alla  vita  di  s. Lorenzo,  coloriti  inferior- 
mente alle  accennate  lunette,  rappresentano:  — 1 .°  Il  pontefice 
s.  Sisto  II  che  lo  consacra  diacono.  — 2.°  Il  medesimo  pontefice 
che  gli  affida  i tesori  della  chiesa.  — 3.°  S.  Lorenzo  che  distri- 
buisce quei  tesori  fra’poveri.  — 4.°  Quando  il  santo  viene  tra- 
dotto al  cospetto  dell’imperatore. — 5. “Il  martirio  dèi  medesimo. 
Nei  lati  poi  sono  effigiati  i principali  dottori  della  Chiesa  greca,  e 


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498 


Ottava  Giornata. 


della  latina,  e nella  volta  si  osservano  coloriti  i quattro  'Evan- 
gelisti coi  loro  attributi.  Le  accennate  pitture  avendo  alquanto 
sofferto,  furono  diligentemente  ristorate,  ai  tempi  di  Pio  VII, 
colla  direzione  del  Camuccini. 

Discendendo  di  nuovo  nel  prim’  ordine  di  logge , ivi  si  trova 
l’ingresso  (1)  della  Sala  Ducalo,  di  dove  si  perviene  nella  Sala 
Regia  la  quale,  conforme  si  accennò,  serve  in  certo  modo  di  ve- 
stibolo alle  cappelle  Sistina  e Paciina. 

SALA  «COALE, 

Alessandro  VII  fece  ridurre  nel  modo  eh’  ora  si  vede  questa 
sala,  colla  direzione  del  Bernini  che,  di  due  sale,  ne  formava 
una  sola,  atterrando  il  muro  divisorio  da  cui  rimanevano  sepa- 
rate, ed  erigendovi  un  areone  decorato  da  un’  ampia  tenda  retta 
da  putti,  ogni  cosa  in  istucco.  Gli  arabeschi  ch’ornano  la  volta 
furono  dipinti  da  Lorenzino  da  Bologna,  e da  Baffàellino  da 
Peggio:  i paesi  appartengono  a Matteo  Brilli  ed  a Cesare  Pie- 
montese: Matteo  da  Siena  poi,  e Giov.  Fiammingo  vi  dipinsero 
alcune  delle  fatiche  di  Ercole,  le  quattro  Stagioni,  e tutte  le  al- 
tro figure  che  ne  arricchiscono  la  decorazione.  — Viene  poi  la 

SALA  REGIA. 

Questa  magnifica  sala  venne  edificata  per  comando  di  Pao- 
lo III,  con  architetture  di  Antonio  da  Sangallo,  e la  volta  di 
essa  fu  ornata  di  ricchi  stucchi  da  Pierino  Del  Vaga  e da  Da- 
niele da  Volterra.  Le  pareti,  nella  parte  di  sotto,  sono  ricoperte 
di  bei  marmi  coloriti,  e nella  parte  superiore  sono  decorate  di 
grandi  affreschi  rappresentanti  i fatti  più  gloriosi  della  stojria  dei 
papi.  Le  iscrizioni  che  si  leggono  sotto  le  stesse  pitture  ne  indi- 
cano i soggetti.  Questi  sterminati  ilipinti  sono  lavori  di  Giorgio 
Vasari,  di  Orazio  Sommaschini,  dei  fratelli  Zuccari,  di  Marco 
da  Siena,  di  Francesco  Salviati,  di  Ludovico  Agresti,  di  Giro- 
lamo Sicciolante,  e di  Lorenzino  da  Bologna.  — La  porta  di  rim- 
petto  all’  ingresso  per  dove  entrammo  introduce  nella 

CAPPELLA  SISTINA. 

Il  nome  di  questa  rinomata  cappella  deriva  dal  pontefice  Si- 
sto IV,  che  feccia  edificare  verso  l’auno  1473  con  architetture 

(1)  Questo  ingresso  si  trova  in  quell'ala  di  loggiato  che  rimane  incontro  ni 
grande  corridoio  delle  lapidi  precedente  il  mu£eo,  ed  è quello  la  cui  porta  e mu- 
nita di  cristalli. 


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Cappella  Sistina.  499 

di  Baccio  Pintelli.  Sandro  Filippi,  detto  Botticelli,  ebbe  l’inca- 
rico di  deriderne  le  pitture,  ed  egli  stesso  eseguì  alcuni  degli 
affreschi  che  adornano  le  pare  i laterali. 

Al  Bonarruoti  però  era  serbata  la  glòria  di  rendere  ammira- 
bile questa  cappella  dipingendone  l’immensa  volta  e la  parete 
ov’è  l'altare.  Il  celebre  artefice  pertanto  espresse  in  nove  grandi 
quadri,  scompartiti  lungo  la  parte  centrale  della  volta,  la  crea- 
zione del  mondo  ed  altre  storie  della  Genesi:  all’ intorno  vi  co- 
lori, col  più  grandioso  e magnifico  disegno  che  possa  mai  im- 
maginarsi, dodici  grandi  figure  sedenti,  le  quali  rappresentano 
i maggiori  profeti  e le  Sibille,  e vi  si  osservano  putti  e nudi  ac- 
cademici di  straordinaria  bellezza.  Questa  gigantesca  ed  ammi- 
rabile opera  fu  eseguita  dal  Bonarruoti,  regnando  Giulio  II,  in 
soli  22  mesi,  senza  l’aiuto  di  alcuno;  e dee  notarsi  che  egli  non 
aveva  giammai  dipinto  a fresco. 

Ma  non  nfeno  mirabile,  anzi  superiore  in  merito,  è il  Giudizio 
finale,  dipinto  dallo  stesso  Bonarruoti  per  ordine  di  Paolo  III, 
superiormente  all’  altare  della  cappella  ove  appunto  esistevano 
tre  pitture  di  Pietro  Perugino,  esprimenti  l’ assunzione  di  Maria, 
la  nascita  di  Gesù,  e Mosè  salvato  dalle  acque  del  Nilo. 

Sull’ alto  di  questo  grande  affresco,  e giusto  nel  mezzo,  scor- 
gesi  il  Figliuol  di  Dio  in  maestà,  e minaccioso  contro  i reprobi, 
avente  a destra  la  sua  Madre  tutta* umile  e,  per  cosi  dire,  timo- 
rosa e tremante:  ai  lati  gli  fanno  corona  gli  apostoli  ed  una 
moltitudine  di  altri  santi;  ed  alquanti  angeli,  dipinti  nella  parte 
superiore  del  quadro,  portano  come  in  trionfo  i simboli  della 
passione.  Nella  parte  media  poi  e presso  alla  terra,  veggonsi  i 
sette  angeli  dell’  Apocalisse,  che  suonando  le  trombe  chiamano 
i morti  al  tremendo  giudizio;  ed  infatti,  allo  squillar  di  quelle 
trombe  tu  vedi  risorgere  l’ umana  specie  in  maravigliose  attitu- 
dini, ed  in  isvariati  modi;  poiché,  alcuni  l’ossatura  soltanto  han- 
no riunita  insieme,  altri  di  carne  mezzo  rivestita,  altri  poi  veg- 
gonsi risorti  colle  primitive  loro  forme;  e qui  è mirabil  cosa  il 
vedere  che  certuni  con  gran  fatica  si  sforzano  uscire  dal  seno 
della  terra.  Ma  ciò  che  accresce  forza  ed  espressione  alla  scena 
di  quest’  opera,  sono  appunto  gli  angeli  che  aiutano  gli  eletti  ad 
ascendere  al  cielo,  mentre  i demonii  trascinano  i reprobi  all’ in- 
ferno, la  resistenza  de’  quali  produce  orribili  combattimenti.  Il 
Bonarruoti  in  fine,  per  rendere  poetica  questa  tremenda  e subli- 
me composizione  v’introdusse  Caronte  che  carica  la  .sua  barca 
di  dannati  per  trasportarli  all’inferno,  conforme  appunto  leg- 
gesi  in  Dante. 


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500  Ottava  Giornata. 

Questo  stupendo  affresco,  che  malgrado  le  critiche,  forma 
giustamente  l’ universale  ammirazione,  fu  eseguito  dal  Bonar- 
ruoti  nello  spazio  di  tre  anni  circa,  avendo  però  impiegato  altret- 
tanto tempo  nel  fare  i cartoni,  e fu  dato  a vedere  al  pubblico  nel 
dicembre  del  1541 . E qui  ricordiamo  che  non  piacendo  a Pio  IV 
la  soverchia  nudità  delle  figure,  ordinò  aliamele  da  Volterra 
di  coprirle  con  panneggiamenti  nelle  parti  che  poco  decente- 
mente rimanevano  nude,  il  qual  lavoro  procacciò  all’artefice  il 
soprannome  di  Braghettone.  La  descritta  pittura  ha  disgrazia- 
tamente molto  sofferto,  si  per  l’umidità,  del  luogo  e sì  ancora 
perchè  durante  qualche  tempo  non  fu  custodita  con  quella  dili- 
genza che  dovevasi. 

Passiamo  ora  a far  parola  delle  pitture  che  veggonsi  sotto  la 
cornice  delle  altre  tre  pareti,  incominciando  da  quelle  che  abbel- 
liscono le  pareti  laterali,  le  quali  appartengono  ad  artisti  di  molta 
fama  del  secolo  XV.  Di  tali  pitture,  quelle  a sinistra  di  chi  os- 
serva il  descritto  affresco  del  Bonarruoti,  si  riferiscono  al  vecchio 
testamento,  quelle  a destra  sono  allusive  al  nuovo,  ed  eccone  la 
corrispondente  indicazione.  — 1°  quadro  a sinistra  presso  il  giu- 
dizio, Mosè  che  viaggia  in  Egitto  con  Sefora,  di  Luca  Signo- 
relli. — 2",  Mqgè  che  uccide  l’Egiziano,  ed  il  medesimo  contro 
i pastori  Madianiti,  di  Sandro  Botticelli.  — 3°  e 4°,  il  passaggio 
del  mar  Rosso,  e l’adorazione  del  vitello  d’oro,  di  Cosimo  Ro- 
selli. — 5°,  il  gastigo  del  fuoco  celeste  caduto  sopra  Core,  Datan 
ed  Abiron,  del  suddetto  Botticelli. — 6°,  la  promulgazione  della 
legge  vecchia,  del  ricordato  Signorelli. 

Nell’ altra  parete,  cominciando  presso  l’ingresso. — 1°  affre- 
sco, l’ultima  cena  di  nostro  Signore,  del  Roselli. — 2°,  la  pode- 
stà delle  chiavi,  lavoro  insigne  di  Pietro  Perugino.  — 3°,  Gesù 
che  predica  sul  monte,  pittura  pregiatissima  del  Roselli.  — 4°, 
Cristo  che  chiama  all’apostolato  Pietro  ed  Andrea,  opera  assai 
bella  del  Ghirlandaio. — 5°,  il  Redentore  tentato  da  Satanasso, 
del  citato  Botticelli.  — 6°,  il  battesimo  di  nostro  Signore , di 
Pietro  Perugino. 

I due  cattivi  affreschi  superiormente  alla  porta  d’ ingresso  fu- 
rono rifatti  sotto  Gregorio  XIII  da  Matteo  da  Lecce  e da  Arri- 
go di  Malines,  fiammingo,  stantechè  le  primitive  pitture  del 
Salviati  e del  Ghilar^aio  erano  andate  perdute.  — Dall’  altro 
canto  della  Sala  Regia,  rimane  la 


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Cappella  Paolina.  501 

* CAPPELLA  PAOLINA. 

Fu  anche  questa  eretta  da  Paolo  III,  dandone  il  disegno  An- 
tonio da  Sangallo.  Nelle  pareti  laterali  si  vedono  sei  affreschi 
assai  guasti  dal  fumo  dei  ceri  che,  alla  occasione,  ardono  nella 
cappella.  Il  primo  ed  il  terzo  di  essi , a destra  entrando , sono 
lavori  di  Federico  Zuccari , e quello  di  mezzo  è del  Bonarruoti. 
Dei  tre  incontro,  quello  nel  mezzo  fu  pure  eseguito  dal  Bonar- 
ruoti, e gli  altri  due  .appartengono  a Lorenzo  Sabatini  da  Bo- 
logna. Le  pitture  della  volta  sono  di  Federico  Zuccari.  In  questa 
cappella  si  fa  la  sontuosa  esposizione  del  ss.  Sacramento,  in  for- 
ma di  quarant’  ore,  la  prima  domenica  dell'  Avvento,  e pel  santo 
sepolcro  nella  settimana  santa.  — Ritornando  nel  primo  piano 
delle  logge  di  Raffaele,  entreremo  nel 

CORRIDOIO  DELLE  ISCRIZIONI. 

La  riunione  e l’ andamento  simmetrico  e scientifico  di  questa 
immensa  collezione  di  antiche  iscrizioni,  si  devono  al  pontefice 
Pio  VII,  che  diede  il  carico  della  loro  classificazione  al  celebre 
monsig.  Gaetano  Marini,  morto  in  Parigi  nel  1817. 

Il  lato  destro,  entrando,  non  contiene  che  iscrizioni  pagane: 
il  lato  sinistro,  eccetto  i primi  scomparti,  è coperto  da  lapidi 
cristiane,  estratte  nella  massima  parte  dagli  antichi  cimiterii  dei 
cristiani,  cogniti  col  nome  di  catacombe.  Queste  ultime  sono 
interessanti  assai  pei  simboli  cristiani  che  spesso  vi  si  veggono 
intagliati,  come  a dire,  il  Monogramma,  la  Vite,  il  Pesce,  Y Ar- 
ca di  Noè,  la  Colomba.  Y Ancora,  la  Pace,  il  Buon  Pastore,  ecc. 
Sono  anche  interessanti  per  la  cognizione  dei  riti  e delle  formole 
sepolcrali  cristiane,  per  la  cronologia  dei  consoli  dei  secoli  IV 
e V dell’era  volgare,  a motivo  delle  date,  e per  gli  errori  orto- 
grafici che  valgono  a dare  indizio  della  pronunzia  equivoca  di 
parecchie  lettere,  e del  sempre  crescente  corrompersi  del  lin- 
guaggio latino  in  que’  secoli . 

I primi  scomparti  delle  iscrizioni  pagane,  entrando,  essendo 
stati  disposti  per  ultimi  e non  contenendo  grande  iiumero  d’iscri- 
zioni, possono  riguardarsi  come  miscellanee,  quantunque  siasi 
seguito,  il  meglio  possibile,  il  metodo  finito  nella  grande  col- 
lezione originale  del  Marini,  divisa  in  iscrizioni  relative  alle  divi- 
nità ed  ai  ministri  sacri,  agl’  imperatori  ed  ai  magistrati,  ai 
militari,  agl’  impieghi,  alle  arti,  ai  mestieri,  ai  funerali,  ed  alle 
persone  di  gioca  importanza.  Questa  raccolta  d’iscrizioni  profa- 


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Ottava  Giornata. 


ne  vuoisi  avere  come  la  più  ricca  fra  quante  ne  esistano,  e come 
un  tesoro  di  erudizione  sotto  ogni  rapporto.  Ad  ogni  passo,  il 
dotto  osservatore  trova  cose  che  richiamano  la  sua  attenzione: 
egli  .viene  talvolta  fermato  dalla  forma  delle  lettere,  talvolta 
dall’ortografia,  dai  nomi,  dalle  formole,  dagli  epigrammi,  dalle 
costumanze,  dalla  specie  degl’impieghi  e delle  magistrature, 
dalle  memorie  storiche  di  persone;  di  guisa  che  sarebbe  un  al- 
lontanarsi dallo  scopo  di  quest’  opera,  l’ intrattenerci  ad  indicare 
tutte  quelle  che  meritano  l'attenzione  dei  dotti . 

Oltre  al  grande  novero  delle  iscrizioni  murate  nelle  pareti, 
questo  corridoio  contiene  moltissimi  altri  oggetti  antichi,  pres- 
soché tutti  relativi  a sepolcri,  come  sarebbero  sarcofaghi,  are 
funebri,  cippi,  e vasi  cinerarii:  sonovi  pure  parecchi  avanzi  ar- 
chitettonici di  bizzarro  disegno,  ed  alcuni  assai  bene  lavorati,  i 
quali  possono  dare  gran  luce  agli  architetti;  e molti  di  tali  mar- 
mi provengono  da  Ostia.  Fra  siffatti  monumenti,  vuoisi  osser- 
vare,, sul  lato  destro,  circa  alla  metà  del  corridoio,  una  nicchia 
(j  edicola  in  marmo,  con  emblemi  relativi  a Nettuno,  trovata  in 
Todi.  Su  di  essa  venne  posto  un  piccolo  frontespizio  spettante  a 
qualche  altro  monumento  della  medesima  specie,  scoperto  in 
Homa  nel  campo  dei  Pretoriani:  esso  ha  una  iscrizione  che  ne 
assegna  la  dedica  al  Genio  della  Centuria  che  dedicollo,  sotto  i 
consoli  Burro  e Comodo,  i quali  tennero  la  terza  volta  tale  digni- 
tà nel  181  dell’era  volgare.  Dallo  stesso  lato,  quasi  di  prospetto 
al  grande  ingresso  della  biblioteca,  è degno  di  osservazione  il 
grande  cippo  colla  iscrizione  riferibile  ad  uh  Cornelio  Atimeto, 
giacché,  nei  due  lati  di  esso  cippo,  si  vede  scolpita  di  bassori- 
lievo una  specie  di  bottega  di  coltellinaio,  colla  sua  fucina:  si 
dice  che  questo  monumento  venisse  trovato  vicino  alla  chiesa  di 
s.  Agnese  fuori  la  porta  Pia.  Lo  scomparfo,  a destra  di  chi  guar- 
da esso  cippo,  contiene  tutti  i monumenti  epigrafici  rinvenuti  in 
Ostia  sul  cominciare  del  corrente  secolo,  fra’quali  sonovene  pa- 
recchi spettanti  al  culto  di  Mitra,  di  cui  si  scorgono  varie  rap- 
presentanze. Di  mezzo  a simili  monumenti  merita  attenzione  il 
pozzo  consacrato  da  Cerellio,  a Cerere  ed  alle  ninfe.  — Prima  di 
porre  il  piede  nel  museo  Chiaramonti,  si  trova  a sinistra  una  por- 
ticina coperta  con  lastre  di  ferro,  la  quale  dà  adito  alla 

% 

BIBLIOTECA  VATICANA. 

Si  crede  che  questa  biblioteca  avesse  origine  da  quella  già 
formata  nel  palazzo  Lateranese  da  s.  Ilario  papa,  e che  in  pro- 


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Biblioteca  Vaticana. 


503 


cesso  di  tempo  venne  trasportata  nel  V aticano,  ed  arricchita  da 
differenti  pontefici.  Comunque  sia,  certo  è che  la  biblioteca  Va- 
ticana fu  in  singoiar  modo  accresciuta  da  Niccolò  V,  il  quale  in- 
viò uomini  dottissimi  in  Grecia,  in  Germania  ed  in  altre  contra- 
de per  fare  acquisto  di  libri  rari.  Sisto  IV  aumentò  il  numero 
dei  codici,  o manoscritti,  ed  a Sisto  V è dovuta  la  fabbrica  del- 
ledifizio  che  li  contiene.  Fu  questo  eretto  coi  disegni  di  Dome- 
nico Fontana,  il  quale,  a taf  uopo,  divise  in  due  il  vasto  cortile 
di  Bramante,  chiamato  di  Belvedere.  Il  medesimo  pontefice  ar- 
ricchiva la  biblioteca  di  nuovi  manoscritti,  ornavano  le  sale,  e le 
assegnava  più  considerevoli  redditi. 

Successivamente,  alla  raccolta  dei  codici  di  essa  biblioteca 
vennero  aggiunti  i manoscritti  dell’elettore  Palatino,  dei  duchi 
di  Urbino,  del  marchese  Capponi,  della  regina  di  Svezia,  e del- 
l’Ottoboni,  duca  di  Fiano.  Vuoisi  a tuttociò  aggiungere  gli  ac- 
crescimenti fattivi  da  Clemente  XI  in  codici  arabi,  siriaci,  cal- 
daici, ecc.;  le  raccolte  del  card.  Zelada,  i libri  a stampa  riuniti 
da  Pio  VII,  la  libreria  archeologica  ed  artistica  del  celebre  Ci- 
cognara,  comperata  da  Leone  XII,  e finalmente  quella  del  dot-, 
tissimo  card.  Mai,  aggiuntavi  da  Pio  IX.  Tutte  queste  ■collezioni 
riunite  insieme  costituiscono  un  totale  di  126,  000  volumi,  dei 
quali  25,  000  manoscritti;  per  ciò  appunto  la  biblioteca  Vaticana 
deve  essere  annoverata  fra  le  più  considerevoli  che  esistano,  e 
per  certo  vuoisi  riguardare  come  la  prima  di  tutte  per  quanto 
spetta  l’ antichità  *lei  suoi  codici. 

La  sala  d’ingresso  contiene  i fac-simili  delle  due  celebri 
colonne  scoperte  sulla  via  Appia,  vicino  al  sepolcro  di  Cecilia 
Metella,  le  quali  furono  illustrate  dal  sommo  Ennio-Quirino  Vi- 
sconti. — Si  entra  quindi  nella 

sala  degli  sciuttori.  — Qui  risiedono  alquanti  impiegati, 
detti  scrittori,  o interpreti,  perchè  hanno  il  carico  di  studiare  e 
pubblicare  manoscritti  inediti.  Tali  scrittori  sono  sette,  due  per 
l'idioma  latino,  due  pel  greco,  due  per  l’ebraico  ed  il  siriaco,  ed 
uno  per  l’arabo.  La  volta  di  questa  sala  è dipinta  a grottesche, 
fra  le  quali  si  osservano,  8 sibille  eseguite  da  Marco  da  Faenza, 
alcuni  paesi  di  Paolo  Brilli,  e gli  stemmi  di  Sisto  V. 

salone.  — Fu  costruito  d’ordine  di  Sisto  V,  e deve  riguar- 
darsi come  il  corpo  originario  della  biblioteca.  Esso  è lungo  6!) 
met.  e 30  c.,  largo  15  met.  e 50  c.,  e rimane  diviso  in  due  na- 
vate per  mezzo  di  sette  grossi  pilastri.  Attorno  a questi  pilastri 
ed  alle  pareti  sono  collocati  degli  armadii  in  cui  si  custodiscono 
i codici,  alquanti  de’quali  sono  adorni  di  gentili  miniature  per- 


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Ottava  Giornata. 


tinenti  ad  epoche  diverse  (1).  Sopra  tali  armadii  e su  quelli  delle 
due  corsie,  che  percorreremo  in  seguito,  si  osserva  una  raccolta 
di  vasi  italo-gTeci,  detti  volgarmente  etruschi. 

Da  un  canto  delf  ingresso  è una  bella  pittura  ad  olio  in  cui 
scorgesi  effigiato  l’architetto  Domenico  Fontana  in  atto  di  pre- 
sentare a Sisto  V la  pianta  della  biblioteca.  Questo  dipinto  è 
opera  di  Pietro  Facchetti,  mantovano,  e non  di  Scipione  da  Gae- 
ta, come  appunto  si  legge  in  alcune  Guide. 

In  quanto  agli  affreschi  che  adornano  questo  salone,  vennero 
eseguiti  dal  Viviani,  dal  Baglioni,  dal  Salviati,  dal  Salimbeni, 
dal  Guidotti,  dal  Nebbia,  ecc.,  i quali  vi  espressero;  lungo  la 
parete  destra,  di  sotto  la  cornice,  i principali  concilii  ecumenici, 
ed  a sinistra,  la  istituzione  delle  più  celebri  biblioteche  degli  an- 
tichi. Al  di  sopra  poi  della  cornice,  che  gira  attorno  alla  sala, 
colorirono  alquanti  avvenimenti  relativi  al  pontificato  di  Sisto  V, 
fra  i quali  il  suo  possesso  e la  sua  coronazione;  ed  in  quest’ulti- 
mo dipinto,  che  rimane  sulla  parete  ov’è  l’ingresso,  si  osserva  il 
prospetto  della  basilica  Vaticana,  conforme  era  a que’tempi,  die- 
tro il  quale  sorge  il  tamburo  della  gran  cupola,  come  appunto 
fu  lasciato  dal  Bonarruoti.  Nella  faccia  dei  pilastri  furono  rap- 
presentati gl’inventori  degli  alfabeti  di  diverse  lingue,  colle  let- 
tere componenti  gli  alfabeti  stessi,  i quali  sono  delineati  supe- 
riormente ad  ogni  figura  del  rispettivo  inventore. 

Fra  i primi  e gli  ultifni  pilastri  che  dividono  la  sala,  si  rendo- 
no osservabili  due  grandi  tavole  di  granito,  sostenuta  ciascuna 
da  12  simulacri  di  Ercole,  fusi  in  bronzo,  ed  ornate  all’intorno 
con  bassorilievi  di  bronzo  dorato,  esprimenti  alcune  gesta  del 
pontefice  Pio  VI,  alla  cui  munificenza  sono  esse  dovute.  Sopra 
queste  tavole,  come  pure  fra  gli  altri  pilastri,  si  osservano  alcuni 
oggetti  assai  preziosi,  donati  in  gran  parte  alla  biblioteca,  dai 
pontefici  Pio  VII,  Gregorio  XVI,  e Pio  IX,  i quali  li  ebbero  in 
dono  dalle  corti,  di  Francia,  di  Prussia,  e di  Russia,  come  ancora 
da  alcun  distinto  personaggio;  e fra  tali  oggetti  ci  piace  ricor- 
dare i due  superbi  candelabri  di  porcellana  della  rinomata  fab- 
brica di  Sevres,  collocati  in  fondo  della  sala  stessa,  de'  quali  ne 
fece  presente  Napoleone  I,  imperatore  de’Francesi,  al  ricordato 
pontefice  Pio  VII. 

Appena  si  sbocca  dal  descritto  salone,  si  rimane  al  certo  sor- 
presi al  colpo  d’occhio  che  presentano  le  due  immense  gallerie, 
le  quali  si  estendono  a destra  ed  a sinistra,  una  di  contro  all’al- 
tra, e che  insieme  riunite  misurano  400  passi  di  lunghezza. 

(1)  Facendone  richiesta  al  custode  si  possono  vedere  alcuni  di  simili  codici, 
come  ancora  parecchi  autografi  di  personaggi  illustri,  e di  uomini  sommi  per  dottrina. 


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Biblioteca  Vaticana. 


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galleria  a destra.  — Essa  è composta  di  otto  sale  e di  un 
gabinetto.  Quattro  di  tali  sale  hanno  l’ingresso  quadrato,  e le 
altre  quattro  lo  hanno  girato  in  arco  e fiancheggiato  da  belle  co- 
lonne, sei  delle  quali  di  porfido.  Le  due  prime  sale  sono  adorne 
con  pitture  a tempera,  della  scuola  del  cav.  d’ Arpino,  esprimen- 
ti, quelle  della  parete  a destra,  talune  storie  dei  papi  Niccolò  V, 
Sisto  IV,  Pio  V,  e Paolo  V,  relative  tutte  alla  biblioteca  Vati- 
cana. Le  pitture  della  parete  opposta  rappresentano  alquanti 
fatti  di  antichi  re  e di  personaggi  illustri,  i quali  fondarono  bi- 
blioteche celebri.  I dipinti  delle  sei  sale  successive  ricordano  le 
gloriose  gesta  dei  pontefici  Pio  VI  e Pio  VII.  Gli  armadii  a si- 
nistra, dalla  quarta  alla  settima  sala,  contengono  la  libreria  Ci- 
cognara,  famosa  per  la  raccolta  d’opere  intorno  alle  arti.  Gli  ar- 
madii a destra  comprendono  la  libreria  Capponiana.  Le  due  co- 
lonne di  porfido  sorreggenti  l’ultimo  arco,  sulle  quali  sono  scol- 
piti d’alto  rilievo  due  imperatori  che  si  abbracciano,  apparten- 
gono ai  tempi  del  decadimento  delle  arti.  Taluni  pretendono  che 
in  siffatte  sculture  si  volle  esprimere  la  rappacificazione  dei  due 
imperi,  d’oriente  e di  occidente. 

Il  gabinetto,  che’ coslituisce  l’estremità  di  questa  galleria, 
contiene  sei  armadii  ripieni  di  oggetti  importantissimi  alla  scien- 
za archeologica.  Consistono  essi  in  utensili  di  differenti  metalli, 
la  maggior  parte  in  bronzo;  in  idoletti  ed  altre  statuine  dello 
stesso  metallo;  in  diversi  ornamenti  muliebri  d’oro;  in  frammenti 
di  antichi  condotti  di  piombo  colle  loro  iscrizioni;  in  un  piccolo 
frammento  della  nave  di  Tiberio,  sommersa  nel  lago  di  Nemi;  in 
iscrizioni  su  lastre  di  bronzo;  in  bassorilievi  di  avorio;  in  una 
pregevole  tazza  di  ambra,  scolpita  all’intorno,  ed  in  una  chioma 
di  donna  pagana  a maraviglia  conservata,  e che  fu  trovata  nel 
1777  entro  un  antico  sarcofago,  scoperto  nella  vigna  Puri,  pres- 
so il  luogo  ov’era  anticamente  la  porta  Capena.  Vi  si  scorgono 
anche,  racchiusi  in  una  cornice,  alcuni  cammei  del  celebre  Gi- 
rometti,  donati  alla  biblioteca  da  Gregorio  XVI;  e di  più,  due 
lavori  a cesello  attribuiti  al  Celimi,  qui  collocati  da  Pio  IX,  rap- 
presentanti Giove  che  fulmina  i Titani,  e la  morte  di  Medusa. 
Meritano  ancora  d’essere  qui  osservati,  due  musaici  rinvenuti 
nella  villa  Adriana,  e le  quattro  teste  in  bronzo,  cioè  di  Balbi- 
no, di  Settimio  Severo,  di  Nerone,  e di  Augusto.  — Tornando 
indietro,  si  giunge  alla 

galleria  a sinistra.  — Le  due  prime  sale  di  questa  galleria 
e la  sezione  seguente,  contengono  due  proseguimenti  di  armadii, 
ne’ quali  si  custodiscono  i manoscritti  che  appartennero  già  alle 

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Ottava  Giornata. 


biblioteche  da  noi  ricordate.  Le  pitture  cli’adornano  queste  due 
sale  rappresentano  diversi  fatti  di  Sisto  V.  In  una  di  tali  pitture, 
nella  seconda  sala,  si  scorge  il  prospetto  della  basilica  V aticana 
conforme  al  disegno  di  Michelangelo;  ed  incontro  è ritratta  la 
eiezione  dell’obelisco  Vaticano. 

In  fondo  alla  sezione  formante  seguito  alle  suddette  due  sale, 
si  vedono  due  statue  sedenti,  in  marmo,  delle  quali,  una  rappre- 
senta Aristide  di  Smirne,  celebre  sofista  greco,  col  nome  scritto 
nella  base,  e l’ altra  un  filosofo  greco,  volgarmente  conosciuto 
col  nome  di  Lisia,  rinomato  oratore  di  Grecia.  — Viene  poi  il 
museo  sacro.  — L’origine  di  esso  devesi  a Benedetto  XIV  ; 
e la  maggior  parte  degli  oggetti  quivi  riuniti,  formavano  l'an- 
tico museo  Vettori.  Si  vedono  all’intorno  otto  belli  armadii,  so- 
pra cui  sono  i ritratti  in  bronzo  dei  cardinali  bibliotecarii.  La  stes- 
sa sala  contiene  parecchie  custodie  munite  di  cristalli,  e tanto 
in  queste  quanto  negli  armadii,  si  conserva  grande  quantità  di 
oggetti  pertinenti  ai  riti  dei  primitivi  cristiani,  ossiano  anelli, 
dittici  di  avorio  e di  legno,  lucerne,  pissidi,  calici,  vasi  cinerarii 
di  vetro,  vasi  sacri,  bassorilievi  in  avorio,  ecc.;  e fra  questi  ul- 
timi si  rende  osservabile  quello  rappresentante  la  deposizione  di 
croce,  eseguito  su  di  un  disegno  del  Bonarruoti;  opera  che  già 
appartenne  al  museo  Baglioni  di  Perugia.  Tale  bassorilievo  si 
deve  alla  munificenza  di  Gregorio  XVI,  da  cui  fu  arricc  ito  con- 
siderevolmente questo  museo,  inispecie  con  lavori  di  niello.  An- 
che il  pontefice  Pio  IX  aggiunsevi  altri  oggetti  di  tal  sorta,  fra’ 
quali  si  annovera  la  preziosa  croce  pettorale  di  oro,  di  cui  si  fece 
menzione  parlando  del  luogo  ove  fu  rinvenuta;  vedi  a pag.  162. 
Al  medesimo  pontefice  si  deve  pure  un  lavoro  di  cesello,  in  cui 
Benvenuto  Celimi  rappresentò  il  trionfo  di  Carlo  V . Quello  però 
che  riesce  più  ammirevole  in  questo  museo,  sono  le  pitture  in 
tavola,  condotte  a tempera  da  greci  pittori  che  precedettero  il 
rinascimento  delle  belle  arti.  Fra  tali  pitture,  la  più  interessante 
è la  deposizione  di  s.  Efraim  di  Siria.  Nella  volta  veggonsi  dipin- 
te, da  Stefano  Pozzi,  la  Chiesa  e la  Religione.  • 

gabinetto  dei  PAPIÉ».  — Questo  gabinetto  devesi  riguar- 
dare come  uno  dei  locali  più  magnifici  e splendidi  del  Vaticano, 
per  la  profusione  di  graniti,  di  porfidi,  >e  di  bronzi  messi  ad  oro. 
Una  così  sontuosa  decorazione  si  deve  al  pontefice  Pio  VI,  il 
quale  fece  anche  condurre  dal  Mengs  le  pitture  a fresco  che  ne 
accrescono  l’ornamento.  Il  dipinto  nella  volta  rappresenta  la  Sto- 
ria in  atto  di  scrivere  su  di  un  volume  che  il  Tempo  sostiene  colle 
sue  spalle.  Nelle  lunette  sono  espressi,  Mosè  e s. Pietro,  l’uno  e 


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Biblioteca  Vaticana. 


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T altro  fra  due  angeli;  e qui  si  osservi,  che  sebbene  il  s.  Pietro 
sia  colorito  a tempera,  tuttavia  il  vigore  e la  vivacità  delle  tinte 
sono  tali,  che  questa  figura  in  nulla  cede  alle  altre  ivi  eseguite 
a fresco.  Gh  ornati  sono  lavori  di  Cristofaro  Unterperger.  Al- 
l’intorno a questo  gabinetto  si  vedono  molti  papirii  custoditi  sot- 
to cristalli:  essi  contengono  atti  di  donazione  e contratti  stipu- 
lati fra  il  X ed  il  XII  secolo,  e furono  illustrati  dal  celebre  mon- 
sig.  Gaetano  Marini,  nella  sua  opera  sui  papirii  diplomatici. 

Dalla  sala  che  segue  comincia  la  sezione  aggiuta  da  Pio  VII 
alla  biblioteca. 

SALA  DELLE  PITTURE  DI  ANTICHE  SCUOLE.  — Questa  Sala,  la 
cui  volta  è gentilmente  dipinta  a fresco,  contiene  una  preziosa 
collezione  di  pitture  dei  secoli  XIII  e XIV . Ivi  si  scorgono  al- 
cune opere  magnifiche  di  Margheritone,  di  Cimabue,  di  Giotto, 
di  Masaccio,  del  beato  Angelico,  ecc.  Nel  mezzo  di  questa  sala 
si  vedono  due  bellissime  tavole  quadrilunghe  di  granito,  ed  al- 
tre due  di  forma  rotonda:  una  di  queste  è composta  coi  fram- 
menti di  marmi  trovati  nel  cimiterio  di  s.  Callisto,  e nel  centro 
v’è  figurato  WBuon  Pastore  del  vangelo;  l’altra  è lavorata  coi 
frammenti  di  marmi  scoperti  negli  scavi  sul  Palatino.  Volgen- 
dosi verso  la  prima  finestra  di  questa  sala,  veggonsi  alcuni  og- 
getti di  argento  smaltato,  mandati  in  dono  al  pontefice  Pio  IX 
dal  re  di  Siam  insieme  al  proprio  ritratto,  che  osservasi  supe- 
riormente agli  oggetti  stessi,  consistenti  in  due  coppe  ecc.  In- 
contro all’  altra  finestra  scorgesi  un  magnifico  messale,  adorno 
di  stupende  miniature.  Questo  messale  è dono  dell’imperatore  di 
Austria,  il  quale  lo  mandò  a Pio  IX  nella  ricorrenza  del  quin- 
quagesimo anno  del  suo  sacerdozio;  ed  il  sullodato  pontefice  ne 
arricchiva  la  biblioteca  V aticana. 

Sulla  parete  in  fondo,  a sinistra  della  porta,  osservasi  un  di- 
segno assai  lodevole,  esprimente  il  tanto  celebrato  giudizio  fi- 
nale di  Michelangelo,  dipinto  a fresco  nella  cappella  Sistina. 
Tale  disegno,  eseguito  con  molta  intelligenza  d’ arte  dal  com- 
mehd.  Tommaso  Minardi,  fu  aggiunto  alla  biblioteca  nel  1809. 
Dall’altro  canto  della  porta  stessa  vedesi  un  calendario  russo  in 
forma  di  croce  greca,  dipinto  sul  legno  e donato  alla  biblioteca 
dal  marchese  Capponi.  Presso  il  detto  calendario  è una  cornice 
con  entrovi  parecchie  opere  del  XV  secolo,  eseguite  in  cristallo 
di  monte.  Siffatte  stupende  opere  in  bassorilievo,  donate  dal 
pontefice  Pio  IX,  rappresentano  Gesù  crocefisso  ed  alcuni  fatti 
della  passione:  nelle  estremità  della  croce  sono  effigiati  i quattro 
evangelisti.  Il  magnifico  inginocchiatoio  ohe  qui  si  vede,  iiqua- 

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Ottava  Giornata. 


le  può  essere  riguardato  come  un  capolavoro  dell’arte  d’inta- 
gliare in  legno,  ebbelo  in  dono  Pio  IX  dalla  provincia  di  Tours, 
in  Francia,  ed  esso  lo  volle  collocato  nella  biblioteca  Vaticana. 

Prima  di  passare  nel  Gabinetto,  già  Numismatico,  il  cui  in- 
gresso rimane  in  fondo  a questa  sala,  entreremo  in  quello  ove 
sono  raccolti  alquanti  affreschi  dell’antica  Roma,  e che  per  ciò 
appellasi  il 

gabinetto  delle  pitture  antiche.  — Intorno  a questo  ga- 
binetto vennero  disposti  alquanti  antichi  intonachi  dipinti  a fre- 
sco, fra  i quali  merita  specialissima  attenzione  quello  conosciuto 
col  nome  di  Nozze  Aldobr andine,  così  chiamato  perchè  il  sog- 
getto rappresenta  uno  sposalizio,  e perchè  in  altri  tempi  appar- 
tenne alla  famiglia  Aldobrandini. 

Questo  raro  intonaco  fu  scoperto  nel  1606  sull’Esquilino.  pres- 
so l’arco  di  Gallieno  fra  le  ruine  d’una  casa  dell’antica  Roma. 
Fino  a che  non  furono  diseppellite  le  pitture  di  Pompei,  qne- 
st’affresco  venne  riguardato  come  il  monumento  più  prezioso 
dell’antica  arte  pittorica.  Niccolò  Pussino  fecene  una  copia  che 
esiste  nella  galleria  Boria;  ma  essa  differisce  in  alcuni  partico- 
lari dall’ originale,  perchè  allorquando  fu  eseguita,  il  dipinto 
aveva  subito  delle  alterazioni  a causa  dei  cattivi  instauri;  questi 
però  furono  poscia  tolti  via,  di  guisa  che  l’originale  tornò  nello 
stato  in  cui  era  quando  fu  scoperto.  Il  soggetto  è forse  relativo 
alle  nozze  di  Peleo  e Teti.  Altri  credono,  esprima  le  nozze  di 
Stella  e di  Violantilla,  cantate  da  Stazio,  o pure  quelle  di  Man- 
lio con  Giulia,  celebrate  in  verso  da  Catullo.  Del  resto,  poiché 
nulla  si  scorge  nell’opera  che  indichi  con  certezza  sponsali  eroi- 
ci, possiamo  anche  credere  che  sia  una  rappresentanza  famiglia- 
re degl’individui  che  abitarono  la  casa  ove  il  dipinto  si  rinvenne. 

Gli  altri  intonachi  hanno  minor  merito.  Essi  rappresentano 
Amore  trionfante;  una  Ninfa,  scoperta  nel  1810  presso  la  via  No- 
mentana,  e le  cinque  donne  più  celebri  nei  tempi  eroici  per  le  loro 
sventure  amorose,  coi  loro  nomi  scrittivi;  cioè,  Pasifae,  Scilla, 
Fedra,  Mirra  e Canace:  queste  figure  erano  dipinte  sulle  pareti 
d’una  camera,  scoperta  nel  1818,  fuori  la  porta  s.  Sebastiano, 
nella  tenuta  di  Tormarancio.  In  ciascuna  delle  quattro  grandi 
cornici  poste  sull’alto  delle  pareti  laterali,  si  veggono  due  sezioni 
dèi  celebre  affresco  che  venne  segato  dal  muro  in  una  specie  di 
crypta  d’una  casa  dell’antica  Roma,  scoperta  nel  1850  in  via 
Graziosa,  nel  rione  Monti.  Questi  dipinti  rappresentano  alcuni 
fatti  relativi  ad  Ulisse,  presi  dall’Odissea.  Inoltre  vi  si  osserva- 
no quattro  piccoli  affreschi  provenienti  dagli  scavi  di  Ostia,  e 
qui  collocati  nel  1869. 


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Biblioteca  Vaticana. 


509 


Gli  affreschi  che  abbelliscono  la  volta  del  descritto  gabinetto 
furono  condotti  da  Guido  Reni,  e rappresentano  alcune  imprese 
di  Sansone.  I musaici  poi  che  ne  adornano  il  pavimento  vennero 
scoperti,  nel  18(50,  nella  vigna  Brancadoro  fuori  la  porta  a.  Lo- 
renzo, e nel  centro  di  quello  che  rimane  nel  mezzo  è rappresen- 
tato Achille  nel  suo  carro,  dietro  cui  trascina  il  corpo  di  Ettore. 

gabinetto  de’ bolli  antichi.  — Il  pontefice  Pio  VII  fu  que- 
gli che  fece  quivi  disporre  con  bell’ordine  la  collezione  dei  bolli 
in  terra  cotta,  ossiano  quelle  impronte  che  gli  antichi  appone- 
vano ai  materiali  di  fabbriche.  Questa  raccolta  era  stata  fatta  in 
gran  parte  dal  surricordato  monsig.  Marini,  che  la  illustrò  e la- 
sciolla,  in  forza  di  testamento,  alla  biblioteca,  assieme  al  mano- 
scritto della  sua  illustrazione.  Fra  le  pitture  antiche  le  quali  si 
osservano  in  questo  gabinetto,  merita  speciale  attenzione  il  ri- 
tratto di  Carlo  Magno.  — Tornando  nella  sala  già  da  noi  visi- 
tata entreremo  nel 

gabinetto,  già’  numismatico.  — Era  questo  in  altri  tempi 
una  cappella  eretta  da  s.  Pio  V in  onore  di  s.  Pietro  martire,  ed 
è per  ciò  che  gli  affreschi  i quali  vi  si  vedono  ancora,  esprimono 
fatti  relativi  a quel  santo:  tali  affreschi  furono  condotti  dagli  sco- 
lari del  Vasari,  sui  cartoni  del  loro  maestro.  In  altri  tempi  que- 
sto gabinetto  andava  ricco  di  alcune  collezioni  di  antiche  meda- 
glie, fra  le  quali  si  annoverava  quella  della  regina  di  Svezia: 
ogni  cosa  però  venne  sottratta  nelle  vicende  politiche  di  Roma 
del  1796. — A sinistra,  dopo  attraversate  due  camere  si  scen- 
de nell’ 

APPARTAMENTO  BORGIA  (1). 

Questo  appartamento,  che  forma  oggi  parte  della  bibliotoca, 
piglia  il  nome  da  Alessandro  VI  Borgia  che  fecelo  fabbricare. 
Sotto  il  medesimo  pontefice  ivi  s’incominciarono  le  pitture  che 
lo  decorano,  poscia  terminate  sotto  Leone  X.  I dipinti  ch’ornano 
le  volte  delle  due  prime  camere  sono  del  Bonfili  ; quelli  della 
terza,  a cui  si  scende  di  nuovo  per  alcuni  gradini,  appartengono 
al  Pinturicchio,  e si  riferiscono  alle  virtù,  alle  scienze  ed  alle 
arti  protette  dalla  famiglia  Borgia.  Dopo  osservati  gli  accennati 
affreschi  passiamo  nella 

» quarta  sala. — In  questa  sala  esiste  la  superba  e rara  rac- 
colta di  stampe  incise  in  rame,  formata  da  Pio  VI.  Le  pitture 
che  ne  abbelliscono  le  pareti  e la  volta  sono  lavori  del  suddetto 


(1)  Per  visitare  questo  appartamento  bisogna  avere  uno  speciale  permesso. 


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510  Ottava  Giornata. 

m, 

Pinturicchio.  Il  lunettone  sopra  la  finestra  offreei  il  martirio  di 
s.  Sebastiano:  incontro  si  osserva  la  disputa  di  s.  Caterina  di 
Alessandria,  al  cospetto  di  Massimiano.  Nella  lunetta  sulla  porta 
per  cui  si  entrò,  è dipinta  la  visitazione  di  s. Elisabetta,  e nella 
successiva,  s.  Antonio  abbate  che  visita  s.  Paolo  primo  eremita. 
Nella  lunetta  in  prospetto  si  scorge  s.  Barbara  che  fugge  dalle 
insidie  del  padre;  nell’altra  che  viene  dopo,  si  vede  s. Giuliana 
nel  punto  che  suo  padre  vuol  forzarla  a sposare  un  governatore 
pagano,  enei  paese  è rappresentato  il  martirio  di  essa  santa. 
Sotto  la  lunetta  è dipinta  la  Madonna  col  santo  Bambino.  Gli 
affreschi  nella  volta  rappresentano  la  favola  d’ Iside  e di  Osiride. 
Incontro  alla  finestra  sorge  una  colonna  di  alabastro  orientale 
scanalata  in  ispirale,  scoperta  presso  la  chiesa  di  s.  Eusebio. 

quinta  sala.  — Il  ricordato  Pinturicchio  dipinsene  la  volta, 
e lo  stesso  artefice  condusse  nella  lunetta,  sopra  l’ingresso,  la 
risurrezione  di  Cristo,  introducendo  nella  composizione  Ales- 
sandro VI  in  atto  d’ un  uomo  che  prega.  Questa  pittura  è se- 
guita dall’adorazione  dei  Magi,  dal  santo  Presepe,  dall’ Annun- 
ziata , dall’  Assunta , dalla  venuta  dello  Spirito  Santo , e dal- 
l’ Ascensione.  Nelle  lunette  veggonsi  dipinti  alcuni  profeti. 

sesta  sala.  — Questa  sala,  lunga  17  met.  e 27  cent.,  larga 
6 met.  e 10  cent. , fu  detta  la  sala  dei  pontefici  martiri,  perchè  vi 
esistevano  alquanti  ritratti  di  essi  pontefici,  dipinti  nelle  lunette 
delle  pareti,  ma  che  in  seguito  vennero  ricoperti  con  grandi 
conchiglie.  Regnando  Leone  X,  la  volta  fu  decorata  con  affre- 
schi di  Giovanni  da  Udine  e di  Pierino  Del  Vaga,  diretti  da  Raf- 
faello. Frammezzo  a graziosi  ornati,  veggonsi  espressi  i sette 
pianeti  cogniti  agli  antichi,  figurati  nelle  sette  divinità  delle 
quali  portano  il  nome.  Ciascuna  di  queste  figure  è su  d’un  carro 
tirato  da  animali  simbolici:  vi  si  scorgono  ancora  i dodici  segni 
dello  zodiaco,  e le  altre  principali  costellazioni.  Addossato  ari 
una  parete  si  rende  osservabile  un  caminetto  in  .marmo  palom- 
bino,  lavoro  d’eccellente  intaglio  del  secolo  XVI;  di  sotto  è l'an- 
tico sarcofago,  scoperto  nel  1702  fuori  porta  Maggiore,  entro 
cui  era  uno  scheletro  umano  ravvolto  in  un  lenzuolo  di  amianto. 

Dalle  finestre  di  questa  sala  si  ha  la  veddta  del 

CORTILE  DI  BELVEDERE. 

Esso  fu  fatto  costruire  da  Giulio  II  coi  disegni  del  Bramante, 
per  così  ridurre  quasi  a forma  d’ anfiteatro  rettangolare  lo  spa- 
zio compreso  fra  il  nicchione,  detto  di  Belvedere,  e l'antico  pa- 


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Cortile  di  Belvedere. 


511 


lazzo  papale.  Qui  era  che,  secondo  gli  usi  di  allora,  si  celebra- 
vano famosi  tornei  in  occasioni  di  straordinarii  avvenimenti,  lo 
che,  ad  esempio,  ebbe  luogo  nel  1565,  sotto  Pio  IV,  quando  il 
conte  Annibaie  Altemps,  nipote  del  papa,  sposò  Ortenzia  Bor- 
romeo, di  Milano.  Si  ha  una  minutissima  descrizione  di  quel 
torneo  negli  storici  del  tempo.  Del  resto,  il  cortile  di  cui  si  parla 
rimase  sfigurato  dalla  fabbrica  della  Biblioteca,  e del  Braccio 
Nuovo  aggiunto  al  museo  Chiaramonti,  come  pure  da  alquanti 
controforti. 

Uscendo  dalla  biblioteca  dalla  porta  stessa  per  cui  vi  fummo 
entrati,  si  trova,  a sinistra,  un  cancello  di  ferro,  che  divide,  in 
due  parti  il  vasto  corridoio  di  Bramante.  Da  questo  cancello  si 
entra  nel  , 

MUSEO  CHIARAMONTI. 

Con  questo  nome  viene  designata  la  ricca  raccolta  di  antiche 
sculture  formata  nel  Vaticano  da  papa  Pio  VII,  Chiaramonti, 
come  un’aggiunta  del  museo  Pio-C  lem  enfino.  Il  museo  di  Pio 
VII  si  divide,  in  Corridoio  Chiaramonti,  ed  in  Braccio  Nuovo. 
Il  primo  è precisamente  quello  ove  entrammo  pel  cancello  di 
ferro,  e che  costituisce  la  sorprendente  galleria  la  quale  serve 
tli  accesso  a tutto  intero  il  museo  Vaticano.  Il  Braccio  Nuovo. 
di  cui  tratteremo  da  prima,  si  trova  al  principio  del  suddetto 
Corridoio  Chiaramonti-,  infatti,  passato  appena  il  cancello  per 
dove  entrammo,  si  vedono  a sinistra  due  colonne  di  granito  bi- 
gio che  ne  fiancheggiano  l’ingresso.  Queste  colonne  sostengono 
i busti  di  Traiano  e di  Augusto,  ambidue  colla  testa  di  basalte 
nero. 

BR  VCCIO  NUOVO  DEL  MUSEO  CHIARAMONTI. 

Questa  magnifica  galleria,  il  cui  colpo  d’ occhio  è veramente 
sorprendente,  ne  ricorda  colla  sua  splendida  ricchezza  le  più  ce- 
lebri pinacoteche  esistenti  nei  più  sontuosi  edilìzi  dell’  antica  Ro- 
ma. Essa  fu  eretta  coi  disegni  dell’architetto  Raffaele  Stern, 
romano,  il  quale  diedele  61  met.  e 53  cent,  in  lunghezza,  e 7 
met.  e 75  cent,  di  larghezza:  la  sua  edificazione  costò  465,000 
« scudi  romani  ( 2,499,375  franchi  ),  e venne  aperta  al  pubblico 
nel  1822. 

Nel  mezzo  della  parete  a sinistrasi  apre  un  emiciclo,  e di  pro- 
spetto è uno  sfondo  rettilineo  ove  esiste  una  scala  ohe  mette  al 
Giardino  della  Pigna,  di  maniera  che  ciascuna  delle  due  pareti 
laterali  rimane  divisa  in  due  sezioni.  La  volta  della  galleria  è de- 


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512 


Ottava  Giornata. 


corata  elegantemente  con  cassettoni  e rosoni  di  stucco;  e per  12 
a] torture,  praticate  nella  volta  stessa,  penetra  la  luce  nella  sala, 
dando  uno  stupendo  effetto  all’edifizio  ed  ai  monumenti  raccol- 
tivi. Gli  archi  della  volta  vengono  sorretti  da  12  colonne,  delle 
quali:  8 di  cipollino  di  rara  bellezza,  si  vedono  nella  gran  sa- 
la: 2 di  granito  egizio  nell’emiciclo,  e 2 di  giallo  antico  nello 
sfondo  rettilineo.  Sonovi  ancora  molte  altre  colonne  di  marmi 
rari,  le  quali  decorano  le  diverse  porte  d’ingresso  e l’ emiciclo. 
Lungo  la  galleria  si  scorgono,  nei  Iati,  trentadue  rocchi  di  co- 
lonne di  granito  orientale,  sostenenti  altrettanti  busti,  la  massi- 
ma parte  de’ quali  appartennero  già  ai  principi  Ruspoli.  Inoltre, 
questa  galleria  contiene  43  statue  entro  nicchie,  altri  40  busti 
posti  sopra  eleganti  mensole;  ed  al  disopra  di  essi  è incastrata, 
nelle  pareti,  una  serie  di  bassorilievi  in  istucco,  eseguiti  dal  cav. 
Massimiliano  Laboureur,  rappresentativi  trionfi,  sacrifizi,  e bac- 
canali. Ciò  poi  che  accresce  pregio  e magnificenza  a questa  gal- 
leria è il  superbo  pavimento  formato  di  fini  marmi,  ed  abbellito 
con  10  scomparti  di  musaici  antichi. 

"Dato  un  cenno  generale  dell’edifizio,  ci  faremo  ad  osservarne 
i più  preziosi  monumenti,  cominciando  dalla  . 

parete  dell’ingresso.  — Questo  ingresso,  che  ha  gli  stipiti 
e l’ architrave  di  diaspro  di  Sicilia,  rimane  fiancheggiato  da  due 
colonne  di  granito  bigio,  sorreggenti  un  frontespizio  di  marmo 
bianco.  L’erma  a destra  dei  riguardanti,  colla  testa  moderna, 
rappresentava  già  il  ritratto  di  Zenone , soultore  d’  Afrosine , 
come  lo  prova  l’iscrizione  greca  che  vi  si  legge  sotto:  dall’altro 
lato  si  vede  un’erma  di  Bacco,  vestita.  Il  bassoriliero  entro  la 
lunetta  al  disopra  del  cornicione  rappresenta  Achille  che  tra- 
scina il  cadavere  di  Ettore  sotto  le  mura  di  Troia. 

parete  a destra  entrando. — I*  Nicchia  vicino  alla  farete 
ove  esiste  V ingresso.  Cariatide  del  tempio  di  Pandrosia  in  Ate- 
ne, altre  volte  spettante  alla  famiglia  Giustiniani. — II*  Nicchia. 
Bella  statua  di  Commodo  in  abito  da  cacciatore:  raro  simulacro 
del  figlio  degenere  dell’ottimo  Marco  Aurelio. — Testa  colossale 
d’uno  schiavo  dacio,  di  assai  bel  lavoro.  — III*  Nicchia.  Sileno 
con  in  braccio  Bacco  fanciullo  : esisteva  già  nel  palazzo  Ruspoli, 
e merita  d’  essere  annoverato  fra  i migliori  lavori  dell’  antica 
scultura. — IV*  Nicchia.  La  statua  semicolossale  di  Ottaviano 
Augusto , collocata  in  questa  nicchia , deve  annoverarsi  fra  i 
capolavori  di  greco  scalpello  che  formano  la  celebrità  del  mu- 
seo Vaticano.  Mssa  fu  scoperta  nel  1863  presso  la  via  Flaminia 
a 9 miglia  da  Roma,  al  di  là  di  Prima  Porta , fra  le  rovine  della 


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Braccio  Nuovo  del  Museo  Chiaramonti.  513 

villa  di  Livia  seconda  moglie  di  Augusto.  La  bellissima  testa  di 
questa  statua  offreci  una  delle  più  identiche  effige  del  fonda- 
tore dell’impero  romano,  e non  essendo  scolpita  nello  stesso 
masso,  ma  bensì  innestata  sul  busto,  si  potrebbe  attribuire  ad  al- 
tro scultore  e ad  altra  epoca.  Questo  stupendo  simulacro  di  Ot- 
taviano stringe  lo  scettro  nella  sinistra  sollevando  la  destra  in 
atto  di  arringare,  forse  il  suo  esercito.  Esso  è in  abito  militare, 
e la  corazza  è egregiamente  istoriata  di  bassorilievi.  Il  gruppo 
di  mezzo  allude  ad  una  delle  più  gloriose  gesta  di  Augusto,  il 
quale,  senza  neppur  combattere  e solo  colla  rinomanza  guerrie- 
ra, ricuperò  dai  Parti  le  insegne  militari  che  avevano  tolte  alle 
legioni  romane  condotta  da  Crasso  e da  Antonio:  il  giovane  Ti- 
berio è quegli,  che,  in  luogo  di  Augusto,  riceve  il  vessillo  per 
le  mani  di  un  Parto.  Nei  lati  veggonsi  due  Province  debellate 
dallo  stesso  Augusto,  la  Dalmazia  e la  Gallia  Aquitania,  e sotto 
queste  Apollo  e Diana,  divinità  tutelari  del  medesimo.  Sull’ alto 
poi  della  corazza  si  volle  probabilmente  significare  l’ ora  del  na- 
scimento del  grande  imperatore,  simboleggiandovi  il  Cielo  e 
l’ Aurora;  ed  a piè  della  corazza  stessa,  vedesi  personificata  la 
Terra  in  atto  di  riposarsi  dalle  passate  sventure  mercè  di  Augu- 
sto. In  fine,  Cupido  a cavalcioni  sopra  un  delfino,  scolpito  a piè 
della  statua,  ricorda,  forse,  l’origine  che  si  attribuiva  ad  Au- 
gusto, come  disceso  da  Venere.  La  descritta  statua  fu  scoperta 
che  aveva  tronco  il  braccio  destro,  e pur  tronca  la  parte  inferiore 
.delle  gambe,  ma  si  potè  ricomporre  con  pochissimo  ristauro, 
eseguito  dal  Tenerani;  e non  v’ha  di  nuovo  se  non  che  lo  scet- 
tro e la  freccia  di  Cupido.  — Il  bassorilievo  sull’alto  rappresenta 
il  trionfo  di  Settimio  Severo. — Quivi  il  pavimento  va  adorno  di 
un  musaico  bianco  e nero,  il  cui  soggetto  è preso  dall’Odissea,  e 
vi  si  scorge  Ulisse  legato  all’albero  della  nave. — V*  Nicchia. 
Bella  statua  rappresentante,  forse,  Antonio  Musa,  medico  di  Au- 
gusto, sotto  le  forme  diEsculapio  giovane.  — Un  busto  di  Clau- 
dio, che  fece  parte  di  una  statua  colossale  di  questo  imperatore. 
— Sopra  la  mensola,  in  alto,  busto  panneggiato  d’una  Ninfa. — 
VI*  Nicchia.  Nerva,  figura  togata. — Busto  di  persona  inco- 
gnita.— VII*  Nicchia.  La  Pudicizia,  statua  di  alto  merito,  si  per 
l’eleganza  dell’insieme,  e si  per  l’ ottimo  panneggiare  delle  vesti 
che  la  cuoprono;  la  mano  però  eh’ essa  tiene  vicino  al  volto,  la 
quale  è di  moderno  lavoro,  fa  prova  della  poca  abilità  dell’  arti- 
sta eh’  ebbela  scolpita.  — Un  busto  pregevolissimo  di  Polluce. — 
Vili*  Nicchia.  Tito  con  un  alveare  scolpitogli  ai  piedi,  ad  indi- 
care la  sua  dolce  natura:  questa  statua,  sebbene  difettosa  nelle 

22” 


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514 


Ottava  Giornata. 


proporzioni,  pure  merita  d’ essere  commendata  pel  buono  stile 
di  panneggiare;  fu  essa  scoperta  nel  1828  vicino  a s.  Giovanni 
in  Laterano  assieme  a quella  di  Giulia  sua  figlia,  collocata  nella 
nicchia  di  prospetto. 

In  mezzo  alla  sala,  su  d’una  base  scanalata  di  granito  rosso, 
sorge  un  vaso  stupendo  di  basalto  nero , d’ elegante  forma,  e 
squisitamente  intagliato.  Le  anse  di  esso  vengono  formate  da 
due  pieghevoli  verghe  di  ferula  grteca:  otto  tirsi,  quattro  ma- 
schere dionisiache  e due  tragiche  lo  decorano  all’  intorno,  ed  un 
ramo  di  acanto  ne  adorna  la  parte  superiore  sotto  il  labbro. 

Ciò  peraltro  che  qui  signoreggia  è la  celebre  statua  colossale 
del  Nilo,  collocata  nel  lato  sinistro.  Il  Telilo  è rappresentato  gia- 
cente con  attorno  sedici  scherzosi  fanciullini,  simboli  dei  sedici 
cubiti  della  sua  feconda  escrescenza.  L’aria  del  suo  volto  è be- 
nigna come  si  addice  ad  un  nume  benefico;  dal  mento  gli  scende 
una  folta  e prolissa  barba,  ed  ha  i capelli  ricinti  di  spiche  e di 
ninfea.  Il  basamento  scolpito  ad  onde,  va  tutto  adorno  di  pro- 
dotti nilotici,  e vi  si  osserva  il  combattimento  fra  l’ippopotamo 
ed  il  coccodrillo,  ed  alcuni  battelli  con  entro  dei  pigmei,  che 
Plinio  loda  come  valenti  a dar  caccia  agli  animali  che  frequen- 
tano il  Nilo.  Questa  statua,  la  cui  bontà,  di  lavoro  manifesta  il 
secolo  di  Adriano,  venne  scoperta  sotto  Leone  X vicino  alla 
chiesa  di  s.  Stefano  del  Cacco,  ove  anticamente  esisteva  il  tem- 
pio d’ Iside  e di  Serapide. 

Nei  quattro  angoli  de’ due  già  ricordati  sfondi,  si  veggono, 
sopra  quattro  superbi  rocchi  di  granito  rosso  orientale,  altret- 
tante maschere  di  Medusa  in  colossali  dimensioni,  mirabili  per 
grandiosità  di  stile  e per  correttezza  di  lavoro:  una  è in  gesso 
per  formare  la  simmetria  monumentale;  le  altre  sono  di  marmo, 
e furono  trovate  vicino  al  tempio  di  Venere  e Roma  eretto  da 
Adriano;  in  fatti  queste  tre  pregevoli  sculture  appartengono  a 
quella  felice  epoca  per  le  arti. 

Ora  volgiamoci  a destra,  e visitiamo  lo  sfondo  rettilineo,  ov’  è 
la  scala  che  comunica  col  giardino  della  Pigna. 

spondo  rettilineo.  — Ai  lati  del  cancello , due  Fauni.  — 
Nella  nicchia  a destra,  un  Sileno,  opera  di  romano  scarpello,  ese- 
guita in  marmo  pano.  — Nella  nicchia  incontro,  una  sacerdo- 
tessa d’Iside  coH’aspergillo  nella  destra,  ed  un  secchiolino  d’ac- 
qua lustrale  nella  sinistra. — Sul  parapetto  della  scala,  un  Fauno 
giacente  con  ai  lati  due  cavalli  marini  cavalcati  da  Nereidi.  — 
Più  sotto, nei  canti,  due  Fauni  sedenti  ed  inebriati,  scoperti  nella 
villa  di  Quintilio  Varo  presso  Tivoli.  — Innanzi  al  parapetto  si 


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Braccio  Nuovo  del  Museo  Chiaramonti.  515 

osservano  tre  belle  statue:  quella  di  mezzo  offreci  una  graziosa 
figura  di  Ganimede,  lavoro  di  Fedimo,  artefice  greco,  che  scol- 
pi il  suo  nome  sul  tronco  d’ albero  a cui  la  figura  si  appoggia: 
fu  trovata  nel  1800  negli  scavi  di  Ostia.  La  statua  a sinistra  rap- 
presenta Diana,  opera  di  gentile  esecuzione;  quella  a destra  è 
un  sorprendente  lavoro  di  antica  scultura  romana.  Questa  bel- 
bissima  statua  muliebre,  la  cui  testa  quantunque  antica  non  le 
appartiene,  si  rinvenne  acefala  negli  scavi  del  1851,  eseguiti 
sulla  via  Appia,  ed  occupava  la  cella  del  sepolcro  ivi  eretto  ad 
una  certa  Pompea  Azzia. 

PROSEGUIMENTO  DELLA  PARETE  A DESTRA.  — I*  Nicchia  dopo 
lo  sfondo  rettilineo.  Fauno  intento  a suonare  lo  zufolo;  figura 
di  stile  elegante  e puro.  — II*  Nicchia.  Amazzone  di  eccellente 
scultura;  essa  ha  la  testa  lievemente  inclinata,  e la  sua  fisonomia. 
piena  di  tristezza,  esprime  a maraviglia  il  dolore  che  prova  co- 
noscendosi ferita  e vinta. — Busto  con  panneggio  di  bellissimo 
alabastro  orientale.  — III*  Nicchia.  Cariatide  in  marmo  pente- 
lico:  lavoro  di  scultura  assai  commendevole,  e che  si  rende  os- 
servabile per  l’ impronta  monumentale  propria  di  simili  statue, 
strettamente  unite  all’  architettura.  — Un  busto  di  Traiano  di 
rara  rassomiglianza. — IV*  Nicchia.  Diana  in  atto  di  vagheggia- 
re Endimione. — Busto  di  persona  incognita. — V*  Nicchia.  Bel- 
lissima statua  di  Euripide,  già  spettante  alla  famiglia  Giusti- 
niani.— Il  gran  bassorilievo  che  scorgesi  superiormente,  rap- 
presenta il  trionfo  di  Marco  Aurelio,  ed  il  musaico  nel  pavimento 
offreci  un  Tritone  con  mostri  marini.  — Busto  di  persona  inco- 
gnita.— VI*  Nicchia.  Statua  lodevolissima  pel  buono  stile  di 
panneggiare:  è il  ritratto  d’una  matrona  romana;  ma  taluni  ar- 
cheologi pretendono  riconoscervi  Giulia,  figlia  di  Tito.  — Bel 
busto  seminudo.  — Sopra  la  mensola,  in  alto,  un  ritratto  di 
Giuba  Soemia.  — VII*  Nicchia.  L’Abbondanza.  — llitrattro  as- 
sai bello,  proveniente  dalla  casa  Ruspoli,  e creduto,  ma  senza 
buone  ragioni,  l’effige  di  Siila. — Vili*  Nicchia.  Stupendissimo 
simulacro  di  Demostene:  l’atteggiamento  di  esso  è naturale;  il 
panneggiare  delle  vesti  di  buono  stile,  ed  il  volto  del  massimo 
degli  oratori  greci  va  colmo  dihspressione.  — Busto  che  credesi 
l’effige  d’Elio  Cesare,  figlio  adottivo  di  Adriano. — Il  bassorilievo 
superiormente  all’ingresso  della  biblioteca,  rappresenta  Ulisse 
combattente. 

Qui  tutta  l’attenzione  dei  riguardanti  viene,  senza  meno,  con- 
centrata nella  maravigliosa  statua  che  sorge  nel  mezzo  della  sa- 
la. Essa  ne  presenta  il  simulacro  di  un  atleta  il  quale,  collo  stri- 


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516 


Ottava  Giornata. 


gilè,  si  rade  le  membra  per  levarne  il  sudore  ( Apoxiomenon) . 
Considerando  la  movenza  naturale  di  questa  figura,  le  perfette 
proporzioni  del  suo  insieme,  le  scelte  sue  forme,  e la  squisitezza 
del  lavoro,  ognuno  potrà  facilmente  giudicare  a quale  grado  di 
perfezione  giungessero  i Greci  nell’arte  di  scolpire.  Questo  capo- 
lavoro fu  scoperto  nel  1849,  conforme  si  accennò  alla  pagina  48, 
ristorando  una  casa  nel  vicolo  delle  Palme  in  Trastevere:  man- 
cava esso  della  mano  destra,  ma  in  tutto  il  rimanente  era  intat- 
to. — Volgiamoci  ora  verso  la  parete  incontro  a quella  già  da 
noi  osservata,  ossia  verso  la 

parete  dell’emiciclo. — I'  Nicchia,  vicino  alla  parete  ov'  è 
la  porta  della  biblioteca.  Amazzone,  lavoro  di  greca  scultura, 
con  un  residuo  di  sperone  al  piede  sinistro. — Busto  di  Tolomeo, 
figlio  di  Galba. — II*  Nicchia.  La  Clemenza  che  presenta  la  pa- 
tera per  ivi  accogliere  le  preghiere  dei  mortali:  lo  stile  di  que- 
sta statua  è assai  commendevole. — Busto  di  persona  incognita. 
— Ili*  Nicchia.  Antonia,  moglie  di  Druso  Prisco;  statua  rinve- 
nuta al  Tuscolo  da  Luciano  Bonaparte. — Busto  di  donna  inco- 
gnita.— IV*  Nicchia.  Statua  di  una  Augusta,  lavoro  mediocre. 
— Il  bassorilievo  sull’alto  rappresenta  il  trionfo  di  Tito. — Ritrat- 
to di  Adriano. — Sopra  la  mensola,  in  alto,  un  bel  busto  di  Pal- 
lade.  — V*  Nicchia.  Questo  simulacro  di  Cerere,  sebbene  non 
presenti  un  insieme  sufficientemente  svelto,  come  appunto  le  si 
converrebbe,  pur  tuttavia  ha  molto  merito  in  arte  per  il  bello 
stile  e per  l’intelligenza  con  cui  è condotto.  Esso  proviene  dagli 
scavi  d'Ostia,  ove  fu  scoperto  nel  1857,  mancante  principalmente 
della  testa  e delle  braccia.  Il  descritto  simulacro  venne  lodevol- 
mente ristaurato  dal  cav.  Pietro  Galli,  egregio  scultore  roma- 
no.— VI*  Nicchia.  La  Fortuna,  mirabile  statua  per  lo  squisito 
lavoro  e per  la  sua  rara  conservazione:  il  timone  posto  sul  glo- 
bo ed  il  cornucopia,  disvelano  la  regolatrice  delle  umane  sorti. 
— Il  seguente  ritratto,  malgrado  il  nome  modernamente  scrit- 
tovi di  Sallustio,  è incognito. — VII*  Nicchia.  Statua  d’un  filo- 
sofo greco. — Vili*  Nicchia.  Venero  Anadiomène,  la  quale,  usci- 
ta dalle  acque,  asciugasi  i bagnati  capelli:  questa  statua  può  es- 
sere riguardata  come  una  delle  più  pregevoli  di  questa  galleria. 

emiciclo.  — Il  bel  musaico  che  orna  il  pavimento  di  questo 
emiciclo,  presenta  nel  mezzo  la  Virtù  fecondatrice  della  natura, 
personificata  neH’immagine  di  Diana  Efesina:  fu  trovato  nel  1801 
in  Poggio  Mirteto  nella  Sabina.  — Sopra  la  mensola  nel  cen- 
tro, si  scorge  il  ritratto  di  Pio  VII,  scolpito  dal  Canova.  • — Il 
bassorilievo  rappresenta  il  combattimento  fra  i Centauri  ed  i La- 


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Braccio  Nuovo  del  Museo  Chiar amonti.  517 

pili,  nelle  nozze  di  Piritoo.  — Entro  le  due  nicchie  che  riman- 
gono una  rimpetto  all’altra,  ove  comincia  la  curva  dell’emiciclo, 
si  osservano  le  statue  di  Apollo  e di  Pallade,  e nelle  altre  cin- 
que nicchie,  veggonsi  altrettanti  simulacri  di  atleti:  quanto  alle 
altre  due  nicchie  che  si  aprono,  una  per  lato,  sotto  l’arcone  ove 
è la  statua  del  Nilo,  contengono  esse  le  statue  della  Speranza  e 
di  Diana. 

proseguimento  della,  parete.  — 1*  Nicchia  dopo  l' emici- 
clo. Giuda,  figlia  di  Tito:  questa  bella  statua,  conforme  si  disse, 
fu  trovata  in  prossimità  di  s.  Giovanni  in  Laterano.  — Un  ma- 
gnifico busto  semicolossale  di  Giunone  Eegina.  — II*  Nicchia. 
Minerva  Poliade,  detta  Minerva  Medica,  e generalmente  cogni- 
ta col  nome  di  Pallade  dei  Giustiniani.  Se  si  pone  mente  alla 
bella  composizione  di  questa  statua,  alla  giustezza  delle  sue  pro- 
porzioni, alla  squisitezza  dei  contorni,  alla  eleganza  del  panneg- 
giare ed  alla  espressione  del  volto,  è forza  annoverarla  fra  i più 
insigni  monumenti  della  scultura  greca.  — Bel  busto  d’incogni- 
to. — III*  Nicchia.  Simulacro  di  Claudio  con  in  dosso  la  toga, 
veste  la  più  confacente  alla  timida  natura  di  quell’ imperatore. — 
Busto  di  largo  stile,  rappresentante  uno  schiavo  dacio.— IV* 
Nicchia.  Un  Mauno  atteggiato  nel  modo  di  quelli  che  sono  detti 
di  Prassitele. — Busto  di  Commodo,  trovato  in  Ostia,  uno  dei  più 
belli  di  quell’imperatore . — V*  Nicchia.  Bella  statua  di  Lucio  Ve- 
ro, rappresentato  all’eroica. — Il  grande  bassorilievo  sull’alto, 
esprime  il  trionfo  di  Traiano. — VI*  Nicchia.  Discobulo,  statua 
di  lodevole  esecuzione.— Testa  colossale  d’uno  schiavo  dacio:  lo 
stile  grandioso  di  questa  testa  ricorda  l’ epoca  felice  di  Traiano, 
ed  in  fatti  venne  trovata  nel  foro  di  questo  nome. — VII*  Nic- 
chia. Statua  di  Domiziano,  spettante  già  alla  famiglia  Giusti- 
niani.— Vili*  Nicchia.  Mercurio,  prezioso  marmo  di  greco  scar- 
pello. — Rientreremo  nel 

CORRIDOIO  CHIARAMONTI. 

Tornerebbe  soverchio  lungo,  e forse  anche  inutile  indicare  la 
maggior  parte  degli  oggetti  contenuti  in  questo  immenso  cor- 
ridoio, conforme  si  fece  convenientemente  nella  sopradescritta 
galleria.  Perciò  ci  limiteremo  ad  accennare,  fra  questa  numerosa 
raccolta  di  antichi  marmi,  quelli  che  ne  sembrano  più  degni  di 
osservazione;  metodo  a cui  ci  atterremo,  più  o meno,  nella  de- 
scrizione che  ancora  ci  resta  a fare  di  questo  museo,  che  meglio 
potrebbe  essere  chiamato  una  riunione  di  più  musei. 


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518 


Ottava  Giornata. 


L’ ingresso  al  corridoio  rimane  fiancheggiato  da  due  colonne 
di  marmo  bigio,  provenienti  dagli  scavi  di  Ostia.  Le  pareti  late- 
rali sono  divise,  da  semplici  pilastri,  in  30  scomparti  o sezioni  da 
ciascuno  dei  lati.  Gli  scomparti  a destra  hanno  un  numero  pro- 
gressivo. e gli  affreschi  i quali  vi  si  osservano  ricordano  le  prin- 
cipali gesta  di  Pio  VII  a favore  delle  arti  belle. 

1°  scomparto  a destra,  entrando  dal  cancello. — Una  bella 
statua  muliebre  giacente,  cogli  attributi  dell’Autunno,  trovata 
a Campo  Gemini,  e sembra  avere  servito  di  coperchio  ad  un  sar- 
cofago. Il  monumento  sepolcrale  su  cui  è posta  offreci  i busti  di 
due  coniugi  con  un  fanciullo  nel  mezzo  a cui  pende  dal  collo  la 
bulla,  ornamento  speciale  dei  fanciulli  romani.  Questo  monu- 
mento proviene  da  Acquatraversa,  luogo  sulla  via  Cassia  (1). — 
Frammento  di  un  Apollo  sedente,  di  squisito  lavoro. — scom- 
parto incontro.  — Statua  giacente,  simile  a quella  già  osser- 
vata di  rimpetto,  ma  cogli  attributi  dell’Invemo;  anch’essa  ser- 
vì, probabilmente,  di  coperchio  ad  un  sarcofago,  e fu  del  pari 
rinvenuta  a Campo  Gemini. — Il  secondo  frammento,  comincian- 
do dall'  alto,  rappresenta  i giuochi  circensi  eseguiti  da  parec- 
chi genietti.  Questo  frammento,  sebbene  di  mediocre  scultura,  è 
molto  interessante  riguardo  agli  usi  e costumi  dagli  antichi:  di 
sotto,  frammento  d'un  bassorilievo  di  antico  stile  greco,  e vi  si 
scorge  Minerva  preceduta  da  un'  altra  divinità,  a cui  mancano 
metà  del  corpo  ed  i suoi  attributi:  il  frammento  nel  basso  <*  ri- 
marchevole pel  diverso  costume  dei  gladiatori  che  vi  sono  scol- 
piti. Ivi  si  osserva  un  Reziario,  colla  forca,  un  Mirmillone,  ed 
un  Oplomaco. 

IP  scomparto  a destra.  — Statua  virile  togata,  posta  su  di 
un’  ara  votiva,  eretta  dai  sacerdoti  di  Bacco  agli  dei  Superni, 
conforme  lo  indica  l’iscrizione  greca  che  vi  si  legge.  — di  pro- 
spetto. — Statuina  di  Paride,  posta  su  d’ un’ara  dedicatoria  in- 
nalzata da  Pompeo  Turpilliano,  provveditore  d’olio  dei  magazzini 
di  Galba,  ad  onore  d’Iside  e di  Serapide,  come  pure  agli  dei  Pe- 
nati, in  occasione  del  fausto  ritorno  di  Antonino  Pio  e della 
sua  famiglia. 

IIP  scomparto  a destra. — Sull’alto  (cioè  sulla  marmorea 
tavola  superiore). — La  seconda  testa  a mano  diritta  è un  ritratto 
di  Settimio  Severo;  la  seconda,  a sinistra,  rappresenta  Antonino 
Pio.  — Frammento  di  ornato  in  arabeschi  di  purissimo  ed  ele- 
gantissimo lavoro.  — incontro.  — In  alto,  piccola  erma  bicipi- 
ti) Oli  oggetti  indicati  in  carattere  coltivo,  fanno  parte  dei  frammenti  in 
bassorilievo,  incastrati  nelle  pareti. 


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Corridoio  Chiaminoti  ti. 


519 


te,  di  mediocre  scultura,  ma  osservabilissima  per  essere  questo 
il  solo  monumento  che,  offrendoci  Bacco  sotto  la  duplice  forma 
di  Zagreo  e di  Dionisio,  ci  presenti  il  primo  colle  corna  di  toro. 
— Bassorilievo  che  adornava  il  coperchio  di  un  sarcofago:  la 
graziosa  composizione  di  questo  frammento  rappresenta  dei  ge- 
nti sopra  mostri  marini,  con  in  mezzo  il  tridente,  a simboleg- 
giare il  dio  del  mare. 

TV0  scomparto  a destra.  — Statua  d’ una  Musa*  alla  quale, 
ristorandola,  vennero  posti  nelle  mani  il  globo  e le  tibie. 

V*  scomparto  a destra. — In  alto,  una  bellissima  testa  di  fan- 
ciullo.— di  faccia.  — In  basso,  statuinadi  Venere.  — Superior- 
mente, bassorilievo  con  maschere. 

VI0  scomparto  a destra.  — La  statua  sedente  figura  Clio, 
musa  della  Storia,  avente  a lato  la  cisti  ed  i volumi. — La  pittura 
della  lunetta  al  di  sopra  è opera  del  Durantini,  il  quale  vi  dipin- 
se l’arco  di  Settimio  Severo  e quello  di  Costantino  sgombrati, 
d’ordine  di  Pio  VII,  dalle  terre  di  cui  rimanevano  ingombri  nella 
parte  inferiore. 

VII”  scomparto  a destra.  — In  alto,  una  testa  avente  il 
casco  turrito,  figurante  Roma:  la  vivace  fisonomia  di  questa  te- 
sta non  può  farla  confondere  con  Minerva. — Sull' alto,  nel  mez- 
zo, frammento  di  bassorilievo  con  soggetto  campestre:  a destra, 
in  basso,  altro  frammento  ove  si  vede  il  banchetto  nuziale  delle 
Lucippidi,  al  quale  vennero  invitati  Castore,  e Polluce,  che  in 
fine  le  rapirono:  questi  due  marmi,  quantunque  dimediocre  scar- 
pello, riescono  interessantissimi  per  T erudizione. 

Vili0  scomparto  a destra. — Statua  muliebre  acefala  e man- 
cante delle  braccia,  scoperta  nella  villa  Adriana:  questa  statua, 
di  stile  che  pecca  un  pochino  di  gonfio,  viene  conosciuta  coi  no- 
mi di  Diana,  di  Arianna  e di  Niobe,  ma  quest’ ultima  denomi- 
nazione sembraci  la  più  verosimile.  L’affresco  nella  lunetta  fu 
condotto  da  Giacomo  Conca,  romano,  ed  allude  ai  risarcimenti 
eseguiti  nell’appartamento  Borgia,  ove  Pio  VII  aveva  collocato 
la  pinacoteca. — incontro. — Su  duna  grande  urna  ovale,  ornata 
con  bassorilievi  di  mediocre  scultura,  è posto  il  sarcofago  di  C. 
Giuuio  Evodo,  scoperto  in  Ostia  nel  1826;  questo  monumento, 
di  rara  conservazione,  è abbellito  d’un  bassorilievo  rappresen- 
tante la  favola  di  Admeto  ed  Alceste:  la  statua  di  Diana  trifor- 
me, a sinistra,  sorge  su  di  un’ara  quadrata  di  antico  stile  greco, 
nella  quale  sono  scolpite  delle  Menadi  danzanti. 

IX0  scomparto  a destra. — In  basso,  busto  colossale  di  Pal- 
lade,  trovato  nel  1792,  vicino  all’antico  Lavinio,  oggi  Pratica. 


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520 


Ottava  Giornata. 


— In  mezzo,  nel  basso,  frammento  d’ un  bassorilievo,  in  cui  si 
distingue  Ercole  combattente  contro  le  Amazzoni:  a destra,  al- 
tro frammento,  di  stile  greco  antico,  relativo  forse  a Perseo.  — 
incontro. — Grande  cippo  sepolcrale  di  Lucia  Telesina,  figlia  di 
Caio;  questo  cippo  va  ricco  di  stupendi  ornati. 

X°  scomparto  a destra. — Giunone  che  allatta  Ercole  bam- 
bino: essa  sta  maestosamente  seduta,  ed  alla  nobiltà  dei  linea- 
menti del  suo  volto,  si  riconosce  di  leggieri  la  regina  degli  Dei. 
Questo  monumento,  rarissimo  per  la  sua  rappresentanza  e per- 
fettamente conservato,  venne  illustrato  dal  Winkelmann.  A si- 
nistra, statua  di  Apollo,  il  cui  torso,  che  è antico,  non  va  privo 
di  merito;  esso  si  eleva  su  d’un’ara  sepolcrale  della  buona  epoca 
della  scultura. — L’affresco  della  lunetta  si  riferisce  alla  riunione 
del  museo  Chiaramonti  col  Pio-Clementino,  e venne  condotto 
da  Filippo  Agricola. — di  contro. — Grandiosa  e bella  maschera 
dell’Oceano,  posta  su  di  un’ara  votiva  di  L.  Furio  Diomede,  ce- 
sellatore sulla  via  Sacra.  A sinistra,  una  statuina  della  musa  Po- 
linnia,  elegantemente  panneggiata. 

XI0  scomparto  a destra. — In  alto,  ai  lati  d’una  statuina  di 
Giove,  sono  due  belle  teste  muliebri:  quella  a destra  si  conosce 
col  nome  di  Niobe,  nell’altra  si  crede  raffigurare  la  celebre  Saf- 
fo, poetessa  di  Mitilene. — di  rimpetto. — In  basso,  statuetta  vi- 
rile, con  in  capo  il  diadema,  e tenendo  un  cerviatto. 

XII0  scomparto  a destra. — Ercole,  statua  semicolossale, 
trovata  nel  1802  vicino  ad  Oriolo,  e ristaurata  da  Alessandro 
d’Este,  sui  modelli  del  Canova.  — Il  dipinto  nella  lunetta,  ese- 
guito da  Garlo  Eggers,  ricorda  Fampliamento  procurato  da  Pio 
VII  al  museo  numismatico  Vaticano. — di  faccia. — Statua  d’un 
Atleta,  iJ  quale,  vinti  i suoi  competitori,  si  riposa  appoggiandosi 
ad  un  tronco  d’albero. 

XIII0  scomparto  a destra. — In  basso,  a diritta,  un  leopardo 
trovato  nella  villa  Adriana;  un  gladiatore  atterrato  da  un  leone, 
ma  che  tiene  ancora  il  pugnale  confitto  nel  petto  della  belva; 
un  gen ietto  facente  mostra  di  percuotere  un  leone;  una  tigre 
giacente. — Tre  superbi  frammenti  di  bassorilievi,  relativi  alle 
battaglie  delle  Amazzoni. — incontro. — In  basso,  statua  di  Pa- 
ride, ed  un  fanciullo  avente  dei  pomi  nelle  mani. 

XIV”  scomparto  a destra. — Una  graziosa  Venere,  opera  as- 
sai lodevole. — L’affresco  nella  lunetta,  eseguito  da  Giov.  Demin, 
veneziano,  allude  alla  ricupera  dei  quadri  classici  avvenuta  nel 
pontificato  di  Pio  VII. — di  prospetto. — Mezza  figura  colossale 
d un  re  barbaro,  in  marmo  frigio,  lavoro  dell'epoca  di  Traiano. 


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Corridoio  Chiaramonti.  521 

XV*  scomparto  a destra. — Il  frammento  di  bassorilievo 
che  si  vede  a dritta  è rimarchevole  per  la  foggia  dell'  armatura 
dei  due  soldati  in  esso  scolpiti:  uno  di  questi  è coperto  di  quel- 
la specie  di  lorica,  detta  dagli  antichi  amata,  perchè  somiglia 
ad  un  tessuto  di  ami;  T altro  indossa  una  di  quelle  corazze  dette 
squamea,  perchè  aveano  le  lamine  disposte  a foggia  di  equanime. 

XVI*  scomparto  a destra. — Statua  semicolossale  sedente  di 
Tiberio,  in  costume  eroico:  essa  rimane  fra  due  teste  colossali, 
una  dello  stesso  imperatore,  l'altra  di  Augusto.  Questi  tre  belli 
marmi  furono  scoperti  nel  181 1 negli  scavi  di  Veio. — La  lunetta 
venne  dipinta  da  Vincenzo  Ferreri,  ed  il  soggetto  ricorda  gli  or- 
dini dati  da  Pio  VII,  per  l’acquisto  e per  la  conservazione  degli 
antichi  monumenti. 

XVII*  scomparto  a destra.  — In  basso,  a dritta,  ritratto  di 
Augusto  giovane:  la  qualità  sopraffina  del  marmo,  il  purgato 
disegno  e la  finitezza  di  lavoro  provano  che  questo  ritratto,  il 
quale  si  crede  proveniente  dagli  scavi  di  Ostia,  sia  uno  dei  più 
belli  fra  quelli  raccolti  nel  Vaticano.  Nel  mezzo  scorgesi  una 
statuetta  di  Flora,  ai  lati  della  quale  sono:  un  busto  di  Demo- 
stene, avente  una  piccola  parte  del  pallio,  e l’ erma  trovata  in 
piazza  di  Spagna,  scavando  le  fondamenta  del  monumento  della 
Concezione,  e quivi  posta  nel  1859  per  volere  del  pontefice  Pio 
IX.  In  quest’ erma,  il  cui  capo  è coperto  dell’antico  pileo,  al- 
cuni credettero  riconoscere  Ulisse,  ma  noi  riteniamo  che  piutto- 
sto rappresenti  Vulcano,  perchè  nei  lineamenti  della  sua  fisono- 
mia  non  iscorgiamo  nulla  che  indichi  l’avveduto  e scaltro  di- 
struttore di  Troia;  al  contrario  poi  vi  raffiguriamo  delineate,  in 
certo  tal  quale  modo,  le  forme  di  Giove,  da  cui  Vulcano  ebbe 
origine.  Finalmente  vedesi  una  rarissima  testa  di  Cicerone  (la 
prima  a destra):  è questo  l’unico  ritratto  autentico  che  esista  in 
Roma  di  quel  sommo  oratore,  attesoché  esso  si  accorda  a perfe- 
zione colla  effige  di  lui  imprestata  nelle  medaglie  di  Magnesia. 
— Frammento  rarissimo  in  bassorilievo , vedendovisi  un  carro 
a quattro  ruote.  — di  rimpetto.— ;In  basso,  nel  mezzo,  ritratto 
di  Alcibiade:  gli  antichi  frammenti  architettonici,  sui  quali  è 
collocato,  sono  di  eccellente  scultura. — Sei  frammenti  con  or- 
nati disquisito  lavoro. 

XVIir  scomparto  a destra. — Francesco  Ayez,  veneziano, 
dipinse  l’affresco  nella  lunetta  di  questo  scomparto,  cd  allude 
agli  onori  prodigati  alla  scultura  da  Pio  VII. — di  faccia. — Sta- 
tua d’un  eroe  che  nel  ristauro,  fu  trasformata  in  un  imperatore:  a 
sinistra,  un  Esculapio,  lodevole  per  la  bella  esecuzione  del  pan- 
neggiamento. 


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Ottava  Giornata. 


522 

XIX*  scomparto  a destra.— In  basso,  un  porcellino  di  nero 
antico,  un  cigno  spaventato,  eccellentemente  condotto:  una  fe- 
nice ardentesi  su  d’ un  rogn,  per  rinascere  dal  suo  cenere;  un 
cane,  scolpito  con  sorprendente  naturalezza.  — In  alto,  torso  di 
un  citaredo  in  alabastro  fiorito. — di  rimpetto. — In  basso,  due 
Satiri  inginocchiati,  sorreggenti  degli  otri;  ai  lati  di  ognuno  di 
essi  sono  due  antefisse  assai  bene  scolpite. 

XX*  scomparto  a DESTRA. — Tiberio  sedente:  questo  celebre 
simulacro  fu  trovato  in  Piperno  sul  finire  del  passato  secolo,  e 
venne  pagato  12,  600  scudi  romani  (67,  725  franchi).  La  bella 
statua  a destra  rappresenta  Diadumeno,  figlio  dell’imperatore 
Macrino.  La  statua  di  Cupido  che  tende  l’arco,  posta  dal  sini- 
stro lato,  offreci  una  delle  più  belle  ripetizioni  del  famoso  Cupi- 
do di  Prassitele:  questo  prezioso  marmo  fu  trovato  in  più  pezzi 
vicino  al  I.aterano,  ed  ebbe  un  diligente  ristauro  da  Antonio 
d’Este. — Il  ricordato  Ayez  dipinse  anche  la  lunetta  di  questo 
scomparto,  nella  quale  fece  allusione  al  ritorno  in  Roma  degli 
antichi  monumenti  di  belle  arti. — incontro. — Frammento  d’un 
grande  sarcofago,  ove  si  vede  un  molino  da  grano:  su  questo 
frammento  avvi  un  piccolo  monumento  sepolcrale,  in  cui  sono 
scolpiti  parecchi  fanciulli  d’ambo  i sessi,  i quali  si  trastullano  al 
giuoco  delle  noci.  Dal  sinistro  lato,  bella  statua  ristorata  per 
un’  Atropo,  una  delle  Parche,  proveniente  dalla  villa  Adriana. 

XXI*  scomparto  a destra.  — In  basso,  nel  mezzo,  testa  se- 
micolossale di  Giunone,  marmo  di  molto  merito;  a sinistra,  nel- 
l'estremità della  tavola,  testa  d’una  statua  di  Venere,  mirabile 
per  la  buona  esecuzione,  e per  la  delicatezza  dei  lineamenti. — In 
alto,  nel  mezzo,  ritratto  di  Antonino  Pio  coronato  di  quercia,  e 
maggiore  del  naturale;  a destra  di  esso  ritratto,  una  bella  testa 
d’uno  dei  figliuoli  di  Niobe. 

XXII*  scomparto  a destra. — Bella  statua  di  Sileno  che  por- 
ge del  vino  ad  una  tigre:  questa  ftatua  rimane  fra  due  torsi  lo- 
ricati, le  cui  teste,  sebbene  antiche,  sono  riportate;  ed  in  quella 
di  esse  che  sta  sul  torso  a sinistra  raffiguriamo  Druso,  fratello 
di  Tiberio. — Al  più  volte  nominato  Ayez  si  deve  il  dipinto  nella 
lunetta,  esprimente  l’architettura  protetta  da  Pio  VII. — di  fac- 
cia. — Fra  le  statue  di  Diana  Lucifera  e di  Sabina,  moglie  di 
Adriano,  sta  collocato  un  busto  colossale  d’Iside,  opera  stupen- 
da di  greco  scarpello. 

XXIII*  scomparto  a destra. — In  basso,  il  primo  busto  a si- 
nistra è un  ritratto  di  persona  incognita,  ma  che  ha  qualche  so- 
miglianza con  quelli  di  Aristotile. — Di  sopra,  una  bella  testo  di 


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Corridoio  Ckiaramonti.  • 523 

Pallade. — Grande  ornato  di  bellissimo  lavoro.  — incontro. — 
Dal  destro  lato,  una  figura  di  bassorilievo,  di  stile  grossolano, 
rappresentante  Bone,  divinità  gnostica : il  bassorilievo  di  mez- 
zo esprime  un  sacrifizio  mitriaco. 

XXIV0  scomparto  a destra.  — Una  statua  di  Cerere,  pan- 
neggiata, di  assai  buono  stile,  ed  un’altra  di  Mercurio,  trovata 
in  Roma  vicino  al  Monte  di  Pietà.  — La  lunetta  allude  alla 
scuola  delle  belle  arti  istituita  nel  pontificato  di  Pio  VII,  ed  an- 
che questa  è opera  dell’Ayez.  — a rimpetto.  — Statua  di  Clau- 
dio, ed  un  bel  torso,  che  si  congettura  appartenesse  ad  una  sta- 
tua di  Apollo  Celispice,  a causa  della  zona,  ornata  coi  12  segni 
dello  zodiaco,  che  le  attraversa  il  petto. 

XXV°  scomparto  a destra.  — In  basso,  nel  mezzo,  uno  stu- 
pendo busto  colossale  di  Nettuno;  a destra,  un  grazioso  busto  di 
Bacco,  col  capo  acconciato  alla  foggia  di  Venere;  a sinistra, 
N°  608,  testa  di  Agrippina  giuniore. — in  prospetto. — Sull’al- 
to, una  statuina  di  Tifone,  di  stile  egizio-romano. 

XXVI0  scomparto  a destra.  — Statua  semicolossale  di  Er- 
cole. L’ ara  su  cui  posa  era  nella  villa  Aldobrandini,  ed  ha  in 
ogni  lato  due  divinità,  cioè  Apollo  e Diana,  Marte  e Mercurio, 
la  Fortuna  e la  Speranza,  Ercole  e Silvano. — L’ affresco  nella 
lunetta  di  questo  scomparto  è un  altro  lavoro  dell’  Ayez,  e si  ri- 
ferisce al  pubblico  passeggio  formato  sul  Pincio  dalla  munifi- 
cenza del  pontefice  Pio  VII. 

XXVII0  scomparto  a destra. — La  statuina  sull’alto,  con  in 
capo  il  berretto  frigio,  ràppresenta  il  giovane  ’Ati,  sacerdote  di 
Cihele.  — Il  frammento  dimezzo  è allusivo  alla  f anciullezza  di 
Bacco;  in  quello  a diritta  si  crede  raffigurare  Giunone  e Teli; 
quanto  poi  a quello  da  sinistra , formava  esso  parte  d’ una 
rappresentanza  bacchica.  Questi  frammenti  sono  di  eccellente 
scultura.  — incontro.  — In  basso,  a sinistra,  statuina  rappre- 
sentante Ganimede  rapito  da  Giove  sotto  forma  d’aquila;  a de- 
stra, Ercole  fanciullo,  statuetta  di  mediocre  lavoro,  ma  interes- 
sante pel  soggetto,  esprimendo  l’eroe  ch’uccide  dei  serpi. — Ih 
sotto,  nel  mezzo,  si  vede  un  bassorilievo,  che  si  rende  osserva- 
bile per  esservi  acuita  una  città  cinta  di  mura,  sulla  riva  di  un 
fiume,  o presso  il  mare. 

XX Vili0  scomparto  a uretra. — Una  ben  panneggiata  statua 
di  Pallade. — Nell’ affresco  della  lunetta  Michelangelo  Ridotti 
ebbe  ricordato  il  collocamento  dei  celebri  arazzi  di  Raffaello, 
eseguito  nel  pontificato  di  Pio  VII.  — di  faccia.  — Un  sarcofa- 
go, scolpitovi  un  molino  da  olio,  e quivi  si  osserva  anche  una 
statua  della  vestale  Tuccia,  con  in  mani  il  mistico  vaglio. 


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524 


Ottava  Giornata. 


XXIX0  scomparto  a destra. — In  basso,  un  bel  busto  inco- 
gnito (è  il  primo  a destra),  in  cui  taluni  pretendono  raffigurare 
Cicerone;  un  fanciullo  con  un  vaso  sulla  spalla  sinistra;  una  testa 
colossale  di  Antonino  Pio  trovata  in  Ostia;  una  statuina  esprimen- 
tissima,  in  cui  raffiguriamo  Ulisse,  tale  quale  si  vede  rappresen- 
tato nelle  medaglie  delia  famiglia  Mamilia.  — di  prospetto. — 
In  basso,  a destra,  un’  erma  bicipite  di  Giove  Terminale,  monu- 
mento di  stile  greco  antico,  che  ricorda  la  scuola  di  Calamideo 
di  Callimaco,  ed  in  fine  un  torso  di  Fauno  in  basalte  verde.  — 
A destra,  bel  frammento  di  un  Fauno  damante. 

XXX0  scomparto  a destra  — Statua  semicolossale  di  Er- 
cole.— L’affresco  nella  lunetta  è opera  del  Wise,  ed  allude  al 
gigantesco  controforte,  costruito  d’ ordine  di  Pio  VII  per  soste- 
nere la  parte  meridionale  del  Colosseo.  — La  volta  della  scala 
che  si  ha  dinnanzi  fu  dipinta  da  Daniello  da  Volterra.  Per  essa 
scala,  che  a sinistra  conduce  nel  museo  Egizio  (1),  si  entra  nel 

MUSEO  PIO-CLEMENTI JIO. 

Alla  munificenza  dei  pontefici  Clemente  XIII,  Clemente  XIV 
e Pio  VI  si  deve  questa  insigne  ed  immensa  raccolta  di  antiche 
sculture,  a cui,  appunto  per  ciò,  si  dà  il  nome  di  Museo  Pio-C le- 
ni enfino.  L’ultimo  dei  suddetti  papi  fu  quegli  che  ampliollo  più 
di  ogni  altro,  non  solo  mediante  l’acquisto  di  mo  ta  copia  di 
monumenti,  ma  anche  coll’ avervi  fatto  costruire  la  sala  degli 
animali,  una  porzione  della  galleria,  ir  gabinetto,  la  sala  delle 
Muse,  la  grande  sala  rotonda,  la  sala  a croce  greca,  la  scala 
grande,  e la  sala  denominata  della  biga.  E queste  diverse  parti 
aggiunte  da  Pio  VI  al  museo,  costituenti  esse  sole  un  vasto  edi- 
fizio,  possono,  senza  dubbio,  essere  riguardate  come  una  delle 
più  magnificenti  opere  di  Roma  moderna,  sia  che  si  considerino 
dal  lato  della  magnificenza,  o da  quelli  del  buon  gusto  nelle  ric- 
che decorazioni,  dell’armonia,  e della  buona  disposizione  archi- 
tettonica.  — Subito  dopo  l’accennata  scala,  si  pone  il  piede  nel 

VESTIBOLO  QUADRATO. 

Si  ammira  nel  mezzo  il  famoso  frammento  di  greca  scultura, 
cognito  col  nome  di  Torso  di  Belvedere.  Esso  fece  parte  d’una 
statua  di  Ercole  in  riposo,  scolpita  da  Apollonio,  figlio  di  Ne- 


(1)  Noi  vi  entreremo  dall'ingresso  che  trovasi  nella  sala  a croce  greca. 


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Museo  Pio-Clementino.  525 

store,  ateniese,  conforme  risulta  dalla  iscrizione,  in  greco  idio- 
ma, che  si  legge  nel  masso  su  cui  posa  il  frammento.  Questo 
prezioso  marmo,  del  quale  si  valse  Michelangelo  per  formare  il 
suo  grandioso  stile,  venne  scoperto  sul  finire  del  XV  secolo  a 
Campo  di  Fiore,  presso  il  luogo  ove  esisteva  il  teatro  di  Pom- 
peo. Sotto  la  finestra  si  vede  la  statua  sepolcrale  duna  matrona 
romana  giacente  su  d’un  letto  conviviale,  con  un  pomo  nella 
sinistra,  e sopra  il  letto  stesso  scorgonsi  due  graziosi  Amorini. 
Addosso  alla  parete  incontro  sono  collocati  i monumenti  rinve- 
nuti nel  sepolcro  degli  Scipioni,  scoperto  nel  1180,  e del  quale 
si  fece  parola  alla  pag.  340.  Questi  monumenti  consistono  in 
parecchie  iscrizioni  antichissime,  che  veggonsi  incassate  nella 
parete:  in  un  sarcofago  di  peperino,  o pietra  albana,  ornato  nel 
fregio  con  rosoni  e triglifi,  e finalmente  in  un  busto,  pure  di 
peperino,  coronato  d’alloro:  ed  esso  è probabilmente  il  ritratto 
di  alcuno  degli  Scipioni.  La  iscrizione  poi,  incisa  nella  parte  an- 
teriore del  sarcofago,  ne  dà  a conoscere,  che  esso  servi  di  sepol- 
cro a Cornelio  Lucio  Scipione  Barbato , console  nell’  anno  di 
Roma  456,  e bisavolo  di  Scipione  Affricano.  Gli  stucchi  e le 
pitture  che  abbelliscono  il  vestibolo  in  discorso  sono  opere  di 
Daniello  da  Volterra.  — Viene  poi  il 

VESTIBOLO  ROTONDO. 

Il  centro  di  questo  vestibolo  è decorato  d’una  grande  e pre- 
giata tazza  di  paonazzetto.  Le  nicchie  a destra  contengono  due 
frammenti  di  statue  virili  egregiamente  panneggiate,  la  prima 
delle  quali  ha  i sandali  secondo  costumavano  gli  antichi  Greci. 
Dei  due  frammenti  nelle  nicchie  a sinistra,  è assai  commendevole 
quello  di  una  statua  muliebre,  sedente,  per  la  squisita  esecuzione 
del  panneggiare  delle  vesti.  Sul  balcone  è posto  un  antico  oro- 
logio in  marmo,  su  cui  sono  indicati  i punti  cardinali  ed  i nomi 
dei  venti,  in  greco  ed  in  latino.  Da  esso  balcone  si  ha  una  bella 
veduta  di  Roma  e suoi  contorni:  da  ciò  viene  il  nome  di  Belve- 
dere, dato  a questa  parte  del  Vaticano.  — Da  questo  vestibolo 
si  entra  nella 

CAMERA  DEL  MELEAGRO. 

Questa  camera  piglia  il  nome  dalla  bella  statua  di  Meleagro 
che  ne  costituisco  il  precipuo  ornamento;  e se  si  eccettui  il  pan- 
neggiamento che  riesce  alquanto  duro  e manierato,  questa  sta- 
tua vuoisi  riporre  fra  le  migliori  sculture  trasmesseci  dall’  anti- 


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b26 


Ottava  Giornata. 


chità.  Alcuni  pretendono  che  essa  fosse  scoperta  sull'  Esquilino, 
ed  altri,  fuori  la  porta  Portese.  Sulla  parete  a destra  è murato 
un  grande  bassorilievo,  esprimente  l’apoteosi  di  Omero  celebrata 
dalle  Muse;  e nella  parete  a rimpetto  è un  altro  bassorilievo  ove 
si  vede  ritratto  un  porto  di  mare;  questo  marmo  fu  trovato  nella 
vigna  Moiraghi  sulla  via  Appia.  La  testa  colossale  che  qui  os- 
servasi proviene  dagli  scavi  di  Ostia  ed  ha  l’ effige  di  Traiano.  Il 
bassorilievo  su  cui  essa  è collocata  rappresenta  un'antica  bireme 
romana,  piena  di  soldati  pronti  a combattere. — Rientrando  nel 
vestibolo  rotondo  si  passa  nel 

PORTICO  DEL  CORTILE. 

l*'u  questo  fatto  costruire  da  Clemente  XIV,  con  architetture 
di  Michelangelo  Simonetti.  Esso  portico  viene  sostenuto  da  16 
colonne  di  granito,  circonda  una  corte  ottagona,  e rimane  di- 
viso in  quattro  sezioni  da  altrettanti  gabinetti.  Il  primo  di  questi, 
a destra,  contiene  alcune  opere  del  famoso  scultore  Antonio  Ca- 
nova: gli  altri  tre  comprendono  i più  celebrati  monumenti  ed  i 
più  insigni  che  ci  restino  dell’antica  scultura. 

Allorquando  si  entra  nel  portico,  cioè  nella  prima  sezione, 
si  trova  subito,  a destra,  un  grande  sarcofago  ornato  di  un  bas- 
sorilievo rappresentante  Fauni  e Baccanti  che  danzano.  Viene 
poscia  il  sarcofago  di  Sesto  Varo  Marcello,  padre  di  Eliogabalo, 
con  iscrizione  greca  e latina;  e di  faccia  al  primo  di  essi  sarco- 
faghi è rimarchevole  una  stupenda  urna  balnearia  di  basalte  ne- 
ro, trovata  vicino  alle  terme  di  Caracàlla. 

Entrando  nel  primo  gabinetto,  si  osserva  nella  grande  nicchia 
la  statua  di  Perseo,  ed  ai  lati  quelle  dei  pugillatori  Greugante  e 
Damosseno,  opere  insigni  del  Canova.  Le  due  piccole  nicchie 
sotto  l’arco,  contengono  le  statue  di  Mercurio  e di  Pallade. 

Passando  da  questo  gabinetto  nella  seconda  sezione  del  por- 
tico, si  vede  subito,  a destra,  un  sarcofago  ornato  d’un  bassori- 
lievo rappresentante  Bacco  che  ritrova  Arianna  nell’isola  di  Nas- 
se, e poscia  un  altro  sarcofago  ove  si  scorgono  dei  prigionieri 
in  atto  d’implorare  la  clemenza  del  vincitore.  Il  nicchione  con- 
tiene un  simulacro  di  Sallustia  Barbia  Orbiana,  moglie  di  Ales- 
sandro Severo,  figurata  in  sembianza  di  Venere  con  Cupido;  il 
grande  sarcofago  seguente  presentaci  una  battaglia  eccellente- 
mente scolpita  in  bassorilievo;  ivi  si  scorge  Achille  sorreggente 
Pentesilea,  regina  delle  Amazzoni,  la  quale  fu  da  lui  ferita  a 
morte. 


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Museo  Pio-C dementino 


527 


Di  qui  si  entra  nel  secondo  gabinetto,  il  cui  principale  orna- 
mento è costituito  dalla  celebrata  statua  di  Mercurio,  denomi- 
nato di  Belvedere,  scoperto  sull’Esquilino;  statua  a cui  viene  an- 
che dato  il  nome  di  Àntinoo. — Il  bassorilievo  murato  nella  pa- 
rete destra,  offreci  un  soggetto  simile  a quello  che  vedemmo 
sopra,  cioè,  un  combattimento  nel  quale  Achille  uccide  Pente- 
silea.  Nel  bassorilievo  incontro  è rappresentata  una  pompa  isia- 
ca.  Nelle  due  nicchie  di  sotto  all’  arco,  sono  le  statue  di  Priapo 
e di  Ercole  giovane. 

Dopo  questo  gabinetto  succede  la  terza  sezione  del  portico. 
Entrati  appena  in  questa  sezione,  si  presenta  a destra  un  sarco- 
fago, nell'  innanzi  del  quale  è scolpita  la  figura  del  defonto,  ritto 
in  piedi  fra  due  genii  funebri,  e quelli  dell’  Inverno  e dell'Au- 
tunno: viene  poi  un  altro  sarcofago  in  cui  si  vedono  delle  Ne- 
reidi  che  recano  ad  Achille  le  armi  fabbricate  da  Vulcano;  ed 
ai  lati  della  porta  che  introduce  nella  sala  degli  animali  stanno 
due  grossi  cani  molossi  di  eccellente  scultura.  Il  bassorilievo  del 
sarcofago  che  viene  dopo  esprime  un  combattimento  fra  gli  Ate-  • 
niesi  e le  Amazzoni,  e nell’altro  vennero  figurati  i genii  dei  bac- 
canali. Finalmente,  nella  parte  che  guarda  verso  il  cortile,  sono 
osservabili  due  sorprendenti  urne  balnearie  di  granito  rosso. 

Eccoci  pervenuti  al  terzo  gabinetto,  ove  si  ammira  il  famoso 
gruppo  diLaocoonte,  sacerdote  di  Nettuno.  Esso  è rappresentato 
con  tutti  i mezzi  più  sublimi  dell’arte,  nel  momento  in  cui  è vi- 
cino a spirare,  assieme  ai  due  suoi  giovanetti  figli,  fra  gli  acuti 
morsi  e gli  avvolgimenti  di  due  orribili  serpi  eccitatigli  contro 
da  Minerva  offesa  da  lui.  Plinio  ci  fa  sapere  che  gli  autori  di  que-  • 
st’ opera  maravigliosa  furono  Agesandro,  Polidoro  ed  Atenodo- 
ro,  cittadini  di  Rodi.  Il  medesimo  scrittore  tessendo  l’elogio  che  ’ 
merita  questo  capolavoro,  narra  che  esso  esisteva  nel  palazzo  di 
Tito.  Infatti,  fu  appunto  nelle  rovine  di  tale  edilìzio,  eretto  sul- 
I'Esquilino,  che  esso  venne  scoperto  nel  1506,  sotto  Giulio  II, 
da  certo  Febee  De  Freddi,  e da  dove  venne  trasferito  al  Vati- 
cano nel  pontificato  del  magnanimo  Leone  X . Lo  stesso  Plinio 
credette  che  questo  gruppo  fosse  d’ un  solo  masso  di  marmo  ; 
ma  Michelangelo , avendolo  minutamente  osservato,  scoperse 
che  si  componeva  di  tre  pezzi.  Il  destro  braccio  diLaocoonte,  che, 
secondo  l’opinione  del  Canova  e di  altri  celebri  artefici,  doveva 
essere  appoggiato  sulla  testa,  come  lo  fanno  supporre  alcune 
tracce  di  attaccature  sopra  i capelb,  è di  gesso,  formato  su  quello 
eseguito  in  istueco  o da  Michelangelo  o da  alcuno  de’ suoi  sco- 
lari; le  braccia  destre  dei  giovanetti  sono  pure  di  gesso,  ricavate 


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528 


Ottava  Giornata. 


su  quelle  scolpite  in  marmo  dal  Cornacchini. — I due  bassorilievi 
laterali  esprimono  un  baccanale  ed  il  trionfo  di  Bacco,  dopo  le 
vittorie  ottenute  nelle  Indie.  Nelle  due  nicchie  sotto  l’arco,  veg- 
gonsi  la  musa  Polinnia,  ed  una  Ninfa  che  tiene  una  conchiglia. 

Da  questo  gabinetto  si  entra  nell’  ultima  sezione  del  portico, 
ove  si  vede  subito,  sulla  parete,  un  altorilievo  rappresentante 
Ercole  con  Telefo  bambino,  e Bacco  appoggiato  ad  un  fauno: 
in  basso,  un  sarcofago  ornato  di  genii  marziali.  Viene  poi  una 
preziosa  urna  balnearia  di  sorprendente  grandezza,  in  granito 
bigio,  trovata  nel  mausoleo  di  Adriano;  di  sopra  è rimarcabile 
un  bassorilievo  di  eccellente  scultura,  rappresentante  Augusto 
che  va  a sacrificare.  Nella  nicchia  si  osserva  una  bella  statua  di 
Igia,  dea  della  Salute , e nei  lati  sono  due  massi  di  alabastro 
pregiatissimo,  detto  a pecorella.  Il  bassorilievo  successivo,  in 
alto,  ha  per  soggetto  Roma  che  accompagna  un  imperatore  vit- 
torioso; di  sotto  è un’altra  grandissima  urna  balnearia  di  gra- 
nito rosso;  si  vede  finalmente  un  sarcofago  abbellito  di  Tritoni 
e Nereidi. 

Entriamo  ora  nel  quarto  ed  ultimo  gabinetto  per  ivi  ammirare 
le  sovrumane  bellezze  del  celebrato  Apollo,  detto  di  Belvedere. 
Questa  statua,  con  ogni  ragione,  viene  fitenuta  come  una  del- 
le opere  più  sublimi  dell'  antica  scultura,  giacché  in  essa  sfolgo- 
reggiano, ad  un  tempo,  nobile  movenza,  bellezza  ideale  in  tutta 
la  sua  sublimità,  e maestoso  aspetto  di  divinità  sdegnata.  Que- 
sta statua,  capolavoro  di  greca  scultura,  fu  rinvenuta  nelle  ro- 
vine dell’antica  Anzio,  sul  finire  del  XV  secolo.  Giulio  II,  pri- 
ma di  essere  eletto  papa,  ne  fece  acquisto,  ed  appena  asceso  al 
trono  volle  che  fosse  collocata  nel  museo  Vaticano.  Essa  è quasi 
integra,  giacché  non  ha  di  ristauro  che  l’ antibraccio  destro,  la 
mano  sinistra,  e piccolissima  parte  del  piede  sinistro.  Questi  ri- 
stami, a perfezione  eseguiti,  si  devono  alla  scuola  di  Michelan- 
gelo.— I bassorilievi  nelle  pareti  rappresentano  una  caccia,  e Pa- 
sifae  col  toro:  le  due  piccole  nicchie  contengono  le  statue  di 
Palude,  e di  Venere  Vincitrice. 

Uscendo  da  questo  gabinetto  si  entra  di  nuovo  nella  prima 
sezione  del  portico,  e proprio  in  quella  parte  non  ancora  da  noi 
osservata.  Si  vedono  dunque  da  questo  lato  due  sarcofaghi:  nel 
primo  è scolpito  Ganimede;  nell’altro,  Bacco  tra  un  fauno  ed 
una  baccante.  Incontro  è un’urna  balnearia  di  basalte  verde,  sco- 
perta vicino  alle  terme  di  Caracalla  assieme  all’  altra  già  da  noi 
veduta  nell'opposto  lato,  ed  ambedue  sono  assai  pregevoli.  In 
prospetto  all'ingresso  del  descritto  portico,  sorgono  due  colonne 


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Museo  Pio-Clementino. 


529 


ili  marmo  bianco,  una  intagliata  ad  arabeschi,  l’altra  a foglia- 
mi.— Attraversando  la  corte,  in  cui  sono  pure  alquanti  antichi 
monumenti,  si  entra  nella 

SALA  DEGLI  ANIMALI. 

Essa  rimane  divisa  in  due  sezioni  mediante  un  vestibolo  deco- 
rato con  quattro  colonne  di  granito,  e con  antichi  musaici  che 
ne  compongono  il  pavimento.  Allorquando  Pio  VI  eresse  questa 
sala,  ebbe  idea  di  decorarla  tutta  intiera  con  simulacri  di  animali 
di  antica  scultura;  ma  il  poco  numero  che  potè  raccoglierne  lo 
fece  risolvere  a porvene  anche  dei  moderni,  dei  quali  affidò  il 
lavoro  al  Franzoni,  artista  celebre  in  questa  specie  di  scultura. 

Di  questa  ricca  e rara  collezione  di  animali  in  marmi  diversi, 
disposti  con  bell’ordine  sopra  due  ordini  di  marmoree  tavole 
sorrette  da  eleganti  mensole,  non  indicheremo,  secondo  il  no- 
stro metodo,  se  non  che  i più  interessanti,  incominciando  dalla 
sezione  a sinistra  nell’ entrare. 

In  mezzo  alla  parete  incontro  alle  finestre,  è rimarchevole  in 
ispecie  il  bel  gruppo  d’un  Tritone  che  rapisce  una  Ninfa.  — 
Nella  parete  seguente  vogliono  essere  osservati:  Ercole  che  tra- 
scina Cerbero  incatenato;  un  cavallo  eseguito  con  tutta  perfe- 
zione; una  statua  di  Diana;  Ercole  che  uccide  Gerione:  e final- 
mente, volgendosi  a destra,  si  scorge  un  superbo  gruppo  in 
marmo  bianco,  il  quale  si  compone  di  un  feroce  leone  che  divora 
un  cavallo  morente.  Il  musaico  che  orna  il  centro  del  pavimento 
fu  trovato  negli  scavi  operati  nella  tenuta  di  Roma  Vecchia,  e 
rappresenta  uccelli,  pesci,  frutta,  ecc.  Fanno  poi  bella  mostra, 
posti  in  isola  nel  mezzo,  un  elegante  tripode  colla  tazza  di  verde 
di  Corsica,  ed  una  tavola  massiccia  di  bellissimo  verde  antico. 

Passando  nell’altra  sezione  della  sala  vediamo  incontro  alla 
finestra  di  mezzo  un  gruppo  mitriaco,  dopo  il  quale  vengono:  a 
sinistra,  un  bel  cervo  in  alabastro  fiorito;  un  piccolo  leone  in 
breccia  durissima,  coi  denti  e la  lingua  di  marmi  differenti;  Er- 
cole che  trascina  il  leone  Nemèo  dopo  averlo  atterrato;  lo  stesso 
eroe  che  uccide  Diomede  ed  i suoi  cavalli,  e finalmente  un  Cen- 
tauro che,  domato  da  un  Amorino  il  quale  lo  cavalca,  stringe  un 
lepre  nella  destra. 

Dopo  l’arco  che  dà  adito  nella  Galleria  delle  Statue,  si  trova 
la  bella  statua  equestre  di  Commodo  che  lancia  il  giavellotto. 
Ai  lati  della  prima  finestra,  sono:  un  bel  leone  di  breccia  gialla, 
ed  una  piccola  tigre  di  granito  egizio:  ivi  presso,  è un  grande 

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Ottava  Giornata. 


leone  in  marmo  bifrio  con  una  testa  di  vitello  abbrancata  fra  le 
proprie  zampe.  Anche  il  pavimento  di  questa  sezione  è deco- 
rato d'un  musaico  simile  a quello  della  sezione  precedente,  e 
proviene  dagli  scavi  medesimi.  Qui  ancora  vediamo,  isolati  nel 
mezzo,  un  tripode  con  UDa  preziosa  tazza  di  paonazzetto,  ed  una 
tavola  massiccia  di  verde  antico.  — Di  quivi  si  passa  nella  • 

GALLERIA  DELLE  STATUE. 

Questa  galleria  fu  fatta  ^costruire  da  Clemente  XIV,  ma  Pio 
VI  la  prolungò  dalla  parte  occidentale. 

Essa  contiene  insigni  monumenti.  Cominciando  il  giro  da  de- 
stra, entrando,  sono  degni  di  speciale  ricordo:  la  statua  loricata 
di  Clodio  Albino;  una  bella  mezza  figura  di  Amore,  opera  di 
greco  scarpello;  la  statua  nuda  di  un  atleta,  colle  braccia  e le 
gambe  di  moderno  ristauro;  la  statua  semicolossale  sedente  di 
Paride  col  pomo  nella  destra;  una  superba  statua  di  Pallade  che, 
nel  ristauro,  venne  mutata  in  una  Minerva  Pacifera,  avente  nella 
mano  diritta  un  elmo  di  bronzo;  Penelope  seduta,  di  stile  gre- 
co antico;  un  simulacro  affatto  nudo  di  Caio  Caligola;  Apollo 
Sauro  dono.  ossia  cacciatore  di  lueerte;  una  bellissima  statua  di 
un’Amazzone:  Giunone,  statua  ben  panneggiata  e di  molto  me- 
rito; la  musa  Urania,  marmo  di  lodevole  lavoro.  Ai  lati  dell’arco 
che  mette  alla  sala  dei  busti  sono  rimarchevoli  due  belle  statue 
sedenti,  delle  quali,  quella  a destra  rappresenta  Posidippo,  e 
l’altra  Monandro,  ambidue  poeti  comici  di  Grecia. 

Volgendosi  all’altro  lato  della  sala,  si  scorge  da  prima  una 
statuina  di  Nerone,  effigiato  sedente  ed  in  sembianza  di  Apollo 
Citaredo.  Quindi  voglionsi  osservare:  un  simulacro  in  tutto  nu- 
do. di  Settimio  Severo;  un  Nettuno;  una  pregiata  statua,  affatto 
nuda,  di  Adone  ferito;  un  Bacco  giacente,  opera  di  ottimo  stile, 
ed  un  gruppo  di  Esculapio,  con  Igia  sua  figlia.  Più  innanzi,  me- 
ritano attenzione,  una  figura  giacente,  rappresentante  una  tale 
Fenia  Nicopoli,  come  lo  attesta  il  nome  scrittovi,  ed  una  bella 
statua  seminuda,  sostenente  una  moderna  conca,  e che  credesi 
una  delle  Danaidi.  In  fondo  si  ammira  la  bellissima  statua  gia- 
cente di  Arianna,  addormentata  nell’ isola  di  Nasso,  conosciuta 
comunemente  col  nome  di  Cleopatra;  nella  base  su  cui  posa  è 
scolpita  la  guerra  degli  dei  coi  giganti.  Ai  lati  sorgono  i due 
stupendi  candelabri  di  marmo  bianco,  trovati  nella  villa  Adriana. 
Poi  veggonsi,  a sinistra,  le  statue  di  Mercurio  e di  Lucio  Vero. 

Il  pregevole  vaso  di  alabastro  cotognino  che  qui  si  scorge 
isolato,  venne  scoperto  non  molto  lungi  dal  mausoleo  di  Augu- 


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Museo  Pio-Clementino. 


531 


sto:  riguardo  all’uso  di  tale  vaso  ne  parlammo  apag.  250  trat- 
tando del  suo  discoprimento.  La  grande  vasca  di  alabastro  che 
pur  decora  questa  galleria,  fu  trovata,  nel  1853,  sulla  piazza  dei 
ss.  Apostoli,  facendo  uno  scavo  per  costruire  una  chiavica. 

Torniamo  all’ altra  estremità  della  galleria,  ed  entriamo  nella 

SALA  DEI  BUSTI. 

La  medesima  rimane  divisa  in  tre  sezioni  per  mezzo  d’ altret- 
tanti archi  sorretti  da  colonne  incrostate  di  giallo  antico,  coi  loro 
contropilastri  di  una  pregevole  qualità  di  breccia.  Su  due  ordini 
di  tavole  in  marmo,  risaltanti  dalle  pareti  e sostenute  da  eleganti 
mensole,  sono  collocati  moltissimi  busti  e teste. 

Nella  prima  sezione  veggonsi  due  magnifiche  colonne  di  dif- 
ferente lavoro.  Quella  a destra  è scanalata  a spire,  con  sopravi 
una  testa  di  Bacco  in  rosso  antico;  l’altra  ha  tre  ninfe  danzanti 
scolpite  all’  intorno;  questa  colonna  esisteva  già  nel  palazzo  Ot- 
toboni dei  duchi  di  Piano.  Nel  centro  della  seconda  sezione  os- 
servasi una  tazza  di  marmb  bianco,  immaginata  ed  eseguita  con 
molto  buon  gusto.  In  mezzo  poi  del  piccolo  vestibolo  a destra, 
elevasi  un  elegante  tripode  di  marmo  la  cui  tazza  è adorna  di 
squisiti  intagli,  e nella  nicchia  si  scorge  ima  statua  di  Livia 
Drusilla,  quarta  moglie  di  Augusto,  effigiata  in  aspetto  di  Pietà. 
La  grande  nicchia  in  fondo  della  terza  sezione  di  questa  sala, 
contiene  il  famoso  Giove,  detto  dei  Verospi,  perchè  appartenne 
ad  una  famiglia  di  tal  nome.  Esso  è rappresentato  assiso  col- 
P aquila  a’  piedi  e il  fulmine  nella  destra,  ma  il  suo  volto  è pa- 
cato e sereno.  Innanzi  a questo  simulacro,  si  osserva  un  globo 
celeste  sopra  cui  sono  scolpiti  i principali  pianeti,  e la  zona  coi 
dodici  segni  dello  zodiaco;  e nei  lati  sono  due  vasi,  uno  de’quali 
è di  breccia  affricana,  e l’altro  di  alabastro  di  Civitavecchia. 

Tornando  ora  nella  galleria  delle  statue,  si  trova  a destra, 
quasi  nel  fondo,  un  vestibolo,  ove  sorge  un’ara  rotonda,  fregiata 
da  un  bassorilievo  assai  bello,  rappresentante  un  baccanale. 

Da  questo  vestibolo  si  entra  in  un  magnifico  gabinetto,  e nel 
passaggio  che  lo  precede,  oltre  due  statuette,  una  di  un  fauno 
danzante,  l'altra  di  Domizia  in  forma  di  Diana,  si  vede  anche  un 
piccolo  bassorilievo  esprimente  tre  vincitori  nei  giuochi  atletici, 
con  vasi  e palme,  premii  della  loro  vittoria,  e coi  loro  nomi  scol- 
piti in  greco . 

gabinetto.  — Nella  decorazione  di  cosi  piccolo  locale  sfog- 
giarono, a gara,  la  munificenza  del  fondatore  ed  il  genio  del 

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Ottava  0 tornata. 


Simonetti,  che  edificollo  d’ordine  di  Pio  VI.  II  gabinetto  di  cui 
rì  tratta  va  adorno  di  otto  colonne  di  sceltissimo  alabastro,  e di 
altrettanti  pilastri  simili.  Sull’alto  delle  pareti  ricorre  un  fregio 
con  festoni  e putti  di  antica  scultura,  e la  volta  è interamente 
abbellita  con  pitture  ad  olio,  opere  di  Domenico  Deangelis.  Nel 
quadro  di  mezzo  l’artefice  rappresentò  le  nozze  di  Bacco  con 
Arianna,  e negli  altri,  Paride  che  dà  il  pomo  a Venere,  Diana 
ed  Endimione,  Venere  ed  Adone,  e Paride  che  nega  a Minerva 
il  pomo.  Osserviamo  ora  i preziosi  monumenti  raccolti  in  questo 
ricco  gabinetto. 

Entrandovi,  si  vede  subito  a destra  la  statua  d’una  danzatrice 
scolpita  con  molta  verità  e grazia;  e nel  bassorilievo  in  alto,  si 
scorge  il  carro  del  Sole  con  alcune  altre  divinità.  Nella  nicchia 
a lato,  si  ammira  una  sublime  statua  di  Venere,  rappresentata 
nel  pieno  delle  sue  grazie  e della  sua  bellezza,  appena  uscita  dal 
bagno:  questo  capolavoro  proviene  dalla  tenuta  di  Salone.  II 
bassorilievo  al  di  sopra  ha  per  soggetto  l’apoteosi  di  Adriano. 
Nella  seguente  statua  raffiguriamo  Diana  Lucifera;  il  superior 
bassorilievo  presenta  un  altro  carro  del  Sole,  con  altre  divinità; 
e quello  sul  cancello  esprime  alquante  delle  fatiche  di  Ercole. 
La  successiva  nicchia  contiene  il  superbo  Fauno  di  rosso  antico, 
trovato  nella  villa  Adriana, in  Tivoli:  vicino  a questo  raro  monu- 
mento, è la  bella  statua  d’un  sacerdote  mitriaco,  cognita  col  no- 
me di  Paride,  e nel  bassorilievo  al  di  sopra  si  veggono  scolpite, 
entro  cinque  piccole  edicole,  alcune  divinità,  e talune  avventure 
di  Ercole.  Nella  nicchia  fra  le  finestre,  si  scorge  un  bel  simula- 
cro di  Minerva,  ed  innanzi  alle  medesime  sono,  una  stupenda 
tazza  di  rosso  antico,  ed  una  sedia  balnearia  dello  stesso  marmo: 
inoltre,  nella  parete  frammezzo  alle  suddette  finestre,  è incassato 
un  antico  musaico,  con  soggetti  allusivi  al'  Nilo,  scoperto  nella 
villa  Adriana. — Volgendosi  verso  la  parete  seguente,  si  vede  da 
prima  una  statua  di  Ganimede,  scultura  di  singolare  delicatezza 
e conservazione:  il  bassorilievo  di  sopra,  diviso  in  cinque  edico- 
lette,come  quello  incontro,  ci  presenta  Minerva,  Giunone  e Bac- 
co, come  pure  Ercole  fanciullo  che  strangola  i serpi,  e lo  stesso 
eroe  in  atto  di  suonare  la  lira.  La  nicchia  contiene  una  maravi- 
gliosa  statua  di  Adone,  o di  Cupido,  e nel  bassorilievo  sopra  la 
porta,  sono  espresse  alcune  delle  fatiche  di  Ercole. 

Per  di  sotto  alle  quattro  nicchie  sono  collocati  altrettanti  se- 
dili di  porfido,  con  piedi  in  metallo  dorato;  il  centro  del  pavi- 
mento va  adorno  con  un  musaico  antico  di  squisito  lavoro,  pro- 
veniente dalla  villa  Adriana:  esso  è diviso  in  quattro  scomparti, 


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Museo  Pio-Clementino. 


533 


e circondato  da  un  fregio  di  frutti  e di  pampini  verdeggianti, 
intralciati  con  nastri.  Tre  dei  detti  scomparti  ne  offrono  masche- 
re, ed  il  quarto  un  paese  in  cui  si  vedono  pecore,  capre  e pasto- 
ri. — Tornando  nella  sala  degli  animali,  al  dritto  lato  di  essa  si 
trova  l’adito  alla 

SALA  DELLE  MUSE. 

Questa  sala  ottagona,  eretta  parimenti  da  Pio  VI  con  archi- 
tetture del  ricordato  Simonetti,'  rimane  decorata  da  16  colonne 
di  marmo  di  Carrara,  con  capitelli  provenienti  dalla  villa  Adriana . 

A destra,  entrando  nell'andito  che  precede  la  sala,  si  trovano: 
un’erma  di  Diogene,  una  statua  di  Sileno,  ed  una  piccola  erma 
di  Sofocle,  che  fece  raffigurare  il  ritratto  di  questo  sommo  poe- 
ta tragico.  Incontro  a quest’erma  avvene  un’  altra  incognita;  e 
poscia  veggonsi,  una  statua  di  Bacco  in  abito  donnesco,  ed 
un’erma  di  Omero.  I due  bassorilievi  murati  nelle  pareti,  rappre- 
sentano una  danza  di  Coribanti,  e la  nascita  di  Bacco  uscito  dalla 
coscia  di  Giove. 

Entriamo  adesso  nella  sala  ottagona,  ove  sono  collocate  le  sta- 
tue delle  Muse  trovate  in  Tivoli,  nel  1174,  nel  luogo  in  cui  già 
fu  la  villa  di  Cassio,  ove  erano  raccolte  unitamente  alle  erme  dei 
savi  della  Grecia.  Questa  collezione  di  Muse  è senza  dubbio  la 
più  bella  e la  più  completa  che  si  conosca. 

Entrati  appena,  si  scorge  a destra  un’erma  di  Epicuro;  viene 
poi  la  statua  di  Melpomene,  la  cui  testa,  coronata  di  pampini,  è 
assai  bella:  la  movenza  eroica  di  questa  figura,  la  maschera  che 
ha  nella  destra  ed  il  pugnale  che  stringe  nella  sinistra,  fan  si  che 
venga  riconosciuta  per  la  musa  della  Tragedia.  Segue  ferma  di 
Zenone  lo  stoico,  e poi  quella  rarissima  di  fischine,  col  nome 
scritto  in.  greco  sul  petto:  qui  vuoisi  osservare,  che  la  scoperta 
di  questo  marmo  non  solo  ci  diede  il  ritratto  identico  del  celebre 
oratore,  emulo  di  Demostene,  ma  valse  ancora  a persuadere  gli 
archeologi,  a ritenere  come  un  simulacro  di  Eschine  la  famosa 
statua  esistente  nel  gran  museo  di  Napoli,  la  quale  credevasi  una 
rappresentanza  di  Aristide.  Poi  osservasi  la  statua  sedente  di 
Talia,  musa  della  Commedia,  coi  simboli  che  a lei  si  addicono. 
La  statua  appresso,  che,  ritta  sulla  persona,  tiene  il  globo  cele- 
ste nella  mano  sinistra,  rappresenta  Urania,  musa  dell’Astrono- 
mia. Questa  statua  mancava  fra  le  Muse  scoperte  in  Tivoli,  e 
proviene  da  Velletri,  ove  esisteva  nel  palazzo  Lancellotti.  Nella 
statua  assisa  che  scorgesi  a lato,  riconosciamo  Clio,  musa  della 
Storia,  simboleggiata  da  quel  papiro  che  ha  nella  sinistra,  e che 


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Ottava  Giornata. 


le  si  svolge  nel  seno.  L’erma  che  viene  dopo  offreci  l’ effige  di 
Demostene,  e poscia  vedesi  quella  di  Antistene,  col  suo  nome, 
ed  è questo  l’unico  marmo  da  cui  si  riconosca  con  certezza  l’ef- 
fige  del  fondatore  della  setta  cinica.  La  statua  accanto,  ritta  in 
piedi,  coronata  di  rose  e ravvolta  nel  manto,  rappresenta  Polin- 
nia,  musa  della  Favola  e della  Pantomima;  e l’erma  successiva 
ci  porge  il  ritratto  di  Metrodoro. 

Proseguendo  il  giro  della  sala  ottagona,  si  trovano  da  prima, 
l’erma  di  Alcibiade;  la  statua  di  Erato,  musa  della  Poesia  lirica, 
ed  altre  due  erme:  la  prima  di  esse  ha  gli  occhi  chiusi  e si  crede 
il  ritratto  di  Epimenide,  indovino  e poeta  cretense,  venuto  in  fa- 
ma a causa  del  sonno  da  cui  era  oppresso  di  continuo;  l’altra 
erma  rappresenta  Socrate.  Poscia  si  osservano:  'una  statua  se- 
dente di  Calliope,  musa  della  Poesia  epica,  ed  Apollo  Citaredo 
in  atto  di  cantare,  accompagnando  il  canto  col  suono  della  sua 
lira,  in  uno  dei  corni  della  quale  è scolpito  il  supplizio  di  Mar- 
sia.  Si  vedono  in  seguito:  Tersicore,  musa  della  Danza,  atteg- 
giata con  molta  leggiadria;  un’erma  di  Milziade,  con  in  capo 
l’elmo;  un’erma  di  Zenone  epicureo,  col  nome  scritto  sul  petto; 
Euterpe  che,  seduta  assai  graziosamente,  presiede  alla  Musica 
avendo  le  tibie  nella  destra,  e finalmente  l’erma  di  Euripide,  fa- 
moso poeta  tragico.  Dei  due  bassorilievi  nelle  pareti,  quello  a 
destra  rappresenta  il  combattimento  dei  Centauri  coi  Lapiti,  e 
l’altro  incontro,  esprime  una  pugna  fra  Centauri  e Fauni. 

Nel  pavimento  di  questa  sala,  composto  di  bei  marmi,  sono 
incastrati  alcuni  musaici  rappresentanti  attori  teatrali  e masche- 
re sceniche:  questi  musaici  vennero  scoperti  nell’antico  Lorium, 
oggi  Castel  di  Guido.  Quello  però  del  mezzo,  lavorato  in  ara- 
beschi con  la  testa  di  Medusa  nel  centro,  fu  scoperto  vicino  a 
s.  Maria  Maggiore,  nella  villa  Caetani  ch'ivi  esisteva.  Le  pitture 
nella  volta  sono  del  Conca,  ed  alludono  ai  descritti  monumenti. 

Procedendo  nell’  andito  che  introduce  alla  gran  sala  rotonda, 
si  vedono,  a destra,  un’  erma  di  Aspasia  col  capo  velato  ed  il 
nome  scrittovi  sotto,  trovata  a Castro  Nuovo;  una  statua  mu- 
liebre sedente,  con  un  papiro  nella  sinistra,  e che  si  crede  sia  il 
simulacro  della  celebre  poetessa  Saffo;  un’erma  di  Pericle,  unico 
ritratto  di  questo  insigne  ateniese,  su  cui  leggasi  il  suo  nome; 
ed  un’erma  di  Solone,  mancante  del  capo.  Dall’altra  parte  ab- 
biamo, l’erma  di  Pittaco,  pure  senza  testa,  poi  quella  dr  Biante; 
una  statua  del  celebre  legislatore  Licurgo;  ed  un’erma  di  Pe- 
riandro,  col  suo  nome  ed  una  sentenza  in  greco,  ritratto  unico  di 
questo  personaggio.  Uno  dei  due  bassorilievi  sulle  pareti  rap- 
presenta una  ceremonia  nuziale,  e l’altro  il  ratto  di  Proserpina. 


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Museo  Pio-C fomentino.  „ 535 

Prima  di  entrare  nel  salone  rotondo,  si  vede  nella  nicchia  a 
destra  una  statua  diPallade;  di  sopra  è un  medaglione  con  Giu- 
none d’alto  rilievo,  e di  sotto  scorgesi  un  bassorilievo  con  una 
testa  di  Medusa  nel  mezzo  d’un  festone.  La  nicchia  incontro 
contiene  la  statua  di  Mnemosine,  madre  delle  Muse,  collocata 
su  di  un  piccolo  sarcofago  in  cui  sono  scolpiti  tre’ poeti,  ognuno 
accanto  alla  sua  musa.  — Segue  immediatamente  la 

SALA  ROTONDA. 

La  costruzione  di  questa  magnifica  sala,  deesi  pure  al  magna- 
nimo pontefice  Pio  VI,  il  quale  fecela  architettare  dal  ricordato 
Simonetti.  Essa  conta  17  met.  e 70  c.  di  diametro,  piglia  lume 
principalmente  da  un’apertura  circolare  praticata  nel  mezzo  della 
volta,  ed  è decorata  da  10  grandi  pilastri  di  marmo  di  Carrara, 
con  capitelli  assai  bene  intagliati  dal  Franzoni.  Attorno  a que- 
sta vasta  sala  veggonsi  statue  e busti  colossali:  questi  sono 
collocati  sopra  rocchi  di  colonne  di  porfido  rosso,  aventi  basi  di 
squisito  intaglio,  pella  maggior  parte  antiche;  e quelle  sono  con- 
tenute entro  otto  grandi  nicchie  che  apronsi  fra  i ricordati  pila- 
stri. Ai  lati  dell’ingresso  si  scorgono  due  erme  colossali  di  Bac- 
canti, o piuttosto  delle  Muse  della  Commedia  e della  Tragedia; 
questi  due  marmi,  di  eccellente  scultura  e benissimo  conservati, 
provengono  dalla  villa  Adriana. 

Volgendosi  sulla  diritta,  entrando  nella  sala,  si  vede  subito  il 
fatnoso  busto  di  Giove,  trovato  in  Otricoli.  La  nicchia  a lato  con- 
tiene la  sorprendente  statua. di  Antinoo,  che  ammiravasi  nel  mu- 
seo Lateranense.  Questo  capolavoro  dell’antica  scultura,  il  cui 
panneggiamento  è in  gran  parte  ristaurato,  appartenne  alla  no- 
bile famiglia  Braschi,  e fu  scoperto  in  Palestrina.  Poscia  seguo- 
no: un  busto  di  Faustina  seniore;  la  statua  di  Augusto  in  veste 
di  sagrificatore,  o piuttosto  una  rappresentanza  del  suo  Genio; 
una  testa  colossale  di  Adriano,  trovata  presso  il  suo  mausoleo, 
oggi  Castel  s.  Angelo.  Nella  nicchia  che  segue  osservasi  la  sta- 
tua colossale  di  Ercole  in  bronzo  dorato,  della  quale  fu  arricchi- 
ta questa  sala  nel  1866.  Essa  è alta  3 met.  e 83  cent.,  ed  è una 
delle  più  grandi  fra  le  statue  antiche  che  si  conoscano  di  tal  me- 
tallo. Non  può  dubitarsi  che  non  sia  opera  greca;  ma,  a giudi- 
zio degl’  intendenti,  non  merita  gli  elogi  che  le  vennero  tribu- 
tati in  occasione  del  discoprimento.  Infatti,  anche  il  suo  insieme 
noifva  esente  da  qualche  menda,  giacché  la  metà  superiore,  per 
mancanza  di  giuste  proporzioni , si  rende  pesante,  e massiccia 


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Ottava  Giornata. 


sulla  metà  inferiore.  Fu  scoperta  nel  1864.  facendo  uno  scavo 
per  le  fondamenta  di  nuove  costruzioni  nel  cortile  del  palazzo 
Righetti,  già  Pio,  eretto  sulle  rovine  del  teatro  di  Pompeo,  pres- 
so Campo  di  Fiore.  La  statua  fu  trovata  alla  profondità  di  circa 
8 metri  dal  suolo,  racchiusa  in  una  specie  di  cassa,  formata  con 
grandi  lastre  di  pietra.  Era  mancante  di  ambedue  i piedi  ed  ave- 
va un  grande  foro  nella  sommità  della  testa.  Il  piede  destro  fu 
trovato  nello  stesso  scavo,  e quindi  ricongiunto;  l’ altro  venne 
supplito  di  gesso,  tinto  ad  imitazione  di  bronzo  dorato,  e fu  ese- 
guito sul  modello  del  Tenerani;  il  tutto  per  commissione  del  go- 
verno che  aveva  già  comperato  questa  statua  dal  cav.  Pietro  Ri- 
ghetti per  la  somma  di  scudi  50  mila  (268,750  franchi).  Poi  si 
osservano:  un  busto  assai  pregevole  di  Àntinoo,  scoperto  nelle 
rovine  della  villa  Adriana;  il  simulare  di  Antonino  Pio,  in  corazza 
e manto  imperiale:  un’erma  rappresentante  l’Oceano;  Nerva  se- 
dente, quasi  nudo  fino  ai  fianchi,  nel  rimanente  coperto  da  am- 
pio manto,  ed  il  busto  di  Giove  Serapide,  la  cui  testa  era  coro- 
nata de’ sette  pianeti,  come  l’indicano  i sette  buchi  ne'quali  erano 
altrettanti  raggi  di  bronzo  dorato.  La  nicchia  appresso  contiene 
la  stupenda  statua  di  Giunone  che  vedovasi  nel  palazzo  Barbe- 
rini : quindi  succedono,  una  testa  colossale  coronata  di  quercia, 
rappresentante  Claudio;  la  statua  di  Giunone  Sospita,  o Lanu- 
vina,  armata,  e con  indosso  la  pelle  della  capra  Amaltèa;  un  bu- 
sto di  Plotina  moglie  di  Traiano;  il  ritratto  di  Giulia  Pia;  Cerere, 
figura  di  stile  duro  e severo,  ed  infine  osservasi  un  busto  lori- 
cato di  Publio  Elio  Pertinace. 

Nel  mezzo  della  sala,  sorge,  su  quattro  piedi  di  bronzo  dorato, 
la  sorprendente  tazza  di  porfido  rosso.  Questo  monumento, unico 
nel  suo  gènere,  è di  un  solo  masso  ed  ha  14  met.  e 40  cent,  di 
circonferenza;  esso  proviene  dalle  terme  Diocleziane,  e dopo  di- 
verse traslocazioni,  il  pontefice  Pio  VI  volle  che  formasse  uno 
de’ principali  ornamenti  di  questo  salone. 

Il  pavimento  di  questa  medesima  sala  è abbellito  con  isquisiti 
musaici  antichi.  Quello  a differenti  colori,  che  figura  nella  parte 
centrale,  fu  trovato  in  Otricoli.  Esso  viene  diviso  in  più  com- 
partimenti mediante  festoni  e meandri  bellissimi;  nel  mezzo,  giu- 
sto sotto  la  gran  tazza,  scorgesi  una  testa  di  Medusa,  poi  vi  sono 
rappresentati  varii  combattimenti  fra  Centauri  e Lapiti;  od  at- 
torno veggonsi  delle  Ninfe  sopra  mostri  marini,  e parecchi  Tri- 
toni. La  fascia  lavorata  a bianco  e nero,  sulla  quale  si  camm^ia, 
fu  scoperta  nelle  vicinanze  di  Scrofano,  e vi  si  scorge  l’avven- 
tura di  Ulisse  colle  Sirene.  — Si  passa  quindi  nella 


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Museo  Pio-Clementino. 

SALA  A CROCE  GRECA. 


537 


11  sullodato  pontefice  Pio  VI  fece  erigere,  da  Michelangelo 
Simonetti,  anche  questa  sala,  la  cui  grande  porta  è al  certo  la 
più  magnifica  e la  più  bella  che  immaginare  si  possa.  Gli  stipiti 
sono  di  granito  rosso  di  Egitto,  e dello  stesso  marmo  sono  i 
due  rocchi  di  colonne  sui  quali  sorgono  due  grandi  statue,  di 
stile  imitante  l’egizio,  pure  di  granito  rosso:  esse  furono  trovate 
nella  villa  Adriana,  e si  crede  che  ne  decorassero  uno  degl’  in- 
gressi principali.  Queste  statue  sostengono  il  cornicione  alla 
foggia  delle  Cariatidi,  e nel  fregio  si  legge  in  lettere  di  metallo 
dorato:  mvsevm  pivm.  Sopra  il  detto  cornicione  sono  due  belli 
vasi  di  granito  rosso,  e nel  mezzo  si  scorge  un  bellissimo  bas- 
sorilievo antico,  rappresentante  un  combattimento  di  gladiatori 
con  bestie  feroci. 

Frai  monumenti  raccolti  in  questa  sala,  a dritta  di  chi  entra 
in  essa,  è rimarchevole  la  statua  seminuda  di  Augusto,  che  ve- 
devasi  nel  palazzo  Verospi.  Innanzi  alla  finestra  è collocata  la 
magnifica  urna  sepolcrale  di  porfido  rosso,  tutta  scolpita  a bas- 
sorilievi, rappresentanti  i Genii  della  vendemmia,  animali  e gran- 
di arabeschi.  Quest’ urna,  che  servì  di  tomba  a s.  Costanza,  fu 
trovata  nella  chiesa  a lei  sacra  sulla  via  Nomentana,  da  dove 
venne  qui  trasportata  per  ordine  del  pontefice  Pio  VI. 

Ai  lati  dello  sfondo  ove  sta  la  descritta  urna,  apronsi  due  nic- 
chie: in  quella  a destra  è la  statua  di  Lucio  Vero  giovane,  tro- 
vata in  Otricoli;  quella  a sinistra  contiene  la  statua  sedente  di 
una  Musa,  proveniente  pure  da  Otricoli,  e si  suppone  che  ne  de- 
corasse il  teatro. 

Uscendo  dallo  sfondo,  e continuando  il  giro  della  sala,  si  tro- 
va subito  a destra  una  statua  di  Venere,  e al  di  sopra  sta  incas- 
sato nella  parete  un  bassorilievo  con  tre  Muse.  Delle  due  sfingi 
colossali  di  granito  egizio  che  quivi  si  osservano,  una  si  rinven- 
ne fuori  la  porta  del  Popolo,  l’ altra  fu  scoperta  costruendo  la 
scalinata  avanti  la  facciata  di  s.  Pietro.  Incontro  alla  suindicata 
Venere,  è la  statua  di  Erato  colla  sua  lira,  ed  in  alto  scorgesi 
un  bassorilievo  con  tre  Muse,  simile  a quello  incontro. 

Continuando  il  giro  della  sala,  ammirasi  l’altra  stupenda  urna 
di  porfido  rosso:  questo  monumento  racchiuse  le  ceneri  di  s.Ele- 
na  madre  di  Costantino,  e fu  trovato  a Tor-Pignattara,  ove  ap- 
punto era  il  mausoleo  di  quella  imperatrice.  Le  figure  di  guer- 
rieri e di  schiavi  che  vi  si  vedono  scolpite  attorno  in  altorilievo, 


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538 


Ottava  Giornata. 


alludono  alle  gloriose  gesta  di  quell’imperatore;  ed  il  coperchio 
va  adorno  di  putti,  animali  e festoni. 

Entrando  nello  sfondo,  nella  nicchia  dal  canto  destro  osser- 
vasi la  statua  sedente  della  musa  Euterpe,  col  flauto  nella  de- 
stra: presso  di  essa  è una  figura  muliebre  velata,  con  diadema 
sul  capo.  Dall’altro  lato  vedesi  una  statua  virile  affatto  nuda,  e 
la  nicchia  contiene  il  simulacro  di  un  oratore  in  atto  di  arringare, 
proveniente  dagli  scavi  di  Otricoli.  Al  di  sopra  £oi  è incassata 
nel  muro  una  Vittoria  scolpita  in  bassorilievo,  la  quale  insieme 
coll’altra  che  le  rimane  dicontro,  sostenevano  la  grande  iscri- 
zione latina  posta  nel  mezzo,  già  esistente  alle  terme  di  s.Elena. 
Finalmente  la  nicchia  presso  la  porta,  contiene  una  statua  di 
Augusto  rappresentato  come  pontefice  massimo,  e questo  mo- 
numento ancora  fu  trovato  in  Otricoli. 

Il  pavimento  di  questa  sala  va  adorno  di  un  musaico  con  ara- 
beschi e con  un  busto  di  Minerva  nel  mezzo:  questo  bel  musai- 
co fu  scoperto  presso  l’ antico  Tuscolo.  — Questa  sala  congiun- 
gesi  colla  scala  principale  del  Museo,  ma  prima  di  parlare  di 
essa,  entriamo  nel 

MUSEO  EGIZIO. 

Il  pontefice  Pio  VII  aveva  fatto  una  piccola  raccolta  di  mo- 
numenti egizii;  fu  però  Gregorio  XVI  quegli  che  deliberò  di 
formare  questo  nuovo  museo,  in  cui  riuni  tutti  i monumenti  di 
questa  specie,  i quali  esistevano  nel  Vaticano,  nel  museo  Capi- 
tolino, o in  altri  luoghi  di  Roma. 

vestibolo. — Visi  osservano  alquante  urne  o sarcofaghi  di 
basalto,  con  geroglifici  all’  intorno,  e sopra  uno  di  essi  si  legge 
il  nome  d’uno  scriba  sacro,  e sacerdote  del  re  Psammete  I,  chia- 
mato Ne  it h-  mai.  Sono  vi  pure  dei  coperchi  di  casse  mortuarie 
con  geroglifici. 

sala  dei  monumenti  di  stile  egizio. — In  fondo  si  ammira 
la  superba  statua  di  granito  nero  brecciato,  con  geroglifici,  tro- 
vata negli  orti  Sallustiani.  Appellasi  comunemente  Iside;  il  sim- 
bolo però  dell’  avvoltoio,  farebbela  piuttosto  raffigurare  per  una 
Neith.  o la  Minerva  egizia;  tuttavia  si  rileva  dalla  iscrizione,  es- 
ser questo  il  simulacro  d 'Ivvea,  madre  di  Sesostri,  o di  Ramesse 
III,  il  grande,  sotto  l’aspetto  di  quella  divinità.  Questa  statua 
esisteva  già  nel  museo  Capitolino.  Dai  lati  sono  due  leoni  assai 
belli,  i quali  decoravano  la  mostra  principale  dell’  acqua  Felice 
a Termini,  e vennero  trovati  nel  1443  vicino  al  Pantheon.  I ge- 
roglifici nel  plinto  provano,  che  essi  furono  fatti  scolpire  e de- 


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Museo  Egizio.  53ì> 

dicare  dal  re  Achori,  ossia  Nectanebo,  della  XXIX  dinastia,  ul- 
tima dei  Faraoni.  A destra  richiamano  l’attenzione  dell’osser- 
vatore, il  colosso  della  dea  Neith,  altre  volte  esistente  nel  mu- 
seo Capitolino,  e quelli,  parimenti  in  granito,  di  Tolomeo  F'ila- 
delfo  e di  Arsinoe  sua  moglie,  che  già  stavano  nel  cortile  del 
palazzo  dei  Conservatori  sul  Campidoglio.  A sinistra  si  rende 
degna  di  osservazione  la  parte  inferiore  d’ una  statua  sedente, 
col  nome  del  suddetto  re  Achori,  la  quale  proviene  dalla  città 
di  Kepi.  — A destra  si  trova  la 

sala,  delle  opere  d’ imitazione. — Sono  raccolti  in  questa  sa- 
la, divisa  in  due,  tutti  i monumenti  in  marmi  colorati  scoperti 
nella  villa  Adriana  in  Tivoli,  i quali  in  passato  si  osservavano  in 
una  camera  del  museo  Capitolino.  Fra  di  essi  signoreggia  la  beh 
lissima  statua  colossale  di  marmo  bianco,  rappresentante  Anti- 
noo  sotto  figura  d’una  divinità  egizia;  essa  fu  trovata  nella  villa 
Adriana,  e poscia  ammiravasi  nel  ricordato  museo.  In  fine  è de- 
gno di  osservazione  il  bel  colosso  di  marmo  bigio  scuro,  che 
rappresenta  il  Nilo  giacente. 

emiciclo. — In  questo  emiciclo  sono  raccolte  quelle  statue  co- 
lossali di  granito  nero,  sì  sedenti,  e sì  in  piedi,  che  rappresen- 
tano divinità  muliebri  con  testa  di  leonessa,  alle  quali  si  dà  il 
nome  d’ Iside,  ma  che  però  sono  altrettante  rappresentanze  di 
Athor,  la  Venere  dei  Greci.  Nel  centro  della  curva  si  vedono 
due  mummie  virili  entro  le  loro  casse,  in  una  delle  quali  casse  si 
osserva,  per  la  prima  volta,  scritto  il  nome  del  defonto  che  fu 
sacerdote  di  Ammon-rà,  ed  appartenne  alla  XVIII  dinastia  rea- 
le, poiché  in  un  cartello  sospeso  ad  un  cordone,  e che  gli  scende 
dal  collo  al  petto,  si  legge  il  nome  di  Amenof-ttp,  capo  della 
suddetta  dinastia. 

camere  dei  papiri  i. — Esse  sono  precedute  da  tre  stanze  nel- 
le quali  si  custodiscono  oggetti  di  piccola  mole,  consistenti  in 
ismalti,  pietre,  bronzi  e legni:  fra  tutto  questo  si  fa  distinguere 
il  famoso  scarabeo  in  diaspro  durissimo  con  una  iscrizione  di  un- 
dici linee  portante  la  data  dell’anno  XI  del  regno  di  Amenonji 
III,  e di  Taia  sua  consorte. 

Ora  parliamo  dei  papirii.  Alcuni  di  essi  sono  scritti  in  caratte- 
re geroglifico,  altri  in  geratico,  e taluni  in  demotico.  La  massi- 
ma parte  sono  funebri  e colla  rappresentanza  degli  Amenti,  os- 
sia del  giudizio  delle  anime,  secondo  la  teogonia  egizia.  Di  questi 
ultimi,  coinè  pure  dei  demotici , cioè  sciatti  con  caratteri  popo- 
lari, o antichi,  o del  tempo  dei  Lagidi,  diedene  il  card.  Mai  un 
dotto  cenno,  scritto  da  lui  quando  era  prefetto  della  biblioteca 
Vaticana. 


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540 


Ottava  Giornata. 


Entro  l’ultima  camera  si  conservano  alquanti  monumenti  egi- 
zi i di  vario  genere,  ed  ivi  esiste  eziandio  una  serie  di  pietre  in- 
cise con  caratteri  cufici,  ossia  in  arabo  antico. — Tornando  nella 
sala  a croce  greca,  si  trova  a sinistra  la 

SCALA  PRINCIPALE  DEL  MUSEO. 

Questa  magnifica  scala  di  marmo  di  Carrara,  si  divide  in  tre 
rampe,  delle  quali,  le  due  laterali  conducono  alle  gallerie  supe- 
riori, e quella  di  mezzo  porta  alla  biblioteca  ed  al  giardino.  La 
detta  sala  è decorata  di  20  colonne  di  granito,  e di  balaustrate 
di  bronzo  con  basi  e cimasa  di  marmo  bianco.  In  basso,  nella  di- 
visione di  mezzo,  si  vede  la  porta  della  biblioteca  avente  gli  stipiti 
di  granito  rosso  ed  un  cancello  di  ferro  con  cristalli.  La  porta 
principale  presso  questo  medesimo  ripiano,  decorata  con  disegno 
di  Giuseppe  Camporese,  forma  all’esterno  un  magnifico  ingresso 
al  museo.  Questa  porta  rimane  fiancheggiata  da  due  belle  co- 
lonne di  cipollino,  e mediante  quattro  archi  che  si  aprono  nel- 
l’interno, introduce  al  museo,  al  giardino,  aUa  via  pubblica,  ed 
al  cortile  degli  archi  vii. 

Tornando  al  primo  ripiano,  si  vede,  incontro  al  cancello  del 
museo  egizio,  una  statua  colossale  di  un  fiume,  alla  quale  il  Bo- 
narruoti  rifece  la  testa.  — Salendo  al  secondo  ripiano,  si  trova  a 
destra  la 

CAMERA  DELLA  BIGA. 

Anche  questa  graziosa  camera  rotonda,  fu  eretta  per  ordine 
di  Pio  VI,  dal  suddetto  Camporese,  che  la  decorò  di  4 nicchie, 
fiancheggiate  da  8 colonne  scanalate  di  marmo  bianco,  soste- 
nenti il  cornicione  di  egual  pietra,  su  cui  spiccasi  la  volta  ador- 
na di  cassettoni  con  rosoni. 

Questa  camera  riceve  il  nome  dalla  biga  di  marmo  bianco 
collocata  nel  mezzo,  e tirata  da  due  cavalli  pure  di  marmo.  La 
sedia  di  questo  carro  è intieramente  antica,  ed  è pure  antico  il 
torso  del  cavallo  a destra:  il  rimanente  è tutta  opera  moderna 
del  celebre  Franzoni. 

Il  primo  monumento  a destra,  entrando,  è una  statua  mulie- 
bre, creduta  la  musa  Polinnia.  La  nicchia  accanto  contiene  una 
statua  con  lunga  barba,  portante  il  nome  di  Sardanapalo  inciso 
nel  suo  manto:  ad  onta  però  di  tale  iscrizione,  che  è antica,  si  è 
preteso,  che  questo  simulacro  rappresenti  Bacco  indiano.  Subito 
dopo  si  vede  un  Bacco  di  eccellente  lavoro.  Dall’altro  lato  della 


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541 


Camera  della  Biga. 

finestra  è la  statua  d’un  guerriere  che  preme  un  elmo  col  piede 
destro:  essa  rappresenta  Alcibiade,  come  lo  dimostra  l’erma  esi- 
stente nella  camera  delle  Muse,  sulla  quale  si  legge,  in  greco,  il 
nome  di  lui.  Occupa  l’altra  nicchia  il  simulacro  di  un  personag- 
gio romano  in  atto  di  sacrificare,  il  cui  grandioso  panneggia- 
mento è di  stile  assai  lodevole:  viene  poi  la  statua  nuda  di  Apollo 
Citaredo.  Dall’opposto  lato  della  finestra  v’ è una  bella  figura 
d’ un  discobulo,  e nella  nicchia  una  statua  clamidata:  essa  è il 
ritratto  di  alcun  distinto  personaggio  greco,  a cui  si  dà  il  nome 
di  Focione.  Segue  il  pregiatissimo  discobulo  in  atto  di  lanciare 
il  disco,  copia  di  quello  in  bronzo  eseguito  dal  celebre  Mirone. 
Dall’  altra  parte  della  finestra  si  vede  un  auriga  circense,  ed  en- 
tro la  nicchia  la  statua  d’ un  filosofo  greco  con  un  volume  nella 
sinistra:  non  rassomiglia  esso  a Sesto  di  Cheronea,  come  da  ta- 
luni si  pretende,  ma  sì  ad  Apollonio  Tianeo,  uno  dei  più  insigni 
filosofi  del  II  secolo  dell’  era  volgare;  ed  in  fine  si  osserva  una 
Diana  cacciatrice.  Sotto  le  nicchie  sono  collocati  quattro  sarco- 
faghi adorni  di  bassorilievi:  tre  di  tali  bassorilievi  esprimono  i 
giuochi  circensi  eseguiti  da  Genii,  e l’ altro  rappresenta  i Genii  * 
delle  Muse,  delle  quali  portano  gli  attributi. 

Uscendo  da  questa  camera,  si  salisce,  mediante  una  scala  or- 
nata di  quattro  colonne  di  breccia  corallina  antica,  ad  un  ripiano 
decorato  aneli’ esso  con  belle  colonne.  In  questo  ripiano  avvi 
un’ampia  finestra  di  dove  si  vede  la  magnifica  porta  che  osservam- 
mo nella  sala  a croce  greca.  Tale  finestra  rimane  fiancheggiata 
da  due  pregevoli  colonne  di  porfido  verde,  fra  le  quali  elevasi 
un  grande  vaso  di  granito  egualmènte  verde.  Nella  parete  a de- 
stra, avvi  un  tripode  d’ altorilievo,  in  cui  è scolpito  Ercole  che 
uccide  i figli  d’Ippocoonte,  e fu  trovato  sulla  via  Appia. — L’in- 
gresso di  fianco  mette  nel 

MUSEO  ETRUSCO-GREGORIANO. 

Già  da  parecchi  anni  la  commissione  di  antichità  e belle  arti 
occupavasi,  d’ordine  del  governo,  a formare  una  scelta  raccolta 
dei  più  preziosi  monumenti  etruschi  rinvenuti  a’  nostri  giorni 
negli  scavi  praticati  in  una  parte  del  suolo  dell’antica  Etruria.  In 
seguito  piacque  a Gregorio  XVI  di  formare  con  essi  un  nuovo 
museo  che  rimase  compiuto  nel  1837  ; e quivi  ancora , per  non 
dipartirci  dal  nostro  metodo  di  brevità,  indicheremo  soltanto  gli 
oggetti  più  pregevoli. 


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542 


Ottava  Giornata. 


Negli  anditi  si  osservano  parecchie  urne  di  terra  cotta,  colle 
effige  dei  defonti,  ed  anche  delle  urnette  eseguite  in  alabastro 
di  Volterra. 

prima  camera. — Urna  di  nenfro,  (specie  di  pietra  somigliante 
al  peperino);  nel  bassorilievo  che  l’adorna  si  scorge  pure  un  sa- 
crifizio umano.  Ivi  sono  ancora  alcune  urnette  cinerarie  in  terra 
disseccata,  illustrate  già  da  Alessandro  Visconti  e dal  Tambroni. 

seconda  camera.  — Statua  di  Mercurio;  piccola  urna  colla 
morte  di  Adone  in  altorilievo:  alquante  terre  cotte  etrusclie,  ed 
alcune  romane. 

terza  camera. — Quivi  ha  principio  la  collezione  dei  vasi  di- 
pinti, interessantissima  sotto  il  doppio  aspetto  della  erudizione 
e dell’arte.  Soprattutto  si  deve  qui  ammirare  il  superbo  vaso,  at- 
torno a cui  è delineata,  su  fondo  bianco,  la  educazione  di  Bac- 
co. Quest’oggetto  può  riguardarsi  come  unico  nel  suo  genere. 

quarta  camera.— Singolarissimo  è il  vaso  collocato  nel  cen- 
tro, sopra  cui  si  vede  rappresentato  Apollo  assiso  sul  tripode 
delfico:  più  indietro  si  rende  osservabile  un  grande  vaso  col  pie- 
de, del  più  antico  stile  etrusco. 

emiciclo. — Qui  sono  raccolti  i più  belli  ed  interessanti  vasi 
della  collezione,  fra’quali  stimiamo  degni  di  particolare  ricordo: 
il  vaso  con  Minerva  ed  Ercole;  quello  in  cui  è rappresentato 
Achille;  l’altro  col  ratto  di  Egina;  il  vaso  su  cui  fu  espressa  la 
gara  di  Tamiri  colle  Muse;  e quei  due  vasi  della  Magna  Grecia, 
di  grande  dimensione,  collocati  nelle  nicchie  laterali,  i quali  ser- 
vono assai  bene  a formare  una  comparazione  fra  lo  stile  greco 
e l’etrusco. 

Galleria  delle  tazze.  — Sono  esse  poste  su  d’imo  zoccolo 
di  legno,  e mediante  un  meccanismo,  si  possono  far  girare  in 
modo  da  osservarne  l’interna  e l’esterna  pittura.  Queste  tazze, 
d’un  lavoro  assai  fino,  hanno  forma  graziosa  ed  elegante:  su 
qualcuna  è scritto  il  nome  dell’  artefice,  e sopra  altre  leggonsi 
motti  arguti  e concisi.  Fra  tutte  meritano  particolare  attenzione 
quelle  della  serie  delle  Argonautiche , sopra  ad  una  delle  quali 
si  scorgono  i principali  eroi  di  quella  favolosa  impresa  in  atto 
d’indossare  le  loro  armature,  apparecchiandosi  alla  partenza. 

Tornando  indietro,  per  l’ emiciclo  e per  la  quarta  camera  si 
giunge  nel 

salone  dei  bronzi. — In  mezzo  a questa  collezione  di  oggetti 
rarissimi,  lo  sguardo  dell’osservatore  si  ferma  maravigliato  sulla 
magnifica  statua  guerriera,  rinvenuta  in  Todi  nel  1835.  In  un 
pendaglio  della  corazza  è incisa  una  iscrizione  etrusca , della 


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Museo  Etrusco-Gregoriano.  543 

quale  non  si  conosce  ancora  con  precisione  il  significato.  Qua 
e là  nella  sala  si  scorgono  i monumenti  trovati  nel  1836  nel 
grande  sepolcro  di  Cere:  essi  consistono  in  un  letto  funebre,  in 
un’ara  da  profumi,  in  grandi  vasi  con  trepiedi,  ecc.  Lo  stile  di 
questi  monumenti  risalisce  fino  alla  più  remota  antichità,  ed  ap- 
partennero ad  un  sacerdote.  In  questa  sala  si  osservano  ancora 
molte  are  o focolari;  vasi  e candelabri  di  forme  diverse  e di  dif- 
ferenti grandezze;  tripodi;  armi  da  guerra  offensive  e difensive; 
specchi  graffiti  e scritti;  un  frammento  di  una  figura,  maggiore 
del  naturale,  trovato  in  Chiusi;  il  magnifico  braccio  colossale 
della  statua  di  Traiano,  proveniente  dal  porto  di  Civitavecchia; 
un  carro  etrusco;  il  fanciullo  votivo  colla  bulla  al  collo,  illustrato 
dal  Passeri,  e la  preziosa  cisti,  ossia  toeletta  di  forma  ellittica, 
attorno  a cui  è rappresentato  il  combattimento  delle  Amazzoni. 
Ciò  poi  che  qui  riesce  più  sorprendente  è la  collezione  di  oggetti 
di  oreficeria,  custodita  nello  stipo  rotondo,  posto  in  mezzo  alla 
sala.  Fra  tali  oggetti  si  distinguono  degli  ornamenti  donneschi 
di  squisito  lavoro,  insegne  di  dignità,  corone  onorarie,  fibule  ecc. 
Alquanti  di  questi  oggetti  furono  trovati  nel  suddetto  sepolcro 
di  Cere. — Dal  salone  in  cui  siamo,  passando  per  un  andito  ove 
sono  delle  iscrizioni  etnische,  si  entra  nella 

sala  delle  pitture. — Attorno  a questa  sala  sono  collocate 
le  copie  delle  pitture  etrusche  rinvenute  nei  sepolcri  di  Vulci  e 
dell’antica  Tarquinia.  Esse  vennero  lucidate  e colorite,  assai  be- 
ne, dal  pittore  cav.  Carlo  Ruspi,  romano.  Il  Campanari,  che  le 
illustrò,  vi  riconobbe  gli  spettacoli  coi  quali  si  solevano  onorare 
i funerali  degl’illustri  defonti. 

• Tornando  nel  salone  dei  bronzi,  prima  di  uscire  da  questo  mu- 
seo, vuoisi  osservare  nell’ultima  sala,  l’imitazione  di  una  camera 
sepolcrale  etrusca. — Incontro  alla  branca  di  scale  che  si  discen- 
de, appena  usciti  dal  descritto  museo,  si  trova  la 

GALLERIA  dei  candelabri. 

Un  bel  cancello  di  ferro  dà  adito  a questa  estesa  e magnifica 
galleria,  decorata  d’ordine  di  Pio  VI,  colla  direzione  di  Miche- 
langelo tìimonetti.  Essa  rimane  divisa  in  sei  sezioni  nelle  quali 
sono  riuniti  numerosi  monumenti  di  diverse  specie,  fra’  quali  si 
distinguono,  nella  1*  sezione,  due  tronchi  di  alberi  con  dei  nidi 
di  Amorini;  invenzione  altrettanto  nuova,  quanto  elegante.  Do- 
po la  prima  finestra,  a diritta,  facciamo  osservare  un  vaso  di 
greco  scarpello,  scolpitovi  attorno  un  bassorilievo,  rappresen- 


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Ottava  Giornata. 


544 

tante  Licurgo  che,  abborrendo  le  orgie,  batte  aspramente  le  bac- 
canti, dalle  quali  venivano  celebrate.  Questo  vaso,  unico  di  scuo- 
la greca,  esistente  nell’ immenso  museo  in  cui  siamo,  proviene 
dagli  scavi  di  Prima  Porta,  e si  deve  alla  munificenza  di  Pio 
IX. — Nella  2*  sezione,  si  scorgono  molte  sculture,  delle  tazze, 
dei  candelabri,  e dei  vasi  di  forme  diverse  in  marmi  pregevoli  ; 
e meritano  particolar  menzione  due  sarcofaghi  adorni  di  basso- 
rilievi,  in  uno  dei  quali  è scolpita  la  favola  di  Protesilao  e di 
Laodamia,  e nell’altro  la  morte  di  Egisto  e di  Clitennestra. — La 
3*  sezione  è per  intero  decorata  coi  monumenti  scoperti  nel  1825 
vicino  alla  via  Ardeatina,  nella  tenuta  di  Tor-Marancio,  allora 
posseduta  dalla  duchessa  di  Chablais,  la  quale  lasciavali  in  le- 
gato a Leone  XII,  che  ne  arricchì  il  museo  Vaticano.  Fra  tali 
monumenti  si  scorgono,  parecchie  statue,  nel  novero  delle  quali 
avvene  una  di  Bacco  di  accuratissima  esecuzione,  ed  un  qua- 
dretto in  musaico,  che  già  servì  come  di  centro  al  pavimento  di 
una  sala  da  mangiare,  per  cui  vi  si  vedono  rappresentati  aspa- 
ragi, datteri,  pesci,  un  pollo,  ecc.  Innanzi  alla  parete  di  pro- 
spetto merita  la  nostra  attenzione  un  Fauno,  avente  sulle  spalle 
Bacco  fanciullo.  Questo  gruppo,  che  proviene  dagli  scavi,  pra- 
ticati nel  1854,  presso  la  Scala  Santa,  si  rinvenne  mancante,  in 
gran  parte,  della  figura  principale.  Il  difficile  ristauro  fu  savia- 
mente affidato  al  cav.  Pietro  Galli,  il  quale  lo  eseguì  con  tanto 
magistero  d’ arte,  che  il  gruppo  sembra  tutto  iutiero  di  antico 
lavoro:  per  ciò  appunto  il  sommo  pontefice  Pio  IX,  correndo  il 
1869,  ordinò  che  fosse  qui  collocato.  — Nella  4 11  sezione,  oltre 
ad  una  bella  raccolta  di  vasi,  tazze,  candelabri,  statue  e basso- 
rilievi,  si  distingue  il  bel  sarcofago,  in  cui  è rappresentata  la  fa- 
vola di  Niobe,  e l’altro  incontro,  ove  si  vede  scolpito  il  sogget- 
to, le  tante  volte  trattato,  degli  amori  di  Diana  ed  Endimione. 
— Nella  5*  sezione,  si  scorge  principalmente,  a destra,  una  gra- 
ziosa statua,  ristaurata  per  una  Cerere,  il  cui  panneggiamento 
è di  ammirabile  lavoro. — La  6*  sezione  contiene  anch’essa  bei 
monumenti,  e marmi  assai  rari  e pregiati. 

Da  questa  galleria  si  entra  in  un’altra  ove  sono  raccolti  i ce- 
lebri arazzi  del  Vaticano.  Questi  furono  eseguiti  d’  ordine  di 
Leone  X,  sui  cartoni  di  Raffaello,  per  decorare  con  essi  la  cap- 
pella Sistina  nei  giorni  di  grandi  solennità.  I più  pregevoli  di 
tali  arazzi  sono  collocati  lungo  la  parete  incontro  le  finestre,  e 
fra  questi  primeggia  l’adorazione  de’ Magi.  A questa  galleria 
succede  quella  che  viene  detta  delle  carte  geografiche,  perchè 
sulle  pareti,  da  un  lato  e dall’altro,  papa  Gregorio  XIII  fece 


Giardino  del  Vaticano. 


545 


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dipingere  le  carte  topografiche  delle  differenti  province  d’ Ita- 
lia. Questa  galleria  è anche  decorata  di  molte  erme  antiche  di- 
sposte con  assai  bell’  ordine. 

Ritornando  al  primo  piano  delle  Logge  di  Raffaele,  e quindi 
scendendo  nel  cortile , detto  di  san  Damato,  si  passa  a vedere 
lo  studio  del  musaico.  Questo  studio  merita  tutta  l'attenzione  de- 
gli stranieri,  sia  pei  lavori  che  vi  si  eseguiscono,  sia  per  la  co- 
piosa raccolta  degli  smalti  di  tinte  differenti,  che  ascendono  a 
circa  10,000.  — Uscendo  da  questo  studio,  si  passa  a vedere  il 

GIARDINO  DEL  VATICANO. 

Il  bel  vestibolo  per  cui  si  accede  in  questo  giardino,  corri- 
sponde alla  sala  della  biga  nel  Museo,  e venne  costruito  dall’ar- 
chitetto Simonetti  ai  tempi  di  Pio  VI.  Pigliando  il  cammino  a 
destra  si  entra  nel  giardino,  detto  della  Pigna.  Fecelo  fare  Nic- 
colò V,  e poscia  venne  ampliato  da  Giulio  li  colla  direzione  di 
Bramante  Lazzari,  che  diede  il  disegno  delle  quattro  facciate. 
In  mezzo  al  prospetto  principale  s’ apre  una  grande  nicchia  in- 
nanzi a cui  sta  una  grossa  pina  di  bronzo  fra  due  pavoni  di  egual 
metallo,  che,  insieme  ad  altri  simili,  come  si  disse  altrove,  ser- 
virono di  ornamento  al  mausoleo  di  Adriano . La  volgare  tradi- 
zione vuole  che  anche  la  pina  appartenesse  a quel  mausoleo, 
occupandone  la  cima;  noi  però,  appoggiati  sull'autorità  di  va- 
rii  scrittori  del  medio  evo,  crediamo  che  essa  provenga  dal 
Pantheon. 

Nel  mezzo  di  questo  giardino  della  Pigna,  vedesi  il  piedistallo 
della  colonna  di  Antonino  Pio,  eretta  in  memoria  di  lui,  nel  suo 
Foro,  dai  suoi  figli  adottivi  Marco  Aurelio  e Lucio  Vero.  Que- 
sto bel  monumento  fu  trovato  nel  1105  entro  il  giardino  dei 
preti  della  Missione  a Monte  Citorio,  assieme  alla  rispettiva  co- 
lonna d’un  solo  blocco  di  granito  rosso,  avente  5 met.  e 35  c. 
di  circonferenza,  e met.  15  di  altezza;  la  quale  però  essendo  sta- 
ta danneggiata  e rotta  in  più  pezzi  a caus  \ di  un  incendio  av- 
venuto nel  1756,  servi  poi  a ristorare  i tre  obelischi  eretti  da  Pio 
VI.  Benedetto  XIV  aveva  fatto  porre  il  piedistallo  sulla  piazza 
di  Monte  Citorio,  da  dove  venne  qui  trasportato  per  volere  del 
suddetto  Pio  VI,  che  in  suo  luogo  collocò  il  famoso  obelisco  so- 
lare di  Augusto.  Questo  piedistallo  è di  un  solo  masso  di  mar- 
mo bianco,  alto  3 met.  e 54 cent.,  largo  metri  3,  ed  è ornato  di 
belle  sculture.  In  uno  dei  lati  si  legge  la  moderna  iscrizione  in 
bronzo,  corrispondente  all’antica.  Nel  lato  opposto  si  scorge, 


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546 


Ottava  Giornata. 


rappresentata  di  bassorilievo,  l’apoteosi  di  Antonino  Pio  e di 
Faustina  sua  moglie,  che  un  Genio  alato  porta  in  cielo  sul  dor- 
so, sostenendo  colla  sinistra  un  globo  sopra  cui  si  vede  un  serpe, 
ed  ai  piedi  del  Genio  è una  figura  allegorica  che  regge  un  obe- 
lisco. Incontro  a questa  figura  avvene  un’  altra  assisa  rappre- 
sentante la  città  di  Roma,  che  si  appoggia  colla  sinistra  sullo 
scudo,  ove  è figurata  la  lupa  con  Romolo  e Remo.  Negli  altri 
due  lati  sono  sculture  in  mezzo  rilievo,  consistenti  in  una  molti- 
tudine di  soldati  a cavallo  colle  insegne  militari,  conforme  co- 
stumavano portarle  girando  attorno  al  rogo  dei  Cesari.  Gli  ac- 
cennati bassorilievi  vennero  ristaurati,  d'ordine  di  Gregorio  XVI, 
dal  commendatore  Giuseppe  De  Fabris.  In  questo  giardino  si 
scorgono  le  mura  della  città  Leonina,  ossia  di  Leone  IV.  Tor- 
nando al  vestibolo,  si  entra  nel  grande  giardino,  ove  il  ponte- 
fice Pio  IV  fece  erigere  un  grazioso  casino  da  Pirro  Ligorio, 
ristaurato  poi  ed  in  parte  cambiato  da  Leone  XII.  Questo  edifi- 
zio  è abbellito  con  pitture  del  Barocci,  di  Federico  Zuccari,  e 
di  Sante  Titi. 

Uscendo  da  questo  giardino  e costeggiando  la  parte  esteriore 
della  basilica  Vaticana,  si  giunge  alla  piazza  di  s.  Marta,  vicino 
a cui,  dopo  il  seminario  di  s. Pietro,  si  trova  la  chiesa  di  s.  Ma- 
ria in  Campo  Santo,  ove  si  osserva  una  deposizione  di  crooe 
attribuita  a Caravaggio,  ed  un  putto  piangente  del  Fiammingo. 
Ponendosi  quindi  per  la  via  a destra  si  giunge  alla,  porta,  già 
dei  Torrioni,  oggi  Cavalleggeri,  dalla  quale  si  esce  da  Roma 
per  andare  alla  volta  di  Civitavecchia.  Da  questa  parte  le  sol- 
datesche imperiali  entrarono  in  Roma  nel  152"7 , epoca  di  funesta 
memoria,  a causa  del  lacrimevole  sacco  a cui  venne  abbando- 
nata la  capitale  del  mondo  cattolico.  Nel  luogo  stesso  rimase 
colpito  a morte  il  contestabile  di  Bourbon , che  conduceva  le 
orde  degli  aggressori.  — Tornando  sulla  piazza  di  s.  Pietro,  si 
trova,  dietro  il  colonnato,  dal  lato  destro  di  chi  osserva  la  fac- 
ciata della  basilica,  la  strada  per  cui  si  giunge  immediatamente 
alla  porta  Angelica,  e la  seconda  via  a sinistra  appena  usciti  da 
essa,  conduce  sul 

MONTE  MARIO. 

I forestieri  pressoché  tutti  si  recano  su  questo  monte  per  go- 
dere di  quivi  la  diliziosa  e pittoresca  veduta  di  Roma  e della  sua 
campagna.  Si  crede  che  prendesse  nome  da  Mario  Millini,  nobile 
romano,  che  sulla  cima  di  esso  fece  erigere  una  graziosa  abita- 
zione di  delizia. 


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Monte  Mario. 


547 


Nel  declivio  di  questo  monte  è posta  la  villa  Madama,  così 
detta  per  avere  essa  appartenuto  a madama  Margherita  d’ Au- 
stria, figlia  di  Carlo  V . Il  palazzino  ivi  esistente  fu  incominciato 
coi  disegni  di  Raffaello,  e terminato  poi,  dopo  morto  l’Urbinate, 
da  Giulio  Romano,  che  eseguì  i dipinti  nel  portico,  il  fregio 
d’ una  sala  e la  volta  d’ una  camera,  coll’  aiuto  di  Giovanni  da 
Udine,  ambidue  scolari  dell’immortale  Sanzio:  sventuratamente 
questi  dipinti  soffersero  assai,  e vanno  di  giorno  in  giorno  a de- 
ferire. ' 


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ESCURSIONE 

SULLA  VIA  APPI  A. 

MONUMENTI  PIU'  OSSERVABILI 

DA.L  SEPOLCRO  DI  CECILIA  METELLA 
FINO  A BOVILLE. 


sepolcro  di  cecilia  metella.  — Questo  stupendo  monu- 
mento trovasi  a circa  un  terzo  di  miglio  dopo  la  basilica  di  san 
Sebastiano,  già  da  noi  visitata  (ved.  a pag.  345),  e rimane  quasi 
al  fine  del  terzo  miglio  della  via  Appia,  muovendo  dalla  porta 
Capena,  ove  essa  aveva  principio. 

Tale  sepolcro  è il  più  bel  monumento  in  simil  genere,  ed  il 
meglio  conservato  che  s’incontri  lungo  la  via  Appia.  Esso  ha 
forma  circolare,  e conta  100  piedi  romani  antichi  di  diametro: 
s’ innalza  sopra  una  sostruzione  quadrata  di  non  eguale  altezza, 
in  tal  modo  costruita  per  emendare  le  ineguaglianze  del  terre- 
no. Ciò  che  più  si  rende  osservabile  in  questo  sepolcro  è la  spes- 
sezza dei  massi  di  travertino  dai  quali  è rivestito,  e la  grossezza 
straordinaria  del  muro  dell’  edifizio,  la  quale  ammonta  a 35  pie- 
di. Nell’interno  ésiste  una  vasta  camera  rotonda,  la  cui  volta  è 
a foggia  di  cono.  Ai  tempi  di  Paolo  III,  si  rinvenne  sotto  questa 
camera  sepolcrale  il  bel  sarcofago  in  marmo  che  osservammo 
nel  cortile  del  palazzo  Farnese.  Sull’alto  del  monumento,  dal 
lato  che  guarda  la  strada,  v’è  la  seguente  inscrizione  in  marmo, 
la  quale  prova  che  questo  è il  sepolcro  di  Cecilia  Metella,  figlia 
di  Quinto  Metello  Cretico,  e moglie  di  Crasso  il  triunviro: 

CAECILIAE 
Q.  CRETICI  . F. 

METELLAE  . CRASSI 

Superiormente  a tale  iscrizione  si  scorge  l' avanzo  di  un  bas- 
sorilievo in  marmo,  che  si  congiunge  al  fregio,  pure  di  marmo, 
elegante  assai  ed  adorno  di  festoni  e bucranii  (teste  bovine):  lo 
che  fece  dare  a questa  contrada  la  volgare  denominazione  di 
Capo  di  Bove.  Questo  sepolcro  appartiene  agli  ultimi  tempi  della 


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Escursione  sulla  Via  Appia.  549 

repubblica,  ed  è il  più  antico  monumento  di  data  certa  in  cui 
vedesi  adoperato  il  marmo:  il  medesimo  presenta  gradevoli  e 
pittoreschi  punti  di  veduta. 

Le  soprapposte  costruzioni  coronate  da  merli,  furono  erette 
nel  1299  dai  Caetani,  potente  famiglia  di  quell’epoca,  la  quale 
trasformò  questo  sepolcro  in  fortezza,  edificandovi  contempo- 
raneamente dappresso  un  recinto  merlato  quadrilungo,  un  pa- 
lazzo, ed  una  chiesa:  di  tali  fabbriche  si  scorgono  tuttora  gli 
avanzi,  e sulla  porta  della  chiesa  esistono  ancora  gli  stemmi  in 
marmo  dei  Caetani. 

Allorquando  il  descritto  mausoleo  fu  sgombrato  dalla  terra 
che  ricoprivane  il  basamento,  si  rinvennero  i marmorei  avanzi 
di  alcuni  sepolcri,  i quali  dovettero  esistere  lungo  la  strada,  vi- 
cino al  grande  monumento.  I più  importanti  di  tali  frammenti, 
fra’ quali  si  contano  due  grandi  iscrizioni,  sono  incastrati  nel 
muro  di  cinta  del  vecchio  castello.  Da  queste  iscrizioni  risulta, 
che  Q.  Granio  Labeone  e Tito  Crustidio  ebbero  le  loro  sepol- 
ture in  queste  adiacenze:  la  storia  però  non  ricorda  i due  sud- 
detti personaggi.  Quanto  agli  altri  frammenti,  i quali  sono  scol- 
piti, addimostrano,  per  lo  stile  del  lavoro,  che  fecero  parte  di 
alcuni  sepolcri  eretti  nell’epoca  media  dell' impero. 

Proseguendo  il  cammino,  si  calca  di  quando  in  quttndo  l’an- 
tico lastrico  della  via  Appia,  e lasciando  dai  lati  di  essa  alquanti 
considerevoli  ruderi  di  sepolcri  incogniti,  dopo  poco  più  di  mez- 
zo miglio  al  di  là  del  mausoleo  di  Cecilia  Metella,  si  trova,  a si- 
nistra, una  moderna  costruzione  che  appellasi  comunemente  il 

sepolcro  ni  marco  servilio  quarto. — Nel  1808,  il  celebre 
Canova  fece  eseguire  degli  scavi  in  questo  luogo,  ove  furono 
scoperti  gli  avanzi  d’un  antico  sepolcro,  i quali  ci  conservano  la 
memoria  di  certo  M.  Servilio  Quarto,  che  fecelo  erigere,  con- 
forme si  legge  nella  iscrizione  così  concepita:  m . servilivs  . 
qvartvs  — de  . sva  . pecvnia  . FECiT.  Il  Canova  volendo  dare 
il  nobile  esempio  di  conservare  gli  antichi  oggetti  nel  luogo 
ove  furono  scoperti,  fece  incastrare  i frammenti  suddetti  nella 
costruzione  a tal’ uopo  eretta  nel  medesimo  luogo  in  cui  ven- 
nero trovati. 

Presso  questo  monumento  ebbero  principio  gli  scavi  intrapresi 
nel  1850  per  ordine  del  governo,  ed  in  tre  anni  di  continuato  la- 
voro furono  protratti  fino  ad  un  miglio  circa  prima  di  Bo ville, 
sotto  la  direzione  del  fu  Luigi  Canina.  Questo  celebre  archeo- 
logo e valente  architetto,  seguendo  l’esempio  del  Canova,  sta- 
bili, che  come  si  scoprissero  avanzi  decorativi  di  sepolcri  che 


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Ottava  Giornata. 


550 

fiancheggiavano  questa  famigerata  via  monumentale  (Regina- 
viarum),  fossero  raccolti  e murati  nel  luogo  stesso  ove  si  rin- 
venivano, mediante  moderne  costruzioni  erette  all’uopo,  ed  alle 
quali  si  diede  nome  di  sepolcri.  — Al  principio  degli  scavi  di  cui 
parliamo,  e propriamente  a pochi  passi  dopo  entrati  nel  IV0  mi- 
glio s’ incontra,  pure  a sinistra,  il  così  detto 
sepolcro  di  Seneca.. — Fra  gli  avanzi  di  sculture  in  marmo 
che  si  osservano  in  questa  moderna  costruzione,  si  distingue  il 
coperchio  di  un  sarcofago,  la  cui  faccia  principale  va  in  ispecial 
modo  decorata  con  un  pregevole  bassorilievo.  Se  non  assoluta- 
mente  a causa  del  soggetto  scolpito  in  questo  marmo,  almeno  a 
motivo  del  luogo  ove  fu  trovato,  si  può  ritenere  che  esso  faces- 
se parte  del  sepolcro  di  Seneca,  poiché  sappiamo  da  Tacito,  che 
quel  filosofo  fu  fatto  morire. d’ordine  di  Nerone,  al  IV0  miglio 
della  via  Appia.  Il  bassorilievo  poi  ne  presenta  in  parte  il  com- 
pimento di  quanto  venne  prognosticato  a Creso,  re  di  Lidia,  dal 
sapiente  Solone,  il  quale  spesso  avevagli  predetto,  come  tutte 
le  sue  prosperità  avrebbero  un  fine  infelice.  Lo  che  si  avverò 
appunto,  prima  colla  morte  di  Ati,  diletto  figlio  di  Creso,  rap- 
presentato nel  bassorilievo  nel  punto  di  spirare  in  conseguenza 
d’ una  ferita  ricevuta  accidentalmente  dal  suo  compagno  Adra- 
sto, alla  (feccia  del  cinghiale;  ed  infine  allorché  lo  stesso  Creso, 
vinto  da  Ciro  e fatto  suo  prigioniero,  venne  da  quello  spogliato 
del  trono.  Sembrerebbe,  secondo  il  soggetto  del  bassorilievo, 
che  lo  scultore,  temendo  esporsi  all’ira  del  tiranno  di  Roma, 
volesse  alludere,  per  mezzo  degli  avvenimenti  di  Creso,  a Se- 
neca, il  quale,  rimproverando  di  continuo  a NeroAe  le  sue  cru- 
deltà, predicevagli  che  lo  condurrebbero  a fine  infelice.  — Se- 
gue immediatamente,  dai  medesimo  lato,  un 
sepolcro  rotondo. — Questo  monumento,  di  cui  s’ ignora  la 
pertinenza  e la  decorazione,  conserva  internamente  una  cella 
circolare  con  quattro  nicchie,  evidentemente  destinate  ad  acco- 
gliere altrettanti  sarcofaghi.  I frammenti  poi  di  sculture  in  mar- 
mo, postivi  all’esterno,  furono  scoperti  frai  ruderi  di  monumenti 
disotterrati  non  molto  lungi  da  esso. — Poco  dopo  la  casa  rura- 
le, esistente  pure  a sinistra,  é rimarchevole  una  moderna  co- 
struzione che  appellasi  il 

SEPOLCRO  DEI  FIGLI  DI  SESTO  POMPEO  GIUSTO.  — Su  questa 
costruzione,  oltre  che  vi  si  osservano  alquanti  frammenti  di  scul- 
tura, visi  legge  anche  una  grande  iscrizione  metrica:  siccome 
è questa  una  delle  importanti  scoperte  fatte  sulla  via  Appia, 
perciò  stimiamo  bene  riportarla  qui,  come  appunto  sussiste: 


551 


Escursione  sulla  Via  Appia. 

HIC  . SOROR  . ET  . FRATER  . VIV A . PARENTIS 

ASTATE  . IN  . PRIMA  . SAEV IA  . . T 

POMPEIA  . HIS  . TVMVLIS  .CO NTEI  . . KIS 

• HAERET  . ET  . PVER  . INMITES  . QVE  . . . DEI 

SEX  . POMPEIVS  . SESTI  . PRAEC  ...  A VSTVS 

QVEM  . TENVIT  . MAGN VS 

INFELIX  . OENITOR  . GEMINA CTVS 

A . NATIS  . SPENRANS  . QVID  . EI OS 

AMISSVM  . AVXILIVM  . FVNCTAE  . POS  ....  I NATA  E 
PVNDITVS  . VT  . TRAHERENT  . INVIDA  . . AREM 
QVANTA  . IACET  . PROBITAS  . PIETAS  . QVAM  . VER  . . VLTA  . EST 

MENTE  . SENES  . AEVO  . SED  . PERIERE I 

QVIS  . NON  . FLERE  . MEOS  . CASVS  . POSSITIQ  . DOLORE 
....  VRARE  . QVEAM  . BIS  . DATVS  . ECCE  ROGIS 
SI  . SVNT  . DIMANES  . IAM  . NATI  . NVMEN  . HABETIS 

PER  . VOS  . CV  . . VOTI  . NON  . VENIT  .HO  ...  . MEI  (1). 

Pochi  passi  più  oltre,  e sempre  a sinistra,  si  scorgono  nella 
campagna  gli  avanzi  di  un 

tempio  di  Giove.  — Da  quanto  si  ritrae  da  importanti  passi 
degli  atti  dei  martiri,  dobbiamo  riconoscere  in  questi  ruderi  un 
piccolo  tempio  sacro  a Giove,  entro  cui  molti  cristiani  sosten- 
nero il  martirio.  Il  tempio  era  attorniato  da  fabbriche  e prece- 
duto da  un  vestibolo  con  quattro  colonne.  Da  quanto  rimane  di 
tale  edifizio,  non  solo  si  riconosce  la  sua  struttura  mista,  cioè, 
circolare-quadrangolare,  ma  anche  avere  contenuto  la  cella  di 
esso  tre  grandi  nicchie:  quella  di  mezzo  per  la  statua  di  Giove, 
le  due  nei  lati  pei  simulacri  di  Giunone  e di  Minerva,  ad  imita- 
zione del  celebre  tempio  di  Giove  Capitolino. 

Uscendo  dal  tempio  e tornando  sulla  via,  fatti  appena  pochi 
] lassi,  l'osservatore  s’immagina  trovarsi  all’entrata  di  una  vera 
necropoli,  ossia  di  un  vero  sepolcreto,  distendentesi  per  una  lun- 
ghezza di  quasi  4 miglia;  ma  i sepolcri  di  maggior  conto -si  tro- 
vano, presso  che  tutti,  dal  destro  lato  della  via.  — Di  qui  mo- 
vendo, il  primo  monumento  più  osservabile  che  s’incontri  è il 
sepolcro  di  c.  licinio. — Questo  moderno  fabbricato  ne  offre 
belli  avanzi  di  sculture,  rinvenuti  in  questo  luogo  e spettanti  ad 
un  sepolcro  ricco  di  marmi,  eretto,  senza  meno,  ai  tempi  del  me- 

(1)  Il  Borghesi  di  g.  Marino,  primo  conoscitore  dei  marmi  scritti,  opinò  che  tale 
iscrizione  fosse  posta  da  Sesto  Pompeo  Giusto,  liberto  di  uno  dei  Sesti  Pompei,  col- 
laterali a Pompeo  Magno,  alla  memoria  di  due  de' suoi  figliuoli  morti  in  tenera  età. 
de’ quali  la  femmina  pure  aveva  nome  Pornpea 


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552 


Ottava  Giornata. 


dio  impero:  nel  novero  dei  frammenti  suddetti  fu  scoperta  una 
iscrizione  incisa  su  grandi  massi  di  marmo,  ed  in  cui  si  legge: 

LICINIA  . L.  F.  . . . — C.  LICINIVS  . L.  F.  SER — LICINIA  - 

C.  F.  PAVLLA — T.  QVINCTIVS  . 0.  L.  — PAMPHILVS. 

sepolcro  dorico. — A lato  al  precedente  sepolcro,  si  rinven- 
nero gli  avanzi  d’un  vetustissimo  monumento  edificato  in  pepe- 
rino, ossia  pietra  albana.  Il  Canina,  mediante  tali  avanzi,  avendo 
potuto  determinare  approssimativamente  la  forma  primitiva  del 
monumento,  si  accinse,  con  molta  sagacità,  a rialzarlo  in  questa 
nuova  costruzione,  ed  in  tale  guisa  volle  dare  un’idea  dell’ an- 
tica sua  struttura;  essa  peraltro  è incompleta,  giacché,  secondo 
il  Canina  stesso,  questo  monumento  doveva  essere  terminato  da 
un  timpano  triangolare.  Riguardo  alla  pertinenza  di  questo  se- 
polcro, nulla  si  conosce,  e solamente  possiam  dire  che  quanto  di 
esso  ci  rimane,  è molto  ragguardevole  per  la  bella  decorazione 
dorica,  che  di  rado  assai  si  suole  osservare  nei  monumenti  ro- 
mani. — Viene  dopo  il 

sepolcro  d’ilario  fosco. — Anche  questo  è un  monumento 
rimesso  in  piedi  mediante  parecchi  frammenti  rinvenuti  nel  luogo 
stesso,  assieme  alla  seguente  iscrizione  che  ce  ne  fa  conoscere 
la  pertinenza, leggendovi: . . . . hilarivs  . fvscvs  . — 


PHILVS  . PATRON VS — . . . . TRA'TV  . . . — QVI  . FLACCI  ■ CAESA  . 
. . . — r n ingenvi.  S’ ignora  l’epoca  precisa  in  cui 


venne  eretto  il  monumento,  ma  il  lavoro  del  bassorilievo  ci  dà 
a conoscere  che  risalisce  al  tempo  degli  Antonini;  e la  stessa 
scultura  contenendo  cinque  differenti  ritratti,  fa  prova,  che  il 
sepolcro  dovette  servire  per  più  persone. 

A breve  distanza  s' incontra  il 

sepolcro  della  famiolia  secondina.  — Precisamente  in 
questo  luogo  si  rinvennero  parecchi  marmi  scritti,  aventi  i nomi 
dei  Secondi  e Secondini,  i quali,  a nostro  avviso,  ebbero  alcuna 
affinità  con  C.  Plinio  Secondo.  Frammezzo  a tali  avanzi  furono 
del  pari  scoperti  dei  frammenti  di  cornici  di  marmo,  che  avevano 
senza  dubbio  appartenuto  al  basamento  del  sepolcro  di  cui  for- 
marono parte  i suddetti  marmi  scritti,  consistenti  in  alcuni  brani 
di  iscrizioni  lapidarie,  ed  in  due  piedistalli.  Quindi  il  Canina,  va- 
lendosi degl'indicati  frammenti  di  comici,  potè  tracciare  di  nuo- 
vo in  questa  costruzione  il  basamento  dell’antico  sepolcro,  il 
quale,  a parer  suo,  doveva  avere  un  finimento  piramidale,  for- 
mato da  tre  statue  rappresentanti  le  persone  ad  onore  delle  quali 
il  monumento  venne  eretto;  e la  statua  di  T.  Claudio  Secondo, 
ricevitore  d'imposte,  doveva  rimanere  nel  mezzo,  e sopra  il  pie- 


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553 


Escursione  sulla  Via  Appio. 

distailo  che  ora  è collocato  a destra.  Quanto  resta  di  questo  se- 
polcro ci  ricorda  l’epoca  di  Traiano,  alla  quale  si  può,  con  mag- 
gior probabilità  far  risalire  l’ esistenza  dei  personaggi  indicati 
nelle  iscrizioni. — Proseguendo  il  cammino,  osserveremo  dallo 
stesso  lato  un’altra  moderna  costruzione,  cognita  col  nome  di 
sepolcro  di  q.  appuleo  pamfilo. — Su  questa  costruzione, 
osserviamo  belli  frammenti  di  soffitti  in  pietra  tiburtina,  i quali 
probabilmente  appartennero  ad  un  sepolcro  decorato  con  colon- 
ne e pilastri  della  suddetta  pietra,  i residui  de’  quali  furono  sco- 
perti nelle  vicinanze.  Fra  tali  avanzi  si  rinvenne  il  frammento 
della  seguente  iscrizione,  che  sembra  indicare  la  pertinenza  del 
monumento:  . . . q.  appvlevs  — a.  . . . pamphilvs  . . . — Ol- 
trepassati i ruderi  di  parecchi  sepolcri,  è rimarchevole,  pari- 
menti  a destra,  un 

GRANDE  SEPOLCRO,  IN  OPERA  LATERIZIA. — Sono  questi  gli 
avanzi  imponenti  di  un  grande  monumento  quadrangolare,  spet- 
tante forse  ai  tempi  imperiali,  costruito  a foggia  di  edifizio  sa- 
cro , con  due  celle,  una  all’  altra  soprapposta.  Non  mancano 
esempii  di  simili  monumenti  in  opera  laterizia,  i quali,  a causa 
della  loro  forma,  furono  talvolta  creduti  altrettanti  templi;  ma 
la  loro  destinazione  sepolcrale  si  appalesa  abbastanza  dal  modo 
con  cui  sono  disposte  e decorate  le  celle.  Questo  magnifico  ru- 
dero fu  disegnato  ed  inciso  dal  celebre  Piranesi  — Viene  poi  il 
SEPOLCRO  DI  RABIRIO  ERMODORO,  DI  RABIRIA  DEMARIDE  E DI 

usia,  prima  sacerdotessa  d’ iside.  — Questo  monumento,  os- 
servabile si  per  la  certezza  di  avere  appartenuto  alle  persone  in- 
dicate, e sì  per  l’eleganza  de’ suoi  ornati,  meritala  bene  di  es- 
sere rialzato  con  cura  speciale;  per  cui  si  pose  ogni  studio  per 
collocare  al  loro  luogo,  nel  miglior  modo  possibile,  tutti  i fram- 
menti raccolti  fra  le  sue  ruine.  L’altorilievo  incastrato  nel  mo- 
numento ci  offre  i ritratti  delle  persone  a cui  appartenne,  coi 
loro  nomi  scrittivi  per  di  sotto . A lato  il  ritratto  della  sacerdo- 
tessa Usia,  sono  il  sistro  e la  patera,  istrumenti  proprii  del  cul- 
to d’ Iside. 

sepolcro  incognito.  — Mediante  il  moderno  fabbricato  che 
segue  più  innanzi,  si  volle  conservare  la  memoria  di  un  sepolcro 
che  ivi  esistette.  Esso  era  di  pietra  albana  e di  eccellente  esecu- 
zione del  tempo  della  repubblica,  conforme  rilevasi  dal  super- 
stite fregio,  ornato  con  putti  sostenenti  festoni,  il  quale  decora 
la  moderna  opera  muraria. 

Presso  questo  sepolcro  esistevane  un  altro  in  travertino  assai 
più  sontuoso,  come  lo  dimostrò  la  scoperta  di  alquanti  belli 

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Ottava  Giornata. 


554 

frammenti,  fra' quali  si  distinguono,  un  bassorilievo  in  marmo 
con  quattro  ritratti,  ed  il  timpano  triangolare,  con  cui  il  Canina 
coronò  la  moderna  costruzione,  mediante  la  quale  volle  egli  trac- 
ciare l’insieme  del  monumento  primitivo:  il  sepolcro  apparten- 
ne al  certo  ai  personaggi,  i ritratti  dei  quali  si  osservano  nel 
bassorilievo. 

altri  sepolcri  incogniti.  — Proseguendo  il  cammino , di 
mezzo  a continui  avanzi  di  devastate  tombe,  e fra  ogni  specie  di 
decorazioni  sepolcrali,  qua  e là  sparse  sul  terreno , verso  il  fine 
del  V®  miglio  si  vede  a sinistra  un  grande  sepolcro  d’opera  la- 
terizia, e che  in  certo  modo  sembra  un  tempio  di  forma  quadran- 
golare. Allorquando  si  effettuò  lo  sterramento  della  via,  ne  fu 
chiusa  la  fronte  con  un  muro,  lasciandovi  una  porticina:  e ciò 
per  tramutare  la  cella  in  magazzino,  ove  custodire  i piccoli  og- 
getti che  si  rinvenivano,  molti  de’ quali  furono  incastrati  nel 
suddotto  muro.  Non  si  sa  a chi  appartenesse  questo  monumen- 
to; ma  è però  evidente  che  fu  costruito  nell’  epoca  imperiale. 

Pochi  passi  più  oltre,  si  scorge  a destra  un  sepolcro  rotondo. 
Il  Canina  accerta  che  esso  fosse  interamente  adorno  di  una  mar- 
morea decorazione,  ed  infatti,  negli  ultimi  scavi  se  ne  rinven- 
nero alquanti  frammenti. 

fosse  cluilie,  poco  dopo  il  quinto  miglio.—  In  seguito  delle 
accurate  misure  prese  sulla  via  Appia  risultò,  che  la  quinta  co- 
lonna milliaria  di  essa  via  doveva  corrispondere  a 44  met.  e 20 
cent,  prima  del  centro  del  grande  tumulo  circolare  che  si  scorge 
a destra,  sormontato  da  una  torricella  del  medio  evo.  Quindi,  in 
conseguenza  ,di  tale  risultato,  e da  quanto  abbiamo  in  ispecie  da 
Dionigi  di  Alicarnasso,  si  può  stabilire,  che  poco  più  oltre  del 
suddetto  tumulo,  gli  Albani  formassero  il  loro  campo  per  op- 
porsi ai  Romani,  sul  principio  del  regno  di  Tullio  Ostilio;  e sic- 
come quel  campo  venne  circondato  da  un  fosso,  così  il  luogo 
in  discorso  fu  denominato  le  Fosse  Cluilie,  a causa  di  Caio  Clui- 
lio  duce  degli  Albani.  Il  campo  dei  Romani  poi  si  può  stabilire 
presso  il  sito  ove  esisteva  la  suddetta  colonna  milliaria;  rimanen- 
do così  lo  spazio  intermedio  dei  tre  ai  quattro  stadii , designati 
da  Dionigi  per  il  luogo  del  combattimento. 

sepolcro  degli  ORAZi  e dei  curi azi. — Determinato,  con  cer- 
ta tal  quale  probabilità,  il  luogo  ove  accadde  il  combattimento 
fra  gli  Orazi  ed  i Curiazi,  si  può  del  pari  stabilire  il  sito  in  cui 
furono  seppelliti  quelli  di  loro  che  rimasero  morti  nella  pugna. 

Questi  sepolcri  dovevano  corrispondere  sul  lato  destro  della 
via  Appia,  la  quale  venne  tracciata  posteriormente  a quel  fatto, 


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555 


Escursione  sulla  Via  Appia. 

e sorgere  al  V°  miglio  nel  campo  consacrato  agli  Orazi,  fra  i 
due  accampamenti.  Tito  Livio,  facendo  menzione  di  questi  se- 
polcri come  ancora  esistenti  al  suo  tempo,  dice,  che  i due  dei 
Romani  s'innalzavano  in  un  medesimo  luogo,  di  verso  Alba,  ed 
i tre  degli  Albani,  più  vicino  a Roma,  l’ uno  però  dall’  altro  di- 
stante e nel  sito  stesso  ove  i combattenti  rimasero  uccisi  per 
mano  dell’ultimo  degli  Orazi. 

Da  tutto  ciò  adunque,  è dato  credere  che  i due  tumuli  for- 
mati di  terra  col  basamento  in  pietra,  i quali  si  osservano  uno 
presso  l’altro  a destra  della  via  Appia,  siano  quelli  dei  due  Orazi 
che  caddero  estinti  pei  primi  nella  pugna.  Quanto  poi  al  tumulo 
sormontato  da  una  torricella,  e di  cui  superiormente  si  disse, 
essendo  esso  più  vicino  a Roma  che  non  gli  altri,  avvi  luogo  a 
supporre  che  sia  questo  il  sepolcro  eretto  - a quello  dei  Curiazi 
che  fu  ucciso  pel  primo.  Si  potrebbero  assegnare  agli  altri  due 
Curiazi  gli  avanzi  di  altri  tumuli  che  si  trovano  più  verso  Roma 
dal  medesimo  lato  della  via,  quantunque,  a dir  vero,  sembrino  di 
struttura  meno  vetusta.  Quanto  poi  ai  tumuli  pur  ora  veduti, 
sono  essi  una  imitazione  di  quelli  che  gli  Etruschi  erigevano  ai 
loro  illustri  defonti. 

sepolcro  piramidale  incognito. — Il  gigantesco  avanzo  di 
questo  sepolcro  domina  dal  sinistro  lato  della  via,  poco  prima 
dei  due  tumuli  degli  Orazi.  Questo  pittoresco  rudero  si  attira  la 
universale  ammirazione  per  il  modo  in  cui  si  vede  ridotto;  im- 
perocché, essendo  stato  spogliato  de’ marmi  dei  quali  era  rive- 
stito, e dei  grandi  massi  che  ne  formavano  il  basamento,  di  esso 
non  ci  rimane  che  il  nucleo,  costruito  in  solidissima  opera  mu- 
raria, il  quale  in  certo  tal  modo  rassomiglia  ad  informe  ed  im- 
menso vaso  posato  su  d’un  piede  angustissimo.  Allorquando, 
nel  1851,  rimase  sgombro  dalle  terre  che  coprivano  circa  due 
metri  della  sua  altezza,  si  conobbe  che  esso  venne  costruito  ver- 
so il  medio  impero,  e non  nell’  epoca  della  repubblica,  conforme 
alcuni  credettero  in  principio.  Sgombrandolo,  si  rinvennero  pa- 
recchi frammenti  di  scultura  che  ne  costituivano  la  ricca  deco- 
razione, fra’  quali,  la  testa  d’una  grande  statua,  e degli  avanzi 
di  sfingi  in  colossali  proporzioni. — Poco  dipoi,  sempre  a sini- 
stra, giace  in  terra  la 

ISCRIZIONE  LAPIDARIA  DEL  SEPOLCRO  DI  MARCO  CECILIO.  — 
Essa  è collocata  vicino  ai  ruderi  della  tomba  in  cui  fu  trovata, 
e nella  quale  il  Canina  credette,  a ragione,  che  fosse  anche  se- 
polto Pomponio  Attico.  In  fatti,  secondo  Tacito,  Pomponio  ven- 
ne seppellito  nel  sepolcro  di  Marco  Cecilio,  posto  al  "V0  miglio 

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556  Ottava . Gio  rii  ata . 

della  via  Appia.  L’ iscrizione  appartiene  agli  ultimi  tempi  della 
repubblica,  ed  è assai  apprezzata  per  lo  stile  arcaico  e pel  me- 
tro saturnino  nei  quali  è composta: 

HOC  . EST  . FACTVM  . MONVMENTVM 
MAARCO  . CAICILIO 

HOSPES  . GRATVM  . EST  . QVOM  . APVD 
MEAS  . RESTITISTEI  . SEEDES 
BENE  . REM  . GERAS  . ET  . VALEAS 
DORMIAS  . SINE  . QVRA  (sio) 

Alla  destra  della  tomba  di  M.  Cecilio  si  vede  il 

sepolcro  m pompea  azzia.  — Nella  celletta  quadrangolare 
che  costituisce  questo  sepolcro,  si  trovò  una  bella  statua  mulie- 
bre panneggiata,  assai  bene  conservata,  ed  a cui  non  mancava 
che  la  testa:  tale  statua  si  ergeva  su  d’una  base  di  marmo,  aven- 
te questa  iscrizione:  pompeiae  . attiae — t.  didivs  . evprepes  . 
vxori  . karissim  — sanctissimae  . fecit — Quantunque  l’iscri- 
zione contenga  il  nome  della  persona  rappresentata  nella  statua 
e quello  dello  sposo  della  defonta,  tuttavia  s’ignora  chi  fossero 
queste  due  persone.  Quanto  all’epoca  del  monumento,  giudi- 
cando dallo  stile  della  statua  e dalla  struttura  del  sepolcro  stes- 
so, sembraci  che  esso  appartenga  alla  prima  epoca  dell’impero. 
La  statua  fu  posta  nel  Braccio  Nuovo  del  museo  Vaticano,  ove 
appunto  fu  da  noi  osservata. 

Un  poco  più  oltre  si  offre  alla  vista,  dal  medesimo  lato,  un 
ragguardevole  edifizio  semicircolare,  ma  privo  di  ogni  decora- 
zione. Tale  edifizio,  che  in  forma  di  ninfèo,  servi  all’uso  di  ca- 
stello di  acque,  formava  parte  della  villa  dei  Quintini,  della 
quale  parleremo  in  seguito,  limitandoci  ora  a dire,  che  ivi  presso 
esisteva  il  magnifico  ingresso  a detta  villa. 

Incontro  all’  accennato  edifizio  sorge  un  gran  basamento  qua- 
drangolare di  un  antico  sepolcro,  su  cui  furono  posteriormente 
eretti  dei  muri,  nei  quali  la  costruzione  reticolare  va  frammista 
alla  laterizia. 

Poco  più  lungi  si  scorgono,  pure  a diritta,  due  iscrizioni  se- 
polcrali e parecchi  avanzi  dei  due  contigui  sepolcri  ai  quali  esse 
appartennero.  Tali  iscrizioni  fanno  conoscere,  che  uno  de’ due 
sepolcri  venne  eretto  da  L.  F.  Pompeo  Licinio  alla  sua  moglie 
Teidia,  e che  l’altro  appartenne  a Settimia  Galla. 

Progredendo  lungo  il  VI0  miglio,  fra  le  reliquie  di  altri  mo- 
numenti sepolcrali,  si  osserva,  da  sinistra,  una  iscrizione  làpida- 


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551 


Escursione  sulla  Via  Appia. 

ria  che  formò  parte  del  sepolcro  di  Sergio  Demetrio,  mercante 
di  vino  al  Velabro,  del  quale  sepolcro  si  scorge  ivi  presso  il  nu- 
cleo di  forma  rotonda. 

Pochi  passi  più  innanzi , si  vedono  due  statue  panneggiate 
(mutilate)  scolpite  d’altorilievo,  e rappresentanti,  senza  dubbio, 
i titolari  del  sepolcro  al  quale  esse  appartenevano.  Poscia,  la- 
sciando a destra  ed  a sinistra  i ruderi  di  altri  monumenti  sepol- 
crali, osserveremo,  a diritta,  e dopo  breve  tragitto  le 

VESTIGIA  D’UNO  STABILIMENTO  BALNEARIO  E QUELLE  d’UNA 
villa  incognita. — Considerando  con  attenzione  questi  ruderi 
con  pavimenti  in  musaico,  si  conosce  facilmente,  aver  essi  fatto 
parte  di  un  non  vasto  edifizio  destinato  ad  uso  di  bagni,  costruito 
evidentemente  da  qualche  intraprenditore  per  ri  trarne  profitto, 
offerendo  ai  viaggiatori  il  comodo  di  bagnarsi.  Entro  la  campa- 
gna sono  altri  ruderi  che  si  riferiscono  ad  un’  antica  villa  subur- 
bana, la  cui  pertinenza  non  è cosa  agevole  assegnare.  Quanto 
ai  frammenti  di  trofei  e di  fasci  consolari  scolpiti  in  marmo  e 
quivi  scoperti  lungo  la  via,  indicano  che  in  questo  stesso  luogo 
potè  già  esistere  un  grande  monumento  spettante  a qualche 
personaggio  consolare  che  fu,  forse,  il  possessore  della  sum- 
menzionata villa. 

Segue,  dallo  stesso  lato,  e quasi  di  rimpetto  al  grande  monu- 
mento, detto  Casal  Rotondo,  un  piccolo  sepolcro  di  forma  cir- 
colare, fabbricato  in  pietra  albana  e privo  d’ogni  ornato:  si  crede 
appartenesse  ad  alcun  della  chiara  famiglia  Aurelia. 

sepolcro  di  cotta.  — Questo  monumento,  chiamato  volgar- 
mente Casal  Rotondo,  e che  a causa  delle  sue  colossali  dimen- 
sioni si  attira  naturalmente  l’ attenzione  dell’  osservatore,  esiste 
a pochi  metri  prima  di  entrare  nel  VII0  miglio.  La  sua  straor- 
dinaria ampiezza  rimane  evidentemente  provata  da  quel  tanto 
che  vi  fu  edificato  sopra;  imperocché  vi  si  vede  una  casa  rurale, 
composta  di  stalla  e rimessa,  di  granai  e di  camere  atte  a servir 
d’ alloggio  ai  coloni,  e vi  fu  piantato  ancora  un  boschetto  di 
olivi.  Mediante  gli  scavi  del  1852  si  conobbe,  che  il  monumento 
circolare  posava  su  di  un’  alta  crepidine  quadrilatera  di  pietra 
albana,  la  quale  si  estendeva  in  ogni  lato  120  piedi  romani  an- 
tichi, cioè  a dire,  20  piedi  di  più  del  basamento  su  cui  elevasi  il 
sepolcro  di  Cecilia  Metella. 

Esaminando  ora  le  differenti  costruzioni  di  questo  monumen- 
to, e le  diverse  epoche  alle  quali  si  riferiscono  i frammenti  de- 
corativi che  furono  scoperti,  riconosciamo,  col  Canina,  che  la 
prima  costruzione  rimonta  alla  metà  circa  della  repubblica  ro- 


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Ottava  Giornata. 


mana,  e che  allora  aveva  forma  di  un  semplice  tumulo  con  un’al- 
ta cinta  in  pietra  albana,  nel  modo  appunto  che  solevano  essere 
i più  antichi  sepolcri  dei  Romani,  imitanti  quelli  degli  Etruschi. 
Questa  primitiva  edificazione  può  essere  riguardata  come  un’ope- 
ra eseguita  da  quel  M.  Valerio  Corvo , il  quale  tenne  la  dittatu- 
ra nell’anno  453  ed  il  consolato  nel  454;  o pure  da  C.  Aurelio 
Cotta,  console  nel  502  e nel  506,  o veramente  da  qualche  altro 
illustre  membro  della  famiglia  V aleria  o Aurelia,  a cui  appar- 
tenevano i Messala  ed  i Cotta,  i nomi  dei  quali  figurarono  nella 
medesima  epoca  media  della  repubblica. 

Non  v’  è poi  dubbio  che  in  processo  di  tempo  il  monumento 
fosse  rivestito  di  grandi  massi  di  pietra  tiburtina;  esso  però  do- 
vette conservare,  come  in  origine,  il  tumulo  di  terra  nella  parte 
superiore  (1).  Giudicando  inoltre  dagli  avanzi  scoperti  di  questa 
seconda  decorazione,  dobbiamo  crederla  eseguita  fra  il  fine  della 
repubblica  ed  il  cominciare  dell’impero,  epoca  a cui  appartiene 
Messala  Corvino,  padre  di  Messalino  Cotta  il  quale,  stando  al 
Canina,  sarebbe  quegli  che  ebbe  fatto  fare  il  ricordato  rivesti- 
mento in  pietra  tiburtina. 

Si  può  in  fine  constatare , mediante  parecchi  frammenti  di 
marmi  scolpiti  rinvenuti  negli  scavi,  una  terza  costruzione,  os- 
sia una  specie  di  decorazione  aggiunta  alla  precedente  nel  I se- 
colo dell’impero.  Fra  i suddetti  frammenti  si  distingue  quello 
importantissimo  di  un  piccolo  brano  della  parte  estrema  a destra 
della  cartella  contenente  l’iscrizione  dedicatoria  di  essa  terza 
opera  decorativa  in  marmo;  ivi  si  legge:  cotta,  ossia  l’ultima 
parola  della  prima  linea  (2) . Gli  altri  frammenti  della  suddetta 
decorazione  appartengono  alle  squamme  che  ne  costituivano  la 
copertura,  a taluni  pilastri  corintii,  che  fra  loro  racchiudono  pic- 
cole arcuazioni  con  grandi  candelabri  e maschere  sceniche,  e 
finalmente  alla  cornice  che  coronava  questa  decorazione. 

Si  rileva  dalla  curvatura  data  a tutti  questi  oggetti  che  appar- 
tennero essi  ad  un  corpo  circolare  assai  minore  della  grande  ro- 
tonda che  era  rivestita  di  travertini,  quindi  si  sarebbe  potuto 
credere  che  avessero  fatto  parte  di  alcun  altro  edilìzio  sepolcrale; 
siccome  però  furono  essi  rinvenuti  fra  i rottami  di  pietra  tibur- 

(1)  Per  dare  un'  idea  di  questo  rivestimento , correndo  il  1859  ne  fu  ricostruita 
una  piccola  parie  dal  lato  che  guarda  la  via,  impiegandovi,  nel  miglior  modo  pos- 
sibile. anche  alquanti  degli  antichi  massi,  trovati  presso  il  monumento. 

(2)  Questo  brano  d*  iscrizione  apparisce  nella  moderna  costruzione  eretta  a lato 
del  monumento,  ed  in  essa  veggonsi  eziandio  incastrati  tutti  i /Varamenti  della  mar- 
morea decorazione  che  ornava  la  parte  superiore  del  mausol<  o in  discorso. 


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Escursione  sulla  Via  Appta. 

tina  ed  a piedi  del  grande  monumento,  così  il  Canina  saviamente 
da  ciò  concluse,  che  tali  frammenti  di  marmi  appartennero  alla 
decorazione  d’un  piccolo  corpo  circolare  edificato  sulla  sommità 
del  sepolcro,  in  sostituzione  del  tumulo  di  terra  che  ivi  esisteva 
in  origine. 

Basti  il  fin  qui  detto  per  istabiliro  le  differenti  epoche  del  mo- 
numento. Riguardo  poi  alla  persona  cui  fu  destinato  fin  da  prin- 
cipio, mancando  noi  di  sufficienti  documenti,  anche  per  asse- 
gnarne una  probabile  pertinenza,  stimiamo  convenga  meglio 
non  perderci  in  troppo  vaghe  induzioni  che  non  condurrebbero 
ad  alcun  risultato  soddisfacente.  Quanto  però  all’ultima  desti- 
nazione di  questo  interessante  mausoleo,  il  Borghesi  al  pari  del 
Canina  sono  di  parere,  che  Messalino  Cotta,  personaggio  con- 
solare il  quale,  per  ricchezza  ed  ingegno,  molto  si  fece  distin- 
guere sotto  l’ impero  di  Augusto  e sotto  quello  di  Tiberio,  suo 
successore,  aggiungendo  la  surriferita  opera  marmorea  al  mo- 
numento, ne  mantenesse  la  precedente  destinazione  a suo  padre 
Messala  Corvino,  il  quale  era  amico  di  Augusto,  e grande  poeta 
ed  oratore  del  suo  tempo.  Laonde  il  Borghesi  ed  il  Canina,  per 
supplire  il  meglio  che  potettero  l’iscrizione  mancante  nella  car- 
tella di  marmo,  ove  non  era  rimasto  se  non  che  il  nome  di  cotta 
al  fine  della  prima  linea,  la  ristabilirono  come  appresso,  suppo- 
nendo che  in  tal  modo  fosse  scritta: 

M.  AVRELIVS  M.  F.  M.  N.  COTTA 
MESSALAE  CORVINO  PATRI 

Dati  i più  probabili  particolari  sulla  pertinenza  del  sepolcro 
e sulle  epoche  nelle  quali  venne  sempre  più  nobilitato,  dobbia- 
mo ora  dare  a conoscere  quale  fosse  la  sua  forma  esteriore  e la 
sua  decorazione,  dopo  l’ultimo  ristabilimento,  ed  eccone  un  bre- 
ve cenno. 

Nel  basamento  originario  in  pietra  albana,  e proprio  in  quel 
lato  corrispondente  sulla  via,  e quindi  alla  fropte  del  monumen- 
to, erano  praticati  cinque  sfondi  semicircolari  aventi  all’intorno 
dei  sedili  destinati  al  riposo  dei  viandanti;  negli  angoli  sporgenti 
di  tali  emicicli,  dovevano  evidentemente  essere  collocate  alcune 
piccole  opere  decorative,  delle  quali  si  rinvennero  preziosi  brani. 
Fra  questi  ornamenti  accessorii,  faremo  speciale  ricordo  di  un 
piccolo  basamento  rotondo,  abbellito  con  figurine  diNereidi  scol- 
pite in  bassorilievo  e di  squisito  lavoro;  basamento  che  al  certo 
doveva  sostenere  qualche  statua  onoraria.  Ai  canti  poi  del  gran- 


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Ottava  Giornata. 


de  basamento  dovevano  esistere  i cippi  disegnanti  l’area  perti- 
nente all’edifizio  monumentale.  Il  grande  corpo  rotondo,  con- 
forme si  disse,  era  per  intero  rivestito  di  grossi  massi  di  pietra 
tiburtina,  tagliati  a squadra,  come  appunto  si  osserva  nel  sepol- 
cro di  Cecilia  Metella.  Siffatto  rivestimento  aveva  al  di  sotto  una 
base  con  una  grande  gola  rovescia  intagliata,  di  cui  si  vede  qual- 
che avanzo,  tuttora  in  opera,  nella  parte  posteriore  del  monu- 
mento (1),  e superiormente  era  decorato  con  una  cornice  di  buo- 
no stile  del  pari  che  la  base.  Di  sopra  a tale  cornice  aveva  origine 
l’attico,  nel  cui  centro  sorgeva  l’edifizio  rotondo  in  marmo  ag- 
giunto da  Messalino  Cotta,  abbellito  all’intorno  con  pilastri  co- 
rinti, racchiudenti  fra  loro  degli  archetti,  con  grandi  candela- 
bri e maschere  sceniche;  ed  a questa  decorazione  spettano  i 
frammenti  da  noi  indicati.  Quanto  all’attico,  esso  doveva  esser 
sormontato  da  una  copertura  inclinata,  e composta  di  larghe  la- 
stre di  marmo  tagliate  a foggia  di  squamme,  conforme  lo  pro- 
vano i frammenti  che  se  ne  rinvennero. 

vestigie  di  sepolcri  diversi. — Proseguendo  il  cammino,  si 
trova  da  prima,  a sinistra,  ima  iscrizione  lapidaria  spezzata  nel 
mezzo,  e che  apparteneva  al  sepolcro  di  Sergio  Svezzio.  Si  scor- 
gono poi  belli  avanzi  di  cornici  in  pietra  albana,  i quali  forma- 
rono parte  di  un  sepolcro  assai  più  antico.  Più  oltre  è un’iscri- 
zione incisa  sopra  un  grande  masso  di  pietra  tiburtina,  che  ne 
ricorda  la  tomba  di  Furio  Fiacco , e finalmente  un’altra  grande 
iscrizione  che  dà  a conoscere  di  avere  appartenuto  al  sepolcro 
di  Antonia  Trufera. 

Volgendosi  quindi  sul  lato  destro,  dopo  alcuni  frammenti  di 
sepolcri,  fra’  quali  avvi  una  bellissima  antejìssa , si  trova  un’iscri- 
zione lapidaria  indicante  il  sepolcro  di  P.  Quinzio,  tribuno  della 
XV P legione. — Dati  alquanti  passi,  pure  a destra,  s’incontrano 
i ruderi  di  un 

SEPOLCRO  COMUNE  CON  PAVIMENTI  DI  MUSAICO.  — Compone- 
vasi  esso  di  due  celle  con  pavimenti  di  musaico  a rosoni  bianchi 
e neri.  I bei  frammenti  in  marmo  che  ivi  si  rinvennero,  ed  in 
ispecie  due  figure  chimeriche  di  bassorilievo,  ci  danno  indizio, 
avere  questo  monumento  appartenuto  in  origine  ad  alcun  distin- 
to personaggio  dell’epoca  imperiale  non  avanzata:  in  seguito 
però  dovette  servire  di  sepolcro  comune  a persone  non  affatto 
distinte;  e ciò  che  prova  tale  supposizione,  sono  i piccoli  sarco- 

(1)  Alcuni  altri  avanzi  di  questa  base  furono  trovati  negli  sterri  eseguiti  presso 
il  medesimo  sepolcro,  e con  essi  venne  formata  la  base  di  quella  sezione  del  moder- 
no rivestimento,  del  quale  abbiamo  già  parlato. 


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Escursione  sulla  Via  Appia. 

faglii  di  terra  cotta,  che  vi  furono  rinvenuti.  Sotto  le  suindicate 
celle  esistono  luoghi  sotterranei  che  evidentemente  dovettero 
servire  al  medesimo  uso  comune.  In  questi  sotterranei  furono 
trovati  dei  sarcofaghi  con  entrovi  ossa  umane. 

ALTRI  AVANZI  SEPOLCRALI,  E TOMBA  DI  M.  LOLLIO  DIONISIO. — 

Immediatamente  dopo  l’indicato  sepolcro,  si  trova,  pure  a de- 
stra, un  bassorilievo  con  quattro  busti,  due  di  uomini,  due  di 
donne:  una  di  queste  tiene  un  cagnolino;  l’altra  ha  sulla  destra 
spalla  una  specie  di  scoiattolo,  sorta  di  animali  pe’ quali,  proba- 
bilmente, quelle  matrone  avevano  della  predilezione.  Seguono 
quindi  altri  marmi  sculti  che,  insieme  al  suindicato  bassorilievo, 
fecero  parte  di  sontuosi  monumenti  sepolcrali,  eretti  principal- 
mente nell’epoca  media  dell’impero. 

Si  può  credere  che  il  successivo  sepolcro  abbia  appartenuto 
a M.  Lollio  Dionisio,  della  Regione  Esquilina,  e argentario, 
poiché  nella  iscrizione  trovata  presso  questo  monumento,  e col- 
locata pochi  passi  più  innanzi  sul  marciapiede,  si  legge:  m. 
LOLLIVS  . M.  L — ESQ — DIONYSIVS — ARO  — VIXIT  . PIVS  — Noli 
molto  lungi,  sorge,  a sinistra,  la 
torre  selce.  — Essa  fu  costruita  nel  medio  evo  sulle  rovine 
d’un  grande  sepolcro  rotondo,  mutato  in  fortezza  durante  le 
guerre  civili  che,  in  quell’epoca,  desolavano  Roma  e l’Italia.  Vie- 
ne chiamata  Torre  Selce,  perchè  in  gran  parte  è costruita  con 
quella  specie  di  pietra  vulcanica,  detta  selce  (in  latino  silex).  Gli 
scavi  fatti  nel  1852,  intorno  al  monumento  sepolcrale,  su  cui  la 
detta  torre  s’ innalza,  produssero  la  scoperta  di  molta  quantità 
di  grossi  massi  di  marmo  che  appartennero  al  suo  rivestimento 
esteriore;  e si  venne  a conoscere  che  il  corpo  circolare  fu  eretto 
sopra  un  basamento  quadro.  Non  si  hanno  peraltro  notizie  di 
sorta  su  tale  monumento,  e quindi  rimane  fra  gl’incogniti  (1). 

memorie  di  sepolcri  diversi.  — Procedendo  sempre  più  sul 
VII0  miglio,  si  scorge,  del  pari  a sinistra,  una  iscrizione  in  cui 
leggesi  : titia  . l . l . evcharis  — ivlia  . c . l . gnome  . soror. 
Essa  probabilmente  appartenne  al  sepoloro  del  (Juale  formava 
parte  la  statua  togata,  scolpita  di  altorilievo,  che  si  osserva  poco 
lungi  dall’iscrizione  stessa. 


(1)  Quasi  incontro  al  suddetto  monumento,  si  rinvennero  frammenti  di  sculture 
in  marmo  la  cui  esecuzione  risai  isce  verso  il  medio  impero.  Tali  sctilture  rappre- 
sentavano corone  di  diverse  fronde,  avviluppate  da  fascette,  e contenenti  dei  titoli, 
scritti  in  greco,  indicanti  alcuni  brani  teatrali  che  furono  declamati  da  un  attore 
greco,  e che  ebbero  in  premio  corone  di  varia  specie.  Queste  sculture  dovettero  de- 
corare il  prospetto  del  sepolcro  dì  quell'attore,  di  cui  s’ignora  il  nome. 

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Ottava  Giornata. 


Si  trova  quindi,  dopo  pochi  passi,  un’  altra  iscrizione  lapida- 
ria, pertinente  al  sepolcro  di  G.  Atilio  Erodo,  margaritario 
sulla  via  Sacra,  cioè  mercante  di  que’  minuti  oggetti  in  vetro 
che  servivano  d’ornamento  alle  donne.  Tale  iscrizione,  che  si 
rende  importante  pel  modo  singolare  con  cui  è scritta,  dice: 

HOSPES  . RESISTE  . ET  . HOC  . AD  . GRVMVM  . AD  . LAEVAM  . 
ASPICE  . VBEI  — CONTINENTVR  . OSSA  . HOMINIS  . BONI  . MISE- 
RI CORDI S . AMANTIS  — PAVPERIS  . ROGO  . TE  . VIATOR  . MONV- 
MENTO  . HVIC  . NIL  . MALE  . FECERIS  — G.  ATEILIVS  . SERRANI  . 
L.  EVHODVS  . MARGARITARIVS  . DE  . SACRA  — VIA  . IN  . HOC  . 
MONVMENTO  . COND1TVS  . EST  . VIATOR  . VALE  — EX  . TESTA- 
MENTO . IN  . HOC  . MONVMENTO  . NEMINEM  . INFERRI  . NEQVE 

CONDÌ  . LICET  . NISEI  . EOS  . LIB.  QVIBVS  . HOC  . TESTAMENTO  . 
DEDI  . TRIBVIQVE. 

Di  prospetto  a questa  iscrizione,  avvene  un’altra  che  si  riferi- 
sce al  sepolcro  di  M.  Giulio  Erodo,  dispensatone  di  Tito  Clau- 
dio Cesare.  Fu  questa  rinvenuta  assieme  a dei  ragguardevoli 
frammenti  figurati,  scolpiti  in  travertino,  i quali  evidentemente 
fecero  parte  dell’accennato  sepolcro. 

ALTRE  MEMORIE  DI  MONUMENTI  SEPOLCRALI. — Andando  più 
avanti,  si  scorge  subito,  a destra,  un  bassorilievo  in  marmo  con 
tre  figure,  e la  metà  di  una  statua  loricata;  poi  si  trova,  dal  can- 
to stesso,  una  grande  lapide,  in  cui  si  legge:  p.  decvmivs  . 
m.p.v.l  — philomvsvs  — mùs.  Con  questa  semplice  iscri- 
zione si  volle,  forse,  trasmettere  nei  posteri,  che  Filomuso,  il  ti- 
tolare, non  già  amava  le  muse,  conforme  sembrerebbe  indicare 
il  suo  nome,  ma  che  piuttosto  egli  aveva  affezione  ai  sorci:  ed  a 
vie  meglio  dare  a conoscere  tale  distinzione,  ai  lati  della  parola 
Mts  furono  scolpiti  due  sorci , ognuno  de’quali  rode  un  disco, 
probabilmente  un  formaggio  (1). 

Inoltrandosi  sempre  più  nel  VII0  miglio  si  scorge  a manca  un 
bassorilievo  5on  tre  busti,  due  virili,  uno  muliebre. 


(1)  Vicino  a questa  iscrizione  lapidaria  furono  scoperti  due  cippi  terminali  con 
iscrizioni  spettanti  al  sepolcro  eretto  da  C.  Cedicio  Flaccciano,  tribuno  militare  ; 
ed  è probabile  che  il  frammento  della  statua  loricata,  di  cui  si  fece  parola,  spettas- 
se a questo  monumento. 

A manca  della  via,  poco  lungi  dalla  suddetta  iscrizione,  si  trovarono  parec- 
chi frammenti  di  cornici  scolpite  in  marmo,  e la  figura  di  un  Telamone  che,  as- 
sieme ad  altre  simili,  doveva  decorare  un  sontuoso  monumento  eretto  nel  I secolo 
dell'impero,  giacche  a quest'epoca  si  riferisce  lo  stile  dì  essi  marmi. 


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Escursione  sulla  Via  Appia . 

divergimento  della  via. — Di  mano  in  mano  che  si  appros- 
sima il  fine  del  VII0  miglio,  si  osserva  che  la  via  piega  dolce- 
mente a destra,  giacché  proseguendola  in  linea  retta,  sarebbesi 
incontrata  una  troppo  sensibile  discesa.  Forsechè,  in  origine,  la 
via  prolungavasi  su  d’un  percorso  rettilineo,  sorretto  da  grandi 
opere  di  sostruzioni  ben  solide,  allo  scopo  di  allungarne  il  piano 
inclinato,  conforme  si  può  dedurre  dalle  tracce  che  ancora  ri- 
mangono di  tali  opere,  e le  quali  appariscono  al  basso  della  via, 
da  sinistra.  Ciò  peraltro  che  si  rende  certo  è,  che  questo  devia- 
mento era  già  praticato  fino  dai  tempi  del  medio  impero,  giac- 
ché sussistono  delle  tracce  del  suolo  antico  che  seguono  il  me- 
desimo deviamento:  ivi  si  scorgono  ancora  delle  vestigie  di  se- 
polcri spettanti  a que’tempi,  e corrispondenti  alle  curve  della  via. 
Il  Canina  è di  parere  che,  venendo  a rovinare  le  suddette  opere 
di  sostruzione,  per  provvedere  immediatamente  all’  urgenza  del 
transito,  fosse  praticato  l’accennato  deviamento. 

sepolcri  a destra  della  discesa. — Seguendo  il  deviamento 
della  via  e discendendo  nella  valle,  si  scorgono,  a destra,  alcuni 
ruderi  di  sepolcri  dell’epoca  media  dell’  impero.  Essi  dovettero 
essere  veramente  sontuosi,  poiché,  tra  i frammenti  delle  mar- 
moree decorazioni,  si  rinvennero  anche  dei  busti  e due  statue  to- 
gate, maggiori  del  naturale,  e condotte  di  altorilievo,  in  guisa 
da  poter  servire  di  ornamento  al  prospetto  di  alcuno  di  tali  mo- 
numenti. 

Anche  nel  lato  sinistro  esistettero  ragguardevoli  sepolcri,  lo 
che  rimase  provato  dalla  scoperta  di  parecchi  avanzi  di  decora- 
zioni, fra’ quali,  una  statua  muliebre. 

SEPOLCRO  DEL  VASO  DI  ALABASTRO,  ED  ESSEDRA  DI  RIPOSO. — 
Il  più  importante  monumento  che  s’incontri  dopo  la  discesa,  os- 
sia al  principio  dell’VIII0  miglio,  è quello  che  si  osserva  a sini- 
stra, ridotto  ad  una  massa  informe  d’interna  struttura:  in  esso  fu 
trovato  un  grande  vaso  di  alabastro  egizio,  che  oggi  si  ammira 
nel  museo  Vaticano. 

Poco  lungi,  dal  medesimo  lato,  si  trovano  gl’imponenti  avan- 
zi di  un’  essedra  semicircolare  adorna  di  nicchie  per  contenere 
statue:  si  crede  che  un  edifizio  di  tal  sorta  fosse  un  luogo  di  ri- 
poso pei  viandanti.  Giudicandone  dalla  costruzione  si  può  rite- 
nere che  l’esistenza  di  questo  monumento  risalisca  all’epoca  me- 
dia dell’impero,  e probabilmente  ai  regni  di  Vespasiano  o di 
Nerva,  allorquando  quest’ imperatori  ristabilirono  la  via,  e ne 
rinnovarono  le  colonne  milliarie  (1). 

(1)  Sulle  alture,  incontro  alla  suddetta  essedra  di  riposo,  ergesi  una  grande 
torre  quadra,  detta  volgarmente  Torre  Rossa.  È questa  una  bella  costruzione  in 


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Ottava  Giornata. 


sepolcri  incogniti  dai  due  lati  della  via. — Proseguendo 
il  cammino,  si  scorge  a sinistra  un  monumento  sepolcrale  d’o- 
pera laterizia,  spettante  all’epoca  imperiale;  esso  è abbastanza 
conservato,  e decorato  d’una  grande  nicchia  che  conteneva  for- 
se la  statua  del  titolare.  Poscia  si  osservano  a destra  le  rovine 
di  altri  sepolcri  molto  più  antichi  del  precedente. 

Quasi  incontro  è un  monumento  quadro  d’opera  cementizia, 
di  cui  non  rimane  che  la  camera  sepolcrale  coperta  dalla  sua  vol- 
ta: l’ingresso  apresi  dal  lato  della  campagna,  ed  il  prospetto,  ri- 
spondente sulla  via,  ha  due  aperture  uniformi. 

Poco  lungi  di  quivi  s’incontrano  a destra  due  cippi  sepolcrali 
sui  quali  sono  incise  le  due  seguenti  iscrizione;  in  una  si  legge: 

C.  VABERIVS . TRANQVILLVS  . AELIANV8  — AELIAE  . PRIMI  GENI  AE  — 

matri  . piissimae.  Sull’altra  leggiamo:  c . vaberio  . syneroti  — 

AELIA  . PRIMIGENIA  — VIRO  . INDVLGENTI SSIMO . 

Pochi  passi  dopo  si  presentano  dal  medesimo  lato  ed  in  luogo 
elevato,  i ruderi  di  un  grandioso  monumento,  terminato  in  tondo 
nella  parte  superiore,  ed  inferiormente  di  forma  quadrata:  la  ca- 
mera sepolcrale  è ricoperta  dalla  sua  volta,  e vi  sono  tre  sfondi 
a foggia  di  nicchie,  destinati  a contenere  altrettanti  sarcofaghi. 

In  seguito  veggonsi  a sinistra  parecchi  frammenti  di  marmi 
scolpiti  con  figure.  Da  tutte  queste  reliquie,  e da  altre  anche  di 
maggiore  importanza,  che  più  non  sono  nel  luogo , si  può  sup- 
porre che  qui  esistesse  un  sontuoso  monumento,  eretto  verso  l’e- 
poca degli  Antonini. 

Più  innanzi,  a destra,  si  offre  alla  vista  degli  osservatori  un’  im- 
ponente mole  rotonda,  residuo  di  un  grande  sepolcro  della  specie 
dei  tumuli  da  noi  precedentemente  veduti.  Questo  interessante 
monumento  risalisce  ad  un’epoca  assai  vetusta:  nel  centro  di  esso 
deve  probabilmente  esistere  la  camera  sepolcrale,  ma  noi  dobbia- 
mo annoverarlo  fra  gl’incogniti,  perchè  non  si  rinvenne  verun 
indizio  relativo  alla  sua  pertinenza. 

atrio  di  silvano,  colla  edicola  sacra  ad  ercole.  — Av- 
vicinandosi verso  il  fine  dell’ Vili0  miglio,  si  scorgono  a destra 
alquanti  rocchi  di  colonne  in  pietra  albana,  alcuni  de’  quali  an- 
cora in  piedi  al  loro  posto,  e si  conosce  che  le  colonne  forma- 
vano un  atrio  quadrilatero,  con  cinque  intercolunnii  da  ogni  lato. 
Alcuni  credettero  riconoscere  in  questo  edifizio  quel  tempio  de- 
dicato ad  Ercole,  il  quale,  secondo  Marziale,  fu  fatto  erigere  da 

opera  laterizia  che  si  crede  appartenere  al  medio  evo,  e che  ha  qualche  somiglianza 
colla  torre  delle  Milizie  sul  Quirinale.  Questa  torre  serviva  di  fortezza  all’ epoca 
delle  guerre  civili,  al  pari  di  tutte  le  altre  esistenti  nella  campagna  di  Roma. 


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Escursione  sulla  Via  Appia. 

Domiziano  in  questo  medesimo  luogo,  ordinando  quell’impera- 
tore che  fosse  rappresentata  la  propria  sua  effige  nel  simulacro 
di  essa  divinità.  A tale  opinione  peraltro  si  oppone  ad  evidenza 
il  genere  di  architettura  adoperatovi,  il  quale  appartiene  al  do- 
rico greco,  ordinariamente  usato  soltanto  nell’epoca  media  della 
repubblica  ; in  tal  guisa  rimane  affitto  escluso  che  sia  un’  opera 
del  tempo  di  Domiziano.  Da  un’antica  ara  poi,  in  pietra  albana, 
quivi  rinvenuta , e dedicata  a Silvano , si  può  conchiudere , che 
l’edifizio  in  discorso  fosse  sacro  a quella  divinità.  Non  si  può  pe- 
raltro assolutamente  negare  che  questo  tempio  non  appartenesse 
anche  ad  Ercole , giacché  sappiamo  che  il  suo  culto  era  in  uso, 
spesse  volte,  promiscuamente  con  quello  di  Silvano;  è d’uopo 
quindi  ritenere  che  nel  medesimo  atrio  di  cui  si  tratta,  esistesse 
eziandio  un’  edicola  sacra  ad  Ercole.  Questo  atrio , intorno  al 
quale  dovettero  esistere  dei  sedili,  fu  principalmente  destinato  a 
servire  di  luogo  di  riposo  a quelli  che  viaggiavano  lungo  la  via 
Appia:  essi  potevano  anche  dissetarvisi,  poiché  si  riconobbe  es-' 
servi  stato  un  pozzo,  d’onde  trarre  acqua  fresca. 

Al  nord  del  suddetto  atrio,  doveva  esistere  il  magnifico  tem- 
pio di  Ercole,  eretto  da  Domiziano  all’ Vili0  miglio  della  via  Ap- 
pia; ma  d’un  così  superbo  edifizio  non  ne  resta  veruna  traccia, 
ville  di  basso  e di  peksio.  — Vicino  al  luogo  ove  era  la  co- 
lonna dell’ Vili0  miglio,  che  rimaneva  a circa  cento  passi  dopo 
l’atrio  di  Silvano,  esisteva  la  vi^.  di  Basso,  ricordata  da  Mar- 
ziale come  assai  sterile.  Nelle  stesse  adiacenze  erano  parimente 
i poderi  e la  villa  di  Persio,  celebre  Poeta,  ove  egli  cessò  di  vi- 
vere. Nei  poderi  stessi  doveva  evidentemente  essere  il  sepolcro 
di  lui,  conforme  si  costumava  dagli  antichi;  ma  non  si  ha  indi- 
zio di  sorta  per  assegnarne  la  situazione. 

SEPOLCRO  DI  Q.  CASSIO,  APPALTATORE  DI  MARMI.  — Al  prin- 
cipio del  IX0  miglio,  s’incontrano,  a diritta,  alcuni  marmorei 
avanzi  di  sopolcrale  decorazione,  vicino  ai  quali  avvi  un  fram- 
mento d’iscrizione  incisa  su  d’una  grande  lastra  di  marmo, in  cui 
leggesi:  Q.  cassi  . c.  . . . — artenae  ....  — redempto- 
ris  . mar.  ...  Da  siffatto  documento  si  può  dedurre , che  qui- 
vi esistesse  il  sepolcro  di  Q.  Cassio , redentore , ossia  appalta- 
tore dei  marmi  che  i Romani,  al  tempo  dell’  impero,  facevano  ve- 
nire in  grande  quantità  dalle  più  lontane  regioni.  — Proseguen- 
do il  cammino,  si  trova,  da  sinistra,  il 

sepolcro  di  q.  verannio.  — Esso  ha  uguale  forma,  uguale 
decorazione  ed  anche  uguale  costruzione,  in  opera  laterizia,  di 
quel  sepolcro  da  noi  veduto  all’ Vili0  miglio,  dopo  l’essedra  di 


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Ottava  Giornata. 


riposo.  Tuttavia  si  rileverà,  che  questo  monumento  conserva  an- 
cora una  delle  colonne  in  opera  muraria  le  quali  ne  decoravano 
il  prospetto,  e che  rimanevano  incassate  nei  due  lati  della  nicchia 
esistente  nella  parte  superiore.  Questo  edifizio  fu  compreso  dal 
Santi  Bartoli  nella  sua  collezione  degli  antichi  sepolcri.  — Pres- 
so questo  monumento  sorge,  pochi  passi  entro  la  campagna,  il 

grande  sepolcro,  detto  il  torraccio.  — Questo  monumen- 
to, di  forma  circolare,  è coperto  con  un  tetto  moderno,  ed  il  suo 
intemo,  quasi  integro,  conserva  tuttora  la  sua  volta.  All’  intorno 
della  cella  esistono  quattro  grandi  nicchie  arcuate,  una  delle  qua- 
li serve  d’ ingresso;  frammezzo  ad  esse  sono  vene  altrettante  qua- 
drilunghe, di  mezzana  grandezza.  Questo  monumento  fu  proba- 
bilmente il  sepolcro  d’un  grande  personaggio  degli  ultimi  tempi 
dell’impero,  giacché  si  riconosce  che  in  tale  epoca  appunto  ven- 
ne costruito;  ma  mancano  affatto  memorie  circa  la  sua  pertinenza. 

Poco  di  quivi  discosto,  si  osserva  a destra  un  cippo  sepolcra- 
le, su  cui  si  legge:  d.  m.  — falisco  sacrvm.  Quasi  al  di  die- 
tro è rimarchevole  un  antichissimo  sarcofago,  tuttora  incassato 
nel  suolo  e chiuso  dal  siio  coperchio  di  pietra  albana.  Poco  dopo 
s’incontra  il  nucleo  d’un  grande  monumento  rotondo,  il  cui  ba- 
samento , rivestito  di  grandi  massi  di  pietra  albana , doveva  es- 
sere di  forma  quadra,  conforme  si  può  dedurre  dalle  vestigia  che 
ancora  ne  rimangono. 

sepolcro  e villa  di  Gallieno.  — Circa  il  fine  del  IX0  mi- 
glio si  scorge,  pure  a destra,  l’ imponente  avanzo  d’ un  monu- 
mento rotondo  in  opera  laterizia.  L’ampia  cella  sepolcrale  con- 
serva ancora  la  sua  volta,  e su  di  essa  si  elevano  considerevoli 
ruderi  del  piano  superiore  dell’edifizio.  Si  crede  che  tale  monu- 
mento sia  lo  stesso  sepolcro  di  Gallieno  imperatore,  ove,  secondo 
Sesto  Aurelio  Vittore,  fu  seppellito  eziandio  Severo  Cesare,  mor- 
to alla  stazione  delle  Tre  T aberne,  posta  sulla  via  Appia,  là  dove 
questa  traversava  le  campagne  Pontine.  Quanto  agli  avanzi  di 
quegli  antichi  muri  che  si  scorgono  nei  campi , dietro  il  ricor- 
dato monumento,  si  può  supporre  che  appartenessero  alla  villa 
del  medesimo  Gallieno.  È certo  peraltro  che  questo  luogo  di 
delizie  andava  ricco  di  insigni  sculture,  giacché  gli  scavi  prati- 
cativi nel  1792  dal  pittore  scozzese  Gavino  Hamilton  produssero 
la  scoperta  d’un  edifizio  rotondo  decorato  con  istatue,  fra  le  quali 
era  quella  di  uno  dei  discobuli  che  si  ammirano  nella  sala  della 
biga  nel  museo  Vaticano. 

grande  tumulo.  — Poco  dopo  entrati  nel  X°  miglio,  cioè 
verso  il  confine  del  territorio  romano,  ossia  agro  romano,  è ri- 


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Escursione  sulla  Via  Appia. 

marchevole  a destra  un  tumulo  il  quale,  per  ampiezza  di  mole, 
sorpassa  tutti  gli  altri  sepolcri  di  simil  genere  già  da  noi  osser- 
vati. Si  riconobbe  che  fu  esso  eretto  su  d’un  basamento  quadri- 
latero di  pietra  albana,  su  cui  sorgeva  ima  cinta  rotonda  della 
medesima  pietra,  che  racchiudeva  la  parte  inferiore  del  tumulo 
stesso.  Era  questa  una  imitazione  perfetta  dei  più  sontuosi  mo- 
numenti degli  antichi  Etruschi,  e può  credersi  eretto  poco  dopo 
che  venne  aperta  e stabilita  la  via  Appia,  cioè,  fra  il  V®  ed  il 
VII®  secolo  di  Roma.  Non  si  potè  ancora  accertarsi  se  esistano 
nell’interno  una  o più  celle  sepolcrali,  ed  anche  la  sua  pertinenza 
rimane  incognita;  considerando  però  la  grandiosa  mole  di  que- 
sto tumulo,  si  dovrà  da  ciò  inferire  che  fosse  esso  innalzato  ad 
uno  dei  personaggi  più  distinti,  o forse  ancora  ad  una  delle  più 
doviziose  e possenti  famiglie  che  figurarono  in  quella  memo- 
randa epoca  di  Roma. 

Continuando  il  cammino,  per  poco  meno  di  un  miglio,  fram- 
mezzo a rovine  di  sepolcri  che  nulla  presentano  d’interessante, 
si  trova  da  sinistra,  a circa  160  metri  prima  di  entrare  nell’  XI® 
miglio , un 

sepolcro  quadro.  — Il  basamento  di  questo  sepolcro , di 
ragguardevole  ampiezza,  conserva  tuttavia  una  porzione  del  suo 
rivestimento  fatto  con  pietre  albane  assai  ben  lavorate,  ed  infe- 
riormente ha  una  cornice  sagomata  con  buono  stile.  La  costru- 
zione di  tale  monumento  addimostra  che  fu  eretto  prima  dell’  e- 
poca  imperiale,  ma  s’ ignora  a chi  appartenesse. 

Pochi  passi  al  di  là  di  questo  sepolcro,  si  traversa  il  fosso  detto 
del  ponticello  de'  Cipollari,  dopo  il  quale  la  via  comincia  a sali- 
re, per  mezzo  d’un  piano  alquanto  inclinato,  sulla  collina  di  pro- 
spetto. Qui  si  osserverà  che  un  tratto  di  questa  medesima  via, 
fiancheggiato  da  alti  marciapiedi,  conserva  ancora  l’antico  la- 
strico, meno  danneggiato  che  non  è in  altri  luoghi. 

.Non  appena  percorso  questo  tratto  di  strada,  si  entra  nell’ XI* 
miglio , e poco  prima  di  giungere  al  viadotto  su  cui  transita  il 
tronco  di  ferrovia,  che,  staccandosi  dalla  linea  di  Frascati,  si  di- 
rige verso  il  confine  napolitano,  si  scorge  un 

grande  sepolcro  rotondo.  — Ne’  tempi  passati  questo  mo- 
numento presentava  soltanto  l’aspetto  di  un  semplice  tumulo; 
ma  in  seguito  delle  scoperte  del  1853,  si  riconobbe  che  esso  era 
adorno  nel  suo  giro  esterno  di  grandi  uicchie  arcuate  e rettan- 
golari, poste  alternativamente,  in  numero  di  22,  e divise  da  co- 
lonne risaltanti  dai  loro  pierritti  per  circa  la  metà  del  loro  dia- 
metro: noi  riteniamo  col  Canina  che  tali  nicchie  contenessero 


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Ottava  Giornata. 


altrettante  statue.  Gli  scarsi  avanzi  di  questa  decorazione  pale- 
sano una  cattiva  opera  laterizia,  mentre  poi  la  cella,  conserva- 
tissima, e costrutta  in  pietra  albana,  presenta  una  lodevole  co- 
struzione. Si  potrebbe  quindi  conchiudere  che  ad  un  monumento 
assai  antico  fu  aggiunta  forse  la  suddetta  decorazione  esteriore, 
verso  l’ epoca  media  dell’  impero,  salvo  che  non  si  volesse  am- 
mettere che  quanto  di  essa  ancora  sussiste  appartenga  ad  un 
parziale  ristauro.  Al  di  sopra  poi  della  ricordata  cinta  di  deco- 
razione, il  monumento  doveva  terminare,  conforme  il  vetusto 
uso,  a foggia  di  tumulo,  ed  essere  coperto,  sulla  cima,  colle  so- 
lite lastre  tagliate  a squamine. 

Traversando  il  piccolo  ponte  della  ferrovia  e proseguendo  a 
salire,  si  trovano  a destra  gli  avanzi  di  alcuni  sepolcri  che  esi- 
stevano in  questo  luogo;  e dopo  percorso  circa  mezzo  miglio  fra 
tali  rovine,  cioè  al  cominciare  del  XII0  miglio,  la  nostra  atten- 
zione è richiamata  dagli  avanzi  imponenti  di  un  monumento  che 
s’ innalza  a sinistra,  a foggia  di  tumulo , e che  signoreggia  so- 
pra tutti  i circostanti  ruderi.  AH’interno  è costruito  in  grandi 
massi  di  pietra  albana,  ed  all’esterno  dovette  avere  delle  deco- 
razioni scolpite  in  marmo,  delle  quali  si  scopersero  alcuni  fram- 
menti attorno  al  monumento. 

termine  della  via  ristabilita.  — Partendo  da  questo  mo- 
numento si  giunge,  dopo  breve  cammino,  alle  moderne  abita- 
zioni che  formano  l’osteria,  detta  delle  Frattocchie,  ove  la  strada 
postale  di  Albano  coincide  sulla  stessa  direzione  dell’  antica  via 
Appia;  perciò  in  questo  luogo  ebbero  termine  gli  scavi  praticati 
per  scoprire  e per  ristabilire  quella  parte  della  medesima  via  che 
era  abbandonata. 

PROSEGUIMENTO  DELLA  VIA  FINO  AL  XII0  MIGLIO.  — Porremo 
fine  alla  nostra  escursione , lungo  la  via  Appia , percorrendola 
perfino  al  luogo  ove  era  la  colonna  indicante  il  XII0  miglio,  seb- 
bene in  questo  tratto  di  strada  non  siasi  fatta  alcuna  scoperta, 
perchè  la  via  moderna  si  trova  sulla  linea  di  quella  antica.  Os- 
serveremo da  prima,  a destra  dopo  le  fabbriche  delle  Frattoc- 
chie, la  deviazione  della  via  Nettunense  attuale,  che  sembra  se- 
guire, all’  incirca,  la  linea  della  via  antica  la  quale,  distaccandosi 
in  questo  luogo  dalla  via  Appia,  conduceva  ad  Anzio.  Infatti,  se 
si  percorre  la  via  da  noi  primieramente  indicata,  s’incontrano 
qua  e là  tracce  dell’antico  lastrico  e delle  vestigia  di  sepolcri. 
Poco  dopo  la  deviazione  della  via  Nettunense,  si  scorgono  alcu- 
ni ruderi  di  mura  pertinenti  ad  un  antico  sepolcro;  ciò  prova  ad 
evidenza  che  le  abitazioni  dell’  antica  Boville  non  giunsero  mai 


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Escursione  sulla  Via  Affla. 

fino  a questo  luogo;  la  qual  cosa,  per  lungo  e consecutivo  spa- 
no di  terreno  più  non  accade,  poiché  ivi  appunto  sorgeva  la  ri- 
cordata città,  di  cui  ben  presto  daremo  un  breve  cenno. 

Da  sinistra,  poco,  prima  della  stradella  che  traversa  la  via,  si 
trovano  pure  antiche  mura  che  sembra  facessero  parte  di  qual- 
che considerevole  monumento  ; e poco  più  innanzi  ergesi , dal 
medesimo  lato,  il  nucleo  in  opera  laterizia  di  un  grande  sepolcro 
rotondo , il  quale  evidentemente  era  rivestito  di  una  magnifica 
decorazione  in  marmo,  della  quale  non  rimangono  che  le  tracce 
dei  collegamenti.  Poco  lungi  da  questo  monumento  dovette  esi- 
stere la  colonna  indicante  il  XII0  miglio , alla  distanza  di  385 
met.  e 25  c.  da  quella  che  indica  lo  stesso  miglio  della  strada 
moderna. 

Se  la  differenza  fra  le  medesime  colonne  milliarie  è in  questa 
posizione  tanto  poco  considerevole , ad  onta  che  la  strada  mo- 
derna percorra  una  linea  tortuosa  e molto  più  lunga  di  quella 
prescritta  dal  rettilineo  dell’ antica  via,  ciò  proviene  dal  comin- 
ciare la  moderna  strada  alla  porta  ora  detta  di  s . Giovanni,  aperta 
nel  recinto  delle  mura  Aureliane , mentre  la  via  antica  comin- 
ciava alla  porta  Capeva,  la  quale  rimaneva  a circa  un  miglio  di 
distanza  verso  l’interno  della  città,  ed  aprivasi  nel  recinto  delle 
mura  di  Servio  Tullio.  Si  può  dunque  calcolare,  che  la  via  an- 
tica era  circa  un  miglio  e mezzo  più  breve  della  strada  moderna 
(cui  si  dà  nome  di  Via  Appia  nuova ) , considerandole , come  se 
ambedue  muovessero  da  un  punto  stesso. 

Presso  il  luogo  ove  esisteva  la  suindicata  colonna  milliaria , si 
trova  a destra  un  viottolo  che  conduce  al  circo  e ad  altre  rovine 
degli  edifizi  dell’antica  Boville. 

boville.  — Le  scoperte  fatte  in  questo  luogo , mediante  le 
escavazioni  eseguitevi  nel  1823,  ed  il  ritrovamento  di  qualche  mar- 
mo scritto , fecero  conoscere  il  sito  ove  esisteva  questa  piccola 
città,  o stazione,  che  gli  antichi  avevano  sulla  via  Appia.  Que- 
sta città  fu  detta  Bobellas,  o Bovillae,  e gli  abitanti  chiamavansi 
Bovillani,  e quindi  Longani-Bovillenses , allorché  furono  posti 
sotto  la  dominazione  municipale  di  Alba-Longa.  Quest’ antichis- 
sima città  è famosa  nell’  epoca  della  repubblica  per  la  morte  ivi 
avvenuta  di  Pubblio  Clodio,  ucciso  da  Milone,  a cui  quel  perfido 
tribuno  aveva  tramate  insidie  ; avvenimento  che  motivò  la  cele- 
bratissima orazione  di  Cicerone. 

Quanto  alle  rovine  di  questa  città  le  quali,  dopo  lungo  corso 
di  secoli,  si  offrono  ai  nostri  sguardi,  diremo  che  esse  consistono 
negli  avanzi  di  un  circo-,  d’ un  sacrario , e di  un  serbatoio  di  ac- 

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Ottava  Giornata. 


qua;  in  alcune  vestigia  d’un  teatro,  e di  alcuni  monumenti  se- 
polcrali ; finalmente  in  parecchi  avanzi  del  lastrico  di  qualche 
antica  strada.  Il  circo  è meglio  riconoscibile,  attesoché  esso  era 
costruito  con  massi  ben  tagliati  di  pietra  albana  ; la  sua  interna 
lunghezza  è di  328  met.  e 50  c.,  e la  larghezza  ascende  a metri 
60:  vi  si  osservano  ancora  le  tracce  della  curva  e della  porta 
trionfale,  come  ancora  buona  parte  delle  carceri.  Quello  che  re- 
sta del  lastrico  delle  strade  si  compone,  come  di  ordinario-,  di 
grossi  poligoni  di  lava  basaltina  ; e tali  avanzi  dimostrano  che 
esse  avevano  una  larghezza  media  di  3 met.  e 33  centimetri.  Stan- 
do all'  andamento  di  queste  antichissime  strade , in  parte  scoper- 
te, si  rileva  che  l’antica  Bo ville  rimaneva  su  d’ una  breve  tra- 
versa della  via  Appia. 

Portandosi  di  nuovo  sulla  via  Appia,  e tornando  indietro  fino 
ai  sepolcri  creduti  degli  Orazi  e Curiazi,  superiormente  accenna- 
ti, e di  quivi  inoltrandosi  nella  tenuta,  detta  Roma  Vecchia,  che 
rimane  di  contro,  si  trovano  gli  avanzi  pertinenti  alla 

VILLA  DE’  QUINTILI!. 

Il  grande  ammasso  di  ruine  che  precipuamente  fece  dare  il 
nome  di  Roma  Vecchia  a questa  parte  del  territorio  romano,  e 
che  sul  principio  dell’  attuale  secolo  fu  da  taluno  creduto  fosse 
un  avanzo  dell’antico  Pagus  Lemonius  ricordato  da  Pesto,  ap- 
partiene in  fatto  ad  una  magnifica  villa  del  secondo  secolo  del- 
l’era cristiana.  Molta  quantità  di  condotti  di  piombo  che  vi  por- 
tavano l’acqua,  avendo  l’iscrizione  n qvintiliorvm  . condini  . 
et  . maximi  , fanno  prova , che  la  detta  villa  appartenne  ai  due 
fratelli  Quintilii,  Condino  e Massimo,  i quali,  a causa  delle  loro 
ricchezze  e della  loro  influenza,  vennero  condannati  a morte  da 
Commodo,  desideroso  d’impossessarsi  de’  loro  averi.  Gli  accen- 
nati condotti  furono  scoperti  negli  scavi  eseguiti  in  queste  terre 
nel  1828,  d’ordine  del  defunto  duca  Giovanni  Torlonia,  ed  in 
tale  circostanza  vi  si  trovarono  anche  parecchie  statue , alcuni 
bassorilievi,  delle  colonne  e dei  frammenti  di  cornicioni. 

Fra  gli  avanzi  ancora  riconoscibili  di  questa  villa,  sono  da  no- 
tare, quelli  di  alquanti  serbatoi  d' acqua  ; quelli  di  due  magnifi- 
che side  da  bagni;  di  un  piccolo  anfiteatro;  di  un  acquidotto,  ed 
in  fine  gli  avanzi  di  un  ninfèo  che  aveva  il  suo  prospetto  sulla 
via  Appia,  ove  già  ne  fu  fatta  menzione. 

Discendendo  la  collina  su  cui  esistono  i ricordati  avanzi , si 
giunge  alla  moderna  strada  che  pone  in  comunicazione  la  via . 


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Circo  di  Romolo. 


571 


Appia  colla  strada  postale  di  Albano.  Mettendosi  quindi  per  (pie-  . 
sta  ultima  via,  alla  volta  di  Roma,  si  giunge  all’ ingresso  prin- 
cipale del 

CIRCO  DI  ROMOLO. 

Fino  al  1825,  questo  circo  fu  detto  di  Caracolla  per  ben  fri- 
vole ragioni , cioè  pel  trasporto  eh’  ebbe  quell’imperatore  pei 
spettacoli  del  circo,  per  la  scoperta  avvenuta  della  statua  di  lui 
e dell’altra  di  sua  madre  Giulia  in  prossimità  di  questo  edifizio, 
ed  a causa  di  un  circo  che  vedesi  improntato  nel  rovescio  delle 
medaglie  dello  stesso  Caracolla.  Conveniamo  che  quest’  impera- 
tore fosse  passionato  pei  giuochi  circensi,  ma  non  ne  consegue 
però,  che  in  forza  di  tal  ragione  egli  facesse  erigere  il  circo  di 
cui  parliamo.  Le  statue  poi  potevano  con  tutta  probabilità  ap- 
partenere a qualche  altro  monumento,  giacché  esse  non  furono 
scoperte  propriamente  nel  circo:  gli  archeologi  d’altronde  eb- 
bero, da  molto  tempo,  riconosciuto  nel  circo  che  si  osserva  nel 
rovescio  delle  medaglie  di  Caracalla,  una  rappresentanza  del 
circo  Massimo,  sia  perchè  egli  lo  ristorasse,  sia  a motivo  degli 
spettacoli  straordinarii  che  diede  in  esso.  Dall’altro  canto,  la 
poco  regolare  costruzione  dell’  edifizio  in  discorso,  la  quale  è ben 
diversa  da  quella  delle  terme  di  quell’  imperatore,  ricordava  il 
secolo  IV,  allorquando  le  arti  si  trovavano  in  una  spaventosa 
decadenza;  laonde,  fino  dal  secolo  XVI,  il  Panvinio  ebbe  attri- 
buito questo  circo  all’  epoca  di  Costantino.  Ma  ogni  qualunque 
dubbio  disparvé  dopo  gli  scavi  che  nel  1825  fece  praticare  in 
questo  circo  il  duca  Giovanni  Torlonia,  quando  cioè  fecene  ster- 
rare le  carceri,  la  spina,  il  pulvinare  e la  gran  porta  d'ingres- 
so nell' arena.  In  questa  occasione  si  scopersero  i frammenti  di 
tre  iscrizioni,  due  delle  quali  esistevano  vicino  alla  porta  grande 
d’ingresso,  ed  una  sulla  porta  di  mezzo  delle  carceri.  Queste 
iscrizioni  contenevano  tutte  il  nome  di  Massenzio,  e nel  noVero 
di  esse,  quella  che  meglio  è conservata  e che  fu  posta  superior- 
mente alla  grande  porta  d’ingresso,  palesa  che  il  circo  fu  dedi- 
cato, nell’anno  311  dell’era  cristiana,  a Romolo  figlio  di  Mas- 
senzio stato  console  due  volte,  e che  dopo  morto  ebbe  gli  onori 
dell’apoteosi.  Essa  dice: 

divo  . romvlo  . n.  m.  v. 

COS.  OR d.  il.  FI  LIO 
D.  N.  MAXENTÙ.  INVICT. 

viri  . et perp.  avo.  nepoti 

T.  DIVI  MAXIMIANI  . SEN.  , 

oris  . ac  . bis.  Augusti. 


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Ottava  Giornata. 


572 

La  parte  in  lettere  corsive  venne  supplita  secondo  le  altre  iscri- 
zioni e le  medaglie  del  medesimo  tempo.  Ora,  questa  scoperta 
serve  d’illustrazione  all’anonimo  pubblicato  dall’Eccardo,  e con- 
temporaneo di  Massenzio,  nel  cui  scritto  si  legge,  che  Massen- 
zio costruì  un  circo  in  catacumpas , cioè  in  catacumbis , ossia 
vicino  alle  catacombe. 

Fu  già  detto,  esser  questo  il  circo  più  conservato  che  sia  giun- 
to fino  a noi;  per  cui  vuoisi  riguardare  come  uno  de’ più  interes- 
santi monumenti  da  essere  osservati.  La  sua  forma  è uno  spazio 
quadrilungo  di  1620  piedi  romani  in  lunghezza,  e 250  in  lar- 
ghezza, che  rimane  circoscritto  da  due  linee  rette  non  fra  loro 
parallele,  ma  che  nelle  estremità  sono  insieme  congiunte  da  due 
curve.  Tre  sono  le  parti  che  costituivano  principalmente  questa 
specie  di  edifizi:  le  Carceri,  il  Circo  propriamente  detto,  e la 
Spina,  e queste  parti  sono  appunto  quelle  che,  negli  ultimi  sca- 
vi, vennero  bene  riconosciute,  e che  non  ci  restano  visibili  se 
non  in  questo  circo. 

Cominciando  dalle  carceri  diremo,  che  cosi  era  chiamata  la 
parte  d’ onde  pigliavan  le  mosse  i carri  guidati  dagli  aunghi, 
divisi  in  quattro  fazioni  le  quali,  a seconda  dei  colori  delle  vesti 
che  indossavano,  venivano  chiamate  albata  (bianca),  russata 
(rossa  ),prasina  (verde),  veneta  (azzurra).  Nel  circo  in  discorso 
le  carceri  rimangono  verso  occidente,  ed  altrettanto  accadeva 
nel  circo  Massimo,  in  quello  di  Sallustio,  ecc.  La  linea  della  loro 
pianta  presenta  un  segmento  di  circolo,  e questa  disposizione  si 
rendeva  necessaria  per  conservare  l’ uguaglianza  dello  spazio  da 
doversi  percórrere  nell’uscita  de’ carri.  Esse  sono  divise  in  tre- 
dici fornici  arcuati  che  fra  loro  comunicano,  eccettuato  quello 
di  mezzo  il  quale,  non  servendo  se  non  che  a dar  adito  alla  pom- 
pa circense,  è separato  dagli  altri.  Questi  fornici,  dal  lato  che 
guarda  l’interno  del  circo,  erano  chiusi  con  cancelli  di  cui,  in 
passato,  si  scorgevano  ancora  le  tracce,  salvo  l’ingresso  di  mez- 
zo ove  non  si  vedevano  affatto;  ma  disgraziatamente  esse  tracce 
scomparvero  nel  1831 . Questa  costumanza  è assai  bene  espressa 
in  un  bassorilievo  della  villa  già  Albani,  ove,  innanzi  ai  pilastri 
degli  archi,  si  veggono  anche  le  erme  che  loro  servivano  di  de- 
corazione, e delle  quali  parla  Cassiodoro.  Negli  ultimi  scavi  fatti 
in  questo  circo  si  rinvennero  parecchi  frammenti  di  tali  erme,  ed 
una  intiera,  avente  il  ritratto  di  Demostene,  la  quale  esiste  ora  in 
Baviera  nel  museo  di  Monaco.  Il  terrazzo  superiore  alle  carceri 
era  il  luogo  serbato  ai  personaggi  di  alto  grado  che  assistevano 
ai  giuochi,  conforme  ne  fanno  fede  gli  antichi  scrittori,  e come  si 


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Circo  di  Romolo. 


573 


osserva  negli  antichi  monumenti.  Alle  due  estremità  delle  car- 
ceri eranvi  due  torri  che  servivano  di  stazione  ai  tibicini  i quali 
animavano  i cavalli  e gli  aurighi:  il  tutto  insieme  di  questa  parte 
aveva  fatto  dare  il  nome  di  oppidum,  ossia  castello,  a questa  se- 
zione di  tutti  i circhi.  _ • 

Il  circo  propriamente  detto,  per  la  disposizione  dei  gradini, 
era  simile  agli  altri  luoghi  di  spettacolo,  e dividevasi  in  podiwn 
ed  in  pr  cecine  tiones.  Nel  circo  di  che  si  parla,  oltre  il  podio, 
eravi  una  sola  precinzione  di  dieci  gradini  su’  quali  potevano 
stare  18,000  spettatori.  Quattro  porte  mettevano  immediata- 
mente all’arena;  due  presso  le  torri  delle  carceri,  la  terza  cor- 
rispondeva incontro  alla  prima  meta,  e la  quarta  rimaneva  in 
mezzo  alla  curva  dell’  estremità  del  circo  opposta  alle  carceri, 
ed  era  l’unica  che  corrispondeva  sulla  via  pubblica,  o Asinaria , 
la  quale  congiungeva  fra  loro  le  vie  Latina,  Appia,  ed  Ardea- 
tina.  Le  gradinate  rimangono  interrotte  da  due  balconi,  detti 
pulvinaria,  perchè  erano  coperti  di  cuscini  ( pulnina );  quello 
verso  il  nord-est  comunica  cogli  avanzi  della  villa  per  mezzo 
d’un  corridoio,  per  cui  conviene  ritenere  che  di  quivi  l’impera- 
tore vedesse  i giuochi,  mentre  l’ altro  verso  il  sud-ovest  era  ser- 
bato ai  giudici. 

La  spina  può  essere  paragonata  ad  un  terrapieno  dividente 
l’arena  del  circo  in  due  parti  ineguali,  nell’intera  sua  larghezza, 
giacché  essa  è collocata  in  direzione  obliqua,  in  guisa  da  lascia- 
re maggiore  spazio  verso  l’ovest,  che  non  verso  l’est.  Essa  era 
ornata  di  statue,  di  colonne,  e di  obelischi.  Nel  circo  di  cui  si 
tratta,  la  spina  ha  1,000  piedi  romani  antichi  di  lunghezza,  22 
di  larghezza,  e da  2 a 5 piedi  di  elevazione.  Le  mete  ne  rima- 
nevano disgiunte  affatto,  e la  sua  superficie  era  un  serbatoio 
d’acqua  diviso  in  più  sezioni,  e serviva  per  ispruzzare  i carri, 
affinchè  l’asse  delle  ruote  non  prendesse  fuoco. 

Ecco  poi  ciò  che  si  scoperse  sulla  spina  di  questo  circo  di  Ro- 
molo. Primieramente,  verso  le  carceri,  si  trovò  una  parte  di  un 
muro  isolato  avente  nel  centro  un  foro  in  cui  conficcavasi  una 
trave,  di  dove  partiva  verso  il  sud  la  corda  tesa  che  serviva  a 
determinare  il  principio  ed  il  fine  della  corsa:  questa  corda  chia- 
mavasi  (linea),  la  linea.  "Viene  quindi  il  basamento  delle  mete, 
dette  le  prime,  relativamente  alle  carceri.  Tali  mete  avevano 
forma  di  tre  coni  congiunti  e sormontati  da  un  uovo:  la  parte 
inferiore  di  queste  colonne  coniche  era  adorna  di  un  bassorilievo 
rappresentante  le  corse  del  circo,  e se  ne  rinvennero  dei  fram- 
menti che  furono  portati  via  nel  1831.  Que’ frammenti  forma- 


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5~4  Ottava  Giornata. 

vano  una  prova  evidente  dell’  ultimo  decadimento  delle  arti 
all’epoca  della  costruzione  del  circo.  Lungo  la  superficie  della 
spina,  si  scorgono  tuttora  le  tracce  dei  piedistalli  delle  statue  e 
di  altre  decorazioni  che  l’ abbellivano.  Vicino  al  primo  piedistal- 
lo si  scopersero  i frammenti  d’una  statua  di  Venere;  quindi  ap- 
parvero le  fondamenta  dei  piedistalli  delle  due  colonne  destinate 
a sostenere  un  architrave  con  sopravi  sette  delfini , simbolo  di 
Nettuno,  divinità  protettrice  de’ cavalli,  ed  erano  in  numero  di 
sette  per  indicare  quello  dei  giri  che  solevansi  fare  in  ciascuna 
corsa.  Poscia,  si  scoprirono  le  vestigia  de’ piedistalli  che  soste- 
nevano le  statue  del  Sole  e di  Paride,  e vicino  alle  vestigia  del- 
l’ ultimo  di  essi  piedistalli  si  riconobbe,  sulla  spina,  una  interru- 
zione spalmata  di  mastice,  come  soleva  farsi  nelle  parti  che  do- 
vevano contenere  l’acqua;  e qui  in  uno  spazio,  ripieno  di  terra, 
era  stata  piantata  la  palma,  da  cui  si  staccavano  i rami  che  si 
davano  ai  vincitori.  Dopo  l’indicato  spazio  si  trovò  la  prima  in- 
terruzione della  spina,  e su  -cessivameute  le  tracce  del  piedistallo 
che  sosteneva  la  coloima  sormontata  dalla  statua  della  Vittoria. 
Ivi  presso  rimaneva  l’incassatura  delle  fondamenta  dell’obelisco 
di  granito  rosso,  di  cui  si  servì  Innocenzo  X per  ornare  la  gran 
fontana  in  piazza  Navona.  Dopo  il  luogo  ove  si  rinvenne  gia- 
cente l’ obelisco  fu  scoperta  la  seconda  interruzione  della  spina; 
quindi  si  trovarono,  il  piedistallo  che  servì  a sostenere  una  sta- 
tua di  Ercole,  e le  vestigia  di  un  tempietto  di  Venere,  su  cui 
si  collocavano  in  fila  sette  uova  mobili,  simbolo  di  Castore  che 
amava  i giuochi  equestri;  esse  servivano  inoltre  ad  indicare  i 
giri  delle  corse,  giacché  dopo  eseguito  ciascun  giro  ne  veniva 
tolto  uno.  Di  là  del  tempietto  esisteva  la  terza  interruzione  della 
spina,  e nel  rimanente  di  essa  si  rinvennero  le  statue  di  un’Amaz- 
zone e di  Proserpina.  In  ultimo  si  scoprì  il  piantato  delle  se- 
conde mete. 

Si  comprende  facilmente  perchè  la  spina  non  fosse  collocata 
in  modo  da  essere  parallela  ai  due  lati  del  circo,  e perchè  essa 
lasciasse  più  largo  lo  spazio  verso  l’ovest,  che  non  verso  l’est, 
allorquando  si  rifletta  che  il  principio  delle  corse  era  a destra,  e 
che  per  conseguenza  era  necessario  lasciare  maggiore  spazio  da 
questo  lato  a confronto  dell’altro. — Vicino  al  circo  si  trova  il 

. TEMPIO  DI  ROMOLO. 

È questo  uno  degli  antichi  templi  che  tuttavia  conservi  il  re- 
cinto sacro  ed  il  sotterraneo . L’identità  di  costruzione  del  recinto 


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575 


Tempio  di  Romolo. 

con  quella  del  descritto  circo,  la  prossimità  e la  porta  di  comu- 
nicazione col  circo  stesso,  non  lasciano  dubitare  che  questo  edi- 
fizio  non  ne  formasse  parte.  La  sua  pianta  è perfettamente  quel- 
la di  un  tempio  con  un  recinto  sacro:  essa  è una  corte  quadri- 
lunga, circondata  da  un  muro,  avente  interiormente  all'intorno 
mi  portico  costruito  in  arcate  con  pilastri:  nel  mezzo  sorgeva  il 
tempio,  di  cui  oggi  non  resta  che  il  sotterraneo.  Palladio  che  ce 
ne  lasciò  i dettagli  fa  conoscere  che  questo  tempio  era  uno  di 
quelli  che  sono  chiamati  prostili,  che  aveva  innanzi  un  portico 
rettilineo  con  sei  colonne  di  fronte,  e tre  dai  lati  oltre  un  pila- 
stro, e che  vi  si  ascendeva  per  parecchi  gradini,  di  modo  che 
l’edifìzio  dominava  il  recinto  e si  vedeva  dalla  via  Appia.  La  cella 
era  rotonda,  talché  questo  tempio,  in  quanto  alla  pianta,  rasso- 
miglia assai  al  Pantheon;  e la  solidità  dcll’edifizio  e la  sua  co- 
struzione farebbero  credere  che  di  già  esistesse  allorquando  ven- 
ne costruito  il  recinto  e le  altre  fabbriche.  Il  sotterraneo  del  por- 
tico è molto  ben  conservato,  e vi  si  ha  accesso  per  mezzo  d’una 
apertura  moderna  che  dà  agio  di  scorgere  la  spessezza  sorpren- 
dente dei  muri,  la  quale  è di  circa  4 metri  e mezzo.  Dal  detto 
sotterraneo  si  passa  in  quello  della  cella  che  è rotondo:  ha  circa 
33  metri  di  diametro  con  nicchie  all’  intorno,  nelle  quali  sono 
praticate  piccole  finestre  donde  la  fabbrica  piglia  aria  e luce,  e 
nel  centro  sorge  un  grosso  pilastro  ottagono  a sostegno  della 
volta.  Nel  complesso  questo  sotterraneo  somiglia  a quello  del 
tempio  fuori  di  porta  Maggiore,  al  quale  si  dà  nome  di  Torre 
de'  Schiavi.  Questo  tempio  essendo  congiunto  al  circo,  e di  co- 
struzione simile  ad  esso,  e conoscendosi,  conforme  dicemmo, 
dalle  iscrizioni  trovate,  come  il  circo  fosse  dedicato  a Romolo, 
figlio  di  Massenzio,  non  si  potrebbe  dubitare,  che  non  venisse 
dedicato  al  medesimo  personaggio.  Infatti,  nei  rovesci  delle  me- 
daglie di  esso  Romolo,  battute  dopo  la  sua  morte,  si  vede  un 
tempio  rotondo,  come  se  fosse  il  suo  mausoleo,  o Eroo,  che  po- 
trebbe esser  quello  appunto  di  cui  trattiamo.  Il  recinto  vi  fu  eret- 
to allo  scopo  di  potervi  riunire  la  pompa  circense,  giacché  tutti 
sanno  che  i giuochi  del  circo  cominciavano  sempre  con  tale 
pompa.  Essa  poi  era  una  specie  di  processione  alla  quale  piglia- 
vano parte  gli  atleti,  i magistrati  ed  i sacerdoti  colle  statue  delle 
divinità  chè  presiedevano  ai  giuochi  e ad  onor  delle  quali  si  ce- 
lebravano; di  modo  che  la  corte  serviva  per  la  riunione  della 
pompa,  ed  il  tempio  p^  contenere  le  statue  degli  dei  e gli  og- 
getti sacri.  Questa  usanza  diede  luogo  alla  falsa  denominazione 
di  scuderie  del  circo  di  Caracolla,  denominazione  colla  quale 
suol  designarsi  volgarmente  questo  tempio. 


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Ottava  Giornata. 


376 

Il  nome  di  Torre  de'  Borgiani,  che  conservò  questa  fabbrica 
fino  alla  sua  distruzione,  ne  induce  a credere  che  il  complesso 
dell’antico  edifizio,  ed  in  ispecie  il  tempio  rotondo,  ridotto  a fog- 
gia di  torre,  fosse  occupato  dalla  famiglia  Borgia  durante  il 
pontificato  di  Alessandro  VI,  sul  cominciare  del  secolo  XVI. 

Dietro  il  muro  della  gran  corte  quadra,  e quasi  di  prospetto 
alle  carceri  del  circo  esiste  un  piccolo  sepolcro  incognito,  la  cui 
costruzione  è molto  anteriore  a quella  dei  muri  della  corte. 

Poco  distante  dal  descritto  tempio  si  scorge,  su  d’ un  monti- 
cello  a destra,  avente  a sinistra  la  via  Appia,  il 

TEMPIO  DI  BACCO,  OGGI  CHIESA  DI  S.  URBANO. 

La  scoperta  che  si  fece  nel  1616  entro  il  sotterraneo  di  questo 
tempio  di  un’ara  bacchica  con  iscrizione  greca,  di  cui  conservò 
memoria  l’Olstenio,  non  lascia  dubbio  intorno  alla  divinità  alla 
quale  era  sacro  il  tempio.  Tale  scoperta  distrugge  affatto  l’opi- 
nione di  quelli  che  lo  avevano  riconosciuto  per  il  tempio  delle 
Camene,  il  quale  rimaneva,  come  si  disse,  vicino  alla  porta  Ca- 
pena.  Lo  stile  dell’edifizio  in  discorso  mostra  il  decadimento 
delle  arti,  e le  colonne  non  gli  appartennero  originariamente, 
ma  vennero  senza  dubbio  prese  da  alcun  altro  edifizio  dell’epoca 
degli  Antonini. 

Il  portico  è sorretto  da  quattro  colonne  di  marmo  bianco,  sca- 
nalate, d’ordine  corintio,  le  quali  si  veggono  oggi  incastrate  nel 
prospetto  della  chiesa.  Entro  il  portico  si  osserva,  a destra  en- 
trando, l’ara  surricordata,  in  cui  si  legge:  EETIAI  A10NT2OT 
AIIPQNIAN02  TEPO'f’ANTHS , cioè:  al fuoco  dedicato  a Bacco. 
Aproniano  Jerofante:  sotto  si  scorge  il  serpe  Dionisiaco.  Nel 
medio  evo  questo  tempio  fu  mutato  in  chiesa,  dedicandola  a s. 
Urbano,  conforme  apparisce  dalle  pitture  che  ne  abbelliscono 
l’interno,  il  quale  è di  forma  quadrilunga.  Tali  pitture  rappre- 
sentano parecchi  passi  del  vangelo  ed  alcuni  fatti  della  vita  di 
quel  santo  pontefice  e di  s.  Cecilia:  esse  hanno  la  data  del  1011, 
e vi  si  legge  il  nome  di  certo  Bonizzo  monaco,  che  probabilmen- 
te ne  fu  l’autore.  Questi  affreschi  si  rendono  interessanti  per  la 
storia  delle  arti,  e vennero  ristorati  allorquando  Urbano  VILI  ri- 
staurò  e consacrò  nuovamente  la  chiesa. — Scendendo  nella  val- 
lata della  Cacarella,  così  detta  perchè  appartenne  ai  duchi  Caf- 
farelli,  si  scorge  a piè  del  suddetto  terbio  il 


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Ninfèo  detto  di  Egeria.  577 

NINFÈO,  DETTO  DI  EGERIA. 

La  manìa  d’insignire  con  nomi  celebri  ogni  rovina  di  Roma  anti- 
ca, fece  chiamare  questo  vetusto  avanzo,  da  molti  eruditi  de’ tem- 
pi scorsi,  l’antro  della  ninfa  Egeria,  il  quale,  secondo  Giovenale  e 
Simmaco,  rimaneva  vicino  alla  porta  Capena,  e poco  lungi  dalla 
via  Appia.  D’altronde  la  statua  antica  che  si  vede  nel  fondo  del 
ninfèo  è indubitamente  di  un  uomo  o di  un  giovane  fiume,  non 
mai  d’ una  ninfa.  Laonde  è forza  credere  che  questo  sia  uno  di 
que’ ninfèi  che  tanto  di  frequente  s’incontrano  nelle  ville  degli 
antichi,  che  solevano  consacrarli  ai  fiumi,  alle  fonti,  alleNaiadi. 
Perciò  crediamo  che  la  statua  del  giovane  fiume  sia  quella  del 
Fonte  del  luogo,  o forse  dell’Almoue,  tìumicello  che  viene  in- 
grossato dalle  acque  di  questa  sorgente. 

L’edifizio  è d’opera  reticolare,  in  mattoni,  e contiene  parecchie 
nicchie  entro  le  quali  furono  già  delle  statue.  J1  pavimento,  in- 
feriore di  due  piedi  al  livello  attuale,  era  incrostato  di  serpenti- 
no; le  mura  erano  ricoperte  di  verde  antico,  e le  nicchie  di  mar- 
mo bianco.  In  fondo  alla  grotta  si  vede  la  statuetta  giacente, 
che,  conforme  si  accennò,  rappresenta  probabilmente  il  fiumi- 
cello  Almone,  e di  sotto  ad  essa  scaturisce  una  sorgiva  d’acqua 
limpidissima  ed  assai  buona.  Lo  stile  della  costruzione  induce  a 
credere  che  questo  edifizio  sia  opera  dell’epoca  di  Vespasiano. 

Nella  stessa  vallata,  a mezzo  miglio  circa  dal  ninfèo,  andan- 
do verso  Roma,  si  trova  il  piccolo 

TEMPIO,  DETTO  DEL  DIO  REDICOLO. 

Dopoché  Annibaie  ebbe  tolto  da  Roma  l’ assedio,  venne  con- 
sacrato un  campo  ed  un  Fanum  al  Genio  del  ritorno,  Deo  Re- 
diculo.  Il  luogo  di  quel  campo  e di  quel  Fanum  è bene  indicato 
da  Plinio  seniore,  che  lo  situa  a due  miglia  da  Roma  sulla  via 
Appia,  fuori  della  porta  Capena,  a destra  di  chi  esce  dalla  città.  In 
conseguenza  di  ciò  il  tempietto  di  cui  si  tratta  tutt’ altro  può  es- 
sere fuorché  il  Fanum  Rediculi.  La  sua  costruzione  in  mattoni 
può  risalire  ài  secolo  di  Nerone,  essendo  simile  a quella  de’ suoi 
acquidotti  prossimi  a porta  Maggiore.  Esso  tempietto  aveva  un 
portico  sorretto  da  quattro  colonne.il  prospetto  era  rivolto  ver- 
so l’Almone  che  gli  scorre  quasi  ai  piedi;  lo  che  induce  a sup- 
porre che  forse  era  esso  dedicato  a quel  fiumicello.  Va  adorno 
di  pilastri  frammezzati  da  piccole  finestre,  di  un  meandro  in  mat- 
toni, e di  due  mezze  colonne  ottagone  poste  da  uno  de’ lati. 

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578 


ITINERARIO 


DELLE  VICINANZE 

DI  ROMA 


_/Vnche  le  vicinanze  di  Roma  sono  molto  interessanti,  si  per  le 
memorie  storiche,  si  per  le  bellezze  della  svariata  natura,  e si 
ancora  per  gli  antichi  monumenti  che  vi  s’incontrano;  perciò 
crediamo  indispensabile  il  darne  un  cenno,  scegliendo  i luoghi 
più  rimarchevoli,  come  sono:  Tivoli,  Palestrina,  Frascati,  Alba- 
no, ecc. 

, STRADA  DA  ROMA  A TIVOLI. 

I,a  via  per  la  quale  in  oggi  si  va  a Tivoli  corrisponde  in  più 
luoghi  all’  antica  via  Tiburtina,  di  cui  s’incontrano  degli  avanzi 
ben  conservati,  come  vedremo  in  seguito. 

Si  esce  da  Roma  per  la  porta  s.  Lorenzo,  della  quale  si  parlò  a 
suo  luogo,  e quasi  un  miglio  più  oltre  si  trova  a destra  la  basi- 
lica di  s.  Lorenzo,  descritta  a pag.  156. 

A circa  quattro  miglia  lungi  da  Roma  si  passa  l’ Anime,  co- 
nosciuto volgarmente  sotto  il  nome  di  Teverone.  La  sua  sorgen- 
te è presso  Felettino,  e divide  la  Sabina  dal  Lazio:  a Tivoli  for- 
ma una  bella  cascata,  di  cui  parleremo  in  appresso,  e poi  va  a 
gettarsi  nel  Tevere  a circa  tre  miglia  lontano  da  Roma,  e poco 
lungi  dal  ponte  Salario. 

Dopo  il  decimo  miglio  da  Roma  si  calca  di  quando  in  quando 
l' antico  lastrico  della  via  Tiburtina.  Questa,  al  pari  di  tutte  le 
altre  strade  antiche,  è formata  di  grosse  pietre  poligone  di  lava 
basaltica  ferrigna,  ed  in  qualche  luogo  conserva  tuttora  i suoi 
marciapiedi. 

Poco  dopo  l’osteria,  detta  delle  Tavernucole,  vedesi  sull’alto 
del  colle,  a sinistra,  un  castello  semidiruto  del  medio  evo,  detto 
Cas teli' Arcione.  Circa  12  miglia  e mezzo  lungi  da  Roma,  a si- 
nistra della  via,  è il  lago,  che  dicesi  de'  Tartari.  Questo  nome 
deriva  dalla  qualità  che  ebbero  le  acque  di  esso  lago,  le  quali 
depositando  sopra  i vegetabili  delle  sostanze  calcaree  li  pietrifi- 
cavano. Vi  si  vedono  infatti  erbe,  canne,  ed  arbusti  ridotti  in 


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Ponte  della  Solfatara.  579 

pietra,  elle  meritano  l’attenzione  de’viaggiatori,  e degli  amatori 
di  storia  naturale. 

Ritornando  sulla  strada  maestra,  conviene  osservare,  cheque- 
vi  presso  l’antica  via  si  divideva  in  due  rami,  uno  de’ quali,  al- 
lontanandosi sempre  sulla  sinistra,  passava  V Amene  al  ponte 
detto  presentemente  dell’ A f aorta,  e andava  a Tivoli:  l’altro,  tra- 
versando l’Aniene  al  ponte  Lucano,  conduceva  alla  villa  d’ Adria- 
no nella  stessa  città;  e questo  è quello  che  presso  a poco  si  se- 
gue in  oggi  per  andare  a Tivoli,  sino  al 

PONTE  DELLA  SOLFATARA. 

Le  acque  che  scorrono  sotto  questo  ponticello  sono  d’un  colore 
azzurrino  e tramandano  un  odore  di  zolfo  molto  spiacevole,  dal 
che  è derivato  il  nome  di  Solfatara.  Queste  acque,  chiamate 
alòulce  da  Strabono,  da  Pausania  e da  Marziale,  provengono  da 
un  lago,  che  dicesi  pure  della  Solfatara,  il  quale  rimane  a me- 
no d’un  miglio,  sulla  sinistra  della  grande  strada.  Siccome  le  ac- 
que di  questo  lago  uscivano  spesso  dal  loro  letto  e si  allargava- 
no nei  campi,  con  danno  dell’aria  e deH’agricoltura;  cosi  il  card. 
Ippolito  d’Este,  governatore  di  Tivoli,  fece  aprire  un  canale  lun- 
go due  miglia,  mediante  il  quale  vanno  esse  a scaricarsi  nell’  A- 
niene,  ossia  Teverone. — Seguendo  la  via  a manca,  lungo  il  sud- 
detto canale,  si  trova,  dopo  circa  un  mezzo  miglio  di  cammino,  il 

LAGO  DELLA  SOLFATARA, 

DETTO  DELLE  ISOLE  NATANTI. 

Al  tempo  del  P.  Kircher  questo  lago  aveva  forse  un  miglio 
di  circonferenza;  ma  questa  venne  molto  a diminuire,  di  guisa 
che  il  suo  maggior  diametro  non  conta  oggi  se  non  che  circa 
200  metri,  ed  il  minore  metri  100,  avendo  una  profondità  mas- 
sima di  58  metri.  Le  oleosità,  e le  materie  bituminose  che  si  for- 
mano di  continuo  nelle  acque  di  questo  lago,  riunendosi  alla  pol- 
vere ed  alle  erbe  trasportatevi  dai  venti,  si  condensano  in  guisa 
da  formare,  mediante  la  forza  dello  zolfo,  sulla  superficie  delle 
acque  diversi  corpi  somiglianti  ad  isolette,  le  quali,  per  la  loro 
leggerezza,  galleggiano  su  quelle  in  balla  dei  venti,  e però  fu 
loro  dato  il  nome  d'isole  natanti. 

Si  pretende  che  in  questo  luogo  fosse  l'oracolo  di  Fauno  con- 
sultato da  Latino,  come  leggiamo  in  Virgilio;  ma  sembra  più 
probabile,  che  l’antro,  il  bosco,  e le  acque  sulfuree,  di  cui  parla 
questo  poeta,  dovessero  rimanere  più  vicino  a Laurentum. 

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580 


Vicinanze  di  Roma. 


Presso  questo  lago  si  vede  qualche  avanzo  delle  terme  edifi- 
cate da  Marco  Agrippa,  e frequentate  pure  dall’imperatore  Au- 
gusto, con  sommo  giovamento  della  sua  salute.  Ivi  furono  tro- 
vate parecchie  colonne  di  pregiati  marmi,  ed  alcuni  pezzi  di  un 
condotto  di  piombo  che  vi  portava  le  acque  del  lago. 

Le  acque  di  cui  si  tratta  sono  tuttavia  in  gran  pregio , impe- 
rocché si  vennero  sperimentando  efficacissime  alla  guarigione  di 
non  poche  malattie,  in  ispecie  cutanee.  In  ogni  anno,  durante  la 
stagione  estiva,  quivi  accorre  grande  numero  di  persone,  anche 
da  lontani  paesi,  per  bagnarsi  in  questo  acque,  che  riescono  pure 
efficaci  bevendone.  È cosa  dispiacente  peraltro  che,  fino  adora, 
non  sia  stato  eretto  nel  luogo  un  conveniente  fabbricato  ad  uso 
comodo  dei  bagnanti.  — Vicino  a questo  lago  ve  ne  sono  altri 
due  più  piccoli,  uno  chiamato  delle  Colonnelle,  l’altro  di  s.  Oto- 
vanni,  i quali  comunicano  con  quello  della  Solfatara. 

A poca  distanza  dal  ponte  della  Solfatara  ; a sinistra  della  stra- 
da, si  vedono  gli  avanzi  di  un  sepolcro  che  appellasi  di  M.  Plau- 
zio  Lucano;  e da  questo  personaggio  tolse  il  nome  il  ponte  Lu- 
cano sull’ Amene,  che  si  passa  dopo  altre  due  miglia  circa  di 
cammino.  Questo  ponte  è uno  di  quei  luoghi  più  pittoreschi  che 
presenti  la  natura,  ed  il  celebre  Pussino  ce  ne  ha  lasciata  una 
stupenda  veduta,  che  esiste  nella  galleria  Doria.  Fu  esso  ristau- 
rato  come  gli  altri,  dopo  la  partenza  di  Totila,  da  N arse  te  e da 
Niccolò  V . — Presso  questo  ponte  è il 

SEPOLCRO  DELLA  FAMIGLIA  PLAUZIA. 

Questo  magnifico  monumento  sepolcrale  venne  eretto  dalla  fa- 
miglia Plauzia,  che  fu  uria  delle  più  illustri  ai  tempi  della  repub- 
blica romana  e degl’  imperatori.  Esso  è costruito  in  travertini  e 
foggiato  a guisa  di  torre  rotonda , avendo  qualche  somiglianza 
col  sepolcro  di  Cecilia  Metella.  Alcun  tempo  dopo  la  costruzione 
del  corpo  rotondo  di  questo  sepolcro , vi  fu  fabbricata  all’  intor- 
no una  specie  di  riquadratura,  la  cui  parte  rispondente  sulla  stra- 
da si  conserva  tuttavia,  e fa  intravedere  che  siffatta  costruzione 
era  stata  decorata  con  mezze  colonne , fra  le  quali  erano  state 
collocate  delle  iscrizioni  alla  memoria  di  quelli  che  successiva- 
mente vennero  sepolti  in  esso  monumento.  Due  di  queste  iscri- 
zioni si  conservano  ancora  integre,  una,  cioè , di  Marco  Plauzio 
Silvano,  console  e settemviro  degli  Epuloni , resosi  celebre  per 
le  sue  imprese  neH'Illiria;  l’altra  di  T.  Plauzio  Silvano,  il  quale, 
fra  gli  altri  onori,  ebbe  quello  di  accompagnare  l’imperatore 


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Villa  Adriana. 


581 


Claudio  nella  guerra  britannica.  Le  costruzioni  che  si  scorgono 
in  cima  a questo  monumento  furono  fatte  eseguire  da  Paolo  II, 
e provano  che  l’edifizio  servì  di  fortezza  ai  tempi  delle  guerre 
civili  dei  secoli  barbari.  — Due  miglia  dopo  questo  sepolcro,  si 
giunge  alla 

VILLA  ADRIANA. 

L’imperatore  Adriano,  dopo  aver  percorso  le  provincie  del  suo 
impero , volle  riunire  in  questa  villa  tuttociò  che  lo  avea  mag- 
giormente colpito  ne’ suoi  viaggi  di  Grecia  e di  Egitto.  "Vi  edi- 
ficò adunque  il  Licèo,  X Accademia,  il  Pritanèo,  ed  il  Peci  le,  si- 
mili a quelli , che  avea  veduto  in  Atene  : vi  formò  la  valle  di 
Tempe  ad  imitazione  di  quella  della  Tessaglia  ; vi  costrusse  il 
Canopo  come  quello  presso  Alessandria;  e,  non  contento  di  ciò, 
volle  ancora  rappresentarvi  il  Tartaro  e i Campi  Elisi  della  vita 
futura.  In  questa  stessa  villa,  fu  attaccato  dall’ ultima  sua  ma- 
lattia, della  quale  morì  a Baja. 

Quale  fosse  il  destino  di  questa  villa  dopo  la  morte  sua,  è 
ignoto.  Si  pretende  che  Caracalla  la  spogliasse  delle  più  pregia- 
te statue  per  adornarne  le  sue  terme  a Roma;  ma  non  v’  ha  auto- 
rità sulla  quale  si  possa  appoggiare  questa  congettura , ed  anzi 
qualche  monumento  posteriore  a quell’  epoca,  scoperto  in  essa, 
proverebbe  il  contrario.  Sembra  assai  probabile  che  questa  stu- 
penda villa  soffrisse  molto  , durante  il  tempo  in  cui  Totila  tenne 
assediata  Tivoli. 

In  seguito  la  villa  Adriana , rimasta  abbandonata , andò  sog- 
getta ne’  tempi  della  barbarie  ad  ogni  sorta  di  devastazione  ; tut- 
tavia negli  scavi  che  si  sono  fatti  in  diverse  epoche  in  questo  luo- 
go, sempre  vi  furono  trovati  residui  classici  di  oggetti  d’arte , i 
quali  formano  X ornamento  principale  dei  musei  e delle  gallerie 
di  Roma. 

In  questa  villa,  che  aveva  sette  miglia  di  giro,  e nella  quale  si 
trovavano  gli  edifizi  già  sopra  ricordati,  ora  non  si  scorge  che 
un  prodigioso  ammasso  di  rovine , le  quali  presentano  da  ogni 
parte  punti  di  vista  assai  pittoreschi.  — Eccoci  a descriverne  gli 
avanzi  principali,  incominciando  dal 

teatro  greco.  — Dalla  sua  forma  si  conosce  essere  stato  edifi- 
cato ad  imitazione  de’ teatri  della  Grecia.  Esso  è uno  dei  tre  teatri 
che  decoravano  questa  villa,  ed  il  meglio  conservato.  Tuttora  vi 
si  riconoscono  gl’  indizi  delle  gradinate  per  gli  spettatori,  ed  una 
parte  della  scena.  Annesso  al  teatro,  verso  l’occidente,  riman- 
gono le  tracce  di  un  gran  cortile  quadrato,  il  quale  era  circon- 


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582 


Vicinanze  di  Roma. 


dato  da  un  portico  : si  pretende  che  servisse  d’ ippodromo  ; ma 
pare  che  fosse  piuttosto  uno  di  quei  portici  che  si  fabbricavano 
presso  i teatri,  per  comodo  degli  spettatori  in  caso  di  pioggia. 

Costeggiando  il  teatro  dal  lato  della  scena,  si  giunge  vicino 
ad  una  casa  rustica  moderna  costruita  sulle  antiche  sostruzioni , 
appartenenti  ad  un  Ninfèo.  Quivi  presso  si  trova  un  andito  nella 
cui  volta  rimane  ancora  qualche  traccia  degli  stucchi  e delle  pit- 
ture che  rabbellivano.  — Dalla  casa  moderna  si  va  direttamente 
alle  rovine  che  chiamansi  il  • 

pecìle.  — Leggiamo  in  Pausania  che  il  Pecìle  d’ Atene  era 
un  portico  decorato  di  pitture  relative  alle  imprese  segnalate  de- 
gli Ateniesi.  Ad  imitazione  adunque  di  quello,  Adriano  fece  edi- 
ficare un  portico  nella  sua  villa,  e lo  chiamò  pure  Pecìle.  Questo 
portico  era  quadrilungo  con  un  gran  cortile  nel  centro.  Si  vede 
ancora  intiero  un  muro  di  opera  reticolata  e laterizia , il  quale 
era  fra  una  doppia  fila  di  pilastri  ; e questo  muro  era  probabil- 
mente decorato  di  pitture  come  il  Pecìle  d’Atene. 

Seguendo  il  muro  verso  il  sud , dal  Pecìle , si  perviene  ad 
un’  essedra  decorata  di  nicchie,  la  quale  forse  serviva  per  luogo 
di  riposo  ; quest’  essedra  viene  erroneamente  chiamata  Tempio 
degli  Stoici:  Pirro  Ligorio  afferma  che  questa  fabbrica  era  incro- 
stata di  porfido. 

Poeo  dopo  si  trova  un  edifizio  rotondo,  con  altre  costruzioni  nel 
centro  ; il  pavimento  era  abbellito  con  un  musaico  rappresen- 
tante de’  mostri  marini , e per  questa  ragione  ebbe  il  nome  di 
Teatro  Marittimo.  Anche  questa  è una  falsa  denominazione, 
poiché  non  ha  la  forma  nè  di  teatro,  nè  di  naumachia,  nè  di  al- 
cun altro  edifizio  ad  uso  di  spettacoli  ; ma  sembra  piuttosto  aver 
servito  di  natatorio. 

A sinistra  di  questa  fabbrica  si  veggono  le  rovine  alle  quali  si 
dà  il  nome  assai  verosimile  di  biblioteca. 

Tornando  all’ essedra , che  appellasi  Tempio  degli  Stoici,  si 
trovano  a sinistra  delle  grandi  nicchie , le  quali , male  a propo- 
sito, si  appellano  il  tempio  di  Diana  e di  Venere.  — Di  là  si  per- 
viene al 

palazzo  imperiale.  — Queste  rovine,  a causa  della  loro  si- 
tuazione più  elevata,  hanno  ricevuto  il  nome  di  palazzo  imperia- 
le. Esse  appartengono  ad  un  grandioso  edifizio  a due  piani  ; nel 
piano  inferiore  vedonsi  ancora  le  tracce  delle  pitture  che  lo  ador- 
navano: nel  piano  superiore  v’è  un  gran  portico  quadrangolare 
con  una  porta  che  rimane  in  un  angolo.  Alcune  altre  rovine  che 
si  scorgono  al  di  là  delle  suddette , hanno  la  denominazione  di 


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Villa  Adrian  a. 


583 

palazzo  della  famìglia  imperiale , ma  senza  avere  ragione  al- 
cuna per  determinarlo.  — Tornando  al  Pecìle,  e traversandone 
il  cortile , si  giunge  alle 

caserme  delle  guardie.  — Il  grande  numero  delle  camere 
che  qui  vedesi  a due  e a tre  piani,  le  ha  fatte  denominare  le  Cento 
eamerelle.  Al  di  fuori  eranvi  due  gallerie  sostenute  da  pilastri  e 
da  colonne.  Nell’ interno  ogni  camera  era  separata  dall’  altra,  e 
non  vi  si  poteva  entrare,  che  dalla  porta  corrispondente  nei  cor- 
ridoi. La  comunicazione  interna  fra  una  camera  e l’altra,  che 
oggi  vi  si  vede , fu  aperta  nei  tempi  moderni. 

Da  queste  caserme,  dirigendosi  a destra,  si  passa  alle  terme. 
La  distinzione  che  ne  è stata  fatta  in  terme  per  gli  uomini,  ed  in 
terme  per  le  donne,  può  avere  esistito,  ma  non  v’  è alcuna  ragio- 
ne per  determinare  qual  parte  fosse  serbata  piuttosto  agli  uni 
che  alle  altre.  — Quindi  si  giunge  al 

canopo.  — Quest’ edifìzio  trae  il  suo  nome  dalla  città  di  Ca- 
nopo, situata  alla  distanza  di  15  miglia  da  Alessandria  in  Egit- 
to. Adriano  aveva  fatto  innalzare  in  quest’  edilìzio  un  tempio  a 
Serapide,  imitando  quello  che  esisteva  nella  città  di  Canopo.  II 
tempio  sorgeva  in  fondo  ad  un’  ampia  ed  estesa  laguna  ripiena 
d’acqua  e fiancheggiata  da  pòrtici  con  botteghe;  e per  questa 
laguna , formata  a guisa  di  canale,  si  andava  al  tempio  per  mez- 
zo di  barche  splendidamente  adorne.  Fra  le  rovine  di  questo  gi- 
gantesco edifìzio,  sono  tuttora  riconoscibili  le  camere  de’  sacer- 
doti ed  un  corridoio.  In  quanto  poi  alla  denominazione  dell’ edi- 
lìzio stesso , venne  bastantemente  autenticata  dall’  esservi  state 
scoperte  alquante  statue  egizie,  o appartenenti  a quel  culto,  le 
quali  ora  si  veggono  nel  museo  egizio  al  Vaticano. 

A destra  del  Canopo,  sono  gli  avanzi  dell  'Accademia,  e di  un 
altro  teatro.  Vedonsi  ancora  quattro  grandi  corridoi  sotterranei 
scavati  nel  sasso,  che  formano  un  rettangolo,  e credesi  che  ap- 
partenessero agl  'Inferi.  In  queste  vicinanze  erano  pure  i Campi 
Elisi  : e continuando  il  cammino  si  scende  nella  valle  di  Tem- 
pe.  — Ritornando  alla  casa  moderna,  che  si  trova  fra  il  Pecìle 
ed  il  teatro  greco , e di  quivi  riponendosi  sulla  via  principale , 
dopo  circa  due  miglia  si  giunge  alla 

CITTA’  DI  TIVOLI. 

Questa  città  fu  edificata  verso  l’ anno  462,  avanti  la  fondazio- 
ne di  Roma,  da  Tibure,  Corace,  e Catillo,  argiyi,  dopo  averne 
scacciato  i Siculi,  che  erano  padroni  del  paese.  Dal  primo  dei 


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Vicinanze  di  Roma. 


sovracitati  tre  fratelli  ebbe  il  nome  di  Tiòur,  da  cui  si  formò, 
per  corruzione,  l’attuale  denominazione  di  Tivoli:  è probabile 
anche,  che  nella  lingua  originaria  questa  parola  si  scrivesse  77- 
vol,  e che  il  nome  moderno  non  sia  che  una  continuazione  della 
primitiva  forma,  alterata  in  seguito  dagli  scrittori  latini  in  77- 
bur.  Nei  primi  secoli  della  repubblica  romana,  fu  Tibur  amica 
talvolta,  talvolta  alleata,  e qualche  volta  eziandio  nemica  ai  Ro- 
mani. Tuttavia,  sotto  di  questi,  rimase  sempre  una  città  muni- 
cipale. 

Coloro  che  da  Roma  si  recano  a Tivoli,  vi  entrano  d’ordinario 
per  la  porta  Santa  Croce,  di  dove  si  gode  d’ un  superbo  panora- 
ma della  campagna  romana.  Questa  porta  rimane  presso  il  luo- 
go ove  fu  la  villa  di  Sallustio. — L’antico  edifizio  che  merita 
specialmente  di  essere  veduto  in  questa  città,  è il 

TEMPIO  DI  VESTA. 

Dalla  bella  architettura  di  quest’  edifizio  si  riconosce  essere 
un’opera  de’ tempi  in  cui  fiorivano  le  arti.  Plutarco  dice  che 
Numa  Pompilio  fece  dare  la  figura  rotonda  al  tempio,  che  eres- 
se a Vesta,  per  rappresentare  l’universo;  e per  questa  ragione 
eredesi  comunemente  che  il  tempio  di  cui  parliamo  fosse  dedi- 
cato a quella  dea. 

Questo  superbo  tempio  è di  figura  circolare,  ed  il  suo  diame- 
tro ascende  a 7 metri  e 10  centimetri.  Esso  era  circondato  da  18 
colonne,  ma  ora  ve  ne  restano  soltanto  10,  che  sono  in  traver- 
tino, rivestite  di  stucco,  d’ ordino  corintio  scanalate,  ed  hanno 
quasi  6 metri  di  altezza,  non  compreso  il  capitello,  eh’ è a foglie 
di  acanto,  e sostengono  il  loro  cornicione  ornato  con  festoni  e bu- 
cranii:  esse  colonne  formano  un  graziosissimo  portico,  il  quale 
rende  vieppiù  elegante  e bello  quest’ edifizio.  La  cella  è costruita 
con  piccoli  poligoni  di  tufa,  e di  travertino,  ed  ha  due  finestre 
come  il  tempio  di  Vesta  a Roma.  Ma  ciò  che  contribuisce  assai 
alla  bellezza  ed  all’ effetto  pittoresco  di  questo  tempio,  è il  luogo 
ove  è situato,  rimanendo  sulla  sommità  di  una  rdbeia,  incontro 
alla  gran  cascata  dell’  Aniene,  ed  innanzi  ad  una  spaziosissima 
vallata. 

L’inondazione  del  1827  avendo  fatto  crollare  la  cateratta  che 
riteneva  il  fiume,  ne  fu  tosto  costruita  una  più  elevata  di  quella 
che  esiste  al  presente;  ma  vedendo  che  le  acque  corrodevano 
sempre  la  roccia  sulla  quale  è il  tempio  di  Vesta,  si  decise  di 
aprire  un  nuovo  emissario  allo  acque  di  questo  fiume,  mediante 


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Tempio  della  Sibilla  Tiburtina. 

«ri  canale  coperto  tagliato  nel  vivo  del  monte  Catillo,  che  ri- 
mane incontro:  e per  questo  canale  appunto  le  acque  si  precipi- 
tano nella  valle,  presentando  una  magnifica  cascata. 

A sinistra  di  questo  grazioso  tempio,  rimane  quello  che  co- 
munemente credesi  della  Sibilla  Tiburtina.  Esso  è in  travertino, 
e di  forma  quadrilunga,  e la  sua  fronte  va  adorna  di  4 colonne 
d’  ordine  ionico.  Questo  tempio  è stato  trasformato  in  chiesa, 
dedicandola  a s.  Giorgio.  Dal  tempio  medesimo  si  scendeva  nella 
grottadiNettuno,  la  quale  crollò  nel  1834,  ma  vi  resta  a vedere  la 

GROTTA  DELLE  SIRENE. 

Cosi  viene  chiamata  la  voragine  che  inghiotte  una  parte  delle 
acque  dell’  Aniene;  rigettandole  nella  valle,  ove  precipitano  gor- 
gogliando a traverso  le  rocce.  Questa  grotta  non  è meno  curiosa 
e pittoresca  di  quella  di  Nettuno,  già  crollata,  tanto  per  la  va- 
rietà degli  accidenti  che  producono  le  acque,  quanto  per  la 
quantità  delle  rocce  di  cui  componesi:  un  si  fatto  contrasto  di 
orribile  e di  bello,  ed  il  pericolo  che  si  correva  per  giungere  in 
questa  grotta,  furono  causa  del  nome  che  porta.  — Risalendo 
dalla  grotta  delle  Sirene,  ed  incamminandosi  a destra,  si  vanno 
a vedere  le 

CASCATELLE  DI  TIVOLI. 

Le  acque  dell’ Aniene,  dopo  aver  servito  alle  fabbriche  ove  si 
lavora  il  rame,  il  ferro,  ecc.  vanno  a formare  queste  cascatelle. 
le  quali  non  sono  nè  meno  interessanti,  nè  meno  pittoresche 
della  cascata  grande. 

La  prima  di  esse,  che  è la  maggiore,  è formata  da  due  ca- 
scatelle: l’altra  ne  ha  tre  che  sboccano  dalla  villa  di  Mecenate, 
e cadono  da  circa  45  metri  di  altezza.  La  vista  di  tali  cascate, 
somiglianti  a masse  di  argento,  riesce  ammirabile,  nè  si  potreb- 
be trovare  cosa  più  sorprendente,  nè  più  maravigliosa  di  queste 
acque  fra  scogli  coperti  di  musco,  e nè  di  più  ameno  delle  cam- 
pagne il  cui  verdeggiare  è così  variato,  come  lo  è appunto  il 
luogo,  mercè  degli  effetti  piacevoli  prodotti  dagli  alberi  dei 
quali  è cosparso. 

Facendo  il  giro  dello  cascatelle,  viene  indicata  a destra  la  si- 
tuazione della  villa  di  Catullo,  la  quale  però  rimaneva  alquanto 
più  vicino  a Roma.  In  seguito  si  trova  la  chiesa  di  s.  Antonio, 
ove  osservanti  le  rovine  di  una  villa,  che  si  suol  denominare  la 
casa  di  Orazio.  A un  mezzo  miglio  luDgi  dalla  chiesa  di  s.  An- 

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Vicinanze  di  Roma. 


tonio,  si  trova  quella  dedicata  alla  Madonna  di  Quintiliolo.  Es- 
sa è costruita  nel  sito  ov’era  la  villa  di  Quintilio  Varo,  della 
quale  si  vedono  tuttora  gli  avanzi.  Le  statue,  le  colonne,  i 
musaici,  e le  altre  ricchezze  trovate  in  queste  rovine,  provano 
che  questa  villa  non  era  meno  magnifica  di  quella  di  Mecenate. 

Mezzo  miglio  al  di  là  si  trova  un  antico  ponte  ben  conservato, 
sotto  cui  passa  un  ruscello  che  appellasi  V Aquoria  (acqua 
d' oro)  e dopo  si  traversa  di  nuovo  l’ Aniene,  sopra  un  ponte  di 
legno.  La  via  che  si  prende  in  seguito  per  tornare  a Tivoli,  è 
l’ antica  strada  Tiburtina,  della  quale  si  osservano  tuttora  de- 
gli avanzi  ; e dopo  di  aver  camminato  su  di  essa  per  circa  un 
mezzo  miglio,  si  trovano  le  rovine  di  un  vastissimo  edifizio,  che 
chiamasi  la 

VILLA  DI  MECENATE. 

Questa  villa , come  apparisce  dalle  sue  rovine,  era  vastissima 
ed  assai  magnifica.  La  via  Tiburtina  la  tagliava  in  due,  e per 
mantenere  la  comunicazione  fra  ambe  le  parti,  senza  interrom- 
pere la  strada,  bisognò  costruire  un’immensa  volta  sulla  via  mede- 
sima. Una  grande  parte  di  questa  specie  di  corridoio  esiste  an- 
cora; esso  riceve  il  lume  dall’alto,  e la  gran  volta  è veramente 
sorprendente.  I muri  di  questa  fabbrica  sono  di  opera  incerta, 
come  nel  rimanente  degli  edifizi  della  villa  medesima. 

In  essa  si  riconosce  ancora  un  grande  cortile  quadrato,  che 
era  circondato  da  arcate  con  mezze  colonne  doriche:  le  arcate 
mettono  in  un  portico,  ove,  in  una  delle  sue  estremità,  una  pic- 
cola cascata  di  acqua  forma  un  fondo  assai  pittoresco.  Dietro 
questo  portico  sonovi  delle  camere,  dopo  le  quali  se  ne  vede  un 
second’ ordine  che  guarda  la  valle  dell’  Aniene.  Le  camere  ed  i 
portici  di  cui  si  è fatta  menzione,  &>no  costruiti  al  di  sopra  di 
una  vastissima  sala  sotterranea,  che  comunemente  appellasi  le 
scuderie  di  Mecenate,  e credesi  che  fosse  un  serbatoio  d’acqua. 
In  un  lato  di  questa  sala  fu  scavato  un  canale,  pel  quale  scorre 
un  rapido  torrente,  che,  passando  per  un’arcata,  va  a cadere  al 
basso  della  montagna:  questa  caduta  forma  uno  dei  bellissimi 
fiocchi  di  acqua  di  cui  si  gode  dalla  parte  delle  cascatelle.  Dal 
terrazzo  di  quest’  edifizio  si  offre  agli  sguardi  una  veduta  molto 
estesa  sulla  campagna  romana. 

In  una  vigna  poco  distante  da  queste  belle  rovine,  vedesi  un 
edifizio  rotondo,  ben  conservato,  il  quale  rassomiglia  un  poco  al 
preteso  tempio  di  Minerva  Medica  a Roma.  Esso  è un  edifizio 
del  V o VI  secolo,  e l’hanno  voluto  chiamare  il  tempio  della 


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Villa  d'Este. 

Tosse.  È probabilissimo  che  questa  fabbrica  sia  stata  sempre 
una  chiesa  cristiana:  ma  è fuori  di  dubbio  che  tale  fosse  nel  me- 
dio evo.  — Rientrando  in  Tivoli  per  la  porta  Romana  si  trova  la 

VILLA  D ESTE. 

Il  cardinale  Ippolito  d’ Este,  figlio  di  Alfonso  duca  di  Ferra- 
ra, fece  costruire  questa  magnifica  villa  nel  1549.  Essa  era  una 
delle  ville  più  sontuose  dell’Italia;  ma  ora  è ridotta  in  pessi- 
mo stato.  Si  vuole  che  V Ariosto  vi  componesse  una  parte  del 
suo  poema  ; ma  ciò  non  può  sussistere , poiché  la  costruzione 
della  villa  stessa  è posteriore  alla  morte  del  celebre  poeta.  Il  pa- 
lazzo va  adorno  di  affreschi  di  Federico  Zuccari,  di  Muziano,  ecc.: 
sono  relativi  alla  storia  di  Tivoli,  ed  hanno  molto  sofferto. 

Diecèmiglia  sopra  a Tivoli,  sulla  via  Valeria  trovasi  Vicovaro, 
già  Varia,  ove  si  osservano  gli  avanzi  di  un  antico  ponte,  sul 
quale  passava  l’acqua  Claudia,  e vi  si  scorgono  pure  le  rovine 
delle  mura  dell’  antica  città,  costruite  in  grossi  blocchi  di  pietra 
del  paese.  Presso  la  chiesa  principale  è una  cappella  ottagona, 
isolata,  la  quale  fu  eretta  verso  la  metà  del  secolo  XV  dagli  Or- 
sini, conti  di  Tagliacozzo.  Il  V asari  dice  che  questo  piccolo  tem- 
pio fu  costruito  da  un  allievo  del  celebre  Brunelleschi,  di  nome 
Simone,  il  quale  morì  in  Vicovaro.  Di  là,  dopo  cinque  miglia  di 
cammino,  si  giunge  a Licenza,  villaggio  che  anticamente  chia- 
mavasi  Digentia.  Nei  dintorni  di  esso  villaggio  era  la  celebre 
villa  di  Orazio. — A 12  miglia  lungi  da  Tivoli,  ed  a 24  da  Roma, 
è la 

• CITTA’  DI  PALESTRITA. 

Essa  è l’ antica  Premeste,  città  assai  celebre  nella  storia  ro- 
mana, e la  cui  origine  è anteriore  alla  guerra  di  Troia.  Secondo 
Virgilio,  fu  fabbricata  da  Ceculo,  figlio  di  Vulcano^  altri  però 
pretendono  che  sia  stata  fondata  da  I’reneste,  figlio  di  Latino 
re  degli  Aborigeni.  La  situazione  elevata,  e l’aria  pura  vi  atti- 
ravano spesso  gl'imperatori  romani,  ed  altri  personaggi.  Ma  ciò 
che  la  rendeva  celebratissima  era  il  famoso  tempio  della  Fortuna, 
che  fu  ristaurato  ed  ingrandito  da  Siila:  il  medesimo  era  tanto 
vasto  che  occupava  quasi  tutta  l’estensione  della  città  attuale. 
Nel  principio  del  XV  secolo,  questa  città  rimase  affatto  distrutta, 
ed  in  seguito  fu  rifabbricata  sulle  rovine  dell’ accennato  tempio, 
di  cui  si  vedono  ancora  degli  avanzi,  costruiti  con  pietra  locale. 
Eravi  un  pavimento  di  musaico,  una  parte  del  quale  si  conserva 


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588 


Vicinanze  di  Roma. 


nel  palazzo  Barberini,  esistente  nella  città  medesima.  In  questo 
celebre  musaico  veggonsi  differenti  animali,  molte  piante,  una 
tenda  con  dei  soldati,  delle  figure  egizie  che  suonano  degli  stru- 
menti musicali,  delle  figure  occupate  a’ lavori  della  campagna, 
ed  altri  oggetti.  Molti  antiquarii  hanno  dato  diverse  spiegazioni 
di  questo  musaico;  e la  più  probabile  è quella  che  vi  riconosce 
le  feste  che  si  celebravano  in  Egitto  sotto  i re  greci  per  l’ inon- 
dazione del  Nilo,  e gli  usi  che  accompagnavano  questo  avveni- 
mento. 

Otto  miglia  lungi  da  Palestrina,  incontrasi  un  piccolo  villag- 
gio, chiamato  la  Colonna,  presso  cui  trovasi  la  sorgente  dell’ac- 
qua Felice.  A piè  di  esso  villaggio  è un  laghetto,  che  senza  al- 
cun fondamento  credesi  l’ antico  lago  Regillo,  presso  il  quale 
ebbe  luogo  la  famosa  battaglia  fra  i Romani  ed  i Latini,  a causa 
della  quale  i Tarquinii  perderono  og-ni  speranza  d’ esser  «Ristabi- 
liti. A qualche  miglio  in  distanza,  verso  Roma,  nella  tenuta  di 
Pantano,  si  vede  il  lago  del  Castiglione,  già  Calino,  presso  cui 
era  l’antica  città  di  Gabii.  Questa  città  fu  scoperta  nell’ultimo 
secolo,  ed  in  quell’occasione,  nel  1792,  vi  furono  trovati  molti 
monumenti  di  antica  scultura , coi  quali , da  principio , ven- 
ne arricchito  il  museo  della  villa  Borghese  in  Roma,  e poi  nel 
1808  furono  trasportati  a Parigi,  ove  tuttora  si  ammirano.  Ve- 
desi  ancora  la  cella  del  tempio  di  Giunone,  menzionato  da  Vir- 
gilio, ed  alcuni  avanzi  delle  mura  della  cittadella,  in  blocchi  qua- 
drati di  pietra  vulcanica  locale,  simile  al  peperino,  che  i Romani 
chiamavano  pietra  gabina,  e della  quale  facevano  grande  uso. 

A 6 miglia  dalla  Colonna,  e a 12  da  Roma,  è la 

CITTA’  DI  FRASCATI. 

Essa  è stata  sostituita  all’  antica  città,  chiamata  in  latino  Tu- 
sculum, che  sorgeva  sulla  sommità  della  collina.  Dicesi  che  Te- 
legone,  figlio  di  Ulisse,  ne  fosse  il  fondatore;  ma  ciò  non  si  ac- 
corda coll’origine  del  suo  nome  di  Tusculum.  La  medesima  fu 
la  patria  di  Catone  il  censore,  bisavolo  di  Catone  d’Utica  e sti- 
pite della  casa  Porcia.  Questo  illustre  romano  si  distinse  per  co- 
raggio, per  sapere,  e per  il  disprezzo  delle  ricchezze  e de’ pia- 
ceri. Cicerone  pure  illustrò  Tusculum  a causa  della  villa  che  vi 
ebbe,  e diede  il  nome  di  Tusculane  alle  dissertazioni  filosofiche 
che  vi  compose. 

Anche  dopo  la  caduta  dell’  impero  romano  questa  città  con- 
tinuò ad  essere  ragguardevole;  ma  nel  1191,  i Romani  l’ attac- 


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Città  di  Frascati. 


589 


earono  e la  distrussero  totalmente.  Allora  fu  che  gli  abitanti  di 
Tusculum  vennero  a stabilirsi  sul  pendio  della  collina,  e si  pre- 
tende che,  per  ripararsi  dalle  ingiurie  del  tempo,  vi  costruissero 
delle  capanne  coperte  di  frasche,  e che  per  ciò  la  novella  città 
appellossi  Frascati;  ma  da  parecchi  documenti  del  IX  secolo  si 
rileva  che  a que’ tempi  chiamavasi  Frascata  il  luogo  appunto 
in  cui  fu  fondata  la  nuova  città. 

Entrando  in  Frascati  dalla  porta  principale,  si  trova  subito 
una  bella  piazza  sulla  quale  osservasi  la  grande  chiesa  cattedra- 
le, dedicata  a s. Pietro,  ed  una  fontana  a tre  gitti  d’acqua. 

Frale  ville  propinque  alla  città,  la  più  magnifica  è l’Aldo- 
brandini',  chiamata  di  Belvedere,  a motivo  della  sua  deliziosa 
situazione,  e rimane  al  di  sopra  di  Frascati.  Essa  appartiene  alla 
/iasa  Borghese,  o venne  fondata  sotto  Clemente  Vili,  dal  card. 
Aldobrandini,  suo  nipote,  colla  direzione  di  Giacomo DellaPorta. 
La  disposizione  generale  di  questa  villa  è assai  bella:  vi  si  tro- 
vano spaziosi  ed  ameni  viali,  graziosi  giardini,  stupende  fonti, 
statue,  dilettevoli  giuochi' d’acqua,  e belli  punti  di  vista.  Il  ca- 
sino è rimarchevole  per  la  ricchezza  de’  marmi  rari,  e per  le  belle 
pitture  del  cav.  d’Arpino.  È anche  ragguardevole  una  sala  ter- 
rena, detta  di  Apollo,  poiché  vi  si  osserva  un  gruppo  in  rilievo 
rappresentante  il  monte  Parnaso,  Apollo  colle  Muse  ed  il  cavallo 
Pegasèo:  le  dette  figure  suonavano,  altre  volte,  i loro  istromenti 
mediante  un  meccanismo  idraulico.  Questa  sala  andava  adorna 
di  alquanti  paesi  dipinti  a fresco  da  Domeuichino,  i quali  ven- 
nero segati  dai  muri,  e trasportati  in  Roma. 

Ascendendo  verso  la  cima  del  monte,  dov’era  l’antico  Tusco- 
lo,  dopo  la  chiesa  de’cappuccini,si  trova  la  Bujinella,  villa  assai 
deliziosa  tanto  per  la  sua  situazione,  quanto  per  gli  ornamenti  di 
cui  è abbellita.  Cicerone  aveva  su  questo  monte  la  sua  villa,  i cui 
avanzi  si  appellano  le  Grotte  di  Cicerone.  In  una  posizione  ele- 
vatissima, fra  le  rovine  di  Tuscolo,  si  vedono  quelle  di  un  teatro, 
de’bagni  e di  un  acquidotto  nel  sito  appunto  ove  l’acqua  usciva 
dalle  mura  della  città.  Molte  statue,  busti  ed  altri  marmi  di  me- 
rito, che  sono  stati  trovati  negli  scavi  fatti  in  questi  luoghi,  ne 
danno  a conoscere  la  magnificenza  di  quest’antica  città. 

La  villa  Mondragone,  che  appartiene  pure  alla  casa  Borghese, 
è rimarchevole  per  i viali,  i giardini,  e le  fontane;  il  casino  poi, 
costruito  con  disegno  di  Flaminio  Ponzio,  è magnificentissimo. 
In  una  estremità  di  una  spaziosa  area  vedesi  un  bel  portico,  ar- 
chitettato dal  Mignola,  ed  è composto  di  cinque  arcate  decorate 
con  colonne  e pilastri  ionici.  All’altra  estremità  avvi  un  gran 


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Vicinanze  di  Roma. 


590 

fondo  architettonico,  decorato  con  colonne  e nicchie. — Dalla 
villa  Mondragone  si  passa,  senza  interruzione,  alla  villa  Taver- 
na, fondata  dal  card.  Scipione  Borghese,  il  quale  nulla  rispar- 
miò per  renderla  aggradevole  e magnifica. 

Uscendo  da  Frascati  si  trova  subito  la  villa  Conti,  e questa 
pure  è assai  bella  e deliziosa;  oggi  appartiene  al  duca  Giulio 
Torlonia.  Segue  la  villa  già  Bracciano  o Odescalebi,  nel  casino 
della  quale  veggonsi  dei  dipinti  del  Pannini  e degli  scolari  di 
Domenichino. — A due  miglia  da  Frascati,  trovasi  la  celebre  ab- 
1 tacila  di 

GROTTA  FERRATA. 

In  questo  piccolo  villaggio  v’è  una  chiesa  dedicata  alla  Ma- 
donna, la  quale  è in  cura  de’monaci  greci  dell’ordine  di  s.  Basi- 
lio. Allorché  questa  chiesa  fu  ristaurata  dal  card.  Farnese,  che 
erane  abbate  commendatario,  egli  fece  dipingere  a fresco  la  con- 
tigua cappella  dal  celebre  Domenichino,  il  quale  vi  rappresentò 
alquanti  fatti  della  vita  di  s.  Bartolonrtneo  e di  s.  Nilo,  che,  verso 
l’anno  1000,  vennero  a stabilirsi  in  questo  luogo,  per  isfuggire 
gli  Arabi  che  desolavano  la  Calabria. 

Il  quadro  più  rimarchevole  di  questa  cappella,  è quello  espri- 
mente un  esorcismo;  vi  si  vede  un  fanciullo  in  convulsioni  che 
viene  guarito  dal  santo,  mettendogli  in  bocca  una  goccia  d'olio 
della  lampada  che  sta  innanzi  ad  un  piccolo  quadro  coll'imma- 
gine della  Madonna:  il  disegno,  la  composizione  e l’espressione 
delle  figure,  rendono  ammirabile  quest’opera  di  Domenichino. 
L’altro  dipinto,  ch’è  assai  pregevole  per  la  bellezza  de 'dettagli, 
rappresenta  l’imperatore  Ottone  III,  che  portasi  a trovare  s.  Ni- 
lo, il  quale  lo  riceve  colla  croce,  alla  testa  della  sua  comunità. 
La  lunetta  sull’altare  fu  pure  dipinta  a fresco  da  Domenichino; 
ed  il  quadro  dello  stesso  altare  venno  condotto  ad  olio  dal  mae- 
stro di  lui,  Annibaie  Caracci. 

In  fondo  al  vallone  adiacente  a questo  villaggio,  serpeggia 
un  ruscello  che  chiamasi  la  Marrana:  esso  è formato  dalle  ac- 
que Giulia  e Crabra.  — Circa  2 miglia  lungi  da  Grotta  ferrata 
si  trova  la 

CITTA’  DI  MARINO. 

Si  pretende  che  questa  piccola  città  tragga  il  suo  nome  da 
Mario,  o da  Lucio  Murena,  che  vi  avevano  le  loro  ville;  ma  è 
certo  però  che  essa  occupa  il  luogo  di  Castromoenium,  città  an- 
tichissima del  Lazio,  di  cui  fanno  menzione  Dionigi  d’Alcarnas- 


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Città  di  Marino. 


591 


so,  e Plinio,  come  ancora  alquante  antiche  iscrizioni . Questa  cit- 
tà, veduta  da  lontano,  produce  un  bellissimo  effetto,  poiché  pre- 
senta una  grande  strada,  fìancht  ggiata  da  casamenti,  sull’ alto 
di  una  collina. 

Nella  chiesa  dedicata  a s.  Barnaba,  il  quadro  sull’  altare  della 
crociata,  dal  lato  della  sacrestia,  è una  bell’  opera  della  prima 
maniera  di  Guercino,  e rappresenta  il  martirio  di  s.  Bartolom- 
meo.  Il  quadro  dell’altor  maggiore,  in  cui  vedesi  espresso  il  mar- 
tirio di  s.  Barnaba,  è della  scuola  del  detto  Guercino.  Nella  chie- 
sa della  Trinità,  osservasi  un  dipinto  di  Guido,  rappresentante 
la  Triade  santissima. 

Uscendo  da  questa  città  si  scende  nella  valle  Ferentina,  così 
chiamata  perchè  eravi  un  tempio  dedicato  alla  dea  di  questo  no- 
me: ed  in  questa  valle  i popoli  del  Lazio,  prima  d’essere  soggio- 
gati da’ Romani,  tenevano  le  loro  adunanze  nazionali.  La  sor- 
gente d’ acqua  che  nasce  nel  cono  di  questa  valle  medesima,  e 
che  appellavasi  l’acqua  Ferentina,  fu  resa  celebre  dalla  morte 
che  vi  fece  dare  Tarquinio  il  Superbo  a Turno  Erdonio,  depu- 
tato della  città  di  Aricia,  il  quale,  siccome  leggesi  in  Tito  Livio, 
si  opponeva  a’suoi  ambiziosi  disegni.  — A tre  miglia  da  Marino, 
trovasi 

CASTEL  GAXDOLFO. 

Questo  piccolo  villaggio  è così  ridente  ed  aggradevole  per  la 
sua  bella  situazione,  e per  l’ aria  pura  e salubre,  che  i papi,  da 
Paolo  V in  poi,  lo  prescelsero  per  passarvi  una  parte  della  sta- 
gione autunnale;  perciò  Urbano  Vili  fecevi  edificare  un  gran- 
dioso palazzo,  poscia  ampliato  e compiuto  da  Alessandro  VII. 

All’  ingresso  orientale  del  medesimo  villaggio  si  vede  la  viltà 
Barberini,  la  quale  racchiude  avanzi  considerevoli  della  villa 
dell’imperator  Domiziano. 

La  chiesa  principale,  la  quale  rimane  sulla  piazza  del  villag- 
gio, fu  edificata  coi  disegni  del  Bernini.  Essa  è in  forma  di  cro- 
ce greca,  ed  è sormontata  da  una  bella  cupola.  Sull’altar  mag- 
giore vedesi  un  quadro  ovale  sorretto  da  alcuni  angeli:  rappre- 
senta s.  Tommaso  da  Villanova,  opera  di  Pietro  da  Cortona:  e 
sull’altare  a sinistra  si  osserva  un’  Assunzione,  lavoro  di  Carlo 
Maratta. 

Il  lago  circondato  da  montagne,  che  rimane  sotto  CasteLGan- 
dolfo,  e che  fu  il  cratere  di  un  vulcano,  presenta  una  sorpren- 
dente veduta  pittoresca;  esso  ha  5 in  6 miglia  di  circonferenza, 
e circa  156  metri  di  profondità.  Scendendo  al  livello  di  questo 


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592 


Vicinanze  di  Roma. 


lago,  si  trovano  due  Ninfèi,  cioè  due  grotte,  che  già  furono  or- 
nate di  statue  rappresentanti  Ninfe,  e destinate  per  sollevarsi 
da’calori  della  stagione  estiva. 

Il  canale  di  questo  lago  è una  delle  più  antiche  e delle  più 
singolari  opere  de’ Romani.  Questo  è un  emissario,  pel  quale  le 
acque  del  lago,  allorché  sono  troppo  elevate,  vanno  a scaricarsi 
nel  piano  al  di  là  de’monti.  Esso  fu  fatto  394  anni  prima  dell’era 
eristiana,  in  occasione  di  una  straordinaria  escrescenza  delle  ac- 
que, avvenuta  nel  tempo  medesimo  che  i Romani  erano  occupa- 
ti all’assedio  di  Veio.  Roma  avendo  spedito  de’deputati  a Delfo 
per  consultare  Apollo  Pizio,  l’oracolo  rispose  che  i Romani  non 
avrebbero  soggiogato  i V eienti  se  non  che  dopo  dato  uno  sco- 
lo alle  acque  di  questo  lago:  la  risposta  dell’oracolo  l'impegnò  a 
forare  la  montagna  che  bordeggia  il  lago  medesimo,  e l’ opera 
fu  eseguita  con  tanto  vigore,  che  nel  termine  di  un  anno  fu  fatto 
un  canale  lungo  più  di  un  miglio,  largo  quasi  un  metro,  aven- 
done poco  meno  di  due  in  altezza.  Questa  costosissima  opera, 
eseguita  nella  roccia  a colpi  di  scarpello,  fu  fatta  con  tanta  mae- 
stria d’arte,  che  serve  ancora  all’uso  medesimo  senza  avere  avuto 
giammai  bisogno  di  riparazione  alcuna.  — Da’ Castel  Gandolfo, 
per  una  piacevole  strada  fiancheggiata  da  alberi  e lunga  circa 
un  miglio,  si  va  alla 


CITTA’  DI  ALBANO. 

Circa  400  anni  prima  della  fondazione  di  Roma,  Ascanio,  tì- 
glio di  Enea,  fondò  la  città  di  A Iba-Longa,  nel  sito  ove  in  oggi 
è Paianola,  cioè  tra  il  descritto  lago  e la  montagna.  Questa 
città  fu  distrutta  da  Tulio  Ostilio  terzo  re  di  Roma,  dopo  il  tra- 
dimento di  Mezio  Sufezio,  dittatore  degli  Albani.  Nella  seconda 
guerra  punica,  i Romani  stabilirono  un  campo  nel  luogo  ov’  è 
la  città  attuale,  per  guardare  la  via  Appia,  e da  ciò  ebbe  origine 
la  novella  Alba.  Le  sontuose  ville  di  Pompeo  il  Grande,  e di  Do- 
miziano vi  attirarono  gran  popolazione,  e nella  decadenza  del- 
l’impero si  formò  quivi  una  città  che  prese  il  nome  di  Albanum 
dal  territorio  ove  trovavasi. 

Prima  di  entrare  in  Albano  vedesi,  a sinistra  della  via,  mi  se- 
polcro assai  alto,  spogliato  affatto  de’suoi  ornamenti,  e nel  suo 
integro  v’  è una  camera  che  ha  3 met.  e 55  c.  di  lunghezza,  e 2 
met.  e 20  c.  di  larghezza.  Ancorché  questo  sepolcro  si  attribui- 
sca volgarmente  ad  Ascanio,  nulladimeno  però  s’ignora  a chi 
appartenesse.  Ma  siccome  questo  monumento  fu  innalzato  nella 


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Città  di  Albano. 


593 


villa  di  Pompeo,  incontro  al  suo  palazzo,  crediamo  piuttosto, 
seguendo  Plutarco,  che  venisse  eretto  dal  medesimo  eroe  per 
racchiudervi  le  ceneri  di  Giulia,  sua  moglie,  figlia  di  Cesare; 
poscia,  seguendo  lo  stesso  scrittore,  servì  per  lo  stesso  Pompeo, 
le  cui  ceneri  vi  furono  poste  da  Cornelia,  seconda  moglie  del 
medesimo. 

Dall’  altro  Iato  della  città  di  Albano,  presso  la  chiesa  della  Ma- 
donna della  Stella,  vedesi  un  altro  magnifico  monumento  sepol- 
crale consistente  in  un  grande  basamento  quadrato , sopra  cui 
sorgevano  quattro  piramidi  rotonde,  poste  agli  angoli,  delle  quali 
ne  restano  soltanto  due  con  un  gran  piedistallo  rotondo  nel  mez- 
zo, che  forse  sosteneva  un  qualche  trofeo  oppure  una  statua. 
Questo  monumento  non  ha  alcuna  camera  sepolcrale , e senza 
ragione  di  sorta  appellasi  volgarmente  il  sepolcro  degli  Orazi  e 
deiCuriazi.  L’architettura  di  questo  monumento  rimonta  ad  un’e- 
poca antichissima , e crediamo  che  possa  essere  quello  eretto  ad 
Arunte , figlio  di  Porsenna , il  quale  cadde  estinto  in  questi  din- 
torni , allorché  volle  attaccare  la  città  di  Aricia  l’ anno  247  di 
Roma,  506  anni  avanti  l’era  volgare. 

Il  clima  di  questa  piccola  città  è molto  salubre;  vi  sono  piace- 
voli passeggiate,  casini  di  delizia,  sontuosi  alberghi;  e perciò  gli 
agiati  cittadini  della  capitale,  come  pure  molti  oltramontani  vi  si 
recano  in  villeggiatura  tanto  nella  stagione  estiva,  quanto  nel- 
l’autunno. Vi  sono  eziandio  alquante  chiese,  e presso  quella  de- 
dicata a s.  Paolo  veggonsi  gli  avanzi  dell’anfiteatro  costruito  da 
Domiziano,  di  un  grande  serbatoio  d’acqua,  e del  recinto  del 
campo  pretoriano.  — Presso  il  sopra  descritto  sepolcro  incomin- 
cia la  strada  che  conduce  al 

NUOVO  PONTE  DELL' ARICIA. 

A rendere  sempre  più  sicura  ed  agevole  la  strada  che,  da  que- 
sta parte,  conduce  da  Roma  a Napoli,  il  governo  pontificio  fece 
costruire  un  ponte  gi  gantesco , il  quale  riunisce  il  monte  di  Al- 
bano a quello  ove  esiste  il  villaggio  di  Aricia  ; e mediante  tale 
ponte  rimase  abbreviato  il  cammino  di  circa  mezzo  miglio.  Un’o- 
pera così  imponente  ed  utile  venne  promossa  da  un  ricco  possi- 
dente di  Genzano,  il  signor  Camillo  Jacobini,  il  quale,  nomi- 
nato in  seguito  ministro  del  commercio,  dei  lavori  pubblici,  ecc., 
ne  sollecitò  con  ogni  cura  il  compimento. 

Nel  dicembre  1846  furono  cominciati  i lavori  colla  direzione 
dell’ architetto  ingegnere  cav.  Giuseppe  Bertolini.  L’elevazione 


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594 


Vicinanze  di  Roma. 


del  ponte  di  cui  parliamo,  presa  dal  fondo  della  valle  che  separa 
i due  monti  surricordati  fino  al  livello  della  strada,  ascende  a me- 
tri 59  e 49  c.;  la  sua  lunghezza  è di  304  metri , e la  larghezza , 
da  un  parapetto  all’altro,  essendo  di  9 metri,  viene  a sorpassare 
quella  dei  ponti  di  Roma  , e supera  anche  la  larghezza  del  ponte 
s.  Angelo,  di  3 palmi  e mezzo  romani  (metri  0. 78),  quantunque 
esso  sia  il  più  largo  di  tutti. 

Il  ponte  dell’ Arida  si  compone  di  tre  ordini  di  arcuazioni , 
presso  a poco  di  eguale  altezza,  costruite  in  pietra  albana,  detta 
peperino.  L’ordine  primo,  lungo  109  metri,  ha  sei  archi,  il  se- 
condo dodici,  e si  estende  225  metri,  il  terzo  ne  ha  diciotto,  e la 
sua  lunghezza  misura  304  metri.  Le  sommità  del  primo  e del  se- 
cond’  ordine  di  tali  arcuazioni,  sono  praticabili  da  una  estremità 
all’altra,  mediante  una  specie  eh  piccola  galleria  aperta  a traverso 
la  spessezza  dei  piloni  ; lo  che  ne  agevolò  la  costruzione,  e potrà 
successivamente  tornare  utile  in  caso  che  siavi  bisogno  di  ese- 
guirvi dei  ristauri.  — Questo  gigantesco  ponte,  degno  veramen- 
te de’  nostri  antichi,  fa  capo  alla  piazza  dell’ 

ARICI  A. 

Questo  grazioso  villaggio  conserva  il  nome  dell’ antica  città 
d' Arida, fondata  da  Archiloco  l’anno  1400  avanti  l’era  volgare  : 
il  medesimo  villaggio  occupa  l’area  della  cittadella  dell’antica 
Aricia , e presso  la  porta  occidentale  se  ne  veggono  gli  avanzi 
delle  antiche  mura , costruite  in  blocchi  quadrati  regolari  di  pie- 
tra del  paese.  Nel  sito  poi  chiamato  l’orbo  di  mezzo,  che  rimane 
a piè  del  paese  sulla  via  Appia , veggonsi  le  rovine  dell’  antica 
città:  queste  consistono  nella  cella  del  tempio  di  Diana  Aricina, 
in  alcuni  avanzi  di  mura  di  sostruzioni,  costruite  in  blocchi  irre- 
golari , in  un  emissario  per  lo  scolo  delle  acque  della  cittadella , 
ed  in  un  muro  di  mattoni  appartenente  alle  terme.  Questo  vil- 
laggio appartiene  al  principe  Chigi,  e perciò  Alessandro  VII 
Chigi  vi  fece  costruire  dal  Bernini  una  bella  chiesa  éd  un  gran 
palazzo. 


FINE. 


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INDICE 


595 


N.  B.  Tutto  ciò  che  è più  interessante  a vedersi 
è marcato  con  questo  segno  *. 


A 

pag. 


Accademia  di  Francia  239 

di  s.  Luca  85 

Acqua  Acetosa  2 

dis.Damaso  481 

Felice  203 

Paola  389 

Santa  148 

Vergine  o di  Trevi  229 

Acquidotto  dell'  acqua  A- 

lessandrina  152 

dell’  Aniene  nuova  150 

dell’  Aniene  vecchia  151 

'della  Claudia  150 

della  Felice  151 

della  Giulia  ivi 

della  Marcia  151 

della  Neroniana  112 

della  Paola  389,  392 
della  Tepula  151 

della  Vergine  229 

Ao'gere  di  Ser.  Tullio  208, 222 
Alba  Longa  592 

"Albano,  città  ivi 

Almone,  fiumicello  342 

Ammazzatoio  pubblico  3 

Anfiteatro  Castrense  149 

di  Corea,  ved.  Mauso- 
leo di  Augusto 
"Flavio , d°  il  Colosseo  104 

di  Statilio  Tauro  16 

Aniene  o Teverone  221 

Appartamento  Borgia  509 

"del  palazzoLateranense  132 

"Arazzi  di  Raffaele  544 

Arcadia , ved.  Bosco  Par- 
rasio 


pag. 


Archiginnasio  Romano , 
ved.  Università 

Archivio  urbano  404 

Arco  della  Ciambella  219 

di  Claudio  21 

"di  Costantino  108 

eretto  da  Dolabella  e 
Silano  112 

di  Druso  341 

di  Gallieno  1.55 

"di  Giano  Quadrifronte  327 
di  Gordiano  III  25 

di  Graziano,  Valenti- 
mano  II,  e Teodosio  298 
di  Marco  Aurelio  12 
detto  de’ Pantani,  ved. 

Tempio  di  Nerva 
"di  Settimio  Severo  al  . 

Foro  Romano  84 

di  Settimio  Severo  al 
Velabro  328 

"di  Tito  96 

Aricia,  villaggio  594 

Armilustro  364 

Ateneo  44 

B 

Bagni  del!  Acqua,  detta 

Santa  148 

detti  di  Livia  191 

detti  di  Paolo  Emilio  179 
Banco  del  Monte  di  Pietà  410 
di  s.  Spirito  299 

Basiliche  antiche 

"di  Costantino  94 

Emilia  83 


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596 


INDICE 


Basilica  Giulia 
Basiliche  cristiane 
*di  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme 148 

'Lateranense  135 

'di  san  Lorenzo  fuori  le 
mura  156 

*di  s.  Maria  Maggiore  1M 
'di  s.  Paolo  347 

'di  s.  Pietro  442 

di  s.  Sebastiano  345 
(li  s.  Stefano  sulla  via 
Latina  145 

Bastioni  del  Sangallo  360,  361 
•Battistero  di  s.  Costanza  212 
'di  Costantino  al  Late- 
rano  134 

Biblioteca  Alessandrina,  o 

della  Sapienza  281 
Angelica  293 

Aracoelitana  72 

Barberina  _ 229 

'Casanatense  278 

Chigiana  14 

del  Collegio  Romano  23 
'Corsiniana  400 

Lancisiana  * 441 


Campo  Scellerato 
'Cappella  di  Niccolò  V al 
Vaticano 

Paolina  al  Quirinale 
Paolina  al  Vaticano 
'Sistina  idem 
di  Sancta  Sanctorum 
'Carcere  Mamertino 
Tulliano 

'Casa  dell’  antica  Roma 
di  Augusto  sul  Pala- 
tino 98, 

Aurea  di  Nerone 
di  Cola  di  Rienzo 
della  Fornarina 
della  Missione 
di  Raffaele 
di  Tiberio 

Casino  di  papa  Giulio  HL 
'Cascata  grande  di  Ti- 
voli 584, 

Castels.  Angelo,  ved.  Mau- 
soleo di  Adriano 
Gandolfo,  villaggio 
Castra  peregrina 
'Catacombe  345, 

Chiesa  di  s.  Adriano 


497 
IM 
501 

498 
141 

73 

ivi 

103 

29 

369 

407 

16 

298 

102 


585 


591 

112 

323 

m 


Ulpia,  già  nel  Foro 
• Traiano 

181 

'di  s.  Agnese  fuori  le 
mura 

210 

Vallicelliana 

301 

'di  s.  Agnese  in  piazza 

'Vaticana 

502 

Navona 

306 

Bosco  Parrasio  386, 

381 

'di  s.  Agostino 

287 

Boville,  città  distrutta 

569 

di  s.  Alessio 

365 

'Braccio  Nuovo  del  museo 

di  s.  Alfonso  de’Liquori 

155 

Chiaramonti  al  Va- 

di s.  Anastasia 

330 

ticano 

511 

di s. Andrea delleFratte  231 

C 

'di  s.  Andrea  a Monte 
Cavallo 

202 

'Camera  della  Concezione, 

di  s.  Andrea  fuori  la 
porta  del  Popolo 

2 

ved.  sala 

'di  s.  Andrea  della  Valle  310 

'Camere  di  Raffaele 

489 

di  s.  Angelo  in  Pesche- 

'sepolcrali sulla  via  La- 

ria 

320 

tina 

142 

di  s.  Antonio  Abbate 

164 

'Campidoglio  moderno 
Campo  Marzio 

44 

'di  s.  Antonino  de’ Por- 

260 

toghesi 

223 

Pretoriano 

208 

di  s.  Apollinare 

294 

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INDICE 


597 


pag. 


‘Chiesa  de’  ss.  Apostoli  188 

*di  Aracoeli  11 

di  s.  Bartolommeo  al- 
l’Isola 313 

di  s.  Bernardo  alle  Ter- 
me 203 

di  s.  Biagio  431 

dis.Bibiana  154 

della  Bocca  della  Ve- 
rità, ved.  s.  Maria  in 
Cosmedin 

di  s.  Callisto  382 

‘dei  Cappuccini  225 

*di  s.  Carlo  a’  Catinari  412 

*di  s.  Carlo  al  Corso  IO 

di  s.  Carlo  alle  quattro 
Fontane  201 


di  s . Caterina  da  Siena  a 
Monte  Magnanapoli  199 
di  s.Caterinade’Funari  311 
di  s. Caterina  della  Rota  424 
di  s.  Caterina  da  Siena 
in  via  Giulia  421 

*dis.  Cecilia  376 

de’ ss.  Celso  e Giulia- 
no 298.  299 

di  s. Cesareo  in  Paiatto  339 
‘di  s.  Clemente  114 

de’ ss.  Cosma  e Damia- 
no , ved.  tempio  di 
Romolo  e Remo 
‘di  s.  Costanza  212 

Hi  s.Crisogono  384 

‘di  s.  Croce  e di  s . Bona- 
ventura dei  Lucchesi  199 
‘di  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme ,ved.  Basilici  ie 
di  s.  Croce  della  Peni- 


nitenzaallaLungara  403 
di  s.  Dionisio  201 

de’ss.DomenicoeSisto  199 
di  Domine  quo  vadis  342 
dis.Dorotea  401 

di  s.Elena  313 

di  s.  Eligio  dei  Ferrari  324 
di  s.  Eligio  degli  Ore- 
fici 421 


Chiesa  di  s.  Eusebio  lo5 
di  s.  Eustachio  280 

de’ ss.  Faustino  e Gio- 
vila de’Bresciani  431 
di  santa  F rancesca  Ro- 
mana 95 

di  s. Francesco  di  Paola  133 
di  s.  Francesco  a Ripa  381 
‘del  Gesù  49 

di  Gesù  e Maria  9 

di  s.  Giacomo  degli  In- 
curabili ivi 

di  s.  Giacomo  alla  Lun- 
gara  404 

di  s. Giorgio  inVelabro  329 
di  s.  Giovanni  Calabita 
de’Benfratelli  315 

di  s.  Giovanni  Decol- 
lato 325 

‘di  s.  Giovanni  de’Fio- 
rentini  432 

‘di  s.  Giovanni  in  La- 
terano  135 

de’ss.GiovanniePaolo  111 
de’ ss.  Giovanni  e Pe- 
tronio de’  Bolognesi  423 
di  s.  Giovanni,  detto 
della  Malva  408 

di  s.  Girolamo  della  Ca- 
rità 425 

‘di  s.  Girolamo  degli 
Schiavoni  253 

di  8.  Giuliano  dei  Fiam- 
minghi 313 

di  s.  Giuseppe  de’  Fa- 
legnami 14 

di  s.  Giuseppe  alla  Lun- 


gara  404 

‘di  s.  Gregorio  109 

‘di  s Ignazio  22 

di  s.  Isidoro  226 

de’  ss.  Lorenzo  e Da- 
maso  415 

‘di  s.  Lorenzo  fuori  le 
mura,  ved.  Basiliche 
‘di  s.  Lorenzo  in  Lu- 
cina 11 


v 


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598 


INDICE 


‘Chiesa  di  s.  Lorenzo  in  Mi- 
randei,  ved. tempio  di 
Antonino  e Faustina 


di  s.  Luca  64 

di  s.  Lucia  alle  botte- 
ghe oscure  314 

‘di  s.  Lucia  del  Gonfa- 
lone 429 

'di  s.  Luigi  de 'Francesi  263 
della  Maddalena,  ved. 

s.  Maria  Maddalena 
di  s . Marcello  23 

di  s.  Marco  38 

‘di  s.  Maria  degli  Angeli  205 
'di  s.  Maria  dell* Anima  303 
'di  s.  Maria  in  Aquiro  261 
‘di  s.  Maria  d’ Aracoeli  71 


di  §.  Maria  Aventinense 
del  Priorato  di  Malta  36;> 
di  s.Mariain  Campitelli  311 
di  s.  Maria  della  Con- 
solazione 324 

'di  s. Maria  inCosmedin  367 
di  s.  Maria  in  Domni- 
. ca,  detta  laNavicella  112 
di  s.  Maria  Egiziaca  , 
ved.  tempio  dellaFor- 
tuna  Virile 

di  s.  Maria  di  Loreto  183 
di  s.  Maria  Maddalena  261 
'ili  s.  Maria  Maggiore, 
ved.  Basiliche 
'di  s.  Maria  ad  Marty- 
res,  ved.  Pantheon 
'di  s. Maria  sopra  Mi- 


nerva 271 

di  s.  Maria  de’  Miracoli  8 
'di  s.  Maria  di  Mouser- 
rato  425 

di  s.  Maria  di  Monte 
Santo  8 


di  s.Mariain  Monticelli  410 
di  s. Maria  de’Monti  173 
di  s.  Maria  dell’Orazio- 
ne della  confrater- 
nita della  Morte  424 
di  s. Maria  dell’Orto  378 


pa//. 


'Chiesa  di  s . Mri*  della  Pace  301 
di  s.  Maria  delle  Pian- 
te 342,  343 

'di  s.  Maria  del  Popolo  5 
di s. Maria  Regina  Coeli  404 
di  s.  Maria  della  Scala  385 
di  s.  Maria  Scala  Coeli 
alle  tre  Fontane  358 

'di  s.  Maria  del  Sole , 
ved.  tempio  di  Vesta 
dis.MariadelSuffragio  431 
di  s.  Maria  in  Traspon- 
tina 441 

'di  s.  Maria  in  Traste- 
vere 382 

di  s.  Maria  tw  Trivio  231 

'di  s. Maria  in  Vallicel- 
la,  detta  la  Chiesa 
Nuova  299 

di  s.  Maria  Via  Lata  25 

'di  s . Maria  della  V itto- 
ria  208 

di  s.  Marta  476 

'di  s. Martino  ai  Monti  170 
della  ssma  Natività  di 
N.  S.,  detta  degli 
Agonizzanti  308 

de’ss.NereoedAchilleo  336 
di  s.  Niccolain  Carcere  322 
di  s.Niccolaa’Cesarini  314 
di  s.Niccola  da  Tolen- 
tino 224 

del  Nome  di  Maria 
'di  s.  Onofrio  405 

di  s.  Pancrazio  393 

di  s.  Pantaleo  309 

di  s.  Paolo  primo  Ere- 
. mita  200 

di  s.  Paolo  alle  tre  Fon- 
tane 358 

'di  s.  Paolo  sulla  via  O- 


s ti  enee , cerf.Basilich  e 
de’  ss.  Pietro  e Marcel- 
lino a TorPig-nattara  152 
'di  s.  Pietro  in  Carcere, 
ved.  Carcere  Mamer- 
tino 


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INDICE 


pag. 


•Chiesa  di  s.  Pietro  in  Mon- 

torio  387 

*di  s.Pietroin  Vaticano, 
ved . Basiliche 

*di  s.  Pietro  in  Vinculis  173 
*di  s.  Prassede  17  Q 

dei  Preti  della  Missione  17 
di  s.  Prisca  366 

di  s.  Pudenziana  172 

de' ss. Quaranta  Martiri  382 
de’ss. Quattro  Coronati  123 
di  s.  Rocco  25Q 

di  s.  Sabina  366 

di  s.  Salvatore  in  Lauro  296 
di  s.  Salvatore  in  Ther- 
mis  282 


di  s.  Sebastiano  fuori 
le  mura,fl<?</.Basiliche 
di  s.  Silvestro  in  Capite  12 
*di  s.  Silvestro  al  Qui- 
rinale 198 

di  s.  Sisto  336 

di  s.  Spirito  in  Sassia  441 
dello  Spirito  Santo  dei 
Napolitani  427 

*di  s.  Stefano  Rotondo  113 
delle  Stimmate  279 
del  Sudario  de’Piemon- 
tesi  313 

di  s.  Susanna  203 

di  s.  Teodoro  91 

della  Trinità  de’  Monti  234 
della  Trinità  de’  Preti 
della  Missione  17 

della  Trinità  in  via 
Condotti  11 

‘della  Trinità  de’  Pelle- 
grini 409 

di  s.  Urbano,  ved.  tem- 
pio di  Bacco 
de’ss.  Vincenzo  ed  A- 
nastasio  alle  tre  Fon- 
tane 358 

de’ss.  Vincenzo  ed  A- 
nastasio  a Trevi  231 

di  s. Vitale  200 


599 

pag 


Chiesa  di  s.Vito  155 

Cimiterio  comune  163 

Circo  di  Adriano  439 

di  Alessandro  Severo  304 
di  Caligola,  detto  di 
Nerone  447 

di  Eliogabalo  149 

Flaminio  316 

di  Flora  225 

‘Massimo  331 

‘di Romolo,  detto  di  Ca- 
racalla  571 

di  Sallustio  222 

Clivo  Capito  Uno  42, 43, 75,  77 
Clivus  Sacer  52 

‘Cloaca  Massima  329 

Collegio  Americano  191 

Ghislieri  428 

Inglese  425 

Innocenziano  307 

Nazareno  231 

di  Propaganda  Fide  232 
Romano  23 

Colombario  di  L.Arrunzio  153 
Colonna,  villaggio  588 

Colonna  Bellica  316 

‘della  Concezione,  ved. 
Monumento 

‘di  Foca  88 

‘di  Marco  Aurelio,  det- 
ta Antonina  14 

di  s.  Maria  Maggiore  164 
‘Traiana  180 

Columna  Lactaria  322 

‘Colosseo,  ossia  Anfiteatro 

F’iavio  104 

Colosso  di  Nerone  ivi 

Comizio  90 

‘Corridoio  delle  iscrizioni 

lapidarie  al  Vaticano  501 
‘Chiaramonti  517 

‘Cortile  di  Belvedere  5.10 

'di  s.Damaso  480 

Curia  Calabra  43 

Ostilia  e Giulia  91 

di  Pompeo  312 


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600 


INDICE 


yag. 

yag. 

D 

Foro  di  Augusto 

172 

Boario 

326 

Direzione  Generale  di  Po- 

di Giulio  Cesare 

m 

lizia 

16 

‘Palladio,  di  Nerva,  e 

E 

Transitorio 

ivi 

Olito  rio 

321 

‘Edifizi  del  Foro 

82 

‘Romano 

29 

‘Emissario  in  Tivoli  584, 

585 

‘di  Traiano 

180 

in  Castel  Gandolfo 

592 

Fosse  Cluilie 

554 

F 

« 

Farnesina  presso  la  via  dei 

‘Gabinetto  de’  Papirii  al 

Bauilari 

416 

V aticano 

506 

‘alla  Lungara 

401 

dei  bolli  antichi  idem 

509 

Fontana  dell’  Acqua  Ace- 

‘Galleria dell’ Accademia, 

tosa 

2 

detta  di  s.  Luca 

85 

‘dell’  Acqua  Felice  a 

203 

'Barberini 

227 

Termini 

‘Borghese,  in  città 

255 

dell’  Acqua  Giulia,  ved. 

‘Borghese,  nella  villa 

245 

Trofei,  detti  di  Mario 

‘Capitolina 

64 

'dell’Acqua  Paola  sul 

Chigi  13j 

14 

Gianicolo 

389 

'Colonna 

183 

della  Barcaccia  in  piaz- 

‘Corsini 

394 

za  di  Spagna 

234 

‘Doria 

26 

sulla  piazza  della  Boc- 

‘Farnese 

418 

ca  della  Verità 

368 

‘della  Farnesina 

401 

‘del  Campidoglio 

46 

'Rospigliosi 

196 

della  piazza  di  s.  Gia- 

'Sciarra-Colonna 

18 

como  Scossacavalli 
della  piazza  di  s.  Maria 

442 

‘Spada 

*V  aticana  de’  Candela- 

421 

in  Trastevere 

382 

bri 

543 

*di  Monte  Cavallo  1 OH 
di  Piazza  Colonna  la 

di  Ponte  Sisto  408 

di  piazza  dellaRotonda  205 
‘detta  delle  Tartarughe  316 
*di  Trevi,  ossia  dell’Ac- 
qua V ergine  229 

'del  Tritone  in  piazza 
Barberini  225 

Fontane  di  Piazza  Farnese  416 
'di  Piazza  Navona  305,  306 
‘della  Piazzadis. Pietro  448 
della  Piazza  del  Popolo  3 
alle  quattro  Fontane  201 
Foro  di  Antonino  Pio  12 


‘idem  delle  Carte  Geo- 
grafiche 544 

‘idem  de’ Quadri  4M 

Giardino,  o Orto  Botanico  404 
pontificio  alQuirinale  195 
idem  al  Vaticano  545 

pubblico  presso  il  Co- 
losseo 108 

‘Girandola  xxxm,  xxxiv 
Grecostasi  90 

‘Grotta  Ferrata,  abbadia  590 
‘Grotta  di  Nettuno  585 

‘delle  Sirene  ivi 

Grotte  Vaticane,  ved.  Sot- 
terraneo 


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INDICE. 

601 

Va9- 

Ta9 

1 

•Monumento  delle  acque 

Claudia  ed  Aniene 

'Illuminazione  della  Basili 

. 

Nuova,  ossia  porta 

ca  Vaticana 

449 

Maggiore 

I5Q 

lntermonzio  o Asilo 

42 

•della  Concezione  in 

Isola  Tiberina 

373 

piazza  di  Spagna 

233 

•Museo  Capitolino 

43 

li 

’Chiaramonti  al  Vati- 

cano 

511 

‘Lago  di  Albano,  o di  Ca- 

"Egizio  idem 

538 

stei  Gandolfo 

391 

* Etrusco-Gregoriano  al 

Curzio 

83 

V aticano 

541 

G abino 

588 

Kircheriano 

23 

delle  Isole  Natanti 

379 

•Pio-Clementino  al  Va»- 

di  Piazza  Navona 

306 

ticano 

324 

Regillo 

388 

•Profano  al  Laterano 

128 

de’ Tartari 

338 

• Sacro  idem 

131 

'Logge  di  Raffaele,  al  Va 

'Sacro  al  Vaticano 

500 

ticano 

480 

"della  villa  già  Albani 
‘della  villa  Borghese 

215 

M 

239 

•della  villa  Ludovisi 

222 

Macello  pubblico 

3 

Macellum  magnwm 

III 

N 

Marino,  città 

300 

‘Mausoleo  di  Adriano 

436 

Nana  Ha 

381 

di  Augusto 

248 

Ninfeo,  detto  di  Egeria 

577 

di  8.  Costanza  , ned. 

Battistero 
di  s.  Glena 

132 

O 

Mercato  pubblico 
Meta  Sudante 

308 

'Obelisco  del  Laterano 

123 

104 

di  a.  Maria  Maggiore 

189 

Monte  Aventino 

383 

della  Minerva 

271 

Capitolino 

42 

del  Pantheon 

285 

Catillo  in  Tivoli 

583 

di  Piazza  Navona 

303 

Celio 

110 

"della  piazza  del  Po- 

Citorio 

13 

polo  3, 

del  Pincio 

4 

Esquilino  ITI, 

200 

232 

Gianieolo 

m 

del  Quirinale 

193 

Giordano 

299 

Solare  di  Monte  Cito- 

Mario 

540 

rio 

15 

Palatino 

98 

dolla  Trinità  de  "Monti 

234 

di  Pietà 

410 

"del  Vaticano 

447 

Pincio  3, 237 

della  villa  già  Mattei 

112 

Quirinale 

192 

Offici  civili  e criminali  or- 

Sacro 

213 

dinarii 

16 

Testacelo 

380 

del  Comune  di  Roma 

48 

Viminale 

200 

delle  Finanze 

282 

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602 


INDICE. 


va  a- 

Officio  generale  di  Polizia, 
ved.  Direzione 
delle  poste,  o delle  let- 
tere 282 

Oratorio  di  s.  Alessandro 

sulla  via  Nomentana  213 


di  s.  Maria  in  Carinis  123 
della  Chiesa  Nuova  3Q1 
della  Via  Crucis 
‘Orti  Farnesiani  100 

di  Sallustio  221 

Variani  149 

Orto,  o Giardino  Botanico  404 
‘Osservatorio  astronomico’  23 
Ospedale  di  s.  Gallicano  384 
di  s.  Giacomo  10 

di  s.  Giovanni Calabita  325 
di  s. Hocco  ‘252 

di  s.  Spirito  in  Sassia  439 
Ospedali  della  Consola- 
zione 324 

di  s.  Giovanni  125 

Ospizio  de’  convalescenti 

e pellegrini  409 

‘di  s.  Michele  a Ripa  329 

de’  Poveri  a Termini  203 

de'  Sordo-Muti  idem  ivi 


P 

Palazzo  dell’Accademia  di 

Francia  al  Pincio  236 
già  dell’  Accademia  di 
F ran  eia  al  Corso , og- 
gi del  duca  Salviati- 


Borghese  32 

già  Albani  201 

Altemps  295 

Altieri  40 

‘Barberini  226 

Bolognetti  40 

‘Borghese  255 

‘Braschi  308 

del  Bufalo  231 

già  Caffarelli  43 

‘della  Cancelleria  415 

‘de"  Cesari  98 


yaq. 


‘Palazzo  Chigi  l3 

‘Cicciaporci  299 

Colonna  183 

‘de’ Conservatori  58 

della  Consulta  196 

de’  Convertendi  442 

Corèa  248 

‘Corsini  394 

Costa guti  316 

‘Doria  26 

Falconieri  424 

‘Farnese  416 

della  Farnesina,  pres- 
so la  via  dei  Baullari  ivi 
‘della  Farnesina  alla 
Lungara  401 

F erraiuoli  giàN  iccolini  15 
Firenze  (detto  di)  260 
Gabrielli,  già  Orsini  299 
„*Giraud,  oggi  Torlonia  442 
Giustiniani  283 

Grazioli  40 

Imperiali  ora  Yalentini  181 
Lancellotti  ai  Coronari  296 
Idem  in  via  della  Cuc- 
cagna ' 309 

Laute  280, 281 

^Lateranense  125 

‘Maccarani  281 

Madama  282 

‘Massimi  309 

‘Mattei  314 

‘di  Monte  Citorio  16 

Niccolini  in  Banchi  299 
Odesealchi  189 

Orsini  o Savelli,  ved. 

Teatro  di  Marcello 
Ottoboni-Fiano  12 

Pamphily-Doria  a piaz- 
za Navona  307 

di  Papa  Giulio  III  2 
Pio  312 

Piombino  15 

Poli,  oggi  Piombino  231 
‘pontificio  al  Quirinale  193 
‘Idem  al  Vaticano  478 
Uandanini,  oggi  Feoli  9 


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Palazzo  Ricci 

Rinuccini,  oggi  do'Bo- 
naparte 
Rospigliosi 
‘Ruspoli 
Sacchetti 

già  Salviati  alla  Lun- 
gara 
Sciarra 
Senatorio 

Simonetti,  oggi  Buon- 
compagni 
Sora 


di  Spagna 
Strozzi 

‘Torlónia , già  Bolo- 
gnesi 
‘di  Venezia 
Verospi,  oggi  Torlonia 
‘Vidoni,  già  Stoppani 
Palestrina,  città 
‘Pantheon  di  Agrippa 
‘Parti  superiori  di  s.  Pietro 
in  Vaticano 

Pasquino , ved.  Piazza  di 
Pasquino 

‘Passeggio  pubblico  sul 
Pincio 

Idem  lungo  il  Tevere 
a Ripetta 

Piazza  de’ss.  Apostoli 
Barberini 
‘di  Campidoglio 
di  Campo  di  Fiore 
della  Cancelleria 
delle  Col  lonnacce 
‘Colonna 

‘di  Colonna  Traiana , 
ved.  Foro  Traiano 
Farnese 

di  s.  Giovanni  in  La- 
terano 

di  s.  Maria  Maggiore 
della  Minerva 
Montanara 


indice.  803 


S' 

"Piazza  di  Monte  Cavallo, 

ossia  del  Quirinale 

192 

32 

di  Monte  Citorio 

15 

ISO 

‘Navona  o Agonale 

304 

11 

di  Pasquino 

308 

432 

di  Pietra 

12 

‘di  s.  Pietro  in  Vaticano  440 

401 

di  Poli 

231 

18 

‘del  Popolo 

3 

48 

della  Rotonda,  o Pan- 

theon 

284 

23 

di  Sciarra 

18 

3Q1 

‘di  Spagna 

232 

420 

della  Suburra 

122 

232 

' di  Termini 

203 

229 

della  Trinità  de’Monti 

234 

di  Venezia 

32 

32 

Pile i Horatia 

83 

38 

‘Piramide  di  Caio  Cestio 

359 

13 

‘Ponte  dell’Ancia 

593 

313 

‘Elio  o s.  Angelo 

435 

£32 

Fab rido,  detto  quattro 

205 

-Capi 

322 

Sospeso  di  ferro  404, 

,432 

425 

Graziano,  o di  s.  Bar- 

tolommeo 

328 

Lucano 

580 

Molle  o Milvio 

1 

232 

Nomentano  o Lamen- 

tano 

213 

248 

Palatino  o Rotto 

320 

183 

Salario 

221  « 

225 

Sisto 

408 

45 

Sublicio 

303 

414 

Vaticano 

434 

415 

Porta  Angelica 

548 

122 

Appia  o s.  Sebastiano 

342 

14 

Asinaria 

141 

Capena 

339 

Carmentale 

321 

410 

Cavalleggeri 

548 

Collina  o Salaria 

214 

125 

Flaminia  o del  Popolo 

3 

104 

s.  Giovanni 

141 

221 

Labicana 

150 

321 

Latina 

339 

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604 


INDICE. 


■pag. 

Porta  Ostiense  o s.  Paolo  359 
s.  Pancrazio  389 

Pia  209 

. Piuciana  - 247 

Portuensis  o Portese  280 
*Prene8tinao  Maggiore  15Q 
Settimiana  393, 407 
Santo  Spirito  407 

‘Tiburtina  o s.  Lorenzo  lòfi 
'Portico  degli  Dei  Consenti  77 
•Portico  di  Ottavia  319 

Porto  di  Ripa  grande  379 
di  Ripetta  232 

•Protomoteca  Capitolina  69 


pag. 

•Sepolcro  della  famiglia 

Plauzia  58Q 

*di  Gallieno  566 

•d’ Ilario  Fosco  552 

*di  Marco  Virgilio  Eu- 
risace  151 

di  Numa  Pompilio  386 

detto  degli  OrazieCu- 
riazi  593 

di  Priscilla  ‘ 343 

•degli  Scipioni  340 

•preteso  di  Seneca  550 

ai  M.  Servilio  Quarto  549 
•detto  il  Porraccio  566 

’d’Usia  Prima  553 


H 

*di  Q.  Verannio 

565 

•Sepolcri  che  si  credono 

Roma  vecchia 

370 

degli  Orazi  e Curiazi  554 

Rostri,  cosa  fossero 

•incogniti  sulla  via  La- 

•Rotonda, ossiail  Pantheon  205 

tina,  vcd.  Camere  se- 

Rupe Tarpeia  42, 43, 70 

polcrali 

'Sette  Sale 

177 

S 

Septizonium 

333 

Solfatara 

579 

‘Sacrestia  di  s.  Pietro  in 

•Sotterraneo  die.  Pietro  in 

Vaticano 

473 

Vaticano 

473 

Sala  Ducale  al  Vaticano 

498 

Stazione  centrale  delle  fer- 

Regia idem 

ivi 

rovie  romane 

207 

•dell'  Immacolata  Conce- 

'della vii  coorte  de’Vi- 

zione  al  V aticano 

495 

gili 

384 

Scala  Santa 

140 

'Studio  del  Musaico 

545 

• Sc.kalae  Genioniae,  perchè 

così  dette 

73 

■ 

Se  ho  la  Xantha,  cosa  fosse  77 

Taberna  Meritoria 

382 

Seminario  Romano 

295 

•Tabulano 

46 

di  s.  Pietro 

546 

Teatri  antichi 

Pio 

295 

•di  Marcello 

320 

•Sepolcro  d’Arunte  figlio 

di  Pompeo 

312 

di  Porsenna 

593 

Teatri  moderni 

detto  di  Ascanio 

592 

di  Apollo,  o Tordinona  298 

*di  Caio  Cestio,  vedi.  Pi- 

1 

di  torre  Argentina 

313 

ramide 

Capranica 

261 

‘di  C.  Poblicio  Bibulo 

39 

Metastasio 

260 

‘di  Cecilia  Metella 

548 

Valle 

282 

*di  Cotta 

557 

Tempietto  di  Bramante 

388 

'Dorico 

552 

‘Tempio,  detto  di  Antoni- 

di s.Elena 

152 

no  Pio 

17 

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le 


INDICE- 


yag. 

'Tempio  di  Antonino  e Fau- 


stina 92 

di  Bacco  576 

delle  Camene  339 

della  Carità  Romana, 
ossia  della  Pietà  322 

di  Castore  e Polluce  83 

di  Cerere  e Proserpina  367 
della  Concordia  78 

della  Dea  Bona  364 

detto  del  Dio  Ridicolo  537 
di  Ercole  Custode  314 

di  Esculapio  373 

della  Fortuna  Capito- 
lina _ 75, 76 

della  Fortuna  Muliebre  142 
della  Fortuna  Prene- 
stina  ' 583 

•della  Fortuna  Virile  369 

di  Giove  Capitoli- 
no 42,  43,  31 

di  Giove  Feretrio  43 

preteso  di  Giove  Sta- 
tore 20 

di  Giove,  presso  la  via 
Appia  551 

di  Giunone  Matuta  321 

d’Iside  e Serapide  271 

di  Marte  Estramuraneo  339 
di  Minerva  271 

•preteso  di  Minerva  Me- 
dica 153 

‘di  Nerva  178 

‘detto  della  Pace  94 

di  Pallade  177,  138 

*del  Pantheon  265 

della  Pietà  321 

detto  della  Pudicizia 
Patrizia  367 

*di  Romolo  e Remo  93 

di  Romolo  figlio  di 
Massenzio  574 

•detto  della  Sibilla  Ti- 
hurtina  585 

della  Speranza  321 

detto  della  Tosse  586,  587 


605 

l'a9- 


Tempio  preteso  di  Venere 

e dì  Amore  149 

preteso  di  V enere  negli 
Orti  Sallustiani  222 

*di  Venere  e Roma  96 

*di  Vespasiano  35 

_ di  Vesta  nel  Foro  Ro- 
mano 91 

*di  Vesta  presso  il  Te- 
vere 368 

•detto  di  Vesta  a Tivoli  584 
Terme  di  Agrippa  265,  270 
*di  Caracalla,  o Anto- 
niane  334 

di  Costantino  193,  196 
‘di  Diocleziano  204 

di  Nerone,  dette  Ales- 
sandrine 282 

*di  Tito  175 


di  Traiano,  ved.  di  Tito 

583 
133 
199 
152 

ivi 
561 
372,  335 

Triclinio  Lateranense  14JL 

Trofei  di  Mario  154 

•Tnsculo  588, 589 

V 

Università  Gregoriana,  o 

Collegio  Romano  23 

della  Sapienza  S&l 

\ 

Valle  d’Egeria  338 

Velabro  326 

Vestibolo,  o Atrio  di  Sil- 
vano 564 

'Via  Appia  548 

Araeatina  343 

Aurelia  391 


‘Tivoli,  città 
Tor  de’  Conti 
delle  Milizie 
Pignattara 
de’  Schiavi 
Selce 

Trastevere 


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60(5 

INDICE. 

Via  Flaminia 

W2 

Ville  antiche 

pag. 

Labicana 

151 

di  Quintilio  Varo 

586 

Latina 

142 

*dei  Quintilii 

570 

Nomentana 

209 

Tusculana  di  Cicerone  589 

Ostiense 

359 

Ville  moderne 

Prenestina 

152 

■Albani,  oggi  Torlonia  214 
Aldobranaini  in  Roma  199 

Sacra 

92 

Salaria 

214 

■Aldobrandiui  presso 

Tiburtina 

156 

Frascati 

589 

Vitellia 

391 

già  Bolognetti 
'Borghese 

210 

Vieovaro,  già  Varia,  città 

237 

antica 

587 

d’Este 

587 

Viene  Ciprius 

173 

già  Lante 

401 

Patricius 

171 

•Ludovisi 

222 

Sceleratus 

173 

Madama 

547 

Ville  antiche 

Massimi 

210 

‘Adriana 

581 

già  Mattei 
•Medici 

112 

di  Basso 

565 

236 

di  Gallieno 

566 

• Millini 

546 

de’ Gordiani 

152 

'Mondragone 

589 

di  Orazio 

587 

Palatina 

103 

di  Giulio  Marziale 

400 

‘Pamphily-Doria 

391 

di  Mecenate 

586 

Taverna 

590 

di  Persio 

565 

'Torlonia 

210 

REIMPRIMATUR 

Fr.  Rapii.  Salini  0.  P.  S.  P.  A.  M.  Socius 
REIMPRIMÀTUR 

Joseph  Angelini  Archiep.  Corinth.  Vicesg. 


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